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Studenti in dialogo con il Professore: Fascismo. Quel che è stato, quel che rimane #TreccaniLibri a #Varallo #25novembre
VENERDI’ 25 NOVEMBRE – ORE 9.30
Centro Congressi di Palazzo D’Adda

Venerdì 25 novembre, alle 9.30, sarà Ospite a Varallo presso il Centro Congressi di Palazzo D’Adda, il Professor Gianfranco Pasquino, Professore Emerito di Scienza politica, accademico dei Lincei, Senatore della Repubblica dal 1983 al 1992 e dal 1994 al 1996, editorialista del quotidiano Domani, nel passato de Il Sole 24 Ore, la Repubblica e l’Unità, già commentatore della trasmissione radiofonica di Radio 1 Zapping, per incontrare gli studenti dell’ultimo anno delle Istituto Superiore D’Adda, in un incontro aperto anche a tutti coloro che fossero interessati.
L’Istituto D’Adda ha, fin da subito, aderito con interesse all’incontro con il prof. Pasquino, promosso dal Comune di Varallo e organizzato dalla Biblioteca Civica “Farinone-Centa”, in occasione della pubblicazione del volume: “Fascismo. Quel che è stato, quel che rimane”. I ragazzi delle classi quinte, opportunamente indirizzati dai loro docenti, si sono messi già al lavoro per prepararsi all’incontro, suddividendo il libro in sezioni e lavorando in squadra per cercare spunti di riflessione per dialogare con il professore, molto conosciuto per le sue eccezionali doti comunicative, come spiega la Dirigente, Professoressa Paola Vicario: “In questi giorni ho avuto l’occasione di osservarli mentre si organizzavano e si confrontavano sulle domande da porre, e ho potuto constatare con piacere che stanno lavorando con impegno per toccare i molteplici aspetti del periodo storico trattato e trovare collegamenti anche con l’attualità. Sono certa che l’incontro sarà per loro un’occasione di arricchimento sotto tutti i punti di vista”.
Pasquino, si è laureato a Torino in Scienza Politica con Norberto Bobbio e specializzato in politica comparata con Giovanni Sartori all’Istituto Cesare Alfieri di Firenze. La sua carriera universitaria l’ha portato a insegnare nelle Università di Firenze, ad Harvard, a Los Angeles, e alla School of Advanced International Studies di Washington, a Oxford, Madrid e a Bologna, dove nel 2014 è stato nominato Professore Emerito.
Nel 2022 per UTET ha pubblicato: “Tra scienza e politica. Una autobiografia”, che era stato presentato in Biblioteca a Varallo il 25 maggio.
L’incontro, promosso dalla Biblioteca Civica “Farinone-Centa”, in collaborazione con l’Istituto Superiore D’Adda, il Centro Libri Punto d’Incontro di Varallo e l’Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nel Biellese, nel Vercellese in Valsesia, sarà ad ingresso libero.
Per gli studenti è previsto il rilascio di attestazione di partecipazione, utilizzabile per il riconoscimento dei crediti formativi.
INVITO Fascismo. Quel che è stato, quel che rimane @Treccani #Presentazione #24novembre #Guardabosone #Vercelli
Comune di Guardabosone
Biblioteca Angelo Togna
24 novembre 2022 ore 18
Salone parrocchiale
FASCISMO Quel che è stato, quel che rimane
In dialogo con Gianfranco Pasquino
Alessandro Orsi e Roberto Travastino

