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Corbyn è il vecchio, Renzi è borioso. La nuova sinistra è un’altra cosa

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Non sta nascendo una nuova forza progressista europea. Troppe differenze tra il leader Labour, Podemos e Syriza

Intervista raccolta da Marco Sarti per LINKIESTA.it

Podemos in Spagna, Syriza in Grecia, adesso la vittoria di Jeremy Corbyn alle primarie del partito laburista inglese. In Europa sta nascendo una nuova sinistra? Il politologo Gianfranco Pasquino non sembra troppo convinto. Professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna, già senatore della Sinistra indipendente dal 1983 al 1992 e dei Progressisti dal 1994 al 1996, l’autore del primo ddl sul conflitto di interessi in Italia spiega: «Corbyn non diventerà mai primo ministro. E questo lo sa anche lui». Le differenze con Podemos e Syriza sono tante, a partire dal gap generazionale che divide il politico britannico dagli altri leader. In compenso è basso il rischio di conseguenze politiche per l’Italia. «Se nel Partito democratico ci sarà una scissione – continua Pasquino – sarà solo per colpa della boria di Matteo Renzi».

Professore, in Europa sta nascendo una nuova sinistra?

La vittoria di Corbyn non mi ha sorpreso. Le possibilità sono cresciute nel corso del tempo e negli ultimi giorni prima del voto la sua affermazione era piuttosto annunciata. Ma non sono sicuro che si tratti di un fenomeno europeo. I leader di Podemos e Syriza rappresentano una nuova sinistra, Corbyn rappresenta la vecchissima sinistra già presente nel partito laburista. Consideriamo che siede in Parlamento già dal 1983. Per i laburisti questo è un ritorno al passato. Gli stessi punti programmatici di Corbyn sono espressione del passato. Penso alle nazionalizzazioni, che dovrebbero far rabbrividire qualcuno.

Spagna e Grecia hanno anche una diversa situazione economica rispetto all’Inghilterra.

Se è per questo Spagna e Grecia sono anche due ex regimi, la Gran Bretagna no. Ma c’è anche un’altra differenza. Corbyn ha quasi 70 anni, forse è mio coetaneo. I leader di Syriza e Podemos sono quarantenni: un gap generazionale che si traduce anche in un gap di idee.

A unire queste diverse esperienze politiche forse sono le crescenti disuguaglianze in Europa?

Il filo conduttore, l’unico elemento che vedo, sono i rapporti con l’Europa. Anzi, l’opposizione contro il modo in cui questa Europa si è autogovernata negli ultimi dieci anni.

I critici assicurano che Corbyn è destinato a rappresentare la protesta, mai una posizione di governo.

Sulla base delle tre elezioni perse dai laburisti dal 1983 al 1992 direi che sono d’accordo. Corbyn può rappresentare una ripresa per i laburisti, la creazione di un nuovo partito. Ma penso che neppure lui abbia mai sognato di diventare primo ministro. Anche con la più fervida immaginazione, nel suo orizzonte non c’è questa aspirazione.

In Inghilterra si teme una scissione nel partito. E se invece la scissione arrivasse in Italia? Qualche esponente del Pd potrebbe decidere di dar vita a un nuovo movimento di sinistra anche nel nostro Paese?

Nel partito laburista una scissione ci fu effettivamente nei primi anni Ottanta, con la nascita del partito socialdemocratico. Se pensiamo che 220 parlamentari su 240 non hanno votato per Corbyn, è possibile immaginare che oggi altri si spostino per cercare nuove alleanze. In Italia è diverso. Chi ha guardato altrove come Stefano Fassina non ha fatto molta strada. E credo che Gianni Cuperlo, nonostante condivida l’iniziale del cognome con Corbyn, non abbia intenzione di intraprendere lo stesso percorso. Le vittorie altrui non devono determinare conseguenze per noi. Se ci sarà una scissione sarà per altre logiche, penso alla ristrutturazione del partito. Contro la boria insopportabile di un presidente del Consiglio che è anche segretario del partito. Ecco una differenza, Corbyn non ha alcuna boria, Matteo Renzi ne ha in gran quantità.

Insomma oggi in Europa chi è fuori contesto? Podemos e Syriza, Jeremy Corbyn o il Partito democratico?

Corbyn non è fuori contesto, nel partito laburista quella sinistra è sempre esistita. Siamo noi difformi rispetto al resto d’Europa. Spesso si dimentica la storia. Questo Partito democratico è il prodotto di una fusione tra quello che restava degli ex comunisti e quello che restava degli ex democristiani, all’epoca Margherita. Ed è un partito guidato da un leader che viene dagli ex Dc. Non c’entra nulla con la tradizione europea. Adesso si tenta di costruire un’identità con l’adesione al partito socialista europeo, ma quel dna comune di cui ha recentemente parlato Giorgio Napolitano non esiste.

Pubblicato il 14 settembre 2015

Senato: una riforma da fischiare

La (brutta) riforma del Senato sta diventando anche qualcos’altro. Ovvero è gia un campo di battaglia minato sul quale si confrontano, più o meno incautamente, non disegni sistemici di un’efficace e duratura modifica del bicameralismo italiano e dei rapporti fra Parlamento, Governo e cittadini, ma disegni di futuri assetti dentro il Partito Democratico, nel governo di Renzi, nell’ambito disgregato del centro-destra, sulle alleanze che verranno e che, probabilmente, finiranno per implicare anche una riforma della freschissima, anch’essa brutta, riforma elettorale detta Italicum.

L’obiettivo di Renzi(Boschi) è di portare a casa la riforma del Senato così com’è stata approvata in prima lettura perché vuole dimostrare di essere in controllo del suo gruppo parlamentare, di non avere nessun bisogno dell’apporto delle minoranze del PD, di sapere attrarre voti più o meno conosciuti e riconoscibili dei verdiniani e dei berlusconiani sparsi. Se ci riuscirà, Renzi pensa di procedere a vele spiegate verso il completamento della legislatura, oppure, a sua preferenza (e, magari, anche del Presidente Mattarella) verso elezioni anticipate, ma non prima dell’entrata in vigore dell’Italicum: 1 luglio 2016.

L’obiettivo delle minoranze, nascosto dietro la richiesta di un Senato elettivo, secondo modalità non chiaramente definite, è, al contrario, dimostrare che hanno voti di cui Renzi deve tenere conto e che servono a disegnare una riforma migliore (personalmente, ne dubito). Quanto ai verdiniani, entreranno agguerriti nel campo di battaglia appena sarà chiaro che possono essere decisivi. Vogliono, da un lato, che si sappia che Renzi ha usufruito del loro apporto; dall’altro, che Berlusconi prenda atto che i verdiniani contano e possono essere decisivi. Dal canto suo, Berlusconi (incoraggiato soprattutto da Brunetta) desidera che Renzi vada a sbattere contro il muro di un Senato che non controlla. Di conseguenza, sarà poi costretto ad aprire negoziati con lui (una sorta di Nazareno II) riconoscendolo tuttora capo del centro-destra. Indirettamente, ne risulterebbe dimostrato che gli alfaniani non soltanto non sono decisivi, ma sono subalterni nel governo Renzi, destinati ad essere fagocitati (infatti, alcuni degli alfaniani si apprestano a lasciare il Nuovo Centro Destra).

