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Traditori da punire? #vincolodimandato

Per il vincolo di mandato va cambiata la Costituzione, ma forse converrebbe prima cambiare la legge elettorale

L’assenza del vincolo di mandato è al cuore ed è il cuore delle democrazie parlamentari nelle quali gli eletti debbono offrire rappresentanza politica – delle preferenze e degli interessi, delle aspettative e degli ideali degli elettori, non solo dei loro elettori. Gli eletti debbono anche temere le valutazioni di quegli elettori ai quali torneranno alla fine del loro mandato liberamente svolto per spiegare che cosa hanno fatto, che cosa non hanno fatto, che cosa hanno fatto male. Naturalmente, gli elettori potranno valutare meglio, e con maggiore incisività, nel caso in cui esistano collegi uninominali dei quali l’eletto è l’unico rappresentante, consapevole di dovere rappresentare tutti, non solo chi l’ha votato.

L’assenza di vincolo è intesa anche a prevenire e impedire sia che i dirigenti dei partiti e delle correnti sia eventuali gruppi esterni – che potrebbero avere contribuito all’elezione del rappresentante – lo minaccino e lo coartino. Uomo o donna che sia, il rappresentante è sempre e comunque parzialmente e più debitore della sua elezione anche al partito che lo ha candidato e sostenuto, nella consapevolezza che l’elettore potrebbe averlo votato anche, forse e soprattutto, perché esponente di quel partito. Quando, per qualsiasi ragione, abbandona il partito, provoca reazioni negative in molti elettori che lo vorrebbero disciplinato e che, comunque, non gradiscono che vada a rafforzare i ranghi di altri gruppi parlamentari, magari passando dall’opposizione al governo in cambio di qualcosa. La sanzione elettorale – specie laddove la legge elettorale non è congegnata adeguatamente per comminarla, anzi, addirittura può invece sanarla, come con la Legge Calderoli e la Legge Rosato – non è, agli occhi dei cittadini, sufficiente. L’odioso e odiato trasformismo dev’essere punito il prima possibile e duramente.

La proposta contenuta nel «contratto di governo» tra M5S e Lega, «ispirata» al Portogallo, è drastica. Chi cambia gruppo parlamentare decade dal seggio. Questa normativa richiede ovviamente la modifica dell’articolo 67 della Costituzione italiana.

Il punctum dolens è molto problematico. Sarà il parlamentare a decidere se andarsene dal suo gruppo parlamentare – rinunciando quindi consapevolmente al seggio, ma fino ad allora votando liberamente anche in dissenso dal suo gruppo – oppure, come molto spesso hanno fatto i pentastellati, sarà espulso dal gruppo, per una varietà di ragioni, trovandosi di conseguenza nella condizione prevista e regolamentata per essere privato del seggio? La differenza è abissale. Per di più, non sarebbero gli elettori a stabilire se l’eletto ha “tradito” il loro mandato, ma altri eletti, non sappiamo di fronte a chi responsabili, portando comunque a una grave distorsione della rappresentanza politica.

A mali estremi estremi rimedi? No, altre strade più consone alla democrazia parlamentare sono percorribili, a cominciare dalla re-introduzione di un voto di preferenza, del voto disgiunto, di veri collegi uninominali. La terribile semplificazione della decadenza rischia di fare del Parlamento eletto con la legge Rosato un parco buoi che potrà piacere solo ai mandriani nei quali, avendoli visti all’opera, è lecito non riporre grande fiducia.

Pubblicato il 18 maggio 2018 su larivistaIlMulino

M5S-Lega: i rischi di un accordo

Al momento, non so quanto temporaneamente, hanno molto di che rallegrarsi tutti coloro che volevano il governo dei “vincitori”. Sì, certo, le Cinque stelle sono il partito più votato e la Lega ha addirittura quadruplicato i suoi voti dal 2013 al 2018. Quindi, il loro eventuale governo non tradisce il mandato elettorale, anzi, sarebbe il modo migliore, ancorché non l’unico, per tradurlo nei fatti. Tuttavia, nelle democrazie parlamentari i governi non sono mai una semplice faccenda numerica. Per fare uno solo dei diversi esempi possibili, in Portogallo, il partito più votato, PDS, conservatori, sta, alquanto irritato, all’opposizione di una coalizione di sinistra (già, proprio così). Comunque, i numeri parlamentari italiani offrivano/offrono almeno tre altre possibilità. I governi si costruiscono su affinità politiche e compatibilità programmatiche, tutte da verificare.