Quanto conta Mattarella nel tempo delle destre @DomaniGiornale


Le chiavi di lettura del ruolo del presidente della Repubblica italiana possono essere, dovremmo averlo oramai imparato tutti, molteplici. Sottolineerò che la molteplicità delle possibili interpretazione e la relativa discrezionalità del Presidente costituiscono un fattore positivo per il miglior funzionamento del sistema politico italiano. Sì, quanto ho scritto è fin d’ora un avvertimento agli eventuali riformatori. La relativa discrezionalità di cui opportunamente gode il Presidente dipende, anzitutto, dalla definizione dei suoi poteri stabilita, peraltro flessibilmente, nella Costituzione. Per quanto ciascun Presidente sappia che “rappresenta l’unità nazionale” (art. 87), le differenze nelle modalità con cui hanno svolto questo compito sono state significative. Sono cresciute sia per il cambiar dei tempi e della politica sia per il grado di autonomia di cui ciascun Presidente ha potuto e voluto godere soprattutto dopo il 1994. Molto hanno contato e continuano a contare anche le convinzioni e le capacità del Presidente stesso.
Dal canto suo, fin dall’inizio del suo primo mandato il Presidente Mattarella ha inteso e fatto chiaramente intendere che desidera rappresentare l’unità nazionale non tanto e non solo in patria (!), ma anche in special modo sulla scena europea. Pertanto, le sue esternazioni e i suoi comportamenti sono orientati a porre l’Italia, a prescindere dai governi del momento, che sono già stati parecchi, e parecchi sono stati i ministri con compiti europei, nella posizione e nella luce migliore possibile. Più di chiunque altro, proprio perché sta e vuole rimanere al disopra della mischia politica, Mattarella vuole proiettare sulla scena europea la credibilità del paese di cui è Presidente.
Qualche governo e qualche ministro rendono questo compito arduo, alcuni criticando il Presidente per una presunta invasione di campo. Invece, anche se, probabilmente il Presidente preferirebbe che il termine supplenza non venga evocato, la sua azione inevitabilmente e consapevolmente apporta qualcosa di più, di necessario per la credibilità, non tanto di uno specifico governo quanto del paese (della nazione, se vi suona meglio). La lunga telefonata di Mattarella con il Presidente Macron era intesa a comunicare a Macron che i rapporti fra Italia e Francia, fra le due nazioni, debbono rimanere (ritornare) a essere improntati a reciproca amicizia. Interpretando l’unità nazionale, il Presidente non si è sostituito al governo, ma ha in qualche modo segnalato al governo Meloni che deve ridefinire qualcosa di importante nello specifico rapporto con la Francia. Tocca al capo del governo, ai ministri competenti, a cominciare da quello degli Esteri, compiere, senza mal poste critiche, il passaggio dalla indiretta predica presidenziale ad una politica più equilibrata.
Pubblicato il 16 novembre 2022 su Domani
Democrazia Futura Semipresidenzialismo con sistema elettorale maggioritario a doppio turno @Key4biz
Le ragioni per le quali il sistema francese è più dinamico
In prospettiva della riapertura del dibattito sulle riforme del sistema politico istituzionale, Democrazia futura ha chiesto al professor Pasquino se sia ancora valida la sua proposta per un sistema semipresidenziale[1] alla francese con elezione diretta del Presidente della Repubblica e sistema maggioritario uninominale a doppio turno di collegio. Il contributo presentato dall’illustre scienziato della politica costituisce un’anteprima del prossimo numero, l’ottavo della rivista.
Le ragioni per le quali il sistema francese è più dinamico #DemocraziaFutura
Le ragioni per le quali il sistema francese è più dinamico
Semipresidenzialismo con sistema elettorale maggioritario a doppio turno
In prospettiva della riapertura del dibattito sulle riforme del sistema politico istituzionale, Democrazia futura ha chiesto al professor Pasquino se sia ancora valida la sua proposta per un sistema semipresidenziale[1] alla francese con elezione diretta del Presidente della Repubblica e sistema maggioritario uninominale a doppio turno di collegio. Il contributo presentato dall’illustre scienziato della politica costituisce un’anteprima del prossimo numero, l’ottavo della rivista.
INVITO #presentazione Tra scienza e politica. Una autobiografia #19novembre #Casalmaggiore #Cremona @UtetLibri
sabato 19 novembre 2022 ore 17
Auditorium Santa Croce
via Porzio n. 5 – Casalmaggiore
Gianfranco Pasquino
Professore emerito di Scienza politica
Accademico dei Lincei
presenta
Tra scienza e politica
Una autobiografia
UTET
Dialoga con l’autore
Vanni Raineri, giornalista
Introduce Massimo Negri,
amico della Biblioteca
Un intellettuale outsider tra le circostanze del destino, che grazie a una intelligenza affilata e a occasioni fortunate (nonché a una notevole dose di autoironia) si è ritrovato non solo testimone d’eccezione, ma comprimario illustre del secondo Novecento.
BIBLIOTECA CIVICA “A.E. MORTARA”
via Marconi 8 – CASALMAGGIORE
per informazioni:
info@biblioteca.casalamggiore.cr.it
tel. 0375 43682