Sullo sfondo di tutto questo tramestio politico, sta la modifica del Senato che merita due considerazioni specifiche e puntuali. La prima considerazione è che la riforma del bicameralismo è, al tempo stesso, necessaria e utile, ma deve essere congegnata con la motivazione prioritaria e sovrastante non di una drastica riduzione del potere e dei compiti del Senato e dei senatori, ma di un miglioramento del sistema politico. In questa chiave, sarebbe stato, e continua a essere preferibile un’argomentata abolizione del Senato alla quale, in coerenza, né le sinistre interne né i Cinque Stelle potrebbero ragionevolmente opporsi. Ricominciare da capo? Sì, si può e si potrebbe anche procedere in fretta. Fra l’altro, di qui al 2018 di tempo ce n’è a sufficienza. La seconda considerazione è che né le riforme elettorali né, tantomeno, le riforme costituzionali dovrebbero essere utilizzate per la resa dei conti fra gli schieramenti politici né, tantomeno, fra maggioranza e minoranze dentro ciascun partito. Una modifica, possibile e sicuramente, auspicabile, nata male, rischia di finire peggio.

Lo so che suona retorico e quasi di maniera, ma qui ci sta davvero un appello al Presidente della Repubblica. Forse, tra le quinte, con discrezione, qualcosa Mattarella avrà già detto al suo sponsor Renzi (che si vanta fin troppo del suo ruolo nell’averlo portato al Quirinale), ma il Presidente non deve dimenticare che è il “guardiano della Costituzione” oltre a fungere anche da arbitro, come ha detto lui stesso, fra i partiti-giocatori. Fischi, Presidente, fischi subito. Troppi giocatori non stanno giocando correttamente e la partita è diventata deprimente.

Pubblicato AGL 13 settembre 2015

L’Italicum nelle condizioni date

Larivistailmulino

Da “il Mulino“, n. 4/2015, pp. 631-639

Con la sola eccezione della Quinta Repubblica francese, nessuna democrazia dell’Europa occidentale ha riformato il suo sistema elettorale nel secondo dopoguerra. Il sistema adottato all’inizio della vita di quasi tutte le democrazie occidentali è rimasto tale nella sua sostanza tranne qualche piccolo ritocco. Peraltro, la Francia offre molteplici esempi di riforme elettorali e di cambiamenti di repubbliche. Nel 1985, il Presidente François Mitterrand impose l’abbandono del doppio turno nei collegi uninominali a favore di una legge elettorale proporzionale che non impedì la vittoria del centro-destra di Jacques Chirac, ma aprì le porte dell’Assemblea nazionale al Front National di Jean-Marie Le Pen. Subito dopo la sua vittoria, Chirac re-instaurò il doppio turno che non è più stato toccato. In Italia, invece, oltre al tentativo, fin troppo spesso menzionato, della legge truffa (1953), si sono avute nell’ultimo ventennio due riforme elettorali molto incisive e un ritocco nient’affatto marginale. Suggerirei a chi paragona l’Italicum alla legge truffa di farlo non guardando soltanto ai meccanismi, in buona misura comunque diversi, ma al contesto e alle presumibili conseguenze. Quanto ai meccanismi, il semplice fatto che il premio della legge truffa sarebbe stato attribuito ad una coalizione (non ad un partito) che avesse ottenuto il 50 per cento più uno dei voti, è un elemento decisivo di cui tenere grande conto per qualsiasi buona comparazione.

Del contesto della legge truffa sappiamo che De Gasperi voleva difendere le coalizioni centriste dalle pressioni di coloro, Vaticano compreso, che auspicavano un’alleanza con i neo-fascisti. Almeno una delle possibili conseguenze della legge truffa è da tenere in grande considerazione, vale a dire che con i due terzi dei parlamentari, acquisiti grazie al premio di maggioranza, i centristi gonfiati sarebbero stati in grado di eleggere chi volevano alla Presidenza della Repubblica, ma, soprattutto, avrebbero potuto passare “dall’ostruzionismo di maggioranza” (copyright Piero Calamandrei), nella non attuazione della Costituzione, allo stravolgimento degli istituti più innovativi e meno graditi, neppure ancora esistenti: Corte Costituzionale e Consigli regionali. Il resto della comparazione della legge truffa con l’Italicum lo lascio, temporaneamente, al lettore, ma chi volesse avventurarsi, lo sconsiglio, nella comparazione Italicum/sistema elettorale francese deve sapere che il primo è un sistema proporzionale in circoscrizioni con più eletti, il secondo un sistema maggioritario in collegi uninominali: due logiche diverse quando non addirittura opposte. Quanto all’eventuale comparazione fra Mattarellum e Italicum, l’affermazione di Renzi (conferenza stampa di fine 2014) che “l’Italicum è un Mattarellum con preferenze”, non criticata da nessun giornalista né mai ripresa e rilanciata da nessun costituzionalista e filosofo renziano , lascia allibiti. L’Italicum è un sistema elettorale proporzionale con premio di maggioranza, mentre il Mattarellum è un sistema elettorale maggioritario con recupero proporzionale. Definirli entrambi sistemi misti equivale a cancellarne con nessun vantaggio cognitivo proprio la differenza che conta nella traduzione di voti in seggi. In entrambi, all’incirca i tre quarti dei seggi sono attribuiti rispettivamente con formula proporzionale l’Italicum, con formula maggioritaria il Mattarellum.

Se nel 1993 e nel 2005, ma anche nel 1991, sono state fatte due riforme elettorali e un intervento dalle notevoli conseguenze, la narrazione renziana, come ho già avuto modo di scrivere su questa Rivista, dei “trent’anni senza fare riforme”, crolla come un castello di carte truccate. E’ vero che il ritocco, vale a dire, il passaggio da tre o quattro voti di preferenza alla preferenza unica da esprimersi scrivendo il nome del candidato/a fu prodotto da un voto referendario nel 1991 (con la campagna elettorale intelligentemente centrata sulla possibilità per l’elettore di scegliere il suo rappresentante), ma è anche vero che il Mattarellum fu scritto dalla Camera dei Deputati su impulso, ma non su dettatura, del referendum del 1993. Ancora più vero è che l’importante e ben funzionante legge sui sindaci fu redatta dal Parlamento, nel quale giacevano utili disegni di legge in materia (fra i quali uno scritto da me per la Sinistra Indipendente del Senato), proprio per sventare un referendum dal contenuto ancora più maggioritario.