Sono certamente molto soddisfatti tutti quegli elettori che hanno scelto pentastellati e leghisti per esprimere il loro forte dissenso e risentimento ne confronti della politica italiana com’è, da tempo, dei politici al governo e delle loro politiche. Quasi nulla di tutto questo può essere definito con il termine tanto onnicomprensivo quanto vago, populismo. È facilmente accertabile che qualche striscia di populismo c’è, eccome, sia nel M5S sia nella Lega, ma sconsiglio di usare il termine contro tutto quello che non piace, come fanno imprenditori, giornalisti, professori, spesso parte dell’establishment e come tali non sempre erroneamente criticati. Cinque stelle e Lega rappresentano con notevoli diversità elettorati insoddisfatti e trascurati che, giustamente, adesso, pensano di avere maturato la loro rivincita. Con la Lega molto forte al Nord e con il Movimento dominante nel Sud Italia, mi avventuro a sostenere che la loro azione politica potrebbe portare ad una sorta di ricomposizione dell’unità nazionale. Alla prova dei fatti, chi sa se le diversità saranno foriere, invece, di scontri?

Non ho alcun dubbio che i più felici dell’eventuale governo Di Maio-Salvini sono il due volte ex-segretario del PartIto Democratico Matteo Renzi e i renziani di tutte le ore, compresa quella della nomina a parlamentari. All’opposizione andranno a rigenerarsi e a fare un partito più bello e più grande avendo evitato un devastante ritorno alle urne con conseguente perdita della poltrona. Nel comfort dell’opposizione magari non rappresenteranno quelli fra i loro elettori che avrebbero preferito per sé, ma anche per il paese (sì, resuscito la “funzione nazionale” dei partiti, di sinistra, sic), un governo Cinque Stelle-Partito Democratico al nascituro governo Pentastellati-Leghisti. Infatti, è sbagliato sottovalutate i rischi di questa inusitata coalizione ed è più che ragionevole preoccuparsi della inesperienza e incompetenza dei futuri probabili governanti.

Se ne preoccupa e molto il Presidente della Repubblica al quale spetta, sembra l’abbiano finalmente capito sia Di Maio sia Salvini, nominare il Presidente del Consiglio. Mattarella terrà certamente conto delle loro preferenze, ma, oramai lo ha ripetuto solennemente tre volte, sceglierà qualcuno che sappia che l’Italia nell’Unione Europea ci deve stare, convintamente e attivamente. Non è possibile dire quanto effettivamente abbiano perso gli europeisti, purtroppo per loro privi di guida e di grinta (Macron non abita qui). Infatti, se, da un lato, Grillo, che riesuma la proposta di un incostituzionale referendum sull’Euro, dà un assist al sovranista Salvini, dall’altro, dopo la sua processione in Europa, Di Maio sembrava avere capito che esiste un vincolo esterno, dall’Italia liberamente accettato, e che, rispettandolo, si creano anche le premesse per chiedere credibilmente di cambiarlo.

Hanno perso tutti coloro che pensavano di fare politica con gli annunci, con le narrazioni, con le prevaricazioni senza andare a parlare con gli elettori offrendo loro una legge elettorale che consentisse di esercitare potere sulla scelta dei candidati e dei partiti, con il voto disgiunto e senza la tremenda manipolazione delle pluricandidature. Infine, hanno di che riflettere e dolersi tutti coloro che, qualche volta pur consapevoli che la politica è cambiata e deve certamente ancora cambiare, hanno mantenuto vecchi riti, conditi con qualche esagitazione, che si sono tenuti lontano dagli elettori, non proponendo spiegazioni, non offrendo partecipazione e rinunciando, per insipienza e per comodità, nonostante tutte le avvisaglie dell’insoddisfazione che venivano da più fonti, sondaggi inclusi, a cercare di (ri)dare dignità alla politica cominciando con i loro comportamenti personali. Ricominciare da capo non sarà sufficiente. Senza conoscenza del passato (una sola Repubblica democratica e una Costituzione da rispettare e attuare) non andremo da nessuna parte.

