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Rimpiangeremo il governo Conte 2? L’impatto su Pd e M5s @DomaniGiornale

Il Rottamatore-in-Chief intende spaccare sia il Partito Democratico, nel quale si trovano alcune sue quinte colonne, reclutate e promosse nelle liste elettorali del 2018, sia il Movimenti Cinque Stelle, nel quale ci sono gli insofferenti che credono nel Di Battista, piccolo, inconsapevole rottamatore. Spaccare i partiti esistenti non è particolarmente difficile, come dimostra, da un lato, la diaspora dei Cinque Stelle, dall’altro, il Partito Democratico dal quale sono gemmati sia LiberieUguali sia la stessa ItaliaViva. Non è possibile porre fine a questi fenomeni poiché manca un collante efficace che può essere dato unicamente da una robusta cultura politica. I Cinque Stelle non si sono neanche posti il problema della cultura politica definendosi movimento post-ideologico né può bastare il riferimento a Rousseau e alla democrazia diretta (dall’alto). Per il PD la situazione è, in un certo senso più grave. La preannunciata cultura politica che raccoglieva il meglio delle culture politiche progressiste italiane, ad esclusione di quella socialista, non si è mai materializzata. Nessuno sforzo è stato fatto per ricostruirla ed è in quel vuoto che si è inserito l’attivismo personalistico di Renzi. Finita la coalizione giallo-rossa, non avremo quasi nulla da rimpiangere sul piano della cultura politica, della visione più o meno riformista. Saremo, invece, costretti a piangere sulle ceneri di un sistema partitico mai strutturato che consente spazi soltanto ai richiami del passato, a cominciare da un nazionalismo camuffato che contiene non pochi elementi di autoritarismo.

Pubblicato il 13 gennaio 2021 su Domani

Nella selva oscura della crisi

La crisi è conclamata, nel senso che da almeno una decina di giorni tutti i protagonisti sanno che il governo Conte non potrà continuare la sua vita senza mutamenti anche profondi. Però, la crisi non è ancora proclamata poiché tanto lo sfidante, il capo di ItaliaViva Matteo Renzi, quanto il bersagliato, il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, non vogliono essere palesemente responsabili della rottura. In pratica, Renzi si è spinto troppo in là. Cercherà di dimostrare senso di responsabilità lasciando/facendo approvare la versione rivista, che accoglie alcune sue correzioni, del Piano di Ripresa, ma le sue ministre, obbedendogli, hanno già annunciato in maniera del tutto irrituale e istituzionalmente deplorevole, loro dimissioni immediatamente successive. Conte vorrebbe portare il conflitto in Parlamento per verificare se c’è una maggioranza che lo sostiene anche senza ItaliaViva. Sembra che il Presidente Mattarella non sia favorevole a questa mossa che, in caso di sconfitta certificata dai numeri, renderebbe impossibile un re-incarico a Conte e quindi complicherebbe la soluzione della crisi nell’ambito dell’attuale perimetro della coalizione esistente.

Siamo già dentro fino al collo in quella che nella storia delle molte crisi di governo della Repubblica italiana si definisce “crisi al buio”, senza che, per l’appunto, appaia una soluzione chiara. La differenza, grande, con il passato, è che sia chi faceva la crisi sia chi operava per risolverla, avevano grande esperienza e sapevano che in sostanza non sarebbero fuoriusciti dalla scena della politica a causa dell’impossibilità dell’alternanza. Oggi, la situazione è molto più pericolosa per tutti. E l’alternativa, se non già in questo Parlamento, sta nelle urne che condurrebbero ad una probabile vittoria del centro-destra e ad una drastica diminuzione del numero dei parlamentari Cinque Stelle e del loro potere politico.

