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Professoroni, erroroni, pasticcioni

Quando la politica disprezza la cultura, c’è un problema. Anzi, ce ne sono due. I politici non vogliono confrontarsi con gli intellettuali e gli intellettuali non trovano il modo per farsi capire dai politici. Tuttavia, poiché i politici, bene o male, per fortuna o per virtù, hanno (acquisito) potere sono loro che portano maggiori responsabilità se i rapporti diventano tesi e degenerano. Accusare, come ha fatto il Ministro Boschi, i “professoroni” di avere bloccato per trent’anni il processo di riforma non è soltanto sbagliato. E’ un omaggio eccessivo a professori che di potere politico non ne hanno mai avuto molto. Sostenere, come fa Dario Nardella, braccio destro di Renzi e suo erede designato a sindaco di Firenze, che il cambiamento è “ostacolato dai soloni del diritto”, suona quasi come un’ammissione di debolezza e di timore che il governo non abbia la capacità e le conoscenze sufficienti per portare a compimento cambiamenti troppo presto e troppo rumorosamente vantati. D’altro canto, esprimere, come hanno fatto l’ex-Presidente della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelski e l’ex-Garante della Privacy (ed ex-candidato del Movimento Cinque Stelle alla Presidenza della Repubblica) Stefano Rodotà, serie preoccupazioni per una degenerazione autoritaria della democrazia italiana a causa delle riforme istituzionali ed elettorali lanciate dal governo, appare eccessivo. In questi anni certamente eccessive sono state le reazioni di parte del ceto dei professori di diritto a qualsiasi riforma delle istituzioni che non fosse la loro personale riforma. Ciascuno e molti di loro hanno perso credibilità, scientifica prima ancora che politica. Invece, la credibilità politica del governo e, in particolare, la popolarità del Presidente del Consiglio continuano a rimanere elevate. Non altrettanto elevate sono la qualità delle sue riforme, finora solo prospettate, e le probabilità che saranno rapidamente approvate nei termini e nei contenuti desiderati da Renzi e dal Ministro per le Riforme. La legge elettorale ha superato lo scoglio della Camera, dove, grazie al premio in seggi, il governo gode di un’ampia maggioranza. Al Senato, la legge rimane al palo e rischia di essere ritoccata in due o tre punti (quote rose, voto di preferenza, entità e numero delle soglie) che renderanno inevitabile il ritorno alla Camera. Evitare l’elezione dei consigli provinciali non significa ancora abolire le province che si dovrà fare con apposita revisione costituzionale, lunga e perigliosa. Rendere il Senato non elettivo è un’operazione difficile a fronte di legittime opposizioni relative alle discutibili modalità della sua nuova composizione, ai compiti che gli saranno attribuiti, alla contrarietà di Berlusconi. Consentire ai leader di partito di continuare a nominare i loro parlamentari e togliere poteri al Senato significa, in una delle critiche condivisibili espresse dai “professoroni”, indebolire considerevolmente il Parlamento di fronte al governo, eliminando contrappesi che servono a qualsiasi democrazia la cui qualità non può mai essere valutata con riferimento prevalente ai costi della rappresentanza. Non basterà, come si prospetta, scrivere il nome di Renzi nel simbolo del Partito Democratico per le elezioni del 2018 per rafforzare lui e il suo modello di “premierato” . Margaret Thatcher, Tony Blair, Angela Merkel non hanno mai avuto bisogno di scrivere il loro nome nei rispettivi simboli di partito per diventare capi del governo autorevoli ed efficaci. Il rischio del bailamme di riforme affrettate e mal congegnate non è quello di uno scivolamento autoritario, anche se i contrappesi sono la clausola di garanzia delle democrazie che conosciamo e che sanno mantenersi tali. Il rischio è rappresentato, da un lato, da riformette che, pasticciate e scollegate, non funzioneranno; dall’altro, dai conflitti fra istituzioni che portino a paralisi decisionali. Non è il caso di accettare a scatola chiusa i pareri di tutti i professoroni, ma confrontarsi con le loro critiche, è più di un gesto di saggezza. Potrebbe salvare Renzi e Boschi da molti errori, alcuni dei quali già visibilissimi e brutti.

Pubblicato AGL 6 aprile 2014


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