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Centrosinistra, un segnale da Cagliari

Avere un seggio in meno alla Camera dei deputati non fa una differenza significativa per l’ampia maggioranza parlamentare del governo giallo-verde. Tuttavia, l’elezione suppletiva tenutasi a Cagliare per sostituire un parlamentare delle 5 Stelle, espulso dal Movimento e dimissionario, ha un significato politico che va oltre il piccolo dato numerico. A fare campagna elettorale per il candidato unitario del centro-destra era sceso in campo persino Silvio Berlusconi. In applauditissimi incontri pre-elettorali, Berlusconi ha utilizzato l’occasione per annunciare la sua candidatura alle prossime elezioni del Parlamento europeo poiché lui è l’unico capace di portare idee liberali in Europa. Immagino la curiosità e la preoccupazione dei liberali nel Parlamento europeo che sanno benissimo che Forza Italia si trova nello schieramento dei Popolari Europei che comprende anche il partito Fidesz del Primo Ministro Viktor Orbán, sovranista amico di Salvini e nient’affatto “liberale”. Anzi, Orbán ha orgogliosamente dichiarato di avere fatto dell’Ungheria una democrazia illiberale.No, il leader carismatico Berlusconi non ha prodotto nessun miracolo a Cagliare. La candidata di Forza Italia è arrivata terza. Dunque, Forza Italia non è affatto in ripresa.

Clamoroso il crollo delle 5 Stelle che precipitano da più del 42 per cento di voti ottenuti neppure un anno fa al 29 per cento: un vero tonfo a evitare il quale non sono state sufficienti né l’”abolizione della povertà” annunciata da Di Maio né l’approvazione del reddito di cittadinanza. Tutti i sondaggi nazionali danno il Movimento in “decrescita”, non so quanto felice, mentre la Lega svetta. Però, nelle elezioni locali Salvini non ha nessuna intenzione di intaccare la sua coalizione con Forza Italia e con Fratelli d’Italia, che gli consente di governare in molte zone e costituisce un’ottima posizione di ricaduta se i contrasti con Di Maio dovessero mai portare a una crisi di governo. La sorpresa è venuta dalla vittoria del candidato comune del centro-sinistra che rappresentava uno schieramento definito “Progressisti di Sardegna. Ha ottenuto più del 40 % dei voti e ha annunciato che s’iscriverà al Gruppo dei deputati del PD.

Sarebbe eccessivo trarre insegnamenti definitivi o, comunque, a largo e lungo raggio da questa elezione soprattutto per un’importante ragione: ha votato poco più del 15 per cento dei cagliaritani aventi diritto. Due elementi meritano di essere sottolineati. Primo, il Movimento 5 Stelle appare effettivamente in una situazione di grande difficoltà. Non riesce più a presentarsi come il ricettore dell’insoddisfazione dei cittadini, ma neanche come il partner di governo che produce risposte efficaci. Il secondo elemento è che, tuttora in stallo a livello nazionale, non brillante e incisivo come opposizione, con il PD incapace di dare smalto al processo con il quale approderà all’elezione del segretario, il centro-sinistra è ancora vivo. Quando l’elezione si svolge in un collegio uninominale, può vincere.

Pubblicato AGL il

Le urne, i dubbi e i conti del Quirinale

Quel che non sono finora riusciti a muovere i leader dei vari partiti nelle loro consultazioni reciproche potrebbe essere stato messo in movimento, un po’ dagli elettori del Molise, un po’ di più dagli elettori del Friuli-Venezia Giulia. Nella sua fin troppo rentrée anticipata (aveva promesso due anni di silenzio), alla televisione, non nella Direzione del partito, convocata per il 3 maggio, il due volte ex-segretario del PD Matteo Renzi ha chiuso qualsiasi spiraglio di dibattito con le Cinque Stelle, spiazzando il segretario reggente, Maurizio Martina, che ha subito deprecato metodo e merito delle dichiarazioni renziane. Non è più chiaro che cosa sarà all’ordine del giorno della Direzione, magari quella discussione finora mancata sulle ragioni della secca sconfitta del 4 marzo.

