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Uno scontro frontale “calcolato”

“Il tasso di crescita non è negoziabile”. Attribuita al Ministro dell’Economia Giovanni Tria, questa frase denuncia arroganza e insipienza. C’è  arroganza poiché il Ministro afferma come sicuro qualcosa che, il tasso di crescita da lui previsto, è assolutamente aleatorio. C’è insipienza poiché Tria confonde l’aggettivo “negoziabile” con “conseguibile”. Tutti gli organismi che, a vario titolo, si sono occupati (e preoccupati) dell’Italia dalle agenzie di rating al Fondo Monetario Internazionale, dalla Commissione Europea ai ministri dell’Eurogruppo, persino gli Uffici tecnici del Parlamento italiano, hanno prodotto stime molto diverse da quelle italiane, ma convergenti fra loro e chiaramente inferiori alle percentuali del Ministro Tria. Ripetutamente, i ministri Salvini e Di Maio, mai smentiti (potrebbe permetterselo?) dal Presidente del Consiglio Conte, hanno affermato con toni spesso offensivi per il Presidente della Commissione Juncker e per i Commissari che si occupano di economia Dombrovskis e Moscovici, che andranno  avanti, tireranno dritto, che il popolo italiano vuole questa legge di bilancio.

Adesso, da un lato, è diffusa la consapevolezza che fra qualche settimana la Commissione aprirà la procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia. Dall’altro, che i mercati, fatti, come ho scritto più volte, da operatori, anche italiani, che non vogliono perdere soldi né per loro né per i loro clienti, fra i quali anche molti italiani, segnaleranno il rischio Italia, sposteranno gli investimenti, faranno salire il fatidico spread fra i titoli di Stato tedeschi e quelli italiani acuendo la crisi della finanza pubblica italiana e rendendo costosissimo pagare gli interessi sull’altissimo debito pubblico, 130% del Prodotto Interno Lordo. Ad alleviare le conseguenze economiche non basteranno le dismissioni di proprietà dello Stato per la cui vendita e incasso ci vorrà molto tempo.

Anche se dimostratisi assolutamente privi di un minimo di conoscenze economiche, Salvini, Di Maio e Conte, in quest’ordine, non possono non avere pensato alle conseguenze, economiche e politiche, della loro manovra. Altrimenti, sarebbero tecnicamente e politicamente degli irresponsabili. Inquietante è l’ipotesi che Salvini e Di Maio desiderino che la procedura d’infrazione si trascini per qualche tempo e che la loro inevitabile manovra correttiva risulti giustificata agli occhi degli italiani come un’imposizione dall’esterno che sono obbligati a malincuore ad accettare. Entrambi si prepareranno per le elezioni del Parlamento Europeo del maggio 2019. Salvini cercherà di mobilitare in maniera nazionalpopulista gli italiani euroscettici e sovranisti. Di Maio sosterrà coraggiosamente che la Commissione si è espressa contro l’abolizione della povertà in Italia. Poiché la Commissione è consapevole che andare allo scontro frontale con l’Italia è dannoso per tutta l’Unione, il contenzioso rischia di rimanere aperto fino alle elezioni. La partita si annuncia lunga, e brutta.

Pubblicato AGL il 15 novembre 2018

Due capitani spregiudicati al Governo

Di Maio annuncia l’ingresso dell’Italia in una fase epocale. La manovra, che tra domani e venerdì dovrà essere resa nota dal Ministro dell’Economia, sarà “coraggiosa”. Per Di Maio, il coraggio consiste nel non tenere conto del limite di deficit dell’1,6 per cento, al quale l’Italia si era impegnata con la Commissione europea, per andare, sembra, fino al 2,2 per cento. I “pavidi” sono il Ministro Tria e i tecnici del suo ministero che si ostinano a sostenere che con la finanza pubblica bisogna usare prudenza. In effetti, molti continuano a non capire che cosa ci possa essere di coraggioso nel violare gli impegni presi e nello spendere più soldi di quelli disponibili per un paese che ha un debito pubblico altissimo (più del 130 per cento del Prodotto Interno Lordo) e un tasso di crescita bassissimo (1,1 per cento per il 2018 e forse 1 per cento nel 2019). Qualche tempo fa, Salvini aveva fatto sapere che si potevano sfiorare i limiti, senza sforarli. Poi, anche lui ha affermato che, per il bene degli italiani, era disponibile a superare l’asticella. Nel frattempo, grazie a rudi, e “risparmiosi”, interventi sui migranti, il suo personale consenso cresce e si consolida cosicché può lasciare la patata bollente nelle non proprio capaci mani di Di Maio.

