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Corbyn è il vecchio, Renzi è borioso. La nuova sinistra è un’altra cosa
Non sta nascendo una nuova forza progressista europea. Troppe differenze tra il leader Labour, Podemos e Syriza
Intervista raccolta da Marco Sarti per LINKIESTA.it
Podemos in Spagna, Syriza in Grecia, adesso la vittoria di Jeremy Corbyn alle primarie del partito laburista inglese. In Europa sta nascendo una nuova sinistra? Il politologo Gianfranco Pasquino non sembra troppo convinto. Professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna, già senatore della Sinistra indipendente dal 1983 al 1992 e dei Progressisti dal 1994 al 1996, l’autore del primo ddl sul conflitto di interessi in Italia spiega: «Corbyn non diventerà mai primo ministro. E questo lo sa anche lui». Le differenze con Podemos e Syriza sono tante, a partire dal gap generazionale che divide il politico britannico dagli altri leader. In compenso è basso il rischio di conseguenze politiche per l’Italia. «Se nel Partito democratico ci sarà una scissione – continua Pasquino – sarà solo per colpa della boria di Matteo Renzi».
Professore, in Europa sta nascendo una nuova sinistra?
La vittoria di Corbyn non mi ha sorpreso. Le possibilità sono cresciute nel corso del tempo e negli ultimi giorni prima del voto la sua affermazione era piuttosto annunciata. Ma non sono sicuro che si tratti di un fenomeno europeo. I leader di Podemos e Syriza rappresentano una nuova sinistra, Corbyn rappresenta la vecchissima sinistra già presente nel partito laburista. Consideriamo che siede in Parlamento già dal 1983. Per i laburisti questo è un ritorno al passato. Gli stessi punti programmatici di Corbyn sono espressione del passato. Penso alle nazionalizzazioni, che dovrebbero far rabbrividire qualcuno.
Spagna e Grecia hanno anche una diversa situazione economica rispetto all’Inghilterra.
Se è per questo Spagna e Grecia sono anche due ex regimi, la Gran Bretagna no. Ma c’è anche un’altra differenza. Corbyn ha quasi 70 anni, forse è mio coetaneo. I leader di Syriza e Podemos sono quarantenni: un gap generazionale che si traduce anche in un gap di idee.
A unire queste diverse esperienze politiche forse sono le crescenti disuguaglianze in Europa?
Il filo conduttore, l’unico elemento che vedo, sono i rapporti con l’Europa. Anzi, l’opposizione contro il modo in cui questa Europa si è autogovernata negli ultimi dieci anni.
I critici assicurano che Corbyn è destinato a rappresentare la protesta, mai una posizione di governo.
Sulla base delle tre elezioni perse dai laburisti dal 1983 al 1992 direi che sono d’accordo. Corbyn può rappresentare una ripresa per i laburisti, la creazione di un nuovo partito. Ma penso che neppure lui abbia mai sognato di diventare primo ministro. Anche con la più fervida immaginazione, nel suo orizzonte non c’è questa aspirazione.
In Inghilterra si teme una scissione nel partito. E se invece la scissione arrivasse in Italia? Qualche esponente del Pd potrebbe decidere di dar vita a un nuovo movimento di sinistra anche nel nostro Paese?
Nel partito laburista una scissione ci fu effettivamente nei primi anni Ottanta, con la nascita del partito socialdemocratico. Se pensiamo che 220 parlamentari su 240 non hanno votato per Corbyn, è possibile immaginare che oggi altri si spostino per cercare nuove alleanze. In Italia è diverso. Chi ha guardato altrove come Stefano Fassina non ha fatto molta strada. E credo che Gianni Cuperlo, nonostante condivida l’iniziale del cognome con Corbyn, non abbia intenzione di intraprendere lo stesso percorso. Le vittorie altrui non devono determinare conseguenze per noi. Se ci sarà una scissione sarà per altre logiche, penso alla ristrutturazione del partito. Contro la boria insopportabile di un presidente del Consiglio che è anche segretario del partito. Ecco una differenza, Corbyn non ha alcuna boria, Matteo Renzi ne ha in gran quantità.
Insomma oggi in Europa chi è fuori contesto? Podemos e Syriza, Jeremy Corbyn o il Partito democratico?
