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Come usare anche la crisi di governo per il Recovery plan @DomaniGiornale

Non c’è nessuno né nella attuale maggioranza di governo né nelle opposizioni che abbia una visione dell’Italia da (ri)costruire. Né si intravvede come e quando arriverà il tempo dei “costruttori” auspicati da Mattarella. Tuttavia, la crisi di governo, più o meno conclamata che sia, offre qualche opportunità per formulare quella visione e le modalità con le quali si concluderà potranno condurre gli uomini e le donne di buona volontà e di qualche capacità a mettersi all’opera. Non ho nulla da obiettare a chi cerca di mantenere e di conquistare le poltrone, se non che, ad evitare il lessico populista, è preferibile parlare di seggi parlamentari e di cariche ministeriali. Quei seggi e soprattutto quelle cariche sono spesso la premessa indispensabile, ancorché non l’unica, per tentare di perseguire gli obiettivi che sono la sostanza di una visione. La richiesta da parte della Commissione Europea di fare richieste per gli ingenti fondi messi a disposizione dell’Italia lungo sei direttive, fra le quali, digitalizzazione e innovazione, rivoluzione verde, infrastrutture, istruzione e ricerca, parità di genere e coesione sociale, costituisce la base per formulare qualsiasi accettabile visione. In una certa misura, la bozza ministeriale che circola si esercita nella direzione giusta, Sta a chi sfida il governo, dentro e fuori della maggioranza, chiedere modifiche precise, suggerire spostamenti dei finanziamenti, cercare di creare circoli virtuosi. Dopodiché appare giusto e opportuno che si indichino i nomi dei ministri, uomini e donne che sembrano inadeguati/ e di coloro che hanno maggiori provate capacità. Questa operazione straordinariamente complessa non può essere effettuata nello spazio di pochi giorni né la crisi di governo può essere prolungata nel tempo perché, mai come in questo caso, il tempo è denaro. Non è vero che l’Italia è già in ritardo. Infatti, la scadenza per presentare i Recovery plans è la metà di aprile. Tuttavia, i piani presentati in anticipo prima di allora beneficeranno delle osservazioni e dei suggerimenti della Commissione (e del suo staff notoriamente molto preparato, forse meritevole dell’appellativo in questo caso nettamente positivo: “tecnocrati”).

Quello che i generosi fondi del programma NextGenerationEU consentono all’Italia consiste in un sostanziale e sostanzioso miglioramento del sistema socio-economico italiano. Al proposito, vale la critica che non bisogna dedicare quei fondi al completamento di opere già iniziate, ma ad opere nuove, ambiziose, proiettate nel futuro. Naturalmente è improbabile che un operatore singolo, neanche un grande scienziato, abbia soluzioni ready made, immediatamente proponibili, rapidamente applicabili. Sono convinto che le soluzioni emergerebbero da un confronto/scontro fra cervelli nel quale, certo, ci saranno vincitori e vinti, ma al quale avranno potuto e saputo partecipare tutti senza vantaggi di posizione e senza ricatti.

Nell’ottica della soluzione della crisi di governo, gli apporti di ciascuno e di tutti debbono esser benvenuti purché lungo le direttive sopra esplicitate. Una volta scelti i progetti la maggioranza ha l’obbligo politico e morale di impegnarsi solidalmente alla loro realizzazione. Anche se sarà necessario più tempo di quello che conduce alla fine della legislatura, è assolutamente opportuno che sia subito concordato un patto di legislatura fra le componenti che costituiscono il governo. Quel patto conterrà anche i criteri con i quali valutare l’avanzamento dei lavori, la loro qualità e eventualmente procedere alle necessarie correzioni in corso d’opera.

Come spesso accade nei compositi governi di coalizione, le diverse componenti hanno obiettivi propri, priorità specifiche, idiosincrasie. Da un lato, stanno i Cinque Stelle tuttora alle prese con le dure lezioni della storia (e della politica in una democrazia parlamentare). Dall’altro, stanno il Partito Democratico con i suoi fuorusciti, semplificando drasticamente, a sinistra Liberi e Uguali, a destra, Italia Viva. Purtroppo, il PD non ha saputo fin dal suo primo incedere a dare vita a quella (grande) auspicata casa delle migliori culture politiche progressiste del paese. L’attuale tripartizione è il segno del fallimento di quel progetto. Il recupero, almeno parziale, potrebbe estrinsecarsi nella formulazione di una visione condivisa del paese che vorrebbero e che costruirebbero usando al meglio i fondi disponibili. Certamente, questa condivisione dinamica sarebbe il modo migliore di dimostrare che era utile aprire la crisi di governo e farne una grande opportunità di trasformazione positiva. Non è un sogno, ma una possibilità.

Pubblicato il 6 gennaio 2021 su Domani

La soluzione alla possibile crisi di governo è ancora lontana #intervista @radiopopmilano

Giuseppe Conte cerca di uscire dall’angolo accettando alcune modifiche al Recovery Plan, ma la soluzione della crisi sembra essere ancora lontana. Matteo Renzi rilancia sul Mes. Chiede al Presidente del Consiglio di prendere i miliardi europei sulla sanità. Una condizione che Conte non può accettare perché il M5Stelle non vuole.

Nicola Zingaretti dice di non volere “una crisi dalle soluzioni imprevedibili”. Ma il rischio che le forti tensioni sfocino in una crisi dell’esecutivo è sempre più probabile.

Il politologo Gianfranco Pasquino non fa sconti a nessuno dei protagonisti in questa intervista a Radio Popolare

Meritarsi gli aiuti per crescere economicamente e culturalmente

Facciamo un po’ di chiarezza nella situazione italiana che commentatori e politici talvolta ignorano spesso manipolano. Grazie ai fondi del programma NextGenerationEU l’Italia avrà 209 miliardi di Euro, 129 sotto forma di prestiti, 80 di sussidi, da spendere nei prossimi anni. Entro giugno 2021 potrà ottenerne in anticipo circa 20 miliardi. Al fine di accedere a quella notevole massa di denaro per la “Ripresa e la Resilienza” vi sono due condizioni molto importanti. La prima consiste nel presentare progetti concreti e fattibili con precisi costi e tempi di realizzazione in sei settori già definiti dalla Commissione Europea. La seconda è che i fondi vanno utilizzati e spesi entro il 2026. In ordine di quantità di investimenti i sei settori sono: i) rivoluzione verde e transizione ecologica; ii) digitalizzazione, innovazione, cultura; iii) infrastrutture; iv) istruzione e ricerca; v) parità di genere e coesione sociale; vi) salute. Per l’Italia, paese, al tempo stesso, che è stato colpito duramente dal Covid-19 e che non cresce economicamente da circa trent’anni è ovviamente, una grande, straordinaria, irripetibile opportunità per migliorare la vita di tutti, ma, soprattutto, come dice il titolo del programma, di quella della prossima generazione.