Lanciando un messaggio sia al Presidente Mattarella sia al centro-destra, il sedicente senatore “semplice” di Scandicci, Impruneta, Lastra a Signa ha altresì dichiarato la sua disponibilità a un governo costituente, utile anche a salvare per un anno e mezzo circa le poltrone dei senatori, ai quali ha fatto riferimento esplicito, e dei deputati da lui nominati e fatti eleggere. Mentre il Presidente della Camera, il pentastellato Roberto Fico, colto sul fatto di non pagare i contributi a chi lavora a casa sua e della compagna come colf, scopre il contrappasso dell’ossessiva, ancorché giusta, campagna delle Cinque Stelle sull’onestà, il nervosismo travolge Di Maio che sente che Palazzo Chigi per lui non è più dietro l’angolo. Renzi non apre il forno del Partito Democratico; Salvini adamantino vuole che il forno del centro-destra non escluda l’inaccettabile, per le Cinque Stelle, vecchio fornaio Silvio Berlusconi. Lo stallo è servito, a mio parere, senza eccessive preoccupazioni poiché il governo Gentiloni c’è e può continuare.

Pur non esagerando l’impatto del voto per le elezioni regionali del Friuli-Venezia Giulia (fra l’altro, ha votato meno del 50 per cento degli aventi diritto) e tenendo conto delle specificità, i segnali politici sono chiari. Primo, le Cinque Stelle arretrano significativamente, segno che una parte non piccola di quegli elettori non hanno affatto gradito l’andirivieni fra i due forni e la preclusione nei confronti di Berlusconi. Secondo, il PD e le liste alla sua sinistra sono stabili o appena declinanti. Non c’è nessun segnale di ripresa, nessun apprezzamento per la decisione di stare all’opposizione. Anzi, si direbbe che gli elettori della regione abbiano preso atto che il PD vuole stare all’opposizione (ma in Friuli-Venezia Giulia era il partito della governatrice uscente) e lì l’hanno collocato. Nella sua nuova veste di statista sobrio e misurato, Salvini non ha esultato in maniera scomposta, ma lui e il candidato della Lega Massimiliano Fedriga sono i vincitori assoluti di queste elezioni. Rispetto al 2013, la Lega ha più che quadruplicato i suoi voti da 33 mila a 147 mila. Dal canto suo, Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, leale alleata nel centro-destra, più che triplica i suoi consensi passando da 6 mila a 23 mila voti, mentre prosegue inarrestabile il declino di Forza Italia che perde 30 mila voti.

Ferme restando tutte le note di cautela su un voto nel quale le tematiche regionali e le personalità dei candidati hanno un’importanza significativa, sarebbe sbagliato non trarne un paio di lezioni. La prima è che il Nord(est) dimostra di essere un territorio, al tempo stesso, molto ostico per le Cinque Stelle e molto favorevole al centro-destra. La seconda è che diventa alquanto più difficile pensare che sia fattibile una coalizione di governo che escluda il centro-destra. Forse, da oggi, anche al Quirinale il Presidente Mattarella si sarà rimesso a fare i conti del numero dei seggi che mancano al centro-destra per il conseguimento della maggioranza assoluta in Parlamento. Si chiederà anche se, eventualmente rompendo con le prassi rigorosamente seguite dai suoi predecessori: “nessun incarico se non esiste una maggioranza precostituita”, la situazione attuale non richieda una eccezione.

Pubblicato AGL il 1° maggio 2018

Italians are not flirting with fascism @khaleejtimes United Arab Emirates

Italians, on the contrary, endorsed sovereignty from the North and attempted to meet the needs of the impoverished in the South.

Despite a range of stories in the overseas Press, Italy did not take a hard right turn in its March 4 national election. Sure, it voted for change but the result was far from flirting with fascism. In the country that gave the world this term, fascism remains an anathema.

Italians, on the contrary, endorsed sovereignty from the North and attempted to meet the needs of the impoverished in the South.

What exactly do we mean by the right, the far-right and populist? Certainly Silvio Berlusconi, whose Forza Italia party received 14 per cent of the vote, is not on the far-right. It would be seen as centrist in most countries.

In fact the Forza Italia now belongs to the European People’s Party, a political family on the centre-right whose roots run deep, traced all the way back to Europe’s founding fathers Robert Schuman, Alcide De Gasperi and Konrad Adenauer.