In un normale governo di coalizione la sintesi, ma prima ancora le scelte, dovrebbero spettare al Presidente del Consiglio Conte che, al contrario sembra barcamenarsi lasciando al suo portavoce Rocco Casalino la licenza di usare toni duri e linguaggio offensivo (i tecnici del Ministero che si oppongono saranno fatti fuori), che in altri tempi e in altri luoghi porterebbero alle dimissioni. Al momento, non sappiamo quanto “coraggiosa”, ovvero distante da quanto stabilito con la Commissione europea, sarà la manovra e neppure su quali tematiche verrà esercitato tutto questo coraggio: sul reddito di cittadinanza (la cui platea è già stata inevitabilmente ridotta)? sulle pensioni di dignità? sulla tassa già non più piatta, ma con almeno tre gobbe? Sappiamo, però, che la manovra potrà meglio essere definita avventurosa e pericolosa. Avventurosa poiché le sue conseguenze non sembrano calcolabili con precisione e pericolosa poiché non c’è praticamente nulla che serva a mettere in moto la vischiosissima crescita economica italiana.

Di tanto in tanto, qualche economista lo scrive flebilmente, altri lo sussurrano, lo stesso Ministro Tria vi fa, non vigorosamente, cenno. Senza aumenti significativi di produzione e di produttività resterà molto complicato procedere alla redistribuzione di risorse che non si hanno. Il vero coraggio consistere nel parlare parole di verità agli italiani. Soltanto riducendo e di molto il debito pubblico e quindi gli interessi da pagare per rifinanziarlo diventerà possibile soddisfare le promesse fatte separatamente da Cinque Stelle e dalla Lega. Altrimenti, con buona pace di Grillo, assisteremo sì a una decrescita, ma infelice, oppure a uno stallo destinato a scontentare molti.

Pubblicato AGL il 27 settembre 2018

M5s, strategia a corto raggio

Le acrobatiche contorsioni in materia di Euro di Luigi Di Maio, candidato del Movimento Cinque Stelle alla Presidenza del Consiglio, riflettono, in parte la sua personale incultura economica e monetaria in parte le contraddizioni degli attivisti e dell’elettorato del Movimento. Indirettamente, suggeriscono anche che proprio l’Euro, se si vuole, ma sicuramente l’Unione Europea dovrebbero entrare più apertamente e potentemente nella campagna elettorale italiana. Anche il nuovo governo austriaco, popolari-liberali di destra, ha appena dato il suo contributo alla necessità di discutere dell’Unione e di che cosa significa per gli Stati-membri. L’idea del doppio passaporto per gli alto-atesini di “etnia-lingua” tedesca è provocatoria, nonché pessima. La risposta, però, consiste nel contrastarla con una controproposta più avanzata –già stata variamente ventilata, ma non sufficientemente sostenuta: tutti i cittadini degli Stati-membri dell’UE avranno un solo passaporto, quello Europeo. Già, grazie a Schengen, i cittadini degli Stati che vi hanno aderito, circolano liberamente. Già, gli europei hanno gli stessi diritti che possono fare valere anche contro i rispettivi Stati nazionali. Già diciannove Stati hanno la moneta comune. È persino logico che ottengano un unico passaporto. Quanto all’Euro, certo la moneta comune richiederebbe, ma, forse, sta per arrivare, un Ministro europeo dell’Economia. Esigerebbe maggiore coordinamento delle politiche fiscali campo sul quale, peraltro, la Commissione Europea è già molto attiva.

