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Testo ancora attuale. Va usata con prudenza

articolo 1 testata

Intervista raccolta da Valentina Bombardieri per L’Articolo 1 Anno II, numero I-II, 2016

Come dice nel suo libro “La costituzione in 30 lezioni”: “Nessuna Costituzione può essere capita se non se ne conoscono le origini, storiche e politiche. Nessuna Costituzione può essere analizzata e interpretata in maniera illuminante e convincente se non la si colloca nel suo contesto politico. Infine, nessuna modifica di qualche valore e durata può essere introdotta con successo da chi non conosce e non comprende la dinamica delle forze e delle (debolezze) politiche”. Quali sono stati secondo Lei i sentimenti, le spinte e le motivazioni che hanno portato alla nascita della Costituzione Italiana?
In primo luogo una costituzione, nel momento in cui veniva ricostruita la democrazia italiana, era assolutamente necessaria. Non si poteva mantenere in vita lo Statuto Albertino, promulgato nel 1848 e rimasto in vigore anche durante il fascismo. C’era un obbligo politico, prima ancora che costituzionale e forse anche morale. Bisognava garantire alla Repubblica che stava nascendo un nuovo un patto fra cittadini e fra cittadini e istituzioni. In secondo luogo c’era la necessità di ristabilire i rapporti fra i partiti che si erano dipanati in maniera molto diversa prima del fascismo, fino al 1921-1922. I Costituenti dovevano fare i conti inoltre con una società che non conoscevano in quanto “atomizzata” da vent’anni di fascismo: il regime, infatti, aveva consentito solo alla Chiesa Cattolica di svolgere attività sociale e, sotterraneamente, politica. Bisognava quindi che la Costituzione incoraggiasse la partecipazione dei cittadini; cittadini che non si conoscevano poiché il fascismo aveva impedito qualsiasi forma di comunicazione. Questi tre “imperativi” hanno spinto alla stesura piuttosto rapida: i costituenti impiegarono solo un anno e mezzo per elaborare un documento che rimane di grande rilievo.

Quale modello di democrazia puntavano a costruire i Costituenti del 1946 e quale modello di democrazia emerge dalle riforme approvate ora in Parlamento?
Nel 1946, quando i Costituenti vennero chiamati a individuare un modello di democrazia da dare all’Italia Repubblicana e Democratica esisteva fondamentalmente un unico punto di riferimento a cui rivolgersi, cioè il modello francese della IV Repubblica: non conoscevano le democrazie scandinave, che hanno la particolarità di avere a capo dello Stato un monarca né potevano imitare l’inimitabile modello inglese, una monarchia e una democrazia parlamentare direi quasi eccezionale nel panorama mondiale. Avrebbero potuto ispirarsi agli Stati Uniti, una repubblica presidenziale e, infatti uno di loro, Piero Calamandrei, grande giurista del Partito d’Azione, suggerì di guardare al di là dell’Atlantico ma alla fine i Costituenti volsero lo sguardo verso la Francia, che era il paese più vicino, più simile all’Italia anche dal punto di vista della struttura del sistema dei partiti. Costruirono quindi una forma e un modello parlamentare tradizionale o se vogliamo classico. Da qui conseguirono una serie di nodi e problemi che i costituenti sapevano sarebbero giunti al pettine, motivo per cui scrissero l’articolo 138 che consente le modifiche del testo costituzionale. Non mi è chiaro, invece, qual è il modello di democrazia parlamentare, se davvero la si può ancora definire così, che le riforme del governo Renzi vogliono creare. Vedo un rafforzamento notevole della figura del Presidente del Consiglio e un rafforzamento del partito che vince le elezioni, perché potrà contare su un premio cospicuo a livello di seggi. Vedo il de-potenziamento di alcune strutture a cominciare dal Senato ma non va molto meglio al Referendum; vedo un ridimensionamento del ruolo del Presidente della Repubblica. Qualcuno dice che oggi ci troviamo davanti a una forma neo-parlamentare: sinceramente non credo proprio. Ciò che si intravvede è soprattutto confusione e la mancanza di una visione sistemica. Al momento non sappiamo che tipo di democrazia si realizzerà nel nostro Paese nel momento in cui queste riforme passeranno con successo al vaglio referendario.