Nella fase attualmente in corso, il governo guidato da Giuseppe Conte, il quale è positivamente responsabile per avere ottenuto dall’Unione Europea di gran lunga più fondi di qualsiasi altro paese europeo, è impegnato nella preparazione e stesura dei programmi. Non mancano le polemiche, non solo provenienti dalle opposizioni, ma anche dall’interno della coalizione di governo. Sono di due tipi. Da un lato, molti rimproverano, a mio parere, alquanto prematuramente, al governo di essere già in ritardo. I programmi debbono arrivare alla Commissione non oltre il mese di aprile, ma la Commissione ha fatto sapere che “prima arrivano meglio sarà”, vale a dire se ne potrà discutere più approfonditamente e si potrà porre rimedio a eventuali inadeguatezze e carenze. Dall’altro lato, la polemica più aspra e aggressiva riguarda la composizione e la guida degli organismi incaricati di formulare i programmi. A coordinare tutto, al vertice della piramide, sta la figura del Presidente del Consiglio coadiuvato dal Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri e dal Ministro per gli Affari Europei Vincenzo Amendola. Vi sarebbero poi sei manager e un (in)certo numero di collaboratori esterni, vale a dire non tratti e non provenienti dalla burocrazia italiana.

Le critiche sono state e, al momento in cui scrivo, continuano ad essere ancora più severe sia contro l’eccessivo potere concentrato nelle mani del Presidente del Consiglio sia contro la composizione complessiva dell’organismo tecnico, della cosiddetta task force. Non mi soffermo sulle contraddizioni di coloro che volevano un Premierato forte e che adesso, in una fase di eccezionale gravità, si oppongono a che il Premier abbia effettivamente forti poteri. Noto, però, che debbono certamente essere il governo e il suo capo a portare la responsabilità di quello che viene fatto, non fatto, fatto male. È opportuno che si consultino le opposizioni, ma la decisione finale deve essere sempre presa dal governo che ne risponderà ai cittadini elettori. Per quel che riguarda manager e collaboratori, l’obiezione è che, da un lato, espropria i poteri dei governanti, dall’altro, che è pletorica, troppo ampia e, questa volta, espropria la burocrazia. Personalmente, ritengo che la prima obiezione sia sbagliata e pretestuosa.

Le decisioni finali rimangono nelle mani dei politici, governo e Parlamento al quale il programma sarà formalmente sottoposto per l’approvazione definitiva. La seconda obiezione è più fondata da almeno due punti di vista. In primo luogo, perché non è vero che la burocrazia italiana sia in blocco inadeguata a stilare un programma di interventi e di azioni. Ci sono isole d’eccellenza nell’apparato dello Stato e ci sono alti funzionari dotati di notevole competenza che è sicuramente da utilizzare. Secondo, buona parte dei fondi che l’Italia otterrà saranno poi posti all’opera attraverso i canali e le strutture della burocrazia (digitalizzabile e digitalizzata, rinnovata, meglio valutata). Dunque, il coinvolgimento di alcuni settori della burocrazia nella fase di elaborazione serve anche a fare sì che siano nelle condizioni migliori quando si passerà all’attuazione.

Credo che faremmo molto male a sottovalutare la portata delle differenze di opinioni e di proposte relative al modo con il quale utilizzare i fondi del NextGenerationEU. In gioco, c’è il futuro dell’Italia e, in parte, anche quello dell’Unione Europea poiché un fallimento dell’Italia avrebbe enormi ripercussioni. In gioco c’è anche, quasi ugualmente importante, il futuro prossimo del governo Conte insieme al posto che certamente mira a conquistarsi nella storia d’Italia. Non è difficile immaginare quale senso di delusione colpirebbe le autorità europee se il governo italiano entrasse in crisi proprio quando deve sottoporre i suoi progetti, difenderli, migliorarli e attuarli. Ancora peggio se vi fossero nuove elezioni e al governo dell’Italia andassero coloro che esprimono idee sovraniste, sempre scettiche spesso critiche dell’Unione Europea che c’è e dalla quale desideriamo un consistente aiuto. Non prevedo nessuna crisi di governo nel 2021 e poi nel gennaio-febbraio 2022 ci sarà l’elezione del Presidente della Repubblica: una ottima ragione per mantenere un minimo di coesione fra i partiti che fanno parte del governo Conte.
Quello che temo per il 2021 sono le incertezze, le divisioni interne al governo, l’incapacità di mettere al lavoro tutte le competenze necessarie, i ritardi nella sottoposizione dei programmi alla Commissione europea. Non riuscire a sfruttare al meglio un’occasione storica significa condannare non soltanto la prossima generazione, ma l’Italia tutta, alla stagnazione economica e culturale. L’anno 2021 è davvero cruciale per gli italiani, in Italia e nel mondo. Auguri.

Pubblicato il 1 gennaio 2021 su ITALIANItaliani

Mattarella saggio che difende la carta #discorsodifineanno @Quirinale @fattoquotidiano

Dal Colle del Quirinale si vedono, oltre che la sede della Corte Costituzionale, anche i palazzi della politica. Naturalmente, per vedere meglio e capire di più quello che si guarda bisogna avere qualche conoscenza di base, altrimenti si rischiano svarioni e errori di valutazione. Non possono esserci dubbi che il Presidente Mattarella possegga molto di più che semplici conoscenze di base. Parlamentare per diverse legislature, più volte Ministro, per alcuni anni anche giudice costituzionale, Mattarella è persona notevolmente informata dei fatti, dei non fatti e dei malfatti. Inoltre, occupa una carica e svolge un ruolo che è al centro del sistema politico e, al tempo stesso, gli impone e gli consente di continuare a ricevere informazioni.

   Non concepita dai Costituenti come una carica di grande rilevanza politica, la Presidenza della Repubblica italiana ha acquisito una imprevista centralità a partire dall’inizio degli anni Novanta dello scorso secolo in concomitanza nient’affatto casuale con il declino dei partiti politici. Pur ancora scelto dai partiti, il Presidente della Repubblica si è trovato dotato di poteri istituzionali e politici significativi e costantemente sollecitato a utilizzarli anche a fronte delle debolezze e delle carenze dei partiti politici. Comprensibilmente, tanto più il Presidente conosce(va) le istituzioni e, in particolare, il Parlamento (e i parlamentari) tanto meglio è in grado di svolgere tutti compiti che gli affida la Costituzione. Alcuni critici di parte hanno accusato i due Presidenti di più lunga esperienza parlamentare, Oscar Luigi Scalfaro (1992-1999) e Giorgio Napolitano (2006-2013; 2013-2015) di avere ecceduto nell’esercizio dei poteri presidenziali, di avere talvolta operato, certo non contro la Costituzione, ma extra Constitutionem. Dissento, ma capisco che da questa critica possa discendere talvolta la richiesta/proposta che il Presidente venga eletto direttamente da popolo.

   Proprio perché per esperienza istituzionale e per cultura politica, Mattarella è perfettamente attrezzato sia a fare pieno ricorso ai poteri e alle prerogative presidenziali sia a evitare improduttivi scontri con quel che rimane dei partiti, finora la sua Presidenza è stata apprezzata da quasi tutti. Di recente, persino dal quotidiano progressista spagnolo “El Paìs”, ma, inevitabilmente, non è sfuggita alle critiche particolaristiche di coloro fra i politici che preferiscono muoversi in base ai loro interessi e vantaggi particolaristici. Il Presidente Mattarella non ha mai replicato direttamente, ma le sue azioni e le sue decisioni, sempre riferibili in maniera coerente alla Costituzione, parlano per lui. Che si trattasse di nominare il Presidente del Consiglio oppure di procedere o no allo scioglimento del Parlamento, Mattarella ha fatto costante e preciso riferimento alla Costituzione. Nei suoi messaggi di fine anno agli italiani, Mattarella, contrariamente ad alcuni suoi predecessori, non ha mai replicato ai critici, ma ha sempre lasciato trasparire le sue preferenze.

