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Dizionario di Politica Bobbio, Matteucci, Pasquino. Perchè le parole contano!
Intervista raccolta da Annamaria Abbate per la Casa della Cultura
Giunto alla sua quarta edizione, a quarant’anni dalla data della prima pubblicazione, il Dizionario di Politica di Norberto Bobbio, Nicola Matteucci e Gianfranco Pasquino resta un’opera unica nel suo genere. Uscito per la prima volta nel 1976, negli anni Ottanta fu tradotto anche in spagnolo e portoghese, lingue parlate in molti Paesi allora nuovi alla democrazia. Diventato un “classico” della Scienza politica, ha accompagnato generazioni di studiosi e ora è riproposto dalla UTET in una nuova edizione aggiornata
Leggo dalle sue note bio-bibliografiche che lei, Prof Pasquino, si dice “particolarmente orgoglioso” di avere condiretto, insieme a Bobbio e a Matteucci, il Dizionario di Politica. Ci racconta perché e com’è successo?
Semplicissimo. Fui cooptato da entrambi, Bobbio, il docente con il quale mi ero laureato a Torino nel marzo 1965, e Matteucci, il docente che mi aveva “reclutato” come professore incaricato di Scienza politica nell’Università di Bologna nel novembre 1969. Svolsi il compito di Redattore capo della prima edizione, sette anni di lavoro, pubblicata nel 1976. Da Bobbio, filosofo della politica, e da Matteucci, storico delle dottrine politiche, ho imparato molto, a cominciare da come si scrive una voce di dizionario (di politica, non di scienza politica), a come si citano gli autori, tutti, anche quelli con i quali si è in disaccordo, a come si riscrive quello che collaboratori disinvolti e sicuri di sé, ma presuntuosi e irritabili, hanno consegnato. Sia Bobbio sia Matteucci, molto esigenti con se stessi, mi parevano, e qualche volta osai dirlo loro, fin troppo arrendevoli nei confronti di alcuni loro colleghi, diciamolo, rigidi. Fu, poi, nel corso della preparazione della seconda edizione, che uscì nel 1983, che Bobbio decise, con il beneplacito di Matteucci, di promuovermi condirettore: un premio straordinario. Ne fui felice e ne rimango, per l’appunto, “particolarmente orgoglioso”.
Che tipo di lavoro vi proponevate e ne siete stati soddisfatti?
Volevamo preparare uno strumento il più articolato possibile di analisi, storica, filosofica, politologica, dei concetti, dei fenomeni, dei movimenti politici più importanti, non solo italiani, di un’analisi che fosse precisa e compiuta, ma anche suggestiva, che offrisse il massimo di informazioni, ma anche prospettive per approfondimenti. Nessuno di noi tre pensava opportuno rincorrere l’attualità e le mode; tutt’e tre abbiamo cercato di illuminare i temi classici della politica. Al proposito, mi fa grandissimo piacere sottolineare che le non poche voci assolutamente fondamentali scritte da Bobbio e da Matteucci hanno retto al passare del tempo. Anzi, rimango convinto che chiunque voglia capire la democrazia e la teoria delle elites, farebbe molto bene a leggere le due voci di Bobbio così come chi vuole conoscere che cosa sono il costituzionalismo e il liberalismo deve assolutamente leggere le due voci di Matteucci. Entrambi scrissero diverse altre voci molto importanti. Vorrei segnalare Disobbedienza civile di Bobbio e Diritti dell’uomo di Matteucci. Naturalmente, tutt’e tre vedevamo problemi irrisolti, inconvenienti analitici, fenomeni insorgenti. Prima nel 1983 e poi, nella terza edizione, del 2004, abbiamo cercato di porvi rimedio. Faccio un solo esempio: la riscrittura delle voci comunismo e socialismo diventate in parte obsolete in parte inutili per chi leggesse il Dizionario nel 2004. Bobbio non poté vedere la 3a edizione poiché morì due settimane prima della pubblicazione, ma avevamo discusso insieme tutti cambiamenti (e gli alleggerimenti).
Come si spiega l’assenza di Giovanni Sartori, il suo “secondo” maestro? Come mai non gli avete affidato nessuna voce?
In quegli anni Sartori, che si trasferì a Stanford nell’estate del 1976, era impegnatissimo a scrivere il suo fondamentale Parties and party systems (pubblicato nel 1976 e del quale celebreremo opportunamente il 40esimo anniversario). Interpellato, ci fece notare che Bobbio e Matteucci potevano scrivere ottimamente le voci, Costituzionalismo, Democrazia, Liberalismo, Scienza politica, sulle quali lui aveva già scritto molto. Quanto ai Sistemi di partiti disse che potevo provarci io stesso che, insomma, dovevo pure avere letto quanto lui aveva scritto. Per le edizioni successive acconsentì a mandarci qualche riga di apprezzamento di cui, conoscendolo, siamo tuttora molto lieti e grati!
