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Era il maestro, diffidate degli imitatori #GiovanniSartori

Non sarei dove sono, non sarei quello che sono se non avessi incontrato Giovanni Sartori un giorno di metà dicembre 1967 quando alla Facoltà “Cesare Alfieri” di Firenze avvenne la selezione per i borsisti del Centro Studi Politica Comparata da lui appena fondato. Abbiamo a lungo scherzato su quell’occasione alla quale, rientrato da un anno di studio negli Usa, mi presentai, ben preparato, per l ‘esame, ma, soprattutto con un elegantissimo cappotto blu lungo, com’era la moda di quell’anno. Ancora nell’ultima occasione in cui ci siamo visti, tre settimane fa, Sartori lo ricordava, aggiungendo che anche la lunghezza dei miei capelli era un tratto distintivo, ma che, insomma, il mio esame era stato sorprendentemente buono. Ho imparato moltissimo da Sartori e ho ricevuto moltissimo da lui, non per sua particolare generosità, ma perché era uno studioso originale, sistematico, esigente. Le sue critiche erano dure e motivate. Le sue richieste di miglioramenti imperiose. Voleva un impegno costante e dedizione alla ricerca e all’insegnamento. Nei miei cinque anni fiorentini facemmo molte cose insieme, la più importante fu la Rivista Italiana di Scienza Politica, lui direttore, io redattore capo, non senza vivaci contrasti (dai quali uscivo regolarmente sconfitto).

Sartori ha rifondato la scienza politica in Italia, introducendola come materia, anche grazie all’appoggio di Norberto Bobbio (il relatore della mia tesi di laurea) e di Gianfranco Miglio, nell’ordinamento delle Facoltà di Scienze Politiche. Esaurito questo compito molto impegnativo che si tradusse anche nell’attivazione degli insegnamenti di Scienza politica nelle più importanti sedi: Firenze e Bologna, Torino e Milano, decise di accettare la più prestigiosa offerta fra quelle pervenutegli dall’Inghilterra (Oxford) e dagli Usa. Nel 1976 se ne andò a Stanford per tre anni, poi gli fu affidata la Albert Schweitzer Chair in the Humanities alla Columbia University dove rimase fino alla pensione (1995) divenendone Emerito.

Spesso si dice che persino i grandi studiosi in definitiva scrivono un unico libro e poi elaborano idee e approfondimenti intorno a quella stessa tematica. Non è affatto questo il caso di Sartori. Ha scritto almeno tre grandi libri. Democrazia e definizioni (1957) è uno straordinario saggio di teoria, filosofia e scienza politica che gli diede grande fama e che è stato non solo un best-seller, ma un long-seller. Di democrazia ha continuato a scrivere per cinquant’anni. Il suo libro Parties and party systems (1976) è un classico che nessuno studioso dei partiti può permettersi di ignorare. Fu tradotto in molte lingue, non in italiano. Ho assistito alle sue reazioni disgustate quando leggeva qualche prova di traduzione e cercavo di spiegargli che “Sartori non può essere tradotto in italiano. Solo lui stesso può farlo. Nessuno può neppure lontanamente riuscire a imitare il suo stile”. Scherzando, ma non troppo, si lamentava che, naturalmente, i cinesi non avevano nessuna intenzione di pagargli i diritti d’autore. Un’irritazione di tipo diverso gli era causata dall’ignoranza dei sedicenti riformatori elettorali e istituzionali italiani. Fin quando poté li sbeffeggiò (sì, questo è il verbo giusto) nei suoi brutali (anche questo è l’aggettivo giusto) e letali editoriali sul Corriere della Sera. Il suo libro Ingegneria costituzionale comparata (1994), variamente ripubblicato, con aggiunte, dal Mulino, è da vent’anni il testo con il quale si confrontano tutti gli studiosi che nel mondo anglosassone e latino-americano si sono occupati di democrazia e riforme costituzionali.

Invitato nel 1969 a collaborare al Corriere della Sera dal suo collega Giovanni Spadolini, diventatone il direttore, Sartori sfruttò l’occasione con grande soddisfazione e gusto. Molti furono i bersagli delle sue due nitide colonne di prima pagina, ma Berlusconi con il suo monumentale conflitto d’interessi lo obbligò a mettere in evidenza che cos’è il liberalismo come tecnica di separazione dei poteri, di autonomia delle istituzioni, di freni e contrappesi, di non commistione fra affari privati/personali e cariche pubbliche, non da ultimo come stile di governo. Raccolse i suoi editoriali nel libro Il Sultano (Laterza).

