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Italicum Rivedere il malfatto

Nell’Italicum già esiste la clausola “coda di paglia” che impegna gli estensori a sottoporre la muova legge elettorale a una verifica di costituzionalità. Peraltro, sarebbe stato opportuno che, prima il Presidente Napolitano, al quale è toccato il compito di autorizzarne la presentazione al Parlamento, poi il Presidente Mattarella, al quale è spettato firmarla per promulgarla, facessero i loro compiti nella “casa degli italiani” ovvero al Quirinale. Adesso, un variegato schieramento prevalentemente composto da politici, costituzionalisti e avvocati ha preparato contro l’Italicum diversi ricorsi che saranno presentati alla Camera e poi depositati nei Tribunali di molto capoluoghi affinché giungano alla Corte Costituzionale. La speranza degli oppositori dell’Italicum è che la Corte bocci la mancanza di una percentuale precisa di voti per accedere al ballottaggio e addirittura elimini il premio di maggioranza. Nel frattempo, sia all’interno del Partito Democratico, non soltanto fra le sue sparse minoranze, sia fra tutti i gruppi di opposizione, a cominciare da Forza Italia, ma ad eccezione del Movimento 5 Stelle, è alta la preoccupazione che consentire l’accesso al ballottaggio alle liste e non alle coalizioni significa andare verso un duello, che tutti i sondaggi certificano, fra PD e 5 Stelle.

Per appurare la legittimità costituzionale dell’Italicum, forse sarebbe sufficiente fare riferimento alle obiezioni con le quali la Corte ha distrutto la legge elettorale precedente, il Porcellum, e valutare se gli articoli dell’Italicum rispondono efficacemente a quelle motivazioni. Le liste non sono più bloccate tranne che per il capolista che rimane un privilegiato. Tuttavia, rimangono consentite le candidature multiple ovvero vi saranno dei privilegiatissimi che, veri specchi per gli elettori-allodole, potranno candidarsi addirittura in dieci collegi. L’introduzione del ballottaggio risponde a una delle obiezioni della Corte, ma, com’è congegnato, comporta un grande inconveniente. Se al ballottaggio andassero due liste che hanno ciascuna ottenuto il 25 per cento dei voti, la vincente avrebbe un premio che la porterebbe al 55 per cento dei seggi. Di fronte a questo probabile esito, il gatto si morde la coda. Se si stabilisce una soglia alta, al di là del 35 per cento, nelle condizioni date potrebbe non arrivarci nessuno dei contendenti. Quand’anche si consentisse con qualche trucco il ballottaggio qualora un solo contendente raggiungesse la soglia minima, l’impossibilità di apparentamenti potrebbe sfociare nella vittoria di una lista/partito del 25 per cento circa.

Torna in campo la doppia opzione alla quale Renzi-Boschi e i loro sostenitori si sono pervicacemente opposti: 1. stabilire che il premio può essere assegnato anche a coalizioni di partiti e di liste che si presentino alleate intorno ad un programma (e ad un leader candidato Primo ministro); 2. consentire che nel passaggio fra il primo turno di votazioni e il ballottaggio siano possibili gli apparentamenti con la sottoscrizione, da parte degli apparentandi, del programma del partito che va al ballottaggio. Entrambe le opzioni disinnescherebbero le probabili obiezioni della Corte costituzionale e vanificherebbero i ricorsi. La considerazione politica di fondo non può che essere severa. L’Italicum è una legge fatta male, a causa dell’eventualità di un ballottaggio PD/5 Stelle, che desta preoccupazioni “partigiane” persino in coloro che l’hanno votata. Tuttavia, la motivazione prevalente per rivederla non deve essere il timore per questo ballottaggio. Quello che conta per valutare una legge elettorale è, da un lato, quanto potere dà ai cittadini; dall’altro, quanta rappresentanza offre loro. Il potere dei cittadini cresce quando è il loro voto (non la nomina dall’alto) che manda i candidati in Parlamento. La rappresentanza è più ampia e soddisfacente quando al governo ci sono coalizioni, ovviamente il meno litigiose possibili, legittimate dal voto della maggioranza degli elettori. L’Italicum è carente da entrambi i punti di vista. Il tempo per rivederlo a fondo c’è.