Pubblicato il 12 maggio 2019

Qui ci serve una formula magica

Con la forza dei numeri, non delle idee, Renzi ha ancora una volta imposto la sua linea alla Direzione del Partito Democratico. L’unanimità, del tutto fittizia, ottenuta dalla relazione Martina salva la carica del segretario reggente, ma pone la parola fine sull’eventuale apertura di un negoziato con i Cinque Stelle. È quel che Renzi aveva del tutto impropriamente, ma deliberatamente, dichiarato in una trasmissione televisiva, non il luogo dove si dovrebbero annunciare decisioni politiche tanto importanti come quelle che riguardano il governo dell’Italia. La conclamata rinuncia del PD a prendere qualsiasi iniziativa, non credibile essendo quella di un governo istituzionale (da affidare a chi? agli sconfitti del referendum del 4 dicembre, Renzi-Boschi, e all’autore della pessima Legge Rosato?), segna un altro passo verso l’irrilevanza politica del partito. I retroscena dicono che il Presidente della Repubblica sia rimasto molto irritato dai comportamenti dei renziani che, per di più, non si fermano qui, potendo addirittura sfociare in una sostituzione di Martina a fine maggio nell’Assemblea nazionale.

Pur consapevole della difficoltà di dare vita ad un governo decente, pardon, politico, Mattarella non si aspettava di trovarsi fra le mani una potata tanto bollente. Lunedì farà l’ultimo giro di consultazioni per cercare una formula che rappresenti il punto d’equilibrio fra le diverse richieste dei partiti, tutte contenenti qualche elemento accettabile e molti elementi discutibili. Accettabile era la richiesta del centro-destra di essere riconosciuto come lo schieramento vincente; inaccettabile la pretesa di ottenere l’incarico senza indicare con quali voti avrebbe raggiunto la maggioranza assoluta in entrambe le Camere. Mattarella, correttamente e tenendo conto del precedente di Napolitano, non è favorevole allo scouting, vale a dire alla caccia a parlamentari nei quali il trasformismo faccia aggio sulla responsabilità. Non sarebbero affidabili. Ugualmente legittima era la richiesta delle Cinque Stelle che toccasse a loro dare vita al governo; molto meno convincente che al loro capo Luigi Di Maio spettasse senza se senza ma la carica di Presidente del Consiglio se non si dimostrava in grado di trovare gli alleati per una coalizione maggioritaria.

Per nulla condivisibile, anzi, da scartare senza necessità di spiegazioni, che si vada a un inedito duello con Salvini definito molto erroneamente secondo turno elettorale, come sostiene Di Maio, facendo solo confusione. Non soltanto lo scioglimento del Parlamento è esclusivo potere presidenziale, come hanno dimostrato ad abbondanza Oscar Luigi Scalfaro e Giorgio Napolitano, ma è da considerarsi un’ultima ratio alla quale Mattarella spera non si sia ancora pervenuti e per la quale, comunque, sarà indispensabile dare vita a un governo capace di garantire un ineccepibile svolgimento del procedimento elettorale. Non rimane, scusate se è poco, dirò scherzosamente, che trovare la formula quasi magica per dare vita a un governo che, mi esercito anch’io nelle formule, sia di “responsabilità nazionale”. Non per (ri)fare riforme costituzionali pasticciate, ma per governare l’economia secondo i criteri definiti in sede di Unione Europea, per spingere la crescita e creare posti di lavoro. Non pare neanche il caso di scrivere un’altra legge elettorale, potendo bastare, per il momento, tre ritocchi alla Legge Rosato: introduzione del voto disgiunto; soglia del 4 per cento per l’accesso al Parlamento; abolizione delle candidature multiple. Non un governo di tutti, dirà Mattarella, ma di coloro che, per l’appunto, con responsabilità nazionale, saranno disponibili ad assumersi oneri e, eventualmente, onori. Quanto al Presidente del Consiglio e ai ministri, il Presidente rivendicherà a se stesso le scelte, oculate e rappresentative, di personalità con esperienza e competenza. Non è un libro dei sogni, ma un’agenda di lavoro certamente impegnativa. Auguri, Presidente, a lei e a noi.

Pubblicato AGL il 7 maggio 2018

I cittadini eleggono il parlamento, non il governo #patriaindipendente

La pessima legge elettorale attuale. Il ruolo dei partiti. L’errore dei “sovranisti”. Come criticare l’Ue. Diritti e doveri secondo la Costituzione.

