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L’uomo solo al comando resta solo

Il fatto quotidiano

Intervista raccolta da Emiliano Liuzzi per Il Fatto quotidiano

Professor Pasquino, partiamo dalle reazioni? Renzi dice che l’affluenza non è la cosa più importante.

Mi sembra un commento post moderno. Post tutto. Post it, quegli adesivi che si attaccano e staccano. Poi si buttano.

Lei è il più autorevole dei politologi di quell’area che un tempo si chiamava sinistra. Ha insegnato ad Harvard. È stato anche parlamentare. Oggi è il critico più severo del suo stesso partito.

Non sono mai stato del Pd. Ma non c’entra niente. In Emilia Romagna ha votato la metà delle persone rispetto al 2010, e la percentuale era già bassa. Il Pd perde centinaia di migliala di dettori, non ha più iscritti e non si confronta più con la base. Non posso che essere critico.

Ma non è che perdere iscritti e voti rientri in un disegno lucido?

In un disegno sicuramente, quanto sia lucido non saprei. La sinistra si confrontava, interloquiva, era un grande movimento per questo motivo. Senza questo ha un uomo solo al comando che non si rende conto di essere destinato a rimanere solo e basta. Un giorno non avrà più nessuno.

Ha vinto Stefano Bonaccini. Può governare con un consenso che si aggira attorno al 16 per cento se calcoliamo gli astenuti?

Potrebbe farlo. Con una buona squadra che non risponda alle logiche di correnti. Ma non sarà così.

Cosa prevede?

Molti fiorentini, qualche nipote di Prodi. Questa sarà la giunta.

Si aspettava questi numeri?

No. Non pensavo sotto il 50 per cento.

Non le pare di rivivere i tempi in cui Guazzaloca si prese Bologna?

No, siamo di fronte a fenomeni diversi, allora il centrosinistra perse, questa volta comunque ha vinto. Di uguale c’era l’atteggiamento del partito, oggi arrivato al culmine. Mi spiego. Non era diversa la Bartolini quando parlava in maniera molto sprezzante di un macellaio come avversario. Quel macellaio era uno che aveva lavorato, Bartolini no. La stessa cosa è Bonaccini, uno che non ha mai lavorato se non nel partito, ma che non riesce a trattare con i suoi dettori, con la base che non c’è più. Scomparsa.

Era l’idea di Veltroni, più o meno. Giusto?

Era un percorso che ha prodotto questo.

Astenersi dal voto cosa vuol dire?

È il segnale peggiore. Vuoi dire che il tuo elettorato lo hai maltrattato, non l’hai ascoltato. Dentro o fuori dal cerchio magico è la logica renziana. Vuoi dire che non esiste democrazia.

Il Movimento 5 stelle ha vinto, come sostiene Grillo?

Ha guadagnato 30mila voti rispetto alle passate regionali. Questo è un dato che nessuno può negare. La protesta esiste, e si chiama Grillo, appunto. Chi pensava non esistesse più ha sbagliato. Da parte sua il comico genovese ci mette una assoluta incapacità conclamata nel guidare il movimento.

Forza Italia e Lega?

Il partito di Berlusconi paga la catastrofe di un’assenza di classe dirigente. La Lega non ha vinto. Ha perso 25mila voti rispetto al 2010.