E lei, prof Pasquino, di quali voci si sente “particolarmente orgoglioso”?
Premetto che mi è sempre piaciuto cercare di formulare le definizioni più precise dei concetti politici, rintracciando quel che serve nella storia e collegandolo alle trasformazioni avvenute e alle nuove interpretazioni. Potrei dire che tutte le mie voci mi sono care, ma non è così (anche perché, talvolta, mi capita persino di avere un po’ di senso critico nei miei confronti). Sono piuttosto soddisfatto delle voci Forme di governo, Militarismo e Rivoluzione. Nella nuova edizione ho scritto, in maniera che mi pare efficace, le voci Accountability, Deficit democratico e Scontro di civiltà. Mi pongo costantemente in un dialogo ideale con i lettori, le loro curiosità e i loro interessi. Cerco di scrivere in maniera tale da soddisfare i lettori senza ridurre il tasso di inevitabile tecnicismo che ciascuna voce deve contenere. Lo faccio osservando la lezione di Bobbio e di Luigi Firpo: la chiarezza espositiva è una conquista che giova sia a chi scrive sia a chi legge.
Il Dizionario è oramai arrivato alla quarta edizione che esce quarant’anni dopo la prima. Potrebbe dirci che tipo di interventi ha fatto, ha suggerito, ha incluso?
Anche per non produrre un testo troppo voluminoso e non più maneggevole, ho fatto cadere alcune voci di esclusivo interesse storico che si trovano in molti repertori. Abbiamo proceduto al rinfrescamento di diverse voci e alla riscrittura specifica in chiave comparata della voce Mafia (Federico Varese, cervello italiano, brillante studioso, da quasi vent’anni a Oxford), di Terrorismo politico (Luigi Bonanate) per includervi anche il terrorismo cosiddetto internazionale, e di Unione Europea (Roberto Castaldi) perché l’UE cambia, purtroppo, non sempre in meglio, ma merita di essere analizzata con grande attenzione. Poi ci sono diciassette voci del tutto nuove che vanno, ne cito solo alcune, da Alternanza a Capitale sociale, da Cittadinanza a Patriottismo, da Consociativismo a Governance, da Narrazione a Primarie (non poteva mancare!). Tutte le volte che analizzo la politica e che commissiono analisi ai colleghi mi rendo conto quanto sia importante essere attentissimi e chiarissimi nelle definizioni, articolati nelle interpretazioni, non-ideologici nelle valutazioni. Tre qualità che è tuttora possibile apprezzare e tentare di imparare da due maestri come Bobbio e Matteucci.
Conoscendola, prof Pasquino, e avendola spesso ascoltata parlare e, come dice lei, “predicare”, non posso credere che lei non voglia niente di più che definizioni, interpretazioni, valutazioni, dal Dizionario di Politica.
Certamente, conoscendomi, anch’io so che desidero molto di più. Mi piacerebbe che il Dizionario fosse ampiamente utilizzato e diventasse indispensabile non soltanto (la prego di notare l’ordine) ai colleghi e agli studenti, ma anche agli operatori dei mass media, sì, i giornalisti della carta stampata, della radio e della televisione, magari diventasse, come sento che si dice, “virale” in rete (sic) e a un’opinione pubblica che rifiuti di farsi ingannare dagli affabulatori. Ciò detto, chiudo il mio piccolo libro dei sogni. Il predicatore che è in me rinsavisce; si disincanta; torna al realismo, alla politica che c’è; si rimette a studiare, a scrivere, a criticare, cercando di migliorare il linguaggio e le analisi politiche, e si rallegra nel dedicare questa nuova edizione alla memoria di Norberto Bobbio e di Nicola Matteucci (anche loro “predicatori” di una politica esigente e migliore).
