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Le due leader non ingannino gli elettori @DomaniGiornale

Non è consentito essere contemporaneamente parlamentare nazionale e europarlamentare, Qualora un/a parlamentare nazionale, candidatasi al Parlamento europeo, venga eletta dovrà inevitabilmente optare per l’uno o l’altro parlamento. La candidatura di chi sa e addirittura dichiara preventivamente che, anche se eletta, non andrà al Parlamento europeo costituisce comunque una truffa agli elettori. Non può essere nascosta né sminuita sostenendo che la campagna elettorale offre la grande opportunità di parlare di Europa agli elettori senza nessun doveroso obbligo di accettare l’eventuale elezione. Infatti, è del tutto evidente che questa opportunità può essere sfruttata, a maggior ragione, anche dai segretari dei partiti, dai ministri e dal capo del governo, tutte persone informate dei fatti, dei malfatti e dei misfatti, anche senza che si presentino candidati a cariche che sanno (e dichiarano) di non andare a ricoprire.
I mass media dovrebbero regolarmente informare l’e/lettorato quantomeno dell’esistenza di quella che è una insuperabile incompatibilità. La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni giustifica la sua eventuale candidatura come capolista in tutt’e cinque le circoscrizioni come un servizio reso al partito che trarrebbe grande vantaggio dalla sua notevole capacità di conquistare voti. L’inganno cambia di qualità, ma rimane tale. La persona del leader prevale proprio per la sua capacità attrattiva di voti sul discorso concernente l’Unione Europea, il suo parlamento, il compito degli eletti/e. Non è ancora chiaro se e quanto il gruppo dirigente del Partito Democratico intenda fare pressione sulla sua segretaria Elly Schlein, peraltro, già europarlamentare per un mandato, affinché si candidi, anche lei in versione “specchietto per le allodole”, in almeno una circoscrizione. Per questa eventualità valgono, in misura appena inferiore, tutte le obiezioni rivolte alla candidatura Meloni.
Tuttora incerta e indecisa su come sfruttare le elezioni europee, nel frattempo Meloni sembra più che propensa a un confronto pubblico con la segretaria del PD la quale, naturalmente, non potrebbe permettersi il lusso di rifiutare. L’eventuale duello oratorio ha già trovato ben disposti, addirittura entusiasti sostenitori in alcune reti televisive e in alcuni giornalisti che, a vario titolo, vorrebbero esserne i moderatori. Qualcuno ha già provveduto a resuscitare un importante esempio di duello politico del passato: elezioni del marzo 1994, da una parte Silvio Berlusconi, dall’altra parte Achille Occhetto. Quella competizione elettorale era chiaramente bipolare; la posta in gioco era altrettanto chiaramente Palazzo Chigi. Oggi, in questa fase, nell’attuale contesto partitico, quantomeno tripolare, non esiste nessuna delle due condizioni di fondo. Le elezioni politiche non sono certamente dietro l’angolo. La Presidenza del Consiglio è solidamente nelle mani dell’attuale occupante (il termine inglese incumbent è molto più pregnante).
Pertanto, il duello Meloni/Schlein, per quanto possa avere elementi politicamente interessanti, vedrebbe la componente spettacolare (l’insieme di postura, mimica, atteggiamenti, lessico, abbigliamento) che i mass media esalterebbero attraverso valutazioni e commenti che diventerebbero virali, prevalere sui contenuti politici. Non c’è nessun bisogno di alimentare la politica spettacolo (che fu molto contenuta nel duello Berlusconi/Occhetto). All’ordine del giorno sta non stabilire chi è la più brava oratrice del reame, ma chi ha le idee migliori da portare e esprimere nel parlamento europeo. I dirigenti dei partiti si confrontino in pubblico quando in gioco/in palio c’è una posta politica, non diseducativamente per vincere la sfida dell’audience e dello share. Non farne avanspettacolo, ma dare dignità alla politica, questo è il dovere delle leadership democratiche.
Pubblicato il 10 gennaio 2024 su Domani
Ma la destra di oggi non è la sua #Berlusconi Formiche 193 #Rivista @formichenews

Su un punto non può esserci nessun disaccordo: Berlusconi ha “sdoganato” l’allora Movimento Sociale Italiano con la famosa frase pronunciata all’inaugurazione di un suo supermercato a Casalecchio, Bologna nel novembre 1993: “se fossi un elettore di Roma voterei Fini”. E il giorno dopo “la Repubblica” di Scalfari titolò: Il Cavaliere nero. Poi, seguì la decisione più importante, quella in occasione delle fatidiche elezioni politiche del marzo 1994 di costruire una duplice coalizione. Nei collegi uninominali del Nord Forza Italia si alleava con la Lega di Bossi: Polo della Libertà; nei collegi del centro-Sud l’alleanza, Polo del Buongoverno, Forza Italia la fece con il MSI diventato Alleanza Nazionale, grazie all’intelligenza politica del suo leader Gianfranco Fini consigliato da Domenico Fisichella. Di tanto in tanto Berlusconi sottolineava che era lui farsi garante degli ex-missini postfascisti e, in effetti, l’egemonia politica sulla coalizione dei tre partiti ai quali poi si aggiunsero molti democristiani di destra e alcuni socialisti fu sempre sua. Fu per l’appunto une egemonia sostanzialmente politica, di numeri e di potere. Berlusconi aveva bisogno di quei voti e sapeva ricompensarli con seggi parlamentari e cariche ministeriali, generosamente. In cambio, ovviamente e giustamente, pretendeva disciplina e sostegno, anche ammirazione, e non critiche e prese di distanze. Avesse o no ragione Fini era irrilevante, ma il suo dissenso frantumava il patto mai formalmente esplicitato, sempre sostanzialmente praticato.