Nell’ottobre-dicembre 2005 tanto velocemente che si può dire frettolosamente, la maggioranza di centro-destra formulò e approvò il Porcellum (e molto altro in materia di riforme costituzionali). Non è che delle riforme che non piacciono è lecito dire che non sono riforme poiché, altrimenti, anche dell’Italicum diventa obbligatorio consentire agli oppositori di sostenere che non è vera riforma. Inoltre, non si dimentichi che anche nel caso dell’Italicum la spinta riformatrice è stata esogena: la sentenza n. 1/2014 della Corte Costituzionale che ha fatto uno spezzatino del Porcellum. Dopo avere esordito con un ventaglio di tre proposte, Renzi ha mercanteggiato con Berlusconi, contraente unico del Patto del Nazareno, un sistema che, nella sua impostazione, nella sua struttura, in molte sue clausole, è sostanzialmente un Porcellinum. Vi si trova quasi tutto quello che c’è nel Porcellum, ma in misura ridotta. Liste bloccate, ma non del tutto; candidature multiple, ma non dappertutto; soglie di accesso alla Camera dei deputati, ma più basse; premio di maggioranza, ma con soglia percentuale predefinita e relativamente elevata per guadagnarlo. Se nessuna lista/partito supera la soglia, qui sta la novità, che poteva essere ancora migliore, il premio sarà attribuito soltanto dopo un ballottaggio fra i due partiti o le due liste che hanno ottenuto più voti senza raggiungere il 40 per cento. Meglio sarebbe stato stabilire che: 1) il ballottaggio deve tenersi comunque, anche se un partito supera il 40 per cento dei voti; 2) al ballottaggio sono consentiti, come già avviene per l’elezione dei sindaci, gli apparentamenti. Ad ogni buon conto, il ballottaggio, pure molto apprezzabile per il potere che dà agli elettori, contraddice platealmente uno degli slogan renziani: sapere chi ha vinto la sera delle elezioni. Per lo più, ci vorranno un paio di settimane per conoscere il nome del vincitore. Più seriamente, sono molti i sistemi elettorali, a cominciare da quello tedesco, che, pur senza premio di maggioranza, hanno regolarmente consentito agli elettori di conoscere rapidamente il nome del vincitore. Nessuno, ma proprio nessuno degli studiosi di sistemi elettorali (mi limito a citare i più grandi, da Duverger a Rae, da Rokkan a Lijphart, tutti notissimi agli studiosi) ha mai preso in considerazione questo elemento né lo ha ritenuto rilevante nel valutare la qualità dei sistemi elettorali.

Il ballottaggio sempre e comunque si giustifica poiché è una delle modalità più sicure per dare potere agli elettori. Non solo due voti sono meglio di uno, ma il voto del ballottaggio è effettivamente un voto al governo e, se proprio lo si vuole leggere come un mandato, un voto anche a favore del capo della maggioranza vittoriosa. Poiché l’Italicum impedisce la formazione di coalizioni pre-elettorali, la possibilità di apparentamenti in caso di ballottaggio allontanerebbe meno l’Italia dalle altre democrazie parlamentari europee. In tutte queste democrazie, ad eccezione della Gran Bretagna (dopo la fase di coalizione Conservatori-LiberalDemocratici, 2010-2015), la Spagna (in attesa delle elezioni di fine anno, ma con la consapevolezza che i partiti regionali, specie quelli catalani, hanno costantemente offerto il loro aiutino sia ai Socialisti sia ai Popolari) e la Svezia (quando i Socialdemocratici non ottengono abbastanza seggi per fare e guidare un governo di minoranza) sono stati e continueranno ad essere di coalizione. E’ vero che le coalizioni italiane hanno una storia dei rissosità e di disomogeneità, ma un partito grande e un capo capace e motivato, che non pensi di essere un “assistente sociale”, ma sappia agire da leader politico, possono cambiare questa storia non edificante, ma neppure tutta ingenerosamente e ignorantemente da buttare. Infatti, le coalizioni di governo sono potenzialmente in grado di offrire due vantaggi. Primo, una coalizione è regolarmente più rappresentativa di preferenze, interessi, ideali di un qualsiasi partito unico quand’anche questo partito tenti minacciosamente di presentarsi come Partito della Nazione. Secondo, qualsiasi coalizione impone ai contraenti che formano il governo di espungere i loro punti programmatici estremi, quindi più controversi, a favore di un programma più moderato, più aderente alle aspettative dell’elettorato, più facile da tradurre in politiche pubbliche.

Saranno i voti (e i seggi) ottenuti dai partiti coalizzati/apparentati a consentire loro di attuare le politiche pubbliche preferite senza incamminarsi, grazie alle resistenze opposte dai rispettivi elettorati, su strade settarie. Sarà il partito più grande in termini di voti ad avere, come accade in tutte le democrazie parlamentari europee, più cariche, più potere, più responsabilità. Senza necessariamente essere un teorico delle coalizioni, Roberto Ruffilli aveva auspicato in Commissione Bozzi che in Italia si costruisse una “cultura della coalizione”. Farne, come ha detto gongolante a “Porta a porta” il vicesegretario del PD Lorenzo Guerini, un sostenitore ante litteram dell’Italicum perché il libro di Ruffilli ha come titolo Il cittadino come arbitro non è solo una manipolazione. E’ un’aberrazione imperdonabile. Incidentalmente, for the record, in Commissione Bozzi sia Ruffilli sia Barbera (con Andreatta, Scoppola, Segni) votarono un ordine del giorno a favore del sistema elettorale tedesco.

In maniera che sarebbe divertente, se non fosse stupida, i sostenitori dell’Italicum ne hanno vantato la minore disproporzionalità dell’esito rispetto a quanto avvenuto nelle elezioni inglesi del 7 maggio 2015. Quand’anche il paragone non fosse platealmente improprio e, fra l’altro, improponibile poiché l’Italicum non ha ancora avuto nessuna applicazione, sarebbe preferibile paragonare i due sistemi in termini di rappresentanza politica, uno dei punti maggiormente vantati dagli italioti. Nei collegi uninominali sia inglesi sia francesi, gli elettori sanno come i candidati sono stati prescelti, li vedono e li ascoltano, talvolta persino interloquiscono con loro. A loro volta, i candidati che, con pochissime qualificate eccezioni, sono espressione sociale, culturale, politica di quel collegio, vedono gli elettori, li ascoltano e rispondono alle loro domande prima di tornare, periodicamente e alla fine del loro mandato, a rispondere dei loro comportamenti in Parlamento, di quanto hanno fatto, non hanno fatto, hanno fatto male. Sono le personalità e le azioni e omissioni dei candidati che ne determinano elezione e rielezione. Invece, nell’Italicum, ha affermato giuliva il Ministro delle Riforme Istituzionali Maria Elena Boschi, sarà il capolista bloccato ad avere il ruolo di rappresentante di collegio. Personalmente, lo riterrei piuttosto un “commissario politico”. Poiché i collegi sono cento sicuramente il Partito Democratico avrà cento “rappresentanti di collegio”, ma nello stesso collegio saranno altrettanto sicuramente eletti anche alcuni candidati del Partito Democratico oltre che, quantomeno, anche un rappresentante del Movimento Cinque Stelle, probabilmente un rappresentante di (quel che resta di) Forza Italia, in tutti i collegi del Nord un rappresentante della Lega di Salvini, in maniera sparsa ed episodica molti dei capilista bloccati del Nuovo Centro Destra e dei Fratelli d’Italia. Insomma, saranno molti gli elettori a godere della straordinaria e insperata condizione di essere “rappresentati” addirittura da quattro o cinque diversi rappresentanti di collegio, magari non nati lì, mai vissuti lì, diventati rappresentanti di non sapranno bene che cosa tranne, questo lo sanno benissimo e sarà ricordato loro di frequente, del leader che li ha nominati e lì li ha piazzati.

