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La partita vincente dei cinque stelle

Non appena i dirigenti di partito, che erano i veri e unici responsabili del blocco del Parlamento e delle trentuno fumate nere, hanno raggiunto un accordo sui candidati alla Corte Costituzionale, preso atto che il compromesso era anche qualitativamente accettabile, i parlamentari lo hanno approvato con il loro voto. La lezione istituzionale è importante ed è opportuno che rimanga a futura memoria. Per l’elezione di cariche di vertice è preferibile che governo e capipartito non ingaggino prove di forza per piegare il Parlamento, che ha il compito istituzionale di controllarli. Piuttosto, dovrebbero regolarmente sondarne le opinioni e tenerle in grande conto poiché anche il peggiore dei parlamenti “rappresenta la nazione”. La lezione vale anche per i Presidenti Grasso e Boldrini ai quali spetta, non blandire i troppi anti-parlamentaristi in giro per l’Italia (e nelle redazioni dei giornali), ma valorizzare le Camere da loro presiedute.

Seppure alquanto tardivamente, Renzi è stato costretto a prendere atto che da una parte numerosa dei parlamentari saliva la richiesta di cambiare candidature negoziate in maniera opaca. Ha fatto buon viso a cattivo (ma da lui iniziato e guidato) gioco, riuscendo a vincere, ma soltanto parzialmente. Voleva fare l’en plein, ovvero eleggere tre giudici costituzionali tutti disposti a sostenere a corpo morto sia l’Italicum sia il pacchetto delle riforme costituzionali. Ha resuscitato furbescamente il Patto del Nazareno offrendo la nomina di un giudice a Berlusconi che ci è cascato. Quando è divenuto evidente che l’opposizione del Movimento Cinque Stelle e le inevitabili differenze d’opinione nel centro-destra, ma anche dentro il PD, avevano portato ad uno stallo, ha repentinamente buttato a mare il Nazareno rivelando al contempo la debolezza di Berlusconi e l’incapacità dei due capigruppo parlamentari di Forza Italia. Pur di salvaguardare il suo candidato, Augusto Barbera, fautore senza se e senza ma delle posizioni più oltranziste a favore delle riforme, Renzi ha dovuto concedere un giudice alle Cinque Stelle e accettare un nome nuovo, Giulio Prosperetti, il meno schierato di tutti.

Adesso, immaginare un asse Renzi-Grillo capace di durare nel tempo è davvero fantapolitica. Da un lato, infatti, sia Renzi sia le Cinque Stelle hanno mirato soprattutto ad un successo immediato e specifico più facile da rivendicare per le Cinque Stelle. Dall’altro, Renzi ha voluto dimostrare di essere più spregiudicato di tutti e oramai libero da qualsiasi accordo con Berlusconi il quale, peraltro, già in seguito alla non concordata elezione di Mattarella avrebbe dovuto essere molto più cauto e sospettoso. Le Cinque Stelle hanno evitato che alla Corte andassero tre uomini o, come li hanno definiti loro, tre “soldati” di partito. Hanno anche concretamente dimostrato di avere imparato a inserirsi efficacemente nelle complesse e delicate manovre parlamentari. E’ possibile che sia Renzi sia le Cinque Stelle ricorrano ancora a convergenze “parallele”, specifiche su altre materie, certo non sull’Europa, ma forse sul reddito di cittadinanza. A causa della nuova legge elettorale, però, entrambi sono assolutamente consapevoli che sono destinati a rimanere alternativi. E’ da escludere che al ballottaggio riesca ad arrivare il disastroso frammentato schieramento di centro-destra. Pertanto, lo scontro a venire sarà fra il Partito Democratico, che sicuramente rivendicherà le riforme fatte e il Movimento Cinque Stelle, che vorrà criticarle a fondo, avendo anche un’altra freccia al suo arco: quella di continuare a rappresentare un’alternativa di sistema, vale a dire a tutta la politica del governo Renzi, incluso il controverso salvataggio di alcune banche, e alle sue molte, forse troppe, rottamazioni mancate.

