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Le varie facce dell’astensione

Corriere di Bologna

Liberi tutti o quasi. Nella primavera dello scontento di molti – la politica offre una grande varietà di “scontentezze” -, vi sono due buone occasioni per scaricarsi: il referendum sulle trivellazioni e le elezioni amministrative. L’ambigua e riprovevole posizione espressa da Matteo Renzi a favore dell’astensione sul referendum è già stata stigmatizzata dal Presidente della Corte Costituzionale e contraddetta dal Presidente della Repubblica che ha annunciato che andrà a votare. Il capo di un partito ha il dovere politico di dare la linea. Il capo del governo deve ricordarsi dell’art. 48 della Costituzione che dice chiaramente che il voto è un “dovere civico”. Nessuno faccia il furbetto: l’astensione non è un voto. Preso atto della non/decisione del capo del loro partito, molti Democratici hanno deciso, come, incidentalmente, dovrebbe essere per tutti i referendum, di seguire quel che detta loro il cuore, forse anche una qualche conoscenza delle trivellazioni e delle conseguenze della loro abolizione. Già poco incline a fidarsi di politici che ondivagano e che seguono non il cuore, ma le convenienze, momentanee e fuggevoli, è probabile che gli elettori si rifugino anche loro nell’astensione referendaria e post-refendaria.

Il sondaggio sulle intenzioni di voto alle elezioni comunali di Bologna pubblicato dal Corriere fotografa (ma altre fotografie saranno necessarie di qui al 5 giugno) una notevole propensione all’astensione. Sono elettori che hanno deciso di stare alla finestra o elettori che già propendono di andare al mare contando sul sole di giugno? Sappiamo che, da qualche tempo, gli elettori italiani (e i bolognesi non possono fare eccezione se non limitatamente) decidono per chi votare negli ultimi giorni della campagna elettorale, qualcuno addirittura il giorno stesso dell’elezione. Quindi, non possiamo escludere che coloro che hanno dichiarato che si asterranno potranno cambiare idea. Attendono, in maniera disincantata, scettica, forse anche irritata, che qualcuno dei candidate e dei loro partiti offra idee, soluzioni, prospettive che, magari non proprio affascinanti, siano almeno convincenti, insomma, come ho scritto qui più volte, un’idea di città dinamica migliore. Le percentuali suggeriscono che la competizione più intensa sarà fra Borgonzoni e Bugani, fra la Lega e le Cinque Stelle, per chi approderà al ballottaggio. Difficile che un ballottaggio a giugno sia foriero di un’impennata di partecipazione elettorale. Potrebbe, però, obbligare i duellanti a raffinare le loro proposte e a indicare le loro priorità, quindi a suscitare maggiore interesse nell’elettorato che, rientrando dall’astensione, vuole contare. Sarebbe una buona cosa.

Pubblicato il 14 aprile 2016

Lobbisti? Sono già dentro le Istituzioni

Casa della Cultura

È colpa delle lobby se i governanti, i parlamentari e i burocrati utilizzano parte del loro potere politico di influenzare e prendere decisioni per favorire gli interessi privati di parenti, collaboratori, amici, clienti? Qualsiasi vantaggio quei ministri, parlamentari, burocrati ne traggano, il fenomeno si chiama corruzione. Tranquilli, non è corruzione percepita. È corruzione praticata; spesso, anche, corruzione condonata. Pensare di porre fine a questi scambi impropri, costosissimi per le finanze dello Stato (ovvero per i cittadini), semplicemente regolamentando le lobby non è soltanto sbagliato. È assolutamente ridicolo.

Voluminoso e ricchissimo di nomi prestigiosi è l’albo, consultabile al Congresso di Washington (nonché ovviamente in tutte le assemblee degli stati degli USA), non delle lobby in quanto tali, ma dei lobbisti, ovvero di coloro che rappresentano, promuovono e difendono gli interessi di un numero elevatissimo di associazioni dei più vari tipi. Stuoli di lobbisti professionisti, spesso impiegati in studi di avvocati, spesso ex-parlamentari, ex-funzionari pubblici, operatori dei mass media hanno, grazie alla loro iscrizione nell’albo, accesso ai rappresentanti e ai senatori, meglio, ai loro ampi staff. Possono circolare liberamente nei corridoi e nelle anticamere del “potere”. Gli albi dei lobbisti non hanno in nessun modo messo sotto controllo le loro attività né contenuto il potenziale di scambi impropri, illeciti, corrotti. D’altronde, l’anello debole non sta lì, vale a dire, nella maggiore facilità di incontri fra lobbisti, staff e parlamentari (difficilissimo è l’accesso agli uffici del Presidente che sono ferreamente controllati). Sono, in USA, in Italia e altrove, i parlamentari, i ministri, i burocrati, i consiglieri a costituire l’anello debole.

Parlamentari incompetenti si fanno facilmente convincere da lobbisti con anni di esperienza e con massicce dosi di expertise. Burocrati selezionati in base alle loro opinioni politiche sentiranno persino il bisogno di colmare il loro vuoto di conoscenze con le informazioni, ancorché di parte e strutturate, che i lobbisti offriranno loro e che consentono loro di fare bella figura con i superiori e con i politici di riferimento. Ministri parvenu, senza nessuna trafila parlamentare, che non sanno neppure scrivere, tantomeno leggere, un emendamento sono facilissime prede, non soltanto di fidanzati e di genitori, ma di chiunque abbia cognizione di come funziona una Commissione parlamentare e di come si esercita la discrezionalità burocratica.

Quanto al Parlamento italiano, per decenni alcune lobby, che mai avrebbero accettato questa definizione, che mai avrebbero volute essere iscritte in un albo contenente rappresentanti di interessi a loro sgraditi, alla strada della pressione dall’esterno hanno preferito l’ingresso diretto in parlamento dai portoni principali. La Coldiretti mandava 70/80 parlamentari nei banchi democristiani e dava indicazioni vincolanti sulla nomina del Ministro dell’Agricoltura. I sindacati eleggevano non pochi parlamentari, nient’affatto sindacalisti a fine carriera. Il cislino Donat Cattin diventò anche Ministro del Lavoro. Notata l’assenza dei preti (non c’è bisogno di interrogarsi sul perché), non sono mai mancati i magistrati nelle file dei parlamentari. “Presente” potevano rispondere molti medici. Dal canto loro, alcuni notai, categoria numericamente ristretta, ma potentissima, presidiavano, quanto era di loro interesse nei procedimenti legislativi. In nessuno dei parlamenti post-1994 sono mancati magistrati e sindacalisti e chi esplorasse più a fondo troverebbe che non pochi parlamentari sono essi stessi lobbisti neanche tanto travestiti. Non avranno nessun bisogno di iscriversi in un albo per continuare la loro attività di rappresentanza di quegli interessi organizzati che hanno aiutato, favorito, prodotto la loro elezione in parlamento e che, comprensibilmente, verranno “ricambiati”.

Non posso trattenermi dal sottolineare che, meno forti dal punto di vista elettorale, alcune categorie, per molto ipotetico esempio, persino le sguattere del Guatemala, riusciranno, se sospinte da lobby esterne o cooptate in base a non chiari criteri, a ottenere qualche posto di governo, non elevatissimo, ma utile. Dovranno, poi, imparare a soddisfare gli interessi di quelle lobby.

Qualsiasi parlamento è anche luogo di rappresentanza di interessi, di negoziazione, di ricomposizione. Nessun interesse deve essere deliberatamente tenuto ai margini, per partito (ah ah) preso. Qualsiasi conventio ad excludendum impoverisce la rappresentanza di interessi, la vitalità di una società. Per evitare che nella competizione fra interessi vincano coloro che utilizzano la corruzione, ci sono due modalità, sostanzialmente risolutive. Nessuno di coloro che acquisisce cariche rappresentative e governative deve trovarsi in conflitto fra il suo potere politico e i suoi interessi privati. Se vuole una carica pubblica deve giungervi alleggerito dal peso dei suoi interessi privati/personali. Tutti i procedimenti decisionali, del governo e del parlamento e delle sue commissioni, debbono svolgersi in maniera assolutamente trasparente. Deve sempre essere noto e (rin)tracciabile chi presenta quale disegno di legge, più spesso quale emendamento cruciale. Molti attori possono dare contributi importanti alla trasparenza, a cominciare dagli stessi parlamentari. Il contributo decisivo, anche negli USA, é sempre dato dal giornalismo investigativo che non racconta quello che i parlamentari dicono, ma quello che fanno, perché, con quali prevedibili conseguenze. In special modo, quando i suoi praticanti sono preparati e stagionati, il giornalismo investigativo è il più arcigno difensore, contro le lobby particolaristiche, e il più agguerrito promotore dell’interesse pubblico. No, no, è evidente che non sto parlando dell’Italia.

Pubblicato il 14 aprile 2016

La tattica di Salvini

Corriere di Bologna

Combinando instancabilmente l’attività sul territorio e la presenza nelle trasmissioni televisive, Matteo Salvini ha “recuperato” qualche punto di forza della Lega ruspante (sì, sì: è l’aggettivo giusto) che abbiamo conosciuto, oramai il più vecchio partito italiano alla soglia del trentesimo compleanno, e la ha rilanciata. La persona fisica e politica di Salvini è positivamente responsabile della crescita, anche elettorale, ma da non esagerare, della Lega. Il tentativo di farne un movimento diffuso sul territorio nazionale ha significato mettere in secondo piano la tematica federalistica, che, comunque, si era già logorata per molte buone e cattive (si configurava come un pasticcio) ragioni. Lo spostamento spregiudicato su posizioni lepeniste è tattico, dettato da circostanze e da esigenze (riuscire a costituire un gruppo al Parlamento Europeo) manipolabili. Per il resto, Salvini sfrutta, con grande verve polemica, anche naturale, quella che ritiene la tematica destinata a durare e produrre frutti elettorali: la (non) integrazione dei migranti combinandola con la sicurezza personale e delle famiglie, soprattutto nel Nord, e accentuando la critica all’Unione Europea e alle sue flagranti inadeguatezze. La strada tracciata porta piuttosto lontano.

Per quanto enfatizzato, lo scontro sulla leadership nel centro-destra con il declinante Berlusconi, declinatissimo dicono i sondaggi romani su Bertolaso, serve a Salvini esclusivamente a scopi propagandistici, di visibilità politica e di alimento per il suo ego. Qualche periodica incursione in Emilia-Romagna e a Bologna consentono di acquisire spazio e di offrire a un buon numero di elettori insoddisfatti un’alternativa praticabile. Nello spappolamento del centro-destra bolognese, Salvini non riuscirà a prosperare in maniera dirompente, ma, se non si andrà ad un accordo complessivo, la sua candidata, riconfermata anche se non proprio brillantissima, è già in campo e i temi della Lega li farà pur circolare.

