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Le effervescenze dei democratici

Corriere di Bologna

La calma è piatta nel centro-destra in attesa che da qualche parte arrivi il candidato, preferibilmente civico, individuato dalla Provvidenza (di Arcore, luogo dove si effettuano le selezioni). La relativa calma nel Movimento 5 Stelle è un po’ (dis)turbata dall’ombra lunga delle infiltrazioni camorristiche di Quarto, ma grande è la speranza che quell’ombra si arresti agli Appennini. Le uniche effervescenze sociali e politiche le offre, come è quasi inevitabile, il Partito Democratico al quale, nel bene e nel male, va la riconoscenza dei commentatori. Sostanzialmente non più sfidato. Merola, il sindaco ricandidato, sta cercando di trovare, escogitare, promuovere qualche lista a suo sostegno. Quasi sicuro che da sola, la lista del PD non riuscirà a superare il 50 per cento dei voti necessari al primo turno al fine di evitare un ballottaggio potenzialmente rischioso (basterebbe evocare il precedente del 1999), Merola avrebbe voluto una bella lista Frascaroli, anche per depotenziare SEL. Il rifiuto di un’assessora controversa, forse neanche troppo dotata di voti suoi, lo ha spinto a sollecitare la discesa in campo di Morgantini il quale potrebbe pescare nello stesso mondo del volontariato e portare la necessaria manciata di voti in più. Qualcuno potrebbe obiettare che: 1) questo tipo di operazione è proprio quella vietata, ma a livello nazionale, dall’Italicum; 2) se Morgantini è/sarà molto simile a Frascaroli, che lo ha già benedetto, allora sorgeranno poi conflitti non dissimili in Consiglio Comunale e, eventualmente, nella giunta. Qualche elettore potrebbe infine chiedersi se Merola ha risolto la sua tensione personale e politica fra permissivismo e rigorismo o se, facendosi accompagnare da Morgantini non rischia di ritrovarsela alla prima, molto prossima, occasione. Le effervescenze del PD appaiono anche nella scelta dei candidati alla Presidenza dei Quartieri, per alcuni il primo passo di una carriera politico-amministrativa, per altri un modo per restare a galla. A rassicurare tutti, o forse no, sta una frase pronunciata da Renzi relativamente alla costituzione dei comitati per il Sì al referendum costituzionale. Tralascio la critica, pure importante e non infondata, se si tratti piuttosto di un plebiscito, ma è evidente che Renzi sta facendo appello ai suoi sostenitori duri (puri, non so) e mettendo in grande difficoltà gli ultimi esponenti della ditta bersaniana. Se non parteciperanno molto attivamente alla campagna referendaria, il segretario del Partito Democratico avrà un motivo in più per lamentarsi di loro e, a futura memoria, per depennarli dalle prossime candidature. Allora, altro che effervescenze, assisteremo a epurazioni per costruire un più compatto Partito della Nazione.

Pubblicato il 24 gennaio 2016

Riforma autoritaria? No, confusionaria!

LINKIESTA

Intervista raccolta da Marco Sarti per LINKIESTA

Il politologo Gianfranco Pasquino: «Voteremo No a questa riforma costituzionale, anche se rischiamo di fare la figura dei gufi». «Renzi ha detto che se perde il referendum si dimette? Mi affido alla sua coerenza»

«È una riforma confusionaria, più che autoritaria. Pasticciata e senza visione». Anche per questo, quando a ottobre ci sarà il referendum, il noto politologo Gianfranco Pasquino sosterrà le ragioni del No. La partita è aperta. «Molto dipenderà da quanti italiani andranno a votare», spiega. Il contributo dei leader, anche di centrodestra, è fondamentale. «Non si può pensare che Zagrebelski e Rodotà convincano da soli milioni di elettori». Professore emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna, già senatore della Sinistra indipendente e dei Progressisti, Pasquino è l’autore del primo disegno di legge sul conflitto di interessi in Italia. Un esperto, quando si parla della nostra carta fondamentale. Non a caso ha appena pubblicato per Utet un bel libro sull’argomento: La Costituzione in trenta lezioni.

Professor Pasquino, cosa pensa della riforma all’esame del Parlamento?
Complessivamente mi sembra una riforma pasticciata e frettolosa. Nata in parte dall’accordo con Silvio Berlusconi, un leader che già aveva riformato, e male, la nostra Costituzione. È una riforma che non ha una visione sistemica. Nella nostra Costituzione le varie parti si tengono insieme, toccarne una rischia di modificare l’intero equilibrio. A questo si aggiunge una legge elettorale che, tranne poche modifiche, è come il Porcellum.