Sovranismi e Ue, “la contraddizion che nol consente” spiegata da Pasquino @formichenews

“Prima i sovranisti del nostro stivale capiscono che gli interessi nazionali si difendono e si promuovono a Bruxelles, non (af)fidandosi agli altri sovranisti, ungheresi, polacchi, spagnoli, ma contando sui federalisti, meglio sarà per loro e per l’Italia”. Il commento di Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica e socio dell’Accademica dei Lincei
“Mi sono sempre fatto una certa idea della Francia. La Francia non sarebbe tale senza la grandeur, così Charles de Gaulle che, da sovranista coerente, voleva una Europa delle patrie.
Confederazione europea e non Unione europea, sovranità separate che convergono nei momenti decisionali, non condivisione delle sovranità in una visione che va oltre, al di sopra, al di là delle patrie.
Mai, comunque, la preminenza del diritto europeo sul diritto dei singoli Paesi, la sovranità non è solo legge, ma sicuramente consiste anche nella superiorità delle leggi di ciascun Paese, pardon, di ciascuna patria. Rivendicare questa sovranità, oggi, significa, da un lato, non avere capito che per nessuno Stato-membro esiste l’opzione di riconquista della sovranità spontaneamente ceduta (non espropriata) a una Unione sovranazionale, dall’altro, che la sola opzione alternativa disponibile è l’uscita, exit.
Condivisione della sovranità vuole dire anche condivisione delle politiche, secondo quanto stabilito dai Trattati. Naturalmente, i sovranisti cercheranno sempre una interpretazione minimalista dei doveri che vengano imposti alla loro patria e, altrettanto naturalmente, non accetteranno nessun impegno che non derivi da doveri esplicitamente sanciti.
Nel bene, che, se esiste, è quasi impalpabile, e nel male, che è ampio e diffuso, il tema dell’immigrazione è giuridicamente trattato in maniere discutibilissima, dimostratasi costantemente inadeguata. Ciascuno e tutti i sovranisti dovrebbero essere pienamente consapevoli che trovare sponde e accoglienza dagli altri sovranisti in questa materia è alquanto improbabile e che un esito positivo può seguire soltanto da accordi raggiunti con disponibilità e generosità, forse anche con l’attesa di reciprocità, fra di loro oppure a livello europeo.
Tuttavia, se le materie sulle quali i sovranisti debbono esprimersi sono delicate agli occhi dei loro rispettivi elettorati, allora mors tua vita mea. La grandeur della Francia non può fare nessuna graziosa concessione ”nazionale” e meno che mai sentirsi dire che quella concessione era dovuta, il minimo che potesse fare. D’altronde, Macron deve tenere conto della sovran-nazionalista Marine Le Pen. Un atto di generosità può farlo con adeguato riconoscimento da parte degli italiani. Grave è che, non sentendosi abbastanza elogiato, in un lungo singulto di fiera grandeur Macron minacci ritorsioni su altri settori di competenza europea. Il suo è, in effetti, un comportamento sovranista che rischia di innescare quello che chiamerò lo scaricabarile del sovranismo con l’Italia non propriamente ben messa.
Se ciascun sovranista agisce esclusivamente in difesa o nel perseguimento dei suoi interessi nazionali di brevissimo respiro, non riuscendo neppure ad immaginare gli sviluppi successivi, in una situazione che definirò sovranismus omnium contra omnes, qualcuno vincerà poco e gli altri perderanno molto.
Non è chiaro che cosa voglia vincere il Presidente Macron tranne forse fare la faccia feroce per recuperare un prestigio nazionale, patriottico un po’ offuscato anche dalla sua coda di paglia.
Di certo, l’esternazione intempestiva e plebea di Salvini va a scapito di qualsiasi interesse nazionale, di qualsivoglia riconquista di sovranità. Prima i sovranisti del nostro stivale capiscono che gli interessi nazionali si difendono e si promuovono a Bruxelles, non (af)fidandosi agli altri sovranisti, ungheresi, polacchi, spagnoli, ma contando sui federalisti, meglio sarà per loro e per l’Italia. “Assolver non si può chi non si pente,/né pentere e volere insieme puossi/ per la contraddizion che nol consente” (Inferno, XXVII, 118-120).
Pubblicato il 13 novembre 2022 su Formiche.net
VIDEO Democracia y Guerras @ancmyp #Argentina Academia Nacional de Ciencias Morales y Políticas