La politica è anche questo: mantenere le posizioni con pazienza e fatica, tentando di costruire dal basso, ovvero dai quartieri, qualcosa che riesca a caratterizzarsi al tempo stesso come opposizione all’esistente e come preparazione di un’alternativa. Tuttavia, nella politica cittadina che spesso sembra una palude nella quale non brillano proposte lungimiranti e innovative e non hanno fatto la loro comparsa candidature trascinanti (forse su tutto questo “la città” e i suoi maîtres a penser dovrebbero interrogarsi), Salvini sa che l’attivismo della Lega potrebbe essere ricompensato. Probabilmente, sì, ma poco poco.

Pubblicato 8 aprile 2016

Il premier nell’onda calante

Più o meno autorevoli commentatori cominciano a vedere l’onda calante della traiettoria governativa di Matteo Renzi. Quanto l’onda stia effettivamente calando dipende in larga misura dalle aspettative iniziali di quei commentatori. L’ascesa di Renzi era stata accompagnata da grandi consensi, non sulla sua persona politica, sostanzialmente poco nota, non sui suoi programmi, neppure quelli istituzionali, nel migliore o nel peggiore dei casi appena abbozzati. Quei consensi, da un lato, arrivarono a Renzi perché uomo giovane, apparentemente dinamico, audace ai limiti della presunzione, dall’altro, perché Renzi sfidava una sinistra che a molti, ovviamente, soprattutto agli oppositori di destra e ai cerchiobottisti di ogni provenienza, sembrava ingessata, priva di capacità innovative, drammaticamente, ma meritatamente, umiliata dall’incontro via streaming fra Bersani e i Cinque Stelle nel marzo 2013. Nella letizia per la sconfitta e la probabile messa in soffitta (rottamazione) della vecchia sinistra e dei suoi esponenti, a cominciare dal più importante, Massimo D’Alema, nessuno dei commentatori s’interrogò sulle effettive capacità di governante e di riformatore di Matteo Renzi. Molti si misero a lodare l’outsider che, senza nessun gravame del passato (e, ahi lui, pochissima conoscenza di quel passato), spezzando tutti i lacci e I lacciuoli, avrebbe rinnovato il modo di governare: al bando la concertazione sostituita dalla disintermediazione. Nessuno notò che, altrove, nelle democrazie parlamentari europee, gli outsider al governo sono rarissimi. La grandissima maggioranza dei ministri hanno avuto precedenti esperienze parlamentari, più o meno lunghe, e anche di governo. Che nessun capo di governo nasce “imparato”, ma passa attraverso compiti formativi in parlamento e in cariche minori. Che tutti i capi di governo cercano di non scompaginare il loro partito, ma di valorizzarne personalità e competenze, di potenziarne la struttura che, sul territorio, spiegherà le politiche del governo e cercherà di mantenere i rapporti con l’elettorato (che non “passano” soltanto dai talk shows e dai tweets).

Quel che I commentatori delusi, a mo’ di coccodrilli, lamentano oggi era largamente prevedibile. Né Renzi né i suoi ministri più improvvisati (almeno la metà) hanno imparato niente né riguardo ai rapporti con il Parlamento né sulla costruzione del consenso intorno alle riforme. Un giorno, forse, qualcuno s’interrogherà anche sulle varie donazioni in Euro elargite da Renzi ad alcuni settori sociali. Già adesso, però, è evidente che nessuna di quelle donazioni è inserita in una visione strategica di sviluppo e di riforme economico/sociali. La fretta del Capo del governo si spiega quasi soltanto con la necessità di ottenere successi che alimentino la sua corsa. Il suo non dichiarato motto è chi si ferma è perduto. Gli stop possono, però, già essere in vista: le amministrative di giugno e il referendum costituzionale di ottobre. Con il feroce grido di battaglia lanciato alla scuola di politica del PD “li spazzeremo via” (gli oppositori), Renzi dà un’ulteriore prova di non curarsi delle modalità di funzionamento di una democrazia parlamentare. Ha ascoltato soltanto gli elogi senza tenere conto che erano per lo più motivati dall’ostilità, persino dal rancore, nei confronti dei suoi oppositori interni. Sappiamo che non è nelle sue corde apprezzare le critiche, ma è anche sulla capacità di trarre il meglio dalle critiche che si misura la qualità dei politici e dei governanti.

Pubblicato AGL 8 aprile 2016

Norberto Bobbio come intellettuale pubblico

RdP

da Rivista di Politica Numero 1 Gennaio-Marzo 2016 pp 87/99

Materiali per una storia del pensiero politico italiano

Norberto Bobbio – “filosofo della politica e del diritto, autori di studi fondamentali sui grandi classici del pensiero politico (da Hegel a Mosca, da Hobbes a Kant) – è stato il più importante e autorevole “intellettuale pubblico” che l’Italia abbia avuto nel corso della sua storia repubblicana. Dagli anni cinquanta ai novanta, il dibattito politico-scienti”co sui grandi temi della democrazia, del potere, della guerra e della pace, delle differenze tra la destra e la sinistra è stato dunque fortemente influenzato dalle sue riflessioni e dalle sue proposte. Particolarmente importanti e incisivi sono stati i suoi contributi sul rapporto tra intellettuali e politica, sviluppati da Bobbio in costante dialogo (e polemica) con la cultura di matrice comunista.

