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Alleanza organica Pd-M5S? Anche no. La versione di Pasquino @formichenews
Discutere di alleanza organica mi sembra una fuga, non in avanti, ma dalle responsabilità di governo e di buona manutenzione del sistema politico. Il commento di Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica
In nessuna democrazia (tranne, forse, in Australia), i partiti formano alleanze organiche, a futura memoria, indissolubili. Contraddicendo sonoramente i sedicenti commentatori liberali italiani i quali, inopinatamente vorrebbero legare loro le mani prima delle elezioni, tutti i partiti se le tengono libere, a maggior ragione quando la legge elettorale è proporzionale. Qualcosa, in termini programmatici e di preferenze coalizionali, i partiti dicono sempre in campagna elettorale. Poi, si contano i voti, si valutano costi e benefici degli accordi possibili e si procede alla formazione del governo. Inoltre, in presenza di una situazione mutata, per numeri, preferenze e persone, si potrà anche cambiare il governo in Parlamento.
Chiunque abbia fatto una gita a Chiasso, come memorabilmente, ma, ahinoi, non ascoltato, suggeriva Alberto Arbasino, avrebbe imparato che succede proprio così. Gli elettori votano essendosi già fatti un’idea delle alleanze praticabili dal loro partito preferito e rivoteranno anche sulla base di quanto quelle alleanze di governo hanno fatto, non fatto, fatto male. Si chiama voto retrospettivo. Ho richiamato tutto questo, che per qualcuno sembrerà una clamorosa novità, ad usum di quelli che discutono della necessità/opportunità di un’alleanza organica fra Movimento 5 Stelle e Partito Democratico. La mia risposta “scientifica” è: anche no.
Primo, la legge elettorale, con la sua logica sostanzialmente proporzionale, non incentiva e non premierebbe nessuna coalizione pre-elettorale. Anzi, sappiamo che spesso ci sono elettori in partenza disposti a votare un partito che cambierebbero idea e opzione se quel partito fa un’alleanza pre-elettorale che non gradiscono. Facile immaginare che alcuni elettori delle Cinque Stelle non gradiscono il PD e non pochi elettori democratici soffrono l’alleanza con le Cinque Stelle. Secondo, un’alleanza pre-elettorale finisce per diventare una gabbia di ferro che rischia di impedire campagne elettorali a tutto campo proprio quando è noto che almeno un terzo di elettori cambiano voto da un’elezione all’altra. Infine, se quel duetto di partiti non raggiungesse la maggioranza assoluta di seggi in Parlamento i due contraenti si troverebbero subito con un problema significativo da risolvere. Faccio notare che con una legge elettorale maggioritaria sul modello francese a doppio turno in collegi uninominali sarebbero gli elettori ad affrontare e risolvere il problema nel passaggio tra il primo e il secondo turno.
Movimento 5 Stelle e Partito Democratico potrebbero anche riuscire a trovare accordi sulle candidature alla Presidenza delle regioni che voteranno a settembre. Ne trarranno forse qualche indicazione utile. Dalle elezioni comunali, grazie al ballottaggio per il sindaco, le indicazioni risulteranno/rebbero ancora più interessanti. Tuttavia, non mi faranno cambiare idea. L’alleanza “organica” non è necessaria e potrebbe essere controproducente. Al momento la priorità è lanciare una ripresa socio-economica che inizi prima dell’autunno. Poi accompagnarla e accelerarla in tutto il 2021, almeno fino all’inizio del semestre bianco quando il Presidente non avrà più il potere di sciogliere il Parlamento. Infine, trovare un accordo per scegliere tra i molti che già si considerano presidenziabili il candidato/a e farlo/a eleggere rapidamente e senza sconquassi. Discutere di alleanza organica mi sembra una fuga, non in avanti, ma dalle responsabilità di governo e di buona manutenzione del sistema politico.