   Il Presidente, “arbitro” si è definito nel discorso di accettazione, ha, per l’appunto, regolamentato il gioco, spesso falloso, delle diverse parti politiche. Lo ha fatto con riferimento a due stelle polari: la rappresentanza dell’unità nazionale che gli compete a norma di Costituzione e l’equilibrio e la stabilità del sistema politico. In questa chiave, è possibile apprezzare appieno alcuni contenuti più propriamente politici del suo messaggio di fine anno. Il richiamo all’Unione Europea e alla sua capacità di imparare e migliorare rispetto a quanto (non) fatto più di dieci anni fa per contrastare la crisi economica e la valutazione positiva della scienza nell’affrontare la pandemia debbono fare fischiare le orecchie ai sovranisti e ai no-vax. L’annuncio tout court che il 2021 è l’ultimo anno della sua Presidenza indica la sua indisponibilità ad accettare una eventuale rielezione. Ricordo che Napolitano si sentì obbligato ad una rielezione a tempo a fronte di enormi pressione di parlamentari incapaci di trovare il suo successore.

   Due punti chiave che Mattarella ha sofficemente inserito nel suo discorso riguardano direttamente il governo e il suo futuro. Da un lato, sta l’invito a “non perdere tempo”. I ritardi e gli errori del passato, ricordati da Mattarella, solo in parte giustificabili, non debbono essere riprodotti. Dall’altro, ed è la frase più forte del suo discorso, “non vanno sprecate energie e opportunità per inseguire illusori vantaggi di parte”. Ciascuno, nella coalizione di governo e nei ranghi delle opposizioni, faccia, ma so che è un appello disarmato, il suo esame di coscienza. Comunque, grazie, Presidente Mattarella. 

Pubblicato il 2 gennaio 2021 su Il fatto Quotidiano

Perché la democrazia italiana funziona così male @DomaniGiornale

Non so di chi sia il merito/la responsabilità del titolo di enorme successo del libro di Giorgio Galli, Il bipartitismo imperfetto. Comunisti e democristiani in Italia (Bologna, il Mulino, 1967). Potrebbe anche essere stato il prodotto di un brainstorming al quale quasi certamente parteciparono Giovanni Evangelisti, Federico Mancini e Luigi Pedrazzi. So che quel libro era il prodotto collaterale di una ricerca sulla partecipazione politica in Italia che portò alla pubblicazione fra il 1965 e il 1970 ad opera della Società editrice il Mulino di quattro corposi volumi collettanei: L’attivista di partito a cura di Francesco Alberoni; Il comportamento elettorale a cura di Giorgio Galli; La presenza sociale del Pci e della Dc a cura di Agopik Manoukian; e L’organizzazione del Pci e della Dc a cura di Gianfranco Poggi. Non essendo pensabile che, oltre agli studiosi e alle biblioteche, forse anche agli uffici studi di qualche associazione e dei partiti, quei volumi raggiungessero un pubblico più ampio, si pensò opportunamente di trarne una versione di più facile lettura. La sintesi italiana, affidata a Giorgio Galli, la penna di gran lunga più veloce e più incisiva del gruppo di ricerca, fu per l’appunto Il bipartitismo imperfetto. In inglese, grazie ai buoni uffici di Joseph LaPalombara, apparve un testo più denso e più accademico: Giorgio Galli e Alfonso Prandi, Patterns of Political Participation in Italy (New Haven, Yale University Press, 1970). 

Pure autore del Mulino, che nel 1957 aveva pubblicato il suo importante libro Democrazia e definizioni, meritevole, in questi tempi di affannate critiche alle democrazie, di una ristampa a dimostrazione della sua insuperata profondità analitica, Giovanni Sartori non aveva fatto parte del gruppo di ricerca presso l’Istituto Carlo Cattaneo di Bologna. In quegli anni la sua attenzione si era concentrata sullo studio del Parlamento, della rappresentanza e, infine, dei partiti e dei sistemi di partiti, classificazioni e funzionamento ovvero nelle sue parole: formato e meccanica. Nel 1966 pubblicò un capitolo che conteneva la tesi centrale del libro Parties and party systems (Cambridge, Cambridge University Press 1976), ristampato nel 2005 dallo European Consortium for Political Research, ma che, per suo volere, non fu mai tradotto in italiano. Nel suo capitolo: European Political Parties: The Case of Polarized Pluralism (pubblicato nel volume Political Parties and Political Development, a cura di Joseph LaPalombara e Myron Weiner, Princeton, Princeton University Press, 1966, pp. 137-176), Sartori collocava il sistema partitico italiano nella stessa categoria dei sistemi di partito della Germania di Weimar, della Repubblica spagnola 1931-1936, della Quarta Repubblica francese (in seguito vi ricomprese il Cile). In quei sistemi politici la esistenza simultanea di due opposizioni anti-sistema che miravano a svuotare il centro, ma che non potevano allearsi per dare vita ad un governo, aveva prodotto il crollo delle rispettive democrazie. Era una visione molto diversa e molto distante da quella di Giorgio Galli per il quale la democrazia italiana non era in pericolo di vita, ma, in quanto impossibilitata a godere dell’alternanza, funzionava inevitabilmente piuttosto male.

   La formula “bipartitismo imperfetto” ottenne grande visibilità. Sartori tentò di contrastarla in quanto inadeguata a spiegare la meccanica del sistema dei partiti italiani, mai riducibile ad una competizione bipartitica (Bipartitismo imperfetto o pluralismo polarizzato?, in “Tempi Moderni”, autunno 1967, pp. 1-34). Con suo grande disappunto, il pluralismo polarizzato, molto più difficile da fare circolare e da spiegare, rimase confinato al mondo degli studiosi i quali possono trovare il meglio raccolto in Teoria dei partiti e caso italiano (Milano, SugarCo, 1982) che offre una importante prospettiva comparata. Peraltro, in più occasioni ho avuto l’impressione che non siano pochi gli studiosi di ieri e di oggi che non hanno capito fino in fondo le radici e le implicazioni del pluralismo polarizzato. Senza nessuna particolare esultanza Galli si godeva il successo e continuava ad analizzare la dinamica del sistema politico italiano in alcuni articoli pubblicati nella rivista “il Mulino” fra i quali nel n. 288 del 1983 Un bipartitismo ancora imperfetto ma soprattutto in due libri: Il difficile governo. Un’analisi del sistema partitico italiano (Bologna, il Mulino, 1972) e Dal bipartitismo imperfetto all’alternativa possibile (Bologna, il Mulino, 1975).

    Senza in nessun modo sottovalutare tutte le complicazioni per la formazione, il funzionamento, l’efficacia del governo, per l’appunto, “difficile” a causa della pluralità e frammentazione dei partiti italiani, Galli rimase fedele alla sua tesi iniziale. Non furono soltanto la non ottima qualità della DC e le carenze riformiste del PCI a produrre cattivi, instabili, inefficienti governi. Era soprattutto la mancanza di alternanza che, al tempo stesso, consentiva alla DC di non riformarsi e al PCI di non aggiornarsi, di continuare a godere di quella che personalmente ho definito “rendita di opposizione”. Coerentemente, dando voce anche ai molti insoddisfatti di quel bipartitismo/bipolarismo che teneva bloccata la situazione italiana, Galli auspicava e tentò di delineare le modalità utili all’emergere delle condizioni che portassero appunto all’alternativa, da tenersi distinta dall’alternanza. Solo il prodursi di un governo in blocco sostitutivo di quelli ricomprendenti la Democrazia cristiana sarebbe stato in grado di innescare la pratica virtuosa dell’alternanza.

