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Nostalgia (del futuro da costruire) #prefazione di “Due grandi tradizioni politiche”

Tratto da Tarcisio Cellini, Due grandi tradizioni politiche. La vanagloria distruttiva di un piccolo uomo. Un serio cammino di resilienza, Bosia (CN), @ A.C. “R.E.T.I.” 

Nostalgia (del futuro da costruire)

Ho avuto spesso buoni rapporti con gli uomini della sinistra democristiana, anche quando erano troppo conservatori istituzionali e troppo critici di Bettino Craxi. Mi piacciono i resoconti di coloro che hanno dato tempo e energie alla politica attiva e ne sono usciti dolorosamente delusi. Però, nel libro di Tarcisio Cellini, per il quale scrivo con gusto questa presentazione, c’è qualcosa di più della delusione. Ci sono indignazione e riprovazione per la ribalderia del Renzi, il mancato statista di Rignano. Il fatto è che quel Renzi era il prodotto quasi inevitabile delle trasformazioni della DC e del PCI che l’autore segue con grande attenzione e significativa partecipazione, anche emotiva. Non voglio dire che la strada alla pur resistibile ascesa del fiorentino l’abbiano preparata Moro e Berlinguer, nell’ordine, i due politici, unitamente a Benigno Zaccagnini, preferiti e ammirati dall’autore. Certamente, quella strada era stata lastricata dalle, non so quanto buone, intenzioni di Fassino e Rutelli, di Prodi e Veltroni. Mi rimane la convinzione che neppure adesso si siano resi conto delle loro enormi responsabilità. Fra l’altro, Fassino, Prodi e Veltroni dichiararono il loro voto favorevole al referendum (plebiscito, meglio) costituzionale del 4 dicembre 2016 con il quale l’allora Presidente del Consiglio Matteo Renzi mirava soprattutto ad aumentare e consolidare il suo potere politico personale.

Cellini inizia il suo libro facendo riferimento alle grandi culture politiche italiane del passato, ma ne individua soltanto due: cattolicesimo democratico e “socialismo (ex PCI)”. Obietto fortemente. Primo, la cultura politica del PCI non era “socialismo”. Era “marxismo più (o meno) gramscismo”, peraltro il pensiero di Gramsci era ancora poco approfondito in tutte le sue implicazioni. Secondo, in Assemblea costituente ci furono almeno altre tre culture politiche importanti: il socialismo di Lelio Basso più che di Pietro Nenni; il liberalismo di Benedetto Croce e soprattutto di Luigi Einaudi; e l’azionismo rappresentato da personalità autorevolissime da Emilio Lussu a Ugo La Malfa a Riccardo Lombardi fra le quali primeggiò per impegno indefesso e per conoscenze costituzionali Piero Calamandrei. Forse non deliberatamente, ma inconsapevolmente, senza, però, la mia disponibilità a transigere, Cellini finisce per dire che la storia successiva fu in maniera quasi esclusiva confronto/scontro fra DC e PCI. Se fosse stato così, non si capirebbero molte cose a cominciare dal centro-sinistra l’importante fase dell’Italia repubblicana nella quale, grazie in particolar modo ai socialisti e alla loro cultura riformista, si ebbe la unica vera impennata di modernità e di espansione di opportunità per gli italiani.

   L’ammirazione per Moro e Berlinguer può essere anche condivisa, ma da me solo in parte. Infatti, pur riconoscendo ad entrambi la capacità di leggere il corso degli avvenimenti e di elaborare strategie, alla fine il loro bilancio politico non posso considerarlo positivo. No, Moro non avrebbe aperto ad un rapporto di collaborazione con il PCI che sfociasse in una democrazia “compiuta”. No, Berlinguer si dimostrò incapace di trovare una credibile alternativa al fallimento della sua proposta con qualche venatura non propriamente da democrazia avanzata (e compiuta: nessuna alternanza) di compromesso storico. Ė certo che Moro si sarebbe ritratto a fronte delle reazioni della maggioranza della DC. Sono consapevole dei rischi ai quali Berlinguer avrebbe esposto il Partito comunista se si fosse distaccato bruscamente dall’Unione Sovietica, ma i suoi piccoli passi lasciarono il partito in mezzo al guado. Il PCI fu travolto dallo smantellamento del Muro di Berlino che lo svelò privo di una cultura politica effettivamente riformatrice. Dal canto suo, la sinistra democristiana fu sconfitta dalla sua ostinata volontà di mantenere unito un partito nel quale oramai di pensiero innovativo non si trovava nessuna traccia e i conflitti riguardavano solo il potere di governo e le cariche. Alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso, la manovre di Andreotti avevano avuto successo anche se al (non troppo) divino Giulio non riuscì di ottenere la carica più alta della Repubblica.

   Non so se e quando avverrà la riscossa dei riformisti. So che allora gli elettori italiani preferirono sperimentare dando il potere di governo ad un impresario televisivo e consentendogli di prosperare nel suo enorme conflitto di interessi, nutrendo l’antipolitica e il populismo. Se il Partito Democratico doveva essere la riscossa non possiamo essere soddisfatti. Gli errori politici sono stati molti, e continuano. La classe dirigente è mediocre e nient’affatto in via di miglioramento che, comunque, non può venire da elezioni primarie mal fatte e spesso manipolate. Di cultura politica non se ne vede neppure un brandello. Eppure, il PD era stato vantato dai fondatori proprio per la sua volontà di mettere insieme le migliori culture politiche del paese, nel 2007 già esauste e scomparse. Nessuno che guardasse alla produzione di cultura politica in Germania, negli USA, in Gran Bretagna, nei paesi scandinavi. Troppi che si beavano della “anomalia” italiana. Pochi che volessero diventare europei consapevoli e attivi. Nella non grande misura in cui Moro si interessò dell’Europa, fu europeista by default, in mancanza di meglio. La gatta da pelare di Berlinguer, l’URSS, era davvero grossa, unghiuta e aggressiva, oggettivamente e logicamente nemica del processo di costruzione di un’Europa politica. Certo, il segretario comunista preferiva stare da questa parte della cortina di ferro (arrugginito), ma, nonostante l’entusiasmo europeista dell’ex-comunista Altiero Spinelli, grande federalista, il PCI rimase un attore irrilevante sui temi europei fino agli anni novanta.

