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Finti duelli. Pluricandidature verissime e sfide falsissime

Chiunque, fra quelli che contano, da Renzi a Salvini , e naturalmente, da Boschi a Rosato, dovrebbe rinunciare alle multicandidature e correre soltanto in un collegio uninominale. Chi vince andrà in Parlamento. Chi perde starà a casa.

È un tripudio. I big o sedicenti tali si candideranno tutti nei collegi uninominali. Cercano duelli prestigiosi, sicuri della loro superiore qualità politica. Offriranno agli elettori confronti interessantissimi. Alta politica. Ha cominciato, non poteva essere altrimenti, Matteo Renzi annunciando la sua candidatura in un collegio di Milano contro Berlusconi, purtroppo incandidabile. Tant’è. Nessuno dei bravi giornalisti ha fatto notare a Renzi questo piccolo dirimente inconveniente. Poi, è arrivato Matteo Salvini. Lui si candiderà in tutti i collegi uninominali nei quali sarà candidato Renzi: applausi padani (ma se ci sarà anche Berlusconi avremo un “triello”?”). Purtroppo, la legge elettorale scritta dal capogruppo del Partito Democratico alla Camera dei Deputati Ettore Rosato consente di essere candidati in un solo collegio uninominale. Non potrebbe essere altrimenti. Ingannare gli elettori si può e la legge Rosato procede alla grande in questa direzione, ma, insomma, se i vincenti in più collegi uninominali optano, come dovrebbero inevitabilmente fare, per uno solo di quei collegi succederebbe che in tutti gli altri entrerebbero in Parlamento gli sconfitti. Quando è troppo è davvero troppo.

Nel frattempo, il PD progetta di mettere in campo suoi candidati eccellenti –no, non chiedetemi di definire l’eccellenza, per di più dei candidati che saranno nominati da Renzi, Lotti, Boschi e, adesso, forse addirittura dallo statista anti-vitalizi Matteo Richetti– contro i più odiati degli esponenti di Art. 1-Mdp, adesso Liberi e Uguali. Contro Bersani e, eventualmente, contro D’Alema saranno nominati, pardon, candidati, esponenti di rilievo del PD, con una storia politica di spessore, radicati sul territorio, rappresentativi di elettori e di idee. No, i nomi non li dico anche perché mi pare tutta una farsa. Una cosa, però, so ed è quella che debbo dire pro veritate. Con la legge Rosato nessuno, ma proprio nessuno dei nominati/candidati dei partiti medi (di grandi non ne vedo) rischierà il seggio. Infatti, quella legge prevede la possibilità di essere nominati/candidati in un collegio uninominale e in cinque circoscrizioni proporzionali. Dunque, oltre, naturalmente ai capi-partito e ai capi-corrente, che certamente non rinunceranno a questa ampia rete di protezione, saranno i kamikaze (sic) eventualmente costretti a essere candidati nei collegi uninominali contro i leader degli altri partiti a chiedere la rete di protezione, e a ottenerla. Naturalmente, i capi sosterranno che le loro multicandidature “circoscrizionali” non sono dettate dalla preoccupazione di non vincere il seggio nel collegio uninominale. Sono, invece, nobilmente intese a mandare agli elettori delle circoscrizioni (che difficilmente saranno pre-avvertiti che quel candidato potrà essere eletto anche altrove) il messaggio del loro interesse proprio per quella zona del paese. “Noi, dirigenti importanti, vogliamo offrirvi la possibilità di procurarvi una rappresentanza autorevole”.

Questo tipo di propaganda sarà, almeno, nella sua prima componente: l’offerta di rappresentanza autorevole, sfruttata anche da Maria Elena Boschi nel suo collegio/circoscrizione non proprio “naturale”, vale a dire in Campania tra Ercolano, Pompei e dintorni. D’altronde, è lei che ha teorizzato che i capilista bloccati sarebbero stati, non i commissari del partito, come ho sostenuto io, ma i rappresentanti di collegio, come se la rappresentanza politica non dovesse essere esclusivamente il prodotto di libere elezioni popolari e non di nomine paracadutate. Il punto conclusivo dovrebbe essere limpido. Chiunque, fra quelli che contano, da Renzi a Salvini , e naturalmente, da Boschi a Rosato, dovrebbe rinunciare alle multicandidature e correre soltanto in un collegio uninominale. Chi vince andrà in Parlamento. Chi perde starà a casa. Ciò detto, tocca ai mass media smontare le rodomontate di sfide/duelli minacciati, finti, falsi. Da adesso, i mass media dovrebbero seguire con attenzione le modalità con le quali saranno scelte le candidature, quanti e chi saranno i pluricandidati e dove. La legge Rosato, tanto quanto la legge Calderoli e la non-legge Italicum, non consentirà agli elettori di scegliere un bel niente, soprattutto non i rappresentanti parlamentari. E poi qualcuno parlerà con molto accorato sussiego di crisi di rappresentanza.