Pubblicato AGL il 18 dicembre 2015

Le schermaglie hanno un prezzo

Corriere di Bologna

Deve essere piuttosto avvilente per Virginio Merola il silenzio inquietante sulla sua ricandidatura a sindaco di Bologna da parte del pur loquace e twittante Matteo Renzi. Eppure, fin troppo prontamente e sorprendentemente, Merola aveva fatto la sua conversione renziana. Finora era anche sostanzialmente riuscito ad evitare di criticare il segretario del suo partito su qualsiasi tipo di politica, anche quelle sfavorevoli ai comuni, Renzi preannunciasse (“facesse” è un’espressione grossa e impegnativa). Sabato, invece, Merola ha alzato la voce, dichiarando (cito dal Corriere) che a Bologna si va “in direzione ostinata e contraria rispetto all’andazzo nazionale”. Non è chiaro quale sia l’andazzo nazionale in termini di candidature e di primarie. Forse, l’unico elemento comune trasversale a più città è che a livello nazionale non si sa affatto come sbrogliare le situazioni delle varie città, ma, a livello locale, i diversi partiti democratici, in particolare, quelli di Milano e Napoli, ma anche quello di Roma, desidererebbero almeno un aiutino, non una controproducente imposizione, dal vertice.

Dopo parecchi mesi tribolati, il PD bolognese e con lui anche Merola pensavano di essersela cavata con la pur faticosa conferma del sindaco in carica. Il segretario locale Francesco Critelli giunge ad addirittura a rivendicare una, difficile da credere, unanimità del gruppo dirigente. Tuttavia, da luglio a oggi, non soltanto non sono affatto terminate le voci, all’interno e all’esterno del PD, contrarie a Merola. Continua ad affacciarsi attivamente, forse come potenziale candidato, forse come costruttore di una non meglio precisata alternativa centrista, il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti. “Lo invito a misurarsi con la città e a farsi avanti” intima Critelli. Qui sta il problema. Non soltanto il PD ha deciso da solo la ricandidatura di Merola, spiazzando gli alleati, ovvero, soprattutto SEL, nella quale, comunque, un’area disponibile (per le cariche) si manifesterà sicuramente, ma non ha mai preso in seria considerazione le primarie.

Strumento di partecipazione democratica e di comunicazione politica, poiché consentono di esplicitare e porre a confronto personalità e proposte di soluzione ai problemi cittadini, le primarie avrebbe offerto a Merola anche una maggiore legittimazione della ricandidatura. Senza primarie, da un lato, i rumors sono destinati a continuare; dall’altro, volendo, il segretario Renzi potrebbe sbandierare gli esiti di un eventuale sondaggio negativo o semplicemente problematico. In coda a tutto questo, incertezza, divisioni, popolarità non alle stelle, sta un rischio da non sottovalutare. Invece di formulare soluzioni condivise ai non pochi problemi non soltanto di governo, ma di rilancio della città, il tempo e il dibattito pubblico vengono sciupati in schermaglie che lasceranno un segno negativo anche sull’inizio del nuovo mandato.

Pubblicato il 1° dicembre 2015

Cinque Stelle alla Consulta

Cinque giudici della Corte Costituzionale sono eletti dal Parlamento in seduta comune, art. 135. Devono ottenere due terzi dei voti nelle prime due votazioni, tre quinti nelle votazioni successive. Secondo la critica più diffusa in maniera sconsideratamente tenace, se sono necessarie molte, la responsabilità sarebbe da attribuire al Parlamento ovvero a quei fannulloni litigiosi che sono i parlamentari. Purtroppo, la pensano in questo modo, e quel che è peggio lo dicono, subordinando, difficile valutare quanto inconsapevolmente, il Parlamento ai partiti, sia la presidente della Camera Laura Boldrini sia il Presidente del Senato Pietro Grasso. Invece, non è affatto così ovvero, se si preferisce, la responsabilità dei parlamentari appare di gran lunga inferiore a quella dei partiti e, soprattutto, dei dirigenti di partito. Praticamente, i parlamentari non sono neppure consultati dai designatori, vale a dire i capi dei loro partiti. E’ sempre un cerchio ristretto al leader del partito e ad alcuni suoi pochissimi consiglieri che procede alla nomina dei candidati.