Anche per questo, forse, l’Europa occupa nel resoconto di Cellini spazio limitato. Concludo queste mie considerazioni, da un lato, affermando extra Europam nulla salus. Dall’altro, invitando alla lettura di questo snello e efficace libro. Fa riflettere e imparare, con qualche nostalgia per un futuro migliore.

Gianfranco Pasquino

Bologna, 10 dicembre 2020

Il passaggio da Conte a Draghi non è così facile @DomaniGiornale

Siamo arrivati ad un momento di svolta. Forse. Quindi, più che giusto è opportuno che emergano tutte le soluzioni che i politici italiani sanno formulare con grande fantasia e, per l’appunto, con abbondanti dosi di opportunismo. Dopo avere sistematicamente criticato i parlamentari che non appoggiavano la sua richiesta di scioglimento del Parlamento e di elezioni anticipate, accusandoli di essere attaccati alle poltrone, Matteo Salvini ne riconosce l’importanza e offre agli “appoltronati” una luccicante ancora di salvezza. Che almeno una ventina di loro (alla Camera nel Gruppo, variamente, Misto ci sono più di quaranta deputati e al Senato sono più di venti) si dichiari disponibile a convergere sulla formazione di un governo di centro-destra. Salveranno la poltrona e il paese. Dal canto suo, l’altro Matteo, Renzi, pensa molto più in grande. Lui che, capo del governo annunciò la “disintermediazione” ovvero la fine della fastidiosissima concertazione di alcuni provvedimenti legislativi con le parti sociali, adesso chiede che Conte proceda, quantomeno alla consultazione dei sindaci, dei sindacati (sic), delle associazioni di categoria.

   Molti ricordano che con il referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 Renzi voleva dare maggiori poteri decisionali al capo del governo. Che i suoi sostenitori insistevano da tempo per innestare nella democrazia parlamentare italiana un mai meglio precisato “premierato forte”. Che, insomma, era ora di avere anche in Italia una “democrazia decidente”. Lo scrisse più volte Luciano Violante a sostegno del referendum e di Renzi. Invece, sembra che siano stati sufficienti due DPCM (Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri) al mese, la maggior parte poi tradotta in decreti approvati dal Parlamento, a fare di Giuseppe Conte un leader autoritario. Invece del premierato forte dobbiamo preoccuparci del “complesso del tiranno”. Un giorno, poi, si dirà di Conte, che “ha fatto anche cose buone”. La priorità è di imporgli tutti i lacci e i lacciuoli possibili: nessuna cabina di regia da lui presieduta, presenza di rappresentanti dei partiti di governo ad ogni stadio e in ogni luogo si deliberi sull’assegnazione degli ingenti fondi NextGenerationEU e, soprattutto, il minor numero possibile di manager e di tecnici che tolgano potere ai burocrati, sempre criticati, oggi da recuperare in pompa magna. A scanso di equivoci, era sbagliata la critica indiscriminata. È altrettanto sbagliato l’affidamento quasi esclusivo ai burocrati della gestione dei fondi.

   Opinionisti e giornalisti hanno dato per spacciato Conte all’inizio dell’estate. Hanno previsto la sua caduta a settembre. Adesso i tempi sono ancora più maturi. La frase “il governo cadrà”, priva di senso se non dice perché e soprattutto quando, continua a essere ripetuta. Conte sembra non curarsi di loro, ma “guarda e passa” e, molto spesso, fa aperture, prende tempo, ricalibra la sua azione. I “cadutisti” s’ impegnano, non proprio brillantemente, a trovare il sostituto. Fanno un’incursione nelle prerogative costituzionali del Presidente della Repubblica il quale, art. 92 della Costituzione, “nomina il Presidente del Consiglio dei ministri”. Non possono esserci dubbi sul fatto che Mattarella nominerà/nominerebbe chi è in grado di garantire stabilità per quel che rimane della legislatura, due anni e più non è poco, e efficienza, nonché “europeismo”. Non so se questa persona è Mario Draghi, ma il suo nome circola da tempo e riscuote notevoli e pienamente giustificati apprezzamenti che, però, nulla possono dire sulle sue competenze e capacità propriamente politiche. L’elemento a mio parere più inquietante è dato da coloro che criticano, un giorno sì e quello dopo pure, Giuseppe Conte perché non ha nessuna legittimazione elettorale e politica. L’art. 94 della Costituzione non chiede legittimazione elettorale limitandosi saggiamente (perché mantiene aperta la porta della flessibilità, dell’adattabilità e della trasformazione dei governi) a stabilire che “il Governo deve avere la fiducia delle due Camere”. Può benissimo essere che Draghi riuscirebbe a costruire un governo in grado di ottenere la fiducia del Parlamento. Il rischio, però, è che, fin da subito e poi continuamente, sarà accusato di mancare di legittimazione elettorale. Il suo non sarà “un governo uscito dalle urne” come dicono quelli che non sanno e non vogliono imparare che nelle democrazie parlamentari nessun governo esce dalle urne. Retroscenisti e cartomanti continueranno a esibirsi in profezie tanto sbagliate quanto irrilevanti.

