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COALIZIONE E CONFUSIONE

A quattro mesi dalle elezioni del settembre 2017, la Germania sembra avviata alla formazione di una Grande Coalizione, la terza in questo secolo, fra Democristiani e Socialdemocratici. Nel frattempo, Angela Merkel, Cancelliere in carica, disbriga non soltanto gli affari correnti, ma partecipa attivamente agli incontri europei e internazionali, prende decisioni. Naturalmente, lei sa che esistono limiti non scritti, ma effettivi, a quanto potere può esercitare e gli altri partiti sanno che non eccederà. Poiché è imperativo riconciliare i programmi elettorali di due partiti tuttora sostanzialmente alternativi, la stesura definitiva del programma di governo richiederà ancora qualche non facile settimana dovendo riflettere nella misura del possibile le preferenze dei contraenti e conseguire un buon compromesso. Tutto questo corrisponde ai risultati elettorali, è richiesto e consentito in situazioni, abituali nelle democrazie parlamentari che danno vita a governi di coalizione rivelando la flessibilità del parlamentarismo. Infine, configurano un esito democratico ovvero basato sulla regola principale delle democrazie: i numeri contano.

La difficoltà maggiore che la Grande Coalizione tedesca deve affrontare in questa fase è che viene costruita fra due partiti diversamente in non buona salute e fra due leader certamente non in ascesa. Per la signora Merkel questa sarà, comunque vada e comunque si concluda, l’ultima esperienza di governo. Per l’età e per la mancata rivitalizzazione della SPD anche il leader socialdemocratico Schulz deve mettere nel conto che difficilmente toccherà a lui guidare il suo partito prossimamente. Entrambi hanno, dunque, un forte interesse a fare funzionare al meglio la Grande Coalizione per uscirne da statisti che, per entrambi, significa con una Germania che abbia dato un grande impulso alla soluzione dei problemi europei (economia e migrazioni) e all’unificazione politica. L’eventuale non formazione di un governo di Grande Coalizione non soltanto sarebbe una sconfitta personale per Merkel e Schulz, che ne porterebbero la responsabilità, ma avrebbe anche gravi implicazioni per l’Unione Europea.

Meno visibile davvero è, invece, il senso di responsabilità dei dirigenti politici italiani in questa campagna elettorale. Certo, in Germania vanno all’accordo due grandi partiti che hanno avuto esperienze di governo e hanno una classe politica dotata di notevole preparazione e cultura. In Italia se la Grande Coalizione dovesse essere tentata dal PD e da Forza Italia è altamente probabile che mancheranno i numeri parlamentari per raggiungere la maggioranza assoluta. Qualsiasi aggiunta di altri partiti che, come suggeriscono i sondaggi, non potrebbero che essere la Lega e Fratelli d’Italia, introdurrebbe un elemento probabilmente indigeribile dal Partito Democratico e, comunque, configurerebbe un “normale” (no, non proprio normale) governo di coalizione multipartitica. D’altronde, mentre il Movimento Cinque Stelle continua nella sua ridefinizione programmatica avvicinandosi, almeno tatticamente, all’accettazione della presenza italiana in Europa, che dovrebbe essere la vera discriminante del patto di governo, rifiuta di dichiararsi pronto a fare una coalizione o ad entrarvi. In Italia, se Grande è la Coalizione fra i due partiti maggiori, dovrebbe discendere da un accordo, al momento politicamente improponibile, fra le Cinque Stelle e il PD.

Non è tanto la diversità programmatica che rende difficile qualsiasi coalizione di governo in Italia, ad esempio, una fatta da soli europeisti oppure l’alternativa di soli “sovranisti”. È la confusione, più, nel centro-destra e, in parte nelle Cinque Stelle, e meno, nel PD, che rende difficile non solo una Grande Coalizione, ma un qualsiasi accordo. La campagna elettorale può ancora cambiare molte cose, anche quei numeri, e servire a chiarire se l’elettorato italiano preferisce un governo effettivamente europeista, un governo né carne né pesce o un’alternativa inesplorata.

Pubblicato AGL il 23 gennaio 2018

Non sarà l’Italia a scassare l’Unione

Al Commissario europeo all’Economia, il socialista francese, già Ministro delle Finanze nel suo paese, Pierre Moscovici, che paventa un “rischio-Italia” post-elettorale nell’Unione Europea, non bisogna rimproverare l’ingerenza, non bisogna criticare la gamba tesa, ma la banalità delle sue affermazioni. Quando si preoccupa per i razzisti, anti-immigranti e anti-semiti, nel nostro paese, bisogna chiedergli un minimo di approfondimento comparato, con la Francia, ma anche con, purtroppo, molti, Stati membri dell’Unione: dall’Ungheria alla Polonia e, in misura chiaramente inferiore, dalla Germania all’Olanda. Almeno sulle discriminazioni e sulle frasi dal sen fuggite (comunque molto rivelatrici), gli italiani non sono peggio della maggior parte degli europei. Anche se deprecabili, ignoranti della storia, patria ed europea, stupidamente intimoriti dai migranti, che riceviamo e accogliamo in numero superiore a quello di tutti gli altri paesi dell’Unione tranne la Germania, noi italiani siamo, su questo punto, non troppo criticabili.

Sfortunatamente, Moscovici, che conosce l’italiano, ha probabilmente letto troppi quotidiani del Bel Paese. È da mesi, soprattutto dopo l’approvazione della legge elettorale Rosato, che tutti gli editorialisti dei maggiori quotidiani italiani insieme persino a coloro che curano la rubrica delle Lettere, annunciano, denunciano, prospettano l’ingovernabilità del dopo 4 marzo. Editorialisti e commentatori non hanno trovato abbastanza vigore per criticare la legge elettorale Rosato che costituisce gran parte del problema. Dopo trentacinque anni di dibattito sulle leggi elettorali, dovremmo avere tutti, persino coloro che le scrivono, avere imparato che quelle leggi definiscono il campo di gioco, stabiliscono che cosa possono fare o no i giocatori -partiti, candidati, elettori-, e producono conseguenze sull’esito del gioco: chi può vincere e quanto, ma anche sulla struttura e sulla disciplina dei partiti e dei loro gruppi parlamentari.

