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Il passaggio da Conte a Draghi non è così facile @DomaniGiornale

Siamo arrivati ad un momento di svolta. Forse. Quindi, più che giusto è opportuno che emergano tutte le soluzioni che i politici italiani sanno formulare con grande fantasia e, per l’appunto, con abbondanti dosi di opportunismo. Dopo avere sistematicamente criticato i parlamentari che non appoggiavano la sua richiesta di scioglimento del Parlamento e di elezioni anticipate, accusandoli di essere attaccati alle poltrone, Matteo Salvini ne riconosce l’importanza e offre agli “appoltronati” una luccicante ancora di salvezza. Che almeno una ventina di loro (alla Camera nel Gruppo, variamente, Misto ci sono più di quaranta deputati e al Senato sono più di venti) si dichiari disponibile a convergere sulla formazione di un governo di centro-destra. Salveranno la poltrona e il paese. Dal canto suo, l’altro Matteo, Renzi, pensa molto più in grande. Lui che, capo del governo annunciò la “disintermediazione” ovvero la fine della fastidiosissima concertazione di alcuni provvedimenti legislativi con le parti sociali, adesso chiede che Conte proceda, quantomeno alla consultazione dei sindaci, dei sindacati (sic), delle associazioni di categoria.

   Molti ricordano che con il referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 Renzi voleva dare maggiori poteri decisionali al capo del governo. Che i suoi sostenitori insistevano da tempo per innestare nella democrazia parlamentare italiana un mai meglio precisato “premierato forte”. Che, insomma, era ora di avere anche in Italia una “democrazia decidente”. Lo scrisse più volte Luciano Violante a sostegno del referendum e di Renzi. Invece, sembra che siano stati sufficienti due DPCM (Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri) al mese, la maggior parte poi tradotta in decreti approvati dal Parlamento, a fare di Giuseppe Conte un leader autoritario. Invece del premierato forte dobbiamo preoccuparci del “complesso del tiranno”. Un giorno, poi, si dirà di Conte, che “ha fatto anche cose buone”. La priorità è di imporgli tutti i lacci e i lacciuoli possibili: nessuna cabina di regia da lui presieduta, presenza di rappresentanti dei partiti di governo ad ogni stadio e in ogni luogo si deliberi sull’assegnazione degli ingenti fondi NextGenerationEU e, soprattutto, il minor numero possibile di manager e di tecnici che tolgano potere ai burocrati, sempre criticati, oggi da recuperare in pompa magna. A scanso di equivoci, era sbagliata la critica indiscriminata. È altrettanto sbagliato l’affidamento quasi esclusivo ai burocrati della gestione dei fondi.

   Opinionisti e giornalisti hanno dato per spacciato Conte all’inizio dell’estate. Hanno previsto la sua caduta a settembre. Adesso i tempi sono ancora più maturi. La frase “il governo cadrà”, priva di senso se non dice perché e soprattutto quando, continua a essere ripetuta. Conte sembra non curarsi di loro, ma “guarda e passa” e, molto spesso, fa aperture, prende tempo, ricalibra la sua azione. I “cadutisti” s’ impegnano, non proprio brillantemente, a trovare il sostituto. Fanno un’incursione nelle prerogative costituzionali del Presidente della Repubblica il quale, art. 92 della Costituzione, “nomina il Presidente del Consiglio dei ministri”. Non possono esserci dubbi sul fatto che Mattarella nominerà/nominerebbe chi è in grado di garantire stabilità per quel che rimane della legislatura, due anni e più non è poco, e efficienza, nonché “europeismo”. Non so se questa persona è Mario Draghi, ma il suo nome circola da tempo e riscuote notevoli e pienamente giustificati apprezzamenti che, però, nulla possono dire sulle sue competenze e capacità propriamente politiche. L’elemento a mio parere più inquietante è dato da coloro che criticano, un giorno sì e quello dopo pure, Giuseppe Conte perché non ha nessuna legittimazione elettorale e politica. L’art. 94 della Costituzione non chiede legittimazione elettorale limitandosi saggiamente (perché mantiene aperta la porta della flessibilità, dell’adattabilità e della trasformazione dei governi) a stabilire che “il Governo deve avere la fiducia delle due Camere”. Può benissimo essere che Draghi riuscirebbe a costruire un governo in grado di ottenere la fiducia del Parlamento. Il rischio, però, è che, fin da subito e poi continuamente, sarà accusato di mancare di legittimazione elettorale. Il suo non sarà “un governo uscito dalle urne” come dicono quelli che non sanno e non vogliono imparare che nelle democrazie parlamentari nessun governo esce dalle urne. Retroscenisti e cartomanti continueranno a esibirsi in profezie tanto sbagliate quanto irrilevanti.

Pubblicato il 18 dicembre 2020 su Domani


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