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I nodi. Dal Senato al Cnel: cosa c’è da cambiare

Il fatto

Una delle argomentazione sulle quali puntano i corifei del SI’ è che se vincesse il NO rimarremo nella palude, in mezzo al guado, oppure, addirittura, retrocederemmo nel Medioevo (ben preparati grazie alle previsioni dell’Ufficio Studi di Confindustria). Dicono che le posizioni costituzionali (e elettorali) del variegato schieramento del NO non riuscirebbero mai ad approdare a qualsiasi riforma, neppure la più necessaria. Sono convinto che non sarà affatto così. Senza arrogarmi nessun diritto di parlare a nome di un comitato del NO, provo a fare qualche suggerimento operativo che svuoterebbe le critiche dei si(sic)dicenti riformatori. I destinatari dei miei suggerimenti sono, in primo luogo, tutti i parlamentari che ritengono che le riforme fatte sono sbagliate, pasticciate, confuse e, probabilmente, controproducenti.

Comincio dal metodo. La premessa è che alcune riforme mirate sono certamente necessarie e subito possibili. Debbono, al tempo stesso, essere il prodotto di una visione sistemica, vale a dire come migliorare il funzionamento del sistema politico e come dare più potere agli elettori, ed essere ciascuna a se stante. Lo spacchettamento che i renziani non hanno né saputo fare né voluto accogliere consentirà agli oppositori non immobilisti di dimostrare che molto si può cambiare in maniera tale da offrire agli elettori la possibilità di respingere o confermare separatamente ciascuna singola riforma.

Naturalmente, per quel che riguarda il CNEL, la sua abolizione può essere proposta negli stessi termini della riforma già approvata. La trasformazione del Senato, se non se ne vuole procedere all’abolizione tout court, che appare difficile, ma, secondo me, nient’affatto improponibile, merita di essere ridefinita secondo due direttrici. La prima è l’accompagnamento della riduzione del numero dei senatori con la riduzione del numero dei deputati. Cinquecento deputati, naturalmente, non nominati, ma davvero eletti con una legge che non sia l’Italicum, sono più che sufficienti a garantire efficace rappresentanza politica ai cittadini italiani. Pur privato del potere di dare e di togliere la fiducia al governo, il Senato può rimanere elettivo, dirò subito come, e il numero dei senatori dovrebbe essere esattamente 93. La seconda direttrice riguarda le modalità di elezione dei senatori. La Valle d’Aosta, la provincia di Bolzano e quella di Trento eleggeranno ciascuna un senatore. Abruzzo e Molise saranno (ri)accorpate in una sola regione. I cittadini di ciascuna delle 18 regioni eleggeranno cinque senatori at large, vale a dire su base regionale. Saranno i cinque candidati che ottengono più voti ad entrare in Senato. Grazie alla loro effettiva rappresentatività politica, i senatori potranno occuparsi di leggi costituzionali, dell’elezione di un giudice costituzionale (non due), partecipare all’elezione del Presidente della Repubblica, occuparsi della politica europea. Come si capisce immediatamente, suggerisco che un apposito disegno di legge costituzionale abolisca la davvero anacronistica figura dei senatori a vita, sia quelli di nomina presidenziale sia gli ex-Presidenti della Repubblica. Insisto sul punto fondamentale che la rappresentanza politica è elettiva.

L’abolizione delle province, con eventuali poche correzioni al testo del governo, può essere ripresentata unitamente a una migliore, più riequilibrata, più snella ridefinizione dei poteri delle Regioni e del governo.
Quanto ai referendum, se ne può ovviamente arricchire la batteria, anche con i referendum propositivi, ma non se ne deve rendere più difficile il ricorso alzando a 800 mila il numero di firme necessario per richiederli. Benvenuta è la ridefinizione del quorum con riferimento ai votanti nelle elezioni immediatamente precedenti quel referendum.
Infine, suggerirei ai parlamentari del NO di intervenire con un breve disegno di legge costituzionale che stabilisca che nessun giudice costituzionale potrà ricoprire al termine del suo mandato una carica pubblica e/o elettiva. La logica, di evidenza cristallina, consiste nel cercare di evitare che i giudici costituzionali, anche i migliori fra loro, si facciano influenzare nelle loro sentenze da qualche opportunità futura.

