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Caso Marino: Nessun miracolo a Roma
Non può essere e non è Marino il responsabile assoluto e solitario di tutti guai di Roma, del Partito Democratico e della politica. Probabilmente è il contrario: la politica romana e il PD hanno “causato” Marino sindaco. Certo, Marino doveva essere sufficientemente accorto per non lastricare la strada delle sue dimissioni con scontrini a carico del comune, con multe non pagate, con viaggi di inutile rappresentanza della città di cui era sindaco. Sono cose che, semplicemente, per di più dopo scandali simili, ma di proporzioni maggiori alla Regione Lazio, non si debbono mai più fare. Tuttavia, se Marino avesse dimostrato di sapere governare Roma, gli scontrini non l’avrebbero costretto ad andarsene.
Se l’era cercata lui la candidatura a sindaco e l’aveva anche ottenuta attraverso le primarie, in maniera più che legittima. Neanche le primarie meritano di essere considerate responsabili del successivo scarso e ingenuo governo di Marino. Dietro tutto quello che è successo sta il fallimento della politica del Partito Democratico di Roma e dei suoi predecessori, DS e Margherita. Se il PD non avesse proceduto a riscaldare la “minestra Rutelli” dopo molti anni, ma avesse cercato e trovato un candidato più motivato e più promettente, non avrebbe perso contro Alemanno. Non è detto che la rete chiamata Mafia capitale sarebbe subito stata spezzata, ma almeno non si sarebbe ingigantita.
Fin dall’inizio Marino ha incontrato due problemi reali e non si è mai reso conto di avere una sua enorme debolezza congenita. Il primo problema è che, come parvenu della politica romana, Marino non ha mai saputo, forse neppure voluto, non comprendendone l’importanza, cercare di diventare il capo effettivo e riconosciuto del Partito Democratico di Roma. L’operazione sarebbe comunque stata difficilissima, ma il tentarla gli avrebbe procurato amici e sostenitori e lo avrebbe fatto sentire meno come un “marziano”. Avrebbe anche rapidamente portato alla sua attenzione alcuni fenomeni di degenerazione che, invece, ha compreso poco, male e tardi. Politicamente ingenuo, Marino si è dimostrato anche incapace dal punto divista amministrativo. Non ci si improvvisa sindaci, meno che mai di città grandi e complicate.
Marino costituisce anche una lezione per tutti coloro che continuano a voler pescare nella società civile. Tutti gli eventuali sindaci “civici” passeranno attraverso una fase, più o meno lunga di apprendistato. La supereranno con successo solo se aiutati dai consiglieri comunali dei loro partiti e se sapranno scegliere assessori esperti, capaci e leali. Purtroppo per lui, ingenuo e incompetente, Marino ha anche sopravvalutato le sue capacità, in particolare quella di comprendere la situazione e di guidarla in maniera imperativa basandosi sulle sole idee che considerava valide: le sue. Grave peccato di presunzione, come direbbero gli americani che Marino conosce e ammira, troppa hubris (ampiamente palesata anche nel messaggio video delle sue dimissioni pro tempore).
Detto tutto questo che è innegabile, ma, al tempo stesso, illuminante di una parabola alla fine molto triste, le responsabilità maggiori dell’ascesa maldestra e della caduta rovinosa di Marino sono del Partito Democratico di Orfini e di Renzi. Presidente dell’Assemblea del PD e commissario del “suo” partito romano, che è, dunque, obbligato a conoscere benissimo, Orfini ha talvolta remato contro Marino, talvolta non ha remato affatto. Le sue dimissioni sarebbero logiche. Nient’affatto amico di Marino, il segretario nazionale del Partito Democratico Matteo Renzi non ha mai gradito la presenza di Marino e, di tanto in tanto, lo ha impiombato. Renzi vuole degli “yesmen” anche a livello locale, ma non sa trovarli e poi non ha abbastanza tempo e conoscenze per sostenerli. Insomma, si diano a Marino le sue responsabilità, ma una soluzione decente per Roma, per i romani, per il PD arriverà soltanto quando si affermerà l’idea che la società civile da sola non può cambiare la politica, ma deve allearsi con politici onesti e competenti e che il governo di una città richiede esperienza amministrativa e la coesione di un gruppo dirigente partitico di qualità. Neppure l’incombente Giubileo garantisce la comparsa di un miracolo a Roma.
Pubblicato AGL 11 ottobre 2015
Articolo 138. Referendum o plebiscito?
Ho letto una bellissima frase di Emma Bonino:
“penso sempre che siamo persone d’altri tempi, possibilmente quelli futuri“.