Prima della loro meritata scomparsa, i partiti italiani mostrarono un minimo di sensibilità democratica accettando informalmente che i nominati rappresentassero di volta in volta le differenti culture politiche presenti in Parlamento, con la sola eccezione del Movimento Sociale (non facente parte dell’arco costituzionale). Tuttavia, alcuni candidati, in quanto espressione troppo marcata della leadership di un partito (Spadolini e Craxi), o dal profilo e dalla biografia troppo incisiva (Lelio Basso), non riuscendo ad essere eletti, non furono mantenuti in votazione oppure si ritirarono. In generale, gli accordi non scritti, nessun bisogno di “patti del Nazareno”, vennero sostanzialmente rispettati. Dopo il 1994, scomparsi i partiti e offuscatesi le loro obsolescenti culture politiche, è diventato tutto più difficile. I presidenti della Repubblica hanno, comunque, cercato di nominare i cinque giudici di loro spettanza applicando criteri di merito non disgiunto dalla rappresentanza di aree politico-culturali. E’ rimasta esclusa soltanto la Lega per la quale vale, almeno in parte, il criterio della non piena accettazione della Costituzione. Dal canto loro, i parlamentari si sono trovati nella sgradevole situazione di dovere ingoiare candidature mai previamente discusse e chiaramente partigiane.

Guardando al recente passato e ai lunghi stalli, ma anche valutando sobriamente le attuali candidature, è possibile cogliere due criteri prevalenti: la ricompensa per il sostegno indefettibile dato alla linea di un partito, ma più specificamente al capo del partito, e la liberazione di cariche di nomina ugualmente partitica che consentiranno di premiare anche altri utili fedelissimi. Il secondo criterio privilegia chi già occupa cariche abbastanza importanti, ad esempio, come i componenti e i presidenti di qualche Autorità indipendente (Antitrust, Comunicazioni e così via) oppure chi è già parlamentare e consentirà il subentro del primo dei non eletti nella sua circoscrizione. Il primo criterio appare particolarmente delicato nelle sue conseguenze poiché la Corte Costituzionale dovrà molto presumibilmente e presto occuparsi di ricorsi contro la legge elettorale Italicum e contro la riforma del Senato con tutto quello che ne deriva. Scegliere chi in materia si è già ripetutamente e senza riserve espresso in maniera favorevole al governo è una sorta di piccola polizza d’assicurazione per Renzi e Boschi, tutto il contrario della garanzia di una valutazione equa. Escludere qualsiasi candidatura formulabile dal Movimento Cinque Stelle, che ha, al contrario della svanita Scelta civica, una presenza rilevante in Parlamento ed è espressione di un quarto degli elettori italiani, appare una discriminazione intollerabile. Da ultimo, non è giustificabile passare sotto silenzio l’assenza di qualsiasi candidatura femminile come se non esistessero avvocatesse di grande prestigio e alta qualità e non ci fossero nelle università italiane autorevoli professoresse di diritto. Invece di criticare i parlamentari per la loro presunta inazione, si critichino coloro che scelgono e pretendono di imporre e si guardi alle biografie dei candidati. Meglio lo stallo fecondo che brutte e irrimediabili elezioni.

Pubblicato AGL 28 novembre 2015

Cose di tutti i colori

La Cosa rossa, vale a dire Sinistra Italiana, arriva buona ultima (vorrei anche ingenerosamente scrivere “come succede spesso alla sinistra”) nel processo di frammentazione del Parlamento italiano seguito alle elezioni del febbraio 2013. Renzi cercherà anche di costruire, un po’ avventatamente e velleitariamente, il Partito della Nazione, ma in Parlamento si troverebbe circondato da staterelli di varia provenienza, dimensione e utilità. Ha cominciato la Cosa bianca di Alfano che preferì il governo di Renzi piuttosto che l’opposizione senza sbocco di Berlusconi. Poi, qualcuno dei parlamentari di Alfano è tornato all’ovile del pastore di Arcore. Altri sono alla ricerca di strade che conducano a una prossima ricandidatura sicura. Alcuni parlamentari delle Cinque Stelle sono stati espulsi, altri se ne sono andati trovando accoglienza nel PD, un paio è entrato adesso nella Sinistra Italiana, nessuno ha pensato di fare una Cosa gialla (che, peraltro, esiste in qualche realtà locale). Da Forza Italia alcuni parlamentari sono andati con Fitto a fare una Cosa confusa. Da ultimo, di rilievo, è la comparsa, decisiva per l’approvazione della riforma del Senato, della vigorosa Cosa Verdina (di Denis). Difficile dire quante di queste cose ovvero, più pomposamente, formazioni politiche sopravviverà fino al 2018, data delle prossime elezioni politiche, e quante correranno da sole nel tentativo di superare la soglia del 3 per cento e di entrare nella Camera dei deputati. Interessante rilevare che il partito/gruppo parlamentare più solido è finora stata la Lega di Salvini.

