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Porcelli, canguri e mercato delle vacche

Animali politici o no, è venuto il momento che i parlamentari smettano di dedicarsi al latinorum e, destreggiandosi fra porcelli, canguri e vacche, leggano qualcosa di europeo. Ecco, qui un breve testo del 2 luglio 2013 pubblicato in “Mondoperaio” e poi accolto alla fine del capitolo 2 “Oggetto di oscuri desideri: la legge elettorale” del mio libro Cittadini senza scettro (Egea-UniBocconi 2015).

È un segno dei tempi quando tocca ai tacchini e ai grillini riformare leggi elettorali grazie alle quali sono, per lo più senza nessuna cognizione di causa, entrati in Parlamento. Naturalmente, anche se a parole diffondono il loro convincimento che non bisognerà mai più votare con il Porcellum, il non frenetico attivismo dei parlamentari in carica suggerisce che del maiale non intendono buttare via proprio niente, meno che mai le liste bloccate. Uno dei modi più frequentemente utilizzati per salvare il maiale consiste nell’avanzare proposte variamente complicate che combinino in maniera assolutamente inusuale e imprevedibile pezzi di sistemi elettorali usati in altri paesi. Proposte di questo genere non fanno molta strada, ma fanno perdere (o, a seconda dei punti di vista, guadagnare) tempo. Nel recente passato, una delle più efficaci perditempo è consistita nella indigeribile combinazione di elementi dei sistemi elettorali tedesco e spagnolo.

Il sistema elettorale australiano, sbucato alla fine del 2012 da non ricordo più quale fervida mente riformatrice e subito non molto originalmente definito “kangurum”, sembrava già dimenticato. Invece è rispuntato, facendo, come si conviene ai canguri, un bel balzo. È poco più di una variante del maggioritario di stampo inglese. In Australia (e in pochissimi non importanti altri paesi) funziona efficacemente, vale a dire conferisce agli elettori il potere di scegliere il candidato preferito nei collegi uninominali. Di più (per esempio, dare vita ad un governo) non fa, essendo questo comunque compito dei partiti a seconda dell’esito del voto. Particolari non proprio di contorno del caso australiano sono che il voto è obbligatorio, il sistema partitico si è da tempo assestato sulla competizione bipolare, il capo dello Stato è la Regina d’Inghilterra. Se i pregi più vantati del sistema australiano, ovvero la sua peculiarità positiva, sono che l’elettore deve mettere in una graduatoria le sue preferenze e che si vota in collegi uninominali ad un turno solo (evitando quindi il presunto “mercato delle vacche” che si avrebbe con il doppio turno), entrambi possono cadere – o almeno indebolirsi, sotto il fuoco di motivate critiche.

Ci vogliono candidati e partiti molto bravi per insegnare ad elettori come quelli australiani – peraltro in buona misura già abituati – come stilare la graduatoria dei candidati in ordine di preferenza. Non sottovaluto le capacità di apprendimento degli elettori italiani, ma boccio quelle pedagogiche dei candidati e dei partiti italiani (molti dei quali continuano a non sapere quasi nulla dei sistemi elettorali). Quanto al “mercato delle vacche” (nell’esempio più richiamato, quello francese), ne farò un moderato, ma seriamente motivato elogio. Chiunque abbia mai frequentato un mercato delle vacche sa che gli animali stanno in bella vista, che ciascun compratore può guardarli a lungo, toccarli, valutarli e ottenere tutte le informazioni aggiuntive che desidera. I venditori si comportano correttamente non perché sono gentili, ma perché (anche senza avere letto Adam Smith) sanno di essere in un mercato competitivo dove altri venditori vanteranno la superiore qualità delle loro vacche e la eventuale maggiore adeguatezza alle necessità del compratore. Dunque il mercato delle vacche ha due enormi pregi: è trasparente ed è concorrenziale. Chi truffa verrà inesorabilmente punito, escluso.

In effetti è proprio vero: in Francia, dove si usa il doppio turno per eleggere un solo candidato, c’è un mercato delle vacche che molti intellettuali catholic-chic o comunisti ancien régime respingono a priori, senza saperne abbastanza, ma anche perché hanno scarsissima fiducia nell’elettorato. Non credono alle capacità degli elettori di seguire la “conversazione” che chiamerò elettorale (ma è anche “democratica”) che si svolge fra il primo e il secondo turno. Candidati che non superano la soglia di accesso al secondo turno e che dicono agli elettori, soprattutto ai loro, quale candidato preferiscono fra quelli rimasti in lizza. Candidati che desistono spiegando perché (ad esempio, con l’obiettivo di evitare la dispersione di voti, a sinistra o a destra, che favorirebbe l’elezione del candidato più sgradito). Dirigenti di partito che raggiungono accordi tali per cui votare per uno specifico candidato significa dare anche approvazione ad una coalizione che potrebbe farsi governo. Il doppio turno di collegio con clausola di accesso al secondo turno produce, fra il primo e il secondo turno, il massimo di informazioni per gli elettori, anche perché i mass media seguiranno e riferiranno le contrattazione con grande attenzione. Infine, se gli elettori avranno sbagliato a scegliere il candidato (a comprare la loro vacca, nella offensiva e fuorviante analogia), potranno fare mea culpa, cambiare idea, e la volta successiva bocciare l’incumbent e “acquistare” (compatibilmente con le offerte del mercato) una vacca migliore. Più informazione, più potere del cittadino elettore/compratore: il collaudato sistema elettorale francese continua ad essere preferibile a quello australiano. Les vaches sconfiggono i canguri.