Dice e ripete il governante Renzi, aggiunge e insiste la Ministra Boschi: “chiederemo un referendum sulle riforme istituzionali”. Dovranno spiegare come poiché l’art. 138 è assolutamente limpido nella sua statuizione relativa a chi e quando può chiedere un referendum su riforme costituzionali. Anzitutto, il referendum non può tenersi se le riforme sono state approvate in seconda lettura dai due terzi della Carnera e del Senato. Incredibilmente, il governo Renzi ha addirittura fatto balenare l’opportunità di impedire agli eventuali due terzi di manifestarsi nel voto affinché si possa tenere il referendum! A proposito dei due terzi, qualche ineffabile costituzionalista non-riformatore ha addirittura suggerito che l’art. 138 fosse riformato imponendo per l’approvazione di qualsiasi riforma costituzionale una maggioranza di due terzi con l’esito molto probabile che nessuna riforma sarebbe mai approvata oppure soltanto quelle di bassissimo livello, piccole variazioni, “razionalizzazioni” in politichese. Semmai, dovrebbe essere proprio il contrario: riforme approvate da qualsiasi maggioranza sono tutte sottoponibili a referendum.
Fermo deve restare che qualsiasi referendum costituzionale è facoltativo, mai obbligatorio. Spetta, se lo desiderano, a un quinto dei parlamentari oppure cinque consigli regionali oppure cinquecentomila elettori, richiedere il referendum. Da nessuna parte sta scritto nella Costituzione italiana, che non ha ancora settant’anni…, che il governo ha la facoltà e il potere di imporre un referendum sulle sue riforme. Sì, lo so che i corifei di Renzi-Boschi, i costituzionalisti di corte (aspiranti alla Corte costituzionale) diranno gonfiando il petto e impostando la voce, pardon il twitter, che non sarà il governo a chiederlo, ma il Partito Democratico. La sostanza non cambia. Anzi, forse, peggiora. Il segretario del Partito Democratico farà quello che annuncia il Presidente del Consiglio. Imporrà ad un quinto dei “suoi” parlamentari e a cinque consigli regionali di attivarsi. No, non avrà voglia di (fare) raccogliere le firme. Non esageriamo. Lette le carte (sì, è un’allusione a un precedente fatto di bugie e di inganni), i parlamentari del PD, molti più di un quinto sicuramente, per offrire lo spettacolo di una forza unita e convinta, chiederanno il referendum costituzionale. Poi si mobiliteranno per andare a spiegare ai loro elettori, che, però, trattandosi di parlamentari nominati, manco li conoscono, i contenuti di un eccellente pacchetto. Debbo chiedere scusa una seconda volta. Niente parlamentari sul terreno, on the ground. Andranno Renzi e Boschi in televisione, forse addirittura a RaiTre, pacificata, in radio, in interviste, anche a “Sorrisi e Canzoni”. Poi ci saranno valanghe di tweet e qualche messaggio non troppo lungo, appena sgrammaticato, su Facebook. “Italiani, confermate che felicità è passare dal bicameralismo perfetto al bicameralismo striminzito e pasticciato”. No, no: non voglio fare una lezioncina su parole e concetti. Ce lo chiede l’Europa di fare le riforme, magari chiamandole con il nome giusto, e bicameralismo perfetto è, come capisce facilmente chi appena appena si mette a pensare, senza correre, espressione sbagliata. Bicameralismo paritario, simmetrico, indifferenziato.
Il nome giusto di un referendum con il quale il capo del governo chiama il popolo a scegliere fra le riforme fatte da lui e l’opposizione che, almeno in quella forma, non le vuole, è plebiscito. Da un lato, il sedicente riformatore che dice di rappresentare il popolo (oh, sì, c’è anche una striscia di populismo nell’appello plebiscitario); dall’altro, quelli che remano contro. Resta da vedere se almeno il Ministro Boschi chiederà ai cittadini di andare a firmare anche per il referendum abrogativo della legge elettorale Italicum ovvero se il suo partito userà i suoi potenti mezzi. Coerenza vorrebbe che sì, proprio l’Italicum più di qualsiasi altra legge, poiché è quella che regola i fondamentali rapporti fra i cittadini e i loro rappresentanti, fosse sottoposta al giudizio degli elettori. Non si può abrogare in toto, ha ripetutamente sentenziato la Corte Costituzionale, nessuna legge elettorale. No problem. L’on. Boschi, ne sono sicuro, chiederà saggiamente il ritaglio abrogativo dei tre punti più controversi, in ordine crescente di importanza: le candidature multiple; il premio di maggioranza alla lista; e i capilista bloccati. Insomma, il cammino delle riforme è tutt’altro che terminato. Discutendone apertamente sia per il plebiscito sia per il referendum abrogativo, usciremo tutti meglio informati che è proprio quello che Renzi e Boschi dall’alto della loro cultura politica e istituzionale desiderano per noi italiani.