   Ė possibile e, non fosse che in ballo c’è anche la pelle degli italiani, divertente ipotizzare un certo numero di soluzioni contando, da un lato, sul potere del Presidente della Repubblica dall’altro sulla fantasia istituzionale sua e dei suoi consiglieri. Un rimpasto lampo che sostituisca le ministre di ItaliaViva sarebbe la soluzione più semplice, ma anche la più rischiosa appesa a pochi decisivi voti parlamentari che rimarrebbero sempre aleatori. Il cambio del Presidente del Consiglio richiede che tutti i contraenti convergano sul nome di una persona dotata di grande autorevolezza e, al tempo stesso, di notevole capacità politica per non farsi cuocere a fuoco lento. Il vero problema è che nessuno, forse neppure lui stesso, sa quali sono gli obiettivi di Renzi e dei suoi parlamentari. Ha ottenuto enorme visibilità. Sta dimostrando di essere decisivo nella caduta di Conte. Ė improbabile che i Cinque Stelle e i Democratici gli consentano di diventare il deus ex machina del prossimo governo. Nella selva oscura della crisi la dritta via sembra del tutto smarrita.

Pubblicato AGL il 13 gennaio 2021

Zuckerberg può oscurare Trump a difesa di Facebook @DomaniGiornale

Il quesito è relativamente chiaro. È lecito che Mark Zuckerberger, fondatore e proprietario di Facebook e da qualche tempo anche di Instagram, blocchi e cancelli, per sempre o anche solo per un periodo di indefinito, l’account del Presidente Donald Trump (o di un qualsiasi altro utente)? Con più di una motivazione e dopo la rimozione di alcuni post menzogneri e violenti, Zuckerberg ha deciso di sì. Si tratta di un caso di intollerabile censura politica oppure di una decisione completamente legittima?

   I critici di quella che ritengono essere una censura politica sostengono che l’informazione, anche quella che passa attraverso Facebook e Twitter, deve circolare liberamente. Peraltro, si è spesso rumorosamente sostenuto che quel tipo di “informazione” può, anzi, deve, essere soggetto a un rigoroso processo di fact-checking. Per quale ragione, quindi, a Zuckerberg dovrebbe essere negata la facoltà, il diritto di discriminare fra gli utenti, impedendogli di bloccare il Presidente degli USA perché ritiene le opinioni da lui espresse insultanti e pericolose? Coloro che ne approvano l’operato, sostengono che, come e più di qualsiasi altro utente, Zuckerberg, proprietario della piattaforma sulla quale avviene lo scambio di informazioni e contenuti ha il diritto, meglio la facoltà, di bloccare chiunque lui ritenga sgradito e che il Presidente degli USA non deve essere trattato in maniera diversa, privilegiata. I critici aggiungono che Facebook è un servizio pubblico che deve essere e rimanere disponibile per tutti e mai sottoposto a blocchi/censure politicamente motivate. I sostenitori sottolineano che il servizio fornito da Facebook è aperto al pubblico, ma, primo, non è un servizio pubblico e, secondo, obbedisce a criteri definiti dalle leggi vigenti. Uno di questi criteri riguarda l’ordine pubblico. Chi incita alla violazione dell’ordine pubblico e istiga alla violenza può (deve) essere bloccato e, naturalmente, anche processato secondo le leggi esistenti.

   In una società liberal-costituzionale è accettabile e legittimo introdurre divieti addirittura ad personam? In particolare, le democrazie hanno il diritto di difendersi anche riducendo lo spazio pubblico e la sua accessibilità? Un conto sono i privati cittadini che hanno sempre la facoltà di scegliere con chi comunicare e stabilire relazioni e chi escludere, anche dopo averli visti all’opera, dalla loro rete di relazioni personali e sociali. I critici della decisione presa da Zuckerberg gli negano la facoltà, concessa agli altri cittadini, di scegliere chi bloccare e chi no, affermando che Zuckerberg ha il dovere “pubblico” (in virtù di che cosa? forse che i direttori dei giornali e delle reti televisive non filtrano tutti i contenuti?) di consentire a tutti di esprimere e fare circolare le loro opinioni.

   Ė mia opinione che le democrazie, se hanno imparato qualcosa da molte amare esperienze, debbano difendersi dai loro nemici, ad esempio, da coloro che, potendo, limiterebbero drasticamente la libertà d’informazione all’insegna dello slogan degli assaltatori di Capitol Hill: murder the media , espressione autorizzata dallo stesso Trump che aveva più volte minacciato di censurare per legge i social. Lo debbono fare con riferimento alle leggi esistenti, ma anche, eventualmente, con la formulazione di leggi approvate seguendo le procedure democraticamente previste e sancite. Debbono anche riconoscere a tutti i cittadini di fare ricorso alla legittima difesa contro le fake news, contro i “fatti alternativi”, contro l’istigazione alla violenza. Chi ritiene che Zuckerberg abbia violato qualche legge può chiederne l’incriminazione. Chi ritiene che tragga profitto da una sua posizione dominante può chiedere che l’Autorità USA per le Comunicazioni (Federal Communication Commission) intervenga. Quello che non può essere fatto è imporre a chi offre un servizio di accettare tutti i clienti senza eccezione alcuna, ad esempio, obbligando un ristoratore ad accogliere e servire anche quei clienti che gli spaccano i tavoli, le sedie, le suppellettili e incitano gli altri avventori a fare la stessa cosa.