Per un periodo lungo all’incirca cinquant’anni Norberto Bobbio (1909-2004) è stato probabilmente la voce più autorevole nel dibattito politico culturale italiano fino a giungere a rappresentare, per molti, la coscienza civile dell’Italia, ovvero, almeno, come gli fu spesso rimproverato, di un’altra Italia(1). In larga misura (ma sicuramente nient’affatto unanimistica, cosa che lo avrebbe molto inquietato) ammirato da numerosi ambienti dell’intellettualità di sinistra e ritenuto interlocutore del più alto livello da molti politici, i quali, spesso, miravano a trarre dalle loro interazioni con lui un qualche credito-riconoscimento personale della loro statura, Bobbio fu altrettanto criticato e detestato, a partire dagli anni Novanta, dal centro-destra italiano fino a diventarne uno dei bersagli privilegiati sia per la sua intransigenza sia per il suo “moralismo” (tema meritevole di non pochi approfondimenti). Dopo la sua scomparsa nessuno degli intellettuali italiani ha raggiunto lo stesso livello di notorietà e di influenza. Non esistono eredi riconosciuti del suo magistero, neppure fra i migliori dei suoi, non molti, allievi. Per comprenderne l’importanza e, anche se Bobbio non avrebbe sicuramente gradito il termine, il successo, è indispensabile ricostruirne, sia pure a grandi tratti, il contesto, la traiettoria, i diversi momenti di svolta.
Molto difficili e, in generale, meno utili per illuminarne il volto di intellettuale pubblico, mi sembrano i tentativi di paragonare Bobbio ad alcuni dei grandi intellettuali suoi contemporanei di altri paesi. Neppure il migliore di questi tentativi, opera di Ralf Dahrendorf(2) – a sua volta importante intellettuale pubblico su scala europea – è pienamente soddisfacente. L’eccessiva diversità dei percorsi, delle sfide e dei luoghi, con le rispettive culture politiche specifiche e le problematiche dei tempi, rende impossibile paragonare fruttuosamente ruolo e opere di Bobbio con quanto fecero Hannah Arendt, Isaiah Berlin, George Orwell, Karl Popper, Raymond Aron. In una certa misura, per collocazione nella cultura politica del proprio Paese, per le tematiche trattate e per il ruolo pubblico svolto, soltanto il confronto con Aron appare di una qualche utilità per meglio comprendere, anche nelle notevoli differenze, quanto entrambi siano stati costretti a fare soprattutto nei rapporti con i comunisti dei rispettivi Paesi con l’obiettivo di affermare una visione politica liberal-socialista nel caso di Bobbio, liberale in quello di Aron, in ambienti molto sfavorevolmente predisposti(3).
Nella sua autobiografia(4) Bobbio non spiega con quali motivazioni si sia avvicinato alla politica e perché abbia tentato un dialogo soprattutto con alcuni uomini politici e intellettuali comunisti, per approdare, infine, come commentatore de «La Stampa», il quotidiano della sua città, a interprete e critico degli avvenimenti politici, delle dinamiche sociali, dei fatti culturali. Mi sembra fin troppo facile, anche se probabilmente è giusto, suggerire che fu l’ambiente torinese, di cui Bobbio era e rimase sempre particolarmente orgoglioso(5), a suscitare, alimentare e sostenere, in diverse fasi, l’interesse per la politica e il forte desiderio di operare per migliorarla. Maestri e compagni – per ricorrere al titolo di un suo bel libro(6) – del Liceo Massimo D’Azeglio di Torino, fornirono gli stimoli iniziali a una ricerca di libertà quando il fascismo, appena insediato, mirava al suo consolidamento. Nella città di Piero Gobetti e di Antonio Gramsci, l’antifascismo si fondava su pensiero e azione. Nei primi gruppi di “Giustizia e Libertà”, Bobbio, per quanto non sia mai stato il più attivo e il più impegnato degli appartenenti, comprese la necessità di riflessione e di azione politica antifascista, ancorché con la grave caduta di una lettera a Mussolini per evitare provvedimenti che gli avrebbero impedito di ottenere la cattedra universitaria. Nelle interazioni con autorevoli consulenti e con prestigiosi autori della Casa editrice Einaudi (in particolare, con Leone Ginzburg), Bobbio apprese il significato profondo dell’etica politica e del coraggio personale. Nell’ambiente padovano, nei primissimi anni Quaranta, il giovane docente incontrò la realtà del Partito d’Azione con il quale avrebbe fatto un tratto di strada che lo portò, prima, per breve tempo, in una patria galera, poi alla candidatura, non coronata da successo, all’Assemblea Costituente (peraltro, non riesco proprio a immaginarmi Norberto Bobbio a pronunciare infiammati discorsi traboccanti propaganda politica in comizi tenuti probabilmente all’aperto nella primavera del 1946). La mancata elezione segnò la fine prematura di qualsiasi impegno diretto in politica per il quale Bobbio, comunque, sentiva di non essere affatto tagliato. Tuttavia, ognuno di questi passaggi esistenziali è stato scandito da scritti e pubblicazioni che rivelano l’ambizione di influenzare le scelte, di indicare percorsi, di contare negli avvenimenti.
La sconfitta elettorale impedì una carriera politica, la quale, comunque, alla luce del netto declino e della veloce scomparsa del Partito d’Azione, sarebbe stata di brevissima durata. Tuttavia, l’impegno dell’insegnamento universitario non poteva da solo assorbire le energie e soddisfare l’impegno al cambiamento del quarantenne Bobbio chiamato alla cattedra di Filosofia del Diritto dell’Università di Torino. Evidentemente già molto noto anche a livello europeo, fu invitato, unitamente a molti prestigiosi intellettuali – fra i quali, Aron, Jaspers, Silone, Bertrand Russell(7) – a partecipare alle attività del Congress for Cultural Freedom. Nel periodo in cui la Guerra fredda non era esclusivamente un confronto arcigno fra Grandi Potenze e le loro coalizioni (Nato e Patto di Varsavia), ma una contrapposizione di idee e di ideali,probabilmente confortato anche dall’interlocuzione con alcuni dei grandi intellettuali pubblici europei che si incontravano periodicamente in diverse sedi europee, Bobbio si lanciò nel compito più difficile, almeno in partenza poco promettente e, in definitiva, neppure particolarmente gratificante. Sfidare il Partito comunista italiano – che per quanto differente dallo stalinizzato e burocratizzato Partito comunista francese, era pur sempre un organismo compatto, disciplinato, in grado di imporre conformismo, non solo agli iscritti, ma anche agli intellettuali di area(8) – era un’azione rischiosa, da molti ritenuta anche priva di efficacia.
Molto, oserei dire troppo, si è scritto, sulle reazioni davvero sconfortanti dei comunisti italiani, e non vale la pena di ritornare sul tema(9). Il rimando alla fonte Politica e cultura (volume nel quale Bobbio raccolse i vari saggi apparsi tra il 1951 e il 1955 in dialogo con gli intellettuali comunisti)(10) è più che sufficiente. Aggiungo che di grande pregio è la rivisitazione del dibattito fatta da Franco Sbarberi nella sua introduzione al testo edito nel 2005. Tutti gli aspetti rilevanti –ruolo degli intellettuali, tipi di libertà, quale cultura in una società democratica– sono efficacemente illuminati e Sbarberi riesce anche nell’intento di (di)mostrare quanto Bobbio fosse moderno nelle sue concezioni e quanto le sue idee e le sue critiche siano state capaci di durare nel tempo. Riferendosi al dibattito successivamente lanciato da Bobbio, relativo all’esistenza o meno di una dottrina marxista dello Stato, Sbarberi va forse un po’ troppo in là, attribuendo ai partecipanti, immagino, soprattutto comunisti, una “maturazione delle coscienze” laddove credo si possa vedere soltanto un indebolimento delle convinzioni. Al di là delle Alpi, lo scontro fra Aron e i comunisti, più precisamente Jean-Paul Sartre e Maurice Merleau-Ponty, fu molto più duro. Chi (ri)legga il brillante saggio di Aron L’oppio degli intellettuali, pubblicato per combinazione nel 1955, lo stesso anno di Politica e cultura, non può non essere colpito, anche se gli oggetti del contendere sono decisamente simili, dalla differenza di stile fra il filosofo francese e quello italiano. Il primo è drastico, al limite della violenza verbale ampiamente giustificata dai toni dei suoi interlocutori; il secondo è dialogante, ancorché senza nessuna concessione sul piano dei princìpi.
La rilettura, tuttora utile e raccomandabile, di Politica e cultura rivela la pochezza degli argomenti dei comunisti, ma evidenzia anche quanto il loro discorso complessivo sulle differenze fra la ‘politica della cultura’ e la ‘politica culturale’ fosse poco avanzato, costretto com’era a fare i conti con un’ideologia rigida come quella del Pci a quei tempi nient’affatto “gramsciano”. Peraltro, anche la concezione gramsciana del partito come “intellettuale collettivo” (e degli intellettuali che dovrebbero diventare “organici” al partito) era distantissima dal pensiero di Bobbio, inconciliabile. Negli interventi degli ormai giustamente dimenticati Ranuccio Bianchi Bandinellli, archeologo, e Galvano della Volpe, filosofo, si vede unicamente il tentativo di ammantare con citazioni di Marx un’ortodossia e un dogmatismo che è fin troppo facile affermare neppure Marx avrebbe apprezzato. Naturalmente Togliatti, firmandosi, nella sua versione di polemista, Roderigo di Castiglia, si mostra più duttile nel linguaggio, ma inflessibile nella difesa della linea, della sua linea. Quello che conta non è, naturalmente, il risultato per quel che riguarda l’individuazione e l’accettazione di princìpi condivisibili, in sostanza limitatissimo, quasi nullo, ma la sfida che il filosofo torinese portava ad un partito comunista che operava in una debole, forse allora la più fragile, democrazia occidentale. Quanto Togliatti tenesse ai “suoi” intellettuali e quanto il gruppo dirigente comunista, Giorgio Napolitano compreso, fosse capace di arroccamento si sarebbe visto nell’indimenticabile 1956 con il deflusso, più o meno silenzioso, che nessuno dei dirigenti tentò di arrestare, di un centinaio e più di intellettuali. Per quel che riguarda Bobbio, è immaginabile che lo abbiano particolarmente colpito le fuoruscite di coloro che lavoravano con lui alla Casa editrice Einaudi e con i quali aveva consuetudine di incontri settimanali (i famosi mercoledì pomeriggio).
Mi riferisco specialmente, da un lato, a Italo Calvino; dall’altro, ad Antonio Giolitti, ma questa è un’altra, pure interessantissima, storia.
Il dialogo o rapporto di Bobbio con i comunisti italiani gli è stato spessorimproverato, nel migliore dei casi, perché considerato uno squilibrio che limitava la sua autorevolezza super partes, mentre nel peggiore dava luogo all’accusa di essere in realtà “compagno di strada” dei comunisti. Sensibile a quanto potesse minarne l’autorevolezza, ma convinto che quel dialogo fosse non soltanto necessario, ma utile, Bobbio replicò variamente, all’insegna del detto «né con loro né contro di loro»(11); scrivendo che «contro i reazionari continuiamo pure a difendere la libertà dei moderni da quella degli antichi. Ma non dimentichiamo che occorre egualmente difenderla, contro i progressisti troppo arditi [fra i quali, sicuramente, Bobbio collocava i comunisti], da quella dei posteri»(12); sostenendo che bisogna continuare il dialogo persino, o proprio, con coloro che «la nostra democrazia, sempre fragile, sempre vulnerabile, corrompibile e spesso corrotta, vorrebbero distruggere per renderla perfetta»(13), approdando ad una dichiarazione che considero risolutiva. Mai comunista né anticomunista, Bobbio ha «sempre considerato i comunisti, per lo meno i comunisti italiani, non come nemici da combattere ma come interlocutori di un dialogo sulle ragioni della sinistra»(14). In proposito, non è difficile immaginare il dissenso verticale di Aron, spiegabile non soltanto per lo stile diverso dei due intellettuali, ma, soprattutto, per la diversità dei due partiti comunisti e dei loro rispettivi dirigenti.