Pubblicato il 18 dicembre 2020 su Domani

Lo scambio nella sua interezza con Claudio Cerasa, direttore de @ilfoglio_it

In attesa della risposta del Direttore Cerasa, credo sia utile mettere a disposizione di voi, miei gentili followers, lo scambio nella sua interezza

 

Caro Direttore,

La rappresentanza politica non è mai faccenda di soli numeri. Seicento rappresentanti eletti sono in grado di fare un lavoro anche migliore di novecentoquarantacinque parlamentari nominati da un ristrettissimo cerchio di dirigenti di partito. Detto che “tagliare i politici” (che stava nella propaganda referendaria renziana) per risparmiare soldi è populismo papale papale, quel che conta è come quei parlamentari saranno eletti e in che modo svolgeranno i loro compiti. Non importa se la Legge Rosato ha effetti più o meno (pochi) maggioritari. Il suo palese drammatico vizio sta nell’impossibilità per gli elettori di scegliere il loro rappresentante. Una misera triste crocetta ratificherà scelte fatte altrove. Una buona rappresentanza si ha quando i parlamentari, grazie all’assenza di vincolo di mandato, potranno, ogniqualvolta sia necessario, fare affidamento non soltanto sulla loro, per noi imperscrutabile, coscienza, ma sulla loro esplicita scienza spiegando agli elettori, se il sistema elettorale lo consente, il perché e richiedendone il sostegno. Già, perché anche il limite ai mandati è un ostacolo alla buona rappresentanza. Chi sa di potere essere rieletto, non ri-nominato poiché, allora, risponderà al suo mandante, si comporterà nella maniera più responsabile possibile, cercherà di capire le preferenze e anche gli umori e le emozioni degli elettori e, interloquendo con loro, persino di cambiarli. Il non rieleggibile potrà diventare una mina vagante nel suo ultimo mandato a disposizione di oscuri interessi e interessati. Quanto alto e quanto forte dobbiamo protestare adesso noi, uomini e donne del No (ma faccio sempre molta fatica e ho ritegno a parlare in nome di altri) che ci siamo opposti alle sconclusionate e inadeguate riforme di Renzi? Sicuramente, è nostro dovere criticare il (non ancora) fatto e quello che motivatamente riteniamo il malfatto. Continuerò a farlo in maniera “sistemica”. La rappresentanza politica è elettiva. Quindi, bisogna valutare le riforme che riguardano il Parlamento e il governo anche con esplicito riferimento alla legge elettorale. Nessuna delle proposte dei Cinque stelle dipende e discende dalla vittoria del No il 4 dicembre 2016. Era possibile anche un altro governo.

1 agosto 2019

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica, Università di Bologna

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Caro Professore,

grazie della sua gentile lettera, che non condivido in molti passaggi, ma che mi dà la possibilità di introdurre un altro tema su cui forse varrebbe la pena ragionare. Resto convinto, come lo ero e lo eravamo nel 2016, che per combattere il populismo sia necessario, anche se non sufficiente, avere un sistema istituzionale efficiente, capace cioè di generare una competizione sana, vera, reale e genuina, capace dunque di costringere le persone a scegliere da che parte stare. Fino a quando ci sarà un pezzo d’Italia che penserà di combattere gli avversari politici ingessando sempre di più il sistema, e sfuggendo così a ogni tentazione maggioritaria, il populismo prospererà. Se il professor Pasquino volesse stare da questa parte, dalla parte della semplificazione, del maggioritario, della competizione, sa che qui sarebbe a casa. Grazie.

3 agosto 2019

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Caro Direttore,

la sua cortese risposta al mio intervento (2 agosto) contiene un invito al dialogo che accetto immediatamente. Il massimo della semplificazione da lei desiderata le è garantito dal populismo: un leader e il “suo” popolo, essendo, quelli che non la pensano come lui, i “nemici” del popolo. Tutto il resto va, populisticamente e conseguentemente, “rottamato” e “disintermediato”. Invece, la democrazia è complessità: diritti, istituzioni, il tempo per discutere, ragionare, creare il consenso necessario, decidere, valutare le conseguenze e tornare a riformare.

Non dobbiamo affatto, come scrive lei, “costringere le persone a scegliere da che parte stare”. Dobbiamo consentire ai cittadini di farsi le loro opinioni, meglio se informandosi, e poi scegliere, liberamente, cambiando di volta in volta, se lo desiderano, sapendo motivatamente premiare o punire coloro che hanno liberamente eletto. Certo, una legge elettorale maggioritaria, come il doppio turno francese, per il quale ho da tempo espresso e argomentato la mia preferenza, sarebbe ottima anche nel contesto italiano. Non ho visto grande sostegno dagli editorialisti dei quotidiani italiani e, per la verità, neppure da “Il Foglio”. Non ho neppure visto grandi battaglie combattute contro quel mostriciattolo della Legge Rosato.

Comunque, una democrazia maggioritaria richiede molto di più di una legge elettorale appropriata. Richiede freni e contrappesi, responsabilizzazione dei rappresentanti e dei governanti, mass media “liberi e forti”, una rigorosa legge sul conflitto di interessi (altro terreno sul quale non ho avuto, fui il firmatario del primo disegno di legge in materia, 15 maggio 1994, vigoroso sostegno). Di tutto questo ho variamente scritto, per esempio, in Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate (Università Bocconi Editore 2015). Vedrà che sono dalla parte del maggioritario e della competizione con regole, non, però, della imprecisata semplificazione e meno che mai della manipolazione, in parte voluta in parte esito di grande ignoranza in materia di funzionamento della democrazia e delle sue istituzioni.

Questa volta spero di trovare spazio in prima pagina, magari in un bel taglio basso!