Tra i critici della riforma qualcuno denuncia persino il rischio di una deriva autoritaria. Anche lei la pensa così?
Questa mi sembra un’esagerazione. Non c’è alcuna deriva autoritaria, semmai una deriva confusionaria. Pensiamo alla riforma del Senato: non è ancora chiaro come i senatori dovranno essere ratificati o designati. Non si capisce perché, se è una camera delle Regioni, il presidente della Repubblica dovrà nominare cinque componenti. Non si sa neppure quali effettivi poteri avrà questo Senato.

Intanto Matteo Renzi ha promesso che in caso di sconfitta al referendum lascerà la politica. Gli riconoscerà almeno il coraggio…
Questa affermazione è un ricatto plebiscitario. Renzi ripete che il governo chiederà un referendum, ma secondo l’articolo 138 della Costituzione il referendum può essere chiesto da un quinto dei membri di una Camera, cinque consigli regionali o 500mila elettori. Non solo. Ogni volta Renzi ricorre a un grave gioco di parole. Questo non è un referendum confermativo, come dice. Semmai oppositivo. Lo chiedono coloro che sono contrari alla riforma, non quelli che l’hanno approvata.

Ammetterà che il fronte dei contrari alla riforma è piuttosto eterogeneo. Si va dai Cinque Stelle alla Lega, da Forza Italia a Sinistra Italiana. Ma cos’hanno da spartire Silvio Berlusconi e Nichi Vendola?
Sul fronte del No ciascuno ci arriva con le proprie motivazioni. Alcune sono comprensibili, altre molto meno… Ma ricordiamo che in occasione dei referendum gli schieramenti sono normalmente eterogenei. Dopotutto, questo è un referendum che il governo ha rapidamente trasformato in un voto sulla figura del presidente del Consiglio. Io voterò certamente No. Però bisogna evitare di impostare una campagna elettorale sul rifiuto totale. Il nostro deve essere un “No, ma…”. Vede, il Senato potrebbe essere splendidamente abolito. E si potrebbe abolire anche il Cnel. Bisognerebbe fare in modo che i presidenti della Repubblica, terminato il loro mandato, andassero in pensione. Ecco, bisogna avere una controproposta, non essere conservatori. Del resto la Costituzione può essere riformata, lo hanno previsto proprio i padri costituenti.

Intanto si registra una prima novità, per una volta la sinistra è tutta sullo stesso fronte. Landini, Sinistra Italiana, Civati, ex Pd… Almeno questo è un aspetto positivo?
È un aspetto positivo se la sinistra trova anche una convergenza operativa sulle riforme da fare. Ripeto, è importante l’aspetto positivo del “No, ma..”. Non la sola opposizione a Renzi.

Nei mesi che seguiranno il presidente del Consiglio imposterà uno scontro dialettico tra l’Italia del cambiamento e quella dell’immobilità. Nel migliore dei casi sarete presentati come dei conservatori e dei gufi…
Non c’è alcun dubbio. Legittimamente Renzi denuncia l’esistenza di un fronte conservatore che vuole bloccare il Paese. E a volte ha anche ragione a dirlo. Ma la nostra critica deve essere rivolta a una riforma brutta e sbagliata. Bisogna puntare sugli aspetti negativi e raccontare cosa di meglio si potrebbe fare. Ad esempio in tema di bicameralismo. Siamo tutti d’accordo che il Senato debba essere cambiato, io ritengo che possa essere abolito.

La riforma del Senato porta inevitabilmente alcuni risparmi. Votando contro non rischiate di schierarvi con i difensori della Casta?
Si fa economia se le due Camere – o una sola in caso di abolizione del Senato – funzionano meglio. Così si risparmiano tempo e soldi. Si poteva ridurre il numero di parlamentari in maniera più equilibrata: perché ci sono ancora 630 deputati? Potevano tranquillamente scendere a 500 senza creare alcun problema democratico. E comunque le riforme costituzionali non si fanno con l’obiettivo di risparmiare soldi.