Questo è un mini-programma riformatore che i sostenitori del NO non dovrebbero avere difficoltà a condividere e che, prima che si tenga il referendum costituzionale, i parlamentari del NO potranno altrettanto facilmente e rumorosamente presentare in Parlamento, accompagnandolo da un solenne impegno a operare per tradurlo in singole separate revisioni costituzionali. L’accusa di immobilismo non ha nessuna cittadinanza nella grandissima maggioranza dei sostenitori del NO, fuori e dentro il Parlamento italiano.

P.S. Presentare un disegno di legge sinteticissimo che abolisca l’Italicum e faccia rivivere, con un paio di ritocchi, il Mattarellum, disinnesca anche le critiche di coloro che sostengono che la vittoria del NO condurrebbe ad un sistema elettorale (fin troppo) proporzionale.

Pubblicato il 10 luglio 2016

IL PUNTO sul dibattito politico #GrParlamento

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IL PUNTO sul dibattito politico di Gianfranco Pasquino del 08/07/2016

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I talentuosi delle democrazie azzardate

La terza Repubblica

Scintillando scintillando, Antonio Polito conduce i lettori del suo La roulette russa nelle democrazie (“Corriere della Sera”, 5 luglio 2016) su un terreno molto scosceso, e ruzzola. O come ruzzola! Le democrazie veramente competitive creano rischi e incertezze per le elite politiche, che, proprio come voleva Vilfredo Pareto, sono costrette a circolare, e creano opportunità e potere decisionale per il popolo (demos che ha kratos). Il resto, al di là e al di qua della Manica, lo fanno quelli che, compagni oppure no, sbagliano, magari perché non ne sanno abbastanza, magari perché giocano d’azzardo, magari perché sono entrati in un talent che non sanno dirigere e nel quale lavorano con attori e attrici esordienti. Il grandissimo, incolmabile vantaggio delle democrazie su tutti gli altri, e sono tanti, regimi a noi noti, è quello, non soltanto di sostituire il taglio delle teste con la fine delle carriere spericolate, ma soprattutto di correggere gli errori. Quindi, se, come ipotizza il Polito, le prossime elezioni a Londra, immagino per Westminster, poiché a Londra c’è già un sindaco musulmano chiaramente europeista, le vince uno schieramento europeista, farà quello che ha promesso al popolo sovrano che, nel frattempo, avrebbe, com’è sua facoltà, cambiato idea anche sulla Brexit.

I referendum sono uno degli strumenti democratici a disposizione del popolo. Nelle elezioni legislative si manifesta il potere dal popolo verso i suoi rappresentanti; nei referendum è il potere del popolo direttamente sulle decisioni e sulle politiche. Nelle democrazie anglosassoni, il Parlamento è sovrano, ma, per l’appunto, se il Parlamento indice un referendum, il popolo risponde sulla base delle informazioni che ha, che sono quelle che i politici hanno saputo trasmettere in maniera più o meno convincente. Il Remain inglese paga il meritato prezzo di decenni di cattiva, incerta, contraddittoria comunicazione/conversazione su quello che l’Unione Europea effettivamente è, anche per la Gran Bretagna.

Quanto al referendum costituzionale nella Costituzione italiana, le cose non stanno affatto come, molto disinvoltamente, lambendo affettuosamente il renzismo, le pone Polito. Per fare le riforme costituzionali non c’è nessun permesso da chiedere al popolo. Bisogna avere come minimo una maggioranza assoluta in Parlamento. Ed è fatta. Se, poi, gli oppositori credono di sapere convincere il popolo, quello attento e partecipante, allora saranno loro (non il governo e la sua maggioranza parlamentare che le riforme le hanno fatte) a chiedere il referendum. Invece, è proprio Renzi che l’ha voluto il referendum. Continua a spronare i renziani delle varie ore a costituire Comitati del SI’. Promette che da quei comitati uscirà la nuova classe dirigente grazie ai meriti acquisiti a mettere banchetti, raccogliere firme, portare faldoni, tutte faticosissime e impegnative corvées che preparano a rappresentare e a governare. Minaccia sfracelli, quello dello scioglimento immediato del Parlamento dovrebbe costargli subito un rimprovero costituzionale dal Presidente Mattarella, ripetendo che, come ha memorabilmente (nel senso che me lo ricordo perfettamente) scandito, se lui perdesse il referendum se ne andrebbe e, come avrebbe commentato Togliatti, ci lascerebbe soli.