Pubblicato il 14 dicembre 2017 su terzarepubblica.it

Renzi sfida Berlusconi in un collegio uninominale? Solo una finta: poltrone garantite!

La sfida baldanzosamente lanciata da Renzi a Berlusconi in un collegio uninominale di Milano è probabile che sia tutta finta, very fake. Primo, perché è molto difficile che Berlusconi ritorni candidabile. Secondo, perché grazie alle candidature multiple in cinque circoscrizioni proporzionali nessuno dei due contendenti rischia nulla. Si farà comunque “recuperare”. Dunque, non ci sarà un vero duello (né per loro né per tutti gli altri capipartito/corrente: effetto legge Rosato) con un vincente e un perdente, ma un duetto fra leader con poltrona assicurata.

Dov’è finita la politica #meeting17

No, il Meeting di Rimini non è, come dichiara Bertinotti e sostanzialmente concorda Violante, l’unico luogo rimasto dove si parla di politica. Esistono anche Fondazioni e Scuole di politica personalistiche e correntizie. Si parlerà di politica anche nella Festa dell’Unità di Bologna e in quella nazionale. Il problema è che di politica se ne parla in maniera propagandistica, per lanciare messaggi al tempo stesso che si offrono passerelle ai politici di proprio selezionato gradimento. Sento ancora nelle orecchie le ovazioni che i partecipanti ai Meeting di Rimini hanno riservato, nell’ordine, a Giulio Andreotti, a Silvio Berlusconi e, udite udite, all’allora Presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni. Se a qualcuno venisse in mente che c’entra qualcosa la strabordante presenza di Comunione e Liberazione nella sanità lombarda, meglio così. Adesso, i ciellini si fanno raccontare come pluralisti. Le loro preferenze elettorali vanno a Forza Italia, Alternativa Popolare, Partito Democratico. Non è che prefigurano una comunque non abbastanza Grande Coalizione come prossimo governo del paese. È che semplicemente a quel governo desiderano avere qualche entratura. Oh, yes, questa è politica. Che sia migliore di quella del passato lo lasciamo dire a quelli che, come Bertinotti, hanno frequentato quel passato contribuendo a peggiorarlo.

Allo schema “passerella” non sfuggono le feste dell’Unità. Anzi, con il tempo lo sono diventate sempre più. Di recente, la sfilata con l’applausometro è strettamente confinata alla quantità di potere che hanno capi e capetti, pardon, i dirigenti, selezionati con il bilancino del settarismo, certo non con riferimento alla loro capacità di produrre idee, ma neppure di garantire un dibattito aperto, pluralista, anche conflittuale. Sì, lo so, le somme le tireremo alla fine, ma i precedenti non sono promettenti. Non ricordo negli ultimi 5-6 anni dibattiti affascinanti e produzione di idee entusiasmanti. So che per il referendum costituzionale a Bologna, con l’eccezione di un nobile duello Renzi/Smuraglia, si preferì un confronto fra cinque sfumature (grigie) di sì. Eppure, era argomento di potente impatto sulla formazione politica, per la conoscenza della Costituzione, per l’analisi comparata del funzionamento delle democrazie europee.

Non faccio altri esempi poiché sono fiducioso che i contenuti politici prevarranno, sia a Bologna sia a Imola, sulla propaganda. Preparata da un’intensa attività specifica nei circoli del Partito Democratico, assisteremo ad una grande discussione sulla legge elettorale, sulle qualità della leadership, di partito e di governo, e sui governi di coalizione in Europa. Sorprendetemi.