   Zuckerberg difende la sua creature Facebook. Ha il diritto di accogliere/respingere coloro che usano quegli strumenti per manipolare le informazioni e per incoraggiare la violenza. Le sue decisioni, gradite o sgradite, non sono inoppugnabili, ma vanno valutate con riferimento non alle sue e alle nostre preferenze politiche, ma alle leggi esistenti. Esclusivamente quello è il level playing field, il campo che non tollera favoritismi.

Pubblicato il 12 gennaio 2021 su Domani

Brexit è una realtà. Che impatto avrà sul futuro dell’Unione Europea? #webinar #15gennaio #EuropaCantierediFuturo

🇬🇧 Brexit è una realtà. 🇪🇺 Che impatto avrà sul futuro dell’Unione Europea?💬 Il Prof. Gianfranco Pasquino e l’On. Sandro Gozi interverranno sul tema, in un dialogo condotto da Angela Mauro.🔜 Vi aspettiamo venerdì 15 gennaio alle ore 18:30 in diretta Facebook, sulla pagina di Europa – Cantiere di Futuro. Non mancate!

Cose che so sugli USA e la loro democrazia

La prima cosa che so è che, da tempo, prima di Trump, con frequenza e costanza, non pochi studiosi americani, storici, sociologi, politologi hanno criticato, anche severamente, lo stato della democrazia negli USA. So anche, però, che la critica al razzismo non è mai stata centrale ovvero tanto centrale quanto avrebbe dovuto e dovrebbe ancor di più essere in questi anni. Non voglio fare graduatorie, ma trovo assolutamente meritorio il lavoro fatto nell’ultimo decennio da Jill Lepore (These Truths. A History of the United States, 2018). Suggerirei anche di tornare alla ricerca coordinata e curata dall’economista svedese Premio Nobel Gunnar Myrdal, An American Dilemma. The Negro Problem and Modern Democracy (1944). Però, il problema non è “il negro”, ma sono i suprematisti bianchi. Nella folla degli assaltatori al Congresso, sovraeccitati da un uomo bianco supersuprematista alla Casa Bianca, non ho visto neppure una persona di colore. Nelle carceri USA i detenuti di colore sono il 60 per cento del totale. I neri rappresentano poco meno del 13 per cento della popolazione.

La seconda cosa che so è che non è vero, come molti hanno scritto, che la democrazia USA è la più grande, la più importante, implicitamente la migliore democrazia al mondo. Non lo è probabilmente mai stata. Quasi sicuramente, ma qualche inglese obietterebbe, è stata la prima democrazia, ma da tempo non è la più grande (con riferimento ai numeri ben più grande è l’India) e, se importante, vuol dire migliore, i dati di Freedom House e quelli della Intelligence Unit dell’Economist dicono che nelle rispettive graduatorie, gli USA si collocano rispettivamente al 30esimo e al 25 posto. Nella classifica dell’Economist l’Italia è 35esima.

La terza cosa che so è che proprio nell’ambito dei diritti la democrazia USA è sempre stata piuttosto carente, a partire, come ho già detto, dalla condizione dei neri. Mi limito a segnalare che l’uscita formale dalla segregazione è del 1954. Il Civil Rights Act è del 1964 e il Voting Rights Act è del 1965, ma quantomeno da una ventina d’anni un po’ dappertutto a partire dagli stati del Sud e, più in generale, dove governano i Repubblicani intensa e incessante è la pratica nota come voter suppression che ha sostanzialmente di mira i non-bianchi, ma soprattutto i neri e, in parte, i latinos, per impedirne l’esercizio del diritto di voto.