Nei collegi uninominali, chi vince sa benissimo che cosa deve e che cosa può rappresentare. Sa anche che il suo mandato serve ad imparare a conquistare elettori aggiuntivi che vadano a sostituire quegli elettori che, inevitabilmente, si sentiranno insoddisfatti. In quei collegi, la politica ravvicina elettori ed eletti. Ai capilista bloccati questo ravvicinamento non potrebbe importare di meno. Degli elettori non si cureranno, ma guarderanno e passeranno alla faccia della rappresentanza del collegio, di un collegio che molti conosceranno poco e male. Poiché gli elettori avranno anche la possibilità di dare uno o due (in questo caso obbligatoriamente sia per un uomo sia per una donna) voti di preferenza, potrebbero anche verificarsi casi di uomini e donne davvero espressione di quei collegi. Che là vivono, che vi hanno fatto attività politica, che hanno una biografia professionale di rilievo, che si sono rivelati in grado di ottenere un alto numero di preferenze, ma che, per il cattivo andamento del loro partito in quel collegio, non sono riusciti a vincere il seggio. Alla faccia della rappresentanza, il capolista bloccato entrerà in Parlamento; il candidato molto preferenziato ne rimarrà fuori e con lui si sentiranno tagliati fuori da una buona e affidabile rappresentanza anche tutti gli elettori che lo hanno votato (magari con qualche riluttanza non gradendo del tutto il partito, ma fidandosi della persona, delle sue qualità, della sua storia). Ci sarebbe da dire anche sulla doppia preferenza su base di genere che rischia di re-introdurre sgradevoli fenomeni di piccole cordate che poco avranno a che vedere con la rappresentanza e molto con il potere anche clientelare.

Fra i grandi meriti (a futura memoria) dell’Italicum vantati dagli italioti un posto centrale occupa il bipolarismo. Non soltanto l’Italicum lo preserverebbe, lo incoraggerebbe e lo incardinerebbe, ma lo trasformerebbe da sgangherato, muscolare e feroce in funzionale, temperato, buono. Come il buon bipolarismo possa essere incoraggiato e preservato da una legge che, primo, come abbiamo visto, impedisce la formazione di coalizioni; secondo, con la bassa soglia di accesso alla Camera dei deputati, un risibile 3 per cento, consente e quasi premia la frammentazione partitica, appare un mistero assolutamente inglorioso. Solo parzialmente l’eventualità del ballottaggio va nel senso di incoraggiare il bipolarismo. Infatti, se le aggregazioni prima del ballottaggio sono vietate, l’esito più probabile è la corsa di tutti contro tutti, all’insegna del “o la va o la spacca”. Altro non si può fare. Pur essendo inevitabile constatare che, nella situazione data, al ballottaggio arriverebbe il Movimento Cinque Stelle, non ne consegue affatto che l’Italia avrebbe un assetto bipolare nella Camera dei deputati. Come minimo vi sarebbero rappresentati cinque partiti (PD, Cinque Stelle, Lega, Forza Italia, Area Popolare-NCD), forse sei (Fratelli d’Italia). Se, innamorati dell’esperienza inglese, cercassimo un governo-ombra, elemento cardine di quel bipolarismo, non sapremmo proprio dove andare a trovarlo. Tralascio il fatto che non tanto il Movimento Cinque Stelle è tecnicamente e orgogliosamente “anti-sistema”, vale a dire che potendo cambierebbe non il governo, ma il sistema, bensì che le clausole dell’Italicum non gli impongono alcuna costrizione a cambiare strategia e posizionamento, a cercare alleati, a entrare nella logica di una competizione sanamente bipolare. Anche se non porta al governo, questa competizione spinge nel senso della costituzione di un’opposizione parlamentare che si darà comportamenti tali da caratterizzarsi come effettiva e praticabile alternativa di governo. Invece, no: avremo un partito gonfiato dal premio di maggioranza che sarà punzecchiato, ma mai veramente controllato e sfidato dalle minoranze parlamentari che non riescono a farsi opposizione vera.

No, l’Italicum non dà vita al sindaco d’Italia, che è una brutta formula e che, a livello nazionale, configurerebbe un pessimo esito. Infatti, all’Italicum mancano i due cardini della competizione per vincere la carica di sindaco, vale a dire: a) la possibilità di coalizioni pre-elettorali e b) la facoltà di apparentamenti in caso di ballottaggio fra i due candidati sindaco più votati. Inoltre, nelle leggi per l’elezione del sindaco esiste il voto di preferenza per i consiglieri comunali. Tuttavia, non c’è dubbio che l’Italicum dà grande visibilità e grande potere al capo del partito che vince il premio di maggioranza. Non sono fra i cultori della deriva autoritaria della democrazia italiana già di per sé di bassa qualità. Credo che i paragoni fra Renzi e Mussolini siano assolutamente malposti e per nulla illuminanti, addirittura fuorvianti (suggerirei anche di non fare inutili paragoni fra la Legge Acerbo e l’Italicum). Dare grande potere a chi non ha particolari qualità non sfocia nell’autoritarismo, ma, forse, in tentazioni di autoritarismo, più probabilmente in disfunzionalità le cui avvisaglie abbiamo già variamente visto. Intravvedo, questo sì, un po’ di presidenzializzazione negli effetti presumibili dell’Italicum con sconfinamenti del governo sia sul versante della Corte Costituzionale sia sul versante di quel tanto o poco di indipendenza il Parlamento e i parlamentari dovrebbero cercare di mantenere ed esercitare sia, infine, nei confronti del Presidente della Repubblica. Continuo a meravigliarmi del favore con cui molti commentatori che si autodefiniscono “liberali” accolgono il potenziamento del governo e del capo del governo senza neppure suggerire qualche contrappeso.