Cinque stelle tanti nodi

Quasi tutto il moralismo spicciolo, da applicarsi senza complicazioni alla politica italiana, del quale il Movimento 5 Stelle ha fatto una vera e proprio filosofia politica, sta venendo al pettine. La vantata inesperienza di chi non doveva avere ricoperto cariche per essere candidato del Movimento si è rivelato un grosso inconveniente, prima in Parlamento, con almeno due anni passati a destreggiarsi nei corridoi e nelle aule del Palazzo. Poi, nonostante che Virginia Raggi fosse pure stata consigliera comunale per qualche tempo, è seguito il pasticciaccio brutto della scelta degli assessori e della composizione di una giunta sempre barcollante. Il governo della città di Roma, che doveva essere il trampolino per arrivare a Palazzo Chigi, si sta rivelando un enorme impaccio, appesantito dalla non collaborazione di qualche esponente del Movimento al quale la Raggi proprio non va giù.

La formuletta attraente, ma priva di reale significato, “uno vale uno”, da un lato, non consente di attribuire cariche sulla base di una graduatoria di merito e di competenze; dall’altro, si sta rivelando fasulla. Vale forse nelle espulsioni, non nelle promozioni, ma, soprattutto, è chiarissimo che c’è qualcuno, Grillo e Casaleggio figlio, che vale molto più di uno. Non c’è partecipazione telematica che tenga per colmare divari di potere, inevitabili in politica. Anzi, la non-partecipazione di coloro che pure fanno parte del Movimento rivela che, più o meno consapevolmente, sono molti che non si fanno un’opinione e che alla partecipazione preferiscono la delega.

Poco di questo, però, possiamo conoscere a sufficienza poiché anche la circolazione delle informazioni risulta gravemente carente. Poche informazioni poco apprendimento politico poca crescita culturale del movimento. Di conseguenza, l’obiettivo di una democrazia partecipante, che, comunque, richiede molto più di qualche rapporto fra un computer e una piattaforma, non è minimamente conseguito. Quello che sembra conseguito è una costante della politica italiana.

Nel non-partito delle Cinque Stelle hanno fatto la comparsa le non-correnti dietro i non-candidati alla carica di Presidente del Consiglio. Questi non-candidati, finora rigorosamente uomini, vanno in TV, vengono frequentemente intervistati, dichiarano e smentiscono. Cercano anche, più o meno efficacemente, qualche battuta o elemento che ne consenta la facile identificazione popolare (di recente, il tour in motocicletta di Di Battista). I non-criteri per la scelta di quella che, anche se ridimensionata da una non-legge elettorale, sarà comunque una candidatura importante per comunicare all’elettorato qualcosa in più sul Movimento, obbligano gli ambiziosi a riposizionamenti che sono frequentissimi nei partiti tradizionali.

Sparito il ballottaggio, il Movimento può mirare soltanto a diventare il non-partito più votato. Soprattutto per scongiurare questo esito, fin troppi giornalisti e commentatori continuano a tenere alto, anche con qualche esagerazione, il tiro della critica sulla sindaca di Roma, i cui comportamenti offrono il destro (e, se posso scherzare, anche il sinistro), dimenticando altre, più positive, esperienze di governo locale ad opera delle Cinque Stelle. In definitiva, però, non sono le novità introdotte dal Movimento nella politica italiana che ne spiegano le alte percentuali di cittadini tuttora disposti a votarlo,ma la perdurante condizione della cattiva politica prodotta dagli altri partiti. Cosicché, tranne la comparsa di un imprevedibile loro disastro o di un ancora più imprevedibile miglioramento della politica italiana, le Cinque Stelle potranno continuare a permettersi il lusso di non sciogliere i loro nodi. Continueranno a “splendere” su quello che una volta, per il PCI, fu definito uno zoccolo duro. Lo zoccolo duro dell’italico scontento.

Pubblicato AGL il 6 febbraio 2017

La situazione interna al Partito Democratico #RadioRadicale

L’intervista è stata realizzata da Lanfranco Palazzolo lunedì 6 febbraio 2017 alle ore 13:45.

Nel corso dell’intervista sono stati trattati i seguenti temi: Elezioni, Governo, Istituzioni, Legge Elettorale, Parlamento, Partiti, Partito Democratico, Polemiche, Politica, Renzi, Riforme, Voto.

La registrazione audio ha una durata di 6 minuti.