La quarta cosa che so è che il diritto di voto è il più importante diritto politico, un vero spartiacque. Quindi, coloro che non riescono a votare perdono la opportunità/capacità di scegliere chi viene eletto e di influenzare le sue politiche. Mentre dappertutto nell’Unione Europea e in altri stati democratici del Vecchio Continente sono riconosciuti, rispettati e messi all’opera i diritti sociali, negli USA persino una riforma importante, ma non “universale”, come l’ObamaCare, continua ad essere oggetto di scontri durissimi con i Repubblicani che hanno tentato pervicacemente di sabotarla e persino di abolirla. Qui si innesta la quinta cosa che so.

   Gli USA sono gradualmente diventati la democrazia che ha (e che tollera) le più grandi diseguaglianze economiche e sociali al mondo. Sono diseguaglianze cresciute in maniera clamorosa negli ultimi trent’anni. Sono diseguaglianze che molti americani ritengono non soltanto inevitabili, ma collegate in qualche modo al merito, al duro lavoro, all’impegno personale e, di converso, attribuite all’indolenza e carenza di capacità per chi sta in fondo alla scala sociale. Troppo spesso gli osservatori non colgono il nesso fra ricchezza personale e influenza politica e fra povertà e non-partecipazione, nesso che, naturalmente, perpetua e addirittura accresce le diseguaglianze. Tutte le cose che so convergono su una considerazione importante. L’assalto del 6 gennaio 2021 a Capitol Hill è stato sconfitto. Seppure a fatica, le istituzioni USA hanno retto (e, prima, i procedimenti elettorali si sono rivelati free and fair). La Corte Suprema, pure imbottita di giudici nominati da Trump, non ha dato nessun ascolto agli eversori. Il Congresso ha ratificato l’esito del voto dopo un dibattito svoltosi secondo le regole. Insomma, la democrazia non si è piegata, non è affatto scivolata all’indietro. Ritengo che sia profondamente sbagliato affermare che la democrazia USA è in crisi. C’è stata una sfida gravissima proveniente dall’interno della democrazia. È stata respinta e sconfitta. Certo, però, la società e la politica USA hanno molto da lavorare per migliorare l’attualmente non buona qualità della democrazia. Da tempo, la democrazia americana non abita più in “una città scintillante sulla collina”, ma democrazia rimane, in grado di apprendere, resistere, cambiare.

Pubblicato il 11 gennaio 2021 su PARADOXAforum.com

Era una crisi buia e tempestosa… Pasquino legge Renzi (e Mattarella) @formichenews

Qualcuno dovrebbe andare a vedere le carte renziane. Ma non stiamo giocando a poker e chiamare il bluff è pericolosissimo, tanto per i partiti di governo quanto per il sistema politico di oggi e di domani. Meglio ascoltare il richiamo di Mattarrella. Il commento di Gianfranco Pasquino

Finalmente una (non)bella crisi al buio. La crisi è, non facciamo finta di niente, conclamata. Non è neanche possibile sostenere che è un ritorno alla tanto, erroneamente, biasimata Prima Repubblica. Infatti, nella stragrande maggioranza dei casi, allora tutti sapevano che la crisi si sarebbe chiusa in venti-trenta giorni, non di più (tranne la clamorosa eccezione, protagonisti il defenestrato De Mita, Craxi, Andreotti, e Cossiga, con la crisi che durò dal 19 maggio al 23 luglio 1989). Non sempre veniva cambiato il presidente del Consiglio. Infatti, ci sono stati molti bis; sempre “girava” qualche ministro per accontentare le correnti e per dare l’idea di nuovo slancio. Con bassi tassi di rendimento il sistema politico funzionava.

Adesso, il problema è che il rottamatore d’antan non sa esattamente che cosa vuole e che cosa non vuole. Forse, ha ingaggiato un duello personale prima che politico con Conte. Lui sostituirlo non può, ma di sostituti plausibili dentro la coalizione attuale non se ne vedono. Tutto il balletto sulle sue ministre che non sono attaccate alle “poltrone” (ho cercato, ma non trovato, questa parola nella costituzione, forse cariche?) serve soltanto a fare sapere che sono i capi dei partitini che scelgono i/le ministri/e e ne dettano i comportamenti. Che tristezza.