Altro che, come scrive Polito, “spruzzare un po’ di democrazia diretta sulla democrazia parlamentare”! La minaccia o ricatto plebiscitario (è venuto di moda parlare pudicamente di “eccesso di personalizzazione”) inquina il referendum e fuoriesce dalla democrazia parlamentare. Sarà giocoforza votare, come non avviene in nessuna democrazia parlamentare, sul governo, poiché il capo del governo ha stravolto una delle procedure più delicate e importanti, quella della valutazione popolare delle modifiche costituzionali, a suoi fini personali. Purché non finisca per travolgere il paese. La risposta, comunque, è NO.

Pubblicato il 7 luglio 2016

SOSTENIBILITÀ SOCIALE E POLITICA DELLE PREVISIONI ECONOMICHE #Roma 6 giugno

Economia reale

 

 

X° RAPPORTO SULL’ECONOMIA ITALIANA

Mercoledì, 6 luglio 2016 – ore 10:00 -18:30
Roma, Via delle Coppelle 35
Istituto Luigi Sturzo – Palazzo Baldassini – Sala Perin del Vaga

QUI IL PROGRAMMA COMPLETO

Ore 16:30 Tavola rotonda

LA SOSTENIBILITÀ SOCIALE E POLITICA
DELLE PREVISIONI ECONOMICHE
Bruno COSTI, presidente Club dell’Economia

Nicola ANTONETTI, Presidente Istituto Luigi Sturzo
Giuseppe DE RITA, Censis
Fulco LANCHESTER, Università di Roma La Sapienza
Gianfranco PASQUINO, Professore Emerito di Scienza Politica, Università di Bologna
Piero SANSONETTI, Direttore Il Dubbio

Economia reale 2

 

L’Italicum e i cavoli a merenda

Il fatto

Sta scritto in molti libri di politologia (non in tutti) e adesso anche nel Rapporto del Centro Studi di Confindustria, che un uomo solo, solo lui, in Italia, anzi, al mondo, può assicurare la governabilità: Matteo Renzi. Però, aggiunge zelante il Prof. D’Alimonte (Sole24Ore, 1 luglio, ma anche pervicacemente in circa venti articoli precedenti) la salvezza è possibile soltanto se si voterà con l’Italicum. Infatti, il resto del mondo, Germania über alles, è sempre afflitto da pesantissime, insormontabili crisi di governabilità con effetti disastrosi sulle loro economie. Una volta attuato l’Italicum, tutti in Italia pasteggeranno a latte e miele. In caso contrario, sostiene Confindustria, gli italiani saranno costretti a brindare con la cicuta.

Comparando i cavoli a merenda (l’Italicum) con lo champagne (doppio turno in collegi uninominali) e con il whisky (maggioritario in collegi uninominali), il D’Alimonte sentenzia che il “collegio uninominale non assicura la governabilità”. Seguono scene strazianti non soltanto in Francia, ma in tutte le democrazie parlamentari anglosassoni dall’Australia al Canada, dalla Nuova Zelanda all’India (eh, sì: dal giorno dell’indipendenza gli indiani votano proprio con il sistema inglese). Invitato in un tour a pagamento il D’Alimonte sta convincendo governi e parlamenti di quelle sventurate democrazie instabili e bloccate, spesso inciucianti, ad adottare l’Italicum. Presentando loro qualche numeretto che, bontà sua, ammette potrebbe cambiare a seconda dell'”offerta politica”, la quale non solo ovviamente cambierebbe con qualsiasi nuovo sistema elettorale, ma influenzerebbe in maniera significativa anche la risposta degli elettori, il Professore della LUISS argomenta la superiorità dell’Italicum che è meno disproporzionale dei sistemi maggioritari. Però, un po’ dolorosamente, deve concedere che anche i sistemi elettorali maggioritari danno vita a governi, per di più, maledettamente stabili.

Quello che gli sfugge del tutto riguarda la selezione dei parlamentari, peraltro, considerata giustamente irrilevante da chi vuole dare il potere ad un omino che quando non è solo è male accompagnato. Nei maggioritari, francese e inglese, non esistono le candidature multiple (graziosamente, l’Italicum le concede soltanto in dieci circoscrizioni, mentre con il Porcellum erano possibili in tutte le circoscrizioni). Non esistono le liste bloccate, ma tutti i candidati, anche quelli in collegi ritenuti sicuri, dappertutto divenuti molto rari, sono comunque costretti a confrontarsi con l’elettorato, prima e dopo l’elezione. Insomma, i collegi uninominali sono competitivi, con rischi per i candidati e opportunità per gli elettori.