Quanto sbagliato e manipolatorio è attribuire la difficoltà di fare un governo alla Costituzione italiana! Sul banco degli incorreggibili imputati debbono stare coloro che nel corso di quasi quindici anni hanno scritto leggi elettorali non per dare buona rappresentanza politica ai cittadini italiani, ma per consentire ai capi partito e ai capi corrente di nominare i (loro) parlamentari. La legge Rosato è pessima non solo nel suo balordo mix maggioritario-proporzionale, ma, soprattutto, per la mancanza di voto disgiunto e per le candidature multiple. Nessuna legge elettorale delle democrazie parlamentari serve a eleggere il governo. Tutte eleggono più o meno bene un Parlamento che darà vita a un governo rappresentativo delle preferenze, degli interessi, persino dei valori dell’elettorato. Quel governo, inevitabilmente di coalizione, come i Costituenti sapevano e volevano, si regge, funziona e può essere sconfitto e sostituito da parlamentari consapevoli di potere e dovere operare senza vincolo di mandato, neppure del mandato imposto loro dai dirigenti di partito. Questo vale tanto per i parlamentari delle Cinque Stelle quanto per i parlamentari nominati da Renzi e da Berlusconi. Come sta scritto nell’articolo 49, debbono essere i cittadini, liberamente associati in partiti politici, a concorrere alla determinazione della politica nazionale. Rivendicare un primato dei partiti, oramai organizzazioni fatiscenti, inadeguate, personalizzate, non è il modo migliore per consentire ai cittadini di “determinare” la politica nazionale. L’esempio faticosamente emerso dal contesto tedesco nel quale, dopo essersi dichiarati all’opposizione in quanto sconfitti alle urne, i socialdemocratici hanno poi accettato di confrontarsi sui programmi con i democristiani e hanno infine sottoposto il testo del programma di governo ai loro iscritti dando loro il potere di approvarlo/rifiutarlo, dovrebbe essere fatto proprio da tutti coloro che desiderano una democrazia migliore.

Nell’epoca della globalizzazione nessuno può credere che rintanarsi negli angusti confini nazionali, vale a dire diventare “sovranisti”, consenta di avere politiche economiche, sociali, dell’immigrazione, della sicurezza preferibili a quelli che solo un’organizzazione sovranazionale potenzialmente federale come l’Unione Europea è in grado di formulare e di perseguire. Essere insoddisfatti di quel che l’Unione fa e non fa deve spingere ad agire con più forza a quel livello, non a ritrarsi e a chiamarsi fuori. Le lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana e europea (che, probabilmente, non sono una delle letture fatte dai dirigenti di partito e dagli attuali parlamentari) costituiscono una testimonianza ammirevole di quanto importante fosse per loro la visione di un’Europa unificata per garantire pace e libertà. In larga misura, ma non del tutto, l’Unione Europea ha conseguito entrambi gli obiettivi. Dunque, la piena accettazione dell’appartenenza italiana alla UE anche nella prospettiva e nell’impegno a riformarla deve essere fatta valere, come chiaramente ha già detto il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nei confronti di chiunque intenda formare e fare parte del prossimo governo italiano. Il destino dell’Italia non è più soltanto nelle mani degli italiani, ma degli europei. Potremo plasmarlo con qualche successo agendo con impegno, con consapevolezza e con credibilità dentro le istituzioni europee.

Troppo spesso della Costituzione italiana si sottolinea l’ampia gamma di diritti esplicitamente introdotti e codificati dai Costituenti, mettendo in secondo piano i doveri degli italiani. Lo scriverò parafrasando il Presidente John F. Kennedy. “Non chiediamoci (soltanto) quello che la Repubblica [che, incidentalmente, è composta da tutti i cittadini italiani] può fare per noi, ma quello che noi possiamo fare per la Repubblica”. Allora, diventerà condivisibile e assolutamente importante che siano rimossi “gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (art. 3). Sono parole elevate e impegni onerosi che possono trovare spazio nel programma di un governo che sottolinei l’assoluta priorità di creare posti di lavoro produttivo e di dare una rete di sicurezza a tutti, a cominciare dai giovani, con redditi di inclusione e/o di cittadinanza.