Quello sull’assegnazione dei fondi europei, invece, è un problema molto più serio. È talmente serio che il Presidente della Repubblica, immagino profondamente infastidito dal comportamento di chi ha plaudito al suo discorso di fine anno nel quale aveva auspicato l’avvento del tempo dei “costruttori” e si esibisce in senso contrario, ha fatto sapere che prima di qualsiasi altro movimento/minaccia/ricatto i protagonisti debbono mettere in salvezza quei fondi. Per quel che conta approvo la richiesta di Mattarella che mi sembra molto più che una semplice “moral suasion” e che avrà conseguenze sui prossimi comportamenti presidenziali. Non so se basterà a frenare chi, avendo cominciato le ostilità, non sa oggettivamente più dove andare.

Qualcuno dovrebbe, forse, andare a vedere le carte renziane, ma poiché non stiamo giocando a poker, chiamare il bluff è pericolosissimo, non soltanto per i partiti di governo, ma per il sistema politico di oggi e di domani, addirittura per la Next Generation. Di qui l’importanza del richiamo secco presidenziale. Il tris di Conte non è impossibile, ma richiede qualche legittimo rimescolamento parlamentare (d’altronde, Italia Viva è già un modesto monumento alla possibilità di rimescolamenti). Anche se vedo qualche sceneggiata, data la gravità della situazione, non finirò dicendo che la telenovela continua. Qualche volta guadagnare tempo serve a qualcuno per riflettere e imparare qualcosa. Vado sul banale (non meno vero): “Gli italiani non capirebbero”, sostengono i sostenitori dell’esistente. “Al Paese non serve una crisi”, annunciano i sostenitori del crisaiolo. Tutti vediamo, però, che non soltanto la notte è “buia e tempestosa”.

Pubblicato il 11 gennaio 2021 su formiche.net

I rimpasti di ministri si fanno in tutte le democrazie parlamentari (ma anche i Presidenti presidenziali “rimpastano”)

La democrazia parlamentare italiana funziona abitualmente abbastanza male. Però, continua a mantenere tutti quegli elementi che servono come ammortizzatori delle sfide e degli scontri. I rimpasti di ministri si fanno in tutte le democrazie parlamentari (ma anche i Presidenti presidenziali “rimpastano”). Le rinegoziazioni dei punti programmatici possono essere utili. Talvolta ridanno slancio all’azione di governo. I ricatti, anche se sgradevoli, fanno parte del gioco. Galleggiare è meglio di affondare. Criticare è doveroso.

Il trumpismo prima e dopo the Donald

Faremmo troppo immeritato onore a Trump se attribuissimo il trumpismo tutto alle sue “qualità” personali. Al tempo stesso, finiremmo per nutrire l’improbabile aspettativa che con la sua uscita di scena scomparirà quanto di molto sgradevole e sconveniente ha caratterizzato buona parte della società americana nei quattro anni della sua pessima Presidenza. Invece, il coacervo di risentimenti, rancori, demonizzazioni di cui si è nutrito il trumpismo hanno una storia lunga e si proiettano nel futuro.

  Il suprematismo bianco, versione contemporanea del Ku Klux Klan, non è mai finito. Anzi, gli otto anni della Presidenza dell’afro-americano Barack Obama gli hanno dato una spinta possente. Tuttora sono molti fra gli elettori repubblicani coloro che continuano a negarne la legittimità asserendo, contro tutta la documentazione esistente, che Obama non doveva diventare Presidente in quanto nato all’estero. Le condizioni economiche e sociali dei neri americani sono peggiorate e le straordinariamente ingiuste modalità di trattamento da parte delle varie polizie locali hanno dato una forte spinta al movimento Black Lives Matter visto come una minaccia dai suprematisti bianchi sempre condonati dal Presidente. Peraltro, tutti i gruppi etnici, a cominciare dai latinos, sono stati pesantemente insultati da Trump.