La posizione dalla quale Bobbio prendeva le mosse per porre problemi ai comunisti italiani e per criticarne atteggiamenti e riflessioni fu, fin dall’inizio, di tipo liberal-socialista. Per la precisazione del liberal-socialismo come lo intendeva Bobbio: «l’affermazione della importanza dei diritti dell’uomo per ogni convivenza civile – scriveva il filosofo torinese – ha ripreso straordinario vigore. Oggi è impensabile un movimento per l’emancipazione umana, come è stato il movimento socialista in tutte le sue forme storiche, che non recuperi l’idea illuministica e liberale dei diritti dell’uomo»(15). In verità, Bobbio non è sempre stato “rigorosamente” liberal-socialista. Per almeno un decennio e più, fu, più propriamente, “azionista”. Dopodiché, il suo liberalsocialismo, come, più in generale, il liberalsocialismo “in sé”, ha dimostrato di possedere il grande pregio di essere flessibile, adattabile, in grado di aggiornarsi senza snaturarsi. La componente liberale del pensiero di Bobbio riguarda lo Stato, ovviamente quello democratico, le sue regole, le sue procedure. Anche se non è del tutto corretto identificare Bobbio con una concezione esclusivamente procedurale della democrazia(16), non c’è dubbio che, da un lato, i diritti dei cittadini (i suoi scritti in materia sono raccolti nel volumetto L’età dei diritti, Torino, Einaudi, 1990) sono da lui considerati un elemento essenziale dello Stato liberale; dall’altro lato, in particolare, nei confronti della asserita democrazia “sostanziale” dei comunisti, la sua rivendicazione della democrazia formale è, non soltanto temporalmente, un prius rispetto alla democrazia sostanziale, ma costituisce l’elemento fondamentale e fondante in assenza del quale nessuna democrazia sostanziale è possibile.
Quanto alla componente socialista, il discorso si fa più complesso e trova conferme in alcuni comportamenti di Bobbio piuttosto che in scritti teorici o analitici. A mio modo di vedere, i tre atti più interessanti e più significativi del Bobbio socialista sono: 1) lo scambio di lettere con Giorgio Amendola su «Rinascita» in occasione della defenestrazione del leader sovietico Nikita Khruscev (ottobre 1964); 2) la sua iscrizione nel 1966 al Partito socialista unificato prodotto dalla convergenza fra il Psi di Pietro Nenni e il Psdi di Giuseppe Saragat; 3) la sua partecipazione come relatore alla riflessione sulle sorti, nient’affatto magnifiche e neppure progressive, del Partito socialista di Francesco De Martino dopo il deludentissimo risultato elettorale del 20 giugno 1976. Questi rapporti, né intensi né frequenti né influenti né, in definitiva, gratificanti, con i socialisti erano, comunque, all’insegna del tentativo di lungo periodo del liberalsocialista Bobbio di spingere i comunisti italiani sulla strada di una profonda revisione sia della strategia sia dell’ideologia.
L’intellettuale pubblico Bobbio non rinunciava a incoraggiare i comunisti a prendere atto che la loro consistenza numerica non si traduceva in quella rilevante influenza politica che soltanto un partito unico della sinistra avrebbe potuto acquisire, soprattutto se fosse stato coerentemente socialdemocratico. Le fatali tergiversazioni comuniste e le incessanti baruffe socialiste, oggi, lo vediamo con chiarezza, hanno finito per ridurre la sinistra ai suoi minimi termini, hanno cancellato qualsiasi traccia di una cultura politica vitale, hanno reso impensabile l’organizzazione e la stessa esistenza in Italia di un partito dichiaratamente ed effettivamente socialdemocratico.
La visione liberale della politica intrattenuta da Bobbio lo rese inevitabilmente molto diffidente e critico della proposta di Enrico Berlinguer relativa a un “compromesso storico” fra le grandi forze politiche dell’Italia, proposta che, in buona sostanza, appariva potenzialmente produttiva di due ambiziosi, ma altresì pericolosi sviluppi(17). Il primo consisteva nell’emarginazione non deliberata, ma inevitabile, dei socialisti, considerati irrilevanti e sostanzialmente inutili. Il secondo sviluppo sarebbe stato molto più che il semplice accesso al governo del Pci in una coalizione con la Dc, ma si sarebbe, per l’appunto, tradotto in un “accordo di sistema” inteso a durare per un periodo di tempo indefinito. La compatibilità di questa prospettiva con la prassi delle democrazie europee, fondata sulla praticabilità e possibilità di alternanza al governo, e con la visione delle democrazie “procedurali” e competitive non poteva non destare le serie preoccupazioni di Bobbio. Peraltro, alcune preoccupazioni erano già state espresse in maniera preveggente in una serie di articoli pubblicati nel mensile socialista «MondOperaio» e poi raccolti in Quale socialismo(18)?. In verità, il cuore del libro di Bobbio è il quesito posto nell’articolo intitolato Esiste una dottrina marxistica dello Stato? Curiosamente, le domande formulate da Bobbio esprimono spesso, come facevano quelle di Pietro Ingrao, dubbi che l’analisi rapidamente e convincentemente trasforma in argomentate risposte negative. Non propriamente impreziosito dal solito affannato coro di interventi ad opera di intellettuali e politici comunisti, ma questa volta anche di intellettuali e politici socialisti (Roberto Guiducci, Claudio Signorile, Giorgio Ruffolo e Luciano Cafagna che se ne fece sarcastico recensore), il dibattito aperto da Bobbio ebbe una risposta quasi scontata: “no, non esiste una dottrina marxistica dello Stato” (fra le righe si coglie anche un limpido invito a darsi da fare per apprendere qualcosa, in fretta e bene, dalle teorie esistenti, a partire da quelle liberali e democratiche).
Le non convincenti risposte comuniste, tutt’altro che sorprendenti per Bobbio e per gli scienziati della politica degni della loro professione, avevano quantomeno il merito di imporre all’attenzione la imprescindibile e urgente necessità che i comunisti, che si stavano avvicinando al governo del Paese, si dedicassero a una riflessione sul tema per evitare due gravi pericoli. Il primo i socialisti lo avevano corso e malauguratamente non risolto: che cosa bisognava davvero fare, supponendo che la si fosse trovata, nella “stanza dei bottoni”?
Il secondo pericolo riguardava la difficoltà di scegliere gli atti più efficaci e meno controproducenti per riformare uno Stato nella condizione oggettiva di mancanza di una teoria dello Stato – se qualcuno preferisce aggiunga pure l’aggettivo ‘capitalistico’, ma la sostanza non cambia – nella convinzione, tutta da argomentare e mettere alla prova, di sapere “andare oltre” la solidissima teoria liberale dello Stato. Era un compito per il quale fino a quel momento il Centro per la Riforma dello Stato, fondato e diretto da Pietro Ingrao nel 1972, si era dimostrato chiaramente inadeguato. Soltanto parecchi anni dopo, le riflessioni comuniste, non solo quelle ingraiane, acquisirono maggiore spessore e rilevanza (ma è un’altra storia che comprende, se posso riferire un episodio personale, la presentazione del mio libro Restituire lo scettro al principe(19), effettuata a Torino congiuntamente da Bobbio e Ingrao).
È interessante – e rivelatore – che Bobbio stesso ricolleghi, a una ventina d’anni di distanza, i quesiti e il dibattito su Quale socialismo? ai saggi compresi in Politica e cultura, più precisamente ai temi «della libertà della cultura e della funzione degli intellettuali»(20). Sorprendente, invece, è che Bobbio affermi che «una cosa è certa: nei vent’anni decorsi i punti di vista [fra i comunisti e lui] si sono avvicinati»(21). Si direbbe, piuttosto, che in quei vent’anni i comunisti italiani avessero perso le loro certezze e rigidità. Che fossero giunti alla piena accettazione dello Stato liberale moderno, unico e migliore garante del pluralismo e della democrazia, appare molto dubbio. Ancora più dubbio dell’interrogativo che Bobbio pone a conclusione del suo volumetto: «La democrazia, si è detto, è una via. Ma verso dove?»(22). Se, talvolta, è vero che «l’ultima battuta di un dialogo apparentemente concluso sia anche la prima di un dibattito ancora da fare»(23), la risposta alla sua domanda Bobbio cercò di formularla in un libro successivo di notevole successo editoriale: Il futuro della democrazia(24). Anni dopo, Sartori, commemorando Bobbio(25), rispose che il futuro della democrazia dipende dal nostro cervello, ovvero dalla capacità di pensare e di costruire un’opinione pubblica. Fermo restando che entrambi, Bobbio e Sartori, hanno fortemente criticato, non soltanto in questo solidali con Karl Popper, gli effetti nefasti della televisione sull’homo videns (per citare il titolo di un libro di successo di Sartori, apparso per i tipi della Laterza nel 2007, il cui sottotitolo era Televisione e post-pensiero), entrambi con i loro interventi e i loro studi hanno costantemente mirato alla formazione di un’opinione pubblica in grado di mantenere e sostenere la democrazia. «Finito di stampare il 13 ottobre 1984» recita l’ultima pagina della prima edizione de Il futuro della democrazia. Ricordo che il capogruppo dei senatori socialisti, Fabio Fabbri, ne fece il regalo di Natale per i suoi colleghi. Bobbio era stato nominato Senatore a vita dal Presidente Sandro Pertini nel luglio 1984. Lo avevo prontamente invitato a entrare nel gruppo dei Senatori della Sinistra Indipendente. Conservo la sua risposta affidata a una cartolina illustrata inviatami da Cervinia con la motivazione «non me la sono sentita di fare lo strappo». Eppure, appena qualche mese prima aveva severamente criticato la rielezione di Bettino Craxi alla carica di segretario del Psi avvenuta per acclamazione al Congresso di Verona nel maggio 1984. Molto noto e altrettanto spesso citato è il suo durissimo articolo pubblicato su «La Stampa» con il titolo La democrazia dell’applauso. Contrariamente alle parole della replica di Craxi: «i filosofi che hanno perso il senno», Bobbio, semplicemente, si manteneva pubblicamente coerente e fedele alla sua concezione di una democrazia basata su regole, una delle quali è, per l’appunto, che alle cariche, soprattutto se politiche e di rilievo, si accede attraverso votazioni e non acclamazioni.
Gli intellettuali pubblici hanno il dovere di intervenire su questioni che attengono al bene e al male: di un sistema politico, di una società, delle relazioni fra persone, ma anche fra Stati. La Guerra fredda, l’equilibrio del terrore, l’uso della bomba atomica, una pace che non fosse né imposizione dall’esterno né cedimento di sovranità e di perdita d’indipendenza e dignità erano state tutte questioni affrontate nei dibattiti del Congress for Cultural Freedom e negli scritti dei partecipanti. Nel 1979 Bobbio raccolse alcuni suoi scritti nel volume Il problema della guerra e le vie della pace(26), scritti che, con modalità diverse, si rifanno a quanto aveva appreso tanto da un contemporaneo come il pacifista Aldo Capitini quanto da un classico come Immanuel Kant, uno dei suoi filosofi preferiti, in relazione all’etica e ai cardini dell’Illuminismo.
Il test più difficile delle posizioni teoriche di Bobbio giunse inaspettato con lo scoppio della cosiddetta Guerra del Golfo (16 gennaio-28 febbraio 1991). La presa di posizione, oppure, meglio, l’accettazione/approvazione da parte di Bobbio della necessità di un intervento anche armato che riportasse nei suoi confini il protervo invasore, il leader dell’Iraq Saddam Hussein, e che restituisse l’indipendenza al piccolo Kuwait, non ebbe grande risalto nell’alquanto divisa opinione pubblica di sinistra, ma fece esplodere molte tensioni nell’ambito di alcuni degli allievi di Bobbio, soprattutto di quelli torinesi.
Confusamente schierati in opposizione all’intervento in adempimento del mandato delle Nazioni Unite di una coalizione guidata dagli Stati Uniti, i critici di Bobbio gli rimproverarono proprio il riconoscimento che quella guerra era, nella sua essenza, ma poi anche nel suo dispiegamento, una guerra “giusta”.