Forse Moscovici, lo scrivo scherzosamente, avrebbe dovuto intervenire a gamba tesa nel dibattito sulla legge elettorale: “Italiens, imparate finalmente qualcosa dalla Francia della grandeur: il sistema elettorale maggioritario a doppio turno in collegi uninominali!” Dopo l’impresa straordinaria di Macron e la sua campagna elettorale condotta all’insegna dell’Europa, Moscovici avrebbe anche potuto suggerire, altra entrata a gamba tesa, di passare a una Repubblica semi-presidenziale, la migliore innovazione nelle forme di governo contemporanee. Invece, no. Appiattito sull’attualità, ma troppo condizionato dal dibattito italico (sì, c’è malizia in questo aggettivo), Moscovici si trova d’accordo con quanto gli editorialisti di Corriere, Repubblica, Stampa e così via scrivono incessantemente, lamentevolmente e, non posso resistere, stucchevolmente. Come minimo, adesso, quegli editorialisti gli debbono manifestare tutta la loro solidarietà. Anzi, gli debbono esprimere gratitudine poiché, caro Moscovici, lei sta dando, a mio parere, inopportunamente e intempestivamente, ragione agli allarmisti.

Non so come finiranno le elezioni italiane dal punto di vista della distribuzione dei voti e dell’assegnazione dei seggi. So che ci sono ancora cinquanta giorni di campagna elettorale. Che c’è la possibilità di individuare le tematiche giuste e di fare errori clamorosi. So che i meccanismi della Legge Rosato hanno drasticamente ridotto il potere di scelta degli elettori. Però, a differenza della maggior parte dei commentatori italiani, so anche che il grande pregio dei modelli parlamentari di governo è la loro flessibilità, ma non posso pretendere che lo sappia Moscovici che ha vissuto tutta la sua vita politica nel semi-presidenzialismo. La flessibilità è all’opera in Germania. Non sarà da meno in Italia. Ci saranno negoziati e compromessi. Si formerà una coalizione di governo. L’Italia non scasserà l’Unione Europea. Bon, alors.

Pubblicato AGL il 19 gennaio 2018

In attesa di proposte #Politiche2018

Troppi dicono che la campagna elettorale in corso è “brutta”. Piena di rancori e di risentimenti, con molte vendette da consumare. Mi paiono categorie poco politiche, ma so benissimo che la politica è fatta da persone, elettori compresi, che, inevitabilmente, basano i comportamenti anche sulle emozioni. Nessuno dice quale campagna elettorale italiana è stata bella: quella del 1948 quando, secondo la DC, c’era il fondato rischio che i cosacchi giungessero ad abbeverare i loro cavalli in Piazza San Pietro? Certo, dopo il lungo percorso da Mosca avrebbero avuto moltissima sete. Quella del 1976 con il più fondato rischio, per i democristiani, che il PCI li “sorpassasse”? Quella del 1994, con gli ex- e i post-comunisti ai quali si contrapponeva l’immaginaria rivoluzione liberale di Berlusconi? Quella del 2013 in un paese ancora fiaccato dalla crisi economica al quale il centro-sinistra non sapeva cosa offrire e il Movimento di Grillo prometteva di fare vedere un cielo molto stellato? Ho lasciato fuori la campagna elettorale del 1996 nella quale la novità Ulivo sostenuta da molte associazioni si contrappose abbastanza (non trascuro l’appoggio condizionato, ma decisivo, di Rifondazione comunista) nettamente al centro-destra di Berlusconi privo della Lega che corse da sola. Brutta è stata, se guardiamo oltre Atlantico, la campagna elettorale per le presidenziali USA del 2016, e bruttissimo l’esito.

Cos’è davvero brutto nella campagna elettorale italiana? La mia risposta ferma e tassativa è: la legge elettorale Rosato che obbliga gli elettori a ratificare le alleanze fatte dal partito che intendono votare e ad accettare tutti i suoi candidati. La risposta della quasi totalità dei commentatori e dei conduttori televisivi è, invece, che la bruttezza deriva dalle promesse irrealizzabili che tutti gli schieramenti fanno senza curarsi del costo di quelle promesse e dell’esplosione probabile del debito pubblico, già a livelli insopportabili. È assolutamente giusto e opportuno criticare chi promette in maniera sconsiderata ed evidenziare che mancano le coperture, ma il mio suggerimento è di procedere in maniera diversa. Contrariamente al detto comune che non bisogna guardare al dito di chi indica (promette) la luna, sostengo che è proprio al possessore di quel dito che bisogna guardare.

La maggioranza di noi elettori non guarda soltanto alla luna che ci viene promessa. Ci chiediamo, invece, se chi indica quella luna è credibile. Se ha fatto promesse simili nel passato, le ha poi adempiute una volta al governo? Il suo schieramento è sufficientemente coeso dietro quelle promesse? Lo è stato nel passato?

Al suo interno esistono le competenze per tradurre efficacemente le promesse elettorali in politiche pubbliche? E, eventualmente, a ritoccare quelle promesse per procedere ad una migliore attuazione? I tre governi guidati da Berlusconi hanno fatto quello che avevano promesso? I governi del centro-sinistra guidati da Renzi e da Gentiloni hanno dimostrato tutta la competenza di cui si vanta l’attuale segretario del PD? Come valutare le capacità di governo delle 5 Stelle, solo in riferimento ai casi locali più visibili, Roma e Torino, oppure ampliando lo sguardo ad altre città con sindaci del Movimento? È mia opinione che la campagna elettorale attuale non sia né brutta né, aggettivo impegnativo, bella. Il suo difetto è che le proposte/promesse dei contendenti sono frammentarie, non consentono agli elettori di vedere quale idea di Italia abbiano i tre schieramenti: un’Italia credibile e attivo partner nell’Unione Europea oppure un’Italia sovranista fuori dall’euro e dalla UE? Ci sono ancora cinquanta giorni affinché gli schieramenti facciano chiarezza, individuino il loro tema dominante, formulino la loro idea d’Italia nei prossimi cinque anni. Poi saremo noi a decidere qual è, se non la migliore, la meno brutta.