Lei ha parlato di Piero Calamandrei, che di quella Costituzione fu uno dei padri più attivi, secondo lui le leggi fondamentali devono essere presbiti e non miopi. Il rischio dell’attuale processo riformatore non è proprio quello di essere miope, cioè di inseguire pulsioni che caratterizzano l’attuale momento storico senza, però, fare i conti con quello che potrà avvenire tra venti o trent’anni?
Da un lato sono miopi perché guardano all’interesse di brevissimo periodo, sostanzialmente direi alle prossime elezioni politiche 2018 o a quelle successive del 2023, sempre che ci si riesca ad arrivare. Dall’altro lato queste riforme sono cieche, perché non hanno saputo e non hanno voluto guardare o forse non sono in grado di farlo, alle esperienze europee che funzionano. Non hanno importato nulla dai paesi europei che sono governati bene. Per esempio il Senato poteva benissimo essere riformato semplicemente adottando il modello tedesco del Bundesrat, invece si è fatto un “pasticcio”. Quello che viene dalle riforme di Matteo Renzi e Maria Elena Boschi non è il senato francese e non è il Bundesrat tedesco, è solo un errore di cecità istituzionale. Bastava guardare alle leggi elettorali che funzionano, invece si è preferito prendere a riferimento la legge spagnola che sicuramente funziona ma non è una delle leggi migliori in circolazione; al contrario, si sarebbe potuto guardare al sistema tedesco o francese. Perché per funzionare una legge elettorale non è che debba far vincere per forza chi piace a noi. Si è creato così l’Italicum che è “unicum”, non un modello europeo ma solo provinciale. Anche questo è un evidente segno di cecità, non riuscire a guardare al di fuori dei confini italiani evitando così di riproporre quanto di buono si possa trovare altrove. Personalmente penso che qualche volta le imitazioni sociali sono molto utili. Per esempio, per quanto possa sembrare controverso, le primarie importate dagli Stati Uniti secondo me hanno dato dei buoni esiti nel contesto italiano e hanno in qualche modo rinvigorito la democrazia e la partecipazione in questo paese.

Sempre Calamandrei era convinto che le Costituzioni si costruivano pensando più alle minoranze che alle maggioranze. Da questo punto di vista, a partire da Berlusconi, non si è affermata nel nostro Paese quell’idea di “dittatura della maggioranza” che sembra aver contaminato anche la riforma attualmente approvata?
Sì, è un brutto precedente quello di Berlusconi il quale però nonostante le sue “pulsioni” da imprenditore che decide cosa si fa e cosa non si fa, alla fine non è riuscito a dominare il sistema politico italiano. Renzi ha “pulsioni” molto simili a quelle di Berlusconi, cioè vuole comandare. Il problema nasce perché la democrazia non è il luogo del comando ma della formazione del consenso da un lato e dall’altro il luogo della tutela del dissenso; è il luogo dei diritti delle minoranze, che non possono mai essere schiacciati a colpi di voto di maggioranza. Serpeggia anche questo nelle riforme che sono state fatte da Renzi e Boschi e questo produce, non come sostiene qualcuno, una deriva autoritaria ma una deriva confusionaria. Ci troveremo così a dover fare i conti frequentemente con conflitti tra il Senato e la Camera, tra i senatori e le Regioni che li hanno in qualche modo designati, probabilmente anche tra il Presidente della Repubblica e il Capo del Governo. Assisteremo a molti ricorsi alla Corte Costituzionale, non potendo al contempo sorvolare sul fatto che due giudici costituzionali saranno eletti da un Senato che non è stato eletto da nessuno. In questa maniera risulterà estremamente complicato riuscire a costruire un corretto equilibrio tra i diversi poteri.