Uno Stato che invade senza giustificazione alcuna (torto subito, attacco da prevenire, minaccia da sventare) un altro Stato e pretende di annetterselo viola palesemente il diritto internazionale. Il rifiuto dell’invasore a ritirarsi aprì la strada all’intervento della comunità internazionale. L’intervento fu rapido, incisivo, condotto senza nessun eccesso militaristico, limitato. Infatti, ottenuta la liberazione del Kuwait, le truppe guidate dagli americani non procedettero alla pure possibile conquista della capitale irakena e neppure alla, pure auspicabile, punizione di Saddam Hussein, magari imponendogli di lasciare il potere. Fu una situazione esemplare di combinazione dello jus ad bellum con lo jus in bello, perfettamente coerente con quanto Bobbio aveva insegnato e scritto. Di fronte allo strepito di quegli allievi, Bobbio procedette a qualche, non necessaria, precisazione, a un ripensamento, o meglio a una (a mio avviso) non convincente ridefinizione delle sue argomentazioni. Stabilito che «una guerra è giusta perché è basata su un principio fondamentale del diritto internazionale che è quello che giustifica la legittima difesa», Bobbio affermò che una guerra, oltre ad essere giusta,deve/dovrebbe essere anche «efficace»(27). Le condizioni dell’efficacia sono tre: 1) anzitutto, se la guerra sarà «vincente»; 2) se è «rapida rispetto al tempo»; 3) se è «limitata rispetto allo spazio», nel senso che fosse ristretta al teatro di guerra dell’Iraq. Per completezza di informazione, la cosiddetta Guerra del Golfo ha soddisfatto tutte le condizioni di efficacia poste da Bobbio. Fu sicuramente vittoriosa. Ebbe una durata inusualmente limitata: soltanto un mese e mezzo. Non tracimò fuori dai confini dell’Iraq. Infine, punto non menzionato da Bobbio, portò al ristabilimento dello status quo ante l’invasione irachena del Kuwait, al ritiro delle truppe di Saddam Hussein e al ritorno all’indipendenza del Kuwait. Quello che non seguì alla fiammata dello scontro fra Bobbio e alcuni, non tutti, dei suoi (cattivi?) allievi, fu una migliore comprensione delle guerre locali e, soprattutto, che non può essere chiamata pace la situazione nella quale l’ordine politico è imposto dalla repressione e mantenuto con l’oppressione, dove c’è fortissima ingiustizia sociale. D’altronde, meglio di chiunque altro Bobbio conosceva la condizione sine qua non della pace perpetua kantiana: l’esistenza di democrazie (o, per usare la terminologia kantiana, di sistemi repubblicani).
Che i regimi comunisti potessero riformarsi dall’interno Bobbio non lo aveva mai creduto. Dal momento in cui era ‘calata’ la cortina di ferro sull’Europa centro-orientale di democrazia e democrazie in quei paesi non se n’era più vista neppure l’ombra. S’erano, però, visti non pochi tentativi (1953, Berlino Est; 1956, Ungheria e Polonia; 1968, Cecoslovacchia: 1980, Polonia: ma non è un elenco esaustivo) di ribellione a quei regimi sostanzialmente totalitari. Il più totalitario dei comunismi si trovava, però, in Cina e sembrava inattaccabile. Grande fu, quindi, la sorpresa quando all’inizio del giugno 1989 il movimento degli studenti portò la sua sfida nella piazza principale della capitale: Tienanmen. La repressione brutale con lo spargimento di sangue di centinaia di studenti pose la pietra tombale su qualsiasi previsione di cambiamento, di apertura, di liberalizzazione dei regimi comunisti. Non avendo mai creduto all’ideologia comunista né ai regimi di comunismo realizzato, Bobbio avrebbe potuto limitarsi a prendere atto che «le dure lezioni della Storia», alle quali amava riferirsi, confermavano le sue ripetute diagnosi. Invece, andò, sapendo di essere provocatorio, piuttosto oltre: «Il comunismo storico – scrisse in un articolo apparso su «La Stampa» nel giugno del 1989 – è fallito, non discuto. Ma i problemi restano, proprio quegli stessi problemi, se mai ora e nel prossimo futuro su scala mondiale, che l’utopia comunista aveva additato e ritenuto fossero risolvibili. … La democrazia ha vinto la sfida del comunismo storico, ammettiamolo. Ma con quali mezzi e con quali ideali si dispone ad affrontare gli stessi problemi da cui era nata la sfida comunista?»(28). La caduta del Muro di Berlino nella notte fra l’8 e il 9 novembre non produsse soltanto la liberazione dei popoli dell’Europa centro-orientale. Costituì l’apertura di complicati processi di democratizzazione che, a un quarto di secolo di distanza, continuano a mostrare contraddizioni, deficienze, incertezze e inadeguatezze che, forse, Bobbio catalogherebbe sotto l’etichetta di “promesse non mantenute”. C’è sicuramente anche molto altro, non rassicurante, non promettente. Quello che, invece, non c’è in quelle “nuove” democrazie, è l’esistenza di intellettuali pubblici, con la notevole eccezione del polacco Adam Michnik, in grado di alzare la voce e coraggiosamente (continuare a) criticare i potenti.
Da qualsiasi parte la si guardi e la si rigiri, l’ideologia comunista aveva promesso la società senza classi nella quale le differenze e, in special modo, le diseguaglianze, a partire da quelle economiche, ma non solo, sarebbero venute meno, sarebbero scomparse definitivamente. Come, più e prima di altri, il comunista jugoslavo Milovan Gilas (1911-1995), un autore molto noto a Bobbio, mise in bella evidenza nella sua dirompente analisi La nuova classe. Una analisi del sistema comunista(29), la fine delle diseguaglianze era una delle più fulgide promesse non mantenute del comunismo. Finiva con il crollo del comunismo anche qualsiasi differenza fra sinistra e destra? Tutto il libro di Bobbio, Destra e sinistra. Ragioni e significati di una distinzione politica(30) è dedicato alla identificazione e alla spiegazione della batteria di differenze fra destra e sinistra. L’origine del libro non era affatto contingente, ma l’irruzione di Berlusconi nella politica italiana e la sconfitta dei Progressisti nelle elezioni del marzo 1994 certamente giovarono al successo di vendite, unitamente alla spinta verso un sistema bipolarizzante. La sconfitta elettorale della sinistra non era soltanto una faccenda di numeri, l’inconveniente principale di una democrazia competitiva. Era una sconfitta culturale. Quando si obliterano le linee distintive fra destra e sinistra, cadono spinte e motivazioni al cambiamento e si allarga lo spazio della conservazione. L’incessante sottolineatura del venire meno della distinzione ottocentesca fra le due categorie non soltanto non era stata contrastata da un pensiero di sinistra, ma era addirittura stata agevolata da esponenti di quella cultura, che non meriterebbero di essere citati. Però, la completezza d’informazione impone che siano fatti almeno i nomi del filosofo Massimo Cacciari e dell’economista Michele Salvati, che hanno riscosso notevole successo nei loro riposizionamenti mediatici.
L’analisi di Bobbio perviene a una precisa conclusione. L’elemento caratterizzante i movimenti e le dottrine che si sono definiti, e sono stati riconosciuti, «di sinistra» è l’egualitarismo, «non come l’utopia di una società in cui tutti sono eguali in tutto ma come tendenza, da un lato, a esaltare più ciò che rende gli uomini eguali che ciò che li rende diseguali, dall’altro, in sede pratica, a favorire le politiche che mirano a rendere più eguali i diseguali»(31). Che l’eguaglianza sia effettivamente la stella polare della sinistra politica (e culturale) appare probabile tanto che nessuno dei pur numerosi critici di Bobbio l’ha messo in dubbio. Semmai, qualcuno, ad esempio, Marco Tarchi, ha sostenuto che la tesi della netta distinzione fra destra e sinistra, dell’affermazione di una competizione politica dicotomica è molto discutibile. Quello che credo sia più rilevante nel valutare quanto sostenuto da Bobbio è la sua sfida allo spirito, sicuramente non egualitario, dei tempi e, se si vuole, qui sta l’elemento ‘di parte’, la sua sottile critica alla sinistra che ha perduto la sua ragione d‘essere, vale a dire, l’azione a favore dei settori più deboli di una società, di un sistema politico. Chi non chiude gli occhi vedrà che questa ricerca di eguaglianza o di riduzione delle diseguaglianze, a partire da quelle economiche, ma anche dalle diseguaglianze di opportunità, continua a fare parte del dibattito dentro la sinistra e, quando la sinistra è abbastanza forte da imporlo sulla scena pubblica, fra partiti, schieramenti, coalizioni. Esattamente come avrebbe desiderato l’intellettuale pubblico Bobbio.
Destra e sinistra intercettava la profonda e diffusa preoccupazione di una parte molto ampia di opinione pubblica di sinistra. Probabilmente, intendeva ricordare a quell’opinione e ai dirigenti della sinistra il valore (del perseguimento) dell’eguaglianza. È stato il libro di Bobbio che ha avuto il maggior successo di vendite. Anche le ristampe perché se, come, quanto la sinistra debba mantenere le sue peculiarità e differenziarsi dalla destra continua a essere un problema molto sentito, tranne dagli intellettuali post-comunisti,
post-moderni, post-tutto, ma non post-televisivi.
Alla fine di questa rapida ricostruzione è facile tirare qualche somma. Bobbio ha saputo individuare, di volta in volta, ogni decennio, un tema molto importante: negli anni cinquanta, «politica e cultura»; negli anni sessanta, il partito unificato dei (liberal-)socialisti; negli anni settanta, la necessità di una teoria dello Stato [l’assenza di una teoria dello Stato nella cultura marxista]; negli anni ottanta, il futuro della democrazia; negli anni novanta, destra/sinistra, quale eguaglianza. E ha saputo imporre questi temi nell’agenda del dibattito pubblico. È riuscito a svolgere un’efficace opera di chiarificazione, diffusione, educazione concettuale, politica e civica. Però, è giocoforza notare che, mentre il dibattito sulla Costituzione e le sue eventuali modifiche viene tenuto molto in subordine da Bobbio, l’Europa, il suo significato storico, i suoi problemi e le sue promesse sono sostanzialmente e gravemente assenti. Per primo Kant, ma, con molta probabilità, anche Cattaneo, se ne sarebbero
fortemente lamentati.
I discorsi e le riflessioni che gli intellettuali fanno su se stessi (curiosamente l’introspezione sembra più frequente fra gli intellettuali di “media” importanza, piuttosto che fra quelli davvero grandi, oggetto di ricerche da stuoli di giornalisti, biografi, commentatori) provocano spesso qualche fastidio e parecchia irritazione quando spiegano perché sono differenti; qualche volta anche, surrettiziamente, ci fanno sapere perché sono “superiori” in quanto si attribuiscono (ma talvolta pure hanno) qualità che altri non hanno e perché danno contributi importanti, insostituibili alla vita della comunità (e del mondo). Tuttavia, conoscere quale concezione del loro lavoro gli intellettuali hanno e quale interpretazione del loro lavoro danno, che cosa hanno voluto fare e perché e a quale valutazione della loro influenza sono pervenuti, mi pare importante. Nel caso di Bobbio, disponiamo delle sue ampie e generali riflessioni sugli intellettuali, in senso lato, come categoria (Il dubbio e la scelta. Intellettuali e potere nella società contemporanea, che raccoglie i suoi saggi in materia)(32), ma di un unico approfondimento specifico dedicato a Julien Benda, il cui nome e il cui saggio Il tradimento dei chierici sono regolarmente citati in altri libri in materia, ma che certamente non è stato il più importante intellettuale europeo in politica.