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Academia Nacional de Ciencias Morales y Políticas
ANCMYP – Instituto de Filosofía Política e Historia de las Ideas Políticas
Martes 18 de octubre 2022
Gianfranco Pasquino
Democracia y Guerras
Palabras de apertura y cierre del Académico Director Horacio Jaunarena
Il PD cerca un segretario. Ma per quale partito? @DomaniGiornale


Fra le numerose problematiche del Partito Democratico, vecchie, fin dall’origine, e recenti, ma non nuovissime, presentatesi in corso d’opera, c’è quella del suo essere partito, del suo modello. Nella campagna, che è molto sbagliato definire “primarie”, per l’elezione del segretario, nessuno dei contendenti, coperti e scoperti, ha finora fatto qualche cenno significativo del modo con il quale il PD dovrà (ri)strutturarsi. Già, l’argomento non è affatto trascinante, sexy (ma forse potrebbe diventarlo). Tuttavia, mi pare cruciale proprio per riuscire a mettere dirigenti e rappresentanti a tutti i livelli a contatto con gli iscritti e con i simpatizzanti. Allora, invece di limitarsi saccentemente a affermare che gli elettori sono (diventati) volubili, cambiano spesso opinione e voto, fenomeno che riguarda al massimo un terzo dell’elettorato, gran parte dei cambiamenti avvenendo nella stessa area politica fra partiti limitrofi(ssimi), il segretario si porrà il compito non soltanto di trattenerli, ma anche di andare a cercarli. Un tempo, ben prima che lo dicessero i comunisti, neanche tutti, il grande Maurice Duverger sostenne che compito dei migliori fra i partiti era quello di trasformare i simpatizzanti in iscritti e gli iscritti in attivisti. Non è facile dire quando il compito fu silenziosamente abbandonato dai dirigenti del PDS e DS. Sappiamo che il reclutamento democristiano stava solidamente nelle mani dei capicorrente per i quali il numero degli iscritti (alla corrente) era il più potente strumento al tavolo dei negoziati per l’attribuzione di qualsiasi carica: di partito, nelle amministrazioni, al governo. Qualcosa del genere è rimasto anche nel PD, poco virtuosamente esercitato dai leader delle “sensibilità” e mai contrastato dallo stesso segretario che preferisce accontentare i “sensibili” che lo sostengono. Naturalmente, sarebbe/sarà molto difficile per chi diventerà segretario/a del partito combattere alcune pratiche deteriori già fortemente consolidate. Potrebbe cominciare a chiarire a coloro che andranno ai cosiddetti gazebo che vuole radicare il partito sul territorio e che cercherà di collocare le sedi, i circoli, non nelle zone, comunque, pochissime, dove il partito è elettoralmente forte, ma dove c’è maggiore disagio sociale e minore presenza di associazioni dei più vari tipi. Lo slogan potrebbe essere: “fuori dalla ZTL dentro le periferie” (non solo geografiche). Lì, gli iscritti e i dirigenti instaureranno relazioni operative, altro che disintermediazione!, con le associazioni esistenti, faranno “battaglie” comuni, tenteranno di portare cultura politica. Se, come disse un grande speaker democratico della Camera dei rappresentanti USA, “all politics is local politics”, il radicamento territoriale porterà molti buoni frutti: capire meglio il sentiment di quegli elettori, individuare chi ha voglia di politica e ha talento, favorire la crescita sociale dei più bravi, dare migliore rappresentanza ai territori. Certo, nessuna rappresentanza politica del PD diventerà migliore se continuerà la deprecabile pratica di paracadutare candidati/e che poi non faranno politica sul territorio e non potranno essere portatori delle esigenze neanche dei loro elettori che lui non conosce e loro non conoscono lui (che se ne andrà in un altro collegio sicuro, se ne rimarranno, senza mai rendere conto di quel che ha fatto, non fatto, fatto male). In coda sta il mio leit-motiv: di quale cultura politica deve dotarsi il Partito Democratico? Gramsci, direbbero i sostenitori della cancel culture, è un uomo bianco morto, ma forse il suo pensiero su quanto importante è la/una cultura per acquisire consenso mantiene validità. Caro/a futuro segretario/a, prima che sulle bollette, esprimiti su una visione di partito.
Pubblicato il 9 novembre 2022 su Domani
Pasquino: «Al Partito democratico servono idee, non nomi» #intervista @ildubbionews