Pubblicato il 15 giugno su formiche.net
Condividere non la memoria, ma il futuro #NovecentoAddio @edizioni_medusa
Da Novecento addio. La Risoluzione europea sui totalitarismi: un dibattito, Milano, Edizioni Medusa, 2020
Condividere non la memoria, ma il futuro, pp.51-57
No, i parlamenti non sono i luoghi migliori (ma neanche i peggiori) per scrivere la storia e dare valutazioni, e neppure per formulare memorie condivise. I parlamenti, compreso quello europeo, sono luoghi, anzitutto, di rappresentanza politica e poi di conciliazione di preferenze e interessi. La rappresentanza politica emergerà inevitabilmente dalla discussione e dalla combinazione di posizioni inizialmente diverse, anche molto diverse, persino conflittuali, talvolta con un voto di maggioranza, talaltra con un compromesso. Comprensibilmente, non si potranno cercare e tantomeno trovare giudizi storici definitivi condivisibili dagli storici i quali, al di là delle loro posizioni e preferenze, sono acutamente consapevoli che la storia è costante revisione e che nessuna valutazione può essere messa ai voti. Inoltre, sono convinto che, a prescindere da come in seguito tratterò della “memoria condivisa”, la sua costruzione richiede una pluralità di riflessioni e di apporti che non possono essere contenuti ed espressi in nessuna risoluzione parlamentare.
Dopo questa per me essenziale premessa, non ho nessun dubbio sul fatto che qualsiasi totalitarismo debba essere condannato, ma, al tempo stesso, non vedo perché non si possa procedere alle indispensabili distinzioni fra i regimi totalitari. Nella sostanza, sostengo, con riferimento ad una notevole quantità di studi storici, che è semplicemente sbagliato mettere sullo stesso piano il totalitarismo nazista e quello comunista (?), stalinista (?). Fermo restando che sono entrambi sicuramente condannabili, non è possibile non ritenere rilevanti alcune differenze fondamentali. Senza sottovalutare la macabra contabilità numerica delle vittime, credo che la differenza verticale incancellabile fra nazismo e comunismo (stalinista) consista, come è stato notato da una molteplicità di storici, nell’ideologia. Progettualmente, il nazismo mirò al genocidio del popolo ebraico, alla “soluzione finale”, nonché allo sterminio dei diversi a cominciare dagli Untermenschen. Per quanto variamente distorta nella sua applicazione l’ideologia comunista, almeno nella versione originaria marxista, è un’ideologia di emancipazione e liberazione che mira non alla distruzione, ma alla “creazione” dell’uomo nuovo e di una società senza conflitti, senza sfruttamento, senza oppressione. L’ideologia di morte è connaturata al pensiero nazista. È di Hitler e di tutti i nazisti, mentre la repressione, l’oppressione, le uccisioni non sono conseguenza del marxismo e del comunismo, ma dello stalinismo e, più precisamente, delle azioni di Stalin stesso. Mi guardo bene dal considerare lo stalinismo come una fase necessaria nella costruzione del comunismo e dal giustificarne i crimini con riferimento all’accerchiamento delle potenze capitalistiche. Non credo, però, che debba essere dimenticato che il comunismo non è una ideologia di morte e che non esistette mai una strategia di annientamento di uomini e donne perché considerati esseri inferiori. Poi, nel dibattito storico si trovano molti altri temi nient’affatto irrilevanti, ma anche da precisare. Senza la strenua resistenza sovietica all’invasione nazista, è probabile che la Second Guerra mondiale sarebbe terminata con l’estensione del nazismo su tutta l’Europa (e forse altro). Non vorrei, però, che il merito fosse attribuito all’antinazismo di Stalin piuttosto che, come mi pare storicamente accertato, alla legittima difesa della patria e quindi al, peraltro lodevole e apprezzabile, nazionalismo dei russi elemento che, naturalmente, in nessun modo alleggerisce le responsabilità delle politiche interne di Stalin e di quelle verso i paesi satelliti. Innegabile è anche che nei paesi satelliti moltissimi cittadini, non oso dire e non penso che fosse la maggioranza, furono sostenitori dei regimi comunisti che, per quanto, certamente, repressivi e oppressivi, non possono essere in nessun modo considerati totalitari (ma fortemente autoritari sì). Intravedo che troppi degli attuali governanti di quei regimi ex-comunisti intendono liberarsi delle proprie responsabilità politiche dei tempi passati addebitando tutto al totalitarismo comunista. Non è così. Magari qualche riflessione sul vasto consenso ottenuto dal nazionalsocialismo nei paesi dell’Europa centro-orientale e, comunque, dalla loro sostanziale indifferenza nei confronti del genocidio degli ebrei sarebbe utile per coloro che ritengono importante, forse decisiva, l’esistenza (la formazione) di una memoria condivisa fra gli europei stessi.