Corbyn non è fuori contesto, nel partito laburista quella sinistra è sempre esistita. Siamo noi difformi rispetto al resto d’Europa. Spesso si dimentica la storia. Questo Partito democratico è il prodotto di una fusione tra quello che restava degli ex comunisti e quello che restava degli ex democristiani, all’epoca Margherita. Ed è un partito guidato da un leader che viene dagli ex Dc. Non c’entra nulla con la tradizione europea. Adesso si tenta di costruire un’identità con l’adesione al partito socialista europeo, ma quel dna comune di cui ha recentemente parlato Giorgio Napolitano non esiste.
Pubblicato il 14 settembre 2015
Senato: una riforma da fischiare
La (brutta) riforma del Senato sta diventando anche qualcos’altro. Ovvero è gia un campo di battaglia minato sul quale si confrontano, più o meno incautamente, non disegni sistemici di un’efficace e duratura modifica del bicameralismo italiano e dei rapporti fra Parlamento, Governo e cittadini, ma disegni di futuri assetti dentro il Partito Democratico, nel governo di Renzi, nell’ambito disgregato del centro-destra, sulle alleanze che verranno e che, probabilmente, finiranno per implicare anche una riforma della freschissima, anch’essa brutta, riforma elettorale detta Italicum.
L’obiettivo di Renzi(Boschi) è di portare a casa la riforma del Senato così com’è stata approvata in prima lettura perché vuole dimostrare di essere in controllo del suo gruppo parlamentare, di non avere nessun bisogno dell’apporto delle minoranze del PD, di sapere attrarre voti più o meno conosciuti e riconoscibili dei verdiniani e dei berlusconiani sparsi. Se ci riuscirà, Renzi pensa di procedere a vele spiegate verso il completamento della legislatura, oppure, a sua preferenza (e, magari, anche del Presidente Mattarella) verso elezioni anticipate, ma non prima dell’entrata in vigore dell’Italicum: 1 luglio 2016.
L’obiettivo delle minoranze, nascosto dietro la richiesta di un Senato elettivo, secondo modalità non chiaramente definite, è, al contrario, dimostrare che hanno voti di cui Renzi deve tenere conto e che servono a disegnare una riforma migliore (personalmente, ne dubito). Quanto ai verdiniani, entreranno agguerriti nel campo di battaglia appena sarà chiaro che possono essere decisivi. Vogliono, da un lato, che si sappia che Renzi ha usufruito del loro apporto; dall’altro, che Berlusconi prenda atto che i verdiniani contano e possono essere decisivi. Dal canto suo, Berlusconi (incoraggiato soprattutto da Brunetta) desidera che Renzi vada a sbattere contro il muro di un Senato che non controlla. Di conseguenza, sarà poi costretto ad aprire negoziati con lui (una sorta di Nazareno II) riconoscendolo tuttora capo del centro-destra. Indirettamente, ne risulterebbe dimostrato che gli alfaniani non soltanto non sono decisivi, ma sono subalterni nel governo Renzi, destinati ad essere fagocitati (infatti, alcuni degli alfaniani si apprestano a lasciare il Nuovo Centro Destra).
Sullo sfondo di tutto questo tramestio politico, sta la modifica del Senato che merita due considerazioni specifiche e puntuali. La prima considerazione è che la riforma del bicameralismo è, al tempo stesso, necessaria e utile, ma deve essere congegnata con la motivazione prioritaria e sovrastante non di una drastica riduzione del potere e dei compiti del Senato e dei senatori, ma di un miglioramento del sistema politico. In questa chiave, sarebbe stato, e continua a essere preferibile un’argomentata abolizione del Senato alla quale, in coerenza, né le sinistre interne né i Cinque Stelle potrebbero ragionevolmente opporsi. Ricominciare da capo? Sì, si può e si potrebbe anche procedere in fretta. Fra l’altro, di qui al 2018 di tempo ce n’è a sufficienza. La seconda considerazione è che né le riforme elettorali né, tantomeno, le riforme costituzionali dovrebbero essere utilizzate per la resa dei conti fra gli schieramenti politici né, tantomeno, fra maggioranza e minoranze dentro ciascun partito. Una modifica, possibile e sicuramente, auspicabile, nata male, rischia di finire peggio.
Lo so che suona retorico e quasi di maniera, ma qui ci sta davvero un appello al Presidente della Repubblica. Forse, tra le quinte, con discrezione, qualcosa Mattarella avrà già detto al suo sponsor Renzi (che si vanta fin troppo del suo ruolo nell’averlo portato al Quirinale), ma il Presidente non deve dimenticare che è il “guardiano della Costituzione” oltre a fungere anche da arbitro, come ha detto lui stesso, fra i partiti-giocatori. Fischi, Presidente, fischi subito. Troppi giocatori non stanno giocando correttamente e la partita è diventata deprimente.