L’egemonia politica di Berlusconi sui suoi alleati non fu mai tradotta anche in egemonia culturale. In verità, il berlusconismo, impasto di elementi antipolitici, di modelli televisivi di costume e di vita, di libertà come elusione delle regole, era, e rimane, più che un progetto, la conseguenza della visione di Berlusconi contrapposta a quel che parte della sinistra riteneva doveroso e praticava senza peraltro sapere più teorizzare. La destra non riceveva quindi nessuno stimolo, nessuna indicazione, nessun incoraggiamento all’ammodernamento della sua cultura post-fascista. Sminuire il significato del 25 aprile senza sostituirlo con una elaborazione storica, politica, sociale per l’Italia di fine secolo e oltre, era/fu un’operazione di corto respiro per conquistare qualche voto, qualche pancia, non qualche mente. La destra ne traeva limitati vantaggi, ma cambiava nel profondo dove Fini cercò di lavorare, ma, infine, perse e venne espulso, escluso.
I quattro aggettivi “inventati” da Berlusconi per definire la cultura politica di Forza Italia: liberale, cristiana, garantista, europeista, sono tutti discutibili e, al tempo stesso, sostanzialmente estranei alla destra italiana come l’abbiamo conosciuta. Delineano sicuramente una cultura politica moderna, non conservatrice, esistente in qualche schieramento e partito delle democrazie occidentali, ma che non abita affatto in Italia. Qualche spezzone di quella cultura politica ha fatto capolino in Forza Italia attraverso il reclutamento di alcuni parlamentari e la loro non lunga parabola. Nessuno di quegli elementi ha neppure lambito la destra che oggi si riconosce e esprime in Fratelli d’Italia e nella loro leader. Conservatrice (e riformista), non interessata all’esibizione di un popolarismo neppure di facciata, incline all’imposizione dell’ordine piuttosto che delle “garanzie”, non europeista, ma sovranista, la destra italiana non è per nulla debitrice in termini culturali ai valori enunciati, ma poco praticati e quasi nulla predicati da Berlusconi e dai suoi collaboratori fra i quali da tempo non figurano più gli elaboratori di idee. L’unico lascito per la destra che può essere attribuito a Berlusconi è quello che la loro partecipazione al governo non implicava danni e conseguenze negative che lui non avrebbe tollerato. Senza allarmismi va rilevato che nella configurazione del governo Meloni non esiste più quel contrappeso che Forza d’Italia di Berlusconi era in grado di garantire.
Formiche 193, luglio 2023, pp. 72-73
Il nuovo bipolarismo senza più programmi @DomaniGiornale


Molto ipocritamente Silvio Berlusconi, che ha sempre impostato, e talvolta persino vinto, le campagne elettorali sul suo nome e sulla sua persona fisica: “il corpo del leader”, afferma di non appassionarsi alla ricerca della candidatura del centro-destra a Palazzo Chigi. Lui sta lavorando al programma, sapendo che non è affatto facile produrre altre proposte mirabolanti come quelle del lontano Contratto con gli italiani del 2001 (e trovare un conduttore televisivo accomodante come Bruno Vespa che gli offrì tutta la sceneggiatura possibile). Tuttavia, il milione di alberi (trascurando che nel Piano di Ripresa e di Resilienza ne sono già previsti sei milioni) e i 1000 Euro al mese di pensione minima per tutte le nostre nonne e mamme è già un bel programma. No, Berlusconi non scrive programmi. “Spara” priorità incontrollabili. Forse gli italiani, a giudicare dai sondaggi che danno Forza Italia in netta flessione, gli hanno preso le misure. Non pochi, importanti parlamentari lo hanno lasciato, “tradito” sostiene lui con poca classe.
Giorgia Meloni teme giustamente che Berlusconi e Salvini si siano già messi d’accordo per tradire l’impegno che chi prende più voti andrà a Palazzo Chigi. Nel bene, la coerenza politica della leader di Fratelli d’Italia, all’opposizione, e programmatica, atlantista più sovranista che europeista, è fuori dubbio. Lei, la sua figura è il programma, facile da capire, facile da votare anche se il fantasma del fascismo eterno non può essere esorcizzato. Meloni si giova anche del ruolo di reale contendente opportunisticamente attribuitole dal segretario del Partito Democratico Enrico Letta che spera in questo modo in un lungo e alto sussulto antifascista che riempia il suo “campo”, largo e aperto, ma tuttora non sufficientemente frequentato.