Pubblicato il 28 aprile 2016
È nelle librerie il Dizionario di Politica di Bobbio, Matteucci, Pasquino. Nuova edizione aggiornata UTET 2016
Prefazione alla nuova edizione
Le parole contano
La politica cambia e cambia la sua “narrazione”. Di conseguenza, cambiano anche le parole per raccontarla e i concetti per analizzarla. Alcune parole sono effimere; altre sembrano destinate a durare; altre ancora meritano di essere diversamente spiegate. I concetti sempre meritano di essere definiti con attenzione alla loro storia e con precisione rispetto ai loro contenuti. Giunto alla sua quarta edizione, a quarant’anni dalla data della sua prima pubblicazione, questo Dizionario ha regolarmente mirato a includere tutte le parole importanti della politica e offrire le più accurate concettualizzazioni. Né Norberto Bobbio né Nicola Matteucci pensavano di dovere rincorrere l’attualità, spesso confinante con la caducità, ma entrambi furono sempre disponibili a prendere in seria considerazione fenomeni politici nuovi la cui trattazione meritasse di essere inclusa in un dizionario di politica. Ferme restando le grandi voci della politica, molte delle quali scritte, opportunamente, da loro stessi, che contengono tuttora le migliori chiavi di lettura delle strutture portanti della politica, entrambi avrebbero certamente incluso l’analisi dei fenomeni nuovi. Sarebbero anche stati d’accordo sull’opportunità di aggiornare complessivamente il Dizionario da loro impostato e diretto.
La lezione dei classici può e deve accompagnarsi a quanto di nuovo emerge continuamente in politica e serve senza nessun dubbio a illuminare le problematiche contemporanee. Tuttavia, la selezione di quali problematiche nuove includere e di quali fenomeni antichi, diventati minori e oggi non più rilevanti, escludere, si presenta sempre difficile. Però, selezionare è indispensabile, anche al fine di mantenere non esagerate le dimensioni di questa opera che continua ad essere unica, nonostante qualche imitazione, nel panorama italiano e non solo. La mia conoscenza del pensiero politico di Bobbio e di Matteucci, la mia lunga familiarità con i loro interessi scientifici e culturali e la fiducia da loro sempre manifestatami mi consentono di pensare che sarebbero stati fondamentalmente d’accordo con le mie scelte di inclusione del nuovo e di esclusione di alcune voci divenute non più necessarie.
Oltre a rinfrescare alcuni voci, dunque, abbiamo proceduto all’aggiunta di una ventina di voci nuove. Lascio ai lettori, ai colleghi e agli studenti quella che mi auguro sia la gradevole curiosità di scoprire le voci nuove, valutando nei fatti quali conoscenze aggiuntive apportino per una migliore comprensione della politica nel mondo contemporaneo(e, se siamo stati bravi, anche per qualche tempo a venire). Ho la profonda convinzione, certo di condividerla con Bobbio e con Matteucci, che qualsiasi buona analisi politica debba iniziare con la definizione corretta dei fenomeni e con la loro migliore concettualizzazione possibile. Questo Dizionario offre gli strumenti più adeguati per procedere con successo ad entrambe le operazioni. Infine, non posso trattenermi dallo scrivere che buone analisi politiche sono necessarie sia per criticare e contrastare la cattiva politica sia per porre le premesse della buona politica. Almeno, seppure con enfasi differenti, questo è quanto, con Bobbio e Matteucci, abbiamo cercato di fare. Poiché le parole contano.
Bologna, gennaio 2016
Gianfranco Pasquino
«Il Dizionario di Politica è un’opera importante, unica nel suo genere, non soltanto in Italia, ma anche all’estero dove è stato apprezzato e tradotto. Rigoroso nelle definizioni, articolato e convincente nella trattazione dei termini politici, questo Dizionario, opportunamente rivisto e aggiornato, è uno strumento istruttivo, utile per gli studenti, per i docenti e sicuramente anche per tutti coloro che di politica vogliono saperne meglio e di più.» Giovanni Sartori

Norberto Bobbio, Nicola Matteucci, Gianfranco Pasquino
Dizionario di Politica. Nuova edizione aggiornata UTET 2016
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Norberto Bobbio