Pubblicato AGL 13 settembre 2015
Parla la ditta. Una speranza
La politica non è luogo di gentilezze, meno che mai nel Partito democratico conquistato da Renzi e popolato da zelantissimi sostenitori. L’invito a Bersani di concludere la Festa dell’Unità di Bologna non può dunque essere considerato il risarcimento di uno sgarbo passato. Neppure è possibile pensare sia un ramoscello d’ulivo, dato lo stato dei rapporti fra la maggioranza renziana (che «va avanti e non si farà fermare», come ripetono pappagallescamente gli apologeti) e le minoranze che, invece, sono inclini a chiedere tempo. Per di più, la data del discorso di Bersani, 20 settembre, rischia, ma forse sbadatamente non ci hanno pensato, di capitare nel mezzo della bagarre sulla brutta riforma del Senato. Sarebbe fin troppo bello se gli organizzatori della Festa, vale a dire i dirigenti politici locali, avessero deciso l’invito sulla base del criterio migliore. Poiché è la festa del Pd, si procede a invitare i più autorevoli dirigenti del partito, quelli che hanno una storia politica (nel caso di Bersani, anche in questa regione) e che hanno capacità di elaborazione politica, seppure Bersani non sia stato fortissimo su tale terreno. Insomma, quelli in grado di dare un contributo a far funzionare efficacemente una Ditta che vorrebbe vedere il proprio nome riflettere anche la sua vita interna. Bersani non è un estremista (mi viene persino da sorridere a scrivere il sostantivo), ma nemmeno un mollaccione. Sicuramente avrà molto di buono da dire e da suggerire sulle politiche delle liberalizzazioni, sulla sana concorrenza nel mercato, sulle privatizzazioni. Un partito che vuole essere grande, non soltanto come veicolo elettorale di un leader, fa ricorso alle competenze e alle capacità di tutti i suoi dirigenti. Bersani, che dimostrò ammirevole generosità politica nel consentire a Renzi di partecipare alle primarie, che gli concesse persino il ballottaggio (non previsto dallo statuto Pd), merita pienamente di chiudere la Festa dell’Unità di Bologna, non come ricompensa, ma perché è giusto che goda dell’opportunità di parlare di politica. Poi, con riferimento ai numeri e agli applausi, misureremo almeno in parte il suo consenso e persino l’affetto dei presenti. È giusto sia anche così. Quel che più conta, però, sarà il modo con cui Bersani sfrutterà l’occasione. Escludo si dedichi a «pettinare le bambole». Soddisferà le aspettative con un discorso politico alto (che non è mai nelle corde dei dirigenti bolognesi propensi a pratiche decennali di accordicchi) capace di riaprire un confronto nel Pd, sulle idee e non sui numeri? Attendiamoci molto, sperabilmente non il canto del cigno.
Pubblicato 11 agosto 2015
189 lettori coscienziosi
Centottantanove senatori hanno rialzato la testa dalle sudate e faticose carte trasmesse dalla Procura della Repubblica di Trani e in un sussulto d’orgoglio hanno detto: “no, non siamo passacarte”. E’ augurabile che continuino a dirlo e a comportarsi di conseguenza quando, per esempio, toccherà loro guardare le brutte carte della riforma proprio del “loro” Senato. Mentre il suo vice-segretario, la abitualmente zelantissima Debora Serracchiani, si scusa con gli elettori del PD, il segretario Renzi, poco noto per tenere in conto e apprezzare i problemi di coscienza, plaude ai magnifici centottantanove, fra i quali, però, qualcuno è ancora più magnifico. Luigi Manconi affida il suo garantismo allo Huffington Post; Giorgio Tonini imperversa in televisione e sui social; Pietro Ichino motiva in un articolo sul Corriere (ma sono in ansiosa attesa della sua newsletter del lunedì). Tutt’e tre sostengono di avere letto le carte, vale a dire le 560 pagine inviate alla Commissione del Senato per le Immunità Parlamentari. Tutt’e tre dicono sostanzialmente le stesse cose, già anticipate da un loro costituzionalista di riferimento che si sta da tempo posizionando per la Corte.