Gianfranco Pasquino

Ho scritto questa lettera al Direttore del Foglio… @ilfoglio_it

La rappresentanza politica non è mai faccenda di soli numeri. Seicento rappresentanti eletti sono in grado di fare un lavoro anche migliore di novecento a quarantacinque parlamentari nominati da un ristrettissimo cerchio di dirigenti di partito. Detto che “tagliare i politici” (che stava nella propaganda referendaria renziana) per risparmiare soldi è populismo papale papale, quel che conta è come quei parlamentari saranno eletti e in che modo svolgeranno i loro compiti. Non importa se la Legge Rosato ha effetti più o meno (pochi) maggioritari. Il suo palese drammatico vizio sta nell’impossibilità per gli elettori di scegliere il loro rappresentante. Una misera triste crocetta ratificherà scelte fatte altrove. Una buona rappresentanza si ha quando i parlamentari, grazie all’assenza di vincolo di mandato, potranno, ogniqualvolta sia necessario, fare affidamento non soltanto sulla loro, per noi imperscrutabile, coscienza, ma sulla loro esplicita scienza spiegando agli elettori, se il sistema elettorale lo consente, il perché e richiedendone il sostegno. Già, perché anche il limite ai mandati è un ostacolo alla buona rappresentanza. Chi sa di potere essere rieletto, non ri-nominato poiché, allora, risponderà al suo mandante, si comporterà nella maniera più responsabile possibile, cercherà di capire le preferenze e anche gli umori e le emozioni degli elettori e, interloquendo con loro, persino di cambiarli. Il non rieleggibile potrà diventare una mina vagante nel suo ultimo mandato a disposizione di oscuri interessi e interessati. Quanto alto e quanto forte dobbiamo protestare adesso noi, uomini e donne del No (ma faccio sempre molta fatica e ho ritegno a parlare in nome di altri) che ci siamo opposti alle sconclusionate e inadeguate riforme di Renzi? Sicuramente, è nostro dovere criticare il (non ancora) fatto e quello che motivatamente riteniamo il malfatto. Continuerò a farlo in maniera “sistemica”. La rappresentanza politica è elettiva. Quindi, bisogna valutare le riforme che riguardano il Parlamento e il governo anche con esplicito riferimento alla legge elettorale. Nessuna delle proposte dei Cinque stelle dipende e discende dalla vittoria del No il 4 dicembre 2016. Era possibile anche un altro governo.

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica, Università di Bologna

La propaganda sulla Costituzione

Leggo periodicamente le grida di (finto) dolore emesse da coloro che hanno sonoramente perso il referendum costituzionale del 4 dicembre 2016. Sono quasi tutti accompagnati da vere indignate invettive contro i professoroni e soprattutto contro Gustavo Zagrebelsky, il Presidente del Comitato nazionale per il NO. Avremmo, non rispondo a nome suo, ma mi prendo la mia parte, non so quanto grande, di responsabilità, aperto la strada a infinite (non ancora finite) nefandezze. Per di più, di fronte alle nefandezze staremmo tutti zitti mentre il governo Lega-Cinque Stelle è affaccendato nella distruzione della Costituzione “più bella del mondo” (copyright non mio). Sull’aggettivo “bella” ho già variamente e ripetutamente eccepito affermando, senza timore di smentite, che non esiste un concorso di bellezza per le Costituzioni e che, se ci fosse, vincerebbe la Costituzione mai scritta, quella del Regno un tempo Unito. Dopodiché, contrariamente agli scrittori di stupidaggini seriali sul referendum, sulla Costituzione e sul governo, fra i quali annovero da qualche tempo il Direttore del “Foglio” Claudio Cerasa (si veda la sua risposta Antiparlamentarismo e silenzio dei costituzionalisti, alla lettera di un assegnista, sic, di ricerca in Diritto Costituzionale, pubblicata in prima pagina il 19 luglio), entro nel merito. Metto subito le carte in tavola. Ho scritto su tutte le tematiche attinenti il referendum costituzionale: Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate (Milano, Università Bocconi Edizioni, 2015) . Ho anche criticato le, spesso davvero risibili, motivazioni dei sostenitori del sì in NO positivo. Per la Costituzione. Per le buone riforme. Per migliorare la vita e la politica, Novi Ligure, Edizioni Epoké, 2016 .

 

Credo di essermi abbondantemente conquistato il diritto di spazientirmi a fronte di critiche fondate sull’ignoranza e sulla ripetizione di errori monumentali, squalificanti.

Primo, davvero il governo giallo-verde è il prodotto certo e inevitabile della sconfitta di Matteo Renzi nel referendum da lui pervicacemente voluto? Dunque, molti cadono nella peraltro ben nota fallacia del post hoc ergo propter hoc: quel che viene dopo dipende sicuramente da quello che è avvenuto prima. Un evento del dicembre 2016 ha condizionato, addirittura determinato un evento del marzo 2018? In quindici mesi, il Partito Democratico e il suo segretario non sono riusciti a recuperare (qua il verbo è ballerino, forse ottenere, forse conquistare) abbastanza voti per rendere quella coalizione di governo numericamente impraticabile? Certo, se qualcuno, come il segretario Renzi, mai contraddetto da nessuno del suo cerchio non proprio magico, continua a sostenere che l’intero esercito dei 40 per cento che hanno votato Sì lo hanno fatto per lui e quindi che voti erano suoi, allora ha già deragliato. È diventato irrecuperabile, ancora di più quando paragona quella percentuale con il 24 percento dei voti ottenuti da Emmanuel Macron al primo turno delle elezioni presidenziali francesi nell’aprile 2017. Però, segnala uno, non l’unico, dei giganteschi errori di Renzi (più che dei suoi seguaci): rivelare di avere trasformato il referendum sul pacchetto di riforme costituzionali in un plebiscito sulla sua persona di ineguagliabile, inarrivabile, insuperabile riformatore. Incidentalmente, ai plebisciti su persone, tutti i “veri” democratici hanno l’obbligo politico e morale di rispondere sempre e senza esitazioni NO.