A proposito della memoria condivisa si possono assumere diversi atteggiamenti: ritenerla essenziale e possibile, ma anche ritenerla impossibile e non necessariamente utile. Preliminarmente, è decisivo specificare che cosa si intende per memoria condivisa e in subordine chiedersi se l’equiparazione dei due totalitarismi sia cruciale per la costruzione di questa memoria. Dato e non concesso (da parte mia e di molti altri) che la risoluzione di condanna senza sfumature di entrambi i totalitarismi serva alla costruzione di una memoria condivisa in che modo ottiene questo esito? Scarica allo stesso modo e con lo stesso peso su due ideologie e sui loro adepti la responsabilità di crimini, anche contro l’umanità (quelli nazisti), obbligando i cittadini europei a riflettere su quel passato e creando le premesse culturali per una Unione Europea mondata dalle tragedie del passato? Sarei quantomeno scettico su questa possibilità. Anzi, sappiamo che un po’ in tutti i paesi dell’Unione Europea, dalla Germania alla Spagna, dall’Italia alla Grecia, dalla Polonia all’Ungheria, non esiste nessuna memoria condivisa del recente passato, delle rispettive esperienze non democratiche, di quelli che molti ritengono, giustamente, crimini e che altri, talvolta, considerano tragiche, ma ineludibili, necessità. Nessuna risoluzione di nessun parlamento, neppure quando condanna in maniera apparentemente equanime entrambi i totalitarismi offre un contributo apprezzabile alla costruzione di una memoria condivisa. Paradossalmente, rischia di rafforzare le convinzioni degli uni che il totalitarismo fu cosa degli altri e viceversa. Questa strada deve essere abbandonata quanto prima, ma, sì, lo so che è già tardi. E allora? Non resta che lasciare che tutti argomentino le loro (op)posizioni, ma che le proiettino nella costruzione di quella che chiamerò audacemente la memoria del futuro.
Ad ognuno la sua memoria, meglio magari se nutrita di conoscenza storica acquisita nelle scuole e nei dibattiti, anche sui quotidiani, ma nessuna imposizione di una versione concordata e unificata di quegli avvenimenti che per accontentare tutti finirebbe per essere edulcorata, nebulosa e quasi sicuramente insoddisfacente. Questa considerazione non significa affatto che si debba scrivere la parola fine alle ricerche degli storici e si debba mettere la sordina alle polemiche. Significa, invece, che la ricerca di una memoria condivisa non avrà successo e potrebbe essere addirittura controproducente rispetto al fine di costruire un paese decente e una democrazia migliore.