Neppure nel centro-sinistra i programmi stanno al centro della proposta per attrarre e convincere l’elettorato. Calenda tenta di egemonizzare il centro intorno alla sua persona che agita in maniera frenetica. Mette dodici punti nero su bianco, ma sostanzialmente sono una revisione di quanto stava facendo e progettando il Presidente del Consiglio Mario Draghi. Dulcis neanche troppo in fundo, Calenda afferma che Letta non può essere il candidato per Palazzo Chigi. Verrà stanato e candidato l’irreprensibile Mario Draghi. D’altronde chi meglio di lui, se non è stanco, come in maniera poco elegante ha sostenuto Berlusconi per giustificarne la mancata fiducia, potrà aggiornare e attuare la sua agenda? Meloni verso Letta; non-draghiani verso draghianissimi: come è bello, anche no, il nuovo bipolarismo italiano (alle vongole avrebbe certamente aggiunto Ennio Flaiano). Comunque, sia chiaro che se lo meritano molti italiani, soprattutto quelli del #iononvoto.
Pubblicato il 27 luglio 2022 su Domani
Il declino dei sovranisti e dei sedicenti liberali @DomaniGiornale


Premesso che trovo non solo auspicabile, ma logico il cambio di regime in Russia: chi lancia una guerra e la perde deve essere sostituito, il tema attuale è il declino dei sovranisti. Per molti di loro Putin è stato esplicitamente un faro. Il silenzio di Berlusconi, sedicente portatore di una rivoluzione liberale in Italia, avrebbe dovuto essere spezzato già prima dell’aggressione all’Ucraina, vale a dire quando Putin dichiarò esaurita l’epoca delle democrazie liberali. Forse anche per ragioni elettoralistiche, timori per il voto di domenica 3 aprile, altrettanto eloquente è stato il silenzio di Orbán, ma chi sa quanti ungheresi ricordano vividamente la sanguinosa repressione sovietica della loro rivoluzione del 1956. A fronte del defilarsi di Marine Le Pen, anche in questo caso probabilmente per preoccupazioni almeno in parte elettorali, stanno le acrobazie tanto irrefrenabili quanto patetiche di Matteo Salvini.
L’elenco di coloro, specialmente sovranisti, prevalentemente (e contraddittoriamente) di destra che hanno lodato il leader russo facendone un’icona e che oggi si trovano in imbarazzo è, naturalmente, molto lungo. Le ripercussioni elettorali e politiche si vedranno nel tempo, ma due osservazioni sono già possibili. La prima riguarda l’Unione Europea. Concerne la risposta ferma e rapida, di ripulsa, condivisa in tutti gli Stati-membri, che sarà certamente messa a dura prova dall’impatto delle sanzioni. Il segnale di fondo è chiaro: per contrastare una sfida esistenziale non c’è sovranismo che tenga. La riposta è nella coesione che porta anche alla rielaborazione del significato e delle modalità di una difesa comune. Già in difficoltà sia nel contesto della pandemia sia per quanto riguarda le politiche all’insegna del Next Generation EU, i sovranisti, qualche leader più di altri, ma probabilmente non pochi dei loro elettori stanno prendendo atto che la politica di oggi e ancor più di domani esige condivisione, collaborazione, coesione a livello sovranazionale. E l’esempio migliore e la sede più affidabile per una politica efficace è senza ombra di dubbio costituita dall’Unione Europea.
La seconda osservazione riguarda la democrazia. A prescindere dai comportamenti di Putin (e di Xi Jinping), chi crede che la democrazia è la peggior forma di governo, ovviamente ad eccezione di tutte le altre (frase attribuita a Winston Churchill) non dovrebbe mai dare giudizi positivi, addirittura entusiastici dei leader autoritari/totalitari. Si possono e debbono avere rapporti decenti, diplomatici con quei leader, non relazioni amicali e meno che mai esibire entusiastica ammirazione. Quello che deve preoccupare gli italiani, anche i sedicenti e perduranti sovranisti, è che gli ammiratori dei capi, soprattutto quelli potenti, dei molti regimi autoritari li ritengano addirittura amici da apprezzare, sostenere, imitare. Questi sono atteggiamenti e propensioni che erodono e indeboliscono la democrazia. Temo che la lezione non sia ancora stata imparata.
Pubblicato il 3 aprile 2022 su Domani
Il ricatto di Berlusconi #Elezione #Quirinale
La frase di Berlusconi, variamente riportata dai quotidiani italiani: “se Draghi va al Quirinale Forza Italia non sosterrà altri governi, si va al voto”, merita di essere sezionata e interpretata in tutte le sue implicazioni. La premessa è che Berlusconi, per usare il suo lessico, è davvero “sceso in campo” per diventare Presidente. Sembra temere soprattutto Draghi ed è disposto a usare tutte le, sempre molte, risorse di cui dispone per conseguire l’obiettivo. D’altronde, per lui l’elezione a Presidente della Repubblica non è soltanto una enorme opportunità, è anche, per ragioni di età, l’ultima.