In attesa che qualche giornalista investigativo (“ci sarà pure un uomo o una donna di tal fatta a Roma?”) vada a verificare se, come, quando e per quanto tempo, Manconi, Tonini e Ichino (più il loro costituzionalista) hanno preso a prestito quella corposa relazione, è lecito chiedere se anche gli altri centottantasei senatori sono stati altrettanto solerti e studiosi. E’ lecito anche dubitarne. Qualcuno, però, come il Presidente della Commissione Stefano e presumibilmente tutti i commissari del Partito Democratico, quelle carte le avevano pur lette e si erano fatti un’opinione chiaramente opposta a quella successiva dei centottantanove. Sì, il collega Azzollini (NCD) doveva, come richiesto dalla Procura di Trani, essere messo agli arresti domiciliari, cioè a casa sua, non in un affollato, maleodorante, sporco carcere dove, peraltro già si trovano gli altri coinvolti nella stessa brutta faccenda. A piede libero, l’Azzollini potrebbe inquinare le prove, attivare reti di relazioni personali, sfruttare tutto il potere politico che i colleghi gli hanno riconosciuto per il passato e per il presente.
I centottantanove senatori hanno anche sconfessato platealmente l’operato della Commissione per le Immunità, più precisamente la maggioranza dei senatori del Partito Democratico ha detto alto e forte che i loro colleghi non hanno saputo leggere le carte e le hanno interpretate in maniera sbagliata. Ce n’è quanto basta per, da un lato, chiedere le dimissioni agli incompetenti, dall’altro, attendersi che siano i presunti incompetenti a dare, nobilmente, ma iratamente, le dimissioni. La prossima volta, comunque, ovvero alla prossima richiesta di arresto, quegli “incompetenti” verranno preliminarmente sostituiti, il precedente essendo già stato creato nella Commissione affari costituzionali. E’ stata scritta da questo orgoglioso Senato non passacarte (dunque, assolutamente da preservare, o no?) una bella pagina sulla libertà di coscienza. Sperabilmente, non soltanto quando in gioco è il salvataggio di un esponente della casta. Sperabilmente, non l’ultima pagina.
Pubblicato il 1 agosto 2015 su TerzRepubblica.it
Ecco perché hanno salvato Azzollini
Una maggioranza schiacciante di senatori, addirittura 189, ha salvato dagli arresti domiciliari il collega del Nuovo Centro Destra Antonio Azzollini accusato dalla Procura della Repubblica di Trani di una varietà di reati: dal falso in bilancio alle assunzioni clientelari dallo spreco di denaro pubblico a consulenze d’oro. I numeri sono lampanti. Anche gran parte dei senatori del Partito Democratico, contraddicendo loro precedenti solenni dichiarazioni, ha respinto la richiesta dei magistrati capovolgendo la delibera della Giunta per le immunità che aveva sancito l’insussistenza di intenti persecutori nei confronti del potente senatore Azzollini. Forse i componenti della giunta tanto platealmente sconfessati dai loro colleghi dovrebbero trarne qualche conclusione, magari anche quella dell’inutilità e irrilevanza del loro lavoro e, forse, della stessa esistenza della Commissione.
Ovviamente, nonostante le sempre ipocrite dichiarazioni, pochi senatori, oltre, sperabilmente, ai componenti della giunta, si sono formati un’opinione dopo avere effettivamente letto le carte. Infatti, quasi nessuno di loro si è pubblicamente espresso contrastando specifiche motivazioni dei magistrati. La maggioranza di loro sostiene di avere votato “secondo coscienza”. Curiosamente, in maniera assolutamente inusuale, il capogruppo del Partito Democratico Luigi Zanda aveva addirittura inviato una lettera ai componenti del suo gruppo invitandoli a votare proprio “secondo coscienza”. Sarebbe interessante conoscere in quale altro modo si apprestavano a votare i Senatori e le Senatrici del PD: contro coscienza? Ma, poi, cosa sarà mai un voto di coscienza se non è accompagnato dalla conoscenza dei fatti, della natura delle imputazioni, delle motivazioni dei magistrati e delle conseguenze di vario tipo del voto stesso?
Insomma, i magistrati chiedevano gli arresti domiciliari dell’Azzollini, non tanto per il timore di fuga dell’accusato, ma poiché ritengono che, rimasto a piede libero, l’accusato abbia la possibilità, usando della sua influenza, della sua rete di relazioni e di ingenti somme di denaro, di manipolare le prove e, magari, di intimidire gli accusatori e gli eventuali testimoni. La “coscienza” della maggioranza dei senatori ha risposto “no”. Da un lato, non si corre il rischio che il collega Azzollini inquini, cancelli, camuffi, intimorisca; dall’altro, i magistrati starebbero perseguitando l’Azzollini per ragioni che non ci vengono spiegate. Certo, il salvataggio del senatore del NCD da parte dei colleghi non è il primo e non sarà l’ultimo. Le votazioni sulle relazioni delle Giunte parlamentari per le Immunità assomigliano spesso a roulette nelle quali i numeri che escono non sono, però, mai del tutto casuali.