Pubblicata il 25 novembre 2014

Il Partito della Regione

Corriere di Bologna

“Non ci sono più posti dove è impossibile perdere” è il lapidario annuncio di Stefano Bonaccini nella sua campagna elettorale finora solitaria. Meglio sarebbe dire che ci sono posti dove è difficile perdere per il PD, ma c’è spesso qualcuno che ci prova e ci riesce purché, ovviamente, gli altri dalle Cinque Stelle a Forza Italia sappiano scegliere i candidati e votare, all’occorrenza, in maniera strategica. Non sembra proprio essere il caso dell’Emilia Romagna dove le espulsioni delle Stelle Dissenzienti e il disinteresse di Berlusconi alla conquista della Regione (sarà mica uno dei codicilli al Patto del Nazareno?) non possono creare nessun problema. Purtroppo, incapaci anche di creare una sfida decente, le latitanze degli oppositori non spingono Bonaccini e i candidati in lista a elaborare quell’innovazione politica e amministrativa che imprenditori, operatori economici e sociali, associazioni e cittadini aspettano da tempo. Eppure da quello che, per fortuna, Bonaccini non ha (ancora?) chiamato Partito della Regione, è da tempo, almeno da quando fu sommessamente criticata la decisione di fare ottenere a Errani un terzo mandato, ci si aspetta un salto di qualità. Galleggiare appena al di sopra della crisi, con quasi tutti gli indici di poco migliori delle altre regioni italiane, non basta più. Soprattutto, non serve a mobilitare le energie che in regione esistono, ma che spesso decidono di andarsene a cercare altrove, non fortuna, ma occasioni e condizioni di lavoro migliori. E’ brutto, a fronte dello stallo di innovazione e dell’assenza di sfide politiche, rispondere alle critiche come Bonaccini fa replicando a Guccini: “basta che voti PD” e rincarare la dose dicendo di non amare “chi critica dai salotti” e di non sopportare (cito dal titolo all’intervista pubblicata dal Corriere di Bologna), “la sinistra radical”: dove sono finiti i chic? La sinistra radical, fra un salotto e un concerto, fra un vernissage e la presentazione di una collezione invernale, se ne farà una ragione. Per esperienza personale so che quella sinistra non ha poi mai il coraggio di non votare PD (e prima DS e PCI) e soprattutto di dire perché no, magari argomentando le sue critiche. Il punto, però, è che questi dirigenti renziani del PD non sembrano molto inclini a dialogare con chi dissente nella loro area, ampia e vaga. Dei tecnocrati si può parlare male anche se, in fondo, quasi tutti loro posseggono competenze che potrebbero essere utili (e alcuni le hanno già fatte fruttare in ruoli di governo nella Regione). I gufi sono animali graziosi e miti. Fino ad ora non hanno neanche portato sfortuna. Peggio sono, naturalmente, i professoroni, ma anche loro si sono rivelati inadeguati a contrastare confuse e tutt’altro che concluse riforme. Adesso tocca ai professionisti che, immagino, sono i frequentatori abituali dei salotti (ahimé, ho scarsissime conoscenze di prima mano), essere colpiti dalla critica. Se il futuro Partito della Regione dovrà essere nazional-popolare come quello abbozzato da Renzi, allora tutto si spiega. Ma non tutto si apprezza.

Pubblicato il 23 ottobre 2014

Il peso del passato

Corriere di Bologna

Le primarie sono andate. I problemi non solo sono rimasti, ma risultano accresciuti proprio dall’andamento delle primarie emiliano-romagnole. L’outsider Roberto Balzani potrà anche interrogarsi, come molti, non troppo simpaticamente gli chiedono di fare, sulla sua incapacità di mobilitare la società civile ad andare a votarlo, ma il problema principale non è suo. Incidentalmente, la soluzione proposta da Balzani a non troppo futura memoria, consistente in largo spazio da dare alla società civile nella nomina degli assessori, appare praticabile con qualche difficoltà. Da un lato, gli assessori civici porteranno competenze, ma governare la regione Emilia-Romagna in questa fase richiede autorevolezza (ed esperienza) politica. Dall’altro, al Bonaccini vittorioso tutta la vecchia guardia, che l’ha appoggiato quasi senza esitazioni, ma poi neanche con significativo impegno, ricorderà che deve pagare pegno, pardon, che deve ricordarsi di loro che, fra l’altro, hanno in mano quasi tutto il potere locale, comprese le curiose cariche a elezione indiretta in quel che resta delle province e in quel che “avanza” nella città metropolitana di Bologna.

Il Bonaccini segretario regionale uscente dovrebbe chiedersi che cosa è successo al Partito Democratico, ai suoi iscritti, alla sua volontà e capacità di mobilitazione. L’omologazione ad altre regioni, operazione comunque difficile da valutare con dati, non è una risposta poiché bisognerebbe spiegare quali sono i fattori che hanno condotto all’omologazione: una conversione renziana tanto rapida quanto superficiale? Al convertito Bonaccini l’ardua risposta tanto più utile se vuole fare sì che il suo successore sappia rianimare il partito di cui il Bonaccini probabilissimo Presidente della Regione Emilia-Romagna avrà sicuramente bisogno per meglio governare la Regione. Non attrezzato da precedenti impegnative esperienze di governo, Bonaccini è condannato a imparare scontrandosi con quanto fatto finora e andando oltre. In una certa misura, a mio parere piuttosto grande, Bonaccini è, nonostante il suo recente renzismo, espressione della continuità di un’area politica, inizialmente comunista, poi evoluta attraverso tutti i passaggi effettuati senza nessuna rottura. Gli tocca dimostrare che ha le capacità per andare molto più in là scrollandosi di dosso il peso del passato e l’eredità della vecchia guardia dalla quale proviene.