La nostra Costituzione ha mostrato nel tempo grande spirito di adattamento. Sopravvivendo al crollo del sistema dei partiti, è riuscita a rimanere un punto di riferimento per i diritti civili, il conflitto di interessi, il ruolo del presidente della Repubblica e delle autonomie locali, la libertà di informazione e i principi di solidarietà, affidabile antidoto contro la degenerazione populista. Le ragioni di questo successo?
La Costituzione Italiana è fondamentalmente una costituzione flessibile, non è rigida e non è, come qualcuno dice, ambigua. È un testo che garantisce ampi spazi di elasticità, ad esempio nel funzionamento del Parlamento; il bicameralismo italiano ha consentito alla maggioranza di recuperare una Camera se perdevano nell’altra e al tempo stesso ha dato modo alle minoranze di riuscire a convincere le maggioranze talvolta nel passaggio da una Camera all’altra. È stata elastica perché ha consentito cambiamenti di governo per tutta la prima fase della Repubblica senza che ci fosse il continuo scioglimento del Parlamento: le crisi di governo si risolvevano all’interno della medesima coalizione attraverso la costituzione di “nuove” maggioranze anche solo leggermente diverse. La Costituzione ha dimostrato che un Presidente dotato di competenza politica può svolgere un ruolo molto importante ed è quello che hanno fatto sia Scalfaro che Napolitano nel suo primo mandato, riuscendo a preservare la vivacità del sistema democratico tenendolo sotto controllo anche nei momenti più aspri. Grazie alla sua elasticità, la Costituzione ha assorbito la presenza di due partiti anti-sistema, il Movimento Sociale e il Partito Comunista, obbligandoli prima a giocare le loro carte all’interno del quadro politico e, alla fine, a trasformarsi. Il Movimento Sociale ha dato vita ad Alleanza Nazionale; più difficile stabilire in cosa si sia trasformato il Partito Comunista, ma sicuramente ha “accettato” tutte le regole non solo della Costituzione ma anche quelle informali del sistema economico, del mercato, dei rapporti con l’Europa e, quindi, dell’Unione Europea.

Cosa consiglierebbe a chi intenda riformare la Costituzione?
La Costituzione è un documento sistemico. Di conseguenza occorre prudenza anche quando si interviene su un solo articolo o su una parte di esso, perché le modifiche che a prima vista possono apparire irrilevanti, obbligano a modificare altre parti della Costituzione, a creare e ricreare equilibri. Per esempio il Senato lo si può trasformare imitando il Bundesrat, come già detto prima o lo si può addirittura eliminare, ma nel momento in cui si crea il monocameralismo, che è operazione legittima, allora diventa necessario che la Camera venga strutturata ed eletta in maniera diversa e bisogna intervenire anche sui regolamenti parlamentari, sui poteri del Presidente della Repubblica e sulla possibilità di adire alla Corte Costituzionale. Quello che manca ai cosiddetti sedicenti riformatori contemporanei è una visione sistemica e una conoscenza della storia. La Costituzione non è solo un documento giuridico, è un documento eminentemente politico che rappresenta una società nel momento del suo sviluppo e cerca di interpretarne le linee lungo le quali quello sviluppo avverrà in futuro.