Nicola Matteucci
Gianfranco Pasquino
Dizionario di Politica
Nuova edizione aggiornata UTET 2016
***
18 voci nuove:
ACCOUNTABILITY Gianfranco Pasquino
ALTERNANZA Marco Valbruzzi
CAPITALE SOCIALE Marco Almagisti
scontro di CIVILTÀ Gianfranco Pasquino
CITTADINANZA Maurizio Ferrera
COALIZIONI Marta Regalia
COMPETIZIONE Marta Regalia
CONSOCIATIVISMO Francesco Raniolo
DEFICIT DEMOCRATICO Gianfranco Pasquino
GOVERNANCE Simona Piattoni
GOVERNO DIVISO Gianfranco Pasquino
NARRAZIONE Sofia Ventura
NEO-PATRIMONIALISMO Francesco Raniolo
PATRIOTTISMO Maurizio Viroli
POLARIZZAZIONE Marta Regalia
elezioni PRIMARIE Marco Valbruzzi
TRANSIZIONE Gianfranco Pasquino
TRASFORMISMO Marco Valbruzzi
***
… Pace
Pacifismo
Parlamento
Partecipazione politica
Partiti cattolici
Partiti politici
Partitocrazia
Paternalismo
Patriottismo
Pauperismo
Peronismo
democrazia Plebiscitaria
Pluralismo
Polarizzazione
Polis
Politica
Politica comparata
Politica economica
Popolo
Populismo
Potere
Prassi
Primarie
Principato
Processo legislativo
Professionismo politico
Progresso
Proletariato
Propaganda
Proprietà
Pubblica amministrazione
Puritanesimo
Qualunquismo
Quarto stato
Radicalismo
Ragion di Stato
Rappresentanza politica
Razzismo
Referendum
Regime politico
Regionalismo
Relazioni industriali
Relazioni internazionali
Repubblica
Repubblica romana
Repubblicanesimo
Resistenza
Rivoluzione
Romant icismo politico
Scienza politica
Sciopero
Sciovinismo
Secessione errate
Signorie e principati
Sindacalismo
Sistema politico
Sistemi di partiti
Sistemi elettorali
Socialdemocrazie
Socializzazione politica
Società civile
Società di massa
Società per ceti
Sociologia politica
Sottosviluppo
Sovranità
Sovrastruttura
Spazio politico
Sistema delle Spoglie
Stabilità politica
Stalinismo
Stato assistenziale
Stato contemporaneo
Stato d’assedio
Stato del benessere
Stato di polizia
Stato e confessioni religiose
Stato moderno
Storicismo
Stratificazione sociale
Struttura
Tecnocrazia
Teocrazia
Teoria dei giochi
Terrorismo politico
Terza via
Timocrazia
Tirannia
Tolleranza
Totalitarismo
Transizione
Trasformismo
Trotskysmo
Uguaglianza
Unione Europea
Utilitarismo
Utopia
Violenza
Le primarie per la campagna elettorale americana in Iowa #RadioRadicale
Intervista a Gianfranco Pasquino realizzata da Lorenzo Rendi, registrata lunedì 25 gennaio 2016 alle ore 19:03
qui l’audio LE PRIMARIE PER LA CAMPAGNA ELETTORALE IN IOWA
Il bicchiere mezzo pieno di Matteo
Il bicchiere da lui ricevuto da Enrico Letta nella gelida cerimonia di passaggio delle consegne il 22 febbraio 2014 era, ha fatto capire il Presidente del Consiglio Matteo Renzi, sostanzialmente vuoto. Quel bicchiere, ha detto e ripetuto in maniera molto compiaciuta, non soltanto è mezzo pieno, ma va riempendosi, giorno dopo giorno, di contenuti, in Italia, in Europa, sullo scacchiere internazionale dove operano i soldati italiani. Esposte le cifre che, se non scaldano i cuori e non fanno parte dei sogni, ha detto Renzi con qualche volo pindarico, meritano di essere declinate e declamate per sconfiggere tutti quelli che dal Jobs Act all’Expo, dagli 80 Euro alla Buona Scuola, preconizzavano, “non ce la farete”, bisogna concentrarsi sulle sfide. In maniera estremamente puntigliosa, Renzi è andato all’attacco dell’Europa, in particolare della Commissione Europea e, più che della Cancelliera Merkel, della politica privilegiata della Germania. Ha rimproverato a entrambe, Commissione e Germania, un’interpretazione delle regole e della flessibilità alquanto squilibrata. Ha sostenuto che l’Italia sta facendo tutto quello che dovrebbe rispettando criteri e parametri. Non incalzato dai giornalisti, ha, da un lato, dimenticato di sottolineare il ruolo importante di Federica Mogherini, quale Alto Commissario per la politica estera dell’UE; dall’altro, non ha dovuto spiegare perché agli occhi di molti europei neppure l’Italia di Renzi risulti ancora davvero affidabile. Eppure, non esiste nessun tappeto sotto il quale è possibile nascondere il macigno dell’immenso debito pubblico italiano che il suo governo non ha ridotto e neppure significativamente aggredito.