Chi ha a cuore le sorti della Repubblica sa che soltanto mantenendo fermi i principi ispiratori della Costituzione che risalgono all’antifascismo e alla Resistenza si ottiene il quadro nel quale si collocano buone coalizioni di governo in grado di tradurre quei principi in politiche pubbliche che rispondano alle esigenze della cittadinanza. La rispondenza non sarà mai completa e perfetta, ma i Costituenti sapevano, come scrisse Piero Calamandrei, di avere dato vita a una Costituzione “presbite”, che guarda avanti e vede meglio lontano. Anche la capacità di progettare il futuro possibile dovrebbe essere un criterio da utilizzare nella formazione del prossimo governo.

Pubblicato il 24 aprile 2018

Il falso problema delle firme. Troppo “Rosato” fa male

È molto fastidioso e del tutto sbagliato sentire dire, anche da autorevoli commentatori, che la Legge elettorale Rosato è brutta perché (forse) impedirà la presentazione della lista +Europa e quindi il ritorno in Parlamento di Emma Bonino. Firme richieste molte (non ne sono affatto sicuro) tempi brevi (anche questo è discutibile): questa sarebbe la tenaglia che schiaccia i radicali Bonino, Della Vedova, Magi. In verità, potrebbe schiacciare molti altri, incapaci di raccogliere le firme che, lo sottolineo, sono previste da sempre per impedire la comparsa di liste folcloristiche, avventuriere, frammentatrici. Fare, però, di questa clausoletta il capro espiatorio di una legge che ha molti altri e molto più gravi difetti è davvero troppo radicale, ooops, chiedo scusa, troppo fuori luogo.

Il problema, come molti hanno detto, non proprio ad alta voce, in corso d’opera, è che la legge Rosato non è fatta per dare potere agli elettori, ma per consentire ai partiti, ai loro capi e ai capi delle correnti (non perdete di vista Franceschini, ma neanche, purtroppo per lui, in misura minore, Orlando) di nominare parlamentari i più ossequiosi, (oso?: i più provatamente servili) dei candidati. Il casting di Berlusconi serve anche a questo test. Lascio a chi, non sono pochi, nulla sa dei sistemi elettorali delle democrazie parlamentari di argomentare che succede così anche negli altri sistemi politici. Ricordo che non solo chi ha proposto e votato la legge Rosato ha respinto la possibilità di voto disgiunto uninominale/proporzionale (come in Germania, dove ha costantemente offerto buona prova di sé), ma ha addirittura imposto per la terza volta (prima legge Calderoli-Porcellum; poi legge Italicum-porcellinum perché rivista al ribasso; adesso Rosato, l’aggiunta la mettano i lettori) la possibilità di pluricandidature. È un altro sicuro obbrobrio certamente più criticabile dell’esigenza delle firme. Infatti, le candidature multiple nullificheranno qualsiasi effetto positivo che potrebbe/potesse derivare dalla competizione nei collegi uninominali.

Chi rischia di perdere nel collegio uninominale, se è abbastanza forte nel partito, nella corrente, nel salotto di Arcore, si farà candidare anche nel listino proporzionale. No, i nomi dei pluricandidati, par condicio: anche donne, sui quali, pure, sono disposto a scommettere, non li rivelo ancora. Alla fine, chi sa, a Renzi potrebbe fare più gioco mettere in collegi uninominali e in qualche listino proporzionale Emma Bonino e persino Benedetto della Vedova, adducendo come scusa che le firme non è riuscito a raccoglierle neanche il volenteroso ambasciatore Fassino. Tre-cinque seggi a Bonino e ai suoi radicali potrebbero essere meno di quelli che una Lista +Europa, presentatasi con il suo corredo di firme, potrebbe esigere. Già, nessuno finora ha scritto o cercato di capire qual è lo scambio “+Europa=quanti seggi sicuri”. Propongo che gli sguardi apprensivi dei commentatori equanimi abbandonino la ricerca delle firme per i radicali e si posino sulle priorità di Emma Bonino e sull’accettazione esplicita, non generica, di quelle priorità da parte del PD di Renzi. Come le idee, anche le priorità camminano sulle gambe degli uomini e delle donne. Gli ostacoli non sono rappresentati da qualche migliaio di firmette, ma dall’effettivo spostamento del cuore e del cervello della politica italiana da Roma (per non dire Rignano-Laterina) a Bruxelles.