Se la Costituzione è un documento eminentemente politico, qual è l’immagine che il testo attuale ci regala dell’Italia di allora, dell’immediato dopoguerra? E cosa è cambiato? Esisteva in quegli anni un sentimento di appartenenza che ai giorni nostri è venuto a mancare?
Penso che il sentimento di appartenenza non ci fosse ieri così come manca oggi. Negli anni tra il 1945 e il 1960 l’Italia era ancora fondamentalmente un paese rurale, agricolo, con un alto tasso di analfabetismo e un dualismo decisamente accentuato tra Nord e Sud. Poi sono cominciate le migrazioni, dalla metà degli anni Cinquanta sino alla fine dei Sessanta. Quei flussi portano molti italiani del Sud al Nord, nel triangolo industriale, ma anche in alcuni paesi stranieri, come Belgio, Francia, Svizzera e Germania. Ci sono anche flussi migratori che molti hanno dimenticato, quelli dalle zone povere del Veneto verso le grandi città come Milano, Torino e in parte anche Genova. Il Paese, attraversato da questi massicci flussi migratori, diede modo agli italiani di conoscersi e riconoscersi. E’ proprio la conoscenza reciproca che li porta a sottolineare e, semmai, a valorizzare le differenze regionali. Il film migliore per comprendere questa evoluzione è “Rocco e i suoi fratelli” di Luchino Visconti: molte volte i registi interpretano la storia italiana meglio di noi politologi, dei sociologi e forse anche degli economisti. L’Italia di oggi è un paese che di identità ne ha poca e che può trovarla solo attraverso un documento costituzionale che non sia solo ben scritto ma che sia anche analizzato seriamente, che sia insegnato perché l’insegnamento della Costituzione manca. Dobbiamo cercare non di essere più italiani di quel che siamo, ma è necessario che diventiamo europei e cominciamo a comportarci secondo le regole europee, regole che sono più serie e incisive e che sicuramente sono più efficaci delle nostre. L’appartenenza all’Italia andrebbe sottolineata dicendo che siamo europei nati in Italia. Credo che questa dovrebbe essere la nostra stella polare.

Un aspetto che rende il presente molto diverso dal passato è sicuramente dato dal fatto che la Costituzione entrata in vigore nel ’48 venne realizzata da una Assemblea Costituente che era stata eletta con quello specifico mandato; la riforma attuale è stata votata da un parlamento che non ha avuto quel mandato e che, soprattutto, è stato eletto con una legge elettorale dichiarata incostituzionale. Tutto questo incide sulla legittimità se non giuridica, morale del nuovo testo?
Direi proprio di sì. L’elezione di una nuova assemblea costituente avrebbe delegittimato la Costituzione esistente perciò sono stato fortemente contrario a questa ipotesi. Ma questo Parlamento è stato in qualche modo stravolto dalle leggi elettorali, quindi ha una legittimità minore rispetto a un parlamento eletto con un decente sistema proporzionale. Ma ciò che mi preoccupa maggiormente è la trattativa, non condotta alla luce del sole, tra alcuni gruppi che alla fine hanno assegnato un potere eccessivo al Governo. Una costituzione non deve essere scritta dal Governo bensì dal Parlamento. Invece troppo spesso l’esecutivo ha imposto le proprie scelte ai parlamentari di maggioranza premiati da un cospicuo numero di seggi sicuri grazie alla legge elettorale e questo ha prodotto squilibri nel modo in cui la riforma costituzionale è stata costruita. Il Governo ha annunciato che intende chiedere un referendum costituzionale. Ma il referendum non può essere proposto dal Governo, visto che a promuoverlo possono essere solo un quinto dei Parlamentari o cinque Consigli regionali o cinquecentomila elettori. I referendum chiesti dall’esecutivo con il premier che minaccia le dimissioni in caso di esito a lui contrario si chiamano plebisciti. Renzi sta usando una minaccia o un ricatto plebiscitario che secondo me è anche peggiore della riforma che ha fatto.

Un altro bersaglio del Governo sembrano essere i sindacati…
Le organizzazioni dei lavoratori oggi appaiono le strutture burocratiche che meno si sono rinnovate nel corso del tempo. Hanno creato numerose zone di privilegio, forse non hanno capito la dinamica sociale economica complessiva del Paese, cosa è successo in Italia e cosa sta accadendo in Europa, come si sono modificate le aspettative degli Italiani relativamente al lavoro, al tipo e alla qualità dell’impiego, alla stabilità, alle prospettive. Le critiche ai sindacati e ai sindacalisti sono legittime e necessarie. Anzi a muoverle dovrebbero essere gli stessi sindacalisti chiedendo conto di certi comportamenti alle loro centrali organizzative. Però quello che un paese deve comunque tutelare è la possibilità dei lavoratori di organizzarsi e di contrattare. I lavoratori al tavolo del negoziato, sono nella stragrande maggioranza dei casi, la parte debole. Devono quindi essere protetti, agevolati e ben rappresentati da sindacati che oggi però non rispondono pienamente a queste necessità. Dovrebbero rinnovare i loro strumenti di azione perché lo sciopero ha perduto gran parte della sua originaria funzione. I sindacati, insomma, dovrebbero sforzarsi di essere più propositivi e meno oppositivi.