La sfida più grossa alla quale i cittadini emiliano-romagnoli, se li interpreto correttamente, attribuiscono comprensibilmente maggiore importanza, è quella della formulazione di un progetto di governo non in continuità con quanto fatto da Errani, meno che mai negli ultimi faticosi anni di una fase fin troppo lunga. Da un lato, Bonaccini non può rinnegare il sostegno che ha dato, personalmente e come segretario regionale, alla giunta di Errani e alle sue scelte, Dall’altro, deve dimenticare e far dimenticare molto di quel recente passato e spingersi in un terreno inesplorato. Ha quasi due mesi di tempo per esplorare quel terreno. La sua campagna elettorale, che, purtroppo, si svolgerà quasi senza sfidanti, data la pochezza del centro-destra e le convulsioni delle Cinque Stelle, ha il compito politico, che potrebbe anche essere/diventare esaltante, di trovare le ricette dell’innovazione necessaria a rilanciare la Regione Emilia-Romagna. Niente di meno.

Pubblicato il 1° ottobre 2014

Il Pd in Emilia va azzerato, il vertice ignora gli iscritti

Il fatto quotidiano
Intervista raccolta da Emiliano Liuzzi per Il Fatto Quotidiano 12 settembre 2014

Più che i capelli bianchi, ha un passato di insegnante ad Harvard e alla School of Advanced International Studies di Washington. Se non bastasse ha diretto anche il Mulino, la voce critica di una sinistra d’altri tempi, ed è stato senatore indipendente. Oltre a qualcosa come un centinaio di pubblicazioni. Uno degli ultimi politologi che hanno attraversato almeno tre Repubbliche, sempre che tante siano state. L’intervista con Gianfranco Pasquino, inizia con lui che fa una domanda: “Si è ritirato dalla corsa alle primarie Stefano Bonaccini?

No, professore. Al momento non lo ha fatto. Lei se lo aspetta?

Sarebbe un dovere, in questo momento. Non è possibile assistere a tale deriva. Non importa se siano briciole o meno, non importa se Bonaccini avrà modo di difendersi. Sono solo espedienti per sfuggire al problema.

Cioè?

Bonaccini faceva parte di un consiglio regionale dove la metà dei consiglieri sono indagati e lui, oltre a essere in quel consiglio, era anche segretario del partito. Se questi non sono motivi per lasciare, non saprei cos’altro debba accadere. Ma poi c’è una cosa che tutti fanno finta di dimenticare.

Quale professore?

Nessuno ha ricordato l’affare Flavio Delbono. Era assessore alle Finanze della giunta regionale precedente (sempre presieduta da Vasco Errani) e del partito del quale Bonaccini era dirigente, se non sbaglio. Con i soldi della Regione, Delbono andava in vacanza con la sua fidanzata, o presunta tale. Vicenda per la quale è stato condannato e costretto a dimettersi da sindaco di Bologna Dovrebbe bastare. Altrimenti ne possiamo anche aggiungere.

Ce ne sono ancora?

Il presidente di quella giunta, Vasco Errani, è stato condannato e si è dimesso. Conosco l’uomo, l’ultimo con il quale vorrei prendermela in questo momento, ma è accaduto. Chiamiamola leggerezza, ma in maniera responsabile si è dimesso. Credo che con la stessa responsabilità Bonaccini, se ne ha, dovrebbe a questo punto fare un passo indietro. Non è più accettabile.

A beneficio di chi? Non ci sono candidati.

Non è vero. C’è un signore che si chiama Roberto Balzani e che ha fatto il sindaco di Forlì che con la storia di questi non ha niente a che vedere. Non ha scheletri nell’armadio, è una persona retta ed è l’unico in questo momento che può affrontare una candidatura. Capisco che sarebbe la rottura con questa classe dirigente, ma c’è un momento in cui bisogna mettere da parte l’ambizione personale e privilegiare quella politica.

Secondo lei Bonaccini non è più credibile?

No, non lo è. E non lo è più neppure l’altro, Matteo Richetti. Ripeto, non è un problema di quanto, è il problema di una stagione intera che non è stata promossa.