Articolo scritto per il Laboratorio della contemporaneità della Casa della Cultura
La sinistra soffre di nostalgia
E purtroppo non dispone né di uomini, né di idee forti.
Intervista raccolta da Carlo Valentini per Italia Oggi
Caos Senato. Era o no possibile seguire una strada di discussione costruttiva e di condivisione senza cadere nell’immobilismo e nell’ostruzionismo? Il fatto che una riforma cruciale come quella che muta radicalmente l’assetto costituzionale avvenga tra tatticismi, trabocchetti, offese è il segno che la politica italiana non è ancora diventata adulta? E, soprattutto, dopo questa bagarre e questi strappi, la legislatura continuerà come prima o rimarranno le ferite? Ne parliamo con Gianfranco Pasquino, tra i politologi più arguti, ha diretto Il Mulino e la Rivista italiana di scienza politica, docente emerito (scienza della politica) all’università di Bologna, professore di European studies alla Johns Hopkins University. Sono appena usciti due suoi volumi, Cittadini senza scettro (Egea) e A changing republic, politics and democracy in Italy (ne è coautore, Edizioni Epoké).
Domanda. Partiamo dal suo libro: cittadini con o senza lo scettro?
Risposta. Dal punto di vista sia della nuova legge elettorale sia della non elezione del senato sia dell’aumento del numero di firme per richiedere un referendum sia, infine, della pure augurabile, scomparsa delle province, il pacchetto di riforme Renzi-Boschi comprime e riduce il potere elettorale dei cittadini. Non restituisce affatto lo scettro (della sovranità popolare). Al contrario, lo ammacca, per di più, senza nessun vantaggio per la funzionalità del sistema politico. Peccato che i mass media non abbiano saputo né voluto discutere a fondo la qualità delle riforme, troppo interessati agli scontri, in definitiva poca roba, dentro il Pd e ai trasformisti che si affollano alla corte del fiorentinveloce. Quanto ai costituzionalisti, l’estate ha consentito ai più accondiscendenti di loro di esibirsi en plein soleil.
D. Quali le riforme sbagliate e quali quelle possibili?
R. Tutte le riforme sono sbagliate. Alcune lo sono nel loro impianto stesso; altre lo sono nelle probabili conseguenze. L’Italicum è una versione appena corretta del Porcellum. Se il bicameralismo «imperfetto» va superato, allora la vera riforma è l’abolizione del senato, non questo bicameralismo reso ancora più imperfetto e pasticciato. Bisognava guardare alle strutture e ai meccanismi che funzionano altrove. Quindi la scelta elettorale doveva essere fra il sistema proporzionale personalizzato tedesco e il doppio turno nei collegi uninominali di tipo francese.Una volta deciso di avere una camera rappresentativa delle Regioni il modello migliore era e rimane il Bundesrat: 69 rappresentanti che, populisticamente, costano meno di cento, e che, politicamente, sono molto più efficaci di cento personaggi designati, nominati o ratificati, mai dotati di autonomo potere decisionale e personale. Per il referendum, l’aumento del numero di firme per richiederlo dovrebbe essere compensato con la riduzione del quorum per la sua validità. Per le autonomie locali, bisognerebbe prevedere forti incentivi per l’aggregazione dei piccoli comuni, ma anche qualche «castigo» per chi vuole rimanere per conto suo.
D. Quali saranno le conseguenze sull’intero sistema politico della nuova legge elettorale?
R. Darà una maggioranza assoluta ad un partito, sottorappresenterà le opposizioni, produrrà una camera dei deputati fatta per almeno il 60 per cento, forse il 70, di parlamentari nominati che non avranno nessun bisogno di rapportarsi ad elettori che neppure li conoscono. Pertanto, l’Italicum aggraverà la crisi di rappresentanza.
D. È utile un eventuale referendum contro l’Italicum o creerà più confusione?
R. Sono sempre favorevole ai referendum. Sull’Italicum, però, dovrebbe esprimersi la Corte Costituzionale in coerenza con la sua sentenza n. 1/2014 che ha fatto a pezzi il Porcellum. Dovrebbe bocciare le candidature multiple e imporre una percentuale minima per l’accesso al ballottaggio. Qualsiasi referendum elettorale consente di aprire una discussione vera su pregi, nessuno, e difetti, moltissimi, dell’Italicum.