articolo 1 copertina

 

 

Dialogo sulla Costituzione #CircoloLettori #Torino

“Bella conversazione con il Direttore de “La Stampa” Maurizio Molinari. Siamo stati, noi e la Costituzione, apprezzati dal Circolo dei Lettori e da un pubblico competente, che ringrazio. Alla prossima: è una promessa!”

con Maurizio Molinari Torino 5 marzo 2016 2

Circolo dei lettori

sabato 5 marzo ore 18

presentazione del libro di Gianfranco Pasquino

La Costituzione in trenta lezioni (UTET 2015)

7 marzo a #RomaInConTra #Costituzione30Lezioni

7 marzo

Live lunedì 7 marzo 2016 – ore 18.30
Palazzo Santa Chiara
Piazza di Santa Chiara, 14

Mercoledì 9 marzo in seconda serata sulle principali emittenti regionali

Enrico Cisnetto InConTra
Gianfranco Pasquino
autore di
La Costituzione in trenta lezioni (UTET 2015)

InConTra

InConTra 2

 

 

INVITO La Costituzione in trenta lezioni #CircoloLettori #Torino sabato 5 marzo

Circolo dei lettori

sabato 5 marzo ore 18

presentazione del libro di Gianfranco Pasquino

La Costituzione in trenta lezioni (UTET 2015)

con l’autore interverrà Maurizio Molinari, direttore “La Stampa”

La “legge delle leggi”, oltre a racchiudere il passato di un Paese, ne progetta il futuro.Il politologo analizza in trenta fulminei saggi le idee che hanno dato vita alla Costituzione, influenzando, tra intuizioni, chiaroscuri interpretativi e promesse disattese, la storia dell’Italia contemporanea.

Invito 5 marzo

 

25 febbraio #Costituzione30Lezioni #GiovedìCulturali #Alessandria

cultura e sviluppo

ore 19–22.30, con pausa buffet alle 20.30

In occasione della presentazione del libro

La Costituzione in trenta lezioni
UTET 2016
L’Associazione Cultura e Sviluppo invita alla conferenza dal titolo
La Costituzione e l’Italia civile: a che punto siamo?

Interverranno Gianfranco Pasquino e Bruno Manghi

L’Associazione Cultura e Sviluppo si trova ad Alessandria, nel quartiere Orti, di fronte al Politecnico, in piazza Fabrizio De André, 76 – già viale Michel, 2

La Costituzione in trenta lezioni (UTET 2015)

La Costituzione in trenta lezioni (UTET 2015)

Dizionario di Politica Bobbio Matteucci Pasquino – Nuova edizione aggiornata a breve nelle librerie

18 voci nuove:
ACCOUNTABILITY
ALTERNANZA
CAPITALE SOCIALE
scontro di CIVILTÀ
CITTADINANZA
COALIZIONI
COMPETIZIONE
CONSOCIATIVISMO
DEFICIT DEMOCRATICO
GOVERNANCE
GOVERNO DIVISO
NARRAZIONE
NEO-PATRIMONIALISMO
PATRIOTTISMO
POLARIZZAZIONE
elezioni PRIMARIE
TRANSIZIONE
TRASFORMISMO

«Il Dizionario di Politica è un’opera importante, unica nel suo genere, non soltanto in Italia, ma anche all’estero dove è stato apprezzato e tradotto. Rigoroso nelle definizioni, articolato e convincente nella trattazione dei termini politici, questo Dizionario, opportunamente rivisto e aggiornato, è uno strumento istruttivo, utile per gli studenti, per i docenti e sicuramente anche per tutti coloro che di politica vogliono saperne meglio e di più.» Giovanni Sartori

