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La Via Emilia al capolinea

Corriere di BolognaQualcuno dice e qualcun altro si ricorda che l’Emilia Romagna era considerata un laboratorio politico dove, soprattutto i comunisti, ma anche i socialisti dimostravano di sapere dare vita a governi progressisti e innovatori. Suffragate da non pochi dati, le esperienze dei governi di sinistra dopo il 1945 portarono a una considerevole e invidiata crescita socio-economica di tutta la regione e delle sue città. Laboratorio o no, il sistema funzionava, magari con qualche favoritismo, ma senza episodi di corruzione, senza sprechi, senza scandali. Poi, dopo il 1989 il partito dominante non seppe rinnovarsi e cominciarono i problemi, in diverse città, ma in seguito anche a livello regionale. La crisi complessiva, pure resa meno grave dal tessuto di relazioni sociali e economiche, ha fatto il resto, ma la cattiva politica ci ha messo molto del suo. Dei non memorabili, e alcuni deprecabili, sindaci di Bologna nell’ultimo quindicennio, si è già scritto. Le brutte pagine della Regione, un ente che ha perso qualsiasi spinta propulsiva, le sta squadernando la magistratura che, a prescindere dai reati, ha svelato l’arroganza e la sicumera degli eletti e la collusione e l’omertà fra partiti e gruppi consigliari. In questo clima, la Regione rotola verso le sue prime elezioni anticipate, che non sorprendono, ma vieppiù intristiscono chi ha già assistito al commissariamento di Bologna e, fra le altre sgradevolezze, alle vicende di Parma.

Nessuno può pensare e nessuno ha detto, meno che mai i candidati alla presidenza dell’Emilia-Romagna, che le elezioni di domenica prossima saranno salvifiche. Al contrario, gli osservatori e, quel che più conta, i cittadini sono, come minimo, rispettivamente, preoccupati e perplessi di fronte sia all’alta probabilità di un notevole astensionismo sia all’assenza di proposte innovative. Renziano della seconda ora, Stefano Bonaccini, il candidato del Partito Democratico, è rassicurante per la vecchia guardia, ma non promettente per chi volesse mai rilanciare la Regione come laboratorio di un futuro politico migliore. La buona amministrazione, decisamente depurata da privilegi e da scandali, non basta più. Anzi, le elezioni ratificheranno proprio la fine di qualsiasi aspettativa di rilancio, di qualsiasi capacità di costruire un modello non soltanto alternativo, ma preferibile a quel non granché di buono che si (os)tenta a livello nazionale.

L’aspettativa, forse già l’accettazione, della omologazione non è, comprensibilmente, mobilitante (a meno di imprevedibili sussulti nei prossimi giorni). La presa d’atto che l’Emilia Romagna sta diventando con poche differenze troppo simile alle altre ragioni è inevitabile. A rendere meno dolorosa questa constatazione stanno due realtà: l’eccellenza del sistema sanitario e il valore della rete degli atenei regionali a cominciare dall’Università di Bologna. Da queste realtà, facendo leva su imprenditori, cooperatori e lavoratori (tutto anche al femminile) si potrebbe ripartire non appena la politica riuscisse a diventare non soltanto “buona”, ma propositiva. Non se ne vedono le premesse.

Pubblicato il 16 novembre 2014


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