Intervista raccolta da Giacomo Puletti
“Sto con Letta. Ha fatto bene a presidiare la piazza di Roma”

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica a Bologna spiega che «il governo va contrastato con le idee, non con il cambio di segretario» e che quindi il problema del Partito democratico «non è accelerare i tempi del Congresso ma produrre delle idee». Secondo Pasquino «finora il dibattito è stato deludente» perché «i candidati parlano di politiche ma si tratta di ricostruire il partito dalle fondamenta» .
Professor Pasquino, Letta ieri ha scritto che l’opposizione sta contrastando le politiche del governo sull’immigrazione, ma a Catania c’è Aboubakar Soumahoro e non qualche dirigente del Pd. Trova che i dem stiano sbagliando strategia?
Il problema dell’immigrazione non riguarda i partiti o i dirigenti ma l’intero paese, e quindi chiunque sia al governo dovrebbe riuscire a coinvolgere l’opposizione. Il problema è che non abbiamo la soluzione in casa e che è un problema europeo. È l’unico caso in cui mi sento di dire che l’Ue porta una responsabilità pesante. Non riesco a immaginarmi un segretario di partito, peraltro dimissionario, che va li per risolvere la situazione. Anzi, farebbe solo peggio.
Dunque i politici che sono lì in questo momento sbagliano?
Sbagliano e penso che lo facciano solo per un po’ di popolarità e visibilità. Che Sinistra italiana abbia una posizione diversa dal Pd lo sappiamo, ma “accogliere tutti” non è la soluzione. Apprezzo la bontà di Soumahoro, ma la sua non è una soluzione politica.
Torniamo a Letta, che domenica è stato contestato alla manifestazione di Roma. Pensa abbia sbagliato ad andare?
Letta ha fatto benissimo ad andare per portare a quella manifestazione la posizione del Pd, che io condivido totalmente e che peraltro non tutti nel Pd condividono. Si è preso una responsabilità importante perché ci crede. Quella non è solo la sua posizione personale ma spero della maggioranza del partito. Non doveva lasciare la piazza agli equidistanti, che non fanno parte del Pd.
Eppure nelle stesse ore a Milano c’era un’altra manifestazione molto più vicina alle posizioni di Letta, non poteva andare lì come hanno fatto altri esponenti dem?
Bisogna andare dove c’è una posizione opposta o comunque diversa dalla tua, per testimoniarne l’esistenza. A Milano Calenda e Renzi avrebbero comunque controllato la manifestazione e messo Letta in una posizione difficile. Quella era una manifestazione molto vicina alla linea del Pd, è vero, ma proprio per questo Letta non avrebbe portato nulla di utile.
Il segretario dem ha auspicato ieri un’accelerazione sui tempi del Congresso, condivisa da Bonaccini. Crede che anche da questo passi un’opposizione più dura al governo Meloni?
Non penso, perché il governo va contrastato con le idee, non con il cambio di segretario. Il problema non è accelerare ma produrre delle idee. Finora il dibattito è stato deludente. I candidati parlano di politiche ma si tratta di ricostruire il partito dalle fondamenta. E bisogna sapere che tipo di partito si vuole costruire. Si vuole o no un partito socialdemocratico che riscopra il rapporto con i sindacati così da riportare indietro milioni di voti? In queste settimane non ho visto idee, solo persone che si candidano. L’unica che ha proposto qualcosa è Paola de Micheli, ma in generale il dibattito è cominciato male e non finirà bene.
La ricostruzione passa anche dal voto in Lazio e Lombardia: quale futuro vede per il Pd dopo il “caso Moratti”?
Non sono un astrologo ma è chiaro che in Lombardia la mossa di Renzi e Calenda fa perdere il Pd. Se il Pd aveva una minima possibilità di vincere, con Moratti che portava via voti al centrodestra, questa mossa invece lo farà perdere. Nel Lazio bisogna che Pd e M5S giungano a un accordo. Se Calenda e Renzi vanno su Alessio D’Amato, indeboliscono l’eventuale alleanza tra dem e grillini ma al tempo stesso la facilitano perché chiariscono le idee agli elettori. Ma Pd e M5S o si mettono insieme o rinunciano a vincere le regionali.