Dal canto suo, Sartori argomentò in più sedi che l’alternanza non è una caratteristica decisiva per valutare la democraticità di un sistema politico. Naturalmente, è indispensabile che vi siano elezioni libere, eque e competitive, ma quello che conta non è il prodursi più (come avviene in Italia dalla seconda metà degli anni Novanta) o meno frequente di cambi di governi, quanto, piuttosto, che esista nell’elettorato, nei politici, negli osservatori (nei sondaggisti, aggiunta mia) una credibile aspettativa di alternanza che, dunque, si traduce in limpida competizione elettorale e politica. Un sistema partitico polarizzato non offre l’opportunità dell’alternanza poiché gli sfidanti sono, per definizione, “anti-sistema”: se vincessero cambierebbero il sistema politico distruggendone la democraticità. Inoltre, sottolineò Sartori, inevitabilmente, logicamente e politicamente, quando l’alternanza è impossibile il sistema si blocca al centro e vengono incentivati due tipi di comportamenti perniciosi. Primo le opposizioni anti-sistema possono permettersi di offrire di più (overbidding) dei governi nella consapevolezza che non saranno chiamati a rispondere delle loro esagerate promesse. Secondo, i governanti possono sostenere che le loro inadeguatezze dipendono essenzialmente sia dalle opposizioni che intralciano le attività di governo sia, di volta in volta, tema dopo tema, dagli stessi alleati di governo (pratica detta buckpassing, scaricabarile). Inoltre, nei compositi governi di coalizione qualche partito(ino), ogniqualvolta risulta numericamente indispensabile, dispone di un potere di ricatto (blackmail è il termine utilizzato da Sartori già nel 1966) per spregiudicatamente accrescere le sue risorse.

Contrariamente alle previsioni di Sartori, tra il 1992 e il 1994 il sistema partitico italiano è certamente crollato, ma senza travolgere la democrazia (anche se molto probabilmente restringendone la qualità). Contrariamente agli auspici di Galli, l’alternanza che è arrivata non ha riguardato i due grandi partiti concorrenti: né la DC né il PCI. Le diverse alternanze che si sono succedute in Italia dal 1994 ad oggi hanno creato confusione piuttosto che miglioramenti secondo il modello anglosassone allora da Galli apparentemente preferito. Alla fine della ballata, il problema è che il sistema di partiti che Galli e Sartori hanno analizzato e la cui riforma non hanno mai affidato ad una taumaturgica riforma elettorale, si è inabissato senza nessuna possibilità di recupero. In un sistema di partiti sostanzialmente destrutturato (partiti che nascono, muoiono, si scindono, elettori volubili un terzo dei quali cambia l’opzione di voto da un’elezione all’altra), come quello italiano, tutto o niente è possibile: polarizzazione, comportamenti anti-sistemici, alternanza, semi rotazione, tranne buona competizione e funzionamento soddisfacente.

Pubblicato il 31 dicembre 2020 su Domani

Perché Conte è tutt’altro che spacciato. La versione di Pasquino @formichenews

Conte, oggi, ha tra le altre cose messo in chiaro che è sempre disponibile al confronto con il Parlamento e continuerà ad esserlo nella elaborazione e nella stesura definitiva dei progetti per ottenere i fondi Next Generation Eu, ponendo come scadenza la metà di febbraio. Saranno tranquillizzati tutti coloro che danno l’Italia già in ritardo? Il commento di Gianfranco Pasquino

In maniera pacata e sobria, il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha difeso praticamente tutte le scelte del governo. Lo ha fatto assumendosi le responsabilità che gli competono senza scaricare colpe su nessuno tranne in un passaggio: il non aver speso tutti i fondi disponibili ricevuti nel passato dall’Europa, ma solo il 60 per cento. Non so a quale nuora abbia voluto parlare e neppure da quale suocera volesse farsi comprendere (o viceversa). Penso, però, che le molte orecchie della burocrazia centrale e alcune orecchie delle burocrazie regionali e delle rispettive classi politiche abbiano dovuto fischiare forte e a lungo. Questa incapacità di spesa rapida è servita a Conte anche per spiegare una delle ragioni per non chiedere i 29 miliardi di Euro del MES “sanitario”. Capisco, ma non condivido. Anzi, mi preoccupo poiché ritengo che se governo, burocrazia, regioni non riusciranno a spendere adeguatamente gli enormi fondi della NextGenerationEU, non sarà solo un’occasione sprecata. Sarà il collasso del sistema politico e economico italiano.

 Spesso agendo da muta che insegue la preda non pochi giornalisti italiani, anche in occasione della Conferenza stampa, cercano di azzannare il Presidente del Consiglio. La modalità più recente, non credo che sia né provata né solida, sarebbe che Conte non gode più della fiducia degli Europei. Chi la godrebbe, di grazia? Conosco la risposta che mi verrebbe abbaiata: Draghi, of course. Un altro, classico, governo “tecnico/tecnocratico” non scelto dagli elettori, non uscito dalle urne, mai visto sulle schede elettorali? Come on. La domanda quanto si sente tallonato da Draghi non è stata rivolta direttamente a Conte. Eppure era una buona occasione. Comunque, dimostrando grande padronanza delle interlocuzioni, talvolta ostili, Conte ha fatto chiarezza, oserei dire definitiva, se non sapessi che già da domani mattina, i commentatori lo daranno per spacciato, sulla sua valutazione della situazione. Da un lato, replicando indirettamente alle ripetute, per me molto fastidiose, critiche di autoritarismo, Conte ha messo in chiaro che è sempre disponibile al confronto con il Parlamento e continuerà ad esserlo nella elaborazione e nella stesura definitiva dei progetti per ottenere i fondi NextGenerationEU, ponendo come scadenza la metà di febbraio. Saranno tranquillizzati tutti coloro che danno l’Italia già in ritardo? La Francia avrebbe già fatto i suoi compiti a casa, ma per 40 miliardi. Mi pare più che giustificato e giustificabile un mese e mezzo in più per ottenerne 209.

   Confrontarsi, formulare critiche, avanzare suggerimenti, persino offrire un package di progetti alternativi è certamente legittimo. Invece, nient’affatto apprezzabile è dire “questo è quanto vogliamo, se non lo accettate, ce ne andremo subito”. La parola italiana per questo tipo di intimazione è ricatto. Né lo si può riscattare (ah, il quasi gioco di parole) affermando che “Renzi dice anche cose giuste”. Non ne sono affatto sicuro (vedere cammello), ma so che il modo ancor m’offende. La risposta di Conte è affidata a Moro che giudicava gli ultimatum in politica “inammissibili”. Anch’io. Poi, naturalmente, da Moro avrei voluto meno mediazione e più azione. “Cambiare passo” è la condivisibile richiesta del PD che sarebbe più efficace se indicasse in quali aree e con quali modalità. Auguri di Buon 2021, caro Presidente del Consiglio.