Ovunque, nelle democrazie, la governabilità non è risolta semplicemente gonfiando in maniera artificiale una maggioranza relativa, ma nell’Italicum i numeri sono quasi tutto. Non solo quelli che dicono che il vincente avrebbe “appena” 24 seggi più della maggioranza assoluta alla Camera, ma quelli che evidenziano che un vincitore con meno di 30 per cento dei voti al primo turno vedrebbe quasi raddoppiato il numero dei seggi dopo il ballottaggio. Dopo tanti anni di lamentele sulla crisi di rappresentanza, dopo l’esplosione di critiche alle elite che, Brexit docet, non conoscono il loro popolo, l’Italicum non s’interessa in nessun modo alla qualità (e alla rappresentatività) dei parlamentari che saranno nominati/eletti. Il sistema elettorale Renzian-Dalimontiano da definire con precisione “proporzionale con premio di maggioranza” è qualitativamente diverso dai maggioritari, ma, soprattutto è sostanzialmente inadeguato ad affrontare qualsiasi crisi di rappresentanza.

Pubblicato il 3 luglio 2016

No hay nada de malo en la gran coalición #España

ABC

JAIME G. MORA entrevista al politólogo Gianfranco Pasquino

San Lorenzo De El Escorial  02/07/2016

El politólogo italiano asegura que un pacto entre PP y PSOE no es un «pecado» ni un «error

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Gianfranco Pasquino (Turín, 1942) es uno de los pensadores italianos más influyentes de Europa. Es profesor emérito de la Universidad de Bolonia y profesor adjunto de la Universidad John Hopkins. Ha sido presidente de la Società Italiana di Scienza Politica, senador entre 1983-1992 y 1994-1996, y ha sido galardonado con el laurea honoris causa por la Universidad Católica de Córdoba, la Universidad de Buenos Aires y la Universidad de La Plata. Pasquino recibió ayer viernes a ABC después de ofrecer una ponencia sobre la antipolítica en el campus FAES, celebrado en los cursos de verano de San Lorenzo de El Escorial.

¿Cuáles son los rasgos de la antipolítica?

La antipolítica tiene enemigos: los que tienen el poder políticos, las élites, los periodistas, los intelectuales, los bancarios, los masones y los judíos, que son los enemigos tradicionales. Según la antipolítica, todos pueden hacer política y quienes la hacen no son admirables. Tiene una visión en la cual la sociedad es mejor que los políticos, lo que no es verdad. Tiene la ilusión de que se puede hacer mejor sin políticos.

¿Es lo mismo la antipolítica que el populismo?

No, porque el populismo pone el acento sobre la figura de un líder y la antipolítica puede hacerse sin líder. El populismo dice que hay un pueblo limpio, que es capaz de apoyar a un líder. Para la antipolítica el líder es un problema, no la solución.

¿Cómo se ha manifestado este fenómeno en Italia?

En Italia no hay populismo porque siempre hubo partidos políticos bastante organizados. Ha habido antipolítica contra la corrupción y el parlamentarismo. En general, ha sido un fenómeno intelectual, de periodistas, escritores y artistas, no un fenómeno político.

¿Qué relación hay entre Podemos y el Movimiento 5 Estrellas?

Poca, porque 5 Estrellas es una forma de hacer política. No es antipolítica. Es un intento de cambiar el sistema político. Reconocen que la política es necesaria, la importancia de las insiticiones, del poder judicial y del Parlamento.

¿Tiene Podemos más similitudes con el populismo latinoamericano?

En España hay partidos organizados. El problema es que los socialistas están menos organizados que años atrás. En América Latina, con pocas excepciones, son partidos débiles. Solamente Chile tiene partidos organizados, y no tiene populismos. Todos los demás países tienen populismos.

¿Es Podemos populista?

Tienen algunos elementos de populismo, pero no es completamente populista. Es difícil serlo del todo. Requiere un tejido social totalmente desorganizado y España no está en esa situación.

¿Por qué estos postulados calan con tanta facilidad?

Es un elemento coyuntural. Es el producto de la crisis económica, de la incertidumbre, del cambio generacional y de la incapacidad de los partidos tradicionales de predicar valores democráticos. Han aceptado el cambio social sin intervenir en ellos.

¿Esta ola antipolítica desaparecerá con el tiempo?

Aparecerán en la escena otros partidos mejor organizados.

Así que serán nuevos partidos los que frenen a Podemos.

Será un PSOE transformado, un PP capaz de crear coaliciones con Ciudadanos, o con los socialistas. No hay nada de malo en la gran coalición. Los alemanes la tienen. En Austria hay una gran coalición. No es un pecado, no es un error. Puede ser una solución temporal.