Sappiamo che tutti i parlamentari nomadi e transumanti, trasformisti, si appellano all’art. 67 della Costituzione e solennemente affermano di essere legittimati ad agire “senza vincolo di mandato”. Purtroppo, eletti sulle liste bloccate del Porcellum, sono in grado di evitare qualsiasi valutazione personalizzata del loro operato da parte degli elettori. Eventualmente rinominati da dirigenti di partito, dai quali vorranno/dovranno tornare, avranno pochi incentivi a raccontare la loro storia di parlamentari movimentisti/trasformisti. Di qui, da questi comportamenti e dall’impossibilità per l’elettorato italiano di valutarli limpidamente e di punirli a ragion veduta, nasce la crisi di rappresentanza. Ne consegue anche l’insoddisfazione diffusa che porta molti elettori nell’astensione e altri a scegliere alternative estreme. Il Movimento Cinque Stelle è stata la più visibile e la più premiata delle alternative estreme. E’ anche probabile che continuerà a esserlo.

Unitamente all’opportunismo dei parlamentari, esiste un altro potente, ma un po’ assolutorio, fattore esplicativo dei loro comportamenti: la natura dei partiti italiani. Gradualmente, i partiti italiani sono tutti diventati partiti personalisti, tenuti insieme non da un’ideologia (parola grossissima), non da una visione dell’Italia che vorremmo, non da un programma fatto di poche e chiare priorità, ma dall’ossequio al leader (Berlusconi, Grillo, Renzi, Salvini) Grati al leader che li ha “nominati” parlamentari, ma irritati per non essere ascoltati e messi ai margini al momento delle decisioni, molti, il loro numero a metà della legislatura, è già superiore a duecento, se ne vanno. I marchingegni elettorali passati, liste bloccate e premio di maggioranza, e futuri, ancora il premio di maggioranza più liste parzialmente, ma abbondantemente, bloccate, consentono ai leader di non preoccuparsi troppo delle defezioni dei parlamentari irrequieti.

Spesso bastonati e irrisi dal gruppo dirigente renziano, i parlamentari del PD che sono andati a dar vita a Sinistra Italiana si trovano ora in mare aperto insieme agli esponenti di quel che fu Sinistra Libertà Ecologia, la cui spinta propulsiva è finita da tempo. Spazio a sinistra del Partito di Renzi ce n’è ed è anche molto. Resta da vedere se Sinistra Italiana avrà la capacità di elaborare nuove idee, per l’appunto, di sinistra, o galleggerà in attesa di essere ri-cooptata.