ASCOLTA

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Intervista a Gianfranco Pasquino sulla situazione interna al Partito Democratico

 

 

Elogio del referendum. La voce del popolo migliora le democrazie

articolo 1 testata

Pubblicato nella Rivista della Fondazione Nenni, “L’articolo 1”, Anno II, n. 1, 2017, pp. 18-20

Referendum? Torniamo alla fonte delle democrazie che conosciamo. Sto con Abraham Lincoln. Nel 1863, a Gettysburg, in piena guerra civile, il Presidente degli Stati Uniti definì la democrazia come “governo dal popolo, del popolo, per il popolo”. Il governo è democratico se trae la sua legittimazione elettorale dal popolo. Il governo è democratico se opera per il popolo, vale a dire rappresentando gli ideali, attuando le preferenze e soddisfacendo gli interessi del popolo. Infine, il governo è democratico, vale dire del popolo, se il popolo ha altri strumenti, oltre alle periodiche elezioni, per influire sui processi decisionali: l’iniziativa legislativa (proposition è il termine americano), la revoca (recall) dei governanti e i referendum, decisioni sulle leggi. Espellere il referendum dalla batteria degli strumenti democratici sarebbe una grave limitazione della democrazia di qualsiasi paese. Vero è, però, che non solo, ad esempio, negli Stati Uniti d’America non esiste il referendum a livello federale, ma esistono unicamente referendum nei singoli stati. Vero è, altresì, che, in generale, le democrazie parlamentari anglosassoni sono democrazie rappresentative nelle quali il ricorso al referendum, con l’eccezione dell’Australia, è molto raro, in pratica eccezionale.

Dal 1945 ad oggi, la Gran Bretagna ha tenuto tre referendum in tutto: due su ingresso (1975) e uscita (2016) dall’Unione Europea e uno sul cambiamento della legge elettorale (nel 2011, respinto). Da quando esiste, in Italia, il referendum abrogativo è stato usato 67 volte. In 39 casi il quorum è stato superato, in 28 no. Per 23 volte hanno vinto i sì; 16 volte i no. In tutti i referendum tranne uno, che non hanno conseguito il quorum, il sì ha avuto nette maggioranze. Si sono tenuti 3 referendum costituzionali: 2001, vittoria del sì; 2006 e 2016 vittoria del no. Negli Stati-membri dell’Unione europea si sono tenuti, con fortune alterne, ad esempio, in Irlanda e in Danimarca, referendum sull’accettazione di Trattati Europei. Per due volte, con un referendum i norvegesi si sono rifiutati di aderire all’Unione Europea nonostante la posizione favorevole della maggioranza delle loro elites politiche, economiche, culturali.

Quando l’esito, più o meno sorprendente, come quello britannico Leave or Remain (giugno 2016) e come quello italiano sulle riforme costituzionali va contro le aspettative delle elites, allora, invece di criticare l’incapacità delle elites stesse di convincere il popolo, ma preferisco di gran lungo il termine cittadini, con buoni argomenti, il biasimo colpisce proprio quei cittadini. Nel migliore dei casi si sostiene che il quesito loro sottoposto era troppo complesso da capire; nel peggiore, li si accusa di non essersi informati abbastanza, di non avere comunque gli strumenti per capire e per scegliere con reale cognizione di causa, di avere votato con la pancia e non con il cervello. Per evitare presunti guai maggiori, ricomincia a circolare la proposta di fare a meno dei referendum, di eliminare uno degli strumenti della democrazia del popolo. Immagino che, con coerenza, Lincoln osserverebbe che non bisogna buttare il bambino referendum con l’acqua sporca della campagna referendaria svolta, spesso, senza gli appropriati riferimenti alla posta in gioco e alle sue conseguenze per i cittadini, per le loro condizioni di vita, per il funzionamento del sistema politico. Se dell’oggetto del referendum, il cosiddetto merito, le elites partitiche, economiche, culturali, mediatiche non parlano e non approfondiscono preferendo metterla sul “personale”, sulla persona dei proponenti, sulla loro richiesta di appoggio, per un consenso ai limiti del plebiscitarismo, è del tutto legittimo che gli elettori diano una risposta su questo piano, sul quale, comprensibilmente, la pancia conterà più della testa. L’esito del referendum sulle riforme costituzionali è stato l’inevitabile rifiuto, non solo di riforme pasticciate e confuse, forse pericolose, sicuramente peggiorative del funzionamento del sistema politico italiano, ma anche in larga misura dell’arroganza e della protervia dei loro proponenti e sostenitori.

Sì, la massaia e il pensionato ragioneranno anche, ma certo non esclusivamente, con la loro pancia (che brutta espressione populista, diciamo piuttosto con le loro emozioni e, talvolta, con le loro passioni).. Ascoltando quello che dicono i sostenitori dell’approvazione di un qualsiasi quesito e gli oppositori e come lo dicono, spesso in maniera manipolatoria,né la massaia né il pensionato dovranno vergognarsi. Continueranno, però, ad essere criticati poiché hanno votato senza sufficienti conoscenze, in definitiva inquinando un esito che avrebbe dovuto essere valutato (esclusivamente?) da color che sanno. Chi si colloca su questa strada, vale a dire, concedere e riservare il diritto di votare soltanto a coloro che ne saprebbero di più, sta entrando nel girone dei non-democratici. Non si facciano più referendum perché l’esito viene prodotto da elettori che non sanno.

Però, perché consentire a quegli elettori, che non sono in grado di valutare quesiti e conseguenze del referendum, di votare per le elezioni politiche scegliendo fra complicati, spesso oscuri e prolissi, programmi di partito? Anche in questo tipo di elezioni ci saranno milioni di elettori che scelgono sapendo poco o nulla di programmi, di costi e di vantaggi, delle conseguenze del loro voto. Saranno, spesso, in compagnia anche di molti candidati alle cariche di rappresentanza se non addirittura di governo. Qualcuno, sulla stessa linea di ragionamento, sosterrà che, per l’appunto, le cariche di governo debbono essere date esclusivamente a coloro che sanno, per semplicità, ai tecnocrati. Come se i tecnocrati avessero tutti le stesse opinioni, formulassero le stesse soluzioni, offrissero la stessa valutazione delle conseguenze delle loro scelte. Come se i tecnocrati potessero essere efficacemente eletti dai cittadini incompetenti e ignoranti i quali, ovviamente, non sono per definizione in grado di valutarne il tasso di “tecnocraticità” e neppure potrebbero controllarne l’operato, meno che mai attraverso un referendum.