Pubblicato AGL il 16 gennaio 2018

Siamo peggio di come ci descrive Mattarella #messaggiodiCapodanno #Mattarella

Caro Presidente,
è vero che l’Italia è un paese dalle molte qualità, ma anche dalle molte contraddizioni. Dunque, posso consentirmi di affermare che conosco un paese diverso da quello che lei ha persino troppo brevemente raccontato nel suo messaggio di Capodanno. Non è soltanto un paese “generoso e solidale”. È anche un paese dove c’è risentimento, dove ci sono lamentazioni, invidie, corporativismi. Perché non ricordarglielo, agli italiani, che non saranno mai i loro egoismi personali, delle loro associazioni, delle loro municipalità e regioni, a fare crescere economicamente il paese e socialmente un po’ tutti, a cominciare dai giovani. Certo ai giovani dobbiamo cercare di offrire almeno le opportunità che abbiamo avuto noi, ma smettiamo di caricarli di responsabilità e di blandirli alquanto ipocritamente. Mi chiedo, poi, e rispettosamente le chiedo, che cosa dovremo dire a quegli 800 mila giovani che hanno visto sfuggire sotto i loro occhi il conseguimento della cittadinanza italiana poiché troppi parlamentari irresponsabili hanno anteposto a un voto controverso le loro convenienze elettorali?

Spesso i nuovi ragazzi del Novantanove non hanno memoria e hanno studiato poco e male la storia perché poco e male gliela hanno insegnata. Che cosa potranno scrivere sulla pagina bianca della scheda elettorale di marzo è impossibile saperlo. Né può bastare loro il suo davvero vago invito, caro Presidente, a partecipare. Quella legge elettorale che lei loda perché è omogenea per entrambe le Camere (mi sfugge davvero quanto importante sia questo pregio, l’unico rivendicabile) concede a loro e noi, vecchi abituali esperti e sperimentati elettori, un potere minimo: con una crocetta diamo una delega in bianco a candidati, nominati e paracadutati, e ai partiti.
Lei ha detto e, personalmente, sono d’accordo e apprezzo, che la politica deve guidare, guiderà il cambiamento. Spero, anzi, sono convinto che nei molti, immagino, colloqui con gli esponenti del governo e dei partiti, lei vada oltre una soffice moral suasion che dai partiti e dai loro capi viene regolarmente interpretata come un buffetto e via. Ci vuole davvero un atto di immeritata fiducia per ritenere che quei partiti con la loro politica, che abbiamo visto, siano in grado di guidare il cambiamento. Sì, lo so che il Presidente della Repubblica deve stare al di sopra delle (litigiose) parti, però, entro certi limiti ha anche il dovere di intervenire pubblicamente tutte, ma proprio tutte, le volte che qualcuno vada non solo contro la Costituzione, ma anche, furbescamente, fuori dai binari costituzionali. Non sfugge certamente a Lei, già giudice costituzionale, che, oltre al rispetto della lettera, è indispensabile che vi sia rispetto anche dello spirito della Costituzione e non solo perché compie settant’anni di vita ben vissuta.

Sì, tuttora buona parte del futuro dell’Italia trova un percorso disegnata con grande preveggenza dai Costituenti. Seguendo quel percorso andremo nella direzione giusta: partecipazione, diritti, lavoro. Tuttavia, signor Presidente, mi sarei aspettato da lei che ricordasse con la sua autorevolezza e con vigore, facendo ricorso alle parole di un uomo politico che le deve essere stato caro, che il futuro non è più, già da qualche decennio, soltanto “nelle nostre mani”. Il futuro dell’Italia, nel bene, che è molto, e nel male, che pure c’è, si costruisce nell’Unione Europea osservando i suoi trattati e, eventualmente, tentando di cambiarli per andare avanti. E chi, se non i giovani, può avere maggiore interesse al futuro dell’Europa che c’è e di quella che potrebbe esserci? Sono fiducioso, caro Presidente, che lei leggerà queste considerazioni, “realistiche e concrete”, che il suo discorso mi ha suscitato. La ringrazio e le invio i miei auguri di buon anno. Temo che ne avrà bisogno e so che saprà farne ottimo uso.

Pubblicato AGL il 2 gennaio 2017

M5s, strategia a corto raggio

Le acrobatiche contorsioni in materia di Euro di Luigi Di Maio, candidato del Movimento Cinque Stelle alla Presidenza del Consiglio, riflettono, in parte la sua personale incultura economica e monetaria in parte le contraddizioni degli attivisti e dell’elettorato del Movimento. Indirettamente, suggeriscono anche che proprio l’Euro, se si vuole, ma sicuramente l’Unione Europea dovrebbero entrare più apertamente e potentemente nella campagna elettorale italiana. Anche il nuovo governo austriaco, popolari-liberali di destra, ha appena dato il suo contributo alla necessità di discutere dell’Unione e di che cosa significa per gli Stati-membri. L’idea del doppio passaporto per gli alto-atesini di “etnia-lingua” tedesca è provocatoria, nonché pessima. La risposta, però, consiste nel contrastarla con una controproposta più avanzata –già stata variamente ventilata, ma non sufficientemente sostenuta: tutti i cittadini degli Stati-membri dell’UE avranno un solo passaporto, quello Europeo. Già, grazie a Schengen, i cittadini degli Stati che vi hanno aderito, circolano liberamente. Già, gli europei hanno gli stessi diritti che possono fare valere anche contro i rispettivi Stati nazionali. Già diciannove Stati hanno la moneta comune. È persino logico che ottengano un unico passaporto. Quanto all’Euro, certo la moneta comune richiederebbe, ma, forse, sta per arrivare, un Ministro europeo dell’Economia. Esigerebbe maggiore coordinamento delle politiche fiscali campo sul quale, peraltro, la Commissione Europea è già molto attiva.