Rimanendo in metafora ci sono dei croupiers molto attenti, non alle coscienze, ma agli umori dei giocatori e alla stabilità del tavolo da gioco. Nel caso Azzollini, poteva, come qualcuno deve avere fatto sapere al capogruppo PD Zanda, anche saltare il banco. Infatti, l’Ncd ha già subito l’onta delle dimissioni da ministro di Lupi. Un arresto, anche se ai domiciliari, sarebbe stato molto mal digerito gettando altre brutte ombre su tutto il partito. In Senato, poi, già i movimenti si sono fatti vorticosi. Le minoranze del PD non cedono. Arrivano i soccorsi dei verdiniani. Si annunciano tempi, non necessariamente difficilissimi, ma che richiedono convergenze solide fra gli alleati di governo. Insomma, le convenienze politiche hanno sicuramente avuto un ruolo non marginale nel salvataggio di Azzollini. Non è, però, proprio il caso di sostenere che “ce ne faremo una ragione”. Questa “politica ad orologeria” che salva qualcuno/chiunque, non in base ad inoppugnabili evidenze giuridiche, ma quando vengono fatte balenare conseguenze sgradevoli sugli assetti e sulle politiche governative, è destinata ad alimentare l’antipolitica, il disgusto per la politica, il distacco dalla politica. Tanto i governanti quanto il Partito Democratico scaricheranno le responsabilità sull’autonomia del Senato e sulla coscienza dei singoli senatori. Se la prendano tutta.
Pubblicato AGL 30 luglio 2015
Una svolta possibile
Circola sotto i portici, si affaccia nelle piazze, viene sussurrata nelle strade della città (quando i passanti non sono troppo depressi dagli orrendi graffiti che imbrattano tutti i muri) una grande novità. Nel Partito Democratico cresce la convinzione che, però, non è ancora maggioritaria, che, per scegliere il sindaco, questa volta sarebbe opportuno non fare casini. In tutte le occasioni dal 1999, tranne che per le primarie molto sotto tono, ma anche segnate, troppi hanno deciso di dimenticarlo, da più che deplorevoli affermazioni e comportamenti nei confronti di Maurizio Cevenini, che hanno condotto alla candidatura di Merola, il Partito della Città è riuscito a combinarne di tutti colori. E non ha imparato un bel niente. Adesso, forse qualche segnale piuttosto efficace che è venuto dai ballottaggi di Arezzo e di Venezia, forse l’incombere di pasticci grossi a Roma, forse la determinazione di Merola, magari talvolta sopra le righe, e, comunque, la sua ferma intenzione di non sgombrare il campo, confortato dal sondaggio in corso, forse lo scarso coraggio mostrato dai potenziali sfidanti, fanno pensare che i dirigenti abbiano deciso, con il collo più o meno obtorto, di assecondare le preferenze di Merola. Questo non significa né che, da un lato, le prestazioni del sindaco siano giudicate eccellenti (come dovrebbe essere in una città che continua ad avere un’alta autostima), né che, dall’altro, non ci saranno inconvenienti da affrontare e ostacoli da superare di qui alla primavera del 2016.
Il mantra, non soltanto dei Democratici, continua a essere quello di guardare ai programmi e non alle persone. In questo caso, però, la persona, ovvero il sindaco in carica, è, in un senso molto preciso, anche il programma. Non ha fatto granché, ma ha iniziato progetti sostiene, diventato “buonista”, Fabio Roversi Monaco. Ha portato a compimento le piste ciclabili, afferma deciso Filippo Taddei, il potente consigliere economico di Renzi. Per fortuna non aggiunge che queste nuove piste, che i pedoni preferiscono ai marciapiedi dissestati, ci sono invidiate da tutta l’Europa. Altre testimonianze verranno. Mancano due cose per rafforzare la posizione di Merola: primo, una valutazione “serena” (ahi ahi ahi) di quello che è stato fatto con numeri precisi e convincenti; secondo, non si vede nessun progetto per il futuro.