Infatti, non importa sapere che cosa pensiamo del fascismo e della Resistenza ovvero non è decisivo che la pensiamo allo stesso modo. Quello che conta nella prospettiva di un paese decente che voglia dotarsi di una democrazia migliore è che qualsiasi memoria ciascuno di noi si sia costruito e sia in grado di difendere in maniera argomentata conduca alla consapevolezza che la vita collettiva degli italiani deve essere improntata da alcuni valori e da alcuni obiettivi democratici. Sono quelli che si trovano nella Costituzione, che stabiliscono diritti e doveri dei cittadini e che disciplinano e regolamentano il conflitto fra gli attori politici e le istituzioni. Sono anche quelli che, con marginali differenze, accomunano tutti gli Stati membri dell’Unione Europea nessuno dei quali, incidentalmente, ha mai pensato di suggerire che l’Europa che è e l’Europa che sarà debbano darsi una memoria condivisa delle tragedie del suo XX secolo. Allora, ad ognuno, in special modo degli europei, venga concesso di avere la sua memoria, ma a tutti si richieda di acquisire ovvero, in ogni caso, di rispettare i principi e i valori democratici, che sono, comunque, espressione della memoria della migliore storia d’Europa. In quel grande spazio di libertà e di diritti che l’Unione Europea è da tempo diventata e che deve rimanere, l’obiettivo nobile e solenne consiste proprio nel costruire attraverso il conflitto, la collaborazione, la combinazione di idee e di proposte un futuro condivisibile. Non è necessario che questo futuro sia immediatamente codificato in una Costituzione dell’Europa. È importante che venga edificato anche attraverso le sentenze della Corte Europea di Giustizia. I principi e i valori del futuro europeo sono protetti e promossi dalle istituzioni dell’Unione e, nella misura in cui i cittadini, i rappresentanti, i governanti dell’Unione li rispetteranno nei loro comportamenti, diventeranno la trama della Costituzione europea, un futuro tradotto in realtà.
Max Weber (1864-1920), classico fra i classici #MaxWeber @HuffPostItalia
A cent’anni dalla morte (14 giugno 1920) Max Weber è giustamente considerato il più importante degli studiosi di sociologia, forse anche il più rilevante per la contemporaneità. Non c’è settore della sociologia, dallo studio delle religioni all’analisi del capitalismo, dallo Stato ai tipi di potere, dai movimenti ai partiti politici, al quale Weber, autore molto prolifico, non abbia dato contributi tuttora di enorme impatto. Naturalmente, è impossibile renderne pienamente, totalmente conto in maniera adeguata. Nonostante validi tentativi, nessuno studioso vi è finora riuscito. Molti, però, studiosi e politici, fanno frequentemente ricorso, qualche volta senza consapevolezza, alla terminologia weberiana e ad alcuni elementi dei suoi scritti e insegnamenti.
Con molta esagerazione viene usato il termine carismatico fuori dalla sua accezione tecnica e attribuito a qualche leader appena emergente, a qualche personalità affascinante, persino a qualche atleta/calciatore di grandi qualità. Tutti sembrano sapere che esiste una differenza fra “vivere di” politica e “vivere per la” politica. Nella pratica, chi può cerca di cancellare questa differenza. I più colti fanno talvolta riferimento alle due etiche delineate da Weber: etica della convinzione, propria di coloro che agiscono a prescindere da qualsiasi considerazione esclusivamente con riferimento ai propri principi, e etica della responsabilità, praticata da coloro che, nella misura del possibile, valutano le probabili conseguenze delle loro azioni prima di intraprenderle. Quasi nessuno ricorda che Weber sostiene che le due etiche non debbono e non sono da porre in totale contrapposizione e possono entrambe valere in tempi diversi in condizioni diverse.
Testi breve e di, almeno apparentemente facile lettura, le due conferenze “La scienza come professione” e “La politica come professione” sono giustamente citatissime anche perché contengono insegnamenti di perdurante validità. In particolare, la riflessione weberiana sulla avalutatività come criterio al quale debbono rigorosamente attenersi gli scienziati e gli studiosi continua a costituire un essenziale riferimento. L’avalutatività weberiana, ha scritto Bobbio, non è indifferenza quanto, piuttosto, perseguimento dell’oggettività, e si traduce concretamente nello sforzo di evitare che i giudizi di valore interferiscano nella ricerca e, in un certo senso, ne inquinino gli esiti. Su quegli esiti, poi, ricercatori e scienziati potranno legittimamente applicare le loro valutazioni e procedere ad approfondimenti seguendo le loro preferenze e, per l’appunto, i loro valori. Per fare un esempio significativo, nella sua pionieristica e simpatetica analisi dei movimenti, a partire da quelli religiosi, Weber ne ricostruisce il percorso dallo statu nascenti fino alla possibile, ma mai da dare per certa, istituzionalizzazione. Lo fa senza formulare giudizi di valore chiarendo rischi, opportunità, condizioni che conducono al successo o al fallimento.