Pubblicato il 23 agosto 2017

L’eterno Berlusconi

“Come sarebbe”, si è chiesto Berlusconi, “negli USA il 76enne Bernie Sanders ha fatto una durissima campagna elettorale e a momenti vinceva le primarie presidenziali. Il 68enne Jeremy Corbyn, già al suo terzo matrimonio, ha portato i laburisti al 40 percento, un esito che il più giovane Tony Blair non aveva mai attinto. Il Donald Trump, che è molto più sbruffone di me, non è, però, neppure lui, con i suoi settantuno anni, un ragazzino. In Italia, l’ultranovantenne Napolitano fino a poco tempo fa ha fatto e disfatto governi compreso il mio nel 2011. E io che sono uno splendido ottantenne, sperimentato, già a lungo vincente, tirato a lucido, diventato animalista grazie a Dudù, dovrei lasciarmi rottamare da qualche politico quarantenne che non ha avuto neanche un quinto dei miei successi, che mi imita maldestramente, che ha perso peggio di me il referendum costituzionale? Rispolvererò una battuta bellissima (e vincente) dell’ultra settantenne Reagan che in un dibattito con un antagonista quasi vent’anni più giovane, disse: ‘non solleverò la questione dell’età contro il mio antagonista’. Poi, Reagan vinse anche. Non posso neppure dire ‘torno in campo’. In campo”, continua Berlusconi, “ci sono sempre stato. E’ che il gioco, spesso brutto ‘teatrino della politica’ mi piaceva poco. Gli arbitri hanno fischiato contro di me (speriamo che non lo facciano anche quelli della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo) e il giovin giocatore fiorentino mi ha ingannato un paio di volte. Comunque, non mi pare proprio, gira e rigira che nel centro-destra siano venute fuori delle leadership alternative, fascinose. Brava è la Meloni, ma il suo elettorato e il suo appello sono inevitabilmente confinati a quell’area di destra, che, comunque, mi voterebbe. Mica crederà Giovanni Toti che vincere in Liguria sulle ceneri del PD e a Genova per errori del comico Grillo sia qualcosa che solo lui saprebbe trasportare a livello nazionale? Ma lo vedete il Toti in Lombardia e in Veneto, in Sicilia e in Puglia? Stefano Parisi è già quasi sparito: poco progetto, nessun carisma, dove va senza la mia Forza Italia? Il Salvini sarebbe, come sfidante, più credibile e persino più pericoloso. Ma non è che nel Sud gli riesca di sfondare, e poi che brutta botta ha preso con la sconfitta di Marine Le Pen alle presidenziali francesi! Infatti, non ne parla più, ma continua ad attaccare l’Europa alienandosi quella parte di elettorato moderato che non è europeista convinto, ma che sa che in Europa ci siamo e ci resteremo e che nessuno dei cosiddetti sovranisti riuscirà mai a farci credere che uno Stato svincolatosi dall’Unione Europea e magari anche dall’Euro sarà in grado da solo di risolvere i problemi che ventisette stati fanno fatica a mettere sotto controllo. La verità è davanti agli occhi di tutti, anche di coloro, non molti, che non esagerano a darmi sempre ragione, a ripetere fastidiosamente, persino per me, ‘come ha giustamente detto il Presidente Berlusconi’. Il parco del centro-destra non contiene nessun leader alla mia altezza. Qualcuno capace di raggiungere l’elettorato moderato, che esiste, e l’elettorato liberale, che mi sono inventato io, al quale ha creduto la stampa milanese, ‘Corriere della Sera’ in testa, come se ci fossero liberali italiani che si affidano ad un duopolista con i suoi conflitti d’interessi. Anche per evitare scontri sanguinosi dentro Forza Italia, di tanto in tanto faccio balenare qualche nome. Già, il Marchionne, lo menziono, ma mica ci credo che voglia fare il candidato di Forza Italia a Palazzo Chigi. C’è anche il Draghi, famoso in Europa non so quanto in Italia, ma qualcuno poi mi criticherà poiché ho sempre invitato a diffidare dei banchieri (a cominciare da Ciampi). Come spiegare che ho cambiato idea? Ma vi sembro il tipo che va alla ricerca di cosiddetti Papi Neri? Non l’ho fatto mai e non comincerò certamente a ottant’anni compiuti. Dunque, volete ancora il nome? E’ l’ultima cosa che vi farò sapere quando deciderò che i tempi sono arrivati. Non vi ricordate dei miei fuochi d’artificio, per esempio, l’abolizione dell’IMU annunciata come proposta conclusiva dell’ultimo dibattito con Prodi nel 2006. C’è mancato poco che vincessi. Vi lascerò nel dubbio, sarà un dubbio creativo, ‘ma Berlusconi ha un nome in mente oppure spera che il tempo lavori per lui?’ Adesso, andate a casa e mentre vi rilassate guardando una rete Mediaset, magari un programma a pagamento, chiedetevi: ‘e se fosse ancora lui il leader migliore del centro-destra?’ La risposta, amici miei, direbbe Bob Dylan, ‘is in the wind’ (quello che soffia a Arcore)”.