¿Cree que España va hacia una «italianización» de la política?

La política italiana es normalmente confusa, así que no es una buena solución. Pero los políticos italianos sí saben negociar.

Italia siempre cae de pie.

Eso es verdad, pero podría estar mejor gobernada. Hay mucha confusión; hay estabilidad en la confusión. España nos parecía estable y clara. Lo que ha pasado se debe a la falta de capacidad de los políticos tradicionales de comprender los cambios sociales.

Carlos de la Torre, que ha participado en el Campus FAES, me dijo que el populismo de derechas es más peligroso que el populismo de izquierdas.

Sí, porque el populismo de derechas gana. El populismo de izquierdas raramente gana. En América Latina, Chávez fue de izquierdas, pero en general el populismo es de derechas. El peronismo, en general, es populismo de derechas.

¿Han surgido estos fenómenos de antipolítica cuando más interés hay hacia la política?

Puede ser, aunque no estoy totalmente convencido. Diría que cuando la política parece ser importante nace también la antipolítica. Cuando la política funciona y no crea problemas, no hay antipolítica. Cuando la política no funciona y todos consideran que puede ser importante, puede nacer la antipolítica. Pero insisto en el elemento generacional: es un cambio de generación en España, también en Italia. Y en el Reino Unido, donde los jóvenes han votado a favor de la Unión Europea, a diferencia de los mayores de 55 años. Estamos en un periodo de cambio generacional que abre espacios a la antipolítica. Porque si los jóvenes no están representados, pueden optar por la antipolítica.

Breve manuale per le opposizioni

Corriere di Bologna

Sicuramente, marceranno divisi gli oppositori di Merola in Consiglio Comunale, e neanche abbastanza allegramente. E’ davvero improbabile che i due pentastellati, Manes Bernardini, Scelta Civica e Lucia Borgonzoni, che meriterebbe il ruolo di sindaco-ombra, riescano a trovare accordi strategici e neppure tattici. Forse il centro-destra cercherà almeno qualche punto di convergenza, ma Bugani, magari benedetto da Grillo, se ne andrà per un’altra strada. D’altronde, le distanze programmatiche, politiche e di ambizioni personali sono molte, non facilmente ricomponibili. Ciascuno dei protagonisti potrebbe fare riferimento al programma presentato agli elettori e su quello, ovvero sui punti salienti, fare leva per criticare il sindaco Merola e la sua giunta e per controproporre purché quei punti offrano un’alternativa vera alle politiche del sindaco e siano convincentemente comunicabili non esclusivamente ai loro specifici elettorati. I consiglieri dell’opposizione potrebbero anche cercare di portare le loro critiche precise e le loro controproposte mirate fra i cittadini, non solo nelle periferie. Il collegamento fra quanto si fa o no in Consiglio e quanto viene percepito dagli elettori è abitualmente uno dei più difficili da costruire, ma è essenziale sia per sindaco e giunta sia, ancor più, per l’opposizione. Un comportamento, facile, ma poco efficace, tutti gli oppositori dovrebbero evitare: la spettacolarizzazione delle loro attività con l’obiettivo di acquisire visibilità nei confronti degli altri oppositori, una lotta che non porta da nessuna parte, ma che è destinata a confondere e deludere anche l’elettorato, che è molto, che non ha votato Merola.

Altrove, in qualche caso, non del tutto sporadico, ma in altri tempi, l’opposizione, se rappresentato da un unico partito o lista poteva cercare di costruire con pazienza e sapienza un’alternativa praticabile al governo in carica. A Bologna, l’esempio più altisonante è stato rappresentato dai democristiani eletti con Dossetti nel 1956. E’ difficilissimo da imitare anche perché persino il sistema politico locale bolognese sta diventando tripolare, l’assetto peggiore per qualsiasi opposizione si candidi a governare. Addirittura intravvedo un altro tallone d’Achille. Manca ai variegati oppositori bolognesi un uomo/una donna considerabile come colui/colei che nel Consiglio comunale diventa la figura di spicco che costruisce l’alternativa per la prossima consultazione elettorale quando Merola non sarà rieleggibile. Purtroppo per i bolognesi senza un’opposizione incisiva il governo cittadino non sarà stimolato a dare il meglio (che non so quanto sia) di se stesso.