Tutte le analisi di Weber hanno un solido e significativo retroterra storico. Il suo metodo storico-comparato è di per sé un importantissimo strumento, in partenza, per la formulazione delle ipotesi, poi per l’elaborazione di generalizzazioni che conducano alla spiegazione e comprensione dei fenomeni. Negli scritti di Weber sta anche una visione del mondo e si trova una grande preoccupazione per l’affermarsi e l’estendersi della gabbia d’acciaio della burocrazia che potrebbe imprigionare e schiacciare tutte le società. Se classico è lo studioso che solleva domande e problemi che durano ben oltre il suo tempo, Weber è il classico per eccellenza.
Pubblicato il 13 giugno su huffingtonpost.it
Stati generali una passerella? È bene avere opinioni informate #StatiGenerali @fattoquotidiano
Passerella. Quand’anche gli Stati Generali risultassero “soltanto” una passerella per “singole menti brillanti”, per Colao e i componenti della sua commissione, per imprenditori e sindacati (anche in ordine inverso), per ministri, politici e altri invitati, non meritano di essere criticati pregiudizialmente. Potrebbero comunque risultare utili da una pluralità di punti di vista. Infatti, come disse il compagno Presidente Mao Tse-tung, vero esperto di passarelle (vedi la Rivoluzione Culturale Proletaria), “le idee camminano sulle gambe degli uomini” (mi affretto ad aggiungere “e delle donne”). Per chi crede che il pluralismo e il conflitto sono il sale della politica (e della democrazia, sì, anche di quella liberale), più sono le opinioni meglio informate è probabile che saranno le decisioni.
I critici sostengono che sappiamo già tutto. Ho molti dubbi esistenziali su coloro che sanno già “tutto”, e ne diffido. Ritengo, invece, che Conte abbia fatto bene a volere questo format di produzione di idee, anche, se riuscirà a orientarlo, con qualche elemento di spettacolarità. Non ho dubbi sul fatto che gli piaccia esporsi, ma qui sta correndo il rischio che la presenza di troppe personalità produca qualche stecca. Probabilmente, la regia dovrebbe far sapere e imporre a tutti gli intervenuti di non procedere a “racconti” più o meno edificanti, ma di andare subito al sodo: individuare le priorità, suggerire le soluzioni, magari accompagnandole con tempi di attuazione, costi e profitti.
Penso di avere capito che, da sola, l’Italia non ce la farà e che avrà bisogno di tutti i fondi che le istituzioni europee metteranno a nostra disposizione (e hanno già in parte stanziato). Lo faranno privilegiando la trasformazione “verde” dell’economia e la digitalizzazione in tutte le sue varianti, gli investimenti in ricerca e quelli nelle infrastrutture e, grazie al Mes, senza condizionalità, le spese sanitarie dirette e indirette (qui la fantasia degli operatori ha un grande spazio sul quale esercitarsi). Sarà, dunque, opportuno che le soluzioni proposte si collochino nel solco europeo anche perché dalle raccomandazioni europee si potranno trarre indicazioni utilissime.
Senza la passerella le elaborazioni sarebbero finite direttamente sul tavolo dei singoli ministri e dei burocrati che, nel frattempo, tutti critichiamo in maniera tanto convinta quanto generica, ma la cui legittima difesa mi piacerebbe molto ascoltare. Ce ne sarà qualcuno invitato a “passerellare” o vogliono mantenersi tutti nell’ombra?