L’errore profondamente e strutturalmente antidemocratico di considerare i cittadini al di sotto del livello di conoscenze necessarie per valutare i quesiti referendari sta nel pensare che ciascun cittadino viva solo e isolato. Che non interagisca con altri. Si formi, quando succede, un’opinione guardando la TV, smanettando sui social, occasionalmente leggendo un quotidiano. La comunicazione politica non è un flusso unidirezionale senza intermediari da una fonte ai singoli cittadini. Massaie e pensionati hanno spesso una famiglia, parenti e amici, interagiscono, più o meno frequentemente, con persone di cui si fidano. Chiedono le informazioni necessarie a esprimere il loro voto a chi ritengono ne sappia più di loro (talvolta, ma, per loro fortuna, non spesso, ai professori/oni) e ottengono quasi sempre quello che desiderano e ritengono sufficiente. La democrazia è un “luogo” dove lo storytelling deve fare i conti con la conversazione fra persone. È pur sempre possibile migliorare la qualità della conversazione; accrescere l’interesse dei cittadini; ampliare l’opinione pubblica informata. Sono compiti ai quali dovrebbe dedicarsi soprattutto la classe politica, più o meno “casta”. Sono compiti che una società civile innervata da associazioni vivaci e robuste può a sua volta, svolgere. Questa è sicuramente una delle componenti migliori dell’etica in politica.

Non è questo il luogo dove criticare le inadeguatezze della classe politica italiana, soprattutto di quella scelta con le nomine dall’alto consentite dalle leggi elettorali utilizzate dal 2006 ad oggi. Neppure dobbiamo insistere sulle fin troppo note peculiarità negative della società italiana: corporativa, familistica, dotata di limitatissimo senso civico, poco incline ad impegnarsi, spesso antiparlamentare e antipolitica. Che si possano risolvere tutti o alcuni di questi problemi restringendo, se non addirittura eliminando la possibilità di ricorrere al referendum è, in tutta evidenza, assurdo. Solo una “casta” indebolita e frastornata può intrattenere simili progetti. La riduzione della democrazia elettorale non garantisce mai migliore qualità della legislazione. Al contrario, può condurre ad un ulteriore distacco dei cittadini dalla politica.

Negando agli elettori la possibilità, poiché non ne saprebbero abbastanza, di bocciare leggi fatte dalle elites politiche e, troppo spesso volute e sostenute dalle elites economiche, si riconosce indirettamente che le elites politiche, votate da quegli stessi elettori ritenuti inadeguati e ignoranti, avrebbero grandi competenze e grandi qualità. È un paradosso dal quale si esce soltanto riconoscendo che la democrazia è anche governo del popolo che si manifesta con il referendum. Che in democrazia tutti possono sbagliare e tutti possono imparare correggendo i loro errori poiché, diversamente dagli autoritarismi di tutti i tipi, di tutti i luoghi, di tutti i tempi, le democrazie hanno la capacità di migliorarsi anche ascoltando la voce del popolo (sovrano), interloquendo con quel popolo, non blandendolo, ma confrontandovisi. Insomma, facendo della buona politica che non è riduzione del potere del popolo, ma vigorosa e rigorosa pedagogia.

Opportunismo e antipolitica a caro prezzo

Manca un anno e qualche settimana alla scadenza naturale di questa legislatura, febbraio 2018. Al momento esistono due leggi elettorali diverse, non soltanto non armonizzate, come ha solennemente richiesto il Presidente della Repubblica Mattarella, ma quasi unanimemente considerate non adeguate dai partiti (e, per quel poco che contano, dagli studiosi). C’è un governo guidato da un esponente del Partito Democratico, Paolo Gentiloni, che ha una maggioranza operativa e che deve affrontare alcune problematiche economiche importanti e organizzare due eventi “europei” molto significativi: il 60esimo anniversario del Trattato di Roma a marzo e il G 7 a Taormina a maggio. Ciononostante, tutte le fonti, le indiscrezioni, i commenti giornalistici riportano che Renzi vuole andare a elezioni anticipate. Qualcuno aggiunge che lo fa con una “nobile” motivazione: affinché il 60 per cento dei parlamentari alla prima legislatura non rimangano in carica fino a settembre quando maturerebbero il diritto a una pensione, tra i 700 e i 900 Euro, che riscuoteranno al compimento del 65esimo anno d’età. Vorrebbe, Renzi, tagliare l’erba dell’antipolitica sotto i piedi del Movimento 5 Stelle. Altri credono, invece, che Renzi voglia chiudere i conti con le minoranze interne poiché non ri-candiderebbe quasi nessuno dei loro esponenti. Altri ancora pensano che più passa il tempo più Gentiloni si consolida e finirà per rendere impossibile il ritorno di Renzi sulla scena politica.