Pubblicato il 4 dicembre 2018 su huffingtonpost

Taglia e cuci a misura di candidato #CollegiUninominali

Corre voce che il governo, che ha chiesto e ottenuto la delega a disegnare i nuovi collegi uninominali previsti dalla legge Rosato, stia incontrando non poche difficoltà a procedere. Non è affatto sorprendente. Gli apprendisti stregoni elettorali hanno fatto le pentole, vale a dire scritto che 232 deputati e 116 senatori dovranno essere eletti in collegi uninominali, ma non sanno come fare i coperchi, cioè come disegnare sul territorio quei collegi elettorali. È un’operazione tecnicamente complessa e politicamente delicatissima. Quando nel 1993 fu approvata la legge Matttarella, il disegno dei collegi uninominali fu affidato a una Commissione di esperti che ebbe parecchi mesi a disposizione e che, in definitiva, fece un lavoro apprezzabile ricevendo soltanto pochissime e marginali critiche. Oggi, quei collegi uninominali, che erano molti di più di quelli indicati nella legge Rosato, possono servire al massimo come punto di partenza generale anche perché in una certa misura nei più di vent’anni trascorsi da allora è cambiata la distribuzione geografica dell’elettorato italiano.

È possibile segnalare almeno due problemi. Il primo è che sia i collegi per la Camera sia quelli per il Senato saranno molto più grandi, in termini di elettori, di quelli della legge Mattarella, all’incirca quasi il doppio. Naturalmente, non si potrà semplicemente combinare insieme coppie di collegi per giungere a un esito apprezzabile. Infatti, bisognerà fare sì che il disegno di quei collegi abbia un senso dal punto di vista della geografia, per esempio, tenendo conto di confini naturali, come i fiumi e le montagne e non “spaccando” arbitrariamente i quartieri di alcune grandi città. Inoltre, conoscendo l’insediamento dei partiti, è necessario che non siano dati vantaggi in partenza a nessun partito (e quindi ai loro candidati/e). Il secondo problema consiste proprio nel garantire che, nella misura del possibile, i collegi siano competitivi, vale a dire non si possa già in partenza dare per scontata, fatte salve alcune eccezioni, la vittoria di qualsiasi specifico candidato.
Quelli che amano i paragoni, sempre utili se fatti con cognizione di causa (e di storia), aggiungono che bisogna evitare il fenomeno noto come gerrymandering, vale a dire il furbesco e fraudolento ritaglio dei collegi a favore di specifici candidati. Lanciato all’inizio del XVIII secolo dal governatore dello stato del Massachusetts Elbridge Gerry, il disegno partigiano dei collegi (a forma di salamandra, in inglese salamander) continua a costituire uno strumento nelle mani delle maggioranze partitiche, quasi esclusivamente repubblicane, di molti stati USA. Pende proprio quest’anno un ricorso alla Corte Suprema affinché lo dichiari incostituzionale e suggerisca a quali criteri di massima gli Stati dovranno attenersi. In Italia, il gerrymandering non è dietro l’angolo anche perché non sono le maggioranze politiche nelle regioni a legiferare in questa materia elettorale. Tuttavia, è molto importante che le prossime elezioni, che si annunciano dense di incognite e fortemente competitive, non siano in nessun modo macchiate da ritagli truffaldini dei collegi uninominali.

In maniera molto cinica potrei concludere che per molti, quasi tutti i candidati “importanti” potrebbero non esserci conseguenze sgradevoli. Infatti, se sono uomini e donne politicamente potenti chiederanno e otterranno di sfruttare l’opportunità delle candidature plurime fino a cinque circoscrizioni proporzionali (uno dei diversi meccanismi molto criticabili della legge Rosato). Però, è una questione di pulizia e giustizia elettorale. Se vogliamo elezioni competitive ed eque dobbiamo esigere collegi uninominali disegnati in maniera assolutamente equilibrata che diano effettivo potere agli elettori. Qui sta il secondo grave inconveniente della legge Rosato. L’impossibilità del voto disgiunto, per un candidato/a e per un partito diverso da quello del candidato/a, o viceversa, svalorizza il collegio uninominale. Non è comunque una buona ragione per non preoccuparsi di renderlo quel collegio, e tutti gli altri, il più competitivo possibile.

Pubblicato AGL 24 novembre 2017

Renzi sfida Berlusconi in un collegio uninominale? Solo una finta: poltrone garantite!