Faremmo troppo onore agli inventori pitagorici dell’Italicum se pensassimo che si erano resi conto delle conseguenze sistemiche del loro tipo di legge elettorale sulle altre istituzioni (qui mi corre l’obbligo di segnalare, per approfondimenti, le posizioni che ho elaborato, tenendo conto del sistema, in Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate, Milano, Egea, 2015), ma quelle sul potere del Presidente sono troppo visibili per non essere state almeno intraviste. Qualcuno discuterà del quorum necessario all’elezione del (prossimo) Presidente affinché la gonfiata maggioranza di governo (non) vi possa procedere prepotentemente da sola. Qui mi limito a rilevare che al Presidente della Repubblica viene, almeno in prima battuta, sottratto il potere di “nominare” il Presidente del Consiglio. Difficilmente potrà operare per la sua sostituzione nel caso di comportamenti erratici, riprovevoli oppure, semplicemente, inadeguati. Non avrà più il potere reale di sciogliere il Parlamento ovvero, meglio, di rifiutarne uno scioglimento opportunistico. L’elasticità della forma parlamentare di governo, una delle caratteristiche più preziose delle democrazie parlamentari, in sé e non soltanto se paragonate alla rigidità dei presidenzialismi, è da considerarsi sostanzialmente cancellata con conseguenze la cui gravità speriamo di non dovere mai misurare. Chi sa se il Presidente Mattarella si è già reso conto di essere stato circoscritto e dimezzato, messo sul binario delle funzioni cerimoniali, per di più, in competizione con il Presidente del Consiglio? Chi rappresenterà la Nazione? Non i parlamentari nominati (e paracadutati). Non un Presidente eletto da una maggioranza resa forte grazie ad un premio. Probabilmente, la rappresentanza della Nazione sarà rivendicata dal capo del sedicente Partito della Nazione (e dalle sue corifee).

L’Italicum non è affatto, come i renziani hanno pappagallescamente sostenuto, l’unica legge elettorale possibile nelle condizioni date. Tanto per cominciare, “le condizioni date” sono cambiate almeno un paio di volte e non di poco, ridimensionando il potere di veto di Berlusconi. In secondo luogo, la politica è proprio l’attività che mira a cambiare le condizioni date, ma nessuno dei renziani ha mai saputo né voluto tentare di cambiare quelle condizioni. Poche idee ossessivamente difese non promettono nessuno sbocco innovativo, nessuno sbocco europeo come, d’altronde, rivela, persino inconsciamente, il nome della (non tanto) nuova legge elettorale. Per essere europei bisogna non soltanto guardare alle democrazie europee che funzionano, non sono poche, ma sapere imitare i modelli a partire dalla loro ratio, la loro logica istituzionale. In conclusione, non sarò così ipocrita da affermare che mi auguro che l’Italicum funzioni. No, al contrario, è preferibile che questo brutto sistema elettorale malamente proporzionale riveli fin dalla prima applicazione le sue molte magagne e sia rapidamente e incisivamente riformato ovvero, ancora meglio, completamente sostituito. Amen.

Parla la ditta. Una speranza

Corriere di Bologna

 

La politica non è luogo di gentilezze, meno che mai nel Partito democratico conquistato da Renzi e popolato da zelantissimi sostenitori. L’invito a Bersani di concludere la Festa dell’Unità di Bologna non può dunque essere considerato il risarcimento di uno sgarbo passato. Neppure è possibile pensare sia un ramoscello d’ulivo, dato lo stato dei rapporti fra la maggioranza renziana (che «va avanti e non si farà fermare», come ripetono pappagallescamente gli apologeti) e le minoranze che, invece, sono inclini a chiedere tempo. Per di più, la data del discorso di Bersani, 20 settembre, rischia, ma forse sbadatamente non ci hanno pensato, di capitare nel mezzo della bagarre sulla brutta riforma del Senato. Sarebbe fin troppo bello se gli organizzatori della Festa, vale a dire i dirigenti politici locali, avessero deciso l’invito sulla base del criterio migliore. Poiché è la festa del Pd, si procede a invitare i più autorevoli dirigenti del partito, quelli che hanno una storia politica (nel caso di Bersani, anche in questa regione) e che hanno capacità di elaborazione politica, seppure Bersani non sia stato fortissimo su tale terreno. Insomma, quelli in grado di dare un contributo a far funzionare efficacemente una Ditta che vorrebbe vedere il proprio nome riflettere anche la sua vita interna. Bersani non è un estremista (mi viene persino da sorridere a scrivere il sostantivo), ma nemmeno un mollaccione. Sicuramente avrà molto di buono da dire e da suggerire sulle politiche delle liberalizzazioni, sulla sana concorrenza nel mercato, sulle privatizzazioni. Un partito che vuole essere grande, non soltanto come veicolo elettorale di un leader, fa ricorso alle competenze e alle capacità di tutti i suoi dirigenti. Bersani, che dimostrò ammirevole generosità politica nel consentire a Renzi di partecipare alle primarie, che gli concesse persino il ballottaggio (non previsto dallo statuto Pd), merita pienamente di chiudere la Festa dell’Unità di Bologna, non come ricompensa, ma perché è giusto che goda dell’opportunità di parlare di politica. Poi, con riferimento ai numeri e agli applausi, misureremo almeno in parte il suo consenso e persino l’affetto dei presenti. È giusto sia anche così. Quel che più conta, però, sarà il modo con cui Bersani sfrutterà l’occasione. Escludo si dedichi a «pettinare le bambole». Soddisferà le aspettative con un discorso politico alto (che non è mai nelle corde dei dirigenti bolognesi propensi a pratiche decennali di accordicchi) capace di riaprire un confronto nel Pd, sulle idee e non sui numeri? Attendiamoci molto, sperabilmente non il canto del cigno.

Pubblicato 11 agosto 2015

189 lettori coscienziosi

La terza Repubblica

Centottantanove senatori hanno rialzato la testa dalle sudate e faticose carte trasmesse dalla Procura della Repubblica di Trani e in un sussulto d’orgoglio hanno detto: “no, non siamo passacarte”. E’ augurabile che continuino a dirlo e a comportarsi di conseguenza quando, per esempio, toccherà loro guardare le brutte carte della riforma proprio del “loro” Senato. Mentre il suo vice-segretario, la abitualmente zelantissima Debora Serracchiani, si scusa con gli elettori del PD, il segretario Renzi, poco noto per tenere in conto e apprezzare i problemi di coscienza, plaude ai magnifici centottantanove, fra i quali, però, qualcuno è ancora più magnifico. Luigi Manconi affida il suo garantismo allo Huffington Post; Giorgio Tonini imperversa in televisione e sui social; Pietro Ichino motiva in un articolo sul Corriere (ma sono in ansiosa attesa della sua newsletter del lunedì). Tutt’e tre sostengono di avere letto le carte, vale a dire le 560 pagine inviate alla Commissione del Senato per le Immunità Parlamentari. Tutt’e tre dicono sostanzialmente le stesse cose, già anticipate da un loro costituzionalista di riferimento che si sta da tempo posizionando per la Corte.