L’uomo Sartori non era accondiscendente con nessuno. Voglio chiudere con le sue parole scritte come premessa a un libro dedicatomi: “Tra cattivi caratteri forse il peggiore è il suo”. Senza forse Giovanni Sartori è stato il più grande scienziato politico dei suoi tempi.

Pubblicato il 5 aprile 2017 su Il fatto Quotidiano 

La legge elettorale: volàno per la democrazia #Firenze 8aprile ore 10

La legge elettorale: volàno per la democrazia

conducono Sandra Bonsanti e Marco Modena

Relatori

Stefano Merlini – Professore Ordinario di Diritto Istituzionale

Gianfranco Pasquino – Professore Emerito di Scienza Politica

Andrea Pertici – Professore Ordinario di Diritto Costituzionale

Sabato 8 aprile 2017
Palazzo del Pegaso, Auditorium – Via Cavour 4, Firenze
ore 10.00 – 13.00

L’accesso sarà consentito, previa esibizione di valido documento di identità, nei limiti dei posti previsti ai sensi della normativa in materia di sicurezza

Gruppo Consiliare Regione Toscana Sì Toscana a Sinistra

INVITO Pragmatismo/Ideologia #SestoSanGiovanni #Milano 6 aprile ore 21

Le parole sono importanti

Quattro incontri per restituire ad alcune parole molto usate, e talvolta abusate, un più ampio e articolato significato

Giovedì 6 aprile ore 21
Gianfranco Pasquino, professore di Scienza Politica parla di
Pragmatismo/Ideologia
con Rita Innocenti

Villa Puricelli Guerra
via Puricelli Guerra, 24
Sesto San Giovanni – Milano

 

INVITO Legge elettorale: ieri, oggi e domani #Bologna Sinistra Universitaria

Lunedì 3 aprile alle ore 16 Sala Armi – Palazzo Malvezzi

ne parleranno

Gianfranco Pasquino, Professore Emerito di Scienza Politica Università di Bologna

Andrea Morrone, Professore di Diritto Costituzionale Università di Bologna

 

Legge elettorale carsica: bentornato, Mattarellum #leggeElettorale #mattarellum

Dov’è finita l’urgentissima legge elettorale? Sono i gufi a fare melina oppure i renziani che, rattrappiti dopo la botta alla legge più bella d’Europa, boccheggiano? Sono quei renziani a temporeggiare sperando di trarre qualche linfa dalle votazioni per il prossimo segretario? Ma se la legge elettorale è di tutti e per tutti perché attendere l’evento di un partito? Comunque, alla Camera dei deputati quel che ne rimane del Partito Democratico ha la maggioranza assoluta dei seggi. È sufficiente che introduca il Mattarellum, magari come primo atto riformista dell’inopinato Ministro delle Riforme Anna Finocchiaro, e lo faccia votare. Dopo, brevissimo il passo, toccherà al Senato dove il PD finalmente nominerà il Presidente della Commissione Affari Costituzionali, per esempio, un Senatore competente come Federico Fornaro, adesso di Articolo 1, e subito dopo chiederà a uomini e donne di qualche volontà di procedere all’approvazione perché prima o poi si tornerà alle urne e, insomma, è meglio avere una legge votata dal Parlamento piuttosto che un testo scribacchiato (eh, sì, cara Corte Costituzionale, proprio di scribacchio si tratta) da non proprio competentissimi giudici. Le leggi elettorali non sono affare da giuristi, ma richiedono conoscenze politologiche. Periodicamente, è anche giusto ricordare a quelli che parlano di sovranità popolare che il Mattarellum non è caduto dal cielo e neanche dalla Consulta, ma è stato in prima e grandissima misura il prodotto di un referendum popolare approvato il 18 aprile 1993 da quasi il novanta per cento dei votanti. L’esito si applicava direttamente soltanto al Senato cosicché i deputati pensarono soprattutto a salvarsi la pelle, ovvero il seggio, e ne venne fuori il Mattarellum con la scheda di recupero proporzionale, ma anche con la possibilità per gli ornitologi di fare le liste civetta per non perdere neanche un voto del cosiddetto scorporo. Brutto trucchetto che nel 2001 costò, a chi aveva ecceduto nella furbata, cioè la Casa delle Libertà, la bellezza di undici seggi.