 

Secondo, i sostenitori della tesi che il NO ha reso inevitabile, anzi, praticamente fabbricato il governo giallo-verde, stanno dicendo anche un’altra cosa molto grave. La campagna elettorale del PD, maldestramente guidata dal suo segretario, che non voleva che crescesse il prestigio e l’apprezzamento per il capo del governo Paolo Gentiloni, non ha saputo recuperare neanche un voto. Anzi, se la comparazione viene fatta con Bersani 2013, ha perso il 7 per cento degli elettori, quantità sostanzialmente superiore a coloro che hanno votato per LeU. Inoltre, i renziani dimenticano, non sono neppure sicuro che ne abbiano acquisito piena consapevolezza, che la coalizione Cinque Stelle-Lega non era l’unica numericamente e politicamente possibile. Infatti, Cinque Stelle e Partito Democratico avevano (probabilmente, non si possono mai prevedere tutti gli spostamenti, ancora hanno) la maggioranza assoluta di seggi sia alla Camera sia al Senato. La prematura e dissennata decisione di Renzi di buttare il suo partito all’opposizione ha reso possibile, sostanzialmente inevitabile, la formazione del governo Di Maio-Salvini. Il quesito continua a rimanere questo: il governo Cinque Stelle-Lega è preferibile ad un governo Cinque Stelle-PD? Un partito che dichiara di avere una missione nazionale (remember il Partito della Nazione?) accetta senza neppure un dibattito interno, senza andare a vedere le carte e senza verificare se esistano alternative esperibili di andare all’opposizione? Per starci, poi, alquanto male, senza sapere fare l’opposizione, rivelandosi totalmente irrilevante, paralizzato dal suo due volte ex-segretario e dai parlamentari da lui nominati grazie alla Legge Rosato e maggioritari nei gruppi PD sia alla Camera sia, ancor più, al Senato. Noto tristemente come nessuno che abbia fatto notare quanti governi nelle democrazie parlamentari europee sono fatti da coalizioni fra partiti nient’affatto omogenei.

Terzo, adesso, Cinque Stelle e Lega stanno, sempre secondo i sostenitori del Sì, manomettendo la Costituzione e né Zagrebelsky né i professoroni entrano in campo per difenderla, quella democrazia rappresentativa che, secondo Cerasa, rischia di essere travolta “dalla deriva antiparlamentarista che hanno contributo a generare votando NO al referendum del 2016. Quei “professoroni “, il Chiarissimo, Altissimo, Prestigiosissimo” (sono tutti aggettivi del Dottor Cerasa) Gustavo Zagrebelsky incluso, erano stati opportunamente e immediatamente schedati da due politologi renziani della prima ora: Elisabetta Gualmini e Salvatore Vassallo in un indimenticabile articolo: Cari Professori del NO…, pubblicato ne “l’Unità”, 27 aprile 2016, inteso a screditarli non sul merito delle riforme e delle obiezioni, ma facendo riferimento alla loro età, spesso “avanzata” e alle cariche ed onori, perfetta esemplificazione di character assassination , che è la men che positiva definizione inglese di questo modo di procedere. Vale la pena di documentarsi leggendo il commento devastante di Marco Damilano, Cari professori uscite dalla curva, tempestivamente pubblicato sul blog dell’Espresso. Non discuto delle autonomie regionali differenziate, peraltro, richieste anche dal Presidente Pd della Regione Emilia-Romagna, ma ricordo che la sinistra non ha mai capito in quale direzione stava andando rincorrendo il cosiddetto federalismo della Lega. Era un pasticcio allora, lo rimane adesso. Chi è causa del suo mal pianga se stesso (et voilà: la rima). Vado, piuttosto, sulle due riforme costituzionali già iniziate: referendum propositivo e riduzione del numero dei parlamentari. Sul primo, argomento di sicura importanza, ricordo che la riforma costituzionale renziana andava nella direzione di dare maggiore potere ai referendari. Certo, esistono notevoli differenze, ma il punto riguarda le modalità di legiferare. Le Cinque Stelle vogliono trasferire grande potere ai cittadini a scapito del Parlamento. Noto che manca la riflessione più appropriata, quella riguardante i rapporti Governo/Parlamento. In realtà, potrebbe benissimo risultare che il referendum propositivo toglie potere al governo piuttosto che al Parlamento e che parlamentari capaci e competenti saprebbero come ridefinire i compiti delle loro rispettive Camere e riconquistare il ruolo che i Parlamenti sanno essere il loro, quello che non soltanto possono, ma debbono svolgere: controllo sull’operato del governo, conciliazione di interessi, comunicazione con la cittadinanza e, non da ultimo, last but tutt’altro che least, rappresentanza politica.