Di Maio e tutti coloro, Matteo Salvini e Giorgia Meloni inclusi, che vogliono “uscire” dall’Euro, dovrebbero chiarire in che cosa (ri)entreremmo: nella vecchia lira oppure faremmo, non sto scherzando più di tanto, un balzo nei Bitcoin? Tornare alla vecchia lira risolverebbe il problema economico più grande che l’Italia ha, vale a dire un debito pubblico pari al 136 per cento del Prodotto Interno Lordo? Sarebbe più facile con la lira pagare gli ingenti interessi per rifinanziarlo? Quale e quanta credibilità avrebbe la lira italiana sui mercati? Una delle più pesanti conseguenze del referendum britannico che ha portato alla Brexit è già stata il deprezzamento del 20 per cento del valore della sterlina, notoriamente una valuta molto, molto più forte della lira. Supponendo, comunque, che, oltre a votare “sì” personalmente al referendum sull’uscita dall’Euro, il capo del governo italiano Di Maio sia anche riuscito a convincere una maggioranza di italiani, questo esito lo rafforzerebbe quando andrà a Bruxelles a trattare i problemi dell’Unione Europea e dell’Italia e a proporre soluzioni innovative formulate dal Movimento Cinque Stelle oppure si troverebbe più isolato, forse addirittura marginalizzato? L’uscita dall’Euro potrebbe in qualche modo rafforzare i cosiddetti “sovranisti” italiani nelle due versioni, non incompatibili, ma neppure perfettamente sovrapponibili, della Lega di Salvini e dei Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni.

Di che tipo è il “neo [o tardo] sovranismo” di Luigi Di Maio? Saranno quelli di Salvini e di Meloni i voti parlamentari che dovrebbero consentirgli di governare il paese? Mi riesce impossibile pensare come i problemi ai quali l’Unione Europea sta facendo fronte con non poche difficoltà, a cominciare da quello, che è destinato a durare, dei migranti, a continuare con il rilancio delle economie e con il contenimento/riduzione delle disuguaglianze, possano essere meglio affrontati e addirittura risolti dai singoli stati per conto loro, con le loro sole risorse. Il sovranismo mi sembra pericolosamente simile al “socialismo in un solo paese”. In un mondo globalizzato, le soluzioni a tutti i problemi rilevanti sono e saranno sovranazionali. Discutere come potenziare il grande progetto dell’unificazione politica dell’Europa renderebbe la campagna elettorale italiana un fecondo confronto di valutazioni e proposte.

Pubblicato AGL 21 dicembre 2017

L’Europa non si fida dell’Italia

Periodicamente, un esponente della Commissione Europea ricorda al governo italiano, forse a tutti gli italiani, con toni seri e, talvolta, perentori che, no, non stiamo mettendo abbastanza in ordine il sistema economico. Magari, i Commissari riconoscono gli sforzi fatti, li incoraggiano, i più gentili fra loro, come il francese Pierre Moscovici, si complimentano per la strada intrapresa, ma il messaggio non cambia: troppo poco il fatto, moltissimo l’ancora da fare. Questa volta è toccato al vice-presidente della Commissione, il finlandese Jyrki Katainen, affermare che “tutti possono vedere dai numeri che la situazione in Italia non sta migliorando”. La risposta sbagliata a Katainen è stata data da coloro che si sono affrettati a notare che quando lui era Primo ministro della Finlandia, l’economia del suo paese ha avuto non poche difficoltà. A parte che “mal comune [ma il male finlandese è di moltissimo inferiore a quello italiano] mezzo gaudio” non produce nessun miglioramento per l’Italia, la risposta Gentiloni e Padoan la debbono dare con i dati della Legge di Bilancio 2018 che è in discussione nelle aule del Parlamento.

Oltre ad essere fondate su un ineludibile dato di fatto, vale a dire il debito pubblico italiano che continua a trovarsi al disopra del 130 per cento del Prodotto Nazionale Lordo e che, di conseguenza, costa alcuni miliardi di euro per interessi, le affermazioni/valutazioni di Katainen sono un monito e una preoccupazione: bisogna fare di più, attenzione al futuro prossimo. L’economia italiana continua a crescere alquanto meno della media degli Stati-membri dell’Unione Europea. Ma, qui sta la parte forte del monito di Katainen, le riforme programmate debbono essere portate a compimento, in particolare quella dell’età pensionabile. Poi viene la preoccupazione. L’Italia sta entrando in una campagna elettorale che sarà alquanto prolungata e tormentata. Katainen teme, e con lui, sicuramente non pochi altri Commissari, che partiti e dirigenti italiani si lancino in promesse “economiche” che non potranno mantenere, ma che, se le mantenessero, farebbero deragliare il treno della ripresa. Gli si potrebbe replicare che i rimproveri della Commissione rischiano di essere utilizzati proprio dai “sovranisti” alla Salvini e alla Meloni che potrebbero annunciare che loro imposteranno una politica economica più attenta ai bisogni degli italiani respingendo le interferenze europee. Difficile dire, a questo punto, in quale misura il Movimento Cinque Stelle vorrà sfidare o tenere conto delle compatibilità.

Più o meno all’unisono, soprattutto per non farsi scavalcare dai concorrenti, i capi dei partiti italiani sosterranno che l’Unione dovrebbe preoccuparsi meno del rigore e più della crescita. Qualcuno vorrà andare a Bruxelles a battere i pugni sul tavolo, promesse da marinaio, comunque rimaste senza seguito. Notoriamente, sul rigore, da praticare non soltanto nei confronti dell’Italia, si ricompatta uno schieramento che segue la Germania e di cui fa parte anche la Finlandia (oltre a Olanda, Svezia, Paesi Baltici). La politica italiana ha due punti deboli. Il primo è quello di non trovare alleati sufficientemente forti e duraturi. Il detto inglese “se non puoi batterli [gli avversari] unisciti a loro” è difficile da mettere in pratica per i governi italiani che, nonostante le speranze derivanti dalla vittoria di Macron, l’alleato di peso nella Francia proprio non l’hanno trovato. Il secondo punto debole è quello finora risultato insuperabile: l’Italia non è sufficientemente credibile. I suoi governi fanno promesse a Bruxelles alle quali a casa non danno seguito. Continuano periodicamente, forse il governo Gentiloni meno dei suoi predecessori, ad attribuire le difficoltà all’Unione e a non assumersi le proprie responsabilità. Di fronte a chi è credibile si possono allentare i vincoli, i cordoni della borsa. All’Italia, dice Katainen, con tono fin troppo severo, no.