Che idea si è fatto sull’esito del referendum?
Sono convinto che il referendum sarà aperto a tutti risultati. Non c’è alcun quorum, quindi la sfida sarà convincere gli elettori ad andare a votare. Credo che gli schieramenti partano grossomodo allo stesso livello. Il Pd ha un 30 per cento di consenso abbastanza consolidato. Nello schieramento degli oppositori conterà molto il peso degli elettori di centrodestra, meno facilmente “mobilitabili”. Ecco perché giocheranno un ruolo importante i leader di quei partiti. Non possiamo pensare che Rodotà e Zagrebelski siano in grado di convincere da soli milioni di elettori.

Se la riforma sarà bocciata crede che Renzi lascerà davvero la politica?
Lo affido alla sua sensibilità di essere coerente con quanto promesso…

Pubblicato il 15 gennaio 2016

Lo spartiacque è il 1994: i partiti non sono più figli di vere culture politiche

Il fatto

Intervista raccolta da GIA.RO. per Il Fatto Quotidiano

Nella Prima Repubblica i cambi di casacca erano rarissimi perché i partiti erano figli di grandi culture politiche: quella cattolica, quella liberale, repubblicana e socialista. Ce lo vedete un comunista diventare socialista o un liberale diventare democristiano? Il dissenso era accettato, ma sempre all’interno di un perimetro preciso. Poi, dal 1994, quelle culture sono scomparse“.

Gianfranco Pasquino, politologo, guarda sconsolato al trasformismo parlamentare che ormai sembra diventato endemico della seconda repubblica, e di questa legislatura in particolare. E individua tre cause.

INNANZITUTTO“, spiega Pasquino, “c’è la totale perdita di controllo su Forza Italia da parte di Silvio Berlusconi, che non riesce più a tenere unite le truppe, con la conseguenza di diaspore continue. In secondo luogo, ci sono i numerosi movimenti dei grillini, in parte espulsi da Beppe Grillo e altri in fuga volontaria. Infine – continua il professore – l’ultima causa di questi smottamenti è il forte dissenso della minoranza del Pd nei confronti della leadership di Matteo Renzi, un malcontento che ha già provocato diverse uscite che il premier si è guardato bene dal frenare“. Civati, Fassina, D’Attorre, ecc… “A Renzi non interessa nulla del Pd. Anzi, più se ne vanno meglio è, perché al prossimo giro, con l’Italicum, piazzerà in lista solo i fedelissimi. Quelli che escono dal partito per lui sono un problema in meno”, osserva il professore. In questo modo siamo arrivati al record di transfughi di questa legislatura. “Siamo nel pieno di una fase di destrutturazione dei partiti. Ma, ripeto, tutto parte dal disfacimento di Forza Italia. Perché, se il partito berlusconiano avesse tenuto, anche Renzi avrebbe dovuto preoccuparsi di serrare le file” afferma Pasquino. Il quale, se da una parte condanna il trasformismo “come una grave malattia della democrazia parlamentare“, dall’altra difende l’articolo 67 della Costituzione che consente al singolo deputato o senatore di non avere vincoli di mandato.

IL PARLAMENTARE deve essere libero dai partiti e dalle lobby“, precisa Pasquino, “questo però non consente di fare i furbi: se si viene eletti per realizzare un programma, a quello ci si deve attenere. Sul resto, invece, si può votare secondo coscienza, ma le scelte devono essere ben motivate. Insomma, prima di agire in dissenso dal proprio partito o addirittura abbandonarlo, ci vorrebbe una riflessione profonda. Che, come vediamo, non sempre c’è“.

Pubblicato il 4 gennaio 2016

Il bicchiere mezzo pieno di Matteo

Il bicchiere da lui ricevuto da Enrico Letta nella gelida cerimonia di passaggio delle consegne il 22 febbraio 2014 era, ha fatto capire il Presidente del Consiglio Matteo Renzi, sostanzialmente vuoto. Quel bicchiere, ha detto e ripetuto in maniera molto compiaciuta, non soltanto è mezzo pieno, ma va riempendosi, giorno dopo giorno, di contenuti, in Italia, in Europa, sullo scacchiere internazionale dove operano i soldati italiani. Esposte le cifre che, se non scaldano i cuori e non fanno parte dei sogni, ha detto Renzi con qualche volo pindarico, meritano di essere declinate e declamate per sconfiggere tutti quelli che dal Jobs Act all’Expo, dagli 80 Euro alla Buona Scuola, preconizzavano, “non ce la farete”, bisogna concentrarsi sulle sfide. In maniera estremamente puntigliosa, Renzi è andato all’attacco dell’Europa, in particolare della Commissione Europea e, più che della Cancelliera Merkel, della politica privilegiata della Germania. Ha rimproverato a entrambe, Commissione e Germania, un’interpretazione delle regole e della flessibilità alquanto squilibrata. Ha sostenuto che l’Italia sta facendo tutto quello che dovrebbe rispettando criteri e parametri. Non incalzato dai giornalisti, ha, da un lato, dimenticato di sottolineare il ruolo importante di Federica Mogherini, quale Alto Commissario per la politica estera dell’UE; dall’altro, non ha dovuto spiegare perché agli occhi di molti europei neppure l’Italia di Renzi risulti ancora davvero affidabile. Eppure, non esiste nessun tappeto sotto il quale è possibile nascondere il macigno dell’immenso debito pubblico italiano che il suo governo non ha ridotto e neppure significativamente aggredito.