La sfida baldanzosamente lanciata da Renzi a Berlusconi in un collegio uninominale di Milano è probabile che sia tutta finta, very fake. Primo, perché è molto difficile che Berlusconi ritorni candidabile. Secondo, perché grazie alle candidature multiple in cinque circoscrizioni proporzionali nessuno dei due contendenti rischia nulla. Si farà comunque “recuperare”. Dunque, non ci sarà un vero duello (né per loro né per tutti gli altri capipartito/corrente: effetto legge Rosato) con un vincente e un perdente, ma un duetto fra leader con poltrona assicurata.

Sinistra perdente senza un federatore

Intervista raccolta da Pier Francesco Borgia per Il Giornale

Roma – Ciclicamente ritorna di prepotente attualità il dubbio che la sinistra si crogioli con gusto nel masochismo di dividersi. Favorendo così la vittoria degli avversari. A Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica, abbiamo chiesto ragione di questo infausto destino che sembra attanagliare la sinistra.

Professor Pasquino pensa anche lei che la sinistra sia masochista? Che preferisce dividersi pur di non far vincere Renzi?
Non credo che la sinistra, come dice lei, preferisca dividersi. Piuttosto è già eternamente divisa e frammentata.

Quindi non è d’accordo sul fatto che molti le diano della masochista.
La sinistra soffre come in tutta Europa di una frammentarietà che la destra non conosce.

E secondo lei perché questa sofferenza?
Perché il centrodestra, anche se formato da partiti con origini lontane fra loro, riesce a difendere interessi comuni. Da quella parte c’è una coscienza di classe che nel centrosinistra manca.

Niente coscienza di classe a sinistra? Questa è dura da digerire.
È così un po’ dovunque. Veda cosa succede in Germania, in Francia e persino in Spagna. Da noi questa frammentarietà è più esasperata perché a sinistra pretendono di difendere troppi interessi.

Crede che una coalizione non sia possibile? Nemmeno adesso che il Senato ha votato il Rosatellum bis? Dicono sia fatto apposta per premiare le alleanze.
Il Rosatellum sarebbe stato adatto solo se avesse consentito il voto disgiunto. Com’è stato licenziato dal Senato serve soltanto per premiare Renzi.

Quindi la sinistra si deve rinnovare partendo dal programma e da una nuova leadership, e soprattutto bevendo l’amaro calice delle alleanze?
Renzi come politico è testardo. Una coalizione, però, la deve accettare e quindi un prezzo lo deve pagare.

Viene prima la leadership o la coalizione?
Senza dubbio serve una persona che unisca le diverse anime della sinistra e che porti a identificare le priorità.

E quel leader cui sta pensando è Renzi?
Renzi è sicuramente un leader. Non è un federatore, ma un divisore. Il centrosinistra ha avuto un solo leader federatore nella sua storia: Romano Prodi. Per far vincere il centrosinistra Renzi dovrebbe fare un passo indietro. Ha anche a provato a fare il Macron italiano ma non gli è riuscito quando aveva preso il 40% dei voti con le Europee, figuriamoci se può riuscirgli adesso.

Anche Mdp e Sinistra italiana dovrebbero fare delle concessioni, non le pare? In fondo una coalizione si fonda sul reciproco venirsi incontro.
Quello che dovrebbero fare è di indicare loro un leader. Le sparse membra della sinistra dovrebbero correre il rischio di imporlo un leader.

Il caso Ostia apre uno spiraglio per chi a sinistra vuole smarcarsi dal Pd e cercare un dialogo coi grillini?
Ostia è un caso a parte. O meglio. Come in tutti i casi di ballottaggio il dialogo lì conta fino a un certo punto. Semmai è importante vedere cosa accadrà dopo il voto politico.

In che senso?
Se, come probabile, ci saranno nel nuovo parlamento tre grandi forze senza i numeri per governare, un dialogo coi grillini avrebbe un senso diverso. E un dialogo con quel movimento riuscirebbe meglio a un leader federatore, aperto al dialogo. Magari uno come lo stesso Gentiloni.