Nella puntigliosa e opportuna rivendicazione delle riforme fatte, per alcune delle quali ha promesso una rapida emanazione dei decreti attuativi, Renzi ha dato grande spazio alla ridefinizione del Senato più che alla riforma elettorale (che sta trovando molti inaspettati, non necessariamente tecnicamente preparati, sostenitori, sulle pagine di alcuni grandi quotidiani nazionali). Ha anche preannunciato che le riforme saranno consacrate da un referendum costituzionale, in verità praticamente un plebiscito sulla sua persona, che, nel caso di una sconfitta, segnerebbe la fine della sua carriera politica. Comunque, ha assicurato, questa carriera terminerà dopo il secondo mandato da Presidente del Consiglio. Ci sarà per lui altro, non specificato, da fare. Quanto al rischio che per il segretario del Partito Democratico comporteranno le elezioni amministrative, in particolare in alcune grandi città: Roma, Milano, Napoli, Torino e Bologna, Renzi se l’è cavata alla grande, rivalutando in toto il ruolo delle primarie che da lui e da qualcuno del suo entourage sembrava messo in forte discussione. Insomma, il segretario del PD consegna quella che potrebbe diventare una patata bollentissima agli elettori delle primarie e ai candidati. Il governo viene così tenuto al riparo da eventuali incidenti di percorso resi possibili dall’inadeguato controllo sul partito che Renzi non ha saputo finora acquisire.
Sullo sfondo si staglia il protagonista probabile di “incidenti” elettorali vari: il Movimento Cinque Stelle, l’unico concorrente più volte menzionato in forma pesantemente, ma in taluni casi giustificatamente, critica. Eppure, le Cinque Stelle si sono anche rivelate interlocutrici parlamentari in grado di sbloccare situazioni ingarbugliate come quella dell’elezione dei giudici costituzionali. A fronte del disfacimento di quella che fu l’ampia area del berlusconismo sociale, culturale, elettorale e parlamentare, soltanto le Cinque Stelle potrebbero mettersi di traverso e ostacolare il cammino disegnato da Renzi con toni quasi trionfalistici. Giustamente, nella conferenza stampa il Presidente del Consiglio ha fatto prevalere il compiacimento su qualsiasi preoccupazione. Con non poche buone ragioni che anche i gufi sanno vedere e che toccherà al 2016 sottoporre a verifica. Cin cin.
Pubblicato AGL il 30 dicembre 2015
Le schermaglie hanno un prezzo

Deve essere piuttosto avvilente per Virginio Merola il silenzio inquietante sulla sua ricandidatura a sindaco di Bologna da parte del pur loquace e twittante Matteo Renzi. Eppure, fin troppo prontamente e sorprendentemente, Merola aveva fatto la sua conversione renziana. Finora era anche sostanzialmente riuscito ad evitare di criticare il segretario del suo partito su qualsiasi tipo di politica, anche quelle sfavorevoli ai comuni, Renzi preannunciasse (“facesse” è un’espressione grossa e impegnativa). Sabato, invece, Merola ha alzato la voce, dichiarando (cito dal Corriere) che a Bologna si va “in direzione ostinata e contraria rispetto all’andazzo nazionale”. Non è chiaro quale sia l’andazzo nazionale in termini di candidature e di primarie. Forse, l’unico elemento comune trasversale a più città è che a livello nazionale non si sa affatto come sbrogliare le situazioni delle varie città, ma, a livello locale, i diversi partiti democratici, in particolare, quelli di Milano e Napoli, ma anche quello di Roma, desidererebbero almeno un aiutino, non una controproducente imposizione, dal vertice.
Dopo parecchi mesi tribolati, il PD bolognese e con lui anche Merola pensavano di essersela cavata con la pur faticosa conferma del sindaco in carica. Il segretario locale Francesco Critelli giunge ad addirittura a rivendicare una, difficile da credere, unanimità del gruppo dirigente. Tuttavia, da luglio a oggi, non soltanto non sono affatto terminate le voci, all’interno e all’esterno del PD, contrarie a Merola. Continua ad affacciarsi attivamente, forse come potenziale candidato, forse come costruttore di una non meglio precisata alternativa centrista, il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti. “Lo invito a misurarsi con la città e a farsi avanti” intima Critelli. Qui sta il problema. Non soltanto il PD ha deciso da solo la ricandidatura di Merola, spiazzando gli alleati, ovvero, soprattutto SEL, nella quale, comunque, un’area disponibile (per le cariche) si manifesterà sicuramente, ma non ha mai preso in seria considerazione le primarie.
Strumento di partecipazione democratica e di comunicazione politica, poiché consentono di esplicitare e porre a confronto personalità e proposte di soluzione ai problemi cittadini, le primarie avrebbe offerto a Merola anche una maggiore legittimazione della ricandidatura. Senza primarie, da un lato, i rumors sono destinati a continuare; dall’altro, volendo, il segretario Renzi potrebbe sbandierare gli esiti di un eventuale sondaggio negativo o semplicemente problematico. In coda a tutto questo, incertezza, divisioni, popolarità non alle stelle, sta un rischio da non sottovalutare. Invece di formulare soluzioni condivise ai non pochi problemi non soltanto di governo, ma di rilancio della città, il tempo e il dibattito pubblico vengono sciupati in schermaglie che lasceranno un segno negativo anche sull’inizio del nuovo mandato.