Ma com’è che l’Emilia Romagna, terra di grandi virtù per il Partito comunista e dopo, almeno in parte, anche per il Pds, è finita in questa melma? C’è un momento in cui qualcosa si è inceppato?

È stato un processo molto lento, ma quando gli iscritti hanno perso il controllo della classe dirigente questo è accaduto. In altre epoche o stagioni non sarebbe stato così, ma perché c’era una base alla quale dar conto del proprio lavoro. Quando questi meccanismi si sono persi, si è perso per strada anche ogni pudore. Quello che è accaduto a Bologna e dintorni, lo ripeto, è inaccettabile.

Propone un azzeramento di questa classe dirigente?

Non è possibile, ma sarebbe una strada. Ormai sono all’interno dei meccanismi di potere che in Emilia Romagna non sono solo il partito, ma anche quello sociale e produttivo. Non ci sarà nessun azzeramento. Ma Balzani sarebbe un buon punto di partenza.

Diciamoci la verità: il Pd in Emilia Romagna vincerebbe anche con un Bonaccini qualsiasi.

Certo. Anche perché non esistono alternative. Il centrodestra si è completamente disfatto, il Movimento 5 Stelle non ha più la carica iniziale, il rischio di perdere la Regione non si profila. Ma sarebbe il culmine di una fase che prima o poi il centrosinistra si troverà a scontare.

L’ipotesi che circola è che Bonaccini resti. Si presenterebbe con un programma più simile a un’arringa difensiva che non una strategia politica, e chi si è visto si è visto.

Mi auguro che non accada.

Si appella alla responsabilità dei singoli?

Non mi pare che abbiano dimostrato grandi doti sotto questo profilo. Spero che la base riprenda il suo vecchio ruolo.

Emiliano Liuzzi

Tre o quattro cose che so sul #PD dell’Emilia-Romagna

FQ
Nel marzo 1999, le primarie per la scelta del candidato sindaco di Bologna non le voleva nessuno. Quando i veti incrociati bocciarono i primi quattro potenziali candidati e il segretario regionale Mauro Zani non accettò di “correre” senza il sostegno di tutto il partito, il Pds fu costretto ad organizzare le primarie. Con il poderoso apporto cammellato del sindacato pensionati della Cgil, ottenne la candidatura Silvia Bartolini la quale, poi, riuscì nell’impresa di consegnare la città a Giorgio Guazzaloca, da lei sempre appellato “macellaio” (ma anche Presidente della Camera di Commercio). Zani battezzò anche il nuovo segretario provinciale, tal Salvatore Caronna che, nel 2004, le primarie proprio non seppe e non volle organizzarle cosicché il partito si vide calato dall’alto Sergio Cofferati (“candidatura degna, anzi”, lunga p a u s a, “degnissima” secondo Romano Prodi), quasi sicuramente il peggior sindaco della città. Nel 2008, andatosene all’ultimo minuto verso buste paga più consistenti (europarlamentare) il Cofferati, fu giocoforza organizzare le primarie.

Però, prima ancora che ci fossero candidature ufficiali, fioccarono gli endorsement (dichiarazioni solenni di sostegno) a favore di Flavio Delbono da parte del Segretario del Pd Pierluigi Bersani e del padre nobile (sic) Romano Prodi il quale avrebbe poi portato in processione e a chiesa il candidato. Vice-Presidente della Regione Emilia-Romagna, consigliere regionale e, soprattutto Assessore al Bilancio (che non controllava né le sue allegre spese né quelle, appena meno allegre, dei consiglieri), Delbono era una manna: liberava tre caselle di pregio. Eletto dopo una mediocrissima campagna elettorale, il Delbono fu indagato e costretto a dimettersi (atto che, secondo Prodi, gli restituiva onorabilità) proprio per i suoi viaggi con amanti a spese della Regione. [Personalmente candidato in quelle elezioni, ne ho scritto in Quasi sindaco. Politica e società a Bologna, 2008-2010, Diabasis Edizioni 2010].