Pubblicato AGL il 28 ottobre 2015

#Matteodattiunamossa Ho immaginato le mail tra #Renzi e #Draghi

FQ

Caro Draghi,
smettila di provocarmi. Le riforme io le annuncio, mica debbo anche farle. Dammi tempo e sgancia più denaro. Attento: altrimenti ti sommergo di tweet, quelli beffardi.
Tuo Matteo

Caro Renzi,
guardi che io, a Firenze ho anche insegnato. Vi conosco voi sbruffoncelli. Smetta di twittare. Ricominci a studiare, magari anche un po’ d’economia. Mica puo’ pensare che il suo sciagurato governo verra’ salvato da me.
Mario Draghi
Presidente della BCE

(non tanto) Caro Draghi,
‘n son mica un bischero io. Non mi prendere in giro. Ho bisogno di qualche successino soprattutto nel rilanciare l’economia altrimenti Padoan si incavola e il Presidente Napolitano mi chiama un’altra volta al Colle e mi fa la solita lunga ramanzina, come se sapesse tutto lui (ma cosa vuole? Gli ho anche regalato cinque senatori da nominare nella prossima camera delle regioni et al.). Guarda, Draghi, che non ti difenderò dalla Merkel. Non penserai davvero che, se non ti dai una regolata, sarai tu il candidato a succedere al Presidente Napo? tua sorella!

Caro dott. Renzi,
l’ultima cosa che vorrei fare, dopo la Presidenza della BCE, e’ diventare Presidente di una Repubblichetta del Mediterraneo. Ultimo avvertimento. Faccia la riforma della scuola e, subito, del mercato del lavoro (insomma, chieda ad Ichino). Poi ne riparliamo. Infine, si ricordi che qui a Francoforte e a Bruxelles i suoi annunci lasciano il tempo, brutto, che trovano. Non rispondero’ a nessuno dei suoi tweet. Leggo dati e libri, io, continuo ad imparare. Lo stesso non posso dire di lei che mi pare abbia sprecato quasi del tutto i suoi primi sei mesi in carica. Leggo anche i sondaggi. Vedo che cala tutto: la sua popolarità e la fiducia nel suo governo.
Auguri #Matteodattiunamossa

Pubblicato 6 settembre 2014

Non basta andare di corsa

Il “passo dopo passo” dichiarato da Renzi a conclusione di quello che doveva essere un importante Consiglio dei Ministri rappresenta un significativo arretramento rispetto alla avventata promessa iniziale di “una riforma al mese” oppure è il segno di un ritrovato pragmatismo? Il Presidente del Consiglio sembra essersi accorto che per governare un paese complesso come l’Italia, popolato da quelli che lui chiama gufi e rosiconi, infestato da professoroni, bloccato da burocrati e banchieri, non basta correre. Non basta inviare molti tweet (facendo affidamento sui giornalisti amichevoli). Bisogna riflettere, selezionare, investire tempo ed energie, convincere. Soprattutto, è venuta l’ora di indicare un progetto di lungo periodo (Renzi si è dato un orizzonte di mille giorni a partire dal primo settembre) e di formulare una strategia. Infatti, l’Italia è stata bloccata da governi come, in particolare, ma non esclusivamente, quelli guidati da Berlusconi, che di strategie di lungo periodo, tranne quella della propria sopravvivenza, non ne avevano proprio. Correre e fare in fretta sono due modalità d’azione, qualche volta apprezzabili anche in politica, ma non si trasformano automaticamente in nessuna strategia in grado di mobilitare le forze vitali di coloro, che quasi sicuramente non sono la maggioranza in Italia, vale a dire, i riformisti, che vogliono davvero cambiare, lavorando.