D. Poi ci sarà un altro referendum. In fondo, al di là delle critiche, vi sarà un referendum su cui esprimersi sulle leggi costituzionali
R. Fintantoché non sarà stravolto, l’art. 138 è limpido. Il referendum costituzionale è facoltativo. Può essere chiesto (qualora la riforma costituzionale non sia stata approvata da una maggioranza parlamentare dei due terzi) da un quinto dei parlamentari oppure da cinque consigli regionali oppure da 500 mila elettori. I referendum chiesti dai governi, da tutti i governi, compreso quello di Matteo Renzi, sono tecnicamente dei plebisciti, fra l’altro monetariamente costosi, e sostanzialmente inutili tranne che per il capo di quel governo. Populisticamente dirà che il popolo è con lui. È lui che lo interpreta e lo rappresenta, non le minoranze dentro il Pd, non l’opposizione politico-parlamentare, meno che mai i gufi. E’ dal popolo che lui sosterrà di avere avuto quella legittimazione che gli manca da quando produsse il ribaltone del governo Letta. Ovviamente si tratta di un inganno.
D. Il presidente del senato riuscirà a gestire la bagarre (per altro già incominciata)?
R. Il presidente del senato si barcamena. Barcolla, ma non tracolla. Certo, lo dico non come critica alla persona di Grasso, sarebbe stato preferibile un presidente con una storia politica e parlamentare alle spalle, con conoscenza diretta dei suoi colleghi. Per fortuna, Grasso può ricevere ottimi consigli dai preparatissimi funzionari del senato. Speriamo li ascolti.
D. Dopo tanto tempo non era comunque arrivato il momento del decisionismo, magari poi emendabile?
R. No, è una grossa bugia quella che finalmente si fanno le riforme dopo decenni di immobilismo. Nei 30 anni anteRenzi abbiamo fatto due riforme elettorali, una bella legge per l’elezione dei sindaci, due riforme costituzionali del Titolo V e siamo anche riusciti a introdurre le primarie. Tutte riforme brutte? Ma quelle che ci stanno arrivando addosso sono almeno belline? Proprio no. Sicuramente emendabili, appena si accorgeranno che hanno squilibrato e impasticciato il sistema. Ma perché non migliorarle subito?
D. Con la riforma costituzionale cambia anche il ruolo del Presidente della Repubblica: continuerà ad avere una funzione di garanzia?
R. Ahimè, temo che il presidente della Repubblica sarà ingabbiato. Non nominerà il presidente del Consiglio poiché questi sarà automaticamente il capo del partito/lista che ha vinto il premio di maggioranza, e pazienza. Ma, più grave, non potrà sostituirlo. Il sistema s’irrigidisce e quindi può anche spezzarsi rovinosamente. Non potrà, il presidente della Repubblica, neppure opporsi alla richiesta faziosa di scioglimento del parlamento. Altro irrigidimento, altro rischio. Potrà, però, bella roba senza nessuna logica istituzionale, nominare cinque senatori nella camera delle regioni.
D. Berlusconi, Grillo, Salvini: tutti e tre fuori gioco alle future elezioni politiche?
R. Il vecchio Berlusconi sarà certamente fuori gioco nel 2018 quando avrà 82 anni. L’allora cinquantenne Salvini sarà pimpante, battagliero, con una nuova felpa colorata, ma consapevole di non potere vincere da solo e altrettanto consapevole che la sua politica gli impone di correre da solo per prendere tutti i voti che può, che saranno molti, ma non abbastanza. Grillo è il giocatore che si trova nelle condizioni migliori. Stando così le cose, continuando l’insoddisfazione degli italiani nei confronti della politica, dell’euro, dell’Unione europea, e rimanendo il premio in seggi da attribuire a partiti e/o liste singole, il candidato di Grillo alla presidenza del Consiglio andrà al ballottaggio e parte dell’elettorato italiano gli consegnerà il proprio pesante voto di protesta. Ne vedremo delle belle.
D. E che ne sarà dell’alleanza Berlusconi-Salvini?
R. Costretti ragionevolmente ad allearsi, ma scoraggiati a farlo dal sistema elettorale. Poi, sicuramente, il centro-destra dovrà fare i conti con altre grane che verranno da Alfano&Co. e dalla crescita di popolarità di una donna politica molto efficace, la Sorella d’Italia Giorgia Meloni.
D. Si riuscirà a ricomporre la sinistra al di fuori del Pd? O l’esempio della Grecia, coi radicali di sinistra fuori dal parlamento, vale anche per l’Italia?