Pubblicato 11 luglio 2017

Tutti al voto Mattarella permettendo

Una legge elettorale concordata fra quelli che, Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Forza Italia, sono considerati i tre poli attualmente esistenti sarebbe buona cosa. Il condizionale è d’obbligo per due ragioni. La prima è che sembra che l’accordo già scricchioli in parte sul versante del Movimento 5 Stelle in parte all’interno del PD. Essendo il più debole dei tre poli, Berlusconi non può permettersi e non vorrebbe sentire/vedere nessuno scricchiolio. La seconda ragione del condizionale è che più la si guarda dentro più la legge elettorale presenta elementi problematici tanto per i contraenti quanto, soprattutto, per gli elettori. Fermo restando che è difficile effettuare un esame tecnico approfondito, ma, al tempo stesso, semplice da riferire, dei meccanismi della nuova legge (che, comunque, non è la legge tedesca che si chiama “rappresentanza proporzionale personalizzata), un paio di punti sono assolutamente criticabili e già criticati persino dai contraenti. Rischia di essere addirittura anticostituzionale il meccanismo che impedirebbe al vincitore di un collegio uninominale di occupare il suo seggio in Parlamento a causa della prevalenza dei candidati nelle liste bloccate, per di più con candidature multiple, già fortemente criticate dalla Corte Costituzionale. Qualcuno vorrebbe la possibilità di usare almeno un voto di preferenza. Nell’apposito referendum del 1991 l’elettorato italiano si espresse a favore della preferenza unica nominativa. Inoltre, contrariamente al doppio voto di cui gode l’elettore tedesco, l’elettore italiano potrà soltanto tracciare una crocetta o sul simbolo del partito o sul nome del candidato (e se votasse disgiunto si vedrebbe annullare il voto) comunque scegliendo il partito e ratificandone l’intera lista delle candidature.

Dopo l’esplicita orgogliosa accettazione da parte di Alfano, leader di Alternativa Popolare, della soglia del 5 per cento per accedere al Parlamento, almeno su questa clausola, a mio parere utile per evitare la frammentazione del sistema dei partiti (e da accompagnare con una riforma dei regolamenti delle Camere affinché quello che è stato tenuto fuori dalla porta non ritorni dalla finestra), l’accordo potrebbe reggere. L’esito sarebbe sostanzialmente una legge elettorale proporzionale (ma anche Porcellum e Italicum erano leggi proporzionali seppur con un premio in seggi per il partito/coalizione di maggioranza), che offre troppo potere ai capi dei partiti che praticamente nomineranno ancora una volta tutti o quasi i loro parlamentari. A questo punto, molti commentatori e politici danno per scontate due conseguenze. La prima è che, approvata la legge elettorale, si andrà rapid(issim)amente a elezioni anticipate. La seconda è che dal prossimo parlamento dovrà uscire un governo costruito su una difficile coalizione.

La probabilità di elezioni anticipate dipende da due fattori: i tempi necessari all’approvazione della nuova legge elettorale e le valutazioni del Presidente della Repubblica, l’oste con il quale bisogna fare i conti anche perché non ha soltanto il potere di sciogliere o no il Parlamento, ma anche quello di firmare o no, se rilevasse qualche profilo di incostituzionalità, la legge elettorale. Per ragioni di opportunità, ad esempio, l’approvazione urgente di misure economiche oppure l’aumento dello spread, segnale di nervosismo dei mercati che non gradiscono l’inevitabile incertezza di una campagna elettorale, l’assurdità, mi permetto di scrivere, di una campagna elettorale svolta sulle spiagge del Bel Paese, Mattarella potrebbe suggerire di giungere a scadenza naturale dell’attuale Parlamento: fine febbraio 2018.