In attesa che qualche giornalista investigativo (“ci sarà pure un uomo o una donna di tal fatta a Roma?”) vada a verificare se, come, quando e per quanto tempo, Manconi, Tonini e Ichino (più il loro costituzionalista) hanno preso a prestito quella corposa relazione, è lecito chiedere se anche gli altri centottantasei senatori sono stati altrettanto solerti e studiosi. E’ lecito anche dubitarne. Qualcuno, però, come il Presidente della Commissione Stefano e presumibilmente tutti i commissari del Partito Democratico, quelle carte le avevano pur lette e si erano fatti un’opinione chiaramente opposta a quella successiva dei centottantanove. Sì, il collega Azzollini (NCD) doveva, come richiesto dalla Procura di Trani, essere messo agli arresti domiciliari, cioè a casa sua, non in un affollato, maleodorante, sporco carcere dove, peraltro già si trovano gli altri coinvolti nella stessa brutta faccenda. A piede libero, l’Azzollini potrebbe inquinare le prove, attivare reti di relazioni personali, sfruttare tutto il potere politico che i colleghi gli hanno riconosciuto per il passato e per il presente.

I centottantanove senatori hanno anche sconfessato platealmente l’operato della Commissione per le Immunità, più precisamente la maggioranza dei senatori del Partito Democratico ha detto alto e forte che i loro colleghi non hanno saputo leggere le carte e le hanno interpretate in maniera sbagliata. Ce n’è quanto basta per, da un lato, chiedere le dimissioni agli incompetenti, dall’altro, attendersi che siano i presunti incompetenti a dare, nobilmente, ma iratamente, le dimissioni. La prossima volta, comunque, ovvero alla prossima richiesta di arresto, quegli “incompetenti” verranno preliminarmente sostituiti, il precedente essendo già stato creato nella Commissione affari costituzionali. E’ stata scritta da questo orgoglioso Senato non passacarte (dunque, assolutamente da preservare, o no?) una bella pagina sulla libertà di coscienza. Sperabilmente, non soltanto quando in gioco è il salvataggio di un esponente della casta. Sperabilmente, non l’ultima pagina.

Pubblicato il 1 agosto 2015 su TerzRepubblica.it

Ecco perché hanno salvato Azzollini

Una maggioranza schiacciante di senatori, addirittura 189, ha salvato dagli arresti domiciliari il collega del Nuovo Centro Destra Antonio Azzollini accusato dalla Procura della Repubblica di Trani di una varietà di reati: dal falso in bilancio alle assunzioni clientelari dallo spreco di denaro pubblico a consulenze d’oro. I numeri sono lampanti. Anche gran parte dei senatori del Partito Democratico, contraddicendo loro precedenti solenni dichiarazioni, ha respinto la richiesta dei magistrati capovolgendo la delibera della Giunta per le immunità che aveva sancito l’insussistenza di intenti persecutori nei confronti del potente senatore Azzollini. Forse i componenti della giunta tanto platealmente sconfessati dai loro colleghi dovrebbero trarne qualche conclusione, magari anche quella dell’inutilità e irrilevanza del loro lavoro e, forse, della stessa esistenza della Commissione.

Ovviamente, nonostante le sempre ipocrite dichiarazioni, pochi senatori, oltre, sperabilmente, ai componenti della giunta, si sono formati un’opinione dopo avere effettivamente letto le carte. Infatti, quasi nessuno di loro si è pubblicamente espresso contrastando specifiche motivazioni dei magistrati. La maggioranza di loro sostiene di avere votato “secondo coscienza”. Curiosamente, in maniera assolutamente inusuale, il capogruppo del Partito Democratico Luigi Zanda aveva addirittura inviato una lettera ai componenti del suo gruppo invitandoli a votare proprio “secondo coscienza”. Sarebbe interessante conoscere in quale altro modo si apprestavano a votare i Senatori e le Senatrici del PD: contro coscienza? Ma, poi, cosa sarà mai un voto di coscienza se non è accompagnato dalla conoscenza dei fatti, della natura delle imputazioni, delle motivazioni dei magistrati e delle conseguenze di vario tipo del voto stesso?

Insomma, i magistrati chiedevano gli arresti domiciliari dell’Azzollini, non tanto per il timore di fuga dell’accusato, ma poiché ritengono che, rimasto a piede libero, l’accusato abbia la possibilità, usando della sua influenza, della sua rete di relazioni e di ingenti somme di denaro, di manipolare le prove e, magari, di intimidire gli accusatori e gli eventuali testimoni. La “coscienza” della maggioranza dei senatori ha risposto “no”. Da un lato, non si corre il rischio che il collega Azzollini inquini, cancelli, camuffi, intimorisca; dall’altro, i magistrati starebbero perseguitando l’Azzollini per ragioni che non ci vengono spiegate. Certo, il salvataggio del senatore del NCD da parte dei colleghi non è il primo e non sarà l’ultimo. Le votazioni sulle relazioni delle Giunte parlamentari per le Immunità assomigliano spesso a roulette nelle quali i numeri che escono non sono, però, mai del tutto casuali.

Rimanendo in metafora ci sono dei croupiers molto attenti, non alle coscienze, ma agli umori dei giocatori e alla stabilità del tavolo da gioco. Nel caso Azzollini, poteva, come qualcuno deve avere fatto sapere al capogruppo PD Zanda, anche saltare il banco. Infatti, l’Ncd ha già subito l’onta delle dimissioni da ministro di Lupi. Un arresto, anche se ai domiciliari, sarebbe stato molto mal digerito gettando altre brutte ombre su tutto il partito. In Senato, poi, già i movimenti si sono fatti vorticosi. Le minoranze del PD non cedono. Arrivano i soccorsi dei verdiniani. Si annunciano tempi, non necessariamente difficilissimi, ma che richiedono convergenze solide fra gli alleati di governo. Insomma, le convenienze politiche hanno sicuramente avuto un ruolo non marginale nel salvataggio di Azzollini. Non è, però, proprio il caso di sostenere che “ce ne faremo una ragione”. Questa “politica ad orologeria” che salva qualcuno/chiunque, non in base ad inoppugnabili evidenze giuridiche, ma quando vengono fatte balenare conseguenze sgradevoli sugli assetti e sulle politiche governative, è destinata ad alimentare l’antipolitica, il disgusto per la politica, il distacco dalla politica. Tanto i governanti quanto il Partito Democratico scaricheranno le responsabilità sull’autonomia del Senato e sulla coscienza dei singoli senatori. Se la prendano tutta.