In attesa della moral suasion del Presidente Mattarella che, ne sono sicuro, arriverà, arriverà, comincio con il ricordare a Forza Italia e al suo ultraottantenne fondatore e capo che con il Mattarellum furono loro a vincere due volte (1994 e 2001) su tre, sequenza spezzata fortunosamente dall’Ulivo, ma soltanto perché la Lega si chiamò o restò fuori dalla berlusconiana coalizione nel 1996. Quanto al vero obiettivo di Berlusconi: nominare i suoi parlamentari, con il Mattarellum potrà continuare a farlo con grande sollievo di tutti i e le candidabili. Naturalmente, poi, anche quei nominati dovranno trovarsi i voti per l’elezione vera e propria: un bagno di politica. Adesso, mi aspetto che tutti gli adamantini sostenitori di Porcellum e Italicum (due leggi elettorali proporzionali neanche troppo molto distorte dal premio di maggioranza: con il Porcellum i seggi maggioritari nel 2008 ammontarono al 15 per cento; nel 2013 al 30 per cento; con l’Italicum non sarebbero stati meno del 25 per cento), dolorosamente colpiti da quello che, sbagliando, definiscono un ritorno alla proporzionale e contraddicendo il loro capo renziano, quello del non avere paura del futuro, fanno riferimento al terrorizzante spettro di Weimar, convergano sul Mattarellum. Di sistema elettorale maggioritario si tratta, per di più in collegi uninominali dove, almeno qualche volta, la personalità dei candidati e la campagna elettorale possono, come vorremmo noi, ma dovrebbero volere anche loro, fare una differenza re-instaurando una democrazia competitiva. Se sarà anche bipolare lo vedremo a voti contati come si racconta che succede in tutte le democrazie del mondo.

Abbandonando pregiudizi e leggende metropolitane che opinionisti anche di non altissimo livello dovrebbero sottoporre al vaglio della critica e di buone letture, chi vuole una legge elettorale decente ha l’obbligo morale di chiedere quello che si può effettivamente e rapidamente ottenere. Il Mattarellum rivisto sullo stampo di quello esistente per il Senato non richiederebbe né alla Camera né al Senato stesso che piccolissimi ritocchi ai collegi uninominali. Mattarellum 2.0: thank you. Tutto il resto sono manipolazioni riprovevoli di chi pensa soltanto a come fare vincere non il proprio partito, ma la propria fazione. Non ha funzionato il 4 dicembre, non funzionerebbe neppure nel febbraio 2018.

Amenità
È arrivata, scrive il “Corriere della Sera” (29 marzo, p. 10), “la mediazione di Giuliano Pisapia … il Mattarellum con collegi più piccoli sarebbe una legge che avrebbe vantaggi enormi per aggregare le coalizioni”. Poiché i collegi del Mattarellum sono uninominali, vale a dire eleggono UN solo candidato, per diventare più piccoli dovrebbero eleggere mezzo candidato? un quarto di candidato? un decimo di candidato? Tutto questo dopo trent’anni di dibattito elettorale. And the rest is silence (Amleto).

Pubblicato il 30 marzo 2017 su PARADOXAforum

Non voglio assolvere il popolo dal declino della politica #RomaInConTra

Brevissima clip dal video della sesta puntata della settima stagione di “Roma InConTra

 

Democrazia senza popolo #Bologna 30 marzo

Giovedì 30 marzo ore 18

laFeltrinelli Piazza Ravegnana, 1 Bologna

Presentazione di

Democrazia senza popolo

L’Autore Carlo Galli ne discute con Gianfranco Pasquino

Mai come oggi la politica è tutta incentrata sul fare e per nulla sul pensare. I risultati sono il discredito, la cecità, l’impotenza della democrazia. Semmai, è interessante ricercare le cause: che è appunto quanto qui si cerca di fare

Quello che non emerge: una cultura politica 1 aprile #Torino Biennale Democrazia #bdem17

sabato 1 aprile ore 10
Circolo dei lettori – Sala Grande
via Gianbattista Bogino 9, Torino