   La mentalità paranoica nella politica USA, analizzata circa ottant’anni fa dal famoso storico di Harvard Richard Hofstadter, ha trovato espressione nelle decine di migliaia di tweet di Trump e dei suoi sostenitori, in particolare di coloro che vedono cospirazioni e complotti dappertutto. La sconfitta nel 2016 di Hillary Clinton, sbeffeggiata per tutta la campagna elettorale, anche al grido “mettetela in galera”, aveva fra le sue componenti l’antifemminismo e l’invidia per una donna colta che era giunta quasi al vertice istituzionale più alto. Il disprezzo per la scienza e per le competenze, anche dei medici, è un’altra delle componenti propriamente populiste del trumpismo, manifestatasi appieno potendo contare sul sostegno del Presidente. La maggior parte degli esponenti politici repubblicani hanno sfruttato consapevolmente questo corposo grumo di emozioni e manipolazioni, influenzando il loro elettorato, ma finendone prigionieri.

   L’assalto al Congresso, “palude” è il termine usato da Trump per definire la politica in Washington, D.C., è stato lanciato dalle parole del Presidente, ma in quel Congresso più di 100 rappresentanti repubblicani e almeno dodici senatori si erano preparati a dichiarare illegittima l’elezione di Joe Biden. Nessuno di questi atteggiamenti, suprematisti al limite del razzismo, maschilisti, antiscientifici, populisti, di risentimento sociale e culturale, è destinato a sparire nei giorni nei mesi negli anni successivi all’uscita di Trump dalla Casa Bianca. Molti resteranno a lungo anche perché largamente tradotti nelle nomine di giudici reazionari, compresi quelli alla Corte Suprema. Biden e i Democratici hanno molto lavoro da fare.

Pubblicato Agl il 8 gennaio 2021

L’erosione di una democrazia è più facile quando comincia dall’interno #CapitolHill #washingtonprotest #Trump

Negli anni venti e trenta dello scorso secolo, le democrazie europee che divennero preda di leader autoritari cedettero dall’interno. Non furono difese dalle loro classi dirigenti, prevalentemente di destra, certamente anti-socialiste e anticomuniste. Trump ci ha messo molto del suo, ma parte delle classi dirigenti conservatrici USA si sono sentite adeguatamente rappresentate dal suo suprematismo bianco. L’erosione di una democrazia è più facile quando comincia dall’interno.

Finirà tutto con un rimpastino e con un nuovo Recovery Plan #intervista @ildubbionews

“Un’opzione potrebbe essere quella di nominare Draghi commissario straordinario alla progettazione e all’attuazione del Recovery Plan con ampi poteri, ma cosi facendo si ridurrebbe il peso di conte e dell’intero governo. Sarebbe il colpo finale alla politica.”

Intervista raccolta da Giacomo Puletti

«Se mi chiede una previsione dirò che ormai la strada è aperta verso un piccolo rimpasto che non può essere grande perché altrimenti rischierebbe di far rovesciare la barca del governo»

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica a Bologna si mostra scettico sia di fronte allo scenario di un governo di centrodestra sia a quello di un governo di larghe intese e guida Draghi, e spiega invece che potrebbe finire con un «piccolo rimpasto e significativi miglioramenti del Recovery Plan».

Professor Pasquino, sul tavolo ci sono Conte Ter, rimpasto, elezioni. Glielo chiedo in maniera chiara: come finirà?

Se mi chiede una previsione dirò che ormai la strada è aperta verso un piccolo rimpasto che non può essere grande perché altrimenti rischierebbe di far rovesciare la barca del governo. Ma un piccolo rimpasto non basta: si va verso una ridiscussione significativa del Recovery Plan perché ci sono non pochi punti da discutere, migliorare, affinare.

Credo si cambieranno dunque alcune cariche e molti punti delle modalità con le quali l’Italia chiederà i fondi del Next generation Ue.

Quindi mini rimpasto e miglioramento del Recovery Plan. È una vittoria di Renzi?

È difficile da dire perché non sappiamo esattamente cosa vuole Renzi e forse non lo sa neanche lui. Probabilmente sta cercando visibilità e vuol far credere a voi giornalisti che lui sia padrone del governo perché l’ha creato. Io replico che doveva farlo il 5 marzo 2018 quando invece buttò il suo partito all’opposizione aprendo la strada al governo gialloverde. È una questione di megalomania e visibilità ma su alcuni punti si contraddice molto, come quando dice che bisogna coinvolgere sindaci e associazione di categoria mentre un tempo parlava di disintermediazione.

Si discute su alcune questioni come Mes e servizi segreti. Pensa che il presidente del Consiglio finirà indebolito?