In seguito, il sindaco breve, poco più di otto mesi, patteggiò due volte, riconoscendo quindi la sua colpevolezza, ed è in attesa del terzo processo. Con lui caddero il capo della sua campagna elettorale buttato fuori dalla politica e il segretario provinciale, De Maria che dovette dimettersi. Relativamente giovane ma già sicuro esponente della vecchia guardia, il De Maria venne mandato a Roma dalla ditta, poi ricollocato in Parlamento. Adesso ha già espresso, insieme a tutti i lavoratori in carriera nella vecchia ditta, il suo sostegno per il segretario regionale Stefano Bonaccini, diventato renziano nella seconda ora e qualche minuto, ma subito ricompensato con un incarico, quello di responsabile degli Enti locali. Non sono i rimborsi per spese fraudolenti ad avere causato la rinuncia di un renziano della primissima ora, il deputato Matteo Richetti, fino al 2012 Presidente del Consiglio Regionale.

Infatti, sostenuto dalla vecchia guardia che ha assoluto bisogno di un candidato, Bonaccini, consigliere regionale egualmente inquisito, non seguirà le orme di Richetti. Sono gli “inviti” che vengono dal centro, pardon, dal Largo (del Nazareno) che contano e che hanno spinto fuori dalle primarie il Richetti. Il conformismo dei dirigenti locali, pronti ad ogni acrobazia e a qualsiasi ingoio, farà il resto. Però, non sarà facile convincere il candidato Roberto Balzani, che le primarie contro l’apparato le ha già vinte una volta, per diventare sindaco di Forlì, a lasciare il campo. Vecchia politica? Oh, yes. Bruttissima politica? Ancor più certamente yes. È questo il Partito Democratico di Renzi? La risposta la attendiamo, non proprio spasmodicamente, da un suo tweet: il punto più elevato della sua nuova politica.

Pubblicato 11 settembre 2014

Quel brutto pasticcio emiliano

La “giustizia ad orologeria” non c’entra un bel niente con le indagini, iniziate due anni fa, che in Emilia-Romagna hanno coinvolto quaranta consiglieri regionali e due dei candidati alle primarie del Partito Democratico per la scelta del candidato alla Presidenza della Regione. Saranno elezioni anticipate in seguito alle dimissioni del Presidente condannato in appello per favoritismo in un appalto. La faccenda è tutta interna al PD ed è tutta “squisitamente” politica. Non è soltanto il ritorno della vecchia politica. E’ l’affermarsi della brutta politica. A fronte della quasi inesistenza di Forza Italia e del centro-destra e delle divisioni del Movimento 5 Stelle (che, fra l’altro, non ha ancora trovato un suo candidato per le elezioni di fine novembre), qualsiasi candidato del Partito Democratico è praticamente certo di diventare Presidente della Emilia-Romagna.

Non è chiaro quanto Renzi desideri controllare la politica della Regione che, da un lato, fu la roccaforte della “ditta” dei bersaniani (che esistono ancora e non vogliono rinunciare a nessuna prospettiva di carriera), dall’altro, ha visto rapidissime conversioni a suo beneficio: i famosi salti sull’affollato carro del vincitore. Più chiaro è che Renzi avrebbe voluto evitare primarie combattute, per di più nelle quali due dei candidati hanno usufruito dell’etichetta di renziani, della prima (il deputato e ex-Presidente del Consiglio Regionale) Matteo Richetti e della seconda o terza ora (il segretario regionale e responsabile nazionale degli Enti locali) Stefano Bonaccini. A sostegno di Bonaccini, che ha svolto tutta la sua carriera dentro l’apparato emiliano, si è subito buttata tutta la vecchia guardia incapace di esprimere un suo candidato, ma contenta che fosse comunque uno di loro ad avere maggiori possibilità di vittoria. Il terzo incomodo è l’ex-sindaco PD di Forlì, Roberto Balzani, già vincitore cinque anni di combattutissime primarie nel suo comune, sicuramente con molte idee e proposte “renziane”, ma elaborate in proprio e, per questo, assolutamente inviso alla “ditta” bersaniana-cuperliana e ai renziani di stretta (sdraiata) osservanza.