Quarto, questo sembra essere diventato il vero (o presunto) punctum dolens. Le Cinque Stelle mirano a ridurre il numero dei parlamentari con le più classiche delle motivazioni populiste: tagliare le “poltrone” per ridurre i costi (incidentalmente, espressione molto simile allo slogan della campagna renziana: “Cara Italia, vuoi diminuire il numero dei politici? Basta un Sì”). Dunque, scendere da 630 deputati a 400 e da 315 senatori eletti a 200. In tutto si passerebbe e da 945 eletti a 600. Ricordo che la trasformazione del Senato secondo la riforma costituzionale fatta approvare da Renzi totalmente eliminava i Senatori eletti dai cittadini (ci sarebbe qualche technicality aggiuntiva qui, ma il ragionamento tiene lo stesso), recuperandone 95 provenienti dai Consigli regionali più i cinque senatori a vita, davvero “cavoli a merenda”. In tutto da 945 parlamentari eletti si sarebbe scesi a 630 più 100, con la classica motivazione populista (e un di più di decisionismo accattone): meno poltrone, meno costi, i senatori di provenienza regionale non avrebbero avuto nessuna indennità, ma solo il rimborso delle spese. Quanto alla rappresentanza è subito opportuno ricordare che non è mai solo faccenda di numeri. La più potente assemblea legislativa e rappresentativa al mondo è senza dubbio alcuno il Senato degli USA. La rappresentanza dipende in misura sostanziale dalla legge elettorale, dalle modalità con le quali i rappresentanti sono eletti e possono essere rieletti. Da questo punto di vista, il vero vulnus, anzi, il colpo mortale alla rappresentanza politica viene, da un lato, dall’eventuale, ancorché fondamentalmente impossibile da praticare, vincolo di mandato, dall’altro, dai limiti ai mandati elettivi.

Ciò detto, dovrebbe essere evidente a tutti che la Legge Rosato con le sue liste bloccate è fatta apposta per rendere impossibile la buona rappresentanza politica. Altre erano le sue priorità. Gli eletti sapranno di dovere la loro carica (chiedo scusa, poltrona) a chi li ha candidati/e e messi in lista nelle posizioni più eleggibili, certamente, non agli elettori di fronte ai quali non avranno nessun interesse e nessun incentivo a tornare per parlare di politica (della vita reale), spiegando quel che hanno fatto, non fatto, fatto male. Eravamo addirittura arrivati al punto di ascoltare dalla voce del Ministro Boschi che i capilista bloccati (più spesso che no paracadutati, come lei stessa sarebbe stata a Bolzano nel 2018), nominati dal segretario del partito, acquisivano il ruolo di “rappresentanti del collegio”. Fin da subito sostenni che erano, invece, i commissari del (segretario del) partito. Insomma, il combinato disposto della profonda trasformazione del Senato, con i nuovi senatori che avrebbero rappresentato non i cittadini delle rispettive regioni, ma i partiti di quelle regioni, vale a dire del suo sostanziale depotenziamento in termini di rappresentanza e di capacità di controllo sull’operato del governo e sulle leggi dal governo proposte/imposte, con la legge elettorale, fosse l’Italicum sia la Legge Rosato, incideva gravemente sulla rappresentanza politica. Con qualche sospiro e un’alzata di spalle i renziani, ma anche un numero impressionante di commentatori politici, giornalisti e professori anche di scienza politica, raccontavano la favola del trade-off: bisogna rinunciare a un po’ di rappresentanza per avere un tot di governabilità (garantita anche da un cospicuo premio di seggi). Alla faccia di coloro che pensano, con notevoli pezze d’appoggio, che la buona, ampia, diversificata rappresentanza politica è la premessa, il fondamento irrinunciabile della governabilità, di qualsiasi governabilità.

No, la riduzione del numero dei parlamentari, magari giustificata con la necessità di maggiore e migliore efficienza, da un lato, non è di per sé un attentato alla democrazia, dall’altro, però, esige una apposita legge elettorale di cui non v’è traccia nel disegno (esagero complimentosamente) riformatore delle Cinque Stelle, del governo giallo-verde. Certo è che le critiche dei renziani e di tutti coloro che hanno sostenuto le riforme del loro capo sono semplicemente opportunistiche e inaccettabili. Le riforme delle Cinque Stelle si muovono sullo stesso terreno. Possono essere contrastate, e lo saranno, con le argomentazioni usate dai sostenitori del NO. Questo è esattamente quanto, se diventerà necessario, cercherò di fare, insieme ai moltissimi “partigiani buoni”, nello spazio che riuscirò a conquistarmi. Nel frattempo, mi auguro, senza farmi illusioni, che i produttori seriali di stupidaggini costituzionali imparino qualcosa e cerchino di essere un po’ più originali e attenti alla realtà effettuale (Machiavelli).

Pubblicato il 25 luglio 2019

Revenants, a volte ritornano… senza aver imparato dai loro errori

Revenants, vale a dire, quelli che … tornano a casa, incattiviti, senza avere imparato niente. Anzi, ripetono se stessi e i loro errori che hanno prodotto la sonora sconfitta di pasticciate riforme costituzionali senza capo né coda. Che non riguardavano, per insipienza e tracotanza, il governo. Dunque, anche se fossero malauguratamente resuscitate non risolverebbero la situazione, non creata, ma facilitata dalla legge Rosato. I problemi politici si affrontano con la costruzione intelligente delle condizioni del possibile, non con trucchi e premi.

 

2018 elettorale: premesse poco buone

Il decimo anniversario della rivista “ItalianItaliani” coincide con un anno elettorale in Italia. La legislatura 2013-2018 si è aperta male, con una non-maggioranza, si è sviluppata con fenomeni insoliti, la prima rielezione di un Presidente della Repubblica, ha avuto tre Presidenti del Consiglio, è stata segnata da pessime riforme costituzionali che un referendum, trasformato da Matteo Renzi in un plebiscito sulla sua persona e sulle sue non note competenze istituzionali, ha sonoramente bocciato. Anche la Corte Costituzionale ha proceduto a bocciature, tardivamente smantellando la legge elettorale Calderoli, nota come Porcellum, dichiarando incostituzionali alcuni elementi portanti del cosiddetto Italicum di cui nessuno si è assunto la paternità o maternità. Andremo a votare con una legge elettorale comunque pessima che lascia all’elettore il minimo potere di tracciare una crocetta sul simbolo di un partito e sul candidato o viceversa non consentendogli un opportuno e efficace voto disgiunto premiando o punendo differenziatamente partiti e candidati.