Quanto all’esito, poiché siamo in una democrazia per quanto di modesta qualità, saranno gli elettori a deciderlo. È lecito che ci interroghiamo sulla composizione del prossimo governo, ma allora le variabili sono molte. Allo stato della distribuzione delle preferenze politiche, una coalizione PD-Forza Italia non avrebbe la maggioranza assoluta alla Camera. PD e Cinque Stelle avrebbero sicuramente abbastanza seggi per formare un governo di maggioranza, ma non conosciamo la disponibilità del PD e sappiamo che, almeno finora, le Cinque Stelle negano qualsiasi volontà di fare coalizioni, anche se hanno aperto, bontà loro, a un governo di minoranza composto esclusivamente da pentastellati o da personale “tecnico/cratico” da loro reclutato. Non è affatto detto che, arrivando a scadenza naturale, il problema di chi e come formerà la prossima coalizione di governo diventerà più facile da risolvere. È chiaro, però, che chi ha fretta di andare alle elezioni dovrebbe cercare di fugare alcuni legittimi dubbi relativi a esiti che non servirebbero al paese. Dovrebbe anche dire agli europei che il governo post-Gentiloni-Padoan rispetterà tutti gli impegni presi.
Pubblicato il 3 giugno 2017

Purché sia davvero tedesca

“Conoscere il vincitore la sera delle elezioni”. “Avere un governo eletto dagli italiani”. “Il premio di maggioranza assicura la governabilità”. All’insegna di queste frasi, altrove, nelle democrazie parlamentari, assolutamente prive di senso, i berlusconiani e i renziani hanno fatto ampia opera di cattivi maestri elettorali e costituzionali. Giunti sull’orlo dell’abisso, che per loro sarebbe una vittoria elettorale e conseguente governo del Movimento 5 Stelle, Renzi e Berlusconi hanno cambiato rotta. Predicatori del maggioritario si sono buttati nelle braccia di una legge elettorale proporzionale. Qualcuno è forse riuscito a spiegare a entrambi che con la proporzionale nessuno vince mai tutto e nessuno perde mai definitivamente. Sembrano avere scelto la legge tedesca che si chiama rappresentanza proporzionale personalizzata. Certamente, nel panorama dei sistemi proporzionali, la legge tedesca è una delle miglior. Ha funzionato ottimamente per oramai quasi settanta anni. In Germania nessuno ne chiede l’abbandono poiché garantisce condizioni eque a tutti i partiti esistenti e scalpitanti. Ha dato buona rappresentanza politica ai cittadini tedeschi, prima e dopo l’unificazione. Grazie al doppio voto attribuisce loro significativo potere. Metà dei parlamentari sono eletti in collegi uninominali metà su liste di partito. È il voto per il partito, purché superi la soglia del 5 per cento, che serve a stabilire quanti seggi quel partito nel Bundestag: tot voti tot seggi. Consente anche a minoranze concentrate, se vincono tre seggi uninominali, di portare in Parlamento il numero di eletti pari alla percentuale di voti ottenuta. Non è affatto vero che la proporzionale personalizzata tedesca conduce inesorabilmente a Grandi Coalizioni che sono, invece, l’esito possibile, ma non obbligato, di una scelta dei dirigenti di partito. Infine, rivelatisi privi dei voti necessari, ma anche miserevolmente formulati dal punto di vista tecnico tutti gli altri improvvisati tentativi di scrittura di sistemi elettorali con chiari intenti particolaristici, la legge tedesca è un ottimo approdo. Purché.

Il “purché” merita di essere argomentato. I sistemi elettorali sono, per l’appunto, sistemi, non supermercati nei quali i consumatori scelgono secondo le loro mutevoli preferenze. Sistema vuole dire che le diverse componenti si tengono insieme, si influenzano, funzionano per l’appunto in relazione con ciascuna delle altre componenti. Dunque, chi vuole la legge elettorale tedesca deve fissare la soglia di accesso al Parlamento al 5 per cento, non per cattiveria, ma per incentivare i partiti piccoli ad associarsi per non scomparire (salvo ritornare nel Parlamento se e quando avranno saputo riacquisire abbastanza consenso). I due voti debbono potere essere disgiunti, vale a dire per un candidato nel collegio uninominale e per la lista di un partito, anche diverso da quello del candidato. Non debbono essere agganciati alla legge elettorale tedesca vagoncini come un piccolo, forse inutile premio di maggioranza, un diritto di tribuna e altri regalini che distorcano la rappresentanza politica proporzionale.

È molto probabile, sulla base delle preferenze rivelate dagli elettori nei sondaggi, che il primo posto se lo giocheranno le Cinque Stelle e il PD, a meno che si compia il miracolo di un centro-destra che si riaggrega. Dunque, il prossimo governo, se si voterà (meglio a scadenza naturale) con la legge tedesca presa nella sua integrità e senza stravolgimenti, sarà di coalizione. I voti degli elettori decideranno a chi toccherà iniziare, sotto la guida del Presidente della Repubblica, la complessa operazione di formazione del prossimo governo. Nulla di inusitato, né per l’Italia né, tantomeno, per le democrazie parlamentari. I governi nascono, vivono e, talvolta, muoiono in Parlamento in maniera trasparente intorno ad un programma condiviso e concordato fra coloro che di quella maggioranza faranno parte. Dopo vent’anni di scorribande particolaristiche, l’Italia avrà la possibilità di tornare a fare parte a pieno titolo delle democrazie parlamentari nella speranza, ahinoi, al momento non proprio fondatissima, che i politici italiani abbiano finalmente imparato abbastanza.