Non è chiaro se i famosi numeri parlamentari ci saranno, ma Berlusconi stesso e i molti collaboratori che gli sono debitori a vario titolo ci stanno lavorando alacremente. Avendo percepito che i voti indispensabili alla sua elezione hanno come provenienza quella dei parlamentari che, per una pluralità di ragioni, soprattutto riduzione di un terzo del loro numero alla prossima elezione, desiderano arrivare alla conclusione naturale di questa legislatura (marzo 2023), manda loro un messaggio inequivocabile: “se eleggerete Draghi il vostro mandato cesserà immediatamente”.
Nel suo schieramento, fermo restando che nessuna voce dissenziente può venire dai fedeli parlamentari di Forza Italia, sembra che Salvini e Meloni siano su posizioni, se non opposte, quantomeno distanti. Con ogni probabilità Salvini preferisce che Draghi continui al governo. Infatti, se il governo risolverà i problemi, pandemia e pieno rilancio dell’economia, anche lui avrà modo di rivendicarne il successo. Invece, Meloni, coerentemente e rigidamente all’opposizione, si è già detta favorevole all’elezione di Draghi alla Presidenza purché il primo atto del Presidente sia lo scioglimento di questo Parlamento che tutti i sondaggi danno per non più rappresentativo delle molto mutate preferenze elettorali, con Fratelli d’Italia che potrebbe addirittura triplicare i suoi voti, superando la Lega di Salvini.
Avendo con qualche ritardo realizzato che Berlusconi non vuole essere affatto un candidato di bandiera, ma fa molto sul serio, Conte e in misura maggiore Letta nutrono adesso grandi preoccupazioni, ma mostrano anche due gravi debolezze. La prima è che non sanno come accordarsi. La seconda debolezza, che potrebbe essere fatale, è che non hanno una candidatura condivisa, cruciale per fermare Berlusconi. Adesso, sanno che se convergeranno su Draghi, finirà l’esperienza di governo con elezioni anticipate che non promettono nulla di buono per Conte e quel che rimane del Movimento 5 Stelle e hanno molte incognite per Letta e il PD.
Ciò detto, vedo nelle parole di Berlusconi e nelle sue intenzioni qualcosa di molto grave: un uomo che pone le sue ambizioni personali al di sopra dell’interesse collettivo che, in questa fase, è sicuramente garantire la stabilità del governo e contribuire alla sua efficacia. Berlusconi sta ricattando i parlamentari, i partiti, i loro dirigenti. È un comportamento inaccettabile per un potenziale Presidente della Repubblica italiana.
Pubblicato AGL 12 gennaio 2022
Berlusconi spera nel colle ma ha in mente un piano B @DomaniGiornale


Neanche per un momento è giustificabile pensare che Berlusconi abbia già abbandonato la speranza di diventare il prossimo Presidente della Repubblica. I numeri sui quali può contare in partenza sono il pacchetto più consistente di qualsiasi altro candidato. Dal quarto scrutinio, quello per il quale sarà sufficiente la maggioranza assoluta, i suoi numeri potrebbero, grazie ad una pluralità di apporti, essere decisivi. Composito è lo schieramento di coloro che deciderebbero di votarlo. Comprende i molti parlamentari che, in un modo o nell’altro, sentono/sanno che Berlusconi sarebbe generoso con loro, anche perché lo è già stato, e soprattutto quelli che pensano che Berlusconi presidente non scioglierebbe il Parlamento, ma consentirebbe la prosecuzione della legislatura fino alla sua conclusione naturale (marzo 2023). Per la precisione, quell’obiettivo, del tutto legittimo, di conservazione del posto di lavoro, appare molto importante sia ai parlamentari di Forza Italia e di Italia Viva, che saranno inevitabilmente a alto rischio, causa la riduzione del numero dei parlamentari, sia agli eletti del Movimento 5 Stelle, già dimezzati. Allo stato, solo i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni sono certi di crescere numericamente. Peraltro, Meloni non può negare la qualifica di patriota a Berlusconi il cui incipit della discesa in campo rimane assolutamente memorabile: “L’Italia è il paese che amo”.
Consapevole delle comunque reali difficoltà della sua candidatura, sicuramente “divisiva”, probabilmente Berlusconi ha già elaborato un piano “b”. Da un lato, vuole riprendersi il ruolo del protagonista, potrebbe essere l’ultima volta. Dall’altro, vuole impedire, come tutti i suoi “comunicatori” hanno subito affermato, che al Quirinale vada un candidato della sinistra, del PD (che per lui e forse anche per loro sono la stessa cosa). Dall’altro, ancora vorrebbe che l’uomo o la donna che verranno eletti al Colle più alto gli siano già debitori di qualcosa, siano riconducibili a lui per la sua carriera. A questo punto, inevitabilmente, bisogna fare i nomi e, in effetti, qualche nome ha già cominciato a circolare. Strappato alle sue fatiche di scrittore, Marcello Pera, già Presidente del Senato, è stato visto a Roma. Viene sussurrato il nome di Antonio Martino, già Ministro della Difesa. Inevitabilmente grazie alla sua carica, l’attuale Presidente del Senato Elisabetta Casellati, già parlamentare di Forza Italia, si trova nella cerchia dei papabili. Qualcuno potrebbe aggiungervi, non l’improbabile nome di Gianni Letta, ma quello di Antonio Tajani, ex-presidente, senza infamia e senza lode, del Parlamento europeo e coordinatore in carica di Forza Italia. Nient’affatto implausibile sarebbe la candidatura dell’ex-ministra dell’Istruzione, già sindaco di Milano, Letizia Moratti. Sembra abbia suscitato irritazione in Berlusconi, forse perché non proposta da lui stesso che non potrebbe vantarsene e che si vede privato della mossa a sorpresa.