Nella puntigliosa e opportuna rivendicazione delle riforme fatte, per alcune delle quali ha promesso una rapida emanazione dei decreti attuativi, Renzi ha dato grande spazio alla ridefinizione del Senato più che alla riforma elettorale (che sta trovando molti inaspettati, non necessariamente tecnicamente preparati, sostenitori, sulle pagine di alcuni grandi quotidiani nazionali). Ha anche preannunciato che le riforme saranno consacrate da un referendum costituzionale, in verità praticamente un plebiscito sulla sua persona, che, nel caso di una sconfitta, segnerebbe la fine della sua carriera politica. Comunque, ha assicurato, questa carriera terminerà dopo il secondo mandato da Presidente del Consiglio. Ci sarà per lui altro, non specificato, da fare. Quanto al rischio che per il segretario del Partito Democratico comporteranno le elezioni amministrative, in particolare in alcune grandi città: Roma, Milano, Napoli, Torino e Bologna, Renzi se l’è cavata alla grande, rivalutando in toto il ruolo delle primarie che da lui e da qualcuno del suo entourage sembrava messo in forte discussione. Insomma, il segretario del PD consegna quella che potrebbe diventare una patata bollentissima agli elettori delle primarie e ai candidati. Il governo viene così tenuto al riparo da eventuali incidenti di percorso resi possibili dall’inadeguato controllo sul partito che Renzi non ha saputo finora acquisire.

Sullo sfondo si staglia il protagonista probabile di “incidenti” elettorali vari: il Movimento Cinque Stelle, l’unico concorrente più volte menzionato in forma pesantemente, ma in taluni casi giustificatamente, critica. Eppure, le Cinque Stelle si sono anche rivelate interlocutrici parlamentari in grado di sbloccare situazioni ingarbugliate come quella dell’elezione dei giudici costituzionali. A fronte del disfacimento di quella che fu l’ampia area del berlusconismo sociale, culturale, elettorale e parlamentare, soltanto le Cinque Stelle potrebbero mettersi di traverso e ostacolare il cammino disegnato da Renzi con toni quasi trionfalistici. Giustamente, nella conferenza stampa il Presidente del Consiglio ha fatto prevalere il compiacimento su qualsiasi preoccupazione. Con non poche buone ragioni che anche i gufi sanno vedere e che toccherà al 2016 sottoporre a verifica. Cin cin.