Pubblicato AGL il 17 novembre 2017

Grosse Koalition a Londra #vivalaLettura #Corriere

Un gioco istruttivo: immaginare gli effetti di leggi elettorali diverse nei maggiori Paesi europei. In Germania il maggioritario esalterebbe la centralità della Cdu. Con il proporzionale in Francia Macron sarebbe più debole e Le Pen più forte, mentre in Gran Bretagna i liberali diventerebbero decisivi a meno di un’intesa tra conservatori e laburisti.

 

Le leggi elettorali sono fatte di regole, meccanismi, clausole e procedure che non soltanto stabiliscono come i voti vengono tradotti in seggi, ma che influenzano gli stessi comportamenti degli elettori. Troppo spesso, sondaggisti e commentatori sottovalutano, quando non, addirittura, dimenticano, che gli elettori valutano le opzioni e scelgono anche sulla base delle conseguenze che sono in grado di prevedere. Da tempo sappiamo che se la legge elettorale è proporzionale l’elettore si trova nelle condizioni migliori per esprimere un voto “sincero”, vale a dire, scegliere il partito che preferisce. Invece, laddove esistono collegi uninominali nei quali la vittoria arride al candidato/a che ottiene più voti, l’elettore potrà rinunciare a sostenere il suo candidato preferito che non abbia possibilità di vittoria scegliendo il voto “strategico”, vale a dire votando chi abbia maggiori probabilità di sconfiggere il candidato a lui/lei più sgradito. Questo tipo di voto è alquanto frequente, come abbiamo visto e imparato in molte tornate elettorali, qualora la legge elettorale contempli due turni, ad esempio, nell’elezione dell’Assemblea nazionale in Francia, poiché il votante gode anche della possibilità di valutare tutto quello che succede, “scomparsa” del candidato da lui/lei votato al primo turno, desistenze di candidati e accordi fra dirigenti di partiti, fra il primo e il secondo turno.

Sulla base di queste semplici, ma essenziali, considerazioni, possiamo chiederci, non soltanto a scopo di divertissement, ma di apprendimento, che cosa succederebbe se nelle tre grandi democrazie europee: Germania, Francia e Gran Bretagna cambiassero le leggi elettorali finora utilizzate. Di quanto e come sarebbero influenzati i comportamenti degli elettorati e quali effetti avrebbero sulla composizione dei Parlamenti e sulla formazione dei governi? Fortunatamente, è possibile muoversi su un terreno politico almeno in parte già dissodato, per quanto in maniera diversa, in tutt’e tre i paesi. Per esempio, l’avvento in Germania di una legge tutta maggioritaria di tipo inglese, incidentalmente, proprio come avrebbero voluto alcuni grandi politologi tedeschi costretti all’esilio in USA, fra i quali il più combattivo fu Ferdinand Hermens, sarebbe soltanto parzialmente una novità poiché già la metà (dopo le elezioni del 24 settembre, con i molti “mandati aggiuntivi”, persino, un po’ di più) dei parlamentari tedeschi sono eletti in collegi uninominali. Quasi sicuramente, una legge elettorale di tipo inglese ridurrebbe considerevolmente il numero di seggi conquistabili dai partiti, Liberali, Verdi e Die Linke, che si situano intorno al 10 per cento dei voti, ad esclusione, forse di Alternative für Deutschland che ha una forte presenza concentrata nei Länder della Germania orientale e, sembra, anche in Baviera, dove, quindi, i suoi candidati potrebbero vincere in diversi collegi uninominali. Da una legge elettorale maggioritaria la CDU di Angela Merkel (e del suo successore) trarrebbe qualche vantaggio, ma probabilmente non conquisterebbe la maggioranza assoluta di seggi nel Bundestag cosicché sarebbe ancora costretta a scegliersi, pur in condizioni di maggiore forza, almeno un alleato di governo. I socialdemocratici uscirebbero appena rafforzati da una legge maggioritaria con i collegi uninominali che metterebbero loro e la loro costola, Die Linke, di fronte alla necessità di una convergenza con il voto “strategico” sulle candidature reciprocamente più gradite e potenzialmente vincenti. In definitiva, la CDU, grande partito di centro, risulterebbe ancora di più il perno e il motore della democrazia tedesca.

Neppure per la Francia il passaggio da una legge elettorale maggioritaria a una legge proporzionale costituirebbe una sorpresa. Dal 1946 al 1958 i francesi andarono al voto proprio con una legge proporzionale che incoraggiava e premiava gli apparentamenti, ma che non impediva affatto la sopravvivenza e la rappresentanza di piccoli gruppi. Fu per volontà del Generale de Gaulle che si passò al sistema maggioritario a doppio turno, simile, peraltro, a quello che era stato utilizzato nella seconda fase della Terza Repubblica (1871-1940). Con un’operazione del tutto pro domo sua il Presidente socialista François Mitterrand, politico quant’altri mai della Quarta Repubblica, resuscitò una legge proporzionale con l’obiettivo esplicito di impedire un’annunciata vittoria dei gollisti nel 1986 oppure, quantomeno, per contenerne le proporzioni. I gollisti guidati da Chirac, alleati con i repubblicani dell’ex-Presidente Valéry Giscard d’Estaing, vinsero comunque e procedettero subito al ripristino della legge maggioritaria. Da allora, però, la Francia “soffre” le conseguenze di lungo periodo di quella decisione di Mitterrand. Infatti, nel 1986, proprio l’utilizzo della legge proporzionale consentì al Front National guidato da Jean-Marie Le Pen di ottenere con il 9, 86 per cento dei voti 35 seggi in parlamento, subito spariti con il rapido ritorno nel 1988 alla legge maggioritaria a doppio turno e mai più riconquistati. Nel 2017 con il 13,20 per cento dei voti, Marine Le Pen ha vinto appena 8 seggi. Dunque, non potrebbe che essere felice se tornasse la proporzionale poiché il numero dei seggi del Front National balzerebbe fino all’incirca a 60. Ça va sans dire che la re-introduzione della proporzionale non soltanto renderebbe quasi impossibile a La France en marche di Emmanuel Macron di conquistare la maggioranza assoluta di cui, frutto anche di numerosissimi voti strategici, gode attualmente all’Assemblea Nazionale, avendo conseguito meno del 33 per cento dei voti, ma non porrebbe nessun ostacolo alla gioiosa frammentazione delle liste di sinistra (sì, i dirigenti francesi della gauche hanno già dimostrato nel 2002 di sapere fare anche peggio, quanto alle divisioni particolaristiche, delle sinistre italiane). Peraltro, il semipresidenzialismo funziona anche se il governo sarà/fosse di coalizione.