Non intendo discutere nei dettagli le credenziali e le qualità presidenziali di queste eventuali candidature, ma due considerazioni meritano di essere formulate. Prima considerazione: nel ventennio berlusconiano il leader non ha in nessun modo proceduto al reclutamento e alla formazione di una classe politica. Forza Italia è rimasta un partito personale e occasionale con qualche eccezione di persone che hanno ricoperto e ricoprono cariche ministeriali. Seconda considerazione: nessuna delle potenziali candidature è dotata di una visibilità significativa, di una qualche popolarità, di fonte di potere proprio. Ma, azzardo, forse queste carenze non dispiacciono a Berlusconi.
Pubblicato il 22 dicembre 2021 su Domani
La storia di B. racconta ciò che è: un tipo “unfit” @fattoquotidiano

“Berlusconi può essere molto generoso” mi disse venticinque anni fa senza aggiungere nessun commento un deputato di sinistra. Qualche anno dopo il sen. De Gregorio, trovato colpevole di avere ricevuto 3 milioni di Euro per cambiare voto e casacca, costituì la prova definitiva della generosità di Berlusconi. Ho cercato in molti testi, Costituzione italiana compresa, se la generosità rientri fra i criteri ritenuti importanti, praticati e da praticare, per essere considerati presidenziabili. Pare proprio di no. Poiché la Presidenza della Repubblica è sicuramente una “funzione pubblica” i suoi compiti dovrebbero essere adempiuti, come sancisce l’art. 54 della Costituzione “con disciplina e onore”. I precedenti di Berlusconi al governo e la sua condanna definitiva per frode fiscale non sembrano rassicuranti. Molti ricordano anche che, allora Presidente del Consiglio, Berlusconi affermò che se le tasse sono molte e alte è un dovere morale non pagarle. Fra le qualità che ne giustificano la candidatura, Berlusconi i suoi sostenitori, ad eccezione di Giorgia Meloni che quelle qualità non ha e non le può proprio apprezzare, da qualche tempo recitano, attribuendole anche a Forza Italia: liberale, cattolico, garantista, europeista. Non intendo discutere del cattolicesimo di Berlusconi, qualità irrilevante per ascendere al Quirinale e oramai poco importante anche per ottenere i voti degli elettori. Mi stupisce, però, che nei mass media le qualità berlusconiane non siano mai discusse e valutate. Il garantismo, non soltanto berlusconiano, sembra consistere in Italia nell’attaccare regolarmente i magistrati, specie quelli che indagano sui comportamenti dei politici. Nel passato, alcuni “garantisti” hanno anche garantito mazzette di denaro a giudici impegnati in processi che li riguardavano.
Credo che le qualifiche europeista e liberale meritino la massima attenzione poiché riguardano in maniera molto significativa sia il funzionamento della democrazia italiana sia il ruolo e i compiti del Presidente della Repubblica. L’unica prova a sostegno del suo europeismo è costituita dall’essere Forza Italia una componente del Partito Popolare Europeo. Chi trovasse affermazioni di Berlusconi che contengano una visione europeista, indicazioni intese a procedere nell’unificazione politica dell’Europa, prese di posizione su tematiche importanti farebbe un vero scoop. Molti ricordano ad un meeting dei capi di governo dell’Unione Europea Berlusconi al telefonino fare segno a Angela Merkel di aspettare e allontanarsi. Altri hanno negli occhi la foto di rito di un vertice nel quale Berlusconi fa il gesto delle corna come uno scolaretto impertinente. L’europeismo folkloristico non è appropriato ad un Presidente della Repubblica italiana. Va assolutamente a scapito della credibilità e affidabilità dell’Italia.
La carriera politica di Berlusconi, che secondo i suoi sostenitori merita di essere premiata con la più alta carica istituzionale, si è svolta con un altissimo tasso di conflittualità tanto da rendere Berlusconi un candidato sicuramente divisivo, chiaramente inadeguato a rappresentare “l’unità nazionale” (art. 87). Gli stessi aedi del bipolarismo come modalità preferibile di competizione politica non possono negare che, anche a causa dell’interpretazione che ne dava Berlusconi, quel bipolarismo veniva spesso definito feroce. Nelle parole di Cesare Previti, ascoltato avvocato e amico, non bisognava “fare prigionieri”, l’avversario doveva essere eliminato. Sono anni che più o meno prestigiosi commentatori lamentano che Berlusconi non è riuscito a portare a compimento la rivoluzione liberale che aveva promesso scendendo in campo (e facendo diventare parlamentari cinque professori “liberali”). Quanto al rispetto per il Parlamento luogo centrale di una politica che voglia essere liberale, come da tempo ha insegnato Westminster, la madre di tutti i Parlamenti, per Berlusconi la rappresentanza politica e la governabilità sarebbero (state) meglio garantite se votano i soli capigruppo, ciascuno contando per tutti i parlamentari del suo gruppo.