Pubblicato AGL il 30 dicembre 2015

Poco o nulla di diverso #Bologna

Corriere di Bologna

Scesa senza sorprese e senza troppa preoccupazione al 14esimo posto della classifica della qualità della vita, la città di Bologna guarda neanche troppo preoccupata quello che s’agita nel fine d’anno. Rivendicare la variante di valico come se fosse merito dei governi locali appare un po’ buffo proprio mentre undici sindaci si oppongono al Passante. Pensare che la soluzione dei problemi verrà dalla città metropolitana già appesantita da tensioni, più o meno nascoste, raramente sopite, sembra un’illusione. Tra un’occupazione intesa dall’ancora assessore Amelia Frascaroli come momento di socialità e uno sgombero come manifestazione di una legalità ritrovata, che, complessivamente, le impietose statistiche smentiscono, non si fa strada l’idea di legalità garantita da opportuni comportamenti collettivi. La sferzata salutare, che, da sola, non potrà essere completamente benefica, potrebbe venire da una campagna elettorale decente. Nella competizione per Palazzo d’Accursio, i protagonisti annunciati potrebbero dare il meglio di sé. Però, non tutti sono “scesi in campo” e persino quelli che momentaneamente già ci sono, in ordine alfabetico: Bergonzoni (Lega Nord), Bugani (Movimento 5 Stelle), Merola (PD) non sono del tutto certi del loro futuro, che, in effetti, non è nelle loro mani. En attendant, il colpo di teatro del centro-destra che potrebbe venire da Alfredo Cazzola, ma anche dalla variegata coalizione di sinistra anti-PD, la società bolognese, non ancora renzianamente “disintermediata”, ma con le associazioni vigili, interessate, pronte a mobilitarsi, è bloccata in uno stallo improduttivo. Ogni cosa a suo tempo sarebbe un proverbio calzante se non fosse che questa campagna elettorale, quasi permanente, è stata lanciata addirittura poco tempo dopo la sua elezione proprio dal sindaco Merola. Dieci anni per attuare un piano di rinnovamento fu la richiesta di Merola. Né le realizzazioni del primo mandato né i sondaggi né, bisognerà pur dirlo, la classifica del Sole 24 Ore e la popolarità di Merola confrontata con quella di altri sindaci sono confortanti. Nonostante le assicurazioni, rituali e ripetitive, del gruppo dirigente del PD, qualcosa continua a non funzionare e a non convincere nella ricandidatura. Senza esagerare né in lodi né in aspettative, l’unico elemento tutto positivo e certo è dato dall’ingresso in città del nuovo cardinale. Però, Matteo Zuppi non può essere considerato un “punto fermo” della vita cittadina. Al contrario, le sue parole hanno mandato il messaggio che molto deve cambiare, a cominciare dalla stessa chiesa cittadina. Sarebbe bello potere concludere affermando con sicurezza che la politica bolognese raccoglierà la sfida del cambiamento. Purtroppo, i segni non indicano probabili novità. More of the same. Poco o nulla di diverso.

Pubblicato il 27 dicembre 2015

La partita vincente dei cinque stelle

Non appena i dirigenti di partito, che erano i veri e unici responsabili del blocco del Parlamento e delle trentuno fumate nere, hanno raggiunto un accordo sui candidati alla Corte Costituzionale, preso atto che il compromesso era anche qualitativamente accettabile, i parlamentari lo hanno approvato con il loro voto. La lezione istituzionale è importante ed è opportuno che rimanga a futura memoria. Per l’elezione di cariche di vertice è preferibile che governo e capipartito non ingaggino prove di forza per piegare il Parlamento, che ha il compito istituzionale di controllarli. Piuttosto, dovrebbero regolarmente sondarne le opinioni e tenerle in grande conto poiché anche il peggiore dei parlamenti “rappresenta la nazione”. La lezione vale anche per i Presidenti Grasso e Boldrini ai quali spetta, non blandire i troppi anti-parlamentaristi in giro per l’Italia (e nelle redazioni dei giornali), ma valorizzare le Camere da loro presiedute.

Seppure alquanto tardivamente, Renzi è stato costretto a prendere atto che da una parte numerosa dei parlamentari saliva la richiesta di cambiare candidature negoziate in maniera opaca. Ha fatto buon viso a cattivo (ma da lui iniziato e guidato) gioco, riuscendo a vincere, ma soltanto parzialmente. Voleva fare l’en plein, ovvero eleggere tre giudici costituzionali tutti disposti a sostenere a corpo morto sia l’Italicum sia il pacchetto delle riforme costituzionali. Ha resuscitato furbescamente il Patto del Nazareno offrendo la nomina di un giudice a Berlusconi che ci è cascato. Quando è divenuto evidente che l’opposizione del Movimento Cinque Stelle e le inevitabili differenze d’opinione nel centro-destra, ma anche dentro il PD, avevano portato ad uno stallo, ha repentinamente buttato a mare il Nazareno rivelando al contempo la debolezza di Berlusconi e l’incapacità dei due capigruppo parlamentari di Forza Italia. Pur di salvaguardare il suo candidato, Augusto Barbera, fautore senza se e senza ma delle posizioni più oltranziste a favore delle riforme, Renzi ha dovuto concedere un giudice alle Cinque Stelle e accettare un nome nuovo, Giulio Prosperetti, il meno schierato di tutti.