Qualche esperienza con una legge elettorale proporzionale i britannici l’hanno già avuta, e non l’hanno gradita. Sono stati costretti a votare per eleggere i loro eurodeputati con un sistema proporzionale. Molti di loro hanno preferito starsene a casa. Nel 2014 per il Parlamento europeo ha votato soltanto il 35.6 per cento (Italia 57,22 per cento) agevolando il successo in termini di seggi per chi si opponeva all’Unione Europea nel cui Parlamento voleva, però, entrare, e vi riuscì a vele spiegate: lo United Kingdom Independence Party, antesignano della Brexit, che con il 27,6 per cento di voti ottenne 24 seggi. Già sono otto i partiti rappresentati a Westminster e, comunque, sono sempre stati più di tre (attualmente, oltre ai tre maggiori, si trovano, nell’ordine: Nazionalisti scozzesi; Unionisti dell’Ulster; Gallesi; Sinn Fein, Verdi), ma due soli si sono alternati al governo del Regno Unito nel secondo dopoguerra fino alla coalizione Conservatori-Liberali dal 2010 al 2015. Quindi, la proporzionale non farebbe crescere il numero dei partiti rappresentati alla Camera dei Comuni, ma aumenterebbe i seggi, per esempio, dei Liberaldemocratici, il partito nazionale molto svantaggiato dalla legge maggioritaria, e dei Verdi, svantaggiatissimi. Sicuramente, diminuirebbero i seggi dei due principali partiti: i Conservatori e i Laburisti. Nelle condizioni date non è neppure da escludere che una parte di Conservatori facciano una miniscissione motivata da una Brexit che ritengano troppo svantaggiosa per il reame. Con tutta probabilità, qualsiasi governo finirebbe per nascere intorno ad un’alleanza a due con i Liberali che potrebbero diventare il partito pivot per evitare una Grande Coalizione (s’è visto mai che i britannici imitino i tedeschi?).

Nessuno di questi esiti, in termini di numero dei partiti che ottengono, o no, rappresentanza parlamentare, e di assegnazione dei seggi fra i partiti, con la sicura sovrappresentanza dei partiti grandi qualora si utilizzi una legge maggioritaria, stupirebbe gli studiosi dei sistemi elettorali. Tutti richiamerebbero l’attenzione sulle clausole relative alle leggi proporzionali, quali, soprattutto, la soglia di accesso al Parlamento e la dimensione delle circoscrizioni misurata con riferimento al numero di parlamentari da eleggere in ciascuna di loro. Però, con circoscrizioni piccole nelle quali siano da eleggere meno di dieci parlamentari la potenziale frammentazione del sistema dei partiti sarebbe notevolmente contenuta. Infine, nessuno degli analisti sosterrebbe che le leggi maggioritarie danno governabilità e che le leggi proporzionali garantiscono rappresentanza. Le leggi maggioritarie premiano i partiti già grandi, ma la capacità di governare dovrà essere dimostrata dai loro dirigenti. Per il solo fatto che consentono l’ingresso in Parlamento a molti partiti, non è affatto detto che le leggi proporzionali diano migliore e maggiore rappresentanza. Al contrario, potrebbero essere responsabili della frammentazione partitica e parlamentare. Qualora, poi, analisti elettorali e cittadini s’interroghino sulla qualità della rappresentanza parlamentare, è probabile che convergerebbero su almeno un’importante conclusione: buone e preferibili sono quelle leggi elettorali che, poiché sono imperniate su collegi uninominali o prevedono le preferenze, danno a chi vota il potere di influire in maniera significativa sull’elezione dei rappresentanti. Saranno poi quei parlamentari a offrire rappresentanza e garantire governabilità, non i premi altrove inesistenti. De Italia fabula narratur.

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Quel venticello che sospinge il Carroccio

Zaia 3-Maroni 2. I suoi gol Maroni li ha segnati nel tempo di recupero quando oramai la squadra dei Veneti guidati da Zaia aveva dilagato. Proprio perché era un referendum consultivo, il dato sull’affluenza ha segnalato sia l’interesse effettivo degli elettori sia la presa dei due governatori sull’opinione pubblica della loro regione. Certo, la prospettiva, molto ingannevole, di tenersi nei confini della propria regione i nove decimi degli schei pagati in tasse è stata mobilitante per gli elettori/contribuenti veneti. In Lombardia, invece, il tasso di europeismo e di cosmopolitismo di alcune città, in particolare di Milano, ha giocato contro le aspettative di Maroni, che pure le aveva tenute basse mirando, chi sa perché, al 34 per cento di affluenza. Con il referendum consultivo che mira a ottenere più competenze dal governo centrale e a versare meno imposte, le due ricche regioni del Nord aprono un contenzioso nazionale e non troppo indirettamente sfidano anche le altre regioni italiane, la maggior parte delle quali, a cominciare, lo sanno tutti e lo confermano tutte le statistiche, da quelle del Sud, sono poco virtuose. Probabilmente, Veneto e Lombardia potevano fare a meno delle nient’affatto piccole spese per un referendum consultivo e seguire la strada della dichiarazione d’intenti approvata dal Consiglio regionale dell’Emilia-Romagna che persegue obiettivi simili, con un pizzico in meno di autoreferenzialità fiscale.