Avendo aperto il canale di comunicazione con il governo con una frase accomodante e promettente: “Conte è finito, Bisogna andare presto alle elezioni”, le opposizioni hanno poi deciso che non parteciperanno poiché Villa Pamphilj non è una sede istituzionale. Loro, è noto da tempo, anche, talvolta, con qualche scivolatina populista, sono austeri difensori delle istituzioni e della loro autonomia. In particolare, Giorgia Meloni ha seccamente annunciato che il confronto deve avvenire nella sede costituzionalmente più appropriata: il Parlamento. Comunque, il confronto li arriverà quando il governo dovrà chiedere l’approvazione per legge e/o per decreto dei provvedimenti che conterranno le proposte emerse dagli Stati Generali. Però, non posso resistere dal ricordare a Meloni, Salvini e Tajani, nonché ai professoroni del “sì”, che criticano il governo per non avere convocato abbastanza spesso il Parlamento, che la soluzione esiste, quasi ready made. Sta nell’articolo 62 della Costituzione che stabilisce che “ciascuna Camera può essere convocata in via straordinaria per iniziativa del suo Presidente o del Presidente della Repubblica o di un terzo dei suoi componenti”. Gli Stati Generali offrivano/offrono la possibilità di un’anteprima che servirebbe a “limare” anche le proposte concrete delle opposizioni che, evidentemente, non credono nel confronto.
Pubblicato il 12 giugno 2020
Premièr #10giugno h14 Gianfranco Pasquino, Johns Hopkins SAIS: “The EU Plan for the Economic Recovery“ I #PE @Forbes_DACH
Guest: Gianfranco Pasquino (Senior Adjunct Prof., Johns Hopkins SAIS) The political scientist Gianfranco Pasquino speaks about the political situation in Italy, the EU’s Recovery Fund, how the EU should deal with the US and China and the implications of Brexit on the Union and the UK.
INVITO Pandemocrazia: la democrazia è davvero per tutti? #intervista #12giugno h19 #obiettivocomuneonair @Ob_Comune
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My wishes for the SAIS-Europe 2020 Class. For some bad reasons they went lost
Political Systems of the Developing World (SA.400.722)
The course is meant to prepare the students to deal with the most important theoretical and substantive issues affecting the nature, functioning and transformation of the political systems of the developing world. It will be focused on the analysis of the most important regime-types: authoritarian, military, theocratic, and democratic, and of major political processes such as political development and social modernization, political transitions and democratic consolidations, state-building and state failures. It will draw from a wide range of cross-national and cross-regional cases. (Crossed listed International Relations/International Development) (T&H)
Il ritorno dello Stato (e dell’Europa) #Lectio Accademia delle Scienze di Bologna
Alcuni di noi, imperterriti keynesiani e socialdemocratici non pentiti, lo sapevamo e non l’avevamo mai dimenticato. Qualcuno di noi si ricordava persino di Hobbes: lo Stato nasce per fare cessare la “guerra di tutti contro tutti” dando vita a un ordine “giusto” che salva la vita (mi ripeto deliberatamente) dei cittadini. Dopodiché, lo Stato può, ma debbono essere i cittadini a volerlo liberamente e ripetutamente, anche provvedere al benessere di tutti i cittadini: welfare State. Paleo e neo-liberisti hanno negato tutto questo e hanno balordamente condotto molti Stati sulla via della sregolatezza (deregulation) e del sovranismo. Il Covid-19 ha dimostrato con crudeltà che nessuno si salva da solo. “No man is an island”, ma nell’arcipelago della globalizzazione, della epidemia per tutti, pandemia, tutti abbiamo bisogno di risposte collettive. Solo lo Stato, sorretto dalla legittimità, in grado di mobilitare risorse, economiche, mediche, culturali, capace di utilizzare al meglio le conoscenze, può rispondere alle richieste dei cittadini: regole da (fare) rispettare, sacrifici da condividere, beni da distribuire equamente. Soltanto una unione o quantomeno un coordinamento solidale e serrato fra Stati, che possiamo chiamare Unione Europea, riesce a dare risposte adeguate in situazioni di grandi sorprendenti drammatiche crisi. Ben tornati, Stato (del benessere che ricostruiremo), Europa (del nostro destino).