Pubblicato il 10 novembre 2017

Una riforma che soffocherà la voce dei cittadini

I Democratici s’affannano a sostenere che la legge elettorale che porta il nome latinizzato (Rosatellum) del capogruppo del Partito Democratico alla Camera dei Deputati Ettore Rosato è buona, la migliore nelle condizioni date. Se fosse così buona non si capirebbe perché la sua approvazione abbia dovuto essere imposta con un voto di fiducia alla Camera dei Deputati e cinque voti di fiducia al Senato subendo le “pressioni esterne”del segretario del PD Matteo Renzi, denunciate dal Presidente Emerito Napolitano. Dopo avere urlato che l’Italicum era una straordinaria legge elettorale poiché avremmo tutti conosciuto il nome del vincitore la sera stessa del voto e ci sarebbe stato un partito (mai una litigiosa coalizione) che, grazie al premio in seggi, avrebbe garantito la governabilità, i renziani hanno scritto e imposto una legge che non consentirà di conoscere subito il vincitore (elemento, comunque, nient’affatto importante), che il vincitore non sarà mai un partito e neppure una coalizione poiché né la coalizione che farà il PD né quella che, fantasiosamente, metterà insieme Berlusconi avranno la maggioranza assoluta dei seggi, che la prossima coalizione di governo, inevitabilmente esposta a tensioni e compromissioni sarà un pateracchio fra centro-sinistra e centro-destra. Dunque, non ci saranno le premesse per la tanto desiderata governabilità che, incidentalmente, dipende non soltanto dai numeri, ma dalle competenze e dalla qualità della leadership politica che è lecito dubitare esistano in maniera abbondante nei due schieramenti.

Quanto alla rappresentanza delle preferenze, degli interessi, degli ideali dei cittadini viene tutta sacrificata alle esigenze dei partiti, delle correnti e dei loro capi: avere parlamentari fedeli, consapevoli di essere debitori del loro seggio e della loro futura eventuale ri-candidatura a chi li ha designati. Infatti, agli elettori italiani questa legge nega tutto quello che hanno gli elettori delle altre democrazie parlamentari. Gli italiani potranno soltanto tracciare una crocetta. Se lo fanno sul nome del candidato nel collegio uninominale il loro voto si estende a tutti i partiti che compongono la coalizione della quale quel candidato è espressione (e viceversa). Ad esempio, votando il candidato del PD il voto andrà anche, probabilmente, alla lista di Alfano. Altrove, invece, come in Francia il collegio è uninominale davvero e il voto va a ciascun specifico candidato oppure, come in Germania, il voto è doppio e disgiunto. È possibile scegliere un candidato nel collegio uninominale e un partito diverso nella lista proporzionale. Altrove, ancora, nella maggioranza degli Stati membri dell’Unione Europea ci sono modalità diverse grazie alle quali gli elettori possono sovvertire la lista stilata dai capipartito dei candidati del loro partito.

Stanno circolando le cosiddette simulazioni sulle conseguenze che la legge Rosato avrà sul prossimo Parlamento. A cinque mesi dalle elezioni quelle simulazioni non sono molto significative. Certo, potremmo anche rallegrarci alla notizia che Rosato perderà nel suo collegio uninominale, ma sappiamo che, grazie alle candidature multiple potrà essere capolista in cinque circoscrizioni cosicché il suo trionfale ritorno a Montecitorio è garantito. Una buona legge elettorale non deve essere fatta per garantire i dirigenti di partito e i seggi loro e dei loro fidati e fedeli (servili?) collaboratori. Non soltanto gli elettori non avranno nessuna influenza su chi andrà in Parlamento, ma i predestinati non avranno nessun interesse a rapportarsi a elettori che non conoscono e dai quali non è dipesa la loro elezione e non dipenderà la loro ri-elezione. Asfaltata la rappresentanza politica, dunque, grazie alla pessima formulazione di Rosato, se ne va anche la responsabilità/responsabilizzazione degli eletti. Zittiti i parlamentari con il voto di fiducia, la nuova legge elettorale, per qualche verso quasi peggiore del Porcellum, soffocherà quasi completamente la voce dei cittadini italiani.

Pubblicato AGL il 27 ottobre 2017

Né rappresentanza, né governabilità: la nuova legge elettorale #RosatellumBis

Video dell’incontro pubblico organizzato dal
COORDINAMENTO per la DEMOCRAZIA COSTITUZIONALE
della provincia di Ravenna
24 ottobre 2017
Sala Spadolini della Biblioteca Oriani  – Ravenna

Registrazione video a cura di Gabriele Abrotini