Even Matteo Salvini’s party, The League, which claimed 17 per cent of the vote, falls short of the far-right designation. Started as a separatist party to protect the interests of northern Italy, it attempted to go national but its support remains limited to the wealthier North. Salvini has an anti-immigration, Euroskeptic stance but does that really equate it with “extreme rightwing”?

Some foreign political commentators do not have a clear understanding of our country, history and reality,” says Gianfranco Pasquino, Professor Emeritus of Political Science at the University of Bologna.

Truly far-right parties, Casa Pound and Forza Nuova, each received less than one per cent of the vote, far short of the three per cent threshold needed for entry into the Italian parliament. “Casa Pound and Forza Nuova consider themselves heirs to Mussolini but they clearly flopped,” notes Pasquino.

The Five Star Movement (M5S), characterised as populist, has emerged as the single largest party in the elections. But that label might be misleading. Pasquino says, “There is only a streak of populism in them.

Overall, the M5S is an anti-establishment party. It is very critical of Italian politics and politicians, both of which are very condemnable. So there is no slide to populism in Italy,” says Pasquino. “The Italian electorate didn’t choose a populist way. Populist parties don’t form political alliances and coalition governments. They don’t make agreements in parliament. Both Salvini and Luigi Di Maio (M5S leader) will play the ordinary parliamentary game.”

The term populist in Latin means supporting the commoners – the “populus” or people, a very Rousseauian view of democracy.

Italy does not ride the far-right wave that exists in Hungary, Austria, Poland and even the Netherlands,” says Pasquino. “Italy is not Hungary where the Press faces censorship or the judicial system manipulation.

By comparison Italy’s far-right parties continue to be opposed, sometimes violently. The big question now facing the country and President Sergio Mattarella, who must mediate efforts to form a coalition, is whether the three main blocs can somehow find common ground to reach the 40 per cent majority needed to govern.

Pasquino thinks the next prime minister will not be a firebrand. “Salvini has no chance of becoming Italy’s next prime minister,” he says. The conservative bloc did not win enough votes to form a government.

The League leader “robustly and vigorously represents a specific part of the country, the interests of the people of the North“, he says, but for the first time The League left a mark in Central Italy, especially in Macerata. The brutal murder of Pamela Mastropietro in Macerata, allegedly by illegal immigrants, affected Salvini’s results in the region.

Whether the strange bedfellows of Italian politics can find common ground remains to be seen, but anything seems possible in a country whose capital is known as the Eternal City. Fractious, with regional animosities that date back centuries, the country’s politics are as labyrinthine as its winding medieval lanes. The country has had 64 governments in 72 years following WWII, and another is coming soon. But in their usual way, Italians will find a way out.

Compared to the 2,000 years ago, it is just another curve in the road.

What is certain is that Italy will never be on its way to legitimising fascism. Italian Constitution bans it.

Mariella Radaelli and Jon Van Housen

March 11, 2018  Khaleej Times

Eleciones en Italia: Gianfranco Pasquino”Hay un voto de protesta porque al país le va mal”

Entrevista de Elisabetta Piqué

ROMA.– Hay un voto de protesta que se justifica perfectamente. A Italia le está yendo bastante mal y por lo tanto es justo protestar”. Son palabras que, sin pelos en la lengua, lanzó ayer Gianfranco Pasquino, uno de los politólogos más prestigiosos de Italia, que fue alumno de maestros como Norberto Bobbio y Giovanni Sartori.

Profesor emérito de Ciencias Políticas de la Universidad de Bolonia y profesor adjunto de la Johns Hopkins University, Pasquino -que fue senador de partidos progresistas en dos oportunidades- advirtió en una entrevista con LA NACION que es un error pensar que en las elecciones italianas ha ganado el populismo.

-¿Cómo evalúa este resultado? ¿Es el triunfo del populismo también aquí, en Italia?

-No. Este es un error grave que hacen los comentaristas italianos y extranjeros. Me parece que no todo lo que no nos gusta es populismo. El Movimiento Cinco Estrellas (M5E) es un movimiento antiestablishment, antipolítica, en favor de la honestidad. Es un movimiento que apunta al cambio. Después, claro, también hay lo que yo defino una “tira” de populismo, pero definirlo populista es un error. Matteo Salvini también es considerado populista, pero también representa el territorio del centro-norte de Italia.