R. La sinistra non sa e non vuole ricomporsi. Non ha nessun punto programmatico forte. Non ha neppure un leader attraente com’è Tsipras in Grecia, o com’è Pablo Iglesias di Podemos in Spagna. La sinistra italiana testimonia la sua nostalgia (non quella degli elettori) e si crogiola nella sconfitta, tutta meritata.
Pubblicato il 2 ottobre 2015
Un sindaco per amico
Amici/nemici è una distinzione classica almeno per una parte dei pensatori politici. Invece, coloro che fanno concretamente politica sanno di dovere tenere conto delle circostanze. Quindi, evitano di dichiarare che i nemici saranno per sempre tali e cercano di mantenere, nonostante inevitabili contrasti, il maggior numero di amici. L’identificazione di amici e nemici serve, soprattutto, nelle campagne elettorali a raggiungere con un messaggio semplice, un po’ manicheo, quella parte di elettorato fluttuante che non ha né tempo né voglia di informarsi. Probabilmente è a quell’elettorato, presente anche a Bologna, che il sindaco Merola ha voluto mandare il suo messaggio: la Lega è la vera nemica di una (in)certa concezione di come si deve governare questa città e dei principi che hanno ispirato la vita politica cittadina. I due temi, che rischiano di diventare dominanti: accoglienza agli immigrati e trattamento della microcriminalità (in aumento a Bologna) sono quelli sui quali la Lega ha le posizioni più distanti da quelle ufficiali del Partito Democratico. Eppure, nella base elettorale del PD non sono pochi coloro che desidererebbero una linea più dura nei confronti sia degli immigrati sia di coloro che delinquono. Dunque, dare del nemico principale alla Lega è un modo scelto da Merola per arrestare eventuali smottamenti di elettori.
Merola ha lasciato trasparire una posizione molto meno intransigente nei confronti del Movimento Cinque Stelle. Sarebbero quasi amici (amici che sbagliano?). Anche in questo caso chiedersi come stanno elettoralmente le cose appare utile. Infatti, da un lato, non c’è dubbio che nell’elettorato delle Cinque Stelle ci sono non pochi “cittadini” che, in assenza delle Liste di Grillo, avrebbero due opzioni: l’astensione oppure il voto per il PD. Giustamente, Merola non vuole antagonizzare questi potenziali elettori correndo il rischio di buttarli nelle braccia fin troppo aperte, ovvero disponibili ad accogliere un po’ di tutto, delle Cinque Stelle. Dall’altro, Merola probabilmente percepisce che, se mai si arrivasse al ballottaggio, certamente non con un leghista, ma con un candidato delle Cinque Stelle, potrà sconfiggere quel candidato, non sulla base della sua esperienza politica, nient’affatto apprezzata da coloro che vogliono cambiamento e facce nuove, quanto di un programma di governo chiaro e rassicurante. Questo è il modo migliore di bloccare un’erosione a sinistra. Le Lega viene fermata al primo turno perché “nemica”. Le Cinque Stelle, ancorché non nemiche, non faranno il pieno al secondo turno poiché alcuni loro punti programmatici, per esempio, il reddito di cittadinanza, troverebbero più probabile e migliore attuazione con un sindaco amico.
Pubblicato il 27 settembre 2015
Corbyn è il vecchio, Renzi è borioso. La nuova sinistra è un’altra cosa
Non sta nascendo una nuova forza progressista europea. Troppe differenze tra il leader Labour, Podemos e Syriza
Intervista raccolta da Marco Sarti per LINKIESTA.it
Podemos in Spagna, Syriza in Grecia, adesso la vittoria di Jeremy Corbyn alle primarie del partito laburista inglese. In Europa sta nascendo una nuova sinistra? Il politologo Gianfranco Pasquino non sembra troppo convinto. Professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna, già senatore della Sinistra indipendente dal 1983 al 1992 e dei Progressisti dal 1994 al 1996, l’autore del primo ddl sul conflitto di interessi in Italia spiega: «Corbyn non diventerà mai primo ministro. E questo lo sa anche lui». Le differenze con Podemos e Syriza sono tante, a partire dal gap generazionale che divide il politico britannico dagli altri leader. In compenso è basso il rischio di conseguenze politiche per l’Italia. «Se nel Partito democratico ci sarà una scissione – continua Pasquino – sarà solo per colpa della boria di Matteo Renzi».
Professore, in Europa sta nascendo una nuova sinistra?
La vittoria di Corbyn non mi ha sorpreso. Le possibilità sono cresciute nel corso del tempo e negli ultimi giorni prima del voto la sua affermazione era piuttosto annunciata. Ma non sono sicuro che si tratti di un fenomeno europeo. I leader di Podemos e Syriza rappresentano una nuova sinistra, Corbyn rappresenta la vecchissima sinistra già presente nel partito laburista. Consideriamo che siede in Parlamento già dal 1983. Per i laburisti questo è un ritorno al passato. Gli stessi punti programmatici di Corbyn sono espressione del passato. Penso alle nazionalizzazioni, che dovrebbero far rabbrividire qualcuno.