Merola non sa, non vuole dire, non ha elaborato un’idea di città per i prossimi cinque anni. Anche se, naturalmente, un progetto di trasformazione e di rilancio non può uscire unicamente dalla sua testa, bisognerebbe che cominciasse a pensarci adesso, evitando cose spettacolari come gli Stati Generali o le passerelle di “esperti”, tutto dejà vu e poco piaciuto, e ricercando modalità innovative. Tuttavia, l’impulso e il canovaccio debbono essere farina del suo sacco. Non dovendo difendersi da subdoli attacchi, Merola ha almeno tutta l’estate per dedicarsi a questo compito e per dimostrare che, sì, questa volta, evitati i casini, faranno la loro comparsa molte proposte buone e applicabili.
Pubblicato il 25 giugno 2015
I tanti campanelli d’allarme
Il campanello d’allarme per il Partito Democratico e per il suo segretario, Matteo Renzi, se si occupa anche del suo partito, era già suonato due settimane fa. Il risultato delle elezioni regionali è stato, nel migliore dei casi, un pareggio quanto a regioni vinte, ma, più realisticamente, ha costituito una non trascurabile perdita di voti. Rapidamente sepolto sotto il tappeto di un’inutile direzione del partito quell’esito alquanto sgradevole, soprattutto in Liguria e In Veneto, il Presidente del Consiglio ha continuato nella sua martellante comunicazione sulle cose già fatte, spesso soltanto a metà, e sulle cose da fare, naturalmente, in fretta. Nel frattempo, cresceva in quantità e in rumore la drammatica evidenza del sistema di corruzione denominato “Mafia Capitale” caratterizzato dal coinvolgimento anche di non pochi e non marginali spezzoni del Partiti Democratico. Né è svanito, anzi, rimane ancora molto inquietante, il problema, tutto del Presidente del Consiglio, di come procedere nei confronti del governatore De Luca, con l’interpretazione prevalente della legge che sostiene una trafila fulminea dalla proclamazione dell’eletto alla sua sospensione. Infine, ha fatto la sua comparsa il caso di un Senatore del Nuovo Centro Destra, decisivo alleato di governo, per il quale la magistratura ha chiesto l’arresto.
Tutte le volte che gli elettori votano, anche nelle elezioni regionali e municipali, tengono inevitabilmente conto di una pluralità di fattori ovvero, meglio, quei fattori finiscono per influenzarne l’opzione di voto. I candidati contano, l’identità di partito sempre meno, le tematiche insorgenti un pochino di più. Pensare che a Venezia e ad Arezzo i candidati del Partito Democratico abbiano perso al ballottaggio perché gli elettori sono preoccupati dai migranti asserragliati alla Stazione Centrale di Milano, tenuti a bada a Roma Tiburtina, bloccati a Ventimiglia, mi pare davvero eccessivo. Magari, a Venezia, oltre ad un candidato non dotato di grande fascino personale, il Partito Democratico paga anche, in quanto partito di governo, lo scandalo del Mose che il vittorioso candidato di centro-destra, un outsider non precedentemente coinvolto in politica, non ha nessuna difficoltà a dribblare. Ad Arezzo, è plausibile che il candidato di Renzi e di Boschi non abbia fatto breccia in quell’elettorato di sinistra, non solo snobbato da dirigenti che guardano al centro, ma ritenuto insignificante, ininfluente, anche facile da incolpare per malanni che dipendono proprio dal centro (del Partito Democratico).
La vice-segretaria del PD, Debora Serracchiani ha seraficamente dichiarato: “dobbiamo rafforzare il partito sui territori”. E’ un’affermazione che apre una prateria di attività impegnative per un partito, ma soprattutto per i collaboratori di Renzi che hanno puntato tutto sul loro leader, il giovane capitano coraggioso che ha sfidato e sconfitto la ditta di quelli che “non hanno mai fatto nessuna riforma”. Diamo pure ragione a Serracchiani e aspettiamo questa impennata di attivismo dem per radicare il PD sui territori. Certo, una svolta di questo genere richiede non soltanto che il segretario-Presidente del Consiglio “cambi verso” alla sua strategia di personalizzazione estrema, ma accetti anche l’idea che un partito, quando diventa e vuole rimanere grande, magari non spingendosi fino a dirsi rappresentativo “della Nazione”, deve essere pluralista. Deve consentire il dissenso, soprattutto quando è fondato (già si parla di ritocchi all’Italicum) e argomentato, persino valorizzandolo. Altrimenti, i campanelli d’allarme si moltiplicheranno e il loro suono rischierà di non rendere più udibili gli slogan esageratamente ottimistici dell’uomo solo (anche perché abbandonati da elettori che se ne stanno a casa)al vertice più che effettivamente al comando.
Pubblicato AGL 16 giugno 2015