Pubblicato il 1° dicembre 2015
Caso Marino: Nessun miracolo a Roma
Non può essere e non è Marino il responsabile assoluto e solitario di tutti guai di Roma, del Partito Democratico e della politica. Probabilmente è il contrario: la politica romana e il PD hanno “causato” Marino sindaco. Certo, Marino doveva essere sufficientemente accorto per non lastricare la strada delle sue dimissioni con scontrini a carico del comune, con multe non pagate, con viaggi di inutile rappresentanza della città di cui era sindaco. Sono cose che, semplicemente, per di più dopo scandali simili, ma di proporzioni maggiori alla Regione Lazio, non si debbono mai più fare. Tuttavia, se Marino avesse dimostrato di sapere governare Roma, gli scontrini non l’avrebbero costretto ad andarsene.
Se l’era cercata lui la candidatura a sindaco e l’aveva anche ottenuta attraverso le primarie, in maniera più che legittima. Neanche le primarie meritano di essere considerate responsabili del successivo scarso e ingenuo governo di Marino. Dietro tutto quello che è successo sta il fallimento della politica del Partito Democratico di Roma e dei suoi predecessori, DS e Margherita. Se il PD non avesse proceduto a riscaldare la “minestra Rutelli” dopo molti anni, ma avesse cercato e trovato un candidato più motivato e più promettente, non avrebbe perso contro Alemanno. Non è detto che la rete chiamata Mafia capitale sarebbe subito stata spezzata, ma almeno non si sarebbe ingigantita.
Fin dall’inizio Marino ha incontrato due problemi reali e non si è mai reso conto di avere una sua enorme debolezza congenita. Il primo problema è che, come parvenu della politica romana, Marino non ha mai saputo, forse neppure voluto, non comprendendone l’importanza, cercare di diventare il capo effettivo e riconosciuto del Partito Democratico di Roma. L’operazione sarebbe comunque stata difficilissima, ma il tentarla gli avrebbe procurato amici e sostenitori e lo avrebbe fatto sentire meno come un “marziano”. Avrebbe anche rapidamente portato alla sua attenzione alcuni fenomeni di degenerazione che, invece, ha compreso poco, male e tardi. Politicamente ingenuo, Marino si è dimostrato anche incapace dal punto divista amministrativo. Non ci si improvvisa sindaci, meno che mai di città grandi e complicate.
Marino costituisce anche una lezione per tutti coloro che continuano a voler pescare nella società civile. Tutti gli eventuali sindaci “civici” passeranno attraverso una fase, più o meno lunga di apprendistato. La supereranno con successo solo se aiutati dai consiglieri comunali dei loro partiti e se sapranno scegliere assessori esperti, capaci e leali. Purtroppo per lui, ingenuo e incompetente, Marino ha anche sopravvalutato le sue capacità, in particolare quella di comprendere la situazione e di guidarla in maniera imperativa basandosi sulle sole idee che considerava valide: le sue. Grave peccato di presunzione, come direbbero gli americani che Marino conosce e ammira, troppa hubris (ampiamente palesata anche nel messaggio video delle sue dimissioni pro tempore).
Detto tutto questo che è innegabile, ma, al tempo stesso, illuminante di una parabola alla fine molto triste, le responsabilità maggiori dell’ascesa maldestra e della caduta rovinosa di Marino sono del Partito Democratico di Orfini e di Renzi. Presidente dell’Assemblea del PD e commissario del “suo” partito romano, che è, dunque, obbligato a conoscere benissimo, Orfini ha talvolta remato contro Marino, talvolta non ha remato affatto. Le sue dimissioni sarebbero logiche. Nient’affatto amico di Marino, il segretario nazionale del Partito Democratico Matteo Renzi non ha mai gradito la presenza di Marino e, di tanto in tanto, lo ha impiombato. Renzi vuole degli “yesmen” anche a livello locale, ma non sa trovarli e poi non ha abbastanza tempo e conoscenze per sostenerli. Insomma, si diano a Marino le sue responsabilità, ma una soluzione decente per Roma, per i romani, per il PD arriverà soltanto quando si affermerà l’idea che la società civile da sola non può cambiare la politica, ma deve allearsi con politici onesti e competenti e che il governo di una città richiede esperienza amministrativa e la coesione di un gruppo dirigente partitico di qualità. Neppure l’incombente Giubileo garantisce la comparsa di un miracolo a Roma.