Adesso, immaginare un asse Renzi-Grillo capace di durare nel tempo è davvero fantapolitica. Da un lato, infatti, sia Renzi sia le Cinque Stelle hanno mirato soprattutto ad un successo immediato e specifico più facile da rivendicare per le Cinque Stelle. Dall’altro, Renzi ha voluto dimostrare di essere più spregiudicato di tutti e oramai libero da qualsiasi accordo con Berlusconi il quale, peraltro, già in seguito alla non concordata elezione di Mattarella avrebbe dovuto essere molto più cauto e sospettoso. Le Cinque Stelle hanno evitato che alla Corte andassero tre uomini o, come li hanno definiti loro, tre “soldati” di partito. Hanno anche concretamente dimostrato di avere imparato a inserirsi efficacemente nelle complesse e delicate manovre parlamentari. E’ possibile che sia Renzi sia le Cinque Stelle ricorrano ancora a convergenze “parallele”, specifiche su altre materie, certo non sull’Europa, ma forse sul reddito di cittadinanza. A causa della nuova legge elettorale, però, entrambi sono assolutamente consapevoli che sono destinati a rimanere alternativi. E’ da escludere che al ballottaggio riesca ad arrivare il disastroso frammentato schieramento di centro-destra. Pertanto, lo scontro a venire sarà fra il Partito Democratico, che sicuramente rivendicherà le riforme fatte e il Movimento Cinque Stelle, che vorrà criticarle a fondo, avendo anche un’altra freccia al suo arco: quella di continuare a rappresentare un’alternativa di sistema, vale a dire a tutta la politica del governo Renzi, incluso il controverso salvataggio di alcune banche, e alle sue molte, forse troppe, rottamazioni mancate.

Pubblicato AGL il 18 dicembre 2015

Le schermaglie hanno un prezzo

Corriere di Bologna

Deve essere piuttosto avvilente per Virginio Merola il silenzio inquietante sulla sua ricandidatura a sindaco di Bologna da parte del pur loquace e twittante Matteo Renzi. Eppure, fin troppo prontamente e sorprendentemente, Merola aveva fatto la sua conversione renziana. Finora era anche sostanzialmente riuscito ad evitare di criticare il segretario del suo partito su qualsiasi tipo di politica, anche quelle sfavorevoli ai comuni, Renzi preannunciasse (“facesse” è un’espressione grossa e impegnativa). Sabato, invece, Merola ha alzato la voce, dichiarando (cito dal Corriere) che a Bologna si va “in direzione ostinata e contraria rispetto all’andazzo nazionale”. Non è chiaro quale sia l’andazzo nazionale in termini di candidature e di primarie. Forse, l’unico elemento comune trasversale a più città è che a livello nazionale non si sa affatto come sbrogliare le situazioni delle varie città, ma, a livello locale, i diversi partiti democratici, in particolare, quelli di Milano e Napoli, ma anche quello di Roma, desidererebbero almeno un aiutino, non una controproducente imposizione, dal vertice.

Dopo parecchi mesi tribolati, il PD bolognese e con lui anche Merola pensavano di essersela cavata con la pur faticosa conferma del sindaco in carica. Il segretario locale Francesco Critelli giunge ad addirittura a rivendicare una, difficile da credere, unanimità del gruppo dirigente. Tuttavia, da luglio a oggi, non soltanto non sono affatto terminate le voci, all’interno e all’esterno del PD, contrarie a Merola. Continua ad affacciarsi attivamente, forse come potenziale candidato, forse come costruttore di una non meglio precisata alternativa centrista, il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti. “Lo invito a misurarsi con la città e a farsi avanti” intima Critelli. Qui sta il problema. Non soltanto il PD ha deciso da solo la ricandidatura di Merola, spiazzando gli alleati, ovvero, soprattutto SEL, nella quale, comunque, un’area disponibile (per le cariche) si manifesterà sicuramente, ma non ha mai preso in seria considerazione le primarie.

Strumento di partecipazione democratica e di comunicazione politica, poiché consentono di esplicitare e porre a confronto personalità e proposte di soluzione ai problemi cittadini, le primarie avrebbe offerto a Merola anche una maggiore legittimazione della ricandidatura. Senza primarie, da un lato, i rumors sono destinati a continuare; dall’altro, volendo, il segretario Renzi potrebbe sbandierare gli esiti di un eventuale sondaggio negativo o semplicemente problematico. In coda a tutto questo, incertezza, divisioni, popolarità non alle stelle, sta un rischio da non sottovalutare. Invece di formulare soluzioni condivise ai non pochi problemi non soltanto di governo, ma di rilancio della città, il tempo e il dibattito pubblico vengono sciupati in schermaglie che lasceranno un segno negativo anche sull’inizio del nuovo mandato.