Da par suo, Bobbio procede ad accurate definizioni e distinzioni fra i diversi tipi di intellettuali, soffermandosi in particolare su quella fra intellettuali ideologi e intellettuali esperti che, rispettivamente, forniscono «principi-guida» e «conoscenze-mezzo»(33). «I primi sono soprattutto umanisti, manipolatori di idee; i secondi sono soprattutto scienziati, manipolatori di dati»(34). In maniera netta e inequivocabile Bobbio afferma di considerare «un punto fermo» la responsabilità personale: «l’intellettuale deve rispondere in prima persona delle proprie idee, s’intende quando decide di farle conoscere al pubblico»(35). Su questa base, rifacendosi a Max Weber, attribuisce senza nessuna sfumatura all’intellettuale l’etica della convinzione e all’uomo politico l’etica della responsabilità. Critica in maniera definitiva l’intellettuale organico, colui che, «anziché chiudersi nel proprio isolamento [riferimento, forse, alla classica ‘torre d’avorio’], si chiude nella prigione non meno isolante di una ideologia dogmaticamente assunta e pedissequamente servita»(36). A conclusione, quasi suggello dell’intero discorso sugli intellettuali, Bobbio attribuisce loro l’impegnativo compito, a cavallo fra l’utopico e il marxistico, di «dare il proprio contributo all’avvento di una società in cui la distinzione fra intellettuali o non intellettuali non abbia più ragione di essere. Questo è il problema»(37). Se capisco correttamente, ma questa volta non è chiaro il problema che Bobbio pone, gli intellettuali dovrebbero impegnarsi per produrre la loro scomparsa. È lecito sollevare un duplice interrogativo: 1) se una società senza intellettuali sia possibile; 2) se sarebbe una società migliore. Naturalmente, una simile società presuppone che sia scomparso il potere politico. Infatti, in una situazione di questo tipo, non esisterebbe nessuna necessità come quella indicata da Machiavelli: «Solo agli uomini savi [il principe] deve dare libero arbitrio a parlargli la verità […] e deve domandargli di ogni cosa e udire le opinioni loro, dipoi deliberare da sé a suo modo». Non ci sarebbe neppure bisogno dell’intellettuale Bobbio che di sé ha dato due versioni, quella di «filosofo militante»(38), con riferimento e omaggio a uno degli autori da lui più ammirati (Carlo Cattaneo, di cui ha raccolto e commentato i contributi conoscitivi)(39) e quella di «intellettuale mediatore», «il cui metodo di azione è il dialogo razionale, in cui i due interlocutori discutono presentando, l’uno all’altro, argomenti ragionati, e la cui virtù essenziale è la tolleranza»(40). La riflessione sulla filosofia militante viene da lontano, dal 1951, ed è formulata con inusitata nettezza: «filosofia militante contro la filosofia degli ‘addottrinati’. […] non si confonda la filosofia militante con una filosofia al servizio di un partito che ha le sue direttive, o di una chiesa che ha i suoi dogmi, o di uno stato che ha la sua politica. La filosofia militante che ho in mente è una filosofia in lotta contro gli attacchi da qualsiasi parte provengano – tanto da quella dei tradizionalisti come da quella degli innovatori — alla libertà della ragione rischiaratrice»(41).
Non desidero diventare ecumenico, ma credo che sia possibile tenere insieme sia il filosofo militante sia l’intellettuale mediatore sia la figura di intellettuale pubblico, che analizzerò con qualche dettaglio più sotto. Tutti e tre sono spesso chiamati a ‘dire parole di verità’ e a interpretare accadimenti, dichiarazioni, comportamenti in modo da dare senso e coerenza, rigore e vigore, non a una parte, politica o sociale, ma all’opinione pubblica. Fare un bilancio, non di Bobbio studioso, ma di Bobbio intellettuale pubblico(42) – vale a dire di colui che chiarifica le tematiche, mette in evidenza gli errori di altri intellettuali pubblici, orienta l’attenzione su tematiche trascurate, vivacizza il dibattito pubblico – è operazione molto difficile che, inevitabilmente, chiama in causa le preferenze politiche e le sensibilità personali. Eppure, è un’operazione indispensabile anche per capire che tipo di confronto d’idee avvenga, sia avvenuto, caratterizzi e rimanga possibile in Italia.
Lo studioso Bobbio ha lasciato – come filosofo del diritto, come filosofo della politica, come analista della cultura politica italiana (il rimando va all’insuperato Profilo ideologico del Novecento italiano, Einaudi, Torino 1968), di maestri e compagni – contributi indimenticabili che continuano a meritare attenzione e riflessione. Anche se riduttivo, il profilo tratteggiato dai commissari del suo concorso a cattedra negli anni Trenta che lo descriveva come dotato di «singolari attitudini critiche, ottimo metodo di lavoro, efficacia di scrittore»(43), coglie elementi importanti, comunque essenziali per ricostruire la figura e la personalità di intellettuale pubblico. Ovviamente, quegli elementi debbono essere completati con la capacità di individuare le tematiche più rilevanti, di interpretare lo spirito del tempo (lo Zeitgeist) e di farlo nella più originale, nella più efficace e nella più severa maniera possibile. Talvolta, in verità, almeno a mio parere, Bobbio non è stato sufficientemente severo. Per esempio, nei confronti del Movimento del Sessantotto: con suo figlio Luigi, fra i dirigenti di Lotta Continua, Bobbio fu pubblicamente alquanto indulgente(44). Il paragone con le durissime e intransigenti prese di posizione di Aron -espresse ne La révolution introuvable(45)- segnala non soltanto forti differenze di temperamento, ma anche una rimarchevole distanza nella concezione del ruolo e del compito di un intellettuale pubblico.
Per il grande sociologo tedesco, poi naturalizzato inglese, Ralf Dahrendorf (1929-2009), il tratto cruciale degli intellettuali pubblici (sia Aron sia Bobbio sono da lui inclusi nella categoria) è che sono «persone che vedono come un imperativo della loro professione il prendere parte ai discorsi pubblici dominanti nel tempo in cui vivono, anzi, il determinarne le tematiche e indirizzarne gli sviluppi»(46). Michael Walzer(47) – che non include né Bobbio nel suo ricco elenco di «critici sociali» (fra i quali include Benda, Gramsci, Orwell, Silone, Camus, Marcuse, Simone de Beauvoir, Foucault), né Aron e Sartre – sottolinea la necessità del «senso morale come guida alla conoscenza e l’utilità di una teoria sociale»(48), senza escludere «l’apporto dell’utopia alla critica sociale»(49). «Il critico è idealmente un uomo o una donna senza padrone, che rifiuta di rendere omaggio ai poteri esistenti»; è indipendente, «libero da responsabilità di governo, dall’autorità religiosa, dal potere corporativo, dalla disciplina di partito»(50).
Gli intellettuali pubblici scelti da Dahrendorf e da Walzer furono ai loro tempi tanto stimati quanto controversi, ma anche la loro capacità di reggere al passare del tempo significa che dissero e scrissero qualcosa di profondo in grado di informare il discorso pubblico e di durare nel tempo. Non furono intellettuali che miravano all’iconoclastia e a épater les bourgeois, come spesso accade a scrittori digiuni di politica che pretendono di dire la loro per protagonismo o perché non hanno resistito alle lusinghe dei mass media. Nella risposta alla lettera di un lettore, Paolo Mieli (sul «Corriere della Sera» del 2 novembre 2002, p. 37) ha sostanzialmente dato la sua approvazione ad un lungo (e talvolta ingeneroso, ad esempio, nei confronti di Calvino, Pasolini e di Sciascia) elenco di più che autorevoli scrittori italiani – elenco stilato da Pietro Citati su «Repubblica» – che avrebbero messo nero su bianco «sciocchezze» politiche. Ecco, il compito dell’intellettuale pubblico in Italia e la ricezione delle sue dichiarazioni e argomentazioni sono resi ancora più difficoltosi dai pregiudizi nutriti nei loro confronti e forse amplificati da giornalisti e critici letterari che non disdegnano affatto di prendere a loro volta posizioni fortemente politicizzate.
L’intellettuale pubblico Bobbio ha ingaggiato conversazioni importanti con interlocutori, talvolta faziosi e compiaciuti, talvolta verbosi e inconcludenti, come furono in tre diverse fasi, negli anni cinquanta, sessanta e settanta, i comunisti. Non ne è seguito, certamente non per responsabilità e per demerito di Bobbio, nessun rinnovamento della tetragona cultura comunista che, da un decennio e più, è sostanzialmente e meritatamente sparita in Italia.
L’intellettuale pubblico Bobbio ha anche impostato un discorso importante sulle «promesse non mantenute» della democrazia. Purtroppo, nessuno dei
possibili interlocutori fra gli intellettuali italiani, ad eccezione di Giovanni Sartori (nel già citato intervento Democrazia. Ha un futuro(51)?), ha dimostrato di avere la preparazione, le conoscenze, l’interesse a offrire le proprie considerazioni e riflessioni. Non arriverò fino a dire che questa assenza spiega la modesta qualità della democrazia italiana, ma è innegabile che un Paese che non s’interroga sullo stato della sua politica e della sua democrazia non può migliorarla. A partire dal 1976, Bobbio è, come si conviene ad un intellettuale pubblico, regolarmente intervenuto a commentare la politica italiana con i suoi editoriali su «La Stampa», poi variamente raccolti in agili libri(52). Bobbio non credeva affatto che la qualità della democrazia italiana fosse migliorabile prevalentemente attraverso modifiche alla Costituzione. Talvolta sollecitato a prendere parte al dibattito sulle riforme costituzionali, Bobbio rimase sempre molto cauto. In definitiva, fu per coerenza e per prudenza, forse anche per mancanza di fiducia nei sedicenti riformatori, molto, forse troppo, scettico riguardo all’utilità di interventi sulla Costituzione(Bobbio scrisse, insieme a Franco Pierandrei, una fortunata Introduzione alla Costituzione(53), a lungo ristampata), Bobbio rimase, anche perché diffidente verso una comprensione meramente giuridico-formale della politica, sostanzialmente estraneo ad un dibattito nel quale si sono cimentati molti intellettuali pubblici e aspiranti tali in Italia. Meno prudente fu l’intellettuale pubblico Bobbio quando, sollecitato dallo stato di confusione della sinistra italiana, premessa della sconfitta elettorale a opera di Berlusconi nel marzo 1994, si occupò delle «ragioni e significati di una distinzione politica» (è il sottotitolo, già richiamato, del fortunato volumetto Destra e Sinistra).
Tutti i temi sollevati da Bobbio erano importanti, tutti i dibattiti da lui iniziati sono stati significativi ancorché non sempre, per l’inadeguatezza degli interlocutori, arricchenti. Se ricorriamo al criterio che Bobbio applicò alla Guerra nel Golfo, possiamo interrogarci su quanto quei dibattiti siano effettivamente stati ‘efficaci’, ovvero abbiamo conseguito i desiderati obiettivi conoscitivi. Mai attribuendosi eccessiva importanza, lo stesso Bobbio ha, in non pochi casi, dichiarato nelle sue repliche una certa insoddisfazione per gli esiti conseguiti. Si affaccia qui il dilemma degli intellettuali pubblici: debbono, sempre e comunque, fare opera di testimonianza oppure debbono occuparsi della loro effettiva influenza? È sufficiente «parlare di verità al potere»? Oppure è indispensabile tentare di influenzare le scelte dei potenti? Bobbio non scelse una posizione intermedia. Sollecitò, ricorrendo a ‘parole di verità’, soprattutto i dirigenti dei partiti a riflettere sulle loro idee, sulle loro proposte, sulle loro manchevolezze. Ne criticò i comportamenti per la loro inadeguatezza e per la loro incoerenza. Non si rivolse mai ai governanti, con lettere aperte, appelli, manifesti, per chiedere cambiamenti nelle politiche. Piuttosto, in particolare nei suoi editoriali per «La Stampa», criticò e stigmatizzò i comportamenti sia della classe politica sia della società italiana. Quanto di questa incessante opera pedagogica abbia avuto successo e sia rimasto è difficilissimo dirlo. Forse, facendo tesoro del pessimismo di Bobbio, dovremmo dire molto poco. Società e politica in Italia non hanno certamente recepito una quantità adeguata del pensiero e degli scritti di Bobbio. Né Bobbio si era mai fatto illusioni sulla possibilità di cambiare la politica e la società italiana di tanto quanto era e continua ad essere necessario. L’intellettuale pubblico è consapevole che le sue critiche vanno e vengono per lo più inascoltate. Forse, la testimonianza intellettuale ha in se stessa la sua ricompensa.