Dirigenti di partito, responsabili di questa legge Rosato (PD di non comprovate conoscenze elettorali), e commentatori si affannano ad affermare in maniera ipocritamente dolente che nessuno dei tre schieramenti avrà la maggioranza. Peggio per loro si potrebbe dire. Sappiamo, però, che, pur se sostanzialmente all’incirca il 70-75 per cento dei parlamentari saranno debitori del loro seggio ai dirigenti, sicuri della loro rielezione grazie alla possibilità di essere candidati in cinque circoscrizioni, che li hanno nominati (gli elettori non potendo fare altro che ratificare), una parte non piccola di quei parlamentari si appresterà a saltare sul carro dello schieramento che avrà qualche chance di formare il governo.

Più di 350 parlamentari hanno cambiato partito e gruppo parlamentare nella legislatura che si chiude, qualcuno l’ha fatto anche tre/quattro volte. Non perderanno il vizio, non perderanno tempo. L’italico trasformismo, vizio parlamentare per eccellenza, si riflette anche nel conformismo/opportunismo di molti giornalisti, dei commentatori, di troppi conduttori di salotti televisivi. Anche loro seguiranno, si adegueranno. Sarebbe fin troppo facile dire “chi è causa del suo mal pianga se stesso”. Sfortunatamente, ma inevitabilmente, le riforme congegnate per fare vincere o per fare perdere (in questo caso, pensate contro il Movimento Cinque Stelle) producono contraccolpi e conseguenze impreviste. Molto bene per i politologi (almeno per i pochi non stupidamente schierati a sostenere il principino di turno) che potranno sbizzarrirsi nelle analisi e nelle critiche. Molto male per i cittadini, in Italia e all’estero, che dovranno cercare di sopravvivere con un sistema politico dal funzionamento inadeguato e con una classe politica insoddisfacentemente selezionata e priva di prestigio e credibilità in sede di Unione Europea.
Auguri: Buon 2018.

Pubblicato il 1° gennaio 2018 su Italianinelmondo.com

Una delle nostre migliori giornate #4dicembre I meriti di quel voto #No

Domenica 4 dicembre 2016 è stata una bella giornata, una delle migliori per il sistema politico italiano e per la Costituzione. Il NO nel referendum costituzionale che il Presidente del Consiglio Matteo Renzi aveva trasformato in un plebiscito sulla sua persona ha impedito lo slittamento del sistema politico italiano in direzione populista. Ha anche bloccato per alcuni anni i ripetuti tentativi di strattonare la Costituzione verso due esiti: terribili semplificazioni istituzionali e riduzione del potere degli elettori, che pochissimo hanno a che vedere con il suo impianto e con i suoi obiettivi tuttora solidi e validi. La Costituzione ha dimostrato di sapere accompagnare molti cambiamenti, ma anche di resistere a qualsiasi tentativo di sfigurarla.

A un anno di distanza non dobbiamo né sottovalutare né dimenticare quelle che erano allora e rimangono pervicacemente le patetiche argomentazioni dei fautori del “sì”, renziani della prima ora e renziani saliti sul carro quando sembrava andare verso la vittoria decisiva. L’algoritmo del Centro Studi della Confindustria aveva previsto gravissime conseguenze economiche, nessuna delle quali si è prodotta. Anzi, semmai, dopo il NO, anche se non necessariamente a causa del NO, è cominciata una leggera ripresa dell’andamento dell’economia. A grappolo, il quotidiano della Confindustria aveva concesso tutto lo spazio possibile ai sostenitori del sì. Con mia non troppo grande sorpresa, politologi e storici della LUISS, l’Università della Confindustria, si erano schierati come un sol uomo (infatti, fra loro non c’era neanche una donna) a vantare le lodi delle riforme renzian-boschiane. Non riesco neppure a parlare di “tradimento dei chierici” perché sarebbe per loro troppo onore. D’altronde, le pagine di alcuni quotidiani nazionali erano ricolme di articoli di chierici e di aspiranti tali che argomentavano sottilmente che, come scrisse Michele Salvati, votare contro le riforme era votare contro l’interesse nazionale. Già allora notai che una frase del genere era pericolosamente vicina ad accusare i No di essere “nemici del popolo”. Altri chierici, per esempio, la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Bologna, decisero di non ospitare dibattiti. Tutti schierati per il sì, quei giuristi si trincerarono dietro una frase che contiene qualcosa di strabiliante e di inquietante: “all’università non si fa politica”. Comunque, difendere la Costituzione da riforme che la squilibrerebbero, che produrrebbero esiti peggiorativi, che aprirebbero la strada a confusioni nei rapporti fra cittadini e istituzioni e fra governo, Parlamento e Presidente della Repubblica, non è fare politica, ma è agire democratico. Per fortuna, a organizzare un dibattito pubblico (fra l’ex-Presidente della Camera, Luciano Violante, e il sottoscritto) ci pensò un’associazione di studenti, in larga misura di giurisprudenza, di sinistra per il “sì”. Quanto all’ex- Presidente della Camera, seguendo la strada aperta da alcuni cattivi maestri, s’impadronì e ripetutamente utilizzò l’espressione, inusitata in scienza politica e fra gli studiosi delle democrazie, “democrazia decidente”. A questo agognato esito avrebbero dovuto condurre, anzi, saremmo sicuramente pervenuti grazie a quelle modifiche costituzionali, anche se nessuna di loro riguardava, come pure sarebbe stato possibile, il luogo per eccellenza della decisione: il governo.