Pubblicato AGL 30 luglio 2015

Mediani e processioni

Corriere di Bologna

“Sondaggio, sondaggio delle mie brame, chi deve fare il sindaco di questo reame?”  Il Partito Democratico sembrava voler cercare in un fantomatico specchio la risposta lancinante quesito. Improvvisamente e senza spiegazioni, il sondaggio è sparito. Probabilmente, i dirigenti del PD hanno temuto che avrebbe loro legato le mani e sembrano accontentarsi della processione, chiedo scusa, della consultazione fatta nei circoli. Il lapsus “processione” mi è sfuggito poiché ho seguito di persona la presentazione della paracadutata candidatura di Cofferati nel 2004 che, confessione dei militanti compresa, ha avuto molte caratteristiche parareligiose fino al silenziamento dei dissenzienti. L’abituale conformismo dei circoli è approdato senza troppo entusiasmo alla conclusione che, sì, il sindaco Merola non ha fatto così male da non meritarsi la ricandidatura. Dia attenzione alla sicurezza dei cittadini e metta un freno alle occupazioni, tanto in un partito di mediani non si troverà nessun fuoriclasse.

Ha ragione l’ex-sindaco Giorgio Guazzaloca che i tempi dei numeri uno a Bologna, lui cita il cardinale Biffi e, il Rettore e molto altro Roversi Monaco, lasciando ai lettori dell’intervista al “Corriere” il piacere di aggiungere il suo nome, sono finiti.  Dichiarandosi mediano, il sindaco Merola gli aveva dato ragione in anticipo, ma, da qualche tempo, come ha mostrato Simone Sabattini, il mediano Merola ha deciso di giocare a tutto campo svariando sulla sinistra per rintuzzare eventuali avversari. Infatti, circola sotterranea l’idea di una lista civica dove troverebbero accoglienza diversi reduci della vecchia guardia (uno dei quali avrebbe potuto, e dovuto, cercare di diventare numero uno più di quindici anni fa) e recenti orfani delle frange di sinistra che nel passato qualche strapuntino in regalo riuscivano ad averlo.

Nel limbo seguito alla consultazione, è giusto chieder e ai dirigenti quelli del Partito della Città, di: a) rispettare le regole; b) assumersi le responsabilità delle decisioni. Le regole dicono che, se c’è un candidato che raccoglie il giusto numero di firme, si va a primarie che non è detto indeboliscano il sindaco. Potrebbero esaltarne le doti di mediano-realizzatore. Se no, tocca ai dirigenti prendere in mano la situazione. Ricordano al sindaco che ha vinto la sua carica grazie al partito, non lo deve snobbare e non può fare una lista personalizzata. Lanciano la campagna elettorale rivendicando quanto di buono è stato fatto, evidenziando le innovazioni e indicando quale Bologna, città metropolitana, realizzare nei prossimi cinque anni.

Pubblicato il 14 luglio 2015

Il fantasma che scuote l’Italicum

Le riforme elettorali non debbono mai essere tagliate su misura del sistema partitico esistente, meno che mai per avvantaggiare uno o più partiti in campo. E’ una lezione che, dalla legge truffa del 1953 al Porcellum del 2005, avrebbero dovuto imparare tutti, compresi i non troppo autorevoli consiglieri di Renzi. Invece, no: i renziani e i berlusconiani si misero d’accordo su un testo che sembrava offrire ricchi doni e cotillons (liste bloccate, candidature multiple, premio di maggioranza alla lista) sia al Partito Democratico sia a Forza Italia. Poi, come spesso capita, ci si sono messi di mezzo gli elettori. Adesso sulla testa dell’Italicum e dei suoi fautori si aggira un fantasma: la possibilità che all’eventuale (solo se uno dei partiti, da solo, non raggiunge il 40 per cento dei voti) ballottaggio ci arrivi il Movimento Cinque Stelle. Inesorabili i sondaggi segnalano che, sì, il Movimento Cinque Stelle sopravanza, inesorabilmente, sia la tuttora declinante Forza Italia sia la ancora arrembante Lega  (Nord?). Nessuna delle due, da sola, riuscirebbe a superare in voti le Cinque Stelle. Al ballottaggio fra PD e il Movimento di Grillo che sarà, presumibilmente, capitanato da un ottimo candidato a Palazzo Chigi, se ne vedrebbero, e altrove, da Parma a Livorno, se ne sono già viste, delle belle. Di qui un sotterraneo affannarsi a trovare la riforma della riforma.

Scartata l’idea, alquanto truffaldina, di stabilire che una lista venga considerata unica anche se nel suo simbolo ci staranno tre-quattro logo di partiti differenziati, l’ipotesi è consentire la presentazione di coalizioni. Sarebbe opportuno distinguere fra coalizioni pre-elettorali, che gli elettori possono già valutare al momento del primo voto, e apparentamenti fra il primo voto e il voto di ballottaggio. Brutta è la motivazione di questa modifica in base ad uno stato di necessità. Meglio sarebbe ricordare a tutti che i governi, nelle democrazie parlamentari, sono, nella quasi totalità dei casi, fatti da coalizioni. Che le coalizioni sono sempre più rappresentative di singoli partiti, anche quando questi siano molto grandi (ma il 30 per cento non è mai da considerare molto grande) e sono anche costrette a scrivere un programma che escluda gli elementi estremisti e propagandisti. Che siano state, nella tradizione italiana, coalizioni litigiose è un fatto, ma la litigiosità sarà sicuramente rottamata da leadership autorevoli.

Quello che non bisogna assolutamente rottamare è il ballottaggio. Anzi, bisognerebbe prevederlo sempre e comunque stabilendo, però, una soglia percentuale minima per accedervi, almeno, il 20 per cento dei voti. Il ballottaggio dà più potere agli elettori  che potranno anche cambiare il loro orientamento di voto dal primo turno al ballottaggio (in Francia sono costantemente molti gli elettori mobili, e decisivi) . Inoltre, se saranno consentiti gli apparentamenti, il ballottaggio obbliga alla costruzione di coalizioni ampie e, come detto, più rappresentative, coalizioni che, dopo il voto vittorioso, risulteranno più legittimate a governare. Certo, accettare queste due modifiche, magari anche eliminando quell’obbrobrio che si chiama candidature multiple, costituirebbe per i riformatori l’ammissione che la loro non era velocità né, tantomeno, competenza, quanto ingiustificabile frettolosità, e che i critici erano, a seconda delle loro controproposte, gufi saggi. Quei gufi non chiedono dolorose ammissioni di errori madornali. Si accontenterebbero di modifiche migliorative ad una legge che, purtroppo, rimarrà bruttina.