Spagna e Grecia hanno anche una diversa situazione economica rispetto all’Inghilterra.
Se è per questo Spagna e Grecia sono anche due ex regimi, la Gran Bretagna no. Ma c’è anche un’altra differenza. Corbyn ha quasi 70 anni, forse è mio coetaneo. I leader di Syriza e Podemos sono quarantenni: un gap generazionale che si traduce anche in un gap di idee.
A unire queste diverse esperienze politiche forse sono le crescenti disuguaglianze in Europa?
Il filo conduttore, l’unico elemento che vedo, sono i rapporti con l’Europa. Anzi, l’opposizione contro il modo in cui questa Europa si è autogovernata negli ultimi dieci anni.
I critici assicurano che Corbyn è destinato a rappresentare la protesta, mai una posizione di governo.
Sulla base delle tre elezioni perse dai laburisti dal 1983 al 1992 direi che sono d’accordo. Corbyn può rappresentare una ripresa per i laburisti, la creazione di un nuovo partito. Ma penso che neppure lui abbia mai sognato di diventare primo ministro. Anche con la più fervida immaginazione, nel suo orizzonte non c’è questa aspirazione.
In Inghilterra si teme una scissione nel partito. E se invece la scissione arrivasse in Italia? Qualche esponente del Pd potrebbe decidere di dar vita a un nuovo movimento di sinistra anche nel nostro Paese?
Nel partito laburista una scissione ci fu effettivamente nei primi anni Ottanta, con la nascita del partito socialdemocratico. Se pensiamo che 220 parlamentari su 240 non hanno votato per Corbyn, è possibile immaginare che oggi altri si spostino per cercare nuove alleanze. In Italia è diverso. Chi ha guardato altrove come Stefano Fassina non ha fatto molta strada. E credo che Gianni Cuperlo, nonostante condivida l’iniziale del cognome con Corbyn, non abbia intenzione di intraprendere lo stesso percorso. Le vittorie altrui non devono determinare conseguenze per noi. Se ci sarà una scissione sarà per altre logiche, penso alla ristrutturazione del partito. Contro la boria insopportabile di un presidente del Consiglio che è anche segretario del partito. Ecco una differenza, Corbyn non ha alcuna boria, Matteo Renzi ne ha in gran quantità.
Insomma oggi in Europa chi è fuori contesto? Podemos e Syriza, Jeremy Corbyn o il Partito democratico?
Corbyn non è fuori contesto, nel partito laburista quella sinistra è sempre esistita. Siamo noi difformi rispetto al resto d’Europa. Spesso si dimentica la storia. Questo Partito democratico è il prodotto di una fusione tra quello che restava degli ex comunisti e quello che restava degli ex democristiani, all’epoca Margherita. Ed è un partito guidato da un leader che viene dagli ex Dc. Non c’entra nulla con la tradizione europea. Adesso si tenta di costruire un’identità con l’adesione al partito socialista europeo, ma quel dna comune di cui ha recentemente parlato Giorgio Napolitano non esiste.
Pubblicato il 14 settembre 2015
Senato: una riforma da fischiare
La (brutta) riforma del Senato sta diventando anche qualcos’altro. Ovvero è gia un campo di battaglia minato sul quale si confrontano, più o meno incautamente, non disegni sistemici di un’efficace e duratura modifica del bicameralismo italiano e dei rapporti fra Parlamento, Governo e cittadini, ma disegni di futuri assetti dentro il Partito Democratico, nel governo di Renzi, nell’ambito disgregato del centro-destra, sulle alleanze che verranno e che, probabilmente, finiranno per implicare anche una riforma della freschissima, anch’essa brutta, riforma elettorale detta Italicum.
L’obiettivo di Renzi(Boschi) è di portare a casa la riforma del Senato così com’è stata approvata in prima lettura perché vuole dimostrare di essere in controllo del suo gruppo parlamentare, di non avere nessun bisogno dell’apporto delle minoranze del PD, di sapere attrarre voti più o meno conosciuti e riconoscibili dei verdiniani e dei berlusconiani sparsi. Se ci riuscirà, Renzi pensa di procedere a vele spiegate verso il completamento della legislatura, oppure, a sua preferenza (e, magari, anche del Presidente Mattarella) verso elezioni anticipate, ma non prima dell’entrata in vigore dell’Italicum: 1 luglio 2016.