Pubblicato il 1° dicembre 2015

Cinque Stelle alla Consulta

Cinque giudici della Corte Costituzionale sono eletti dal Parlamento in seduta comune, art. 135. Devono ottenere due terzi dei voti nelle prime due votazioni, tre quinti nelle votazioni successive. Secondo la critica più diffusa in maniera sconsideratamente tenace, se sono necessarie molte, la responsabilità sarebbe da attribuire al Parlamento ovvero a quei fannulloni litigiosi che sono i parlamentari. Purtroppo, la pensano in questo modo, e quel che è peggio lo dicono, subordinando, difficile valutare quanto inconsapevolmente, il Parlamento ai partiti, sia la presidente della Camera Laura Boldrini sia il Presidente del Senato Pietro Grasso. Invece, non è affatto così ovvero, se si preferisce, la responsabilità dei parlamentari appare di gran lunga inferiore a quella dei partiti e, soprattutto, dei dirigenti di partito. Praticamente, i parlamentari non sono neppure consultati dai designatori, vale a dire i capi dei loro partiti. E’ sempre un cerchio ristretto al leader del partito e ad alcuni suoi pochissimi consiglieri che procede alla nomina dei candidati.

Prima della loro meritata scomparsa, i partiti italiani mostrarono un minimo di sensibilità democratica accettando informalmente che i nominati rappresentassero di volta in volta le differenti culture politiche presenti in Parlamento, con la sola eccezione del Movimento Sociale (non facente parte dell’arco costituzionale). Tuttavia, alcuni candidati, in quanto espressione troppo marcata della leadership di un partito (Spadolini e Craxi), o dal profilo e dalla biografia troppo incisiva (Lelio Basso), non riuscendo ad essere eletti, non furono mantenuti in votazione oppure si ritirarono. In generale, gli accordi non scritti, nessun bisogno di “patti del Nazareno”, vennero sostanzialmente rispettati. Dopo il 1994, scomparsi i partiti e offuscatesi le loro obsolescenti culture politiche, è diventato tutto più difficile. I presidenti della Repubblica hanno, comunque, cercato di nominare i cinque giudici di loro spettanza applicando criteri di merito non disgiunto dalla rappresentanza di aree politico-culturali. E’ rimasta esclusa soltanto la Lega per la quale vale, almeno in parte, il criterio della non piena accettazione della Costituzione. Dal canto loro, i parlamentari si sono trovati nella sgradevole situazione di dovere ingoiare candidature mai previamente discusse e chiaramente partigiane.

Guardando al recente passato e ai lunghi stalli, ma anche valutando sobriamente le attuali candidature, è possibile cogliere due criteri prevalenti: la ricompensa per il sostegno indefettibile dato alla linea di un partito, ma più specificamente al capo del partito, e la liberazione di cariche di nomina ugualmente partitica che consentiranno di premiare anche altri utili fedelissimi. Il secondo criterio privilegia chi già occupa cariche abbastanza importanti, ad esempio, come i componenti e i presidenti di qualche Autorità indipendente (Antitrust, Comunicazioni e così via) oppure chi è già parlamentare e consentirà il subentro del primo dei non eletti nella sua circoscrizione. Il primo criterio appare particolarmente delicato nelle sue conseguenze poiché la Corte Costituzionale dovrà molto presumibilmente e presto occuparsi di ricorsi contro la legge elettorale Italicum e contro la riforma del Senato con tutto quello che ne deriva. Scegliere chi in materia si è già ripetutamente e senza riserve espresso in maniera favorevole al governo è una sorta di piccola polizza d’assicurazione per Renzi e Boschi, tutto il contrario della garanzia di una valutazione equa. Escludere qualsiasi candidatura formulabile dal Movimento Cinque Stelle, che ha, al contrario della svanita Scelta civica, una presenza rilevante in Parlamento ed è espressione di un quarto degli elettori italiani, appare una discriminazione intollerabile. Da ultimo, non è giustificabile passare sotto silenzio l’assenza di qualsiasi candidatura femminile come se non esistessero avvocatesse di grande prestigio e alta qualità e non ci fossero nelle università italiane autorevoli professoresse di diritto. Invece di criticare i parlamentari per la loro presunta inazione, si critichino coloro che scelgono e pretendono di imporre e si guardi alle biografie dei candidati. Meglio lo stallo fecondo che brutte e irrimediabili elezioni.