Pubblicato il 30 dicembre 2020 su formiche.net

Le elezioni non bastano a scegliere buoni governi @DomaniGiornale

La debolezza dei governi italiani deriva dal fatto che “non sono usciti dalle urne” (Antonio Polito), il loro assetto non è stato “determinato nelle urne”, non hanno ricevuto “alcun mandato dalle schede elettorali”, non hanno la “forza di legittimazione proveniente da un corpo elettorale” (Paolo Mieli, “Corriere della Sera”, 28 dicembre). Ma, se il governo Conte è debole perché accusare il Presidente del Consiglio di autoritarismo? Peraltro, questa accusa, quando proviene da coloro che volevano il Premierato forte, appare tanto contraddittoria quanto risibile. Quale dei molti governi delle democrazie parlamentari europee ha ricevuto una legittimazione direttamente dalle urne ovvero non si è formato in Parlamento attraverso accordi di coalizione? Quanti elettori tedeschi nel 2017 votarono la Democrazia Cristiana e il Partito Socialdemocratico per “legittimare” la (terza) Grande (oggi alquanto risicata) Coalizione? Stesso discorso per il governo spagnolo guidato dal socialista Pedro Sanchez frutto, direbbe Mieli, di una “scorreria” parlamentare, la costituzionalmente prevista mozione di censura . Potrei moltiplicare gli esempi, ma già so che non servirebbe a nulla poiché i commentatori politici italiani non hanno alcun interesse e nessuna conoscenza comparata. Molti di loro continuano a criticare le leggi elettorali proporzionali che esistono da più di cento anni in tutte le democrazie dell’Europa occidentale, ad eccezione della Quinta Repubblica francese. A proposito della Quinta Repubblica, lì si utilizza un sistema elettorale maggioritario a doppio turno in collegi uninominali. Maggioritario non è un sistema elettorale proporzionale sul quale si innesta un qualsivoglia premio di maggioranza. Dunque, non bisogna mai consentire con Matteo Renzi quando afferma di volere un sistema elettorale maggioritario poiché continua a riferirsi all’Italicum e affini e non vuole affatto i collegi uninominali nei quali si vince e si perde (e, incidentalmente, non è mai consentito a nessuno/a di essere candidato/a in più di un collegio uninominale).

La debolezza dei governi italiani ha due cause: i numeri spesso poco superiori alla maggioranza assoluta dei parlamentari e le differenze programmatiche fra i partiti che compongono la coalizione (nonché le divergenze persino all’interno dei partiti cristallizzate in correnti). Sia chiaro che neppure nelle Repubbliche presidenziali quello che esce dalle urne è il governo. Ne esce soltanto il Presidente il quale, poi, quando si accingerà a scegliere i suoi ministri, dovrà tenere conto di tutte le “sensibilità” dentro il suo partito e delle associazioni dei più vari tipi che hanno contribuito alla sua elezione. Quando, poi, il presidenzialismo di cui parliamo è quello degli USA, allora sarà opportuno non dimenticare tutti gli inconvenienti che derivano dalla possibilità, che si produce con notevole frequenza, del “governo diviso”, vale a dire quando il Presidente non dispone della maggioranza in una o in entrambe le Camere (auguri ai candidati democratici al Senato in Georgia).

La qualità, stabilità politica (magari agevolata dall’esistenza del voto di sfiducia costruttivo, deterrente che blocca i poteri di ricatto e i ricattatori) più efficacia decisionale, dei governi italiani dipende in parte dalla legge elettorale, vale a dire da come vengono selezionati i rappresentanti parlamentari e, dunque, dai partiti, in parte dalla frammentazione della società italiana. Fintantoché le leggi elettorali consentiranno le candidature multiple e non imporranno requisiti di residenza ai candidati/e e dunque avremo parlamentari “nominati” e paracadutati, la rappresentanza politica continuerà ad essere inadeguata. Una rappresentanza inadeguata non è mai in grado di dare vita a governi stabili, produttivi, capaci di rapportarsi alla cittadinanza. Sempre più difficile è diventato ricostruire organizzazioni partitiche decenti, ma solo partiti che si dotino di una cultura politica potranno migliorare il governo, quel “difficile governo” di cui già nel 1972 acutamente scrisse Giorgio Galli scomparso domenica. Infine, soltanto rilevando che la società italiana è frammentata, particolaristica, spesso disponibile ad accettare le pratiche clientelari e, dunque, operando per ricomporla attraverso la ricostruzione di partiti decenti, non con espedienti ingegneristici e trucchetti, sarà possibile migliorare il funzionamento del sistema politico italiano.

Pubblicato il 29 dicembre 2020 su Domani

Lo stile di governo di Giuseppe Conte

Troppo impegnati a criticarlo, a darlo per spacciato e a suggerire (impraticabili) alternative la maggioranza dei commentatori italiani non riesce a capire perché il modo di governare di Conte funziona in modo soddisfacente ed è premiato dai sondaggi. Oramai da quasi un anno più del 50 per cento degli italiani (il 57 secondo il sondaggio Ipsos pubblicato una settimana fa dal “Corriere della Sera”) esprime il suo gradimento per l’operato di Conte e il 49 per cento per quello del governo. Tutti gli altri dirigenti dei partiti sono nettamente staccati, distanti più di 20 punti. Ciò rilevato, è possibile pensare che il governo guidato da Conte abbia commesso errori nell’affrontare la pandemia, che alcuni provvedimenti arrivino in ritardo, che, forse, l’Italia non si sta preparando adeguatamente per ottenere gli ingenti stanziamenti dall’Unione Europea, ma quasi nulla di tutto questo sembra scalfire il gradimento di Conte. Imperterriti gli editorialisti scrivono delle difficoltà di Conte e lo danno al capolinea, ma al dunque, ovvero quando qualcuno, come Renzi, tira troppo la corda, Conte riesce a rimettere ordine nella sua composita coalizione di governo e a continuare. La crisi preannunciata viene rimandata nel tempo, sempre un po’ più in là.

   Sono questi rinvii ad essere considerati esiziali dai critici e dagli oppositori di un Premier che dovrebbe essere forte, “decisionista” per usare una parola degli anni ottanta. Quando Conte decide, ad esempio, emanando i famosi/famigerati DPCM (Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri) viene curiosamente e davvero fuori luogo accusato di autoritarismo. La verità è che l’avvocato Giuseppe Conte ha dimostrato una inaspettata e imprevedibile capacità di apprendimento rivestendo la sua carica. Probabilmente, la pazienza fa parte del suo carattere, ma ha saputo metterla a buon frutto, mai rispondendo frettolosamente né alle critiche né agli avvenimenti. Nei rapporti sia con le associazioni sia con gli altri dirigenti politici ha posto in essere una strategia di stampo democristiano: la mediazione. Quando tutti, in maniera più o meno (ad esempio, il Presidente della Confindustria Bonomi e il leader della Lega Salvini) garbata, hanno formulato le loro posizioni e avanzato i loro, finora non brillanti, suggerimenti, Conte ha cercato e trovato il punto di equilibrio che non necessariamente sta in mezzo, ma tiene conto del diverso peso delle richieste. Se no, rinvia, come sta facendo con l’attuazione del MES per spese sanitarie dirette e indirette al quale si oppone “teologicamente” il Movimento 5 Stelle, ma che finirà per esigere un’accelerazione. Difficile dire se il modo di governare di Conte è il migliore possibile. Forse sì, nelle condizioni date. Soprattutto, come prova il vano e poco originale appello rivolto dai commentatori a Mario Draghi, nessuno sa dire chi altri e come garantirebbe oggi prevedibilmente esiti preferibili a quelli ottenuti da Conte in Italia e nell’Unione Europea. Conte va.