Adesso, tratto il dado, una qualche risposta dal governo dovrà arrivare. Certamente, sarebbe utile ascoltare le reazioni del Ministro per la Riforme Istituzionali, la piddina siciliana Anna Finocchiaro, ma tutti devono essere consapevoli che nessun percorso di ridefinizione di compiti e di competenze, di redistribuzione delle risorse e di un migliore loro impiego può cominciare adesso. L’agenda legislativa di un Parlamento in prossima scadenza è già fin troppo piena di materie importanti, alcune, come la impegnativa Legge di bilancio, assolutamente ineludibili. Il governo Gentiloni, che ha molte gatte da pelare, alcune recapitategli dal segretario del PD, non può assumersi l’onere di dare adesso risposte che il prossimo governo, fatto chi sa come, guidato da chi sa chi, dovrebbe mettere in atto oppure respingere cominciando da capo. Comunque, è bene che il tema del riordino complessivo del regionalismo italiano sia stato posto. In contemporanea, è successo qualcosa di importante anche per la politica intesa come rapporto fra partiti e coalizioni.

Seppure indirettamente e, in parte, inconsapevolmente, Zaia e Maroni hanno lasciato/fatto cadere il sovranismo di Salvini. Chi vuole potenziare nell’ambito dello Stato italiano le regioni virtuose del Nord non può al tempo stesso aderire alla prospettiva di uscire dall’Unione Europea e di riconquista della (ceduta, non perduta) sovranità nazionale. È un conflitto non da poco quello che potrebbe aprirsi nella Lega del Nord. C’è dell’altro poiché la leadership interna di Salvini esce un pochino appannata dal successo dei due governatori, incidentalmente, né l’uno né l’altro abituati ai toni roboanti del capo della “loro” Lega. Tuttavia, ed è sicuramente questo che per Salvini conta molto di più, il profilo politico della Lega di lotta e di governo si staglia alto. Insomma, Zaia e Maroni hanno dimostrato di sapere intercettare e interpretare le pulsioni profonde, ma anche gli interessi degli elettori veneti e lombardi che costituiscono un patrimonio cospicuo di voti per la Lega. Con molti sondaggi credibili che danno il centro-destra competitivo a livello nazionale, non c’è dubbio che Salvini saprà spendere l’esito referendario sul tavolo dell’assegnazione dei collegi del Nord. Insomma, il venticello del Nord soffia nelle vele della Lega, ma moltissimo rimane da prospettare e da fare per chi vorrà rimettere mano all’ordinamento regionale italiano in un’ottica non provinciale, ma europea.

Pubblicato AGL il 24 ottobre 2017

Referendum anticipo delle urne

“iPerché” di Impaginato, risponde Pasquino:
referendum anticipo delle urne, Renzi ha perso la testa.

Il referendum nel lombardo veneto? Utile senza’altro ad alzare i toni contro il governo, una sorta di anticipo della prossima campagna elettorale, ma Matteo Renzi e il Pd hanno perso la testa. Così il prof. Gianfranco Pasquino, uno dei massimi politologi italiani, docente di scienza politica all’università di Bologna, nonché adjunct professor al Bologna Center della Johns Hopkins University.

Antonio Polito sul Corriere della Sera scrive che la voce del nord va ascoltata: il referendum è stato lo strumento giusto?
Non era certo lo strumento per ascoltare, ma solo per alzare i toni contro il governo nazionale e spia di una certa visione di regionalismo straccione che sta imperando in Italia. Era anche il momento giusto perché la Sicilia sta andando verso le sue elezioni in una condizione economica e gestionale disastrata. Quindi si apre una sfida, anche se non ho ben capito cosa hanno voluto dire gli elettori. Ma di un’altra cosa sono sicuro: i veneti vogliono che la maggior parte delle loro tasse resti lì. Il classico egoismo di taluni settori del nord, spiegabile perché sono esasperati dal modo in cui i loro soldi sono poi utilizzati a livello nazionale.

È vero che da oggi in poi ci sarà questo big bang di riforme istituzionali di stampo federalista?
Semplicemente la Lega sta per tornare al governo. Questo è un segnale politico: sia Zaia sia Maroni, ma il primo più del secondo, sono in grado di mobilitare una parte cospicua dell’elettorato, portarla alle urne per votare sì e per molte buone ragioni. Sperano (Salvini in primis) che ciò sia un trampolino di lancio per le prossime politiche. Se dovessero vincerle allora dovranno, in qualche modo, fornire una risposta a questo tipo di domande.

Perché dice in qualche modo?
Perché siamo in presenza di una situazione dall’enorme complessità: non può essere certamente solo una questione di soldi, ma di competenze. Bisognerà che, chi sarà preposto a negoziare con loro, accetti che alcune competenze in più vadano a Lombardia e Veneto, purché ci siano garanzie in grado di essere esercitate.

Questo potere di negoziato per le singole regioni potrà minare l’unità nazionale?
La nostra è un’unità nazionale abbastanza debole, fluida e gelatinosa. Non è rigida per cui si dà un colpo e un pezzo se ne va. Ma si continuerà a trattare credo senza grandi idee, anche perché non ci troviamo di fronte a degli straordinari pensatori federalisti. Mi riferisco a persone che siano in grado di indicare come ristrutturare lo Stato Italiano in maniera federale: e purtroppo non ne esistono in Italia

Per cui la questione settentrionale e quella meridionale come si affrontano?
Dobbiamo renderci conto che la vera battaglia italiana non è relativa alla ridistribuzione di risorse all’interno del Paese, quanto piuttosto a come stare in Europa, quindi come utilizzare al meglio tutte le opportunità che l’Ue offre ai membri virtuosi.