Di Maio e tutti coloro, Matteo Salvini e Giorgia Meloni inclusi, che vogliono “uscire” dall’Euro, dovrebbero chiarire in che cosa (ri)entreremmo: nella vecchia lira oppure faremmo, non sto scherzando più di tanto, un balzo nei Bitcoin? Tornare alla vecchia lira risolverebbe il problema economico più grande che l’Italia ha, vale a dire un debito pubblico pari al 136 per cento del Prodotto Interno Lordo? Sarebbe più facile con la lira pagare gli ingenti interessi per rifinanziarlo? Quale e quanta credibilità avrebbe la lira italiana sui mercati? Una delle più pesanti conseguenze del referendum britannico che ha portato alla Brexit è già stata il deprezzamento del 20 per cento del valore della sterlina, notoriamente una valuta molto, molto più forte della lira. Supponendo, comunque, che, oltre a votare “sì” personalmente al referendum sull’uscita dall’Euro, il capo del governo italiano Di Maio sia anche riuscito a convincere una maggioranza di italiani, questo esito lo rafforzerebbe quando andrà a Bruxelles a trattare i problemi dell’Unione Europea e dell’Italia e a proporre soluzioni innovative formulate dal Movimento Cinque Stelle oppure si troverebbe più isolato, forse addirittura marginalizzato? L’uscita dall’Euro potrebbe in qualche modo rafforzare i cosiddetti “sovranisti” italiani nelle due versioni, non incompatibili, ma neppure perfettamente sovrapponibili, della Lega di Salvini e dei Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni.

Di che tipo è il “neo [o tardo] sovranismo” di Luigi Di Maio? Saranno quelli di Salvini e di Meloni i voti parlamentari che dovrebbero consentirgli di governare il paese? Mi riesce impossibile pensare come i problemi ai quali l’Unione Europea sta facendo fronte con non poche difficoltà, a cominciare da quello, che è destinato a durare, dei migranti, a continuare con il rilancio delle economie e con il contenimento/riduzione delle disuguaglianze, possano essere meglio affrontati e addirittura risolti dai singoli stati per conto loro, con le loro sole risorse. Il sovranismo mi sembra pericolosamente simile al “socialismo in un solo paese”. In un mondo globalizzato, le soluzioni a tutti i problemi rilevanti sono e saranno sovranazionali. Discutere come potenziare il grande progetto dell’unificazione politica dell’Europa renderebbe la campagna elettorale italiana un fecondo confronto di valutazioni e proposte.

Pubblicato AGL 21 dicembre 2017

Italia-Renzi è finita la luna di miele? da il @fattoquotidiano

Il Fatto Quotidiano mi ha chiesto cosa ne pensassi.

Ecco le mie dichiarazioni pubblicate a pag 3 Domenica 2 agosto 2015 – Anno 7 – n° 210

Il fatto

A

Personalmente non ho mai creduto molto in questo governo. Le cose che ha realizzato in questo anno e mezzo di potere sono molto meno di quelle che aveva annunciato. Se devo dirla tutta, l’esecutivo di Matteo Renzi mi irrita proprio: è fatto di boria senza gloria. Ha prodotto poche riforme i cui esiti sono ancora più che incerti. Il calo del debito? Non è avvenuto. Il calo della disoccupazione? Non pervenuto. L’aumento del prodotto interno lordo? Non conseguito. Insomma, non è riuscito a cambiare nessuna tendenza rispetto al passato e noi non siamo né più forti né più rispettati in Europa. Inoltre se le riforme sono ferme non è perché il governo è bloccato dal Parlamento. Questa scusa non può reggere. A cominciare dal suo sprezzante capo Matteo Renzi, questo è un governo composto da persone inesperte e, salvo poche eccezioni, non competenti. L’esecutivo non ha la capacità culturale e politica di guidare il parlamento con i sottosegretari a svolgere l’essenziale compito di seguire le commissioni e indirizzarle.