Alla necessità di dare contenuti chiari e precisi ai suoi provvedimenti, a non affastellare, ma a tenere distinti i diversi ambiti delle riforme e a stabilire una sequenza di priorità, Renzi è stato richiamato dal Presidente Napolitano il quale, oramai da vero e severo governante ombra, ha poi anche discusso di cifre, conti, coperture con il Ministro dell’Economia. In Europa, non basterà replicare al settimanale “‘Economist” gustando ostentatamente gelati (italiani, of course) e neppure dicendo che stiamo già facendo i compiti a casa, che non è del tutto vero. Bisognerà, invece, conquistare la flessibilità possibile sulla base di riforme italiane che sveltiscano il funzionamento della giustizia civile, la quale, oltre ad essere un costo sistemico per l’Italia, scoraggia gli investimenti stranieri, e che rendano più efficiente la burocrazia e migliore la scuola. Di sicuro, la burocrazia, che per natura è inevitabilmente una struttura popolata da conservatori, si opporrà a qualsiasi riforma, in modo speciale a quelle che colleghino carriera e stipendi alla produttività e all’efficienza. Tuttavia, un attacco frontale ai burocrati senza distinguere fra loro gli efficienti e gli indispensabili dai troppi altri provoca soltanto rigetto ed è destinata, se non a fallire, a dare scarsi e sterili frutti. Un discorso molto simile vale per la scuola sulla alquanto abborracciata riforma della quale lo stesso Napolitano, che non è un esperto, ha chiesto a Renzi chiarimenti e approfondimenti.

L’entusiasmo seguito al tanto inaspettato quanto straordinariamente positivo risultato per il PD e, indirettamente, per il suo segretario-capo del governo, delle elezioni europee del maggio sembra sostanzialmente svanito. Il Presidente del Consiglio rincorre qualche successo di prestigio, come, ad esempio, la nomina di Federica Mogherini a responsabile della politica estera dell’Unione Europea: un riconoscimento, ma anche una difficile sfida. Gli operatori economici, italiani e soprattutto europei, attendono, invece, di vedere una strategia di fondo che si proponga di portare l’Italia fuori dalla recessione. Efficace è lo slogan del decreto “Sblocca-Italia”, ma per andare in quale direzione, perseguendo quali obiettivi prioritari e con quali modalità? Oltre al tempo per correre, c’è anche un tempo per riflettere, magari, in questo caso, concentrandosi, studiando (in fretta) e andando al di là del troppo ristretto e non abbastanza attrezzato cerchio dei consiglieri del Presidente del Consiglio.