Pubblicato AGL 11 ottobre 2015
Tutti i rischi del briscolone
Davvero lancinante il trilemma delle modalità di scelta del candidato sindaco a Bologna nel quale si avvolge e si contorce, il centro-destra: fare delle sane, ma senza precedenti, primarie; pescare un “briscolone”; attendere la designazione di Berlusconi. Le tre opzioni, tutte discutibili, vale a dire che possono essere discusse, sono presenti anche in altre situazioni locali. Abitualmente, la maggioranza dei dirigenti, tranne, qualche volta, i leghisti, preferisce aspettare Berlusconi. E’ meno impegnativo, meno pericoloso (dell’essere prima sconfessati, poi, se sbagliano, sbeffeggiati), manda anche il messaggio di fedeltà e di ossequio al leader. Però, non da oggi, Berlusconi è un tappo. No, non fraintendetemi. Voglio dire che la sua indecisione blocca qualsiasi serio, effettivo perseguimento di una o di entrambe le alternative. Nessuna primaria si può tenere se Berlusconi non dichiara la sua disponibilità che, fino ad ora, non c’è stata soprattutto perché lui ritiene di saperne di più e comunque vuole affermare e ri-affermare la sua leadership proprio scegliendo le candidature. I vittoriosi, ma anche i perdenti, spesso ricompensati in altro modo, gli saranno grati. Dunque, le primarie del centro-destra a Bologna (ancora meno a Milano) non ci saranno. I potenziali elettori non verranno distolti dal divano dal quale guardano i programmi di Mediaset. E’, dunque, arrivata l’ora del briscolone?
Anche la sinistra, nelle ultime tre tornate amministrative trovatasi in difficoltà, aveva fatto balenare l’idea del briscolone. Lo sono stati, non a loro insaputa, ma certo non con il loro gradimento, sia Romano Prodi sia Pierluigi Bersani. Briscoloni di simile impatto e qualità il centro-destra cittadino non ne ha proprio nessuno. Potrebbe importarlo e paracadutarlo come ha fatto, per esempio, facendo eleggere senatore proprio a Bologna il milanese Franco Carraro, già anche sindaco di Roma. Non scriverò “chi l’ha visto?”, ma il suo impatto sulla politica locale non mi è finora parso significativo. Non mi interrogo sulla fantasia politica di quel che rimane di Forza Italia, ma penso che sarebbe molto più opportuno che andasse a cercare qualcuno che conosca Bologna e che abbia voglia di fare campagna elettorale e poi, qualora sconfitto/a, intenda rimanere a fare politica in città per costruire con pazienza un’alternativa potenzialmente vincente. Dovrebbe essere un candidato/a che viene dalla società civile? Non sarà facile trovare un Guazzaloca vicino alle (poche) idee di Forza Italia, ma qualche uomo e qualche donna giustamente ambiziosi, disposti a dare una parte della loro attività professionale di successo a migliorare il governo della città di Bologna, sicuramente c’è.
Pubblicato il 1°ottobre 2015
Parla la ditta. Una speranza
La politica non è luogo di gentilezze, meno che mai nel Partito democratico conquistato da Renzi e popolato da zelantissimi sostenitori. L’invito a Bersani di concludere la Festa dell’Unità di Bologna non può dunque essere considerato il risarcimento di uno sgarbo passato. Neppure è possibile pensare sia un ramoscello d’ulivo, dato lo stato dei rapporti fra la maggioranza renziana (che «va avanti e non si farà fermare», come ripetono pappagallescamente gli apologeti) e le minoranze che, invece, sono inclini a chiedere tempo. Per di più, la data del discorso di Bersani, 20 settembre, rischia, ma forse sbadatamente non ci hanno pensato, di capitare nel mezzo della bagarre sulla brutta riforma del Senato. Sarebbe fin troppo bello se gli organizzatori della Festa, vale a dire i dirigenti politici locali, avessero deciso l’invito sulla base del criterio migliore. Poiché è la festa del Pd, si procede a invitare i più autorevoli dirigenti del partito, quelli che hanno una storia politica (nel caso di Bersani, anche in questa regione) e che hanno capacità di elaborazione politica, seppure Bersani non sia stato fortissimo su tale terreno. Insomma, quelli in grado di dare un contributo a far funzionare efficacemente una Ditta che vorrebbe vedere il proprio nome riflettere anche la sua vita interna. Bersani non è un estremista (mi viene persino da sorridere a scrivere il sostantivo), ma nemmeno un mollaccione. Sicuramente avrà molto di buono da dire e da suggerire sulle politiche delle liberalizzazioni, sulla sana concorrenza nel mercato, sulle privatizzazioni. Un partito che vuole essere grande, non soltanto come veicolo elettorale di un leader, fa ricorso alle competenze e alle capacità di tutti i suoi dirigenti. Bersani, che dimostrò ammirevole generosità politica nel consentire a Renzi di partecipare alle primarie, che gli concesse persino il ballottaggio (non previsto dallo statuto Pd), merita pienamente di chiudere la Festa dell’Unità di Bologna, non come ricompensa, ma perché è giusto che goda dell’opportunità di parlare di politica. Poi, con riferimento ai numeri e agli applausi, misureremo almeno in parte il suo consenso e persino l’affetto dei presenti. È giusto sia anche così. Quel che più conta, però, sarà il modo con cui Bersani sfrutterà l’occasione. Escludo si dedichi a «pettinare le bambole». Soddisferà le aspettative con un discorso politico alto (che non è mai nelle corde dei dirigenti bolognesi propensi a pratiche decennali di accordicchi) capace di riaprire un confronto nel Pd, sulle idee e non sui numeri? Attendiamoci molto, sperabilmente non il canto del cigno.