Un alto là all’ansia renziana per le urne subito è stato posto dal Presidente Emerito Giorgio Napolitano che si era speso moltissimo a sostegno delle riforme costituzionali di Renzi. Oggi, con la stessa logica, vale a dire, la preoccupazione per il funzionamento del sistema politico, Napolitano fa notare che nei paesi civili si va a elezioni alla scadenza naturale. Qualcuno lo ha criticato sostenendo che in Gran Bretagna, paese sicuramente civile nonché madre di tutte le democrazie parlamentari, il capo del governo scioglie il Parlamento quando vuole lui. Doppio errore: primo, non è mai stato così poiché lo scioglimento dopo quattro anni era una convenzione accettata da tutti, non un potere; e non è più così poiché, la coalizione Conservatori-Liberali democratici, al governo dal 2010 al 2015, ha stabilito che, salvo eventi eccezionali e imprevedibili, i Parlamenti britannici resteranno in carica cinque anni. Secondo errore: Renzi non è il capo del governo, ma il segretario di un partito; semmai, lo scioglimento dovrebbe chiederlo Gentiloni.

Il quesito cruciale, che il Presidente Mattarella sicuramente porrà a chi gli andasse a chiedere lo scioglimento che, ricordiamolo, è un suo potere costituzionale, è: quali probabilità esistono che il prossimo Parlamento sarà migliore dell’attuale e darà vita a un governo più stabile e più operativo? In subordine, tutti dovrebbero chiedersi, al di là delle loro speranze di accrescimento dei voti, se questo è il momento opportuno per lanciare una costosa –in termini di denaro, di vuoto di potere, di responsabilità e credibilità internazionale– campagna elettorale. Quando era Presidente del Consiglio, in almeno quattro o cinque occasioni Renzi dichiarò quasi con fastidio, ma senza nessuna esitazione che la legislatura sarebbe durata fino al febbraio 2018. È assolutamente e democraticamente opportuno che, se adesso intende troncarne la vita prima di allora, Renzi spieghi quali sono i vantaggi per il sistema politico che deriveranno dalle elezioni anticipate e perché crede che dopo le elezioni l’Italia riuscirà ad avere un governo migliore di quello di Gentiloni, da lui scelto e la cui composizione è, fatti salvi due o tre cambiamenti, la stessa del governo da lui guidato dal febbraio 2014 al dicembre 2016. L’opportunismo istituzionale ha un costo elevato.

Pubblicato AGL 3 febbraio 2017

Vento emiliano e nuove filosofie

Corriere di Bologna

Il Partito Democratico dell’Emilia-Romagna non si fa mancare quasi niente tranne, talvolta, i voti, per esempio, quelli che servivano a evitare il ballottaggio di Merola. Non potendo andare oltre il secondo mandato (e la presidenza della Città metropolitana), sfuggitagli per via referendaria la carica di Senatore, il sindaco ha deciso di sbizzarrirsi in politica, forse, sostiene più d’uno, a scapito del miglioramento della sua attività amministrativa che lo vede al sessantesimo posto circa della classifica stilata dal Sole 24Ore. Può anche permettersi di contraddire variamente le proposte e le indicazioni del suo segretario di cui qualche tempo fa si era dichiarato convinto sostenitore. Adesso, mentre esprime il suo favore al referendum sul Jobs Act, legge simbolo del periodo renziano, annuncia che elezioni anticipate non sono una buona soluzione e opera per un’ipotesi di coalizione che includa quelli che un tempo sarebbero stati chiamati “cespugli di sinistra”. Se rinascesse l’Ulivo, e Romano Prodi sostiene che è possibile, quei cespugli avrebbero molte opportunità di essere considerati importanti.

Su altri versanti, i Dem dell’Emilia-Romagna mantengono alta la loro visibilità. Vero che dei tre ministri reclutati da Renzi, una, Federica Guidi, ha dovuto dimettersi qualche tempo fa, il secondo Giuliano Poletti, galleggia su imbarazzanti affermazioni, che non sono gaffes, ma ne rispecchiano il pensiero politico, e il terzo Graziano Delrio è un po’ emarginato, ma se le indiscrezioni hanno qualche fondamento, sarà la nuova segreteria di Renzi a fare il pieno di emiliano-romagnoli. Dal cerchio non più magico del giglio fiorentino al poco frizzante, ma solido ambiente emiliano-romagnolo? Il segretario che cerca un suo personale rilancio ha bisogno di un partito, anche se chi lo conosce non crede che saprebbe poi farlo funzionare e valorizzarlo. Vorrebbe un partito più unito, magari senza Bersani e quel che rimane dei bersaniani. Saranno Critelli, Calvano, Bonaccini, Richetti (alla ricerca di un ruolo chiave e sovraordinato nella nuova segreteria) e Andrea Rossi all’organizzazione a dargli quel partito? Difficile dirlo, ma inevitabile sottolineare che un riallineamento complessivo del PD emiliano-romagnolo su Renzi, da un lato, desterebbe grandi preoccupazioni nei molti parlamentari che desiderano la ricandidatura e molte speranze negli aspiranti fra i combattenti del pur sconfitto fronte del “sì”, dall’altro, aprirebbe spazi per Merola ( non “per il suo progetto” di cui non vedo né gli obiettivi né il perimetro). I nomi li ho fatti. Mancano solo le indicazioni su quali grandi, ma anche piccole, idee sapranno proporre sia i nuovi renziani sia il vecchio Merola. A quando il philosophari?