La sconfitta del “sì” non ha consentito il dibattito indispensabile, magari dopo qualche buona lettura (ad esempio, almeno un libro di Giovanni Sartori, Democrazia. Cosa è), riguardante quale democrazia parlamentare, oppure anche semi-presidenziale, è possibile e auspicabile costruire. I sostenitori del “sì” hanno preferito esibirsi su un altro versante, quello, inizialmente delineato da Paolo Mieli, del “ritorno alla proporzionale” e del conseguente “rischio Weimar” reso plausibile, quasi imminente dai “no”. È stato molto difficile convincere coloro che avevano dato il loro sostegno all’Italicum che quella legge elettorale così come la precedente legge Calderoli giustamente nota come Porcellum, era già una legge proporzionale, accompagnata o distorta da un premio di maggioranza. Due terzi proporzionale è anche la legge Rosato, che rappresenta quindi un ritorno addolcito, ma anche manipolato, alla proporzionale. “Decidente” sarebbe, dunque, una democrazia che si basa su un premio in seggi? Le vedove politologiche del premio e del ballottaggio, à la D’Alimonte, si sono esibite in spericolate comparazioni fra l’elezione del Presidente della Repubblica francese e il voto per eleggere un Parlamento oppure, à la Renzi, paragonando le percentuali del sì referendario, sicuramente non tutti voti suoi, con le percentuali di Macron, composte da voti praticamente tutti indirizzati a lui.

A un anno da quella bella giornata di dicembre, mentre il mio account twitter continua a registrare i lamenti dei sostenitori del sì per cui tutto quello che loro vorrebbero e non avviene (anche l’eliminazione della nazionale di calcio ad opera degli svedesi) è da attribuirsi alla vittoria del no, resta da constatare come la cultura politico-istituzionale dei chierici abbia imparato poco o nulla. Per fortuna non sono loro a fare funzionare un parlamento che sarebbe stato bislaccamente squilibrato.

Pubblicato il 4 dicembre 2017

 

Una riforma brutta resta tale anche se la fa un bravo leader

No, non è la qualità delle riforme elettorali e costituzionali che conta, ma chi le propone. Questo è, in estrema sintesi, il punto d’approdo della riflessione estiva di Ernesto Galli della Loggia. L’opinione pubblica italiana, secondo l’editorialista del “Corriere della Sera” (che, qui rompe il coro dei colleghi, ma contraddice anche posizioni da lui espresse nel passato), “è tuttavia orientata o comunque orientabile senza troppe difficoltà al cambiamento”. Vuole, fra le altre cose, “un comando politico più efficace e diretto”. Però, il fattore decisivo nel respingimento delle riforme fatte è che i leader che hanno proposto e imposto riforme elettorali e costituzionali, vale a dire, Craxi (di cui, in verità, ricordo soprattutto una vociante e possente opposizione persino alla riduzione del numero delle preferenze), Berlusconi e Renzi, non avevano le qualità personali per ottenere che le loro riforme fossero accettate dagli italiani. Il leader riformatore, precisa Galli, si caratterizza “dai modi rassicuranti”; appare “animato da un’autentica convinzione e devoto all’interesse generale”; è “capace di una retorica alta e inclusiva” ed è “intellettualmente generoso nei confronti delle opinioni contrarie”. Poiché né Craxi né Berlusconi né Renzi avevano queste qualità, le loro riforme sono state respinte. C’è almeno un’eccezione, non proprio marginale: Craxi vinse il referendum, semplifico, sull’abolizione della scala mobile.

Galli non si pone il problema della qualità delle riforme di Berlusconi e di Renzi. Sulla qualità delle leggi elettorali si è già espressa, negativamente, la Corte Costituzionale e le sue sentenze per i cultori dello Stato di diritto o rule of law dovrebbero essere più che sufficienti (magari evitando di dire che stiamo tornando alla proporzionale poiché sia il Porcellum sia l’Italicum erano leggi elettorali proporzionali). Che le riforme costituzionali fossero pasticciate e peggiorative del funzionamento del sistema politico sembra essere un elemento irrilevante nell’analisi di Galli. No, la sola cosa che conta è la “personalità” dei sedicenti riformatori. Non per lui, però, perché dichiara di avere votato “sì” il 4 dicembre, facendo prevalere la sua valutazione, evidentemente positiva, delle riforme fatte da Renzi-Boschi, sulla personalità dei riformatori. Da questo ragionamento ne consegue inevitabilmente che, se riforme dello stesso genere, fossero formulate e ripresentate da un leader accattivante, mite, che si sia conquistato la fiducia dell’opinione pubblica, sarebbero entusiasticamente approvate e confermate.

La tesi di Galli è davvero originale, ma logicamente e limpidamente sbagliata poiché riforme potenzialmente peggiorative rimangono tali a prescindere da chi le presenta. Se, poi, la riforma principale, argomentata in tutte le salse, dovesse essere costituita dal potenziamento del capo del governo senza null’altro toccare, vi si possono fare due critiche di fondo. La prima è che nel pacchetto bocciato non era compreso l’unico meccanismo che rafforza democraticamente il capo del governo e la sua stessa compagine, vale a dire il voto di sfiducia costruttivo (da qualcuno riscoperto tardivamente), che ha anche il merito di consegnare ai parlamentari eletti con legge proporzionale di scegliere quel capo del governo e di sostituirlo/a qualora i suoi comportamenti diventino problematici. La seconda critica è che la teoria liberale, alla quale moltissimi commentatori, editorialisti del Corriere compresi, dicono di ispirarsi, impone che a un capo di governo rafforzato nei suoi poteri si predispongano adeguati freni e contrappesi. All’insegna del dolorosamente sacrificare la rappresentanza alla governabilità, fenomeni che non stanno sullo stesso piano (una migliore rappresentanza facilita e accresce la governabilità), si squilibrerebbe il sistema incidendo negativamente sulla qualità, già non eccelsa, della democrazia italiana. E sarebbe molto pericoloso affidarsi alla bontà del leader.

Pubblicato il 3 settembre 2017