Norberto Bobbio
Nicola Matteucci
Gianfranco Pasquino

Dizionario di Politica
Nuova edizione aggiornata

UTET 2016

Copertina dizionario

 

INVITO Prima presentazione di La Costituzione in trenta lezioni – 17 febbraio 2016

testa

sono lieti di invitarla alla presentazione di

di Gianfranco Pasquino
LA COSTITUZIONE IN TRENTA LEZIONI

mercoledì 17 febbraio 2016, ore 17
Biblioteca dell’Archiginnasio
piazza Galvani 1, Bologna

L’Autore ne parlerà con
Elena D’Orlando (Università di Udine)
Justin O. Frosini (Università Bocconi)
Tommaso Giupponi e Sofia Ventura (Università di Bologna)

Archi Invito 1

Archi Invito 2

Video – La Costituzione in trenta lezioni a #PaneQuotidiano

Pane quotidianoPane Quotidiano, programma condotto da Concita De Gregorio su Rai 3

Oggi è spesso ignorata, dimenticata, abusata. Ma la Costituzione italiana, come spiega oggi(03/02/2016) a Pane Quotidiano il politologo Gianfranco Pasquino, è sempre molto attuale. Anche se ha quasi settant’anni, può ancora guidare la politica contemporanea grazie alla sua duttilità e alla capacità di affrontare questioni spinose e delicate come i diritti civili o la coesistenza di religioni diverse

La Costituzione in trenta lezioni (UTET 2015)

La Costituzione in trenta lezioni (UTET 2015)

È nelle librerie “La Costituzione in trenta lezioni” (UTET 2015)

“…un’analisi politologica e, ogniqualvolta possibile, comparata, dei presupposti, dei temi, delle istituzioni che hanno dato vita e corpo alla Costituzione italiana, dei problemi, molti, emersi nel corso dei suoi oramai quasi settant’anni di funzionamento e, laddove opportuno, di alcune delle proposte di riforma e della loro, spesso dubbia, opportunità.
Nessuna Costituzione può essere capita se non se ne conoscono le origini, storiche e politiche. Nessuna Costituzione può essere analizzata e interpretata se non la si collochi nel suo contesto politico. Infine, nessuna modifica di qualche valore e durata può essere introdotta con successo da chi non conosce e non comprende la dinamica delle forze (e delle debolezze) politiche. I miei studi sul sistema politico italiano mi sono serviti come essenziale base di conoscenze per illuminare gli articoli della Costituzione quando furono scritti e nel loro percorso in un sistema politico che si è trasformato profondamente, nell’alveo della Costituzione, ma anche nella sfida alla Costituzione e nei tentativi di riforma della Costituzione.” (Dalla Premessa di La Costituzione in trenta lezioni UTET 2015)

La Costituzione in trenta lezioni (UTET 2015)

La Costituzione in trenta lezioni (UTET 2015)

Sempre al centro del dibattito pubblico e oggetto di innumerevoli tentativi di riforma, più o meno fondati, la Costituzione italiana è soprattutto un testo di straordinaria attualità. È ciò che mostra Gianfranco Pasquino – uno dei grandi studiosi del nostro tempo – in queste trenta “lezioni” che sono altrettanti fulminei saggi sulle idee che hanno dato corpo e vita alla Costituzione, influenzando – tra intuizioni anticipatrici, chiaroscuri interpretativi e promesse disattese – la storia dell’Italia contemporanea. “Splendida sessantenne”, come la definiÌ un decennio fa Giorgio Napolitano, la Costituzione ha mostrato nel corso del tempo la capacitaÌ di adattarsi a contesti storici e politici diversi, sopravvivendo perfino al crollo del sistema dei partiti e rimanendo un punto di riferimento imprescindibile: che si parli di diritti civili o di conflitto di interessi, del ruolo del presidente della Repubblica o delle autonomie locali, di degenerazioni populiste, libertà di informazione o principi di solidarietà. Perfino del delicato problema della convivenza tra religioni diverse, che si fa sempre più acuto in Italia non solo a causa della crescita dell’Islam.