Pubblicato AGL il 26 giugno 2015

Una svolta possibile

Corriere di Bologna

Circola sotto i portici, si affaccia nelle piazze, viene sussurrata nelle strade della città (quando i passanti non sono troppo depressi dagli orrendi graffiti che imbrattano tutti i muri) una grande novità. Nel Partito Democratico cresce la convinzione che, però, non è ancora maggioritaria, che, per scegliere il sindaco, questa volta sarebbe opportuno non fare casini. In tutte le occasioni dal 1999, tranne che per le primarie molto sotto tono, ma anche segnate, troppi hanno deciso di dimenticarlo, da più che deplorevoli affermazioni e comportamenti nei confronti di Maurizio Cevenini, che hanno condotto alla candidatura di Merola, il Partito della Città è riuscito a combinarne di tutti colori. E non ha imparato un bel niente. Adesso, forse qualche segnale piuttosto efficace che è venuto dai ballottaggi di Arezzo e di Venezia, forse l’incombere di pasticci grossi a Roma, forse la determinazione di Merola, magari talvolta sopra le righe, e, comunque, la sua ferma intenzione di non sgombrare il campo, confortato dal sondaggio in corso, forse lo scarso coraggio mostrato dai potenziali sfidanti, fanno pensare che i dirigenti abbiano deciso, con il collo più o meno obtorto, di assecondare le preferenze di Merola. Questo non significa né che, da un lato, le prestazioni del sindaco siano giudicate eccellenti (come dovrebbe essere in una città che continua ad avere un’alta autostima), né che, dall’altro, non ci saranno inconvenienti da affrontare e ostacoli da superare di qui alla primavera del 2016.

Il mantra, non soltanto dei Democratici, continua a essere quello di guardare ai programmi e non alle persone. In questo caso, però, la persona, ovvero il sindaco in carica, è, in un senso molto preciso, anche il programma. Non ha fatto granché, ma ha iniziato progetti sostiene, diventato “buonista”, Fabio Roversi Monaco. Ha portato a compimento le piste ciclabili, afferma deciso Filippo Taddei, il potente consigliere economico di Renzi. Per fortuna non aggiunge che queste nuove piste, che i pedoni preferiscono ai marciapiedi dissestati, ci sono invidiate da tutta l’Europa. Altre testimonianze verranno. Mancano due cose per rafforzare la posizione di Merola: primo, una valutazione “serena” (ahi ahi ahi) di quello che è stato fatto con numeri precisi e convincenti; secondo, non si vede nessun progetto per il futuro.

Merola non sa, non vuole dire, non ha elaborato un’idea di città per i prossimi cinque anni. Anche se, naturalmente, un progetto di trasformazione e di rilancio non può uscire unicamente dalla sua testa, bisognerebbe che cominciasse a pensarci adesso, evitando cose spettacolari come gli Stati Generali o le passerelle di “esperti”, tutto dejà vu e poco piaciuto, e ricercando modalità innovative. Tuttavia, l’impulso e il canovaccio debbono essere farina del suo sacco. Non dovendo difendersi da subdoli attacchi, Merola ha almeno tutta l’estate per dedicarsi a questo compito e per dimostrare che, sì, questa volta, evitati i casini, faranno la loro comparsa molte proposte buone e applicabili.

Pubblicato il 25 giugno 2015

I tanti campanelli d’allarme

Il campanello d’allarme per il Partito Democratico e per il suo segretario, Matteo Renzi, se si occupa anche del suo partito, era già suonato due settimane fa. Il risultato delle elezioni regionali è stato, nel migliore dei casi, un pareggio quanto a regioni vinte, ma, più realisticamente, ha costituito una non trascurabile perdita di voti. Rapidamente sepolto sotto il tappeto di un’inutile direzione del partito quell’esito alquanto sgradevole, soprattutto in Liguria e In Veneto, il Presidente del Consiglio ha continuato nella sua martellante comunicazione sulle cose già fatte, spesso soltanto a metà, e sulle cose da fare, naturalmente, in fretta. Nel frattempo, cresceva in quantità e in rumore la drammatica evidenza del sistema di corruzione denominato “Mafia Capitale” caratterizzato dal coinvolgimento anche di non pochi e non marginali spezzoni del Partiti Democratico. Né è svanito, anzi, rimane ancora molto inquietante, il problema, tutto del Presidente del Consiglio, di come procedere nei confronti del governatore De Luca, con l’interpretazione prevalente della legge che sostiene una trafila fulminea dalla proclamazione dell’eletto alla sua sospensione. Infine, ha fatto la sua comparsa il caso di un Senatore del Nuovo Centro Destra, decisivo alleato di governo, per il quale la magistratura ha chiesto l’arresto.

Tutte le volte che gli elettori votano, anche nelle elezioni regionali e municipali, tengono inevitabilmente conto di una pluralità di fattori ovvero, meglio, quei fattori finiscono per influenzarne l’opzione di voto. I candidati contano, l’identità di partito sempre meno, le tematiche insorgenti un pochino di più. Pensare che a Venezia e ad Arezzo i candidati del Partito Democratico abbiano perso al ballottaggio perché gli elettori sono preoccupati dai migranti asserragliati alla Stazione Centrale di Milano, tenuti a bada a Roma Tiburtina, bloccati a Ventimiglia, mi pare davvero eccessivo. Magari, a Venezia, oltre ad un candidato non dotato di grande fascino personale, il Partito Democratico paga anche, in quanto partito di governo, lo scandalo del Mose che il vittorioso candidato di centro-destra, un outsider non precedentemente coinvolto in politica, non ha nessuna difficoltà a dribblare. Ad Arezzo, è plausibile che il candidato di Renzi e di Boschi non abbia fatto breccia in quell’elettorato di sinistra, non solo snobbato da dirigenti che guardano al centro, ma ritenuto insignificante, ininfluente, anche facile da incolpare per malanni che dipendono proprio dal centro (del Partito Democratico).

La vice-segretaria del PD, Debora Serracchiani ha seraficamente dichiarato: “dobbiamo rafforzare il partito sui territori”. E’ un’affermazione che apre una prateria di attività impegnative per un partito, ma soprattutto per i collaboratori di Renzi che hanno puntato tutto sul loro leader, il giovane capitano coraggioso che ha sfidato e sconfitto la ditta di quelli che “non hanno mai fatto nessuna riforma”. Diamo pure ragione a Serracchiani e aspettiamo questa impennata di attivismo dem per radicare il PD sui territori. Certo, una svolta di questo genere richiede non soltanto che il segretario-Presidente del Consiglio “cambi verso” alla sua strategia di personalizzazione estrema, ma accetti anche l’idea che un partito, quando diventa e vuole rimanere grande, magari non spingendosi fino a dirsi rappresentativo “della Nazione”, deve essere pluralista. Deve consentire il dissenso, soprattutto quando è fondato (già si parla di ritocchi all’Italicum) e argomentato, persino valorizzandolo. Altrimenti, i campanelli d’allarme si moltiplicheranno e il loro suono rischierà di non rendere più udibili gli slogan esageratamente ottimistici dell’uomo solo (anche perché abbandonati da elettori che se ne stanno a casa)al vertice più che effettivamente al comando.

Pubblicato AGL 16 giugno 2015