Pubblicato AGL il 24 dicembre 2020

Perché il piano di Conte ha bisogno dei burocrati @DomaniGiornale

Quasi dappertutto e molto spesso l’errore classico dei riformisti è consistito nel ritenere esaurito il loro ruolo una volta disegnate riforme impeccabili. Qualche volta quelle riforme venivano poi danneggiate nel passaggio parlamentare. Infine, diventavano quasi irriconoscibili nella fase di attuazione, nell’implementation. Gli apparati burocratici non erano disponibili a fare buona accoglienza a qualcosa nella cui elaborazione non erano stati coinvolti. Ritenevano di saperne di più. Volevano dimostrare che non dovevano essere “bypassati”. Attuando le riforme le stravolgevano. Naturalmente, non era mai sufficiente buttare la responsabilità del fallimento sulle spalle degli alti burocrati e di quelli medio-bassi poiché, nella loro ansia di produttività, spesso erano stati i riformisti a non tenere conto dell’esistente e dei meccanismi di attuazione.

Ho l’impressione che, decidendo di escludere la burocrazia, dalla formulazione dei programmi necessari per ottenere i cospicui fondi del NextGenerationEu, il Presidente del Consiglio abbia dato troppo ascolto a coloro che la criticano in blocco. Considerando tutti gli alti burocrati italiani indiscriminatamente lenti e inefficienti, Conte si era costruito una task force piramidale con sei manager e 300 collaboratori, tutti esterni ai Ministeri competenti per materia. Il coordinamento doveva essere politico: lui al vertice e i Ministri dell’Economia, Roberto Gualtieri, e dello Sviluppo Economico, Stefano Patuanelli, con il Ministro dei Rapporti Europei Enzo Amendola a fare da trait-d’union con la Commissione. Giustamente, anche il Parlamento (da meglio precisare) si è sentito emarginato.

   Fermo restando che i parlamentari dovrebbero sapere come imporsi al governo, chiamarlo a riferire, rivendicare un monitoraggio frequente e incisivo, la governance prospettata da Conte era, come dire?, alquanto sbilanciata sul versante tecnocratico, in maniera effettivamente criticabile. Sentite le molte, anche se non sempre precise e costruttive, critiche sembra che il Presidente del Consiglio abbia intenzione di procedere ad un riequilibrio. Meglio se sarà un riequilibrio per aprire a più opinioni, a più indicazioni e soprattutto ad un rapporto di collaborazione fra tecnici esterni, indispensabili, e alti funzionari preparati e ansiosi di contribuire. Da temere è, invece, un riequilibrio, di cui sento qualche sordo rumore sullo sfondo, in chiave politica: “bisogna che nella task force ci sia qualcuno dei nostri”. Purtroppo, è molto noto che nei ranghi della burocrazia italiana non sono pochi quelli che hanno i loro politici di riferimento e regolarmente si posizionano.

Meno noto è che nell’ampia burocrazia ministeriale esistono isole di eccellenza che i Ministri competenti avrebbero già dovuto individuare, apprezzare e valorizzare. Nei fondi europei previsti per l’Italia una parte non piccola è destinata proprio alla Pubblica Amministrazione per renderla più efficiente anche con la digitalizzazione. La grande occasione che l’utilizzo di quei fondi offre consiste, da un lato, proprio nella riforma stessa della burocrazia nazionale grazie a processi di reclutamento e di formazione che la portino all’altezza delle sfide che i migliori fra gli alti funzionari italiani conoscono bene se hanno frequentato le riunioni europee confrontandosi con i grands commis francesi, i civil servants inglesi e i burocrati tedeschi. Dall’altro lato, gli alti funzionari italiani saranno di conseguenza messi alla prova dell’attuazione di misure e riforme alle quali loro stessi hanno, almeno in parte, contribuito nella fase di elaborazione. Diventerà possibile valutarne ulteriormente le competenze e il rendimento, anche paragonando le loro prestazioni. Certamente, poi, tutti o quasi cercheranno di dare il loro meglio alla ricerca di prestigio e di meriti che ne facilitino la carriera. Diventerà più facile distinguere i più capaci da coloro che, per qualsiasi ragione, siano inadeguati.

   Il punto decisivo è che i burocrati ai quali si è offerta l’occasione di contribuire nell’elaborazione sentiranno anche il dovere di impegnarsi nella realizzazione di quelle riforme, nella loro attuazione di successo. L’alternativa la conosciamo: chiamarsi fuori, operare da freno, sabotare silenziosamente. Sono tutti comportamenti che, non soltanto in Italia, i burocrati sanno abilmente praticare. Invece, la loro partecipazione ai procedimenti di formulazione dei programmi eliminerà ogni alibi e servirà ad aprire un percorso virtuoso.

Pubblicato il 23 dicembre 2020 su Domani

Quel che so su Weimar, la sua forma di governo e le sue vicissitudini istituzionali

La Costituzione di Weimar disegnò una Repubblica semipresidenziale ante-litteram. In questo intervento ne analizzo le componenti essenziali e le vedo all’opera nelle elezioni presidenziali, nella formazione dei governi e nella cultura politica. Concludo con una sintetica comparazione con le varianti elettorali e istituzionali che hanno reso solido e funzionante il semipresidenzialismo della Quinta Repubblica francese

La Repubblica di Weimar è stata frequentemente oggetto di comparazioni male impostate e peggio eseguite, che non conducono a nessun apporto conoscitivo. Invece, la tragica vicenda di Weimar contiene una pluralità di lezioni (e non lezioni), istituzionali e politiche, tuttora importanti che meritano di essere apprese.

Naturalmente, una trattazione esauriente è quasi impossibile anche, ma non solo, per, da un lato, l’incredibile numero di studi che sono stati dedicati alle vicissitudini di Weimar, dall’altro, per la complessità dell’evento e delle sue componenti in un paese, la Germania, che era già nella modernità e che godeva di una vita culturale di altissimo livello. Dunque, sono costretto ad essere selettivo, anche perché parto dalle conoscenze circoscritte alla (mia) scienza politica e alla mia, spero adeguata, abilità di “comparatista”.

La prima osservazione, a mio parere, molto importante e, probabilmente, non adeguatamente presente nelle numerose monografie dedicate alla Repubblica di Weimar, è che siamo di fronte ad un caso di democratizzazione: transizione da un regime autoritario ad un regime democratico. La letteratura esistente distingue le varie modalità di transizione e gli esiti con riferimento prevalente alla ridefinizione delle coalizioni socio-politiche ed economiche che si sfaldano all’inizio della transizione e si formano per condurla a termine. Potremmo anche parlare di blocchi dominanti, ma sarebbe eccessivo. Quello che, invece, pare accertato nel caso della Germania è che due, forse, tre dei gruppi dominanti: Forze Armate, burocrazia, Junker (i grandi e potenti latifondisti prussiani), si videro sottrarre parte, ma soltanto parte, del loro potere politico e non ritennero mai del tutto legittimo il nuovo assetto come configurato nelle strutture istituzionali della Repubblica di Weimar e nella sua Costituzione.