L’obiettivo delle minoranze, nascosto dietro la richiesta di un Senato elettivo, secondo modalità non chiaramente definite, è, al contrario, dimostrare che hanno voti di cui Renzi deve tenere conto e che servono a disegnare una riforma migliore (personalmente, ne dubito). Quanto ai verdiniani, entreranno agguerriti nel campo di battaglia appena sarà chiaro che possono essere decisivi. Vogliono, da un lato, che si sappia che Renzi ha usufruito del loro apporto; dall’altro, che Berlusconi prenda atto che i verdiniani contano e possono essere decisivi. Dal canto suo, Berlusconi (incoraggiato soprattutto da Brunetta) desidera che Renzi vada a sbattere contro il muro di un Senato che non controlla. Di conseguenza, sarà poi costretto ad aprire negoziati con lui (una sorta di Nazareno II) riconoscendolo tuttora capo del centro-destra. Indirettamente, ne risulterebbe dimostrato che gli alfaniani non soltanto non sono decisivi, ma sono subalterni nel governo Renzi, destinati ad essere fagocitati (infatti, alcuni degli alfaniani si apprestano a lasciare il Nuovo Centro Destra).
Sullo sfondo di tutto questo tramestio politico, sta la modifica del Senato che merita due considerazioni specifiche e puntuali. La prima considerazione è che la riforma del bicameralismo è, al tempo stesso, necessaria e utile, ma deve essere congegnata con la motivazione prioritaria e sovrastante non di una drastica riduzione del potere e dei compiti del Senato e dei senatori, ma di un miglioramento del sistema politico. In questa chiave, sarebbe stato, e continua a essere preferibile un’argomentata abolizione del Senato alla quale, in coerenza, né le sinistre interne né i Cinque Stelle potrebbero ragionevolmente opporsi. Ricominciare da capo? Sì, si può e si potrebbe anche procedere in fretta. Fra l’altro, di qui al 2018 di tempo ce n’è a sufficienza. La seconda considerazione è che né le riforme elettorali né, tantomeno, le riforme costituzionali dovrebbero essere utilizzate per la resa dei conti fra gli schieramenti politici né, tantomeno, fra maggioranza e minoranze dentro ciascun partito. Una modifica, possibile e sicuramente, auspicabile, nata male, rischia di finire peggio.
Lo so che suona retorico e quasi di maniera, ma qui ci sta davvero un appello al Presidente della Repubblica. Forse, tra le quinte, con discrezione, qualcosa Mattarella avrà già detto al suo sponsor Renzi (che si vanta fin troppo del suo ruolo nell’averlo portato al Quirinale), ma il Presidente non deve dimenticare che è il “guardiano della Costituzione” oltre a fungere anche da arbitro, come ha detto lui stesso, fra i partiti-giocatori. Fischi, Presidente, fischi subito. Troppi giocatori non stanno giocando correttamente e la partita è diventata deprimente.
Pubblicato AGL 13 settembre 2015
Parla la ditta. Una speranza
La politica non è luogo di gentilezze, meno che mai nel Partito democratico conquistato da Renzi e popolato da zelantissimi sostenitori. L’invito a Bersani di concludere la Festa dell’Unità di Bologna non può dunque essere considerato il risarcimento di uno sgarbo passato. Neppure è possibile pensare sia un ramoscello d’ulivo, dato lo stato dei rapporti fra la maggioranza renziana (che «va avanti e non si farà fermare», come ripetono pappagallescamente gli apologeti) e le minoranze che, invece, sono inclini a chiedere tempo. Per di più, la data del discorso di Bersani, 20 settembre, rischia, ma forse sbadatamente non ci hanno pensato, di capitare nel mezzo della bagarre sulla brutta riforma del Senato. Sarebbe fin troppo bello se gli organizzatori della Festa, vale a dire i dirigenti politici locali, avessero deciso l’invito sulla base del criterio migliore. Poiché è la festa del Pd, si procede a invitare i più autorevoli dirigenti del partito, quelli che hanno una storia politica (nel caso di Bersani, anche in questa regione) e che hanno capacità di elaborazione politica, seppure Bersani non sia stato fortissimo su tale terreno. Insomma, quelli in grado di dare un contributo a far funzionare efficacemente una Ditta che vorrebbe vedere il proprio nome riflettere anche la sua vita interna. Bersani non è un estremista (mi viene persino da sorridere a scrivere il sostantivo), ma nemmeno un mollaccione. Sicuramente avrà molto di buono da dire e da suggerire sulle politiche delle liberalizzazioni, sulla sana concorrenza nel mercato, sulle privatizzazioni. Un partito che vuole essere grande, non soltanto come veicolo elettorale di un leader, fa ricorso alle competenze e alle capacità di tutti i suoi dirigenti. Bersani, che dimostrò ammirevole generosità politica nel consentire a Renzi di partecipare alle primarie, che gli concesse persino il ballottaggio (non previsto dallo statuto Pd), merita pienamente di chiudere la Festa dell’Unità di Bologna, non come ricompensa, ma perché è giusto che goda dell’opportunità di parlare di politica. Poi, con riferimento ai numeri e agli applausi, misureremo almeno in parte il suo consenso e persino l’affetto dei presenti. È giusto sia anche così. Quel che più conta, però, sarà il modo con cui Bersani sfrutterà l’occasione. Escludo si dedichi a «pettinare le bambole». Soddisferà le aspettative con un discorso politico alto (che non è mai nelle corde dei dirigenti bolognesi propensi a pratiche decennali di accordicchi) capace di riaprire un confronto nel Pd, sulle idee e non sui numeri? Attendiamoci molto, sperabilmente non il canto del cigno.