Pubblicato AGL 8 novembre 2015

Sulla situazione politica nel PD #RadioRadicale

radio-radicale-430x2006 novembre 2015

INTERVISTA di Cristiana Pugliese | RADIO – 11:26. Durata: 6 min 30 sec

La strada e il coro

Corriere di Bologna

Le spalle forti e le convinzioni più che solide del Cardinale Caffarra hanno sicuramente assorbito le non buone, spesso ingenerose, valutazioni del suo operato che rimbalzano dalle aspettative al limite dell’entusiasmo che accolgono il suo successore nella diocesi di Bologna. Mi sfugge per quale ragione un “prete di strada”, come si definisce Matteo Maria Zuppi, sia automaticamente preferibile a un teologo di vaglia, come fu Giacomo Biffi, e a un ruvidissimo interprete dell’ortodossia, com’è stato Carlo Caffarra. Si dice che l’arcivescovo Zuppi sarebbe migliore di entrambi perché rappresenta il rinnovamento, mi viene da scrivere “ruspante”, ma sento che è irrispettoso, per il quale opera Papa Bergoglio? La verità è che non disponiamo di nessun criterio, tranne le traiettorie biografiche precedenti, per valutare in maniera adeguata le figure dei nuovi vescovi. Per di più, tendiamo a pensare non in termini teologici e pastorali, estranei alla grande maggioranza dei bolognesi, ma in termini banalmente politici. Lercaro piacque perché denunciò i bombardamenti USA in Vietnam. Biffi piacque meno, ma incuriosì e interessò molto per quella sua icastica definizione di Bologna “sazia e disperata”. Caffarra è stato ed ha voluto essere il difensore intransigente di una certa visione, assolutamente legittima, dell’ortodossia. Troppi sembrano attendersi dall’arcivescovo Zuppi una sorta di grande flessibilità specialmente in materia di rapporti umani, ma anche di rapporti con le istituzioni che, a Bologna, significa soprattutto con il sindaco e il Partito Democratico. Essendo entrambi i soggetti ondivaghi, privi di qualsiasi progettualità e, spesso, anche di coerenza su quasi tutte le tematiche –immigrazione, ordine pubblico, legalità, famiglie e unioni civili–, il nuovo Arcivescovo sarà tanto più apprezzato quanto più, da un lato, eviterà di prendere posizioni chiare e nette; dall’altro, si avvicinerà con le sue dichiarazioni a quello che la politica fa un po’ confusamente, in maniera altalenante. Si potrebbe sostenere che i pronunciamenti dell’Arcivescovo Zuppi daranno un contributo quanto più saranno netti e affilati, quanto più costringeranno a riflettere e anche a produrre repliche argomentate. Zuppi valuta molto positivamente il lavoro di confessore: interazione one to one. Quando affermerà e rivendicherà, com’è opportuno, l’importanza e la rilevanza del ruolo pubblico della religione, vedrà che il dibattito sotto forma d’incontro e di scontro, diventa spesso, in questa città, corale. Quante più voci parteciperanno meglio sarà, per tutti, compresi i “preti di strada”, in una città nella quale troppo spesso una coltre di conformismo avvolge, sopisce, soffoca.

Pubblicato il 1° novembre 2015

Italicum Rivedere il malfatto

Nell’Italicum già esiste la clausola “coda di paglia” che impegna gli estensori a sottoporre la muova legge elettorale a una verifica di costituzionalità. Peraltro, sarebbe stato opportuno che, prima il Presidente Napolitano, al quale è toccato il compito di autorizzarne la presentazione al Parlamento, poi il Presidente Mattarella, al quale è spettato firmarla per promulgarla, facessero i loro compiti nella “casa degli italiani” ovvero al Quirinale. Adesso, un variegato schieramento prevalentemente composto da politici, costituzionalisti e avvocati ha preparato contro l’Italicum diversi ricorsi che saranno presentati alla Camera e poi depositati nei Tribunali di molto capoluoghi affinché giungano alla Corte Costituzionale. La speranza degli oppositori dell’Italicum è che la Corte bocci la mancanza di una percentuale precisa di voti per accedere al ballottaggio e addirittura elimini il premio di maggioranza. Nel frattempo, sia all’interno del Partito Democratico, non soltanto fra le sue sparse minoranze, sia fra tutti i gruppi di opposizione, a cominciare da Forza Italia, ma ad eccezione del Movimento 5 Stelle, è alta la preoccupazione che consentire l’accesso al ballottaggio alle liste e non alle coalizioni significa andare verso un duello, che tutti i sondaggi certificano, fra PD e 5 Stelle.

Per appurare la legittimità costituzionale dell’Italicum, forse sarebbe sufficiente fare riferimento alle obiezioni con le quali la Corte ha distrutto la legge elettorale precedente, il Porcellum, e valutare se gli articoli dell’Italicum rispondono efficacemente a quelle motivazioni. Le liste non sono più bloccate tranne che per il capolista che rimane un privilegiato. Tuttavia, rimangono consentite le candidature multiple ovvero vi saranno dei privilegiatissimi che, veri specchi per gli elettori-allodole, potranno candidarsi addirittura in dieci collegi. L’introduzione del ballottaggio risponde a una delle obiezioni della Corte, ma, com’è congegnato, comporta un grande inconveniente. Se al ballottaggio andassero due liste che hanno ciascuna ottenuto il 25 per cento dei voti, la vincente avrebbe un premio che la porterebbe al 55 per cento dei seggi. Di fronte a questo probabile esito, il gatto si morde la coda. Se si stabilisce una soglia alta, al di là del 35 per cento, nelle condizioni date potrebbe non arrivarci nessuno dei contendenti. Quand’anche si consentisse con qualche trucco il ballottaggio qualora un solo contendente raggiungesse la soglia minima, l’impossibilità di apparentamenti potrebbe sfociare nella vittoria di una lista/partito del 25 per cento circa.

Torna in campo la doppia opzione alla quale Renzi-Boschi e i loro sostenitori si sono pervicacemente opposti: 1. stabilire che il premio può essere assegnato anche a coalizioni di partiti e di liste che si presentino alleate intorno ad un programma (e ad un leader candidato Primo ministro); 2. consentire che nel passaggio fra il primo turno di votazioni e il ballottaggio siano possibili gli apparentamenti con la sottoscrizione, da parte degli apparentandi, del programma del partito che va al ballottaggio. Entrambe le opzioni disinnescherebbero le probabili obiezioni della Corte costituzionale e vanificherebbero i ricorsi. La considerazione politica di fondo non può che essere severa. L’Italicum è una legge fatta male, a causa dell’eventualità di un ballottaggio PD/5 Stelle, che desta preoccupazioni “partigiane” persino in coloro che l’hanno votata. Tuttavia, la motivazione prevalente per rivederla non deve essere il timore per questo ballottaggio. Quello che conta per valutare una legge elettorale è, da un lato, quanto potere dà ai cittadini; dall’altro, quanta rappresentanza offre loro. Il potere dei cittadini cresce quando è il loro voto (non la nomina dall’alto) che manda i candidati in Parlamento. La rappresentanza è più ampia e soddisfacente quando al governo ci sono coalizioni, ovviamente il meno litigiose possibili, legittimate dal voto della maggioranza degli elettori. L’Italicum è carente da entrambi i punti di vista. Il tempo per rivederlo a fondo c’è.

Pubblicato AGL il 28 ottobre 2015

La Festa delle Cinque Stelle UN PASSO VERSO BAD GODESBERG

Corriere di Bologna

I numeri della Festa delle Cinque Stelle a Imola, non molto alti, ma neppure deludenti, dicono soltanto una parte della storia. Riconosciuto a Gianroberto Casaleggio il ruolo di guru, Grillo s’è messo un po’ più su: elevato. Però, l’aspetto più importante è che, sostanzialmente, Grillo ha preannunciato che sta facendo qualche passo indietro. La sua figura e la sua leadership sono, deve essersene reso conto, da un lato, molto ingombranti, dall’altro, rischiano di rivelarsi un ostacolo sulla strada dell’avvento al governo. Sbagliando, Grillo ha detto che “governare” è una brutta parola e che lui preferisce “gestire” (gesticolare?), in italiano certamente una parola peggiore e fuorviante. La “voce dal sen sfuggita…” comunica che un MoVimento nato per protestare e contestare si trova alla svolta della vita. Infatti, la manifestazione delle Cinque Stelle a Imola ha acquisito una valenza di governo, inevitabile in una fase nella quale i sondaggi tutti concordi collocano il MoVimento al secondo posto nelle preferenze degli elettori. Questo significa che le Cinque Stelle andrebbero al ballottaggio con il Partito Democratico tant’è vero che gli artefici e i complici della brutta legge Italicum stanno già pensando a come rabberciarla prevedendo l’attribuzione del premio di maggioranza non più a una lista, ma a una coalizione. Inoltre, a Roma (e sui treni per il rientro in Toscana) c’è chi si arrovella su quale stratagemma congegnare per non indire le elezioni nella capitale in contemporanea con la tornata amministrativa di altre città in ordine d’importanza: Milano, Napoli, Torino, Bologna. L’election day fa risparmiare soldi, ma è giustamente percepito come molto pericoloso nel caso romano. Sulla capitale, i suoi scandali, le sue reti clientelari e affaristiche, le sue pesanti collusioni trasversali il Movimento Cinque Stelle punta con molte buone ragioni e molte frecce al suo arco tranne una: la presenza chiara di un’efficace candidatura a sindaco (problema che dovrà essere risolto, a suo tempo, anche per arrivare a Palazzo Chigi). Non ultima, c’è anche Bologna. Il vento del rinnovamento proprio non soffia in città. Semmai parecchi si muovono come banderuole, in particolare fra gli assessori che vengono licenziati oppure “licenziano” affermazioni sulle occupazioni, sull’ordine pubblico, sulla giustizia, che sarebbero molto discutibili se non fosse preferibile non discuterle per niente. Qui la sfida al sindaco uscente, con riluttanza ricandidato e, vedremo quanto, appoggiato dal suo partito, si presenta, grazie al ballottaggio, possibile. Tra non molto sapremo se Imola potrà essere considerata la Bad Godesberg, dove nel 1959 i socialdemocratici tedeschi si candidarono con un programma che abbandonava le rigidità del passato, delle Cinque Stelle.

Pubblicato il 20 ottobre 2015

Modificare l’Italicum si deve

Finita la piccola, inferiore alle aspettative, bagarre del rimpicciolito Senato, giá si ricomincia a parlare di modifiche all’Italicum, legge elettorale approvata all’inizio di maggio cioé poco piú di sei mesi fa. Forse il Senatore a vita Giorgio Napolitano avrebbe fatto meglio a esprimere le sue perplessità in materia e il suo invito a modifiche nella lunga fase di gestazione della legge elettorale. Non avrebbe dovuto stupire lui né i critici e gli estimatori del Ministro Boschi che esiste un collegamento fra riforma del Senato e legge elettorale per la Camera. Da soli, il ministro e il suo Presidente del Consiglio non erano in grado, ma probabilmente neppure volevano, cogliere il collegamento poiché le loro riforme elettorali e costituzionali sono all’insegna dello spezzatino. A sua volta, Forza Italia si é accorta tardivamente che le conseguenze di alcuni elementi dell’Italicum sembrano fatte apposta per impedirle di arrivare al ballottaggio. Le sparse minoranze del Partito Democratico non hanno combattuto nessuna vera battaglia per conquistare un sistema elettorale migliore. Hanno preferito scaramucce di poco conto e nessun impatto cosicché Renzi e Boschi hanno avuto quello che volevano, non tutto, trovandosi, peraltro, obbligati a non pochi cambiamenti nei dettagli della legge rispetto al non impeccabile testo originario, ma parecchio resta ancora da fare. D’altronde, il “tutto” che i renziani perseguivano finiva per essere sostanzialmente un Porcellum appena ripulito che l’attualmente silente Corte Costituzionale non avrebbe potuto e non dovrebbe digerire.

I piccoli aggiustamenti di cui si discute in questi giorni di rilassatezza post-Senatum sono sostanzialmente cosmetici tranne uno. Il premio in seggi dato alla coalizione vincente e non, come è ora scritto nella legge, alla lista é un ritocco importante ancorché non decisivo. La struttura rimane quella di un sistema elettorale proporzionale modificato (alcuni direbbero snaturato) da un premio di maggioranza che rischia anche di essere cospicuo. Con l’Italicum così com’è non si puó fare di meglio, ma sicuramente abolire le candidature multiple, fino a dieci collegi, é una semplice misura di decenza político-elettorale. Quanto ai capilista bloccati é un punto renzian-boschiano irrinunciabile, indispensabile per garantire loro il controllo del gruppo parlamentare alla Camera dei Deputati.

Temo che sia troppo tardi per fare quella che Vittorio Foa chiamerebbe la “mossa del cavallo”: spiazzare tutti riproponendo, come ha fatto Stefano Folli in un commento su “Repubblica”, una versione del maggioritario francese: doppio turno in collegi uninominali. Per di più, Folli é fin troppo buono. Vorrebbe anche garantire ai piccoli partiti, molti dei quali, in quanto figli minori di scissioni trasformistiche, proprio non se lo meritano, un diritto di tribuna. Bastasse questo per “andare in Francia”, il sacrificio lo si potrebbe fare. Si otterrebbe un sistema elettorale, non cosmeticamente, ma sostanzialmente diverso e sicuramente migliore del non collaudato Italicum.

Nel frattempo é auspicabile che si esprimano tutti coloro che hanno, per tempo, espresso critiche e manifestato riserve. Non é neppure esagerato, data l’importanza del tema “legge elettorale” in una democrazia che vorrebbe cambiare i rapporti fra cittadini ed eletti, ascoltare che cosa ha in mente Napolitano. Insomma, senza nessun rischio di essere accusato di tramare contro la Repubblica, anche il relatore del Mattarellum, sistema elettorale non perfetto, ma nettamente migliore dei suoi due successori, potrebbe farci sentire il suo autorevole parere.

Se il Presidente Mattarella, non soltanto perché parla dal Colle, ma anche alla luce del suo passato (come sarebbe bello sapere come ha votato il giudice costituzionale Mattarella sia sulla “non reviviscenza” del Mattarellum nel 2010 sia sulla macellazione del Porcellum nel 2014), intervenisse, la sua autorevole voce riuscirebbe ad avere un impatto di cui molti, ancorché non tutti, gli sarebbero grati. Potrebbe essere il momento che “definisce” la sua Presidenza. Ovviamente, per chi sa ascoltare e correggersi.

Pubblicato AGL il 19 ottobre 2015

Non solo imperfetto Anche pasticciato

Il passaggio dal bicameralismo che troppi si sono ostinati a chiamare perfetto al bicameralismo renzian-boschiano sicuramente imperfetto é malamente compiuto. Sarà meglio non chiamare in causa fra i favorevoli Pietro Ingrao, che voleva il monocameralismo, ben diverso dal cambiamento in un sistema che rimane bicamerale, oppure i dubbi dei Costituenti i quali, alla fine, scelsero per non poche buone ragioni il bicameralismo che ci siamo tenuti per 67 non brutti anni. Mi continua a destare forti perplessità l’esplicito e ribadito sostegno a questa riforma da parte di Giorgio Napolitano, Senatore a vita senza nessun precedente impegno a favore di riforme elettorali e istituzionali, che, anzi, ha sempre ispirato la sua azione in materia alla massima cautela.

A questo punto, possiamo dirlo alto e forte: i senatori, a cominciare da quelli del Partito Democratico, minoranze trattativiste incluse, e sconfitte, si sono suicidati. Nessuno di loro, salvo acrobazie dei Consigli regionali, tornerà nella prossima assemblea. I più forti di loro cercheranno di strappare grazie all’Italicum un seggio sicuro nella Camera dei deputati. Qualcuno dei suicidi cerca di farci credere, ma forse soprattutto di convincere se stesso, che si é immolato per (il Partito del)la Patria che sarebbe il renzian partito della Nazione con l’aggiunta di quei mobili gentiluomini profondi conoscitori delle strutture e dei meccanismi istituzionali che si chiamano verdiniani.

“Cosa fatto capo ha” si dice in Toscana. Quel che interessa é sapere se la cosa fatta funzionerà, ovvero se migliorerà il funzionamento del sistema politico italiano e la qualità della sua democrazia. Troppi hanno sottovalutato tre aspetti che potrebbero avere conseguenze molto negative. Il primo aspetto é che quella del Senato é stata una riforma ad hoc: ridurre il numero dei parlamentari, spendere molto di meno, accelerare la legislazione. Così facendo, però, la funzione di controllo della seconda lettura é andata persa e si sono aperti grandi e evidenti problemi di riequilibrio e di freni e contrappesi anche per le modalità di elezione del Presidente della Repubblica. Secondo elemento trascurato sono gli eventuali, probabili e numerosi, conflitti, fra i prossimi Senatori, forse nominati, forse designati, sicuramente non eletti, i Consigli regionali stessi, che, avendoli designati, pretenderanno di dettarne i comportamenti (altro che “senza vincolo di mandato”), i loro colleghi deputati, i ministri che si occuperanno di materie regionali, il Presidente della Repubblica e la Corte Costituzionale alla quale arriveranno molti e frequenti ricorsi. Il terzo aspetto problemático deriva dall’inevitabile tentativo del prossimo Senato di ritagliarsi un qualche indefinito e, allo stato delle cose, indefinibile, ruolo legislativo e politico.

Alla fin della ballata, c’é, dunque, pochissimo di cui rallegrarsi. La trasformazione del Senato sarà brandita come un trofeo dai renziani, mai la positività del suo impatto rimane tutta da verificare. E’ giusto concluderne che, sì, il governo ha ottenuto quasi tutto quello che ha finora voluto in materia di riforme istituzionali, ma questo strapotere é, almeno in parte, piuttosto preoccupante. Mentre si discute sul come ritoccare l’Italicum, é probabile che a mente fredda qualcuno scoprirà più di una magagna nel Senato/Camera delle regioni. Brutta questa storia che non é neppure ancora completamente terminata.

Pubblicato AGL il 15 ottobre 2015