Pubblicato AGL 28 novembre 2015

Cose di tutti i colori

La Cosa rossa, vale a dire Sinistra Italiana, arriva buona ultima (vorrei anche ingenerosamente scrivere “come succede spesso alla sinistra”) nel processo di frammentazione del Parlamento italiano seguito alle elezioni del febbraio 2013. Renzi cercherà anche di costruire, un po’ avventatamente e velleitariamente, il Partito della Nazione, ma in Parlamento si troverebbe circondato da staterelli di varia provenienza, dimensione e utilità. Ha cominciato la Cosa bianca di Alfano che preferì il governo di Renzi piuttosto che l’opposizione senza sbocco di Berlusconi. Poi, qualcuno dei parlamentari di Alfano è tornato all’ovile del pastore di Arcore. Altri sono alla ricerca di strade che conducano a una prossima ricandidatura sicura. Alcuni parlamentari delle Cinque Stelle sono stati espulsi, altri se ne sono andati trovando accoglienza nel PD, un paio è entrato adesso nella Sinistra Italiana, nessuno ha pensato di fare una Cosa gialla (che, peraltro, esiste in qualche realtà locale). Da Forza Italia alcuni parlamentari sono andati con Fitto a fare una Cosa confusa. Da ultimo, di rilievo, è la comparsa, decisiva per l’approvazione della riforma del Senato, della vigorosa Cosa Verdina (di Denis). Difficile dire quante di queste cose ovvero, più pomposamente, formazioni politiche sopravviverà fino al 2018, data delle prossime elezioni politiche, e quante correranno da sole nel tentativo di superare la soglia del 3 per cento e di entrare nella Camera dei deputati. Interessante rilevare che il partito/gruppo parlamentare più solido è finora stata la Lega di Salvini.

Sappiamo che tutti i parlamentari nomadi e transumanti, trasformisti, si appellano all’art. 67 della Costituzione e solennemente affermano di essere legittimati ad agire “senza vincolo di mandato”. Purtroppo, eletti sulle liste bloccate del Porcellum, sono in grado di evitare qualsiasi valutazione personalizzata del loro operato da parte degli elettori. Eventualmente rinominati da dirigenti di partito, dai quali vorranno/dovranno tornare, avranno pochi incentivi a raccontare la loro storia di parlamentari movimentisti/trasformisti. Di qui, da questi comportamenti e dall’impossibilità per l’elettorato italiano di valutarli limpidamente e di punirli a ragion veduta, nasce la crisi di rappresentanza. Ne consegue anche l’insoddisfazione diffusa che porta molti elettori nell’astensione e altri a scegliere alternative estreme. Il Movimento Cinque Stelle è stata la più visibile e la più premiata delle alternative estreme. E’ anche probabile che continuerà a esserlo.

Unitamente all’opportunismo dei parlamentari, esiste un altro potente, ma un po’ assolutorio, fattore esplicativo dei loro comportamenti: la natura dei partiti italiani. Gradualmente, i partiti italiani sono tutti diventati partiti personalisti, tenuti insieme non da un’ideologia (parola grossissima), non da una visione dell’Italia che vorremmo, non da un programma fatto di poche e chiare priorità, ma dall’ossequio al leader (Berlusconi, Grillo, Renzi, Salvini) Grati al leader che li ha “nominati” parlamentari, ma irritati per non essere ascoltati e messi ai margini al momento delle decisioni, molti, il loro numero a metà della legislatura, è già superiore a duecento, se ne vanno. I marchingegni elettorali passati, liste bloccate e premio di maggioranza, e futuri, ancora il premio di maggioranza più liste parzialmente, ma abbondantemente, bloccate, consentono ai leader di non preoccuparsi troppo delle defezioni dei parlamentari irrequieti.

Spesso bastonati e irrisi dal gruppo dirigente renziano, i parlamentari del PD che sono andati a dar vita a Sinistra Italiana si trovano ora in mare aperto insieme agli esponenti di quel che fu Sinistra Libertà Ecologia, la cui spinta propulsiva è finita da tempo. Spazio a sinistra del Partito di Renzi ce n’è ed è anche molto. Resta da vedere se Sinistra Italiana avrà la capacità di elaborare nuove idee, per l’appunto, di sinistra, o galleggerà in attesa di essere ri-cooptata.

Pubblicato AGL 8 novembre 2015

Sulla situazione politica nel PD #RadioRadicale

radio-radicale-430x2006 novembre 2015

INTERVISTA di Cristiana Pugliese | RADIO – 11:26. Durata: 6 min 30 sec