Pubblicato AGL domenica 31 agosto 2014

Ho avuto una visione. La politica del futuro

FQ
L’aveva aspettata da molta tempo la politica del futuro. Se l’era immaginata tutta tecnologica, argentata, dotata di luce propria. Qualche settimana prima aveva visitato uno store della Apple dove a uomini e donne della sua età era consentito di intravvedere il profilo di quella politica sfiorando uno schermo. Sì, in qualche modo, poteva dire di averla già toccata. Chattando con alcuni conoscenti incontrati facendo surf e twittando, aveva scoperto una certa insoddisfazione per i meet-up (utilizzati qualche decennio prima da un movimento di grilli in un paese dello stivale chiamato Italia), per le piattaforme digitali, per i tweet lanciati nel vuoto delle coscienze e delle conoscenze. Quello era un “popolo” di terribili semplificatori, dominato da giovani veloci, nutriti di Peppa Pig (pippa bag), che si facevano molte decisioni al giorno, nessuna costosa. Era sufficiente sfiorare uno schermo. Ce n’erano un po’ dappertutto, anche in strada, anche nelle piazze che oramai tutti chiamavano agorà. Peraltro, molti soffrivano da tempo di agorafobia. Si eleggevano così anche i parlamentari che, non sapendo nulla della Rivoluzione francese, si facevano chiamare “cittadini”, rimanevano in carica per un week.end, poi si tenevano nuove e rapide elezioni a costo zero. I più anziani ricordavano un fiorentino che, con le mani in tasca, aveva sconfitto la casta più temibile quella dei Min (alcuni dei quali, giornalisti, erano bellicosissimi). La vecchia politica.
Travolto dai ricordi alquanto confusi — a scuola la storia non si insegnava più da tempo, la Costituzione era stata ridotta a tre articoli di poche righe: 1. The winner takes all; 2. Né scienza né coscienza, solo disciplina di clan. 3. Più gazebos per tutti, il Presidente Napolitano aveva smesso di predicare da tempo–, si accorse che una elegante signora gli si stava avvicinando. Sorrideva discretamente. Con un leggero inchino, lui le tese mano e lei disse: “il mio nome è Politicadelfuturo”. Le rispose che la stava aspettando da qualche tempo. Cominciarono un dialogo fitto. Lei introdusse subito il concetto di etica, della responsabilità e della convinzione, citando Max Weber e Norberto Bobbio. Lui riconobbe i nomi poiché aveva visto diversi libri del genere nella biblioteca di suo padre. Lei continuò accennando alla fiducia fra persone, sostenendo che la credibilità si misura sul rapporto fra promesse e prestazioni. A lui, la parola “prestazione” produsse un po’ di ansia. Lei se ne accorse e, per curarlo, gli disse che la leadership carismatica fa la sua weberiana comparsa proprio in situazioni di ansia collettiva. Non bisogna averne paura, ma sapersene liberare dopo averla sperimentata (sia la leadership sia l’ansia).
“Nativo digitale”, lui voleva interrogarla sulle piattaforme, sull’agorà, sui novissimi media convinto che lei, la politica del futuro, saprebbe produrre altre innovazioni, andare oltre. Si era fatto tardi. Senza fretta, lei gli confidò quale era la sua natura e quale la sua predicazione di fondo, essenziale. I suoi antenati venivano da una piccola città stato chiamata Atene. Il suo manifesto era un discorso di Pericle, facilmente scaricabile da Google. Non c’erano segreti. I discendenti di quella politica, uomini e donne di buona volontà, di buone letture, di buone intenzioni, si incontravano di persona ogniqualvolta lo desideravano, si scambiavano idee e opinioni, facevano proposte, trovavano soluzioni, spesso condivise, qualche volta conflittuali, le affidavano a persone da loro scelte con il voto (ciottoli bianchi, neri e di vari altri colori), verificavano l’attuazione di quelle decisioni e periodicamente, né troppo di frequente né troppo raramente, sostituivano gli esecutori delle decisioni. La politica del futuro, gli disse, sarà, come adesso tra noi, un rapporto faccia a faccia, fra persone che non soltanto ci mettono la faccia, ma anche la perdono, con i migliori fra loro che si guardano in faccia, credibili, affidabili, sostituibili. Entrarono in un bar e ordinarono due bicchieri di ouzo.

Pubblicato il 17 luglio 2014 su Futuroquotidiano.it

a Firenze, venerdì 13 giugno

Testimonianze banner

Riforme istituzionali. A che punto siamo?

venerdì 13 giugno 2014, ore 17:00
presso la sede di “Testimonianze”, via Gian Paolo Orsini 44, Firenze

Introduce e coordina: Simone Siliani
Interventi di:
– Carlo Fusaro, Università di Firenze
– Vannino Chiti, Senatore della Repubblica
– Gianfranco Pasquino, Johns Hopkins University di Bologna
Conclude: Severino Saccardi, direttore di “Testimonianze”

Dibattito pubblico promosso da Testimonianze

Testimonianze

 