Non tutto è populismo

Una breve riflessione sul populismo per capire non per demonizzare

 

VIDEO: “La política de la antipolítica” Curso FAES-UCM #Madrid

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Curso de Verano FAES 2016
“PRESENTE Y FUTURO DEL DEBATE IDEOLÓGICO”

Jornada de Clausura Viernes, 1 de julio 2016

Gianfranco Pasquino ha clausurado el curso de verano de FAES-UCM ‘Presente y futuro del debate ideológico’ con la conferencia “La política en la antipolítica”. En su intervención, el profesor emérito de Ciencia Política de la Universidad de Bolonia ha destacado que “la antipolítica no puede ser derrotada si no tenemos un pensamiento político mejor y más plural, si no hay confrontación de ideas” y ha expresado su creencia de que “La antipolítica es consecuencia de una política mala, con malos actores. Cambiar todo eso requiere ideas que hoy no están”.

I numeri della Repubblica oppure una Repubblica con i numeri?

viaBorgogna3

Se davvero dobbiamo metterci a contare le Repubbliche, operazione sconsigliabile nel caso italiano, ma che soprattutto gli editorialisti del “Corriere della Sera” compiono in maniera scriteriata, allora è utile guardare al caso francese. Nel corso del tempo, hanno disfatto e costruito fino ad ora cinque Repubbliche, con la sesta che, secondo alcune interpretazioni che non condivido, starebbe già strisciando. Una nuova Repubblica, vale a dire un nuovo regime, si afferma quando il vecchio è morto e sepolto e le regole, le procedure, le istituzioni del nuovo regime sono compiutamente definite e affermate. Quando, cioè, in città, vale a dire nel sistema politico, c’è un gioco davvero nuovo. Non quando, gramsciamente, ci si trova in un interregno nel quale proliferano i germi della degenerazione. La Repubblica italiana senza numero ha mostrato in questi settant’anni una straordinaria capacità di adattamento a partiti, a coalizioni, a modalità di alternanza, a sfide anche contro, non soltanto il suo ordinamento, ma i suoi stessi principi. Anche come conseguenza della saggezza, non tutta “compromesso catto-comunista”, dei Costituenti, la Repubblica è stata, se posso ancora continuare ad usare la lingua inglese, notevolmente resilient.

Dire che dal 1994 ad oggi c’è stata una Seconda Repubblica soltanto perché sono cambiate due volte le leggi elettorali e i rapporti centro-periferia, e i partiti hanno fatto harakiri è sbagliato. Sostenere che stiamo entrando nella Terza Repubblica soltanto perché viene trasformato (per di più pasticciatamente e confusamente), ma nient’affatto abolito, il bicameralismo indifferenziato, tutt’altro che perfetto, è ovviamente, ma non meno colpevolmente, una esagerazione e una manipolazione propagandistica. Quello che conta, vale a dire, la forma di governo che, concretamente e precisamente, è una democrazia parlamentare classica, viene appena sfiorata dalle riforme costituzionali, mentre molto si sarebbe potuto fare, non episodicamente, ma “sistemicamente”. Aggiungere che siamo ai primi passi di riforme che ci porteranno lontano (ma il Presidente Napolitano, do you remember?, non aveva detto che la nostra splendida sessantenne, nel 2008, necessitava soltanto di ritocchi alle inevitabili rughe?). non ha nessun fondamento.

Per andare lontano è indispensabile avere un progetto complessivo con il quale ricominciare tutto un iter che riguardi effettivamente il governo, ovvero, meglio, il triangolo elettori-parlamento-governo e, dato che gli stanno amputando il potere di nomina del Presidente del Consiglio e il potere di decidere se e quando sciogliere il Parlamento, qualora il Presidente Mattarella si desse un’auspicabile mossa, ci sarà un quadrangolo (virtuoso/vizioso?). Aspettarsi che il problema del governo venga risolto dal discusso e scalcagnato Italicum è una empia illusione, se non una insopportabile forzatura. In attesa della nuova sentenza della Corte Costituzionale sulla legge elettorale all’italiana è sufficiente ricordare che, da un lato, se le leggi elettorali non sono largamente accettate e accettabili costituiscono il più facile e frequente terreno di interventi particolaristici; dall’altro, che le forme di governo non si cambiano attraverso i meccanismi elettorali. Se ne può migliorare il funzionamento, non cambiarne la natura. Invece di dare improbabili numeri alla Repubblica italiana, meglio sarebbe studiare il funzionamento di altre democrazie, parlamentari e no, per costruire una Repubblica della quale si possa dire con convinzione che ha molti numeri.

Pubblicato il 30 giugno 2016