ACCADEMIA DELLE SCIENZE DELL’ISTITUTO DI BOLOGNA
SCIENZA APERTA
La ripresa
04 giugno 2020
Le gambe corte dei sovranisti dello stivale @EURACTIVItalia
Il sovranismo è poca dottrina e molta pratica deludente. Matteo Salvini e Giorgia Meloni sostengono che l’Italia ha colpevolmente ceduto parte della sua sovranità oppure che, altrettanto colpevolmente, se n’è fatta espropriare dai burocrati e dagli eurocrati di Bruxelles. Su queste affermazioni senza fondamento hanno conquistato voti, ma non sono in grado di elaborare una dottrina. “Prima gli italiani” è affermazione vaga e propagandistica. Contiene di tutto un po’ tranne che un progetto. Nella pratica va subito a cozzare con “Prima gli Ungheresi”, “Prima i Polacchi” e, naturalmente, “America, first”. Però, l’America è lontana, molto più lontana della Russia di Putin, amico e, forse, in qualche modo, finanziatore della Lega. Invece, ungheresi e polacchi, i “veri” finlandesi, i “democratici” svedesi, i “fortunosi” olandesi e via via tutti i sovranpopulisti dell’Europa contemporanea non sono amici. Inevitabilmente, costitutivamente, i sovranisti non possono trovare alleati a livello sovranazionale se non in chiave negativa: contro, per l’appunto, coloro che perseguono politiche di coordinamento e collaborazione che tentano di combinare interessi e preferenze, valori e obiettivi in partenza “nazionalmente” diversi.
Salvini e Meloni queste modalità di accordi con le loro controparti sovraniste non le hanno trovate, e non soltanto per loro personale incapacità. Con la sua Forza Italia, Berlusconi si era trovato regolarmente in contrasto con i Popolari Europei, del cui gruppo nel Parlamento europeo pure faceva parte (grazie ai suoi molti “numeri”, ma mi concedo di non essere più preciso…). Nei suoi non luminosissimi anni di governo, Berlusconi si era spessissimo trovato in contrasto con la Commissione Europea, in chiara minoranza nel Consiglio Europeo, critico delle scelte che venivano fatte fino ad attribuire la sua fuoruscita dal governo nel 2011 ad un complotto metà “europeo” metà ordito dal Presidente francese Nicholas Sarkozy e dalla Cancelliera tedesca Angela Merkel. Da qualche tempo, non saprei con quale credibilità, Berlusconi sembra essere diventato l’anima europeista del centro-destra italiano. In una certa misura questa (ri)conversione è dovuta ad Antonio Tajani. Infatti, come potrebbe l’ex-Presidente del Parlamento europeo manifestare atteggiamenti anti-europeisti? Con quale coerenza politica e personale potrebbe schierarsi contro scelte e politiche che i Popolari europei (a cominciare dalla democristiana Ursula von der Leyen) formulano, appoggiano e approvano, contribuiscono ad attuare? Berlusconi deve anche avere pensato che con la sua posizione di europeista può attirare voti di elettori italiani conservatori, ma non anti-europei. Anche a Forza Italia manca, però, una qualsiasi elaborazione culturale relativa all’Europa che vogliono.
Ciò detto, è la dura lezione dei fatti che si è abbattuta, attraverso il Coronavirus, sulla Lega e su Fratelli d’Italia nonché, naturalmente e giustamente, anche sugli altri sovranisti del continente. Da solo, nessun paese si risolleverà facilmente, meno che mai, anche perché più pesantemente colpita, l’Italia. Salvini e Meloni hanno un bel dire che l’Unione Europea deve fare di più, dare di più, impegnarsi di più, ma il fatto rimane che l’Unione Europea sta facendo qualcosa che nessuno Stato-membro riuscirebbe a fare da solo. Sta concedendo fondi non nella disponibilità di qualsiasi singolo Stato. Sta proiettandosi anche nel futuro con impegni che nessun sovranista può assumere e il cui adempimento non sarebbe comunque in grado di garantire. In ultima istanza, il sovranismo è “bellum omnium contra omnes” sul campo di battaglia europeo (e poi, Trump volendo, mondiale: distruzione di quel che rimaneva dell’ordine internazionale liberale). L’Unione Europea è condivisione, collaborazione, trasformazione. Allora, i sovranisti del nostro stivale debbono alzare la voce per coprire il silenzio delle loro non-proposte e le loro contraddizioni. Continueranno a farlo fino all’afonia.