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note

1. Ne ho scritto in questi termini nel marzo 1994 ne «La Rivista dei Libri», ora in G.Pasquino, Politica è, CasadeiLibri, Bologna 2012, pp.58-64.
2. R. Dahrendorf, Erasmiani. Gli intellettuali alla prova del totalitarismo, Laterza, Roma-Bari 2006.
3. Sul punto si veda l’ottima analisi comparata di G. De Ligio, La tristezza del pensatore politico, Bononia University Press, Bologna 2007. Su Aron, si vedano le mie riflessioni: Aron, l’intellettuale critico in Politica è, cit., pp. 397-401, e Giornalista e professore: Raymond Aron, in «451 Via della letteratura, della scienza, dell’arte» gennaio 2013, n. 24, pp. 9-11, nel quale recensivo il fascicolo a lui dedicato della «Rivista di Politica», 3, 2012.
4. N. Bobbio, Autobiografia, a cura di A. Papuzzi, Laterza, Roma-Bari 1997.
5. N. Bobbio, Trent’anni di storia della cultura a Torino(1920-1950), Einaudi, Torino 1977.
6. N. Bobbio, Maestri e compagni, Passigli Editori, Firenze 1984.
7. In proposito, si veda l’esauriente studio di P. Coleman, The Liberal Conspiracy: The Congress for Cultural Freedom and the Struggle for the Mind of Postwar Europe, The Free Press, New York 1989.
8. Cfr. l’ottimo e documentatissimo libro di N. Ajello, Il lungo addio. Intellettuali e Pci dal 1958 al 1991, Laterza, Roma-Bari, Laterza, 1997.
9. Una eccellente interpretazione sintetica è offerta da R. Bellamy, Bobbio, della Volpe and the “Italian road to socialism”, in id., Modern Italian Social Theory, Polity Press, Cambridge 1987, pp. 141-156.
10. N. Bobbio, Politica e cultura [1955], Einaudi, Torino 2005
11. È questo il titolo dell’ultimo capitolo di N. Bobbio, Il dubbio e la scelta, La Nuova Italia Scientifica, Firenze 1993, pp. 213-223.
12. N. Bobbio, Politica e cultura, cit., p. 194.
13. N. Bobbio, Il futuro della democrazia, Einaudi, Torino 1984, p. XIII.
14. N. Bobbio, Il dubbio e la scelta, cit., p. 213.
15. Intervento nel fascicolo speciale della rivista «Il Ponte», gennaio-febbraio 1986, in ricordo di Tristano Codignolae intitolato Liberalsocialismo(p. 147, i corsivi sono miei). Per i prodromi e l’evoluzione del liberalsocialismo utilissima è la ricostruzione di P. Bonetti, Breve storia del liberalismo di sinistra. Da Gobetti a Bobbio, Liberi libri, Macerata 2014 (le pagine dedicate a Bobbio sono 157-177).
16. Sul punto si veda l’ottima analisi di P. Meaglia, Bobbio e la democrazia. Le regole del gioco, Edizioni Cultura della Pace, San Domenico di Fiesole(FI) 1994.
17. Una buona ricognizione di quei problemi, che contiene sia una riflessione di Bobbio sia una soffice difesa d’ufficio di Napolitano si trova nel volume di S. Belligni (a cura di), La giraffa e il liocorno: il Pci dagli anni ’70 al nuovo decennio, Franco Angeli, Milano 1983.
18. N. Bobbio, Quale socialismo? Discussione di un’alternativa, Einaudi, Torino 1976. Si veda anche id., Compromesso e alternanza nel sistema politico italiano. Saggi su “MondOperaio” 1975-1989, Donzelli, Roma 2006.
19. G. Pasquino, Restituire lo scettro al principe, Laterza, Roma-Bari 1985.
20. N. Bobbio, Quale socialismo?, cit., p. XVI.
21. Ibidem.
22. Ivi, p. 109.
23. Ivi, p. XVIII.
24. N. Bobbio, Il futuro della democrazia, Torino, Einaudi 1984 (più volte ristampato).
25. G. Sartori, Democrazia. Ha un futuro?, in aa.vv., Lezioni Bobbio. Sette interventi su etica e politica, Einaudi, Torino 2006, pp. 40-54.
26. N. Bobbio, Il problema della guerra e le vie della pace, il Mulino, Bologna 1979.
27. N. Bobbio, Autobiografia, cit., p. 240.
28. N. Bobbio, L’utopia capovolta, in «La Stampa», 9 giugno 1989 (ora nel libretto dallo stesso titolo pubblicato a Torino da Editrice La Stampa, 1990).
29. il Mulino, Bologna 1957.
30. Donzelli, Roma 1994 (poi riedito più volte).
31. Ivi, p. 134.
32. N. Bobbio, Il dubbio e la scelta. Intellettuali e potere nella società contemporanea, La Nuova Italia Scientifica, Roma 1993.
33. Ivi, p. 118.
34. Ivi, p. 120.
35. Ivi, p. 144.
36. Ivi, p. 131
37. Ivi, p. 150. Il corsivo è di Bobbio.
38. N. Bobbio, Autobiografia, cit., p. 255.
39. N. Bobbio, Una filosofia militante. Studi su Carlo Cattaneo, Einaudi, Torino 1971.
40. N. Bobbio, Il dubbio e la scelta. Intellettuali e potere nella società contemporanea, cit., p. 17.
41. N. Bobbio, Politica e cultura, cit., p. 10.
42. Utilizzo questa terminologia nell’accezione che gli dà R. Posner, Public Intellectuals. A Study of Decline, Cambridge, Harvard University Press, MA-London 2004. Il testo, purtroppo, è riferito esclusivamente agli intellettuali statunitensi e a pochi europei colà emigrati e per qualche tempo attivi.
43. N. Bobbio, Autobiografia, cit p.40
44. Ivi, pp. 153-157.
45. Fayard, Paris 1968. Se ne veda la traduzione italiana a cura di A. Campi e G. De Ligio: La rivoluzione introvabile. Riflessioni sul Maggio francese, Rubbettino, Soveria Mannelli 2008.
46. R. Dahrendorf, Erasmiani. Gli intellettuali alla prova del totalitarismo, cit., p. 14.
47. M. Walzer, L’intellettuale militante. Critica sociale e impegno politico nel Novecento, il Mulino, Bologna 2004.
48. Ivi, p. 291.
49. Ivi, p. 294.
50. Ivi, p. 300.
51. Mi permetto altresì di rimandare al mio Bobbio e le inadempienze della democrazia, in «Teoria Politica», Annali II, 2012, pp. 257-268, nel quale, osservavo, fra l’altro, che la concezione della democrazia di Bobbio non fu mai puramente procedurale, ma conteneva numerosi elementi “sostanziali”.
52. Ne ho analizzato metodo e contenuti nel mio Crisi permanente e sistema politico: una ricostruzione del pensiero politologico di Norberto Bobbio, in L. Bonanate, M. Bovero(a cura di), Per una teoria generale della politica. Saggi dedicati a Norberto Bobbio, Passigli Editori, Firenze 1986,
pp. 197-226.
53. Laterza, Roma-Bari 1963.

Le opposizioni lancino la sfida

Corriere di Bologna

La situazione del centro-destra bolognese è, non da oggi, ma addirittura dall’altro ieri, imbarazzante. Anzi, è doppiamente imbarazzante. Da un lato, infatti, gli esponenti locali dimostrano assolutamente sudditanza alle (non)scelte nazionali. Dall’altro, nessun candidato/a ha finora dichiarato alto e forte che lui/lei c’è e vuole rimanere fino in fondo. A Bologna, poi, non si combatte nessuna battaglia campale per ridefinire i rapporti di forza fra leghisti, fratelli e sorelle d’Italia, berlusconiani di stretta, ma declinante, osservanza. Qui c’è poco da vincere, ma, paradossalmente, anche pochissimo da perdere. Aspettative bassissime per candidature non scintillanti presentate ad un elettorato già rassegnato. Al primo turno quell’elettorato di centro-destra che in città è sempre esistito (per fortuna del sistema politico) sceglierà nel piccolo menù. Al secondo si disperderà sia nell’astensione sia in un possibile voto di protesta contro il pur non granitico Partito Democratico convergendo sul, al momento non entusiasmante, candidato delle Cinque Stelle.

Improvvisamente, Merola si è reso conto, difficile dire quanto strumentalmente, che un’opposizione attrezzata e propositiva, anche critica e severa, offre un contributo tutt’altro che disprezzabile al buon funzionamento del sistema politico, in questo case del governo locale. I miei studenti, uno dei quali sta nella segreteria del PD cittadino, applaudono convintamente quello che è uno dei cardini della democrazia competitiva. I più smaliziati e i meno faziosi di quegli studenti ridacchiano pensando che Merola non debba preoccuparsi troppo dell’assenza di un’opposizione esterna. Avrà, comunque, e dovrebbe già averlo imparato, il suo da fare con l’opposizione interna. Alcuni di coloro che saranno eletti in Consiglio comunale non hanno grande fiducia nelle sue capacità di leadership. Gli assessori cercheranno di ritagliarsi spazi di azione politica autonoma e di posizionarsi per cariche prossime venture. Altri acquisiranno visibilità soltanto con il dissenso più o meno pubblicizzato. Tutto vero, ma al tempo stesso queste opposizioncine interne al PD sono del tutto inadeguate a dare rappresentanza alle sciolte membra dell’elettorato di centro-destra e a convogliare domande degne di considerazione.

Occasionalmente, in citta’ qualcuno si interroga sulla qualità del governo locale, che non è pessima, ma mediocre. Merola non dovrebbe cercare di scaricare preventivamente sull’evanescente centro-destra le sue inadempienze a futura memoria. A sua volta, il centro-destra potrebbe, senza compiacere Merola, almeno sfidare lui e la sua cerchia di probabili governanti dei prossimi anni su alcune chiare proposte/priorità. Si sta facendo tardino.