Pubblicato 11 agosto 2015
Teatranti senza idee
Il teatrino della politica municipale non è mai stato divertente. Nel passato, però, la compagnia dominante in città era solida e gli attori erano reclutati e selezionati dopo averne saggiate le qualità. Senza quelle qualità Bologna non sarebbe arrivata dov’era fino a qualche tempo fa (la mia misura dice vent’anni circa) per poi declinare assorbendo lentamente le difficoltà, ma senza elaborare soluzioni. Al problema della qualità della classe politica si risponde in maniera efficace producendo e regolamentando una competizione ampia e aperta che attragga coloro che hanno ambizioni politiche e competenze, specialmente di governo, da mettere a frutto. Qui sta il ruolo delle primarie. Chi le vuole cancellare pensa di saperne di più degli elettori, quelli motivati che alle primarie ci vanno e vogliono ritornarci. Purtroppo, sappiamo dai precedenti, per esempio, l’infausta parentesi del paracadutato Cofferati, che i potenti (sic) dei DS poi confluiti nel PD non ne sapevano affatto di più.
Stucchevolmente, il dibattito dentro e intorno al PD si colloca tra primarie che, più che regolamentate, dovrebbero essere, com’è già stato, a suo tempo per Delbono, addomesticate, e attesa (o richiesta) del briscolino, essendo improbabile trovare un briscolone. Né l’una né l’altra mi paiono soluzioni da Partito Democratico, ma, prima o poi, qualcuno porrà la sfida del cambio del nome: PQD: Partito Quasi Democratico. Non ho mai creduto all’ipocrisia del “prima il programma poi i nomi”. Comunque a Bologna un nome c’è già, Virginio Merola, e non si può né far finta di niente né rimuoverlo. La sua aspettativa di un secondo mandato è legittima, ma altrettanto legittima è la richiesta, se vi sarà almeno uno sfidante, che si tengano primarie.
Nei teatrini, agli attori sono affidate delle parti con riferimento al copione. Invece, nel teatrino della politica, gli attori possono con un po’ di coraggio scegliersi le parti e comunicare i loro messaggi al pubblico (mi correggo subito: ai cittadini-elettori, anche se molti hanno deciso di non andare più a quel teatrino). Fuor di metafora, il protagonista dovrebbe ancora essere Merola che male farebbe a rinunciare. Molti dei cittadini-spettatori si chiederebbero in cambio di cosa. Gli altri attori, nessuno dei quali attualmente disoccupato, cercano un avanzamento di carriera e uno vorrebbe trovare un mestiere nuovo. Tutto legittimo: basta che ciascuno si assuma la responsabilità di chiedere che si indicano primarie con regole chiare e codici etici severini.
Chi vive a Bologna desidera, giustamente, qualcosa di più. Sa da tempo che la città non è più un’eccellenza nazionale né per la qualità del tessuto urbano né per l’esistenza di buoni maestri. Tutt’altro. Chi vive a Bologna vorrebbe che si cogliesse l’occasione di una campagna elettorale partita troppo presto e destinata a durare (per logorare Merola? Per fare prendere coraggio agli ambiziosi, ma pavidi?) troppo a lungo, per fare emergere quello che quattro anni fa nessuno riuscì a prospettare: un’idea di città. Hic Bologna hic salta.
Pubblicato il 6 giugno 2015