Pubblicato il 4 giugno 2020 su euractiv.it
La piazza di Salvini e Meloni non aiuta la destra. Pasquino spiega perché @formichenews
Dalle piazze di Roma (no, di Pappalardo non voglio neppure discutere, farei un torto persino a Salvini e Meloni) è venuto un rumoroso messaggio che non è sufficiente per coprire e nascondere un grande vuoto culturale. Alla destra italiana il compito di elaborazione politica, di aggiornamento, di proposta. Il commento di Gianfranco Pasquino
Le piazze del 2 giugno hanno messo in mostra il vero volto della destra italiana. Nel giorno della Festa della Repubblica, ammirevolmente “interpretata” dal Presidente Mattarella, i sovranisti, che pure questa Repubblica dovrebbero esaltare, hanno fatto i loro piccoli e meno piccoli sfregi. Peccato che Tajani (Forza Italia) non si sia sentito imbarazzato e non abbia preso le distanze. La libertà di manifestare non è minimamente in discussione. Dopodiché, se gli assembramenti sono vietati, una destra “legge e ordine” non si accalca. Mantiene le distanze. Non si sbraccia e abbraccia. Si mette e conserva le mascherine. Se la destra vuole criticare il governo Conte, lo può fare. Non è un “diritto”, ma una facoltà da esercitare dove e quando vuole, magari in Parlamento (che, lo voglio ricordare solennemente, può essere autoconvocato da un terzo dei parlamentari, art. 62), meglio se non in una ricorrenza nazionale. Almeno la Repubblica dovrebbe essere patrimonio di tutti gli italiani (o quasi), anche di quelli che un tempo non molto lontano facevano un uso improprio (che classe!) del tricolore.
Non ho nessun dubbio che anche il Presidente della Repubblica può, in una democrazia, essere criticato, che non è la stessa cosa del diventare oggetto di insulti e di offese. No, non hanno dato un bello spettacolo la destra e i suoi sostenitori piazzaioli. Con tutta probabilità, non poteva essere diversamente. In quanto predicatore di “buona Politica”, sono costretto a ricordare a chi esibisce il rosario le parole della Bibbia (che stanno sicuramente scritte anche nella Bibbia sventolata dal convertito Trump): “Chi semina vento raccoglie tempesta”. E, aggiungo, perde credibilità.
La destra italiana ha mostrato le sue grandi difficoltà di elaborazione politica, di aggiornamento, di proposta. Si può chiedere di più all’Unione europea, meglio se, per essere appunto credibili, si riconosce quello che ha già fatto, comunque promesso. Naturalmente, “chiedere” all’Unione europea significa prendere atto che l’Italia non ha né perso né ceduto la sua sovranità, ma la condivide con altri Stati, la maggioranza dei quali intende cooperare, coordinare i suoi sforzi per alleviare l’impatto della pandemia e attutirne le conseguenze. Riconoscere questo “stato dell’arte” implica fare esplodere la dottrina (sic) del sovranismo, curiosamente intrattenuta anche da frange di sinistra: i sovranisti convergenti.
No, l’Italia non starebbe meglio se, lo scrivo con un verbo vago, si allontanasse dall’Europa e si ponesse in una condizione di lockdown politico. Privata della carta del sovranismo, che cosa è la destra italiana, più precisamente, che cosa sono la Lega per Salvini premier e Fratelli d’Italia? Personalmente, sono molto “antico” e quindi chiedo: quale cultura politica (non solo rivendicazioni) nutre e sostiene la destra italiana? Dalle piazze di Roma (no, di Pappalardo non voglio neppure discutere, farei un torto persino a Salvini e Meloni) è venuto un rumoroso messaggio che non è sufficiente per coprire e nascondere un grande vuoto culturale. Play it again, Sal.
Pubblicato il 3 giugno su formiche.net