Pubblicato il 31 marzo 2016

La paura non si batte con le parole

Immagino che molti lettori siano infastiditi da affermazioni sul pericolo del terrorismo pappagallescamente ripetute che suonano vuote e ipocrite. Credo che ciascun lettore desideri informazioni precise e indicazioni convincenti. Mi ci provo. Primo, sì, dobbiamo avere paura. I terroristi islamici, tali poiché professano quella religione e in nome del loro Dio uccidono, hanno dimostrato di sapere colpire dovunque. Volendo fare stragi eclatanti scelgono luoghi dove le persone si affollano: stazioni ferroviarie, metropolitane, sale da ballo, aeroporti e stadi (anche se a Parigi, in questo caso, non hanno avuto successo). Chiunque frequenti quei luoghi, ed è evidente che un po’ tutti noi in quei luoghi ci siamo stati e ci ritorneremo, deve essere consapevole del rischio e deve, ovvero, può avere paura. Consapevoli dei rischi sarebbe opportuno che ci comportassimo con grande cautela e seguissimo l’indicazione che ho visto nella metropolitana di Washington, D.C.: see something say something. Traduco liberamente: chi vede qualcosa dica qualcosa.
Naturalmente, sappiamo per certo che ci vuole molto altro per evitare gli attentati e le stragi. Dovremmo anche sapere che criticare i servizi segreti, di ogni paese, la loro eventuale inadeguatezza, la loro mancanza di coordinamento serve esclusivamente qualora le proposte per risolvere i problemi siano rapidamente operative. Dovremmo anche sapere che qualsiasi servizio segreto efficiente non si vanterà mai di avere sventato una strage, evitato un attentato, catturato i presunti kamikaze poiché mira, giustamente, a tenere coperte le sue fonti, a salvaguardare i suoi informatori, a non svelare nulla del suo modus operandi. Rimane verissimo che la cooperazione, la condivisione e la prevenzione sono essenziali, ma è altrettanto vero che, salvo deplorevoli casi di gelosie professionali o, peggio, nazionalistiche, non pochi servizi segreti si scambiano già da tempo una pluralità di informazioni. Se ci sono falle, oltre al chiedere conto agli operatori dei servizi segreti, la responsabilità va attribuita ai ministri e ai sottosegretari che a quei servizi sono predisposti.
Non serve a niente colpevolizzare l’Europa e gli europei per il loro colonialismo, per il capitalismo predatore, per politiche gravemente sbagliate: dall’intervento in Iraq alla defenestrazione di Gheddafi all’inazione in Siria. Non è ragionevolmente possibile tornare indietro e riparare a errori e a crimini. Imparata la lezione (temo non da tutti), non ne consegue affatto che diventa possibile pensare che la sfida dei terroristi kamikaze armati di tutto quel che serve, con sostegno finanziario e logistico, sia risolvibile con parole di pace. Uno dei due responsabili, forse il maggiore, dell’intervento in Iraq, che ha sollevato il coperchio del vaso di Pandora di tutte le contraddizioni, le rivalità, le tensioni anche religiose nel mondo mediorientale, Tony Blair, sostiene che è necessario ricorrere a un “centrismo muscolare”. Insomma, non si può rinunciare all’uso delle armi sia per difendersi sia per dare aiuto a coloro, non sembra che siano la maggioranza, che tentano di (ri)costruire stati in grado di garantire, se non una, al momento impossibile, democrazia, almeno ordine politico e sicurezza personale.
Un giorno, magari, si dovrà anche usare la ragione per discutere del multiculturalismo, del suo fallimento, della sua pessima attuazione (“fate quel che vi dettano i vostri costumi”), della sua ridefinizione. Nel frattempo, però, gli europei e, più in generale, gli occidentali hanno il dovere morale e politico di rispettare e attuare i valori sui quali hanno costruito le loro comunità e l’Unione Europea e di esserne orgogliosi. Sono anche autorizzati a chiedere a chiunque voglia venire a vivere in Europa e crescervi i suoi figli e le sue figlie di rispettare quei valori. Quando gli europei avranno eletto Presidente della Commissione un islamico, quel Presidente dovrà dichiarare che riconosce la separazione fra le Chiese, al plurale, compresa la sua, e lo Stato, e che la sharia nella “sua” Europa è fuorilegge.
Pubblicato AGL 25 marzo 2016

La scomparsa delle culture politiche in Italia: note non troppo a margine

Ho pensato e ripensato a quel che, forse, avrei dovuto dire a commento degli interventi alla Tavola Rotonda (9 marzo, Biblioteca del Senato “Giovanni Spadolini” Sala degli Atti parlamentari. Ne hanno discusso con il curatore Nicola Antonetti, Rosy Bindi, Mario Morcellini e Antonio Polito. ndr) e degli articoli pubblicati nel fascicolo di «Paradoxa» ottobre/dicembre 2015 sulla scomparsa delle culture politiche in Italia.

Mi ci provo in queste note a margine.

Come già perspicacemente rilevato da Laura Paoletti nella sua introduzione al fascicolo, è vero che, in modi e con intensità diverse, tutti i collaboratori “pur nell’unanime riconoscimento di una profonda crisi” si sono opposti a “controfirmare la scomparsa effettiva e definitiva del patrimonio culturale di cui sono rispettivamente chiamati a farsi interpreti”. In un modo o nell’altro, tutti hanno cercato di negare che la cultura loro affidata è scomparsa. Gli aggettivi si sprecano: offuscata, ridefinita, rispolverata, riorientata, magari aggiornata e quant’altro. Premetto che nessuno degli autori aveva letto il mio articolo. Quindi, non ne erano stati influenzati in nessun senso. A ciascuno degli autori, ad eccezione di Dino Cofrancesco (“formatosi” nella critica ad una versione dell’azionismo), era stato consegnato il compito di discutere della loro specifica cultura politica, nella quale si erano formati e della quale sono stati e tuttora si considerano esponenti di rilievo.

Non entro nei particolari di un discorso comunque molto complesso che, in un paese nel quale esistessero luoghi e spazi di dibattiti pubblici su tematiche che attengono alla vita organizzata, sarebbe destinato a attirare l’attenzione, a continuare intensamente e accanitamente e a diventare molto approfondito. Sottolineo, però, almeno una assenza che mi pare rivelatrice. Pur difendendo quello che resta della “loro” cultura fino a suggerire la possibilità, persino la necessità, di una sua riaffermazione, nessuno dei nostri collaboratori ha indicato nomi di riferimento, di uomini di cultura né, tantomeno, di politici, in grado di produrre e di guidare un rinascimento politico-culturale. Nessuno. Qualche nostalgia per il passato si è accompagnata a due critiche fondamentali. Sono scomparsi i luoghi di formazione delle élites. Non esiste un processo di selezione delle élites, in particolare, di quelle politiche. Credo di potere dedurne che i luoghi di formazione delle élites politiche che non esistono più sono quelli che per decenni erano stati approntati e fatti funzionare dai partiti, dalle loro sezioni e organizzazioni, dalle loro comunità (Francesco Alberoni inventò il fortunato termine “chiese” per le più solide di quelle comunità; per altre, la parola “sette” funziona più che soddisfacentemente).

Stendo un velo tutt’altro che pietoso sulla riemersione di cosiddette scuole di politica che, a cominciare da quelle del Partito Democratico, non hanno nessun intendimento pedagogico, ma sono passerelle per ministri e per politici che raramente hanno qualcosa da insegnare. In altri casi riunioncine di due o tre giorni, in un fine settimana servono quasi esclusivamente a rendere visibile l’esistenza di correnti e nulla più. D’altronde, e questo prova la mia argomentata tesi che le culture politiche in Italia sono scomparse, che cosa potrebbero insegnare in quei luoghi se loro stessi, improvvisati docenti, di cultura politica non ne hanno, se di personalità di valore non se ne trovano, se di autori di riferimento, italiani, europei, americani, “globali”, non ne sentono neppure il bisogno (ma, soprattutto, non ne conoscono), se il massimo della loro apertura culturale consiste nel lodare il Papa venuto da molto lontano? Dunque, quelle sedicenti scuole di politica sono, nel migliore dei casi, luoghi di incontro e di socializzazione per apprendere i voleri delle leadership politiche e promuovere e propagandare le azioni di una parte politica. Nulla di comparabile ai dotti convegni di San Pellegrino, a scuole come le giustamente mitiche Frattocchie, ai dinamici seminari di Mondoperaio, ma neppure ai campi Hobbitt. Questo per la formazione.

Quanto alla selezione, nella consapevolezza che i partiti di un tempo usavano una molteplicità di criteri, diversi da partito a partito e che contemplavano anche la fedeltà alla linea politica, i criteri attuali non sono certamente basati in maniera prioritaria su meriti in senso lato politici e culturali, ma su appartenenze di corrente, talvolta sull’anzianità nella struttura e quindi sul riconoscimento di progressione nella carriera, sulla capacità di sgomitamento per la quale qualche citazione colta, di libri letti, di acquisizioni culturali, di riferimenti a ideologie e idee potrebbero addirittura risultare controproducenti. In politica la migliore selezione avviene, da un lato, nella sperimentazione delle capacità amministrative e gestionali, dall’altro, attraverso la competizione che sistemi elettorali come il Porcellum e, in misura appena minore, l’Italicum non consentono affatto, essendo stati disegnati apposta per non consentire la competizione che, hai visto mai, farebbe persino emergere qualche personalità. I parlamentari nominati non debbono dare prova di avere una solida cultura politica, ma di essere graniticamente obbedienti e pappagallescamente ossequienti. Dunque, non ci saranno più scontri istruttivi fondati su visioni del mondo diverse, su strategie culturalmente attrezzate, sull’Italia che vorremmo nell’Europa dei nostri desideri.

A mio modo di vedere, la scomparsa delle culture politiche in Italia è dovuta anche alla povertà dell’insegnamento della storia e della Costituzione e all’impossibilità di discutere di politica, delle ‘cose che avvengono nella polis’, nelle scuole di ogni ordine e grado della Repubblica. Molto ambiziosa, ma assolutamente importante, sarebbe una ricerca a tutto campo su quello che è avvenuto nelle scuole italiane negli ultimi due o tre decenni. Non possiamo aspettarci che “La buona scuola” recuperi il tempo perduto né che riesca a formare cittadini politicamente consapevoli, ma, almeno, salviamoci quel che resta dell’anima, evidenziando la carenza di base: l’inesistenza di senso civico, con tutte le conseguenze relative, uso un termine per tutto, alla corruzione della Repubblica.

Ognuno ha le sue nostalgie. Ne analizzo due non perché sono mie, ma perché mi paiono in misura maggiore di altre particolarmente significative e, più o meno consapevolmente, abbastanza diffuse. La prima è la debolissima nostalgia della (cultura di) destra per la Nazione. Inabissatasi Alleanza Nazionale, alcuni dei successori hanno dato vita a Fratelli d’Italia. Meglio che niente, ma l’idea di nazione non sembra proprio il fulcro della loro azione politica. Come controprova si pensi a quanto è importante il riferimento alla Nazione per il Front National francese che, incidentalmente, non dovrebbe mai essere assimilato ad un qualsiasi movimento o partito populista. Il FN ha anche componenti populiste, ma la sua forza e la sua presa si spiegano sopratutto con il riferimento alla Nazione e allo Stato che, grande errore il dimenticarlo, figuravano prepotentemente nella ideologia del Movimento Sociale Italiano. Azzardo che chi avesse una forte idea di nazione e dei suoi valori potrebbe anche trovarsi attrezzato per esigere che a coloro che in questa nazione vogliono venire a vivere e a fare crescere i propri figli, venga richiesto di accettare, imparare e rispettare i valori della nazione. Poi, discuteremo anche se qualsiasi cultura politica non debba avere a fondamento i valori della nazione come formulati ed espressi nella Costituzione. Nel mio saggio, la risposta è inequivocabilmente affermativa.

La seconda nostalgia, quella per l’Ulivo, è tanto plateale quanto surreale. L’Ulivo non ebbe il tempo di creare una nuova cultura politica. La sua fu un’aspirazione non accompagnata da nessuna realizzazione. