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Democrazie nella pandemia: nonostante populismo, negazionismo e antiscientismo nessuna democrazia ha ceduto

State ancora piangendo sulla morte delle democrazie annunciata alcuni anni fa con grande fanfara? Sursum corda. Tutte colpite dalla pandemia, nessuna democrazia è crollata. Ci sono state normali elezioni competitive. Il populista negazionista quasi golpista Trump ha perso. La democrazia USA ha reagito ed è in via di miglioramento qualitativo. Le democrazie apprendono; avranno sempre qualche inconveniente e problema, ma rimbalzano. Yes, they can.

Perché Giorgia Meloni piace tanto e non solo a destra @DomaniGiornale

Cedo subito alla tentazione di un paragone significativo. Mentre noi italiani guardiamo con interesse e maggiore o minore preoccupazione all’ascesa di Giorgia Meloni, a fare notizia in Germania è la crescita di consensi per la verde Annalena Baerbock. Fratelli d’Italia, guidata da Meloni, si avvia al 18 per cento; i Verdi di Baerbock sono arrivati al 28 per cento e sembrano destinati ad essere il partito che deciderà il prossimo governo della Germania. Quel governo, sicuramente e fortemente europeista, non piacerà a Meloni che, tutte le volte che può, dichiara la sua preferenza per la variante ungherese rappresentata da Orbán. Saldamente insediata alla guida dei Conservatori e Riformisti Europei, in larga misura contrari all’Europa che c’è, ma anche sostanzialmente irrilevanti, Meloni afferma di essere “per un’Europa confederale, che decide le grandi cose, e sulle altre lascia libertà agli Stati”. Iniziata la Conferenza sul Futuro dell’Unione Europea, la leader di Fratelli d’Italia ha un’occasione propizia di fare valere le sue idee in maniera del tutto trasparente e di sottoporre a critica quanto quegli europei, che desiderano un’Unione ancora più stretta, sapranno proporre.

Ciò detto, il consenso italiano per Fratelli d’Italia dipende solo in piccola parte dalle posizioni anti-europee: l’elettorato non è tenuto a cogliere le sottili distinzioni fra l’UE com’è e l’Europa eventualmente confederale. L’ascesa di Giorgia Meloni è una storia tutta italiana. Nel degrado e nel declino complessivo dei partiti, Fratelli d’Italia ha comunque saputo mantenere un prezioso aggancio con quello che era stato un partito piccolo, ma con radicamento: il Movimento Sociale Italiano. Meloni lì nasce e lì cresce meritandosi i complimenti per avere conquistato spazio personale e agibilità politica in un organismo di uomini (tuttora) maschilisti. Il resto sembra in misura quasi eguale un misto fra doti di carattere e intelligente sfruttamento delle opportunità. Il carattere è quell’elemento, importante e nella politica italiana abbastanza poco frequente, che spiega la coerenza finora espressa da Meloni. Nessuna impennata nessuna giravolta nessun inseguimento di novità: Meloni è rimasta fedele alle sue idee, destra nazionale e, in fondo, tradizionale (che ha troppa contiguità con Casa Pound e Forza Nuova). Un po’ di sovranismo, che è il nazionalismo trasferito a Bruxelles, ma quasi niente populismo, consegnato largamente a Salvini (ma che, talvolta, fa capolino nei berluscones).    In una certa misura, è lo stesso Salvini che, con il suo marcato opportunismo e esibizionismo, continua ad offrire opportunità di crescita a Giorgia Meloni. Le critiche salviniane al governo di cui fa parte sono tanto frequenti e tanto simili a quelle di Meloni che una parte dell’elettorato pensa che allora è meglio confluire su Fratelli d’Italia. Altri elettori in uscita dal Movimento 5 Stelle trovano nei Fratelli d’Italia l’organizzazione più credibile per esprimere sia l’insoddisfazione per la politica italiana sia il dissenso nei confronti del governo Draghi. Poiché, coerentemente, Giorgia Meloni non è entrata nella fin troppa ampia coalizione di governo, gode adesso di quella che chiamo “rendita d’opposizione”. Ė una rendita che si sta rivelando cospicua e che è destinata a durare. So che dovrei concludere mettendo in guardia dai rischi di un governo prossimo venturo guidato dalla non europeista Giorgia Meloni. Sarebbe inevitabilmente e preoccupantemente un governo di centro-destra i cui guai, a mio parere, verrebbero dalle ambiguità e dalle ambizioni di Salvini, anche e soprattutto se la competizione per la leadership fosse vinta, seppur risicatamente, proprio da chi guida Fratelli d’Italia. 

Pubblicato il 12 maggio 2021 su Domani

Ma la realpolitik sarà sufficiente? #FormicheRivista n° 168 #Aprile2021 Elogio del Pragmatismo @formichenews

Aprile 2021 Elogio del pragmatismo

Ma la realpolitik sarà sufficiente?

L’insorgenza populista e sovranista sembra terminata. Un po’ dappertutto la pandemia sembra avere richiamato il popolo, pardon, i cittadini-elettori, e i dirigenti politici a atteggiamenti e comportamenti più sobri. Non sono in vista miracoli, ma riflessioni, in parte, purtroppo, in piccola parte, ispirate dalla consapevolezza che la scienza conta e che, dunque, bisogna contare anche sulla scienza. Qualcuno, forse, è andato audacemente e ardimentosamente oltre, vale a dire, pensa e sostiene che la politica possa e debba essere sostituita dalla scienza, persino, attribuendo capacità taumaturgiche agli economisti. Più fragorosamente che altrove, ma anche prima e più lungamente che altrove, è in Italia che la politica, intesa in senso molto lato, ha mostrato gravi inconvenienti. Tuttavia, non sarà affatto la tecnocrazia, neppure nella versione Draghi e i suoi boys, a risolvere le difficoltà di lungo corso dei partiti italiani e dei loro dirigenti. Ricorrerei ad una comparazione che fa leva sulla retorica. Per risolvere i problemi della democrazia ci vuole più democrazia proprio come per risolvere i problemi della politica ci vuole più politica. Sappiamo, è una certezza, che l’anti-politica in Italia è da sempre forte. Ė stata ingabbiata da partiti veri e seri per un periodo di cui è giusto essere fieri, dal 1945 a, scusatemi, ma non trovo una data convincente per segnalare la fine di quell’esperienza, forse al 1989. Poi l’antipolitica è tornata in forza sulle ali prima di un imprenditore, poi di un comico ed è rimasta alimentando copiosamente le Stelle.

   Altrove, la situazione era diversa in partenza ed è rimasta diversa per tutto il tempo con la clamorosa eccezione degli USA e la Presidenza Trump (il Bolsonaro del Brasile è esperienza peculiare, con minor impatto internazionale). Mi viene regolarmente la tentazione di interrogarmi su che cosa rileverebbe Tocqueville come, al tempo stesso, una sorpresa e una correzione rispetto alle sue acutissime osservazioni dell’America degli anni trenta del XIX secolo. Poi, avendo letto le analisi di Robert Putnam sul capitale sociale, capisco che cosa è successo negli USA per aprire la strada a Trump (molto machismo, persistenza del razzismo, terribili semplificazioni che un elettorato con basso livello di istruzione ha dimostrato di sapere e volere apprezzare). Il trumpismo non è, naturalmente, finito, ma è improbabile che negli USA riconquisti i fasti del passato proprio come il populismo europeo non riuscirà ad ergersi come alternativa al ritorno di una politica non urlata, non stravolta. Dagli USA è venuta anche la lezione che le istituzioni e le regole della democrazia costituiscono un baluardo. Ricorderemo l’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021 come il canto di un brutto cigno, ma anche come la sconfitta di quei “patrioti” bianchi insurrezionisti.  Joe Biden è, in effetti, qualcosa di più dell’impossibile ritorno ad una normalità pre-2016. Il Presidente democratico è old, ma, consentitemi di aggiungere subito, giocando con le parole, ha dimostrato di essere bold, ovvero audace. Se Biden proseguirà tenacemente la strada del riformismo, economico e culturale, di ampliamento delle opportunità che è il meglio del “sogno americano”, l’impatto si avrà anche sui sistemi politici europei, sull’Unione Europea.

   Oggi è impossibile dire se stiamo assistendo soltanto al ritorno del pragmatismo. Non sappiamo se il pragmatismo sarà sufficiente. Certamente, però, tenere conto dei fatti, delle prassi, costituisce la premessa indispensabile di qualsiasi costruzione di idee e di ideali. Temo che la pandemia offrirà ai politici, agli esperti, all’opinione pubblica nelle sue differenziate espressioni, ai cittadini ancora molto tempo per progettare. Ė un auspicio basato su segni ancora relativamente deboli che con l’impegno potranno rafforzarsi. Insomma, all’orizzonte si prospetta una nuova stagione nella quale politica e conoscenza, potere e sapere avranno modi di interagire liberamente. Voilà.

VIDEO Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana @UtetLibri

Perché l’Italia è tanto malmessa? Più di cinquant’anni fa la risposta Norberto Bobbio la offrì nel suo Profilo ideologico del Novecento italiano. Per molto tempo mi sono posto l’ambizioso compito di analizzare le idee che hanno circolato in Italia dopo il libro di Bobbio. Le mie risposte sono ora in Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana (UTET 2021). La libertà di cui gli italiani hanno comunque goduto non ha fatto, proprio come temeva Bobbio, migliorare le idee e i comportamenti collettivi. È risultata complessivamente inutile. Il mio libro cerca di spiegare perché.

Libertà inutile
Profilo ideologico dell’Italia repubblicana

Quando scelse la repubblica, il popolo italiano, appena uscito dalle rovine di una dittatura e di una guerra mondiale, affidò all’Assemblea costituente l’impegnativo compito, condiviso da tutti (o quasi), di costruire un paese migliore. Ma la repubblica che ne è uscita è stata all’altezza di quelle speranze?
Se lo chiedeva già Norberto Bobbio nel suo fondamentale Profilo ideologico del Novecento italiano, fermandosi però sulle soglie del 1968, e se lo chiede oggi Gianfranco Pasquino, raccogliendo l’eredità del grande filosofo torinese e provando a impostare nuovamente una riflessione che riesca a cogliere l’accidentato percorso della nostra mutevole e inquieta storia repubblicana.
A partire dalle fondamenta costituzionali, Pasquino sismografa gli smottamenti culturali, gli umori e i contrasti che, di decennio in decennio, hanno attraversato la nazione e coinvolto i suoi protagonisti. Così ci immergiamo nelle contraddizioni delle tre grandi culture politiche del Novecento: il liberalismo, fondamentale durante la Resistenza e sminuito nella ricostruzione del dopoguerra; il comunismo, lacerato all’interno dal dibattito fra i desideri di riformismo parlamentare e le pulsioni semirivoluzionarie, negli anni caldi delle contestazioni di piazza; l’area democristiana, appesantita dal troppo potere politico, economico e sociale accumulato senza controlli, fino alla resa dei conti di Tangentopoli.
E poi ancora i mutamenti delle stagioni recenti: la personalizzazione della politica propiziata dal berlusconismo e l’affermarsi di nuove culture che strizzano l’occhio all’antipolitica e al populismo.
Il quadro che ne viene fuori è un’inedita biografia della nazione: un paese di passioni ideologiche ed enormi contraddizioni, in cui le fortune dei leader durano il tempo di una stagione. E allora, attraversando le riflessioni di Pareto, Calamandrei, Gramsci, Sartori, prende forma il dubbio di Pasquino: la democrazia italiana ha disatteso le promesse costituzionali? Quella conquistata con tanta fatica è stata forse una Libertà inutile?

Gianfranco Pasquino (Torino, 1942), allievo di Norberto Bobbio e di Giovanni Sartori, è professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna. Associate Fellow alla SAIS-Europe di Bologna, è stato direttore, dal 1980 al 1984, della rivista “il Mulino” e, dal 2000 al 2003, condirettore della “Rivista italiana di Scienza politica”. Dal 2010 al 2013 presidente della Società italiana di Scienza politica, è autore di numerosi volumi, i più recenti dei quali sono Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate (2015), Bobbio e Sartori. Capire e cambiare la politica (2019, tradotto in spagnolo nel 2020) e Italian Democracy. How It Works (2020). È particolarmente orgoglioso di avere condiretto insieme a Norberto Bobbio e Nicola Matteucci per Utet il celebre Dizionario di politica (2016, nuova edizione aggiornata). Per Utet ha inoltre pubblicato La Costituzione in trenta lezioni (2016), L’Europa in trenta lezioni (2017) e Minima politica (2020). Dal luglio 2005 è socio dell’Accademia dei Lincei.

Il trumpismo prima e dopo the Donald

Faremmo troppo immeritato onore a Trump se attribuissimo il trumpismo tutto alle sue “qualità” personali. Al tempo stesso, finiremmo per nutrire l’improbabile aspettativa che con la sua uscita di scena scomparirà quanto di molto sgradevole e sconveniente ha caratterizzato buona parte della società americana nei quattro anni della sua pessima Presidenza. Invece, il coacervo di risentimenti, rancori, demonizzazioni di cui si è nutrito il trumpismo hanno una storia lunga e si proiettano nel futuro.

  Il suprematismo bianco, versione contemporanea del Ku Klux Klan, non è mai finito. Anzi, gli otto anni della Presidenza dell’afro-americano Barack Obama gli hanno dato una spinta possente. Tuttora sono molti fra gli elettori repubblicani coloro che continuano a negarne la legittimità asserendo, contro tutta la documentazione esistente, che Obama non doveva diventare Presidente in quanto nato all’estero. Le condizioni economiche e sociali dei neri americani sono peggiorate e le straordinariamente ingiuste modalità di trattamento da parte delle varie polizie locali hanno dato una forte spinta al movimento Black Lives Matter visto come una minaccia dai suprematisti bianchi sempre condonati dal Presidente. Peraltro, tutti i gruppi etnici, a cominciare dai latinos, sono stati pesantemente insultati da Trump.

   La mentalità paranoica nella politica USA, analizzata circa ottant’anni fa dal famoso storico di Harvard Richard Hofstadter, ha trovato espressione nelle decine di migliaia di tweet di Trump e dei suoi sostenitori, in particolare di coloro che vedono cospirazioni e complotti dappertutto. La sconfitta nel 2016 di Hillary Clinton, sbeffeggiata per tutta la campagna elettorale, anche al grido “mettetela in galera”, aveva fra le sue componenti l’antifemminismo e l’invidia per una donna colta che era giunta quasi al vertice istituzionale più alto. Il disprezzo per la scienza e per le competenze, anche dei medici, è un’altra delle componenti propriamente populiste del trumpismo, manifestatasi appieno potendo contare sul sostegno del Presidente. La maggior parte degli esponenti politici repubblicani hanno sfruttato consapevolmente questo corposo grumo di emozioni e manipolazioni, influenzando il loro elettorato, ma finendone prigionieri.

   L’assalto al Congresso, “palude” è il termine usato da Trump per definire la politica in Washington, D.C., è stato lanciato dalle parole del Presidente, ma in quel Congresso più di 100 rappresentanti repubblicani e almeno dodici senatori si erano preparati a dichiarare illegittima l’elezione di Joe Biden. Nessuno di questi atteggiamenti, suprematisti al limite del razzismo, maschilisti, antiscientifici, populisti, di risentimento sociale e culturale, è destinato a sparire nei giorni nei mesi negli anni successivi all’uscita di Trump dalla Casa Bianca. Molti resteranno a lungo anche perché largamente tradotti nelle nomine di giudici reazionari, compresi quelli alla Corte Suprema. Biden e i Democratici hanno molto lavoro da fare.

Pubblicato Agl il 8 gennaio 2021

Los populistas son más fuertes donde los partidos son débiles @eltiempo

El politólogo italiano Gianfranco Pasquino habló con EL TIEMPO sobre las democracias en la región

El profesor italiano Gianfranco Pasquino es uno de los máximos exponentes y autoridad de las ciencias políticas actualmente en el mundo. Fue presidente de la Asociación Italiana de Ciencia Política y es reconocido como uno de los más importantes pensadores europeos del último medio siglo.

Desde 1975 ha sido profesor emérito de Ciencia Política en la Universidad de Bolonia (Italia), donde es el director del Máster en Relaciones Internacionales ‘Europa-América Latina’ de ese claustro. Ha sido profesor de Cambridge, de Oxford, de la Universidad de California y también en América Latina.

Pasquino fue el invitado principal a la Semana del Politólogo, organizada por la Universidad San Buenaventura, y habló con EL TIEMPO.

Dijo que la mayoría de las democracias en América Latina tienen problemas de funcionamiento. Habló del populismo y aseguró que la región produce caudillos, especialmente porque no hay partidos ni organizaciones políticas fuertes.

En el contexto regional, ¿usted cómo ve el panorama político?

No veo una diferencia sustancial entre gobiernos de izquierda y de derecha. Hago una diferencia entre gobiernos que saben cómo gobernar sus países y gobiernos que no saben cómo hacerlo. En el caso de Brasil, el presidente Bolsonaro no sabe gobernar, mientras que en el caso de Chile la derecha sabe cómo gobernar. En Venezuela, la situación pues no es democrática, mientras que en Bolivia hay una elección libre y la izquierda gana. En Argentina todos dicen que el problema son los peronistas, que son fuertes pero que raramente son capaces de gobernar de manera satisfactoria. Saben cómo ganar elecciones, pero no cómo gobernar.

Es decir, ¿en la región el problema no es de izquierda o de derecha, sino de malos gobiernos?

Exactamente.

Desde ese punto de vista, ¿cómo ve la región, avanzando o estancada?

Lo primero que hay que destacar es que la gran mayoría de los países latinoamericanos son democracias, y eso es muy importante porque si usted tiene una democracia puede cambiar, puede mejorar, puede sustituir a quienes no saben gobernar. Después, el problema es cómo funcionan las democracias. Yo creo que la mayoría de las democracias en América Latina tienen problemas de funcionamiento. Algunos de los problemas son de reglas, también hay problemas de comportamiento de los que tienen el poder, de los que mandan. En algunos casos podemos cambiar a los que mandan, pero si no cambiamos las reglas no tendremos una democracia que funcione bien.

Menciona problemas de funcionamiento. ¿Qué sería necesario cambiar?

En algunos casos, los problemas son los poderes de los presidentes. Y los presidentes que tienen mucho poder raramente pueden ser responsables de lo que hacen, de lo que no hacen, de lo que hacen mal. Entonces debemos redefinir los poderes de los presidentes de la república. En algunos casos, los problemas son las asambleas legislativas, que no tienen el suficiente poder para controlar al presidente y no tienen bastante poder para representar de manera eficaz a los ciudadanos. Los sistemas electorales deben ser reformados en algunos casos. La manera de elección de los representantes debe ser modificada.

¿En la región hay presidentes que tienen demasiado poder?

En algunos casos, sí.

¿Dónde?

Por ejemplo, en Brasil el presidente tiene demasiado poder, y de eso no tengo ninguna duda. En Chile, el poder del presidente es bastante importante. En algunos casos, los presidentes utilizan un exceso de poder político, lo que produce consecuencias negativas.

¿En el caso de Colombia qué ha visto?

No conozco muy bien la situación colombiana, pero me parece que, en general, las elecciones son libres y los presidentes ganan el poder a través de reglas democráticas.

Sabemos que hay un problema de violencia, y está el narcotráfico, pero ese no es un inconveniente institucional, es un problema socioeconómico que incluso puede ser un problema cultural, que es muy difícil de resolver.

¿Se debe avanzar, sobre todo, en el plano social?

Exactamente.

Por acá se habla mucho de caudillismo, ¿ve mucho caudillo en esta parte del continente?

La región tiene una situación favorable a los caudillos porque no hay muchas organizaciones políticas fuertes, sólidas. Los partidos son organizaciones débiles. En Brasil, por ejemplo, los partidos son organizaciones muy débiles; en Argentina, la izquierda ha sido muy débil, el partido radical es un partido pequeño, el partido de la tradición argentina es un partido pequeño, y los peronistas no son un partido. Entonces, los movimientos son importantes, pero no tienen reglas y no tienen democracia en su interior, y los partidos son débiles y en algunas ocasiones son organizaciones personalistas, es decir, el líder del partido crea el partido, el cual dura hasta cuando el líder está bastante fuerte.

Es decir, ¿los partidos deben dejar de ser caudillistas?

Deben fortalecerse como organización. No sé si pueden dejar de ser caudillistas, porque los caudillos nacen dentro de los partidos en algunos casos y en otros casos son los caudillos quienes obtienen el poder de conquistar los partidos. El problema está en los partidos y en algunos de sus dirigentes, que deben resistir contra los caudillos actuales y potenciales.

¿En el caso de Nicolás Maduro estamos hablando de un dictador o de un caudillo?

El problema de los dos partidos más importantes de Venezuela fue que no supieron fortalecerse, no construyeron relaciones con el pueblo, con los electores, con los ciudadanos. El Copei y Acción Democrática abrieron el espacio político para Chávez, y él fue un verdadero caudillo, un líder populista con muchas capacidades que intentó crear un nuevo sistema político.

Pero los populistas raramente saben cómo institucionalizar su fuerza, su poder. Entonces, la situación venezolana es una situación no democrática, podemos decir que es arbitraria también y Maduro utiliza reglas autoritarias. Pero no hay una situación consolidada. Entonces, si los dos grupos no logran una solución compartida es difícil construir algo sólido y duradero en Venezuela.

¿La salida de la crisis venezolana debe tener en cuenta al chavismo?

La salida es como construir reglas e instituciones que sean compartidas entre los opositores y los que apoyan a Maduro. Es claro que Maduro no puede seguir en el poder y debe haber reglas de cogobierno que sirvan para un año de transición y después, elecciones libres. Pero deben existir partidos organizados para producir consecuencias positivas.

Usted menciona el populismo, ¿lo ve aumentando en la región?

Los populistas necesitan que no existan organizaciones fuertes, porque si existen partidos fuertes, porque si existen asociaciones fuertes, los populistas no pueden ganar el poder. Pueden obtener votos, y en Europa hay movimientos y partidos populistas. Los populistas existen porque si evaluamos la democracia como el poder del pueblo, hay populistas, los que dicen que representan el pueblo. Los populistas son más fuertes donde no hay organizaciones fuertes. Entonces, en los países latinoamericanos cuando no hay partidos fuertes, hay líderes populistas. Los partidos chilenos son bastante fuertes, entonces vemos poquísimo populismo. Los partidos en Brasil no son bastante fuertes, entonces Bolsonaro es un líder populista.

¿Cree que las necesidades generadas por el covid-19 les pueden abrir las puertas a los populistas?

Los populistas pueden disfrutar la pandemia de una cierta manera, pero los populistas no tienen soluciones para la pandemia, porque la pandemia necesita soluciones compartidas entre hombres, mujeres y el Estado. Son quienes tienen el poder, especialmente el económico, quienes pueden resolver, quienes pueden enfrentar la pandemia. Los populistas pueden criticar, pueden explicar que saben cómo hacerlo, pero cuando tienen el poder político no saben cómo resolver la pandemia, cómo resolver los problemas del pueblo porque necesitan soluciones compartidas con otros Estados, no contra los otros Estados, sino con otros Estados. No hay una solución nacional para la pandemia.

En Colombia se habla mucho de la polarización, ¿este es un fenómeno local o de toda la región?

La polarización es siempre un problema y nunca una solución. Es necesario que los moderados de izquierda intenten buscar una solución con los moderados de derecha, ese es normalmente el camino para una solución democrática, cuando hay la convergencia entre los moderados. Pero no conozco lo suficiente de la situación colombiana. Pero, en general, podemos decir que hay moderados en todas las democracias, que son los que intentan producir soluciones, controlan la polarización de izquierda y la polarización de derecha.

¿La elección en EE. UU. de Joe Biden implica algún cambio para la región?

En general, puedo decir que Latinoamérica hoy no es muy importante para Estados Unidos. La competencia con China, y de una cierta manera con Rusia, es mucho más importante. Entonces, si los latinoamericanos no crean problemas particularmente delicados, Estados Unidos y Biden no estarán interesados sobre lo que ocurra en Latinoamérica.

¿Podríamos decir que Latinoamérica se mueve entre el caudillismo, el populismo y los malos gobiernos?

No, no podemos, porque América Latina tiene países que son democráticos. Existen caudillos, existe el populismo; en algunos países los populistas parecen ser bastante fuertes, pero el elemento común a todos los países de Latinoamérica es la democracia, y debo decir que hay democracias que funcionan bastante bien y democracias que no funcionan, pero sabemos por los sondeos de opinión que la mayoría de los latinoamericanos prefieren las democracias a los populistas.

¿Qué opinión le merece lo que pasó en Perú, que en menos de dos semanas tuvo tres presidentes?

Perú tiene muchísimos problemas. Los partidos son débiles y la corrupción es muy alta. La inestabilidad política en este país es un fenómeno permanente. No veo ninguna solución. Puede ser que un gobierno de solidaridad nacional produzca algo positivo, pero es difícil convencer a las élites políticas, económicas y culturales de construir y apoyar un gobierno de solidaridad durante un plazo de tiempo bastante largo, cinco o seis años.

¿Esto que pasó en Perú es el reflejo de una democracia débil?

Freedom House, reconocida ONG a nivel mundial, considera a Perú un país “libre” y bastante democrático, pero la calidad de su democracia es débil. No veo una solución en el corto plazo, ahora se deben fortalecer los partidos y compartir el poder. Como país, deben organizarse y luchar. La nación inca debe seguir luchando por defender y fortalecer su democracia.

25 de noviembre 2020 El TIEMPO

Da Berlusconi a Trump: come far dimenticare il proprio fallimento @DomaniGiornale

L’ex-Presidente degli USA Donald Trump sta facendo di tutto per riuscire a farsi classificare come il peggior presidente di sempre. Al contrario, sembra che Silvio Berlusconi stia tentando un’operazione molto diversa e che, addirittura, sia in corso una sorta di sua riabilitazione politica. Non ripeterò le critiche e le imputazioni più severe, molte passate in prescrizione, ma una, quella per frode fiscale, tradotta in sentenza di condanna debitamente espiata. Anche se qualche volta la separazione è arbitraria, lascerò da parte tutte le molte questioni giudiziarie e mi soffermerò, invece, quasi esclusivamente, sulla azione politica di Berlusconi, nel passato e in tempi recentissimi.

Rilevo, anzitutto, come il conflitto fra gli interessi personali del Berlusconi imprenditore con quelli pubblici del Berlusconi governante sono irrilevanti soltanto fintantoché Berlusconi rimane privo di cariche politiche. Infatti, quel conflitto, per lui più che per chiunque altro, può fare la sua ricomparsa. Quasi a riprova immediata, con l’accordo determinante del PD è stato approvato un emendamento che, in maniera molto criticabile, difende Mediaset dal legittimo assalto di Vivendi.

In secondo luogo, noto che nella sua azione di governo, Berlusconi non ha mai saputo, e neanche voluto, tenere fede alla sua solenne promessa, che suscitò moltissime aspettative, di lanciare una rivoluzione liberale. Non mi aspetto mai che rivoluzioni di questo tipo vengano da imprenditori, ma, certamente, non fu grande neppure l’impegno di quel piccolo gruppo di studiosi da lui reclutato. Quasi tutti sembrarono motivati, piuttosto che dal liberalismo dei diritti e delle regole, dall’anticomunismo e dal liberismo più o meno “neo”. Adesso, uno di loro, Marcello Pera, va a (es)portare addirittura a Matteo Salvini la rivoluzione liberale che non fu.

Infine, dell’europeismo del Berlusconi governante danno dimostrazione inconfutabile, da un lato, le riprese televisive e le fotografie dei vertici con gli altri capi di governo, nei quali era snobbato e isolato, dall’altro, l’influenza esercitata sull’intero elettorato italiano che da nettamente favorevole all’Unione Europeo è diventato largamente euroscettico, se non sovranista ora al seguito di Salvini e Meloni. Che adesso il cambiamento più visibile di Berlusconi sia proprio un atteggiamento costantemente europeista tradotto, per esempio, nella disponibilità alla accettazione dei fondi MES per spese sanitarie dirette e indirette, potrebbe sembrare un modo di prendere le distanze e di ritagliarsi uno spazio politico nel centro-destra a scapito dei due alleati attualmente più votati. Comunque, sia Berlusconi definisce la posizione sua e di Forza Italia come liberale, cristiana (senza esibizione di baci a rosari), moderata e a favore dell’Unione Europea.

Quanto al governo Conte, pur composto da esponenti delle Cinque Stelle, che aveva mandato “a pulire i cessi”, e da immarcescibili ex-comunisti, il suo atteggiamento è costantemente dialogante fino a fare pensare a eventuali modalità, agevolate dal respingimento di Vivendi, di un suo sostegno la cui esplorazione affido ai retroscenisti.

Naturalmente, in una prospettiva di breve periodo concentrata sull’attualità, Berlusconi non può non apparire un leader politico responsabile che si fa portatore di politiche di buonsenso. La sua distanza da Trump, per coloro che lo ritengano un suo precursore, risulta abissale. Tuttavia, è impossibile e sarebbe sbagliato dimenticare che con Berlusconi, anche se non per sua esclusiva responsabilità, sono ricomparsi aggravati sulla scena politica alcuni importanti tratti deteriori: una certa visione di antipolitica, una propensione notevole all’antiparlamentarismo, un linguaggio non sempre signorile, soprattutto la personalizzazione della politica e possenti elemento di populismo a cominciare dalla asserzione-pretesa che chi ha ottenuto i voti non può e non deve essere intralciato e controllato (in particolare, non dalla magistratura e non dalla Presidenza della Repubblica).

Se statisti sono coloro che lasciano il paese che hanno governato in condizioni migliori di quando giunsero al governo, certamente, non è stato questo il caso di Berlusconi. Neanche a coloro che pur considerano positiva la sua recente conversione, dovrebbe essere possibile e comunque non sarebbe corretto dimenticare i suoi lasciti deteriori e pericolosi che hanno trovato accoglienza sia nell’opinione pubblica sia nelle visioni politiche degli alleati, Lega e post-fascisti, che lui portò al governò e legittimò (sdoganò) definitivamente. 

Pubblicato il 15 novembre 2020 su Domani

The Donald è sconfitto ma il “trumpismo” resta @fattoquotidiano

Liquidata la Presidenza Trump, ma con molte apprensioni per quelli che saranno i suoi velenosi colpi di coda, è più che opportuno riflettere sul trumpismo. Donald Trump è il produttore del trumpismo oppure a produrre Trump e la sua presidenza è stato un grosso onnicomprensivo grumo di elementi già presenti nella politica e nella società USA? Settantun milioni di elettori, nove milioni più del 2016, segnalano che Trump non era un marziano, un misterioso ittito (che occupa l’Egitto/Casa Bianca senza lasciare nessuna traccia), un fenomeno (sì, nel doppio significato) passeggero. Esistono alcuni elementi del “credo americano”, come identificati dal grande sociologo politico Seymour M. Lipset, che costituiscono lo zoccolo duro del trumpismo: l’individualismo, il populismo e il laissez-faire che interpreto e preciso come insofferenza alle regole -per esempio, a quelle che servono a limitare i contagi da Covid. A questi è più che necessario aggiungere un elemento ricorrente: l’aggressione alla politica che si fa a Washington (swamp/palude nella terminologia di Trump) e un elemento sottovalutato e rimosso (anche viceversa): il razzismo. Con tutti i suoi molti pregi, il movimento Black Lives Matter non può non apparire come una risposta di mobilitazione importante, ma tardiva. Le uccisioni di uomini e donne di colore continuano e misure per porre fine alla “brutalità” della polizia sono, da un lato, inadeguate, dall’altro, contrastate da Trump, ma anche dal trumpismo profondo.

    La critica sferzante, di stampo populista, alla politica di Washington ha radici profondissime che probabilmente non saranno mai estirpate del tutto. La sua versione contemporanea, che non è stata sufficientemente contrastata, trovò espressione nella famosa frase del Presidente repubblicano Ronald Reagan: “Il governo non è la soluzione; il governo è il problema”. Il terreno favorevole all’innesto e alla espansione del trumpismo è stato abbondantemente concimato dal Tea Party Movement e dagli evangelici. Il primo ha, da un lato, formulato una concezione estrema della libertà individuale per ottenere uno Stato minimo che, naturalmente, non deve in nessun modo intervenire nelle dinamiche sociali, per chiarire: né affirmative action né riforma sanitaria. Dall’altro, ha usato della sua disciplina e del suo potere di ricatto sia nelle primarie repubblicane sia nei collegi uninominali per spostare a destra, radicalizzare il Partito repubblicano nel suo complesso. Dal canto loro, le potenti e ricche confessioni religiose evangeliche hanno provveduto a finanziare le campagne elettorali di un molto grande numero di candidati ottenendone in cambio i loro voti al Congresso, non da ultimo per la conferma dei giudici nominati da Trump. Nominati a vita questi giudici sono in grado di garantire per almeno trent’anni che nella Corte ci sarà una maggioranza conservatrice misogina, indifferente alle diseguaglianze dei neri, contraria a politiche sociali. Le molte centinaia di giudici federali nominati da Trump (molti altri probabilmente riuscirà a nominarne nella frenesia dei suoi ultimi giorni alla Casa Bianca) faranno il resto del lavoro, cioè perpetueranno il trumpismo.    Da idee diffuse nel vasto campo trumpista sono discese le politiche di Trump: ambiente, commercio, sanità. Soltanto in parte, però, politiche diverse ad opera del Presidente Biden saranno in grado di incidere sul nucleo forte, sul core del trumpismo. Non è soltanto che nella sua lunga carriera politica Biden non ha proceduto a particolari innovazioni. È che, come gli hanno rimproverato i suoi avversari politici nelle primarie, a cominciare proprio dalla sua Vice-presidente Kamala Harris, la moderazione spesso finiva per mantenere lo status quo o per fare qualche piccolo passo inadeguato, come per quel che riguarda la condizione dei neri e, in parte, delle donne. Non voglio arrivare fino a sostenere che in Biden si annida una componente di trumpismo soft. Sono, però, convinto che non pochi cittadini-elettori democratici pensino che l’individualismo è ottima cosa, che il governo non deve svolgere troppe azioni troppo incisive, che una volta eletti i rappresentanti non si occupano più di gente come loro. Questi sono timori condivisi anche dai commentatori USA progressisti (ad esempio, gli eccellenti collaboratori della Brookings Brief). Da parte mia, non vedo neppure fra gli intellettuali più autorevoli l’inizio di una riflessione su una cultura politica che travolga trumpismo e trumpisti dando una nuova anima agli USA.

Pubblicato il 10 novembre 2020 su il Fatto Quotidiano

Io, il popolo. Come il populismo trasforma la democrazia di #Urbinati #23gennaio #Bologna @nadiau87 @edizionimulino

Giovedì 23 gennaio 2020 alle ore 18
Libreria La Feltrinelli di Piazza Ravegnana 1

presentazione del volume

Nadia Urbinati

Io, il popolo. Come il populismo trasforma la democrazia

dialogano insieme all’autrice

Paul Blokker

Gianfranco Pasquino

Che tipo di democrazia è la democrazia populista? Da non confondersi con i regimi dittatoriali e autoritari, il populismo – nella prospettiva dell’autrice – va considerato una variante del governo rappresentativo, basata sul rapporto diretto tra un leader e il “suo popolo”, rivendicato come “vero” contro l’establishment. Il rischio democratico non risiede allora nella domanda di espansione della democrazia, o nell’enfasi posta sul richiamo al popolo, ma nella selettività con cui il leader individua il suo popolo, facendone un’arma di parte da brandire contro l’altro. Il popolo dei populisti di fatto rifugge dall’inclusività e dalla generalità del popolo sovrano. Un contributo illuminante alla comprensione di un atteggiamento e di una prassi politica segnati da un crescente successo.

 

 

 

Come valutare la produttività dei parlamentari @rivistailmulino

Il già apprezzato presidente dell’Inps Tito Boeri ha scritto un articolo (Non solo questione di numeri, “la Repubblica”, 31.12.2019), alquanto confuso, inteso a dimostrare che è possibile ridurre il numero dei parlamentari senza che ne discendano conseguenze negative sul funzionamento del Parlamento. Il suo punto di partenza è che i parlamentari attualmente esistenti, pure inspiegabilmente numerosi (rispetto a che cosa, a chi? agli elettori Boeri non offre nessun elemento di valutazione comparata), risultano molto poco produttivi. Per definire e misurare la produttività dei parlamentari l’articolo utilizza due criteri. Il primo è la presenza alle votazioni in aula; il secondo è la stesura di disegni di legge. Entrambi i criteri sono inadeguati e fuorvianti.

Quanto al primo, chi studia i parlamenti e il loro funzionamento sa che, tranne qualche significativa eccezione, tutti i disegni di legge che arrivano alla votazione finale in aula sono stati ampiamente discussi, talvolta emendati (in effetti, ottima cosa sarebbe contare e valutare quali e quanti emendamenti di successo sono stati introdotti dai singoli parlamentari anche in aula) e, infine, votati nelle commissioni di merito. Un numero notevole di parlamentari ha partecipato attivamente a quelle discussioni e approvazioni. A tutti è noto che molte, se non addirittura la maggior parte delle votazioni in aula non presentano nessun conflitto e avverranno senza sorprese. Dunque, la loro presenza non è politicamente richiesta, senza contare che molti parlamentari sono occupati in cariche di governo e molti possono essere in missione. Le foto delle aule vuote del Parlamento in occasione di discussioni generali, che molti quotidiani pubblicano e che scandalizzati commentatori, più o meno inconsapevolmente “populisti”, stigmatizzano, sono del tutto fuorvianti. Oscurano il fatto che molti parlamentari stanno lavorando in Commissione, studiando nei loro uffici, dando interviste di politica a quegli stessi quotidiani, tenendo rapporti con i loro elettori. Per quel che riguarda il secondo criterio, la stesura e presentazione dei disegni di legge, è da tempo che gli studiosi del Parlamento sanno che il compito principale di qualsiasi e di tutti i parlamenti (tranne quelli delle Repubbliche presidenziali) non è affatto quello di “fare le leggi”. Nelle democrazie parlamentari, sono i governi (se si preferisce, le maggioranze che sostengono i governi) che fanno le leggi. All’incirca fra l’80 e il 90% delle leggi approvate dalla maggioranza dei Parlamenti contemporanei sono di origine (iniziativa) governativa. D’altronde, è giusto che sia così.

Infatti, quei governi e i partiti che ne fanno parte hanno non soltanto il potere di fare approvare i loro specifici disegni di legge, ma hanno anche il dovere di farlo. Hanno ottenuto voti anche, in qualche caso, soprattutto, poiché hanno promesso agli elettori di attuare determinate politiche. Una volta al governo è loro compito tradurre le promesse in progetti di legge sui quali chiederanno l’approvazione dei parlamentari che anche su quei programmi sono stati eletti. La disciplina di voto che ne consegue è parte del complesso circuito di responsabilità istituzionale richiamata anche nel discorso di fine d’anno del presidente Mattarella. Se fossero i singoli parlamentari a fare le leggi assisteremmo al caos, nel quale la Terza Repubblica francese, definita la République des députés, si trovò a lungo con scambi dei più vari e incontrollabili tipi fra gruppi di deputati. Non è un dettaglio marginale il crollo come un castello di carta di quella Repubblica di fronte alla comparsa dei carri armati tedeschi nel giugno 1940. Quindi, invece di considerare positivamente come indicatore di produttività il numero dei disegni di legge scritti dai singoli parlamentari (incidentalmente, mai i più noti e neppure quelli che godono di maggiore prestigio fra i colleghi, a richiesta sono in grado di fare i nomi!), è opportuno preoccuparsi e interrogarsi su quali ne siano le motivazioni anche alla luce dell’altissima improbabilità che quei disegni di legge siano presi in considerazione e, meno che mai, giungano all’approvazione. No, è completamente sbagliato misurare la “produttività” di un parlamentare contando i disegni di legge da lui/lei “sfornati”. Praticamente, nessuno di quei disegni di legge ha la minima possibilità di essere preso in considerazione; giustamente, poiché, da un lato, sono semplici messaggi, oramai abbastanza rari, mandati agli elettori, ma più spesso sono “favori” restituiti a qualche gruppo di interesse che, in effetti, è il vero autore di quel disegno di legge. Comunque, se produttività è produrre disegni di legge, allora Boeri dovrebbe essere fermamente contrario alla riduzione del numero dei parlamentari. Infatti, quanti più sono i parlamentari tanti più saranno/sarebbero i disegni di legge. Se, poi, ci fosse competizione fra un numero elevato di disegni di legge sullo stesso tema, allora alla produttività in termini di quantità si affiancherebbe anche l’incremento di qualità [sic!]. Ciò detto, propongo a Boeri e a chi come lui si dice favorevole alla riduzione del numero dei nostri parlamentari che la produttività venga misurata con riferimento non alla moltiplicazione dei disegni di legge che neppure arrivano alla votazione, ma con riferimento al molto più complesso ma molto più significativo ed esigente criterio della rappresentanza.

Che cosa fanno i parlamentari per dare rappresentanza agli interessi, alle preferenze, alle aspettative, persino agli ideali dei loro elettori, degli elettori in generale? In democrazia si ha rappresentanza politica soltanto quando i rappresentanti sono eletti, possono essere rieletti indefinitamente, con buona pace dei teorizzatori del limite ai mandati, e, naturalmente, anche sconfitti. Se la rappresentanza è elettiva non si può, come sembra suggerire Boeri, non (pre)occuparsi delle leggi elettorali, procedendo unicamente alla rozza, ma reale, distinzione fra leggi maggioritarie e leggi proporzionali. Già l’uso del plurale indica che è indispensabile guardare proprio alle technicalities di ciascuna legge. Non lo farò qui. Almeno in prima approssimazione è giusto affermare che esistono leggi elettorali capaci di collegare più efficacemente gli elettori al parlamentare che hanno eletto/a e spingerlo a dare buona rappresentanza.

Qui si apre il discorso relativo alla misurazione della qualità della rappresentanza. Ci sono alcuni indicatori facili: la residenza nel collegio nel quale il rappresentante è eletto; se non residente, il numero di volte che il rappresentante torna nel collegio e quanto tempo vi rimane; il numero di iniziative pubbliche svolte; il numero di elettori che riceve nel suo ufficio nel collegio; la quantità di posta che riceve e il numero di risposte che invia; i suoi interventi in Parlamento, magari distinguendo, come fatto più di duecento anni fa dal più autorevole interprete di ciò che è e che può essere buona rappresentanza politica, l’inglese Edmund Burke (1729-1797), fra rappresentanza del collegio, del partito, della nazione. C’è molto da fare per trovare e affinare i criteri più adeguati, non causali, non occasionali per la valutazione della produttività dei parlamentari soprattutto in chiave specifica di rappresentanza politica. Sappiamo che il paracadutaggio in liste bloccate e le candidature multiple non sono modalità propedeutiche (Burke esprimerebbe apprezzamento per questo mio very British understatement) alla buona rappresentanza politica Per il momento mi fermo qui suggerendo, anche a Boeri, la lettura di qualcosa che è più di un’approssimazione come risposta, come il mio Minima Politica. Sei lezioni sulla democrazia (Utet, 2020), delle quali una è sulle leggi elettorali e un’altra proprio sulla rappresentanza.

Pubblicato il 4 gennaio 2020