Di tanto tanto ingenuamente mi chiedo come qualcuno abbia potuto credere anche per un solo momento che il duopolista televisivo, immobiliarista e proprietario di cliniche, società di assicurazioni, case editrici e quant’altro, fosse interessato a lanciare una qualsivoglia rivoluzione liberale. D’altronde, non ha mai avuto la minima intenzione di risolvere il suo monumentale conflitto di interessi che tutti i liberali riterrebbero inevitabilmente un ostacolo insormontabile per l’ascesa ad una carica pubblica. Credo sia giunto il momento di dire alto e forte che Silvio Berlusconi è del tutto inadatto (unfit con il memorabile aggettivo usato dall’Economist per Berlusconi capo del governo) a ricoprire la carica di Presidente della Repubblica italiana.
Pubblicato il 18 dicembre 2021 su Il Fatto Quotidiano
Legge elettorale: tutti ne parlano senza sapere @fattoquotidiano

Si è detto che i partiti avrebbero approfittato dell’interludio garantito dal governo Draghi per procedere ad una loro raccomandabile ristrutturazione politica e programmatica. Ingenuamente ho sperato che anche i parlamentari e i giornalisti utilizzassero questo tempo per leggere e per imparare. Invece, leggo sul “Corriere della Sera” (29 ottobre), un occhiello in bella evidenza: “Berlusconi è il padre del maggioritario, è lui che ha creato il sistema bipolare. La legge elettorale deve restare maggioritaria”. Questa frase, non commentata, in buona parte riflette il pensiero politico-istituzionale di Antonio Tajani, ma anche di chi ha scelto di evidenziarla. Contiene almeno quattro errori gravi e fuorvianti. Il primo è che il padre dell’unico sistema elettorale quasi maggioritario, vale a dire la Legge Mattarella, fu il referendum elettorale del 18 aprile 1993 (osteggiato dagli amici politici di Berlusconi). Mai davvero gradita a Berlusconi poiché attribuiva tre/quarti dei seggi in collegi uninominali nei quali i candidati di Forza Italia, spesso poco conosciuti (ah, già: i “civici”), non ottenevano prestazioni brillanti, la Legge Mattarella venne sostituita dalla Legge Calderoli nel 2005. Una legge elettorale proporzionale con un più o meno ingente premio di maggioranza non è, secondo errore, un “maggioritario”. Nel migliore dei casi, che non è quello della Legge Calderoli, è un sistema misto a chiara prevalenza proporzionale. No, terzo errore, non è Berlusconi che ha “creato” il sistema bipolare. Il bipolarismo, al quale se, seguendo gli accorati appelli dei commentatori del Corriere, Direttore incluso, facesse la sua comparsa un centro di buone dimensioni, non arriveremmo mai, è stato incoraggiato e quasi conseguito dalla Legge Mattarella. Vero è che i premi di maggioranza incentivano una competizione bipolare, ma il rischio in questo caso è che, invece di due poli, si facciano strada due coalizioni eterogenee (qualcuno ha usato il termine “ammucchiata”, ma non mi permetterei mai espressioni così antipolitiche!) nelle quali i piccoli, ma indispensabili contraenti farebbero valere il loro potere di ricatto, che sperimenterebbero non pochi problemi di governo.
Il quarto errore consiste nel sostenere che la legge elettorale vigente, Legge Rosato, sia maggioritaria e, peggio, che debba restare. Tanto per cominciare, a prescindere da qualsiasi altra considerazione, la Legge Rosato dovrà comunque essere ritoccata e molto poiché il numero dei parlamentari da eleggere è stato ridotto di un terzo. Inoltre, da qualsiasi parte la si rigiri, la Legge Rosato non è maggioritaria. Infatti, poco più di un terzo dei parlamentari sono eletti in collegi uninominali, mentre quasi due terzi sono eletti con riferimento proporzionale alle percentuali di voti ottenute dai loro partiti che abbiano superato una bassa soglia percentuale di accesso alla Camera e al Senato. Dunque, ripeto: la Legge Rosato non è maggioritaria. Per la precisione, in tutti i testi sui sistemi elettorali solo due di loro vengono definiti maggioritari: l’inglese applicato in collegi uninominali dove vince la candidata che ottiene un voto più dei concorrenti, e il francese, dove, nei collegi uninominali vince al primo turno chi ottiene il 50 per cento più uno dei voti espressi, e al secondo turno chi ottiene la maggioranza relativa.