   Ad ogni buon conto, è fuor di dubbio che dal punto di vista istituzionale e politico fu effettuata una vera e propria transizione: la Germania imperiale e autoritaria fu costretta anche dalla sconfitta in guerra a cedere il passo ad una Repubblica democratica. Però, qui vorrei evidenziare un elemento molto significativo che, per un insieme di ragione non mi pare sia mai stato colto e mai stato approfondito. A sua insaputa e, persino, all’insaputa degli autorevoli giuristi, a cominciare da Hugo Preuss, considerato il più influente fra loro, la Costituzione di Weimar disegnò una repubblica semi-presidenziale. La mia affermazione deve essere motivata con precisione. Weimar non fu una democrazia parlamentare se definiamo, come ritengo corretto, democrazie parlamentari i regimi nei quali il governo nasce, funziona, cambia in Parlamento e, come avrebbe voluto Max Weber, il capo del governo è il “dittatore del campo di battaglia parlamentare”. Nella Repubblica di Weimar il potere esecutivo non fu mai del tutto nelle mani del Cancelliere che dovette sempre fare i conti con il Presidente della Repubblica. Nelle democrazie parlamentari, se non sono monarchie, il Presidente è eletto dal Parlamento (un’altra delle attività che fanno del Parlamento un organismo centrale). Dopodiché, naturalmente, il Presidente, capo dello Stato, ha una gamma variabile di poteri, ma in pratica, non è mai il capo dell’esecutivo.

   La Costituzione di Weimar stabilì il principio dell’elezione popolare diretta del Presidente della Repubblica. Non esistevano precedenti né casi simili. Questa scelta è assolutamente comprensibile e, forse, anche giustificabile poiché era importante conferire legittimità alla Presidenza, una legittimità comparabile a quella dell’ereditarietà di cui aveva goduto l’Imperatore. Oggi, abbiamo imparato che l’elezione popolare diretta del capo dello Stato comporta una pluralità di rischi, fra i quali, il prevalere della “popolarità” e delle qualità personali, non politiche, del candidato sulla sua esperienza e competenza politica, ma Weimar operava in un terreno sostanzialmente sconosciuto. Il primo presidente della Repubblica, il socialdemocratico, Friedrich Ebert, fu eletto dall’Assemblea Costituente nel febbraio 1919. Con una modifica a maggioranza qualificata della Costituzione, il suo mandato fu poi prolungato fino al giugno 1925, ma Ebert morì in carica nel febbraio 1925.  

   Quelle elezioni presidenziali del 1925 già contengono e manifestano elementi di notevole problematicità, per lo più non sufficientemente segnalati e approfonditi. Primo, se nessun candidato otteneva la maggioranza assoluta dei votanti, si passava al secondo turno che non era un ballottaggio fra i due meglio piazzati. Infatti, il secondo turno era aperto a tre candidati. Secondo elemento di rilievo, al secondo turno poteva entrare in campo anche un candidato non presente al primo turno. Avvenne proprio così. Dopo il primo turno, a causa della dichiarata indisponibilità del Zentrum di votare il candidato socialdemocratico, l’SDP scelse di ritirare il suo candidato e di appoggiare Wilhelm Marx, mentre DNP e DNDP decisero di sostituire Jarres a favore del quasi ottantenne Maresciallo Paul von Hindenburg. La tabella 1 mostra la distribuzione dei voti.

È lecito interrogarsi su che cosa sarebbe successo se l’elezione presidenziale avesse previsto il ballottaggio fra i due candidati meglio piazzati. Mi limito a notare che gli elettori del candidato comunista che non sarebbe più stato in lizza avrebbero dovuto scegliere fra l’astensione e il voto, probabilmente a favore del candidato socialdemocratico. Naturalmente, lo stesso discorso vale per gli elettori di tutti gli altri candidati, in particolari quelli del Zentrum (il cui candidato riuscì ad andare alquanto oltre la somma dei voti SPD-Zentrum: una prestazione straordinaria). Per tutti coloro che temono il declino della partecipazione elettorale quando gli elettori sono chiamati alle urne due volte in breve sequenza, vale la pena evidenziare una vera e propria impennata di partecipazione. Al secondo turno votarono quasi 3 milioni e 500 mila elettori in più.

   Sette anni dopo la situazione era notevolmente mutata. I socialdemocratici rinunciarono addirittura a presentare un loro candidato sostenendo fin dall’inizio la rielezione di Hindenburg, che, però, fu mancata per poco al primo turno. I dati della tabella 2 indicano che l’affluenza alle urne fu particolarmente elevata, tra sei e dieci milioni in più rispetto al 1925, ma che fra il primo (85,6%) e il secondo turno (82%) si ebbe una diminuzione di circa 1 milione e 150 mila elettori. In termini di voti Hitler ebbe un notevole, ma non eccezionale successo. Nel complesso, poco più di un elettore su tre votò per lui che rimase comunque distanziato di quasi sei milioni da Hindenburg. Il candidato comunista Thälmann ottenne molti più voti del 1925, ma nel passaggio fra primo e secondo turno quasi un quarto degli elettori lo abbandonarono. Hindenburg, vecchio e malato, morì il 2 agosto 1934. Già cancelliere, Hitler cumulò le due cariche senza che si tenessero più elezioni presidenziali. La democrazia di Weimar era già terminata l’anno prima senza, però, è assolutamente opportuno sottolinearlo, che il Partito Nazionalsocialista di Hitler, in elezioni legislative che, peraltro, furono ampiamente manipolate, riuscisse ad ottenere la maggioranza assoluta dei voti. Finché le elezioni furono libere, gli elettori tedeschi non affossarono la democrazia. In verità, non esiste nessun esempio di regime democratico assassinato dagli elettori. 

Qui si innesta la seconda grande considerazione. È opinione molto diffusa (in Italia ampiamente intrattenuta e frequentemente ripetuta) che alla legge elettorale proporzionale deve essere attribuita la responsabilità maggiore, se non addirittura decisiva, non solo del cattivo funzionamento della forma di governo di Weimar, ma addirittura del crollo della sua Repubblica. Credo che sia necessario ridimensionare significativamente questa grandiosa accusa. La proporzionale fotografò, consentì, agevolò la frammentazione del sistema dei partiti della Repubblica di Weimar. “Dopo le elezioni del 1928 ci furono ottantotto parlamentari eletti da partiti che avevano ottenuto meno percentuali di voto a livello nazionale inferiore al 5” (M. R. Lepsius From Fragmented Party Democracy to Government by Emergency Decree and National Socialist Takeover: Germany, in J. Linz and A. Stepan (a cura di), The Breakdown of Democratic Regimes, Baltimore and London, The Johns Hopkins University Press, 1978, p. 45). Rese sempre, come d’altronde tutte le leggi elettorali proporzionali che conosciamo, obbligatorio procedere alla formazione di coalizioni di governo multipartitiche, composite, a Weimar più che altrove attraversate da tensioni e conflitti, ma la responsabilità fondamentale del crollo non deve essere attribuita al pur importante meccanismo elettorale. Il sistema inglese, maggioritario in collegi uninominali, non avrebbe impedito, con buona pace del pur grande studioso tedesco Ferdinand Hermens (Democracy or Anarchy? A Study of Proportional Representation, Notre Dame, University of Notre Dame Press, 1941), né l’impetuosa avanzata di Hitler né il deterioramento e l’esaurimento di Weimar. La responsabilità politica va ai dirigenti di alcuni partiti, la nebulosa di centro-destra, buona parte dei quali non nutrivano affatto sentimenti democratici, e alla struttura del sistema partitico.