Pubblicato 11 agosto 2015
189 lettori coscienziosi
Centottantanove senatori hanno rialzato la testa dalle sudate e faticose carte trasmesse dalla Procura della Repubblica di Trani e in un sussulto d’orgoglio hanno detto: “no, non siamo passacarte”. E’ augurabile che continuino a dirlo e a comportarsi di conseguenza quando, per esempio, toccherà loro guardare le brutte carte della riforma proprio del “loro” Senato. Mentre il suo vice-segretario, la abitualmente zelantissima Debora Serracchiani, si scusa con gli elettori del PD, il segretario Renzi, poco noto per tenere in conto e apprezzare i problemi di coscienza, plaude ai magnifici centottantanove, fra i quali, però, qualcuno è ancora più magnifico. Luigi Manconi affida il suo garantismo allo Huffington Post; Giorgio Tonini imperversa in televisione e sui social; Pietro Ichino motiva in un articolo sul Corriere (ma sono in ansiosa attesa della sua newsletter del lunedì). Tutt’e tre sostengono di avere letto le carte, vale a dire le 560 pagine inviate alla Commissione del Senato per le Immunità Parlamentari. Tutt’e tre dicono sostanzialmente le stesse cose, già anticipate da un loro costituzionalista di riferimento che si sta da tempo posizionando per la Corte.
In attesa che qualche giornalista investigativo (“ci sarà pure un uomo o una donna di tal fatta a Roma?”) vada a verificare se, come, quando e per quanto tempo, Manconi, Tonini e Ichino (più il loro costituzionalista) hanno preso a prestito quella corposa relazione, è lecito chiedere se anche gli altri centottantasei senatori sono stati altrettanto solerti e studiosi. E’ lecito anche dubitarne. Qualcuno, però, come il Presidente della Commissione Stefano e presumibilmente tutti i commissari del Partito Democratico, quelle carte le avevano pur lette e si erano fatti un’opinione chiaramente opposta a quella successiva dei centottantanove. Sì, il collega Azzollini (NCD) doveva, come richiesto dalla Procura di Trani, essere messo agli arresti domiciliari, cioè a casa sua, non in un affollato, maleodorante, sporco carcere dove, peraltro già si trovano gli altri coinvolti nella stessa brutta faccenda. A piede libero, l’Azzollini potrebbe inquinare le prove, attivare reti di relazioni personali, sfruttare tutto il potere politico che i colleghi gli hanno riconosciuto per il passato e per il presente.
I centottantanove senatori hanno anche sconfessato platealmente l’operato della Commissione per le Immunità, più precisamente la maggioranza dei senatori del Partito Democratico ha detto alto e forte che i loro colleghi non hanno saputo leggere le carte e le hanno interpretate in maniera sbagliata. Ce n’è quanto basta per, da un lato, chiedere le dimissioni agli incompetenti, dall’altro, attendersi che siano i presunti incompetenti a dare, nobilmente, ma iratamente, le dimissioni. La prossima volta, comunque, ovvero alla prossima richiesta di arresto, quegli “incompetenti” verranno preliminarmente sostituiti, il precedente essendo già stato creato nella Commissione affari costituzionali. E’ stata scritta da questo orgoglioso Senato non passacarte (dunque, assolutamente da preservare, o no?) una bella pagina sulla libertà di coscienza. Sperabilmente, non soltanto quando in gioco è il salvataggio di un esponente della casta. Sperabilmente, non l’ultima pagina.
Pubblicato il 1 agosto 2015 su TerzRepubblica.it