Quello che non emerge: una cultura politica

Valeria Ottonelli e Gianfranco Pasquino

coordina Gabriele Magrin

Esaurite le ideologie e affondate le culture politiche, cancellato il “secolo socialdemocratico”, in sofferenza persino il neo-liberismo, a contendersi il campo sono rimasti l’antipolitica, il populismo e i fondamentalismi. Chi pensa che i diritti e i doveri da soli non bastino per nessuna (vecchia e) nuova cultura politica deve chiedersi dove e come potranno nascere nuove culture politiche competitive che diano risposte al governo dell’economia, all’ammodernamento del welfare e alle diseguaglianze

 

 

Quale legge elettorale? Quale rapporto tra Parlamento e Governo? #Bologna 30marzo

Giovedì 30 marzo 2017, ore 20.45
presso il Centro Costa
via Azzo gardino, 48 – Bologna (nei pressi della Cineteca)

Quale legge elettorale? Quale rapporto tra Parlamento e Governo?

Intervengono:
MASSIMO VILLONE,
Prof. di Diritto Costituzionale, Università Federico II, Napoli
GIANFRANCO PASQUINO
Prof. emerito di Scienza Politica, Università di Bologna
STEFANIA SCARPONI
Prof.ssa di Diritto e Genere, Università di Trento
Coordina il Prof. UMBERTO ROMAGNOLI
COMITATO “PER LA DEMOCRAZIA COSTITUZIONALE”, “LIBERTA’ E GIUSTIZIA” e “SALVIAMO LA COSTITUZIONE” Città Metropolitana di Bologna, Comitato Referendario regione Emilia-Romagna

 

Europa sobrevive y cambia

En el marco del ciclo de conferencias organizado por la Fundación Taeda, el politólogo italiano Gianfranco Pasquino se refirió al presente y futuro de la unión monetaria europea. En su opinión, los próximos doce meses serán determinantes en la solución de los problemas del Viejo Continente.

“La crisis es profunda, pero puede ser resuelta”. Así definió el politólogo Gianfranco Pasquino, miembro del Comité de Notables de la Fundación Taeda, la situación por la que atraviesa la eurozona en estos días. El académico italiano, quien dirige la Maestría en Relaciones Internacionales de la sede Buenos Aires de la Universidad de Bolonia, destacó que la Unión Europea (UE) es “el mayor espacio de democracia en el mundo” y sostuvo que la actual crisis económica no afecta al bloque “desde el punto de vista institucional”.

Pasquino, un europeísta convencido, se mostró confiado en el liderazgo de Alemania, país que ejerce una hegemonía que consideró “natural” dentro de la UE debido al peso de su economía, su prosperidad y su disciplina fiscal. Aseguró que el mayor desafío en el futuro inmediato será reforzar el rol del Banco Central Europeo (BCE), que hoy en día “puede controlar de cierta manera la política monetaria, pero no puede manejar la política fiscal ni los presupuestos de los Estados miembros”.

Al referirse a la negativa de algunos países europeos a ceder mayores poderes al Banco, recordó que actualmente “la soberanía no está totalmente en manos de los Estados” y que ya en el pasado los socios de la UE resignaron facultades soberanas en beneficio de otros órganos comunitarios, como el Consejo Europeo, la Comisión Europea y el Europarlamento. “Probablemente hoy sea necesaria una mayor cesión de soberanía”, añadió, aunque admitió que los Estados fuertes del bloque son reacios a otorgar mayores competencias al BCE con sede en Francfort.

De la integración exitosa a la turbulencia económica

“La integración económica europea fue un éxito hasta 2008”, subrayó en la primera parte de su exposición, en la que atribuyó las mayores responsabilidades por el estallido de la actual crisis económica a los bancos estadounidenses e ingleses. Enfatizó que no es la Unión Europea en su conjunto la que tiene problemas económicos, sino solo “algunos países” del bloque.

Admitió, al mismo tiempo, la existencia de causas endógenas, entre las que destacó “el exceso de optimismo de algunos Estados y de muchos ciudadanos europeos”. Hizo especial referencia al caso de España, país que había logrado construir “una democracia con partidos organizados, con alternancia en el poder y con una clase política de buena calidad”. Esto los habría llevado a exagerar sus expectativas de crecimiento.