Temo che fare chiarezza sulla definizione dei sistemi elettorali, pur assolutamente indispensabile, non sia sufficiente, non lo è stato finora, per influenzare la necessaria stesura di una nuova, sperabilmente buona a duratura, legge elettorale. L’ossessione, intrattenuta dai politici, alimentata dai commentatori, non contrastata dagli studiosi, alcuni dei quali, anzi, ne sono complici, è che la legge elettorale serva/debba servire a eleggere il governo (meglio se la sera stessa del voto). Invece, come tutte le democrazie parlamentari del continente europeo, alcune da più di cent’anni, e lo stesso Regno Unito confermano con la forza dei dati, il compito delle leggi elettorali consiste nell’eleggere bene un Parlamento, nel dare buona rappresentanza politica all’elettorato, alla società. Poiché l’ho già detto e scritto una pluralità di volte sono certo di essermi salvato l’anima. Vorrei, però, che i legislatori andassero nella direzione giusta che è quella, non di governi di larghe intese al massimo ribasso, ma della rappresentanza politica degli italiani, con i parlamentari che rispondono in maniera responsabile ai loro elettori (non ai dirigenti dei partiti che li hanno nominati in collegi sicuri o collocati ai vertici delle liste elettorali) di quanto fanno, non fanno, fanno male e con gli elettori che hanno la possibilità di premiarli e di punirli con il loro voto. Guardando fuori dei confini dello stivale si può fare. Questo è il momento.
Pubblicato il 2 novembre 2021 su Il Fatto Quotidiano
Cosa devono chiedere Letta e Conte a Draghi @fattoquotidiano

Fare politica vuol dire tentare di trovare alleati, costruire coalizioni, candidare coloro che meglio rappresentano idee, valori, soluzioni. Non è sufficiente, anzi, è sbagliato, pensare che i “civici” siano rappresentanti migliori dei politici per quel che riguarda le idee, le proposte, le visioni, che è quanto, cedendo alle sirene dell’antipolitica, hanno malamente fatto i leader del centro-destra. Continuare a sostenere che il centro-destra era/è uno schieramento compatto cozza(va) con la realtà che fotografa un partito all’opposizione, dura, anche se non proprio pura, un partito con rappresentanti nel governo e il suo “capitano” nelle piazze, un partito nel governo con inclinazioni e declinazioni, anche per necessità, largamente europeiste. Tutto meno che compatto, il centro-destra è attraversato da non facilmente componibili differenze e in preda a forti incomprimibili ambiguità.
Adesso, Meloni e Salvini sollevano qualche polverone (no, non scriverò “polverina”) per celare le dimensioni notevoli della loro sconfitta. L’esito, però, rimane visibilissimo. Nessuna delle città italiane di dimensioni medio-grandi ha un sindaco della Lega e di Fratelli d’Italia. L’astensionismo riguarda tutti e, invece di gettare dubbi sul grado di legittimità politica e democratica dei sindaci eletti dalle alleanze di centro-sinistra, Salvini farebbe meglio a chiedersi dov’è finita la sua leggendaria capacità di raggiungere (la pancia del)l’elettorato. Invece di dire che non c’è stato abbastanza tempo per fare la campagna elettorale, anche la Meloni dovrebbe chiedersi se la spartizione delle candidature è un metodo efficace per individuare e scegliere i (mai “le”?) migliori.
A loro volta, sondaggisti e commentatori dovrebbero rivedere le loro categorie analitiche, ad alcuni sarebbe sufficiente ricordare i basics, le fondamenta del mestiere. I sondaggi fotografano le opinioni e le propensioni del momento nel quale sono effettuati. Anche se più sono i sondaggi migliori diventano le informazioni delle quali tenere conto, il trend conta. Più del trend, però, e questa è una buona notizia democratica, conta la campagna elettorale. Tra il sondaggio e il voto si trovano molti elementi importanti dei quali gli elettori, non solo italiani, ma non voglio in nessuno modo blandirli, sanno tenere conto: candidature, priorità programmatiche, prestazioni passate e promesse future, credibilità complessiva. I potenzialmente vincenti avranno poi la capacità e la forza di amministrare e governare. I civici, privi di un’organizzazione propria a loro sostegno, saranno facile preda di chi li ha candidati. Per lo più i politici sono anche il prodotto di un’organizzazione che ha tutto l’interesse a impegnarsi nell’ardua opera di realizzare buongoverno. La lezione vale anche per quel che verrà.
Con tenacia e pazienza il segretario del PD Enrico Letta ha costruito un campo largo operando intelligentemente a partire da quel non molto che c’è: il Movimento 5 Stelle guidato da Conte. L’apporto di Conte è indispensabile e le sue indicazioni sono state abbastanza seguite e tradotte in pratiche di voto vincenti sia a Torino sia a Roma. L’analisi dei flussi degli elettori pentastellati al primo turno rileverà che una parte si è astenuta al ballottaggio, una parte si è recata alle urne per votare il candidato più vicino alle loro preferenze, ai loro interessi, alle loro posizioni. Qui, inevitabile, si colloca una sintetica, ma cruciale riflessione sul sistema elettorale. Al primo turno gli elettori si orientano giustamente a votare il candidato da loro preferito, scelgono nel menù. Al ballottaggio, consapevoli che il loro voto sarà decisivo, avendo perso il candidato più gradito, cercano il candidato meno sgradito, eleggono. Nel passaggio dal primo turno al ballottaggio la politica, nei confronti degli elettori, ma anche nello stringere alleanze, trova spazio e nuova lena. Naturalmente, non è il caso di esagerare nel valutare positivamente quanto è avvenuto in un confronto elettorale che pure ha coinvolto ben più di 10 milioni di elettori.