Presentazione di Simone Siliani
La riforma del bicameralismo paritario è diventato il cuore del tema delle riforme istituzionali, scalzando peraltro quello della riforma del sistema elettorale (forse dato troppo presto per acquisito). Nel fuoco della polemica politica sull’argomento, sembra si sia perso di vista il perché della riforma, quali debbano essere le motivazioni profonde della riforma e l’obiettivo sostanziale della stessa. E’ evidente che non si può motivare una riforma costituzionale, la riforma del sistema di governo e dell’assetto dei poteri dello Stato, con la necessità di risparmiare qualche milione di euro e per velocizzare l’iter di approvazione delle leggi. Se si tocca un elemento cruciale del sistema di governo costituzionale, lo si deve fare per ricreare un equilibrio democratico di poteri complessivamente più avanzato.

Il bicameralismo è il sistema di governo più diffuso nelle democrazie moderne, come dimostra il dossier Le Camere alte in Europa e negli Stati Uniti, realizzato nel 2013 dal Servizio Studi del Senato, Ufficio ricerche sulla legislazione comparata e per le relazioni con il C.E.R.D.P.: la forma di governo della complessità che, tuttavia, “è oggetto, in gran parte d’Europa, di progetti riformatori, anche di carattere radicale”.
Proprio questo studio comparativo sottolinea il rapporto tra federalismo e bicameralismo; ma il federalismo non è altro che una delle possibili rappresentazioni del tema più ampio cioè quello dell’articolazione e la complessità di un sistema-Paese, che è appunto il motivo fondante del bicameralismo.

I gruppi di esperti costituiti dal Presidente Napolitano prima e dal Ministro per le Riforme Istituzionali del governo Letta, Gaetano Quagliarello, hanno in vario modo e con diverse sfumature sostenuto questo modello di bicameralismo differenziato e indicato alcune possibili realizzazioni concrete per l’Italia di questo modello.
Naturalmente, non è l’unico motivo per cui si giustifica il bicameralismo. Vi sono motivi intrinseci al processo legislativo, oppure di rappresentanza dell’elettorato, o di moderazione del potere della maggioranza parlamentare, o anche di rappresentanza territoriale che spingono molti a motivare ancora oggi la scelta delle seconda Camera ad elezione diretta.
La proposta di riforma presentata dal Governo ha sollevato molte discussioni e anche diverse proposte alternative da parte di parlamentari di diversi gruppi.

L’intento di “Testimonianze” con l’incontro del 13 giugno prossimo – “Riforme istituzionali: a che punto siamo?” – è quello di proporre una discussione seria sull’argomento fra punti di vista diversi, fra esperti e protagonisti delle riforme. Il senatore Vannino Chiti (promotore di una proposta di riforma che prevede il Senato ad elezione diretta), il prof. Carlo Fusaro (docente dell’Università di Firenze e da sempre appassionato promotore delle riforme istituzionali che in Italia hanno preso il via con i referendum degli anni ’90) e il prof. Gianfranco Pasquino (politologo, già parlamentare e studioso assai critico della proposta del Governo) discuteranno delle varie proposte sul terreno, senza incedere alle superficialità con cui la cronaca giornalistica ci ha abituati, bensì con competenza, rigore e serena dialettica, come è nello stile di “Testimonianze”.

La discussione attorno alle modifiche della Costituzione per un nuovo assetto del Senato e delle istituzioni rappresentative è in corso dal 15 aprile 2014 presso la 1^ Commissione “Affari costituzionali” del Senato della Repubblica. Su tale tema sono stati depositati 50 disegni di legge, tra cui quello proposto dal senatore Vannino Chiti e quello proposto dall’attuale Governo, adottato dalla Commissione come testo-base. La Commissione ha fissato al 3 giugno 2014 la scadenza per la presentazione degli emendamenti: ne sono stati depositati ben 5200.