Pubblicato il 28 gennaio 2017

Restano i nominati e altri obbrobri

Il fatto

Cancellando il ballottaggio, l’elemento davvero distintivo rispetto al Porcellum, la Corte Costituzionale ha strappato il cuore dell’Italicum. Non è chiaro perché i renziani gongolino dicendo che è stato salvato il premio di maggioranza la cui soglia per ottenerlo, rimasta ferma al 40 per cento, non sarà attingibile da nessuno tranne da Luca Lotti che sostiene che il 40 per cento dei Sì al referendum costituzionale sono tutti del suo capo. Seppure in maniera tormentata, la Corte ha fatto molto di più. Ha scoperto una disposizione di sessant’anni fa (grazie archivisti archeologi), per conservare le obbrobriose candidature multiple, fino a dieci collegi, preziosa eredità berlusconiana, stabilendo, però, che i supercandidati, almeno nove volte su dieci inevitabilmente anche paracadutati/e, non potranno scegliere ad libitum (che non sarebbe loro, ma del capo) dove desistere e dove insistere, ma, “allo stato”, vale a dire fino a che non si troverà un altro escamotage, dovranno sottostare al “criterio residuale del sorteggio”. Più precisamente, andranno a rappresentare un collegio a caso.

Nel complesso, la rappresentanza politica degli italiani sarà affidata a due tipi di deputati: un 65 per cento o poco più di nominati, sui quali faremo affidamento per contenere il fenomeno del trasformismo (nominati e nominate saranno molto leali nei confronti di chi ha il potere di rinominarli/e); un 35 per cento di eletti che si sono conquistato il seggio grazie alle preferenze. Che l’esistenza di capilista bloccati e di pluricandidati vada a cozzare contro il principio di eguaglianza (art. 3 della Costituzione italiana vigente), in questo caso di eguaglianza fra i candidati stessi nella competizione elettorale, evidentemente alla maggioranza dei giudici non deve essere sembrato un problema. Se esistesse la possibilità per i giudici costituzionali italiani di esprimere a chiare lettere sia le loro motivazioni concorrenti con la sentenza firmata dalla maggioranza sia le opinioni dissenzienti, i cittadini italiani imparerebbero molto sui criteri che i giudici adottano. Potrebbero addirittura scoprire che, mentre alcuni di noi, malpensanti, attribuiamo le decisioni a motivazioni politiche, i giudici seguono solidissime interpretazioni giuridiche, anche se, in materia elettorale, proprio tutte giuridiche non possono essere.

Infine, la maggioranza della Corte ha risposto anche ad una domanda politica che era/è nell’aria: “quando si può andare a votare?”. Risposta perentoria della Corte: “All’esito della sentenza, la legge elettorale è suscettibile di immediata applicazione”. Sul punto, avrei più di una riserva. Possibile che non sia necessario un passaggio parlamentare con il quale il testo dell’Italicum viene riscritto con i tagli impostigli dalla Corte? Già sembra opinione largamente, ma non unanimemente, condivisa, che il massacro del Porcellum abbia dato vita a una legge “suscettibile di immediata applicazione” al Senato, il cosiddetto Consultellum. Tuttavia, poiché le due leggi, ancorché entrambe proporzionali , contengono differenze non marginali, soprattutto per le clausole d’accesso al Parlamento (un misero 3 per cento alla Camera e un cospicuo 8 per cento al Senato) e per l’attribuzione del premio in seggi, rimane aperta la necessità segnalata con forza (sic) dal Presidente Mattarella: armonizzare i due testi di legge al fine di evitare la presenza di una maggioranza alla Camera diversa da quella al Senato.

Lasciando l’esultanza a chi vuole andare il più presto possibile a elezioni anticipate, due problemi meritano di essere sobriamente segnalati. Il primo riguarda chi debba scrivere le leggi elettorali: il Parlamento o la Corte Costituzionale? Se il Parlamento dimostra la sua incapacità, è inevitabile che “il giudice delle leggi” diventi anche il produttore di quella specifica legge, ma lo fa di risulta potendo operare soltanto a partire da (brutti) testi già esistenti con esiti che, probabilmente, non hanno soddisfatto appieno nessuno dei giudici costituzionali. Secondo problema: nuove elezioni fatte con leggi che contengono non pochi inconvenienti comportano, da un lato, la possibilità di un esito balordo per un po’ tutti i partiti (e gli elettori); dall’altro, che il discorso sulla legge elettorale riprenderà e continuerà con acrimonia anche dopo il voto. “Chi è causa del suo mal pianga se stesso” non è, però, una consolazione per i cittadini elettori costretti a usare strumenti elettorali raffazzonati e inadeguati e a subire le conseguenze del malgoverno.

Pubblicato il 28 gennaio 2017

Italicum: dialogo tra un Giudice costituzionale e uno Scienziato politico

FQ

Scienziato: Non solo, caro Giudice, ci avete messo un sacco di tempo per partorire un topolino, ma adesso vi date addirittura quindici giorni (le motivazioni della sentenza saranno pubblicate il 10 febbraio) per stendere il testo completo.

Giudice: Manca il personale. Ah, no: questo non lo credete. Dirò, allora, che c’erano dissensi tecnici e politici. Insomma, il Parlamento opera lentamente dietro muri di ignoranza e da noi volete una rapida supplenza senza accondiscendenza addirittura in piena trasparenza?