   Il sistema dei partiti di Weimar è uno dei casi che Giovanni Sartori collocò nella categoria dei sistemi di “pluralismo polarizzato”. Solo parzialmente il pluralismo, che non può essere “democraticamente” compresso e limitato, fa problema, ma il numero dei partiti ha inevitabili conseguenze sul funzionamento del sistema. Secondo Sartori, è probabile che un sistema che non abbia più di cinque/sei partiti possa funzionare con una dinamica centripeta, cioè con qualche convergenza verso il centro. Quando esistono più di sei partiti diventa molto più probabile che, per differenziarsi, i partiti tentino di “catturare” un loro elettorato e lo incapsulino rendendosi poco disponibili alla formazione di coalizioni che richiedano compromessi sulle politiche pubbliche. Il problema di Weimar e, più in generale, del pluralismo polarizzato era costituito, da un lato, dall’esistenza di partiti anti-sistema, cioè di partiti che volevano cambiare il sistema, e, dall’altro, dalla debolezza del centro, che, perno del sistema, infatti, subì una dolorosa frequente emorragia di voti verso destra. Nell’ultima fase è persino troppo facile identificare come “antisistema”, da un lato, i nazisti, dall’altro, i comunisti, ma Lepsius ha messo in luce, con riferimento alle percentuali di voti ottenuti dai partiti (v. Tabella 3) che esistevano tre concezioni di ordine politico e che quella intrattenuta dai partiti democratici venne gradualmente erosa fino ad essere sopravanzata da quella dei partiti autoritari.

 

Anche perché inevitabilmente composti da coalizioni multipartitiche i governi di Weimar furono instabili e numerosi (e viceversa). Dal febbraio 1919 al 30 gennaio 1933 vi furono addirittura 20 governi (21 se consideriamo quello guidato da Hitler) con una durata media di circa 7 mesi. La metà dei governi fu guidata da esponenti del Zentrum, quattro da personalità senza appartenenza partitica, solo tre dai socialdemocratici, due da Gustav Stresemann (DDP) (traggo questi dati dal nitido libro di G. Corni, Weimar. La Germania dal 1918 al 1933, Roma, Carocci, 2020, pp. 86-87). Ciò rilevato e sottolineato, non si può, tuttavia, considerare questa instabilità come la causa unica e decisiva e neppure come uno dei fattori più importanti del crollo della Repubblica di Weimar. In linea di massima, cercare una sola causa, la causa di qualsiasi evento singolo, per di più di gravità comparabile alla caduta della Repubblica di Weimar, è sempre e comunque, un grave errore.

   Personalmente, ritengo che il contesto internazionale, fatto di molti elementi (Le conseguenze economiche della pace come scrisse già nel 1919 John Maynard Keynes) a cominciare dalle esorbitanti richieste per i danni della guerra fino alla crisi economica del 1929, ma anche il sentimento dei tedeschi di trovarsi compressi e schiacciati, nonché umiliati, abbia avuto un impatto devastante su Weimar. Sempre alla ricerca di fattori idiosincratici, ma significativi, le morti improvvise del Presidente in carica il socialdemocratico Friedrich Ebert nel 1925, del Ministro degli Esteri e Premio Nobel per la Pace Gustav Stresemann nel 1929 e financo quella del neo-rieletto Presidente Hindenburg nel 1934 produssero tutte conseguenze gravemente negative. Restando alle personalità, Lepsius (op. cit., pp. 61-69) esplora le qualità carismatiche di Hitler giungendo ad una valutazione tale da sconfinare, credo oltre le sue intenzioni, in una sorta di ammirazione per il personaggio. Infine, molti critici della Costituzione di Weimar hanno evidenziato nell’art. 48, che consentiva al Presidente della Repubblica l’esercizio quasi incondizionato di poteri emergenziali, lo strumento che grandemente agevolò lo scivolamento della Repubblica di Weimar fuori dal perimetro democratico. Non condivido.

   Da parte mia, credo che a tutto questo si debba aggiungere un elemento relativo alla cultura pre-politica più che politica dei tedeschi, adombrato da Lepsius nel suo riferimento alle concezioni dell’ordine politico. Dalla famiglia alla scuola, dalle chiese alla burocrazia e alle Forze Armate in tutte queste sedi dominavano modalità gerarchiche e spesso autoritarie di interazione e di scambi che, ovviamente, non potevano reggere una strutturazione politica democratica, mentre l’accentramento del potere al vertice delle associazioni professionali, sindacati compresi ne favorì la conquista (Gleichschaltung) ad opera dei nazisti. A Weimar, sostenne anni dopo, Dankwart Rustow, politologo nato a Berlino che, quattordicenne, lasciò la Germania nel 1938, mancò il tempo per la fase di assuefazione (habituation) ai valori democratici.

“Che cosa rimane di Weimar?” è un quesito che continua a essere sollevato rozzamente, spesso senza sufficiente intelligenza interpretativa, senza “immaginazione” politologica. Dovrebbe essere chiaro a tutti che per le democrazie contemporanee dietro l’angolo non c’è oggi nessuna Weimar, intesa come crisi e crollo delle loro istituzioni e regole, soltanto perché, ad esempio, viene utilizzata una legge elettorale proporzionale senza clausole contro la frammentazione dei partiti e del sistema di partiti. Dietro l’angolo di governi instabili e improduttivi non c’è necessariamente Weimar. Neppure se fa la sua comparsa una crisi economica di dimensioni straordinarie siamo alle soglie di Weimar. Negli anni settanta dello scorso secolo. quando l’Italia era, da un lato, il terreno di scontro di movimenti terroristi di sinistra e di destra e, dall’altro, il suo tasso di inflazione e quello di disoccupazione si sommavano a formare un alto “indice di miseria”, come definito dal sociologo e politologo USA Seymour Martin Lipset, non mi risulta che gli studiosi e neppure i commentatori politici abbiano fatto riferimento a Weimar. Più correttamente molti scrissero di crisi di governabilità, attribuendola, a mio parere, non del tutto convincentemente piuttosto ad un sovraccarico di domande provenienti da società altamente mobilitate.

   Nel frattempo, però, in maniera relativamente silenziosa la Repubblica di Weimar aveva fatto la sua non riconosciuta ricomparsa con alcuni non piccoli, ma neppure stravolgenti, ritocchi, nella Costituzione gollista della Quinta Repubblica francese (1958) che (ri)dava vita ad un sistema semi-presidenziale. A regime: elezione popolare diretta con ballottaggio del Presidente della Repubblica dotato del potere di sciogliere il Parlamento e di dichiarare lo stato di emergenza, esistenza di un Primo ministro che rimane in carica se l’Assemblea nazionale non esprime un voto di sfiducia nei suoi confronti. La vera significativa differenza è data dalla legge elettorale che in Francia è maggioritaria a doppio turno in collegi uninominali. È importante aggiungere anche che la Francia ha avuto il suo leader sicuramente (e doppiamente nel 1940 e nel 1958) carismatico, ma anche sicuramente democratico: il Gen. Charles de Gaulle.

Alla fine di questa selettiva narrazione si trova una “morale” comparativa? Credo di sì. Le istituzioni, i meccanismi, le regole contano. Anche piccole variazioni come quelle introdotte nel suo assetto istituzionale e elettorale dalla Quinta Repubblica rispetto alla Repubblica di Weimar possono fare (e hanno fatto) una enorme differenza. Ne concludo che soltanto la comparazione condotta “sistemicamente”, non a pezzi e bocconi, è in grado di apprendere e impartire lezioni istituzionali convincenti.

*Gianfranco Pasquino è Professore Emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna e Socio dell’Accademia dei lincei.