Il predicatore disarmato

Non un re, ma un predicatore disarmato: così è apparso il Presidente Napolitano nel suo ottavo discorso di Capodanno. La troppo frequentemente utilizzata metafora del re è assolutamente inappropriata. Da un lato, Napolitano è stato democraticamente eletto e rieletto da due parlamenti diversi per composizione politica e demografica, con il secondo parlamento, l’attuale, significativamente ringiovanito. Dall’altro, non soltanto non desiderava la rielezione e non l’ha in nessun modo sollecitata, ma la aveva anche dichiarata inopportuna per ragioni istituzionali e personali. Lo ha ribadito nel suo più del solito asciutto, sobrio, severo discorso di Capodanno annunciando (non minacciando) anche la sua intenzione di andarsene quando la situazione italiana sarà migliorata, quando la sua pres(id)enza non sarà più necessaria. Non essendo un re, Napolitano non ha un erede designato ed è lecito dubitare che il Parlamento partorito dal Porcellum incontrerà enormi difficoltà, notissime al Presidente, nell’elezione del suo successore: una ragione in più per non uscire frettolosamente di scena.

Non un re, ma un predicatore il quale, però, è disarmato. Deve agire, e Napolitano lo sottolinea puntigliosamente, ma senza astio, subendo una “campagna calunniosa di ingiurie e di minacce”, sostanzialmente prive di fondamento e addirittura ridicole. I suoi comportamenti, anche i più innovativi e sorprendenti  non hanno mai travalicato i limiti dei suoi poteri costituzionali. Contrariamente ai suoi disinvolti e supponenti critici, giunti a sventolare la carta della messa in stato d’accusa, Napolitano conosce quei limiti e anche le opportunità molto meglio di tutti loro, compresi i giuristi “presidenziabili” secondo  Grillo e Travaglio. Lo ha dimostrato in più occasioni, la più recente delle quali è sfociata nella riscrittura ad opera del governo di un deprecabile decreto, da lui subito respinto. Lo dimostra sostenendo il governo contro tendenze destabilizzanti e distruttive che renderebbero impossibile formulare disegni di ripresa che hanno bisogno di un orizzonte più lungo. E’ la concezione che Napolitano ha dell’unità nazionale, inevitabilmente non condivisa dalla neanche troppo strana coppia dei leader extraparlamentari Grillo e Berlusconi,  che motiva la sua convinzione che le scelte del governo debbano essere lungimiranti e continuative.

Come molti si aspettavano e avevano fin troppo facilmente previsto, il Presidente ha giustamente insistito sulla necessità di riformare la politica e le istituzioni, a cominciare dalla legge elettorale. Peccato che, dopo avere sottolineato il ruolo centrale del Parlamento, il Presidente abbia detto che non spetta a lui indicare concretamente e precisamente i contenuti delle riforme da fare. Eppure sarebbe davvero importante sentire dalla sua voce (o dalla sua penna, con un solenne Messaggio al Parlamento)quale legge elettorale consentirebbe di avere un Parlamento migliore, di dare vita ad una dialettica politica fatta di confronto di idee e di proposte, di restituire potere agli elettori, di costruire governi stabili e duraturi. Non basterà il sacrificio dei cittadini italiani di cui il Presidente ha letto alcune lettere accorate nel tono, molto civili nella sostanza. Sarà certamente utile il coraggio di innovare da parte di molti imprenditori. Tuttavia, se non cambiano profondamente le modalità di fare politica in Italia non sarà possibile sfruttare l’importante occasione del semestre italiano di Presidenza in Europa, quell’Europa dei valori e dei diritti nella quale Napolitano crede profondamente. Quell’Europa che costituisce un altro dei temi che lo separano dai suoi critici, più o meno populisti, certamente ignoranti e manipolatori. L’esercizio presidenziale di moral suasion continua con tenacia, sostenuto dalla convinzione che qualche volta le idee riescono a fare breccia nel muro di gomma del potere, che i predicatori disarmati riescono ad avere successo. Gli italiani e il governo sanno di potere contare sulla competenza costituzionale e sulla saggezza politica del Presidente. A ognuno la sua parte.