Dal momento che, come confermano le ultime posizioni nelle classifiche europee, l’Italia di virtuoso al momento fa poco, pensa che il rischio troika determinerà le alleanze post elettorali?
La Grecia è stata un caso straordinario e un caso limite, perché nel frattempo la troika ha governato il Portogallo che, nonostante grandi proteste di piazza, è rientrato nei binari giusti e sta crescendo poco più dell’Italia, da un paio d’anni a questa parte. Il Portogallo ha imparato la lezione greca, anche se Atene partiva da un punto ancora più basso. Ciò che ci importa sapere è che, se utilizzassimo al meglio i fondi Ue specialmente nel Mezzogiorno d’Italia dove nemmeno sono spesi in tempo, si riuscirebbe a far fronte, con risorse continentali, ai nostri atavici problemi creati da una contingenza di vizio italiano.

Il Pd avrebbe potuto fare una riforma diversa per non arrivare a questo referendum?
Sì. Ma il dato è che in Veneto e Lombardia il Pd è debole, e alcuni esponenti nazionali di quelle due regioni potevano essere più attenti. Penso al vicesegretario Guerini che avrebbe potuto avere qualche altra risposta, o al ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina,lombardo, che cerca di minimizzare, o al capogruppo Rosato: sarebbero dovuti in quella campagna elettorale tentando di dare una curvatura diversa.

Il punto di non ritorno del Pd è nel referendum dello scorso dicembre? Compreso lo scivolone su Bankitalia, la diaspora a sinistra e, da ultimo, il ping pong Renzi-Boldrini?
Renzi ha perso la testa due volte: del governo e di se stesso. Per cui oggi si dimena in modo scomposto. Purtroppo per noi i suoi collaboratori non gli dicono nulla perché, grazie alla nuova legge elettorale, Renzi avrà la possibilità di nominare e fare eleggere un centinaio di parlamentari. Detto questo il Pd ha perso qualsiasi strategia di rilevanza, anche se non del tutto: in molti elettori serpeggia la tesi che i democrat siano comunque un argine contro la destra o contro i populismi. Ma proprio la propaganda renziana presenta traccia evidenti di quel populismo, come la proposta di voler difendere i risparmiatori contro le banche: una classica affermazione populista. Riprovevole che nessuno glielo abbia ricordato.

Pubblicato il 23 ottobre 2017

Una sequenza di errori reciproci #Catalogna

La premessa è che il referendum per l’indipendenza, ovvero, in pratica, la secessione, della Catalogna dalla Spagna è stato dichiarato illegale dalla Corte Costituzionale. Dunque, non si sarebbe dovuto tenere. Però, una volta iniziata la procedura, la sequenza di errori e di esagerazioni da entrambe le parti, governo spagnolo e governo (Generalitat) catalana ha prodotto e continua a produrre conseguenze assolutamente deprecabili. Sarebbe sostanzialmente inutile ricordare che la Catalogna ha sempre avuto delle divergenze con il governo centrale, per ragioni storiche, per la repressione cui fu sottoposta dal franchismo, per la convinzione che troppe sue risorse vadano fuori dai suoi confini a favore di altre regioni spagnole. Tutto questo è vero, ma insufficiente a spiegare l’insistenza del Presidente Puigdemont e della sua compagine di governo per giungere a un vero e proprio distacco dalla Spagna. D’altro canto, il governo centrale, di minoranza, guidato dal capo del Partito Popolare, Mariano Rajoy (i Popolari sono debolissimi in Catalogna), non aveva forse altra scelta che opporsi frontalmente a un referendum che potrebbe aprire la strada a rivendicazioni estreme di altre Comunità autonome (come sono chiamate le Regioni in Spagna), a cominciare dai Paesi Baschi e, addirittura, alla disgregazione della Spagna. L’invio della Guardia Civil a Barcellona e nelle altre città catalane ha, inevitabilmente, comportato scontri fisici con i catalani indipendentisti o che, semplicemente, volevano votare, esprimere la loro preferenza.

Tanto Puidgemont quanto Rajoy sono andati troppo avanti per potersi fermare temendo di “perdere la faccia” che comporterebbe probabilmente perdere il potere politico e la loro carica. Le immagini televisive e fotografiche, quelle trasmesse attraverso la rete, della Guardia Civil che usa la forza per impedire il voto, che picchia i dimostranti, che rovescia le urne, vanno sicuramente a scapito del governo centrale. Bisogna, però, andare oltre quelle immagini. Andando all’indietro, deve rimanere fermo quanto sancito dalla Corte Costituzionale: nessun referendum. Andando avanti s’incontrano due interrogativi complessissimi. Il primo riguarda quale strada intraprendere per giungere a una riflessione tutt’altro che teorica, ma potentemente politica: tutte le minoranze organizzate che abbiano il controllo di un territorio e che siano in grado di invocare una storia, una cultura, una lingua comuni godono automaticamente di un diritto alla secessione? In un’Europa che vuole costruire una comunità sovranazionale federale bisogna passare attraverso l’accettazione di identità subnazionali? In parte, il problema è già stato posto dagli scozzesi, il cui referendum vide, però, la sconfitta degli autonomisti/secessionisti. Il secondo interrogativo concerne il comportamento del governo spagnolo.

Non sarebbe stato preferibile lasciare che i catalani si esprimessero con il voto, democraticamente (anche se in casi come questi la pressione sociale finisce spesso per impedire la totale libertà di espressione del voto) e poi valutare l’esito numerico per procedere a negoziati? Comunque, l’eventuale vittoria del sì avrebbe dovuto essere valutata con riferimento alla percentuale dei votanti e seguita da una riflessione su come tradurla in un processo politico che, come dimostra la Brexit, certo, a un altro livello, sarebbe oscuro e molto denso di complicazioni. I catalani hanno messo in movimento qualcosa di più grande di loro, in maniera che penso sia corretto definire irresponsabile, ovvero senza curarsi delle conseguenze e cercando di addebitarle tutte allo Stato centrale. Nessuno pensi che quanto sta succedendo è colpa dell’Unione Europea né che la soluzione debba venire esclusivamente dalla UE che guarda attonita e preoccupata, ma giustamente non interviene in un delicatissimo scontro interno ad uno Stato-membro. Troppo facile concludere che nulla sarà come prima. Triste pensare che, almeno per qualche tempo, sarà peggio di prima.

Pubblicato AGL il 2 ottobre 2017