El segundo elemento que, según Pasquino, explica la actual turbulencia dentro de la eurozona fue el ingreso al bloque de los Estados de Europa del Este, hecho que “produjo muchas dificultades”. A su juicio, algunos de estos newcomers no cuentan aún con la necesaria solidez institucional y sus instituciones democráticas presentan falencias, tal como lo demuestra la actual crisis política en Rumania, donde el presidente Traian Basescu se encuentra enfrentado con el primer ministro Víctor Ponta. Para Pasquino, “la inclusión de muchos Estados ha producido un gran espacio, pero una menor vinculación entre los participantes”.

Neoliberales versus keynesianos

Otro de los debates que planteó el politólogo italiano durante su presentación es el que enfrenta a los economistas neoliberales con sus pares keynesianos. “El debate sobre el rol del Estado y del mercado es decisivo”, destacó Pasquino, quien negó que las ideas de Milton Friedman se hayan impuesto sobre las de John Maynard Keynes. “Hay keynesianos en EE. UU., y un ejemplo de ellos es el premio Nobel Paul Krugman, pero no es el único; también hay muchos keynesianos en Europa”, añadió.

Pasquino consideró que, contrariamente a lo que comunmente se cree, la dirigencia política alemana está lejos de haber adoptado una única posición en materia económica y persisten las diferencias entre los grandes partidos -la Unión Demócrata Cristiana y el Partido Socialdemócrata- y aun hacia el interior de cada una de estas fuerzas. Por el contrario, sostuvo que es precisamente en ese país “donde se da el debate teórico y económico más intenso sobre lo que es necesario hacer en Europa”. Destacó, en otro orden, la figura de Mario Draghi, el economista italiano que preside el Banco Central Europeo (BCE) desde noviembre del año pasado, a quien definió como “un keynesiano muy riguroso”.

La necesidad de una mayor integración política

“El problema actual solo puede ser resuelto a través de una integración política y no únicamente económica”, sostuvo Gianfranco Pasquino, citando la tesis de los denominados “federalistas”, una de las tres grandes corrientes teóricas desde las cuales suele analizarse el proceso que llevó a la unificación europea. También repasó las otras dos teorías predominantes, el funcionalismo y el intergubernamentalismo, que han revelado sus limitaciones si consideramos la actual turbulencia en la zona euro.

Se detuvo también en los “mecanismos a través de los cuales se formulan las decisiones vinculantes en la Unión Europea”. Mencionó al respecto la existencia de dos posiciones: “Hay quienes dicen que Europa solo puede avanzar a través del voto unánime de los países miembros, mientras que otros consideran que, como en toda democracia, se necesita el voto por mayoría absoluta, integrando entre otros elementos, la población y los ingresos de los países miembros”. Según este académico, el problema de la unanimidad es que “los pequeños Estados pueden negociar con mucha fuerza”, lo que lleva a la postergación de decisiones importantes en el seno de las instituciones comunitarias.

Siguiendo con su análisis de las ideas federalistas, Pasquino sugirió la hipótesis de convertir a la Comisión Europea en el futuro gobierno de la UE y transformar al Consejo Europeo de Jefes de Estado y de Gobierno -que hoy tiene un papel central en las decisiones comunitarias- en una suerte de Senado. El politólogo lanzó también la idea de una elección popular directa del presidente de la UE, cuya designación en la actualidad surge de las deliberaciones del Consejo Europeo. Pasquino sostuvo, asimismo, que será fundamental ampliar el poder del Parlamento Europeo, aunque admitió que hasta ahora, cada vez que los ciudadanos del Viejo Continente han sido llamados a las urnas, los partidarios de la integración han tenido menos capacidad de movilización que los euroescépticos.

Doce meses cruciales

“La Unión Europea va a resolver su crisis en un plazo máximo de un año”, aseguró con optimismo Pasquino, quien subrayó que en los próximos doce meses se desarrollarán tres elecciones claves para el futuro de la UE, las presidenciales de EE. UU. en noviembre, los comicios parlamentarios de Italia en abril de 2013 y las elecciones de Alemania en septiembre.

“Entre los europeos crece la sensación de que es necesario hacer algunos sacrificios para salvar la UE”, describió, al finalizar su exposición. “No hay una solución individual; la solución es colectiva”, concluyó.