I tre colori del governo

Sala verde, soccorso azzurro, delega in bianco: questi sono i colori dell’energica azione di governo intrapresa da Renzi per l’approvazione del Jobs Act, che va molto oltre la, pur non semplice e controversa, modifica dell’art. 18 sui licenziamenti. L’invito ai sindacati nella sala verde, tradizionalmente luogo di quella concertazione che Renzi non vuole più perseguire, è apparso sostanzialmente una sfida. Renzi ha espresso la sua posizione e, in quell’oretta loro riservata, i sindacati non hanno saputo, con gradazioni diverse, la CGIL molto più contraria di CISL e UIL, andare oltre il loro rifiuto ad intervenire sull’art. 18. Il capo del governo sembra essere riuscito a dimostrare la quasi totale irrilevanza dei sindacati nella ridefinizione del mercato del lavoro, nella trasformazione degli ammortizzatori sociali e nella elaborazione di una nuova politica economica. A fronte delle critiche provenienti dall’interno del Partito Democratico e delle preoccupazioni dell’alleato Nuovo Centro Destra, il capo del governo mira anche a dimostrare che la sua attuale maggioranza, piuttosto risicata al Senato, è autosufficiente, vale a dire non ha bisogno dei voti o dei marchingegni di Forza Italia.

Gli “azzurri” non avranno modo di vantarsi di essere essenziali per la sopravvivenza del governo al Senato e per l’approvazione di un importante disegno di legge poiché Renzi ha deciso di porre la fiducia sulla legge delega. Questa richiesta è molto irrituale e si configura, per l’appunto, come una delega in bianco poiché il testo del Jobs Act, ripetutamente rivisto negli ultimi giorni, non è ancora noto nei particolari che, come si sa, contano e molto. La fiducia mira a ricompattare forzosamente il PD e tenere lontana Forza Italia. Ha ragione la minoranza del partito, che pure, sulla base di quanto è noto, ha preparato alcuni emendamenti “irrinunciabili”. Proprio per questo, Renzi pone la fiducia, che fa cadere tutti gli emendamenti e che, se ottenuta, com’è probabilissimo, gli consentirà un’approvazione rapida e integrale di quanto desidera. La delega in bianco è anche una specie di biglietto da visita che Renzi vuole presentare all’incontro di Milano con i capi di governo dell’Unione Europea. Da qualche tempo accusato in Italia e criticato in Europa per frequenti annunci di riforme che non si materializzano (non soltanto perché hanno necessità di maturazione, ma anche perché appaiono dilettantescamente formulate), Renzi vuole arrivare a quell’incontro con qualcosa di concreto.

Difficile dire se i più critici fra i capi di governo dell’Unione (e fra i neo-commissari) si accontenteranno, ma certamente dovranno moderare le loro critiche. Quanto agli oppositori interni, sia nel PD sia in Forza Italia, i primi non potranno spingere la loro azione fino a negare la fiducia al governo e non riusciranno neppure ad argomentare in maniera solenne e incisiva le loro alternative al disegno di legge del governo. I secondi, vale a dire gli “azzurri”, in difficoltà a causa della sfida di Fitto a Berlusconi e indecisi sulla strategia, vengono privati proprio della possibilità di colmare un’eventuale mancanza di voti per il governo. Infatti, la scelta di un loro intrufolarsi a sostegno del governo non è praticabile in occasione di un voto di fiducia perché configurerebbe un cambio surrettizio di maggioranza tale da aprire problemi istituzionali e costituzionali. Ancora una volta, ma oggi più di ieri, Matteo Renzi gioca d’azzardo. Finora ha vinto e le probabilità che continui a vincere anche in questa importante occasione sono elevate. Tuttavia, il dissenso che serpeggia nel suo partito e alcuni segnali, fra i quali la vittoria nelle primarie calabresi di un esponente di quella che Bersani definirebbe ditta, le severe critiche di un renziano della prima ora e il crollo delle iscrizioni al Partito Democratico, suggeriscono che il cammino di Renzi non è ancora del tutto spianato e privo di ostacoli. Insomma, per ritornare ai colori, se il Prodotto Interno Lordo non cresce e la disoccupazione non diminuisce, il cammino non sarà roseo.

Pubblicato AGL 8 ottobre 2014