S: A me, in una delle poche riforme sulle quali sono d’accordo con Rodotà, piacerebbe leggere non solo le motivazioni della maggioranza, ma le motivazioni eventualmente concorrenti, ancorché differenti, e soprattutto le opinioni dissenzienti. Vorrei portarvi a Filadelfia (dove fu scritta la Costituzione USA) e non lasciarvi sul Partenone.

G: Perché sul Partenone?

S: E dov’altro si poteva ricorrere al sorteggio se non là dove uomini bianchi, cresciuti agli insegnamenti dei filosofi, benestanti, leggermente abbronzati e profumati, di status eguale, erano disponibili ad accettare il sorteggio per le cariche elettive? Invece, il sorteggio attraverso il quale stabilire il collegio di cui il pluricandidato sarà rappresentante sembra alquanto orwelliano.

G: Non le pare di esagerare, scienziato, perché chiamare in causa Orwell, mica siamo nella Fattoria degli animali?

S: Come no! Tutti i candidati sono eguali, ma alcuni sono più eguali di altri. Infatti, ce ne saranno molti che continueranno a godere delle pluricandidature e molti che saranno capilista bloccati. Alquanto scandaloso. Forse va anche contro il principio di eguaglianza dell’art. 3 della Costituzione che noi referendari del NO abbiamo appena salvato.

G: Nell’art. 3 mica sta scritto che tutti i cittadini candidati sono eguali davanti alla legge elettorale. L’eguaglianza l’abbiamo recuperata con quello che lei critica: il sorteggio. Pensi come sarà divertente.

S: Divertente, non so, ma, sostanzialmente, privo di rischi per l’elezione dei pluricandidati, inesorabilmente, anche pluriparacadutati e, soprattutto, privo di opportunità per gli elettori che non potranno bocciarli.

G: Sottigliezze le sue, scienziato dello stivale italico. Guardi al nostro intervento più incisivo: l’abolizione del ballottaggio. Non vede che con un colpo di forbici abbiamo ridato al paese l’agognata proporzionale?

S: Tanto per cominciare io non l’agognavo per niente. Secondo, il ballottaggio era, quasi esattamente come per l’elezione dei sindaci, uno strumento importante nelle mani degli elettori partecipanti che acquisivano il potere di decidere a chi consegnare il potere di governarli. L’avete tolto perché temevate che il prossimo governo fosse a Cinque Stelle.

G: Oh, no, scienziato, noi non facciamo politica, suppliamo alle carenze oramai drammatiche della politica. Adesso, aspettiamo che i parlamentari in carica “armonizzino” la legge per la Camera con il Consultellum che abbiamo già scritto per loro tre anni fa. Che cosa volete di più?

S: Continuo a volere un Europaeum, vale a dire una legge sul modello di quelle che, in Francia, doppio turno in collegi uninominali, e in Germania, proporzionale personalizzata son soglia di accesso al Bundestag, hanno dato ottima prova di sé.

G: Ma, allora, visto che si unisce alle nostre schiere? Anche lei arriva sul Partenone. La avrà quella legge elettorale, la avrà: alle calende greche.

Pubblicato il 26 gennaio 2017 su FuturoQuotidiano

Scrivere una legge elettorale europea

Nelle democrazie, le leggi elettorali le scrivono i parlamentari, non i governi, meno che mai i giudici, neppure quando sono giudici costituzionali. Tuttavia, è sempre opportuno e giusto che i giudici valutino la costituzionalità delle leggi elettorali, come le due più recenti leggi italiane, Porcellum e Italicum, relativamente alla loro conformità ai principi sui quali si regge e secondo i quali deve funzionare la Repubblica. Congegnata per compiacere Berlusconi ai tempi del Patto del Nazareno, formulata dal governo Renzi e poi imposta con addirittura tre voti di fiducia, la legge nota come Italicum era poco meno che un Porcellum rivisto e solo parzialmente corretto. Smantellato dalla Corte costituzionale il Porcellum con la sentenza n.1/2014, apparve subito ovvio che l’Italicum non era esente da vizietti di incostituzionalità molto simili a quelli del suo predecessore. Piovvero i ricorsi sui quali, chiamata a decidere, la Corte prese tempo in attesa dell’esito referendario che, mantenendo in vita il Senato, rende indispensabile anche una nuova legge per la sua (ri-)elezione.

La laboriosa decisione della Corte, che segnala significative differenze sia tecniche, vale a dire sui meccanismi, sia politiche, ovvero sull’impatto che la sentenza avrà sul governo, sul Parlamento sul sistema politico, è stata resa ancora più difficile dall’esistenza di una precedente indicazione di fondo della Corte stessa. Nessun organismo costituzionale può rimanere privo della legge che ne consente l’elezione. Dunque, quando la Corte smantellò il Porcellum, quello che rimase in piedi, detto Consultellum, era una legge elettorale, del tutto proporzionale, che molti ritennero immediatamente applicabile. Dichiarati incostituzionale il solo ballottaggio, peraltro, il cuore dell’Italicum, quello che rimane è quasi certamente una legge altrettanto applicabile, ma migliorabile da più punti di vista, anche grazie alla necessità di estenderla e, come ha chiesto il Presidente della Repubblica Mattarella, in maniera armonica, al Senato.