Sul Mes, se Conte lo chiedesse sarebbe una vittoria non solo di Renzi, ma anche del Pd, di Forza Italia e credo di una parte di Leu. Credo sia opportuno chiedere il Mes e forse era giusto farlo anche qualche mese fa. Non sarebbe un indebolimento di Conte ma un rinsavimento. Sui servizi segreti credo che Conte dovrebbe scegliere una persona terza e non tenere la delega per sé. Anche qui, anche altri lo chiedono quindi non sarebbe una vittoria soltanto di Renzi.

Ritiene plausibile un ritorno alle urne?

Credo che si troverà un accordo ma credo anche che sarebbe legittimo pensare a nuove elezioni. Fino a che il presidente della Repubblica può sciogliere il Parlamento e indire nuove elezioni lo scenario è praticabile, non sarebbe un colpo di Stato. Sarebbe certo un errore politico del centrosinistra, del governo e anche di Renzi. Inoltre l’Europa ci guarderebbe con grande sconcerto e pagheremmo un prezzo nei mercati. La stabilità in questo caso è importante. Tuttavia voglio stabilire la legittimità del principi: se Mattarella esplora l’esistenza di una nuova maggioranza e scopre che, nonostante gli sforzi di Salvini, questa maggioranza non c’è, allora dovrà sciogliere il Parlamento. A quel punto bisognerebbe capire se resta in carica l’attuale governo per il disguido degli affari correnti o se si forma un governo elettorale.

Ha parlato di sforzi di Salvini. È possibile una maggioranza di centrodestra nell’attuale Parlamento?

In un ipotetico governo di centrodestra il leader sarebbe Salvini perché la rimonta di Giorgia Meloni non è ancora compiuta. In queste condizioni Salvini sarebbe il capo di una maggioranza formata con l’aiuto dei “responsabili”. Tuttavia questo sarebbe contraddittorio con la narrativa di destra che vuole un governo “eletto dal popolo” ma ribadiamolo: nessun governo è eletto dal popolo, nessun governo esce dal voto. Dal voto esce sempre un Parlamento, nel quale poi i partiti cercano degli accordi.

Ma questi famosi “responsabili” esistono davvero?

Credo che un governo Salvini che raggranella voti in Parlamento non sia un’opzione probabile perché Mattarella chiederebbe la garanzia di una maggioranza assoluta che al momento non esiste.

È una situazione analoga a quella in cui Napolitano negò l’incarico a Bersani che voleva fare “scouting” tra i cinque stelle.

Come ultimo scenario potrebbe tornare di moda un governo di larghe intese, magari a guida Mario Draghi. Cosa ne pensa?

Draghi ha le competenze per utilizzare al meglio gli ingenti fondi che l’Europa ci ha molto generosamente dato, ma al tempo stesso non credo che abbia la forza politica per tenere insieme centrosinistra e centrodestra. A meno che non sia a capo di un “governo del Presidente” fortemente voluto da Mattarella, che ponga come condizione a tutte le forze politiche l’impossibilità di metterlo in crisi, pena il ritorno al voto.

Dunque, come se ne esce?

Un’opzione potrebbe essere quella di nominare Draghi commissario straordinario alla progettazione e all’attuazione del Recovery Plan con ampi poteri, ma cosi facendo si ridurrebbe il peso di Conte e dell’intero governo. Sarebbe il colpo finale alla politica, che verrebbe “sospesa” ancora di più rispetto al governo tecnico a guida Mario Monti.

Come dovrebbe gestire l’Italia i fondi europei?

La risposta è impossibile ma posso confidare alcune sensazioni: in primo luogo, questi fondi debbono guardare al futuro e quindi devono esser usati per cose nuove, non per completare progetti vecchi. In secondo luogo, debbono coinvolgere attività che riguardano soprattutto i giovani, come digitalizzazione, economia verde, istruzione, formazione e ricerca. Da ultimo, bisogna sapere come attuarli, chi farà cosa e in quali tempi. Sarebbe sbagliato escludere la burocrazia italiana dicendo che è vecchia e stanca ma al contrario occorre sollecitare le migliori energie dalla burocrazia. Non è vero che è tutto inefficiente.

Pubblicato il 7 gennaio 2021 su Il Dubbio