Forse anticipando l’azione della magistratura, molto più probabilmente cedendo a pressioni romane che Roma, Largo del Nazareno, nega, Richetti ha annunciato il suo abbandono della corsa nelle primarie. Bonaccini, pure coinvolto nelle stesse indagini a stesso titolo di peculato (uso improprio di denaro pubblico), ha dichiarato che rimane in lizza. Evidentemente, il PD deve lavorare ancora affinché fra i suoi dirigenti si addivenga ad una interpretazione univoca del codice etico. Si è aperta una fase confusa che tutti i quotidiani definiscono caos. In Emilia-Romagna qualcuno vorrebbe, pessima idea, che il problema fosse risolto con l’abolizione delle primarie e l’arrivo di un “briscolone” mandato da Roma. A suo tempo, il briscolone Cofferati si rivelò un pessimo sindaco di Bologna. Altri vorrebbero, comunque, che il partito, ovvero, inevitabilmente, il suo ancora denso apparato, scegliesse un candidato unitario. Al momento, però, scaduto il termine per la presentazione delle candidature con le relative firme, un candidato c’è: Balzani, e non si vede perché, non sfiorato da inchieste, dovrebbe ritirarsi.
Il caos non è colpa delle primarie. Dipende da comportamenti politici riprovevoli (i rimborsi di spese che poco o nulla avevano a che vedere con l’attività di rappresentanza politica), da ambizioni personali di controllo e conquista di una carica importante, da desideri di rivalsa dell’apparato nei confronti di Renzi e di egemonia che Renzi desidera su tutto il Partito Democratico. La brutta politica ha una sola soluzione se il Partito Democratico desidera tenere fede al suo nome e attuare il suo Statuto: svolgere le primarie consentendo ai suoi moltissimi elettori di esercitare effettivo potere politico. Il resto sono pasticciacci brutti e violazioni di regole che un partito democratico deve evitare e sanzionare.

Pubblicato AGL 11 settembre 2014

Cosa insegna il caso Richetti. La versione di Pasquino

formiche

Nel giorno in cui Matteo Richetti, indagato per peculato, si ritira dalle primarie in Emilia-Romagna e si apprende che anche l’altro candidato Stefano Bonaccini è indagato, il politologo Gianfranco Pasquino ricava una lezione utile sul nuovo Senato riformato da Renzi e ai rottamatori vecchi e nuovi dice che…

Intervista raccolta da Fabrizia Argano per Formiche.it
9 settembre 2014

Cosa c’entrano il ritiro dalle primarie in Emilia-Romagna di Matteo Richetti, indagato per peculato, e la notizia arrivata in serata dell’iscrizione nel registro degli indagati anche dell’altro candidato, Stefano Bonaccini, con il nuovo Senato? Lo spiega a Formiche.net il politologo Gianfranco Pasquino: “Questo caso dimostra semplicemente come purtroppo la maggior parte dei consiglieri regionali ha fatto cose che non doveva fare. Non si capisce quindi perché debbano essere proprio i consiglieri regionali a far parte del nuovo Senato ipotizzato nella riforma Renzi-Boschi, vista la loro onestà tutt’altro che impeccabile”.

Richetti è in qualche modo vittima del giustizialismo rottamatorio praticato da se stesso e dalla cerchia dei renziani duri e puri?
In questi casi, vale una frase che i politici utilizzano spesso: bisogna lasciare che la Giustizia faccia il suo corso. Certo, Renzi dovrebbe imparare a filtrare chi riesce a salire sull’affollato carro del vincitore. Fino ad ora si è limitato a incamerare tutti, ora dovrebbe fare maggiore selezione altrimenti questo aspetto rischia di diventare un problema innanzitutto suo e poi di tutto il Pd.

C’è chi dice che l’iscrizione nel registro degli indagati di un renziano della prima ora come Richetti sia un primo avvertimento delle toghe a Renzi. Cosa ne pensa?
Certo, il timing dell’iscrizione fa pensare ma i magistrati hanno sempre una spiegazione per questo. Non credo comunque in un possibile futuro accanimento delle toghe verso Renzi né in passato verso Berlusconi. Esistono solo dei reati che giustamente vengono perseguiti dai magistrati.

Richetti ha fatto bene a ritirarsi?
Credo di sì, comunque sia è un gesto importante. Da indagato, penso sia opportuno uscire temporaneamente di scena.

Ora che succede in Emilia?
La notizia del passo indietro di Richetti è interessante per le conseguenze. I renziani staranno con il segretario regionale Stefano Bonaccini o con l’ex sindaco di Forlì Roberto Balzani? Il primo non è un renziano né della prima né della seconda ora ma un rappresentante della vecchia guardia, appoggiato da tutto l’establishment. Il secondo è l’outsider che a livello di idee potrebbe essere renziano ma non si è mai posto in atteggiamento servile verso il leader del Pd. La sua eventuale vittoria rappresenterebbe davvero la fine della vecchia guardia.