-¿Entonces cómo define este resultado?

-Es un resultado en contra de la política que ha hecho, en particular, el secretario del Partido Democrático (PD) y expremier Matteo Renzi, y de sus colaboradores, que nunca le explicaron qué pasó en el referéndum de 2016 (para reformar la Constitución). Si no se tiene una visión política no se cambia el país, no bastan las medidas de política económica tomadas, que fueron simples “propinas”.

-¿Las elecciones reflejaron un voto de protesta?

-Hay un voto de protesta, de insatisfacción, muy fuerte, que se justifica perfectamente: a este país no le está yendo bien, le está yendo bastante mal y por lo tanto es justo protestar. ¿En contra de quién? De la clase política, en contra de los que están en el gobierno. Es decir, es un voto justificable y muy comprensible.

-¿Qué tipo de gobierno podemos esperar ahora?

-Podemos esperar diversos tipos de gobierno porque las democracias parlamentarias son muy flexibles. Podemos esperar un gobierno guiado por alguien cercano al M5E que obtiene los votos necesarios en el Parlamento. Podemos esperar incluso un gobierno de centroderecha, quizá guiado por Salvini, si obtiene los números, claro, y si logran encontrar entre 40 o 50 parlamentarios dispuestos a apoyarlos. Podemos esperarnos también un “gobierno del presidente”, con una personalidad indicada por [Sergio] Mattarella que logra tener un consenso amplio en el Parlamento, con votos del M5E, de parte del PD y hasta de Forza Italia, del expremier Silvio Berlusconi. Hay diversas posibilidades.

-¿Para usted qué solución es más probable?

-No puedo ser astrólogo (risas). Le digo lo que pienso que sería posible y útil, que es un gobierno que vea el PD junto al M5E y otros pequeños partidos, como Libres e Iguales (de izquierda), que tenga claras algunas prioridades.

-¿Silvio Berlusconi a este punto está acabado?

-Creo que sí. En este punto debería jubilarse, porque fue derrotado sonoramente por Salvini, este es el punto relevante. Y los parlamentarios de Forza Italia ahora saben que si quieren tener un rol específico lo tienen que apoyar a Salvini.

 

 

Quien vota cuenta y da a luz a un gobierno

También será fea, como decían, sin mucha imaginación, casi todos los periodistas y los comentaristas italianos (y extranjeros), pero, teniendo en cuenta que las campañas electorales no deben ser evaluadas de acuerdo con criterios estéticos, muchos elementos sugieren que fue una campaña electoral muy útil. Comunicó mucha información a los votantes, sobre el tema de la inmigración y su posible y difícil control; de impuestos, con una pluralidad de propuestas; de mercado de trabajo y cómo hacerlo no tanto más flexible sino más acogedor; de liderazgo, incluso con la indicación, no solamente de propaganda, de algunos futuros ministros; finalmente, con referencia a las posibles (e imposibles) coaliciones de gobierno y al importante papel e incluso decisivo que desempeñará el Presidente de la República.

Por supuesto, a pesar de toda esta información innegablemente importante, los votantes se encontraron con un instrumento, la boleta electoral, muy desgastado. Sin embargo, comprendieron la importancia de lo que estaba en juego y no se desanimaron por los comentaristas que seguían temiendo la fuga de las urnas o las complejidades de la ley electoral. Es concebible que haya sido la incertidumbre del resultado lo que funcionó como un factor de movilización, que alejó el temido fenómeno de la abstención. Más del 73% de los votantes italianos ha decidido conscientemente que quiere ser tenido en cuenta. El resultado fue sorprendente solo para aquellos que saben poco y nada quieren aprender.

La insatisfacción de los italianos hacia la mala política, la corrupción y la gestión inadecuada del fenómeno de la inmigración ha incrementado tanto el consenso electoral del Movimiento Cinco Estrellas, que alcanzó más del 32%, así como de la Lega, guiado con gran habilidad por Matteo Salvini, quien, con un 18%, excedió a Silvio Berlusconi y definitivamente lo relegó al pasado.