Adesso, nulla osta che il Parlamento, non il governo, rimetta le mani nella comunque ingarbugliata matassa della legislazione elettorale. Formalmente, non c’è fretta poiché la legislatura può durare fino a febbraio-marzo 2018. Politicamente, alcuni dirigenti di partito vogliono anticipare il ritorno alle urne perché pensano di trarne qualche profitto, ma raramente gli elettori italiani hanno premiato chi ha interrotto la vita di un Parlamento. Per di più, come dovrebbe essere noto anche a chi vive nel Palazzo, la gatta frettolosa fa i gattini ciechi. Non sembra proprio il caso che i partiti continuino ad anteporre i loro interessi di breve respiro, calcolati sulla base dei sondaggi, per scrivere una legge elettorale che un eventuale ricorso potrebbe fare tornare alla valutazione della Corte. Nelle democrazie, non solo europee, di lunga durata, soltanto in rarissimi casi (uno dei quali, importantissimo, è la Francia, che nel 1958 fece un cambio di regime), le leggi elettorali sono state cambiate.

Sarebbe bello e utile conoscere le opinioni, non solo dissenzienti, dei giudici per sfruttarne la ratio al fine di formulare una buona legge elettorale. Comunque, adesso è augurabile che, con due obiettivi fondamentali in mente: potere degli elettori e rappresentanza dei cittadini, i parlamentari in carica scrivano una legge elettorale di stampo europeo, vale a dire già vista all’opera, che venga accettata da tutti, o quasi, perché equa, perché non garantisce vantaggi a nessun partito esistente, non impedisce la nascita di partiti nuovi, purché godano di un adeguato consenso elettorale, offre ai cittadini la possibilità di scegliere il partito e i candidati preferiti, incoraggia la formazione di coalizioni governo, consente di sperare che la sua vita sia lunga e che il sistema non si blocchi ancora a causa di incompetenza e partigianeria.

Pubblicato AGL il 26 gennaio 2017

I FIGLI DI ARES Guerra infinita e terrorismo #Firenze 25 gennaio 2017

LEGGERE PER NON DIMENTICARE

ciclo d’incontri a cura di Anna Benedetti

Biblioteca delle Oblate – Via dell’ Oriuolo 24 – Firenze

Mercoledì 25 gennaio 2017 – ore 17.30

 

UMBERTO CURI

 I FIGLI DI ARES

Guerra infinita e terrorismo (Castelvecchi, 2016)

Introduce:

Gianfranco Pasquino professore Emerito di Scienza politica

 

 

Non può essere pacifico un mondo in cui la maggior parte delle risorse economiche, monetarie, energetiche e alimentari sono riservate a una minoranza della popolazione. Parte da qui la riflessione sulla guerra e il terrorismo dello storico della filosofia Umberto Curi. L’asimmetria della nuova guerra congiunta all’asimmetrica distribuzione delle risorse a livello planetario, dovrebbe essere sufficiente “a far intravedere quale sia il grembo che alimenta la perpetuazione e il rafforzamento del terrorismo”. La crescita simbiotica del divario tra l’opulenza dei pochi e la miseria dei tanti e la proliferazione del terrorismo internazionale, testimonia concretamente l’inseparabilità concettuale e materiale dei due fenomeni. Come pure l’attuale distinzione tra “migranti economici” e “richiedenti asilo politico” non solo è scientificamente infondata, in quanto entrambi figli del sottosviluppo e della povertà imposta, ma va semmai interpretata come l’esito ineluttabile delle logiche predatorie dell’Occidente. Se si vuole un mondo più sicuro, conclude Curi, “è indispensabile adoperarsi affinché esso sia pure più giusto” e se si vuole la pace “ben più incisiva rispetto allo strumento della guerra preventiva è la rimozione delle catene della miseria in cui versano centinaia di milioni di esseri umani”.

Umberto Curi Professore emerito di Storia della filosofia nell’Università di Padova. Fra i suoi testi più recenti, ricordiamo: Straniero (2010), Via di qua. Imparare a morire (2011), L’apparire del belloNascita di un’idea (2013), La porta stretta. Come diventare maggiorenni (2015), Endiadi. Figure della duplicità (2015). Sui temi affrontati in questo libro, ha pubblicato fra l’altro Pensare la guerra. L’Europa e il destino della politica (1999).

Gianfranco Pasquino nato a Torino, si é laureato in Scienza politica con Norberto Bobbio e specializzato in Politica Comparata con Giovanni Sartori. Professore di Scienza politica nell’Università di Bologna dal 1969 al 2012, è stato nominato Emerito nel 2014. Fra i fondatori della “Rivista Italiana di Scienza Politica”, ne è stato Redattore Capo per sette lunghi anni (1971-1977) e condirettore dal 2000 al 2003. E’ anche stato Direttore della rivista “il Mulino” dal 1980 al 1984.  Ha ottenuto tre lauree onorarie: dalle Università di Buenos Aires e di La Plata e dall’Università Cattolica di Cordoba. Dal luglio 2005 é socio dell’Accademia dei Lincei. E’ autore di numerosi volumi i più recenti sono La Costituzione in trenta lezioni (UTET 2015); Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate (Egea-UniBocconi 2015) e L’Europa in trenta lezioni (UTET 2017).

www.leggerepernondimenticare.it