In conclusione, due elementi meritano di essere evidenziati e ribaditi. Il centro-destra è attraversato da tensioni “scompositive” e i due leader che si confrontano hanno subito un colpo al loro troppo esibito compiacimento personale e politico. Sul versante del centro-sinistra, Conte, ma soprattutto Letta hanno ottenuto una significativa conferma che stanno andando nella direzione giusta. A questo punto, forse, avrebbero anche l’opportunità di ricordare a Draghi che persino il governo dovrebbe in qualche modo tenere conto dell’esito del voto e spingersi e spendersi in una ripresa e resilienza che dia maggiore attenzione e più risorse alle periferie italiane, non soltanto geografiche, ma anche sociali e culturali.
Pubblicato il 20 ottobre 2021 su Il Fatto Quotidiano
Passettini, posizionamenti, e Presidenza. Riusciranno Conte e Letta a intestarsi qualche merito? @formichenews

L’elezione del Capo dello Stato e la gestione dei primi fondi europei saranno passettini nella direzione giusta, ma riusciranno Pd e Conte, Letta e il Movimento 5 Stelle a intestarsene qualche merito politicamente fruttuoso? Il commento di Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica e Accademico dei Lincei
Giustamente, nella sua intervista a Formiche.net, il mio amico di lunga data Giuliano Urbani critica le mosse dei dirigenti dei partiti del centrodestra. Sicuramente, il declino di Berlusconi e di Forza Italia suggerisce che non saranno i moderati/centristi a dettare tempi e modi della coalizione di centrodestra. Di tanto in tanto, quasi come in un gioco dei quattro cantoni, un editorialista del Corriere della Sera, talvolta persino il direttore, lamentano la mancanza di un centro, meglio di un partito di centro, nel variegato sistema dei partiti italiani. Non sempre i vagheggiatori hanno consapevolezza del fatto inesorabile che un partito di centro che avesse qualche successo elettorale renderebbe impraticabile qualsiasi competizione bipolare e manderebbe in soffitta la famigerata democrazia compiuta, dell’alternanza.
Sul versante che non chiamerò del centrosinistra, ma più propriamente del Partito democratico e delle 5 Stelle, l’unica opzione praticabile sembra essere quella di un’alleanza che da mesi tutti i sondaggi danno minoritaria e perdente nelle intenzioni di voto degli italiani. L’attesa, adesso che ha ottenuto il mandato che desiderava, è tutta su Conte e sulla sua strategia: spostare il baricentro del Movimento verso il Nord. Da quel che le analisi elettorali hanno scoperto da tempo, non è affatto probabile che nel Nord esista un ampio bacino di elettori orientabili verso le 5 Stelle. Continuo a pensare, ma i dati mi confortano, che parte tutt’altro che piccola dell’elettorato pentastellato sia stata mobilitata dalla protesta e dall’insoddisfazione nei confronti della politica e del funzionamento del sistema politico. Nel Nord protesta e insoddisfazione sono, da un lato, meno diffusi che nel Sud, dall’altro, hanno storicamente trovato accoglienza nei ranghi della Lega. Le ambiguità di Salvini rappresentano adeguatamente buona parte di questo elettorato.
Lasciando Conte alla sua difficile ricerca, continua a non essermi chiaro che cosa effettivamente ricerchi il Partito democratico di Letta. I segnali sul terreno, per me importante, dei diritti: legge Zan e cittadinanza ius soli o ius culturae, sono più che apprezzabili, ma chi li apprezza è già da tempo un’elettrice/tore del Pd. Forse verranno corroboranti vittorie democratiche nelle elezioni amministrative e probabilmente sventolerà il vessillo di Enrico Letta nel collegio uninominale di Siena. Nulla di questo, però, fa prevedere uno “sfondamento” elettorale prossimo venturo. Non intravedo indicazioni e mosse che riescano a mobilitare parti della società civile abitualmente in posizioni “wait and see” né innovazioni specifiche in materia, ad esempio, di lavoro e diseguaglianze.
Forse hanno ragione quelli che si concentrano sugli obiettivi ineludibili: una buona elezione del Presidente della Repubblica e un’efficace utilizzazione della prima, già considerevole, tranche dei prestiti e dei sussidi dell’Unione europea. Saranno passettini nella direzione giusta, ma riusciranno Pd e Conte, Letta e il Movimento 5 Stelle a intestarsene qualche merito politicamente fruttuoso? Sapremo l’ardua risposta molto prima dei posteri.
Pubblicato il 14 agosto 2021 su formiche.net