La derrota más seria fue la sufrida por el Partido Demócrata de Matteo Renzi y su corte de colaboradores, siempre obediente, nunca capaz de contradecirlo y sugerir caminos diferentes. Todos ellos han perdido y deben pensar en dar un paso al costado para iniciar un proceso de construcción de una nueva izquierda plural, no arrogante, reorganizada a nivel del territorio y culturalmente mejor equipada, que es casi lo contrario del partido de Renzi.

Finalmente, señalo que las listas supuestamente fascistas, concretamente CasaPound y Forza Nuova, han tenido un gran fracaso. Profundizando el análisis y trazando las probables motivaciones de los votantes, parece plausible argumentar que el voto por las Cinco Estrellas es el producto de la combinación entre la persistente insatisfacción con la política italiana de un gran número de votantes y la voluntad de seguir el camino indicado por Di Maio y otros para un gobierno nunca experimentado, pero que ahora es posible, siguiendo una evolución visible en los últimos tiempos y que no sea anti Unión Europea.

Por otro lado, es realmente incorrecto afirmar que las Cinco Estrellas son un movimiento populista. Un componente populista, el que usualmente llamo una “franja”, ciertamente existe, pero las Cinco Estrellas son mucho más que ese sector. Hay también un reclamo de mayor transparencia política y la no participación en la corrupción y la malversación.

La centroderecha en general tuvo un buen resultado, pero permanece lejos de la mayoría absoluta de escaños que Berlusconi había anunciado como prácticamente logrados. No será suficiente encontrar un puñado de parlamentarios disponibles, los llamados “responsables”. Ni siquiera será capaz de lanzarse por el camino que podría haber preferido, es decir, el de un acuerdo no amplio o incluyente de numerosos partidos, sino limitado en lo posible al Partido Demócrata de Renzi. Al menos cien asientos faltarían para que ello fuese viable.

En este punto, la pelota está en el campo constitucional encabezado por el Presidente de la República, Sergio Mattarella. Usando sus poderes, para nada desdeñables, el Presidente trabajará para que ambas Cámaras produzcan una solución estable y operativa. De lo contrario, procederá a dar vida a un gobierno del Presidente, o sea, indicado por él, incluso seleccionando los nombres de los ministros. Sin embargo, será un gobierno político y el Parlamento tendrá que confiar en él, ya que los ciudadanos italianos lo han elegido. El gran valor de las democracias parlamentarias es su flexibilidad y durante décadas los italianos han podido usarlo de manera efectiva. Esta vez será así, nuevamente.

El autor es profesor de la Università di Bologna y SAIS.

6 de marzo de 2018

Finti duelli. Pluricandidature verissime e sfide falsissime

Chiunque, fra quelli che contano, da Renzi a Salvini , e naturalmente, da Boschi a Rosato, dovrebbe rinunciare alle multicandidature e correre soltanto in un collegio uninominale. Chi vince andrà in Parlamento. Chi perde starà a casa.

È un tripudio. I big o sedicenti tali si candideranno tutti nei collegi uninominali. Cercano duelli prestigiosi, sicuri della loro superiore qualità politica. Offriranno agli elettori confronti interessantissimi. Alta politica. Ha cominciato, non poteva essere altrimenti, Matteo Renzi annunciando la sua candidatura in un collegio di Milano contro Berlusconi, purtroppo incandidabile. Tant’è. Nessuno dei bravi giornalisti ha fatto notare a Renzi questo piccolo dirimente inconveniente. Poi, è arrivato Matteo Salvini. Lui si candiderà in tutti i collegi uninominali nei quali sarà candidato Renzi: applausi padani (ma se ci sarà anche Berlusconi avremo un “triello”?”). Purtroppo, la legge elettorale scritta dal capogruppo del Partito Democratico alla Camera dei Deputati Ettore Rosato consente di essere candidati in un solo collegio uninominale. Non potrebbe essere altrimenti. Ingannare gli elettori si può e la legge Rosato procede alla grande in questa direzione, ma, insomma, se i vincenti in più collegi uninominali optano, come dovrebbero inevitabilmente fare, per uno solo di quei collegi succederebbe che in tutti gli altri entrerebbero in Parlamento gli sconfitti. Quando è troppo è davvero troppo.

Nel frattempo, il PD progetta di mettere in campo suoi candidati eccellenti –no, non chiedetemi di definire l’eccellenza, per di più dei candidati che saranno nominati da Renzi, Lotti, Boschi e, adesso, forse addirittura dallo statista anti-vitalizi Matteo Richetti– contro i più odiati degli esponenti di Art. 1-Mdp, adesso Liberi e Uguali. Contro Bersani e, eventualmente, contro D’Alema saranno nominati, pardon, candidati, esponenti di rilievo del PD, con una storia politica di spessore, radicati sul territorio, rappresentativi di elettori e di idee. No, i nomi non li dico anche perché mi pare tutta una farsa. Una cosa, però, so ed è quella che debbo dire pro veritate. Con la legge Rosato nessuno, ma proprio nessuno dei nominati/candidati dei partiti medi (di grandi non ne vedo) rischierà il seggio. Infatti, quella legge prevede la possibilità di essere nominati/candidati in un collegio uninominale e in cinque circoscrizioni proporzionali. Dunque, oltre, naturalmente ai capi-partito e ai capi-corrente, che certamente non rinunceranno a questa ampia rete di protezione, saranno i kamikaze (sic) eventualmente costretti a essere candidati nei collegi uninominali contro i leader degli altri partiti a chiedere la rete di protezione, e a ottenerla. Naturalmente, i capi sosterranno che le loro multicandidature “circoscrizionali” non sono dettate dalla preoccupazione di non vincere il seggio nel collegio uninominale. Sono, invece, nobilmente intese a mandare agli elettori delle circoscrizioni (che difficilmente saranno pre-avvertiti che quel candidato potrà essere eletto anche altrove) il messaggio del loro interesse proprio per quella zona del paese. “Noi, dirigenti importanti, vogliamo offrirvi la possibilità di procurarvi una rappresentanza autorevole”.

Questo tipo di propaganda sarà, almeno, nella sua prima componente: l’offerta di rappresentanza autorevole, sfruttata anche da Maria Elena Boschi nel suo collegio/circoscrizione non proprio “naturale”, vale a dire in Campania tra Ercolano, Pompei e dintorni. D’altronde, è lei che ha teorizzato che i capilista bloccati sarebbero stati, non i commissari del partito, come ho sostenuto io, ma i rappresentanti di collegio, come se la rappresentanza politica non dovesse essere esclusivamente il prodotto di libere elezioni popolari e non di nomine paracadutate. Il punto conclusivo dovrebbe essere limpido. Chiunque, fra quelli che contano, da Renzi a Salvini , e naturalmente, da Boschi a Rosato, dovrebbe rinunciare alle multicandidature e correre soltanto in un collegio uninominale. Chi vince andrà in Parlamento. Chi perde starà a casa. Ciò detto, tocca ai mass media smontare le rodomontate di sfide/duelli minacciati, finti, falsi. Da adesso, i mass media dovrebbero seguire con attenzione le modalità con le quali saranno scelte le candidature, quanti e chi saranno i pluricandidati e dove. La legge Rosato, tanto quanto la legge Calderoli e la non-legge Italicum, non consentirà agli elettori di scegliere un bel niente, soprattutto non i rappresentanti parlamentari. E poi qualcuno parlerà con molto accorato sussiego di crisi di rappresentanza.

Pubblicato il 14 dicembre 2017 su terzarepubblica.it

Renzi sfida Berlusconi in un collegio uninominale? Solo una finta: poltrone garantite!

La sfida baldanzosamente lanciata da Renzi a Berlusconi in un collegio uninominale di Milano è probabile che sia tutta finta, very fake. Primo, perché è molto difficile che Berlusconi ritorni candidabile. Secondo, perché grazie alle candidature multiple in cinque circoscrizioni proporzionali nessuno dei due contendenti rischia nulla. Si farà comunque “recuperare”. Dunque, non ci sarà un vero duello (né per loro né per tutti gli altri capipartito/corrente: effetto legge Rosato) con un vincente e un perdente, ma un duetto fra leader con poltrona assicurata.