Pubblicato AGL il 31 maggio 2017

Il sistema tedesco è l’unica soluzione. Però le urne anticipate sono un pericolo

Intervista raccolta da Luca De Carolis per Il Fatto Quotidiano

Se lo lasciano così, il sistema tedesco è la soluzione migliore nelle condizioni date. Ma guai se lo snaturassero

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna, spiega pregi e caratteristiche dell’ipotesi di legge elettorale in discussione alla Camera. Con una premessa: “Quella per il voto anticipato è una campagna balorda”.

Diversi partiti sembrano essersi convertiti dal maggioritario al proporzionale.

Lo hanno fatto per convenienza, non certo per convinzione. Questa legge servirebbe sia a Matteo Renzi che a Silvio Berlusconi, perché entrambi temono che vincano i Cinque Stelle, e con il proporzionale anche la sconfitta sarebbe addolcita. E poi c’è la soglia del 5 per cento, con cui il capo di Forza Italia potrebbe punire Angelino Alfano. Mentre per Renzi potrebbe essere la tagliola contro gli scissionisti di Articolo Uno.

Questa legge però sta bene anche al M5s.

E lo credo. I 5Stelle avranno più o meno il 30 per cento dei seggi, e potranno comunque pesare. Senza dimenticare che è possibile anche un governo di minoranza, a patto che facciano un grande risultato: qualcosa tra il 35 e il 40 per cento.

Ma a chi chiederebbero l’appoggio in aula? Alla Lega?

Non credo. Magari al Pd, che potrebbe dare i suoi voti in cambio di concessioni sul programma e sul governo.

Lo crede davvero possibile?

Sì, anche a parti invertite. Il M5s potrebbe votare un governo dem in cambio del reddito di cittadinanza.

La certezza è che i 5Stelle hanno chiesto di inserire nella legge un premio di maggioranza, o comunque di governabilità. Condivide?

No, sbagliano. Il grande pregio del modello tedesco è che garantisce la rappresentanza. Correttivi come il premio di governabilità o il diritto di tribuna lo farebbero diventare un’altra cosa, snaturandolo.

Va lasciato così com’è?

Va preservato il suo carattere di proporzionale puro. Mantenendo anche caratteristiche come la possibilità del voto disgiunto, prevista in Germania, che rappresenta un potere per i cittadini. Due voti contano più di uno.

A lei il modello tedesco piace?

Lo ripeto, nella situazione in cui siamo non si potrebbe fare di meglio. Dopodiché mi sembra una buona legge.

Ma chi potrebbe favorire di più?

Non è un tema che si può porre. I cittadini giudicano le persone e i programmi, a prescindere dalla legge elettorale. Piuttosto, il problema è il voto anticipato.

Non la convince?

Per nulla, è pericoloso. Piuttosto che correre verso le urne, immaginando una campagna elettorale in pieno agosto, bisognerebbe preoccuparsi di lavorare a una buona legge di stabilità, e aspettare la naturale scadenza del prossimo anno. Altrimenti si rischia di esporre il Paese alla speculazione.

Il Quirinale proverà a fermare tutto? Dicono che Sergio Mattarella abbia sempre ostacolato l’ipotesi del voto anticipato.

Innanzitutto, va ricordato che il presidente della Repubblica si esprime sulla costituzionalità delle leggi. E che Mattarella è un ex giudice costituzionale.

Il sistema tedesco potrebbe vacillare sul piano costituzionale?

No. Però in Germania il numero dei seggi in Parlamento è variabile. Mentre in Italia è fissato in Costituzione.

Quindi?

Va trovata una soluzione. E non sarà semplice.

Mettiamo che la trovino. Mattarella farebbe comunque resistenza?

Penso che stia già contattando le varie parti. Detto questo, di fronte all’ipotesi di urne prima della scadenza, farà presente di aver raccolto grande preoccupazione fuori del Paese per il voto anticipato. Interverrà. Dirà determinate cose, anche se noi non lo sapremo. Però ne vedremo gli effetti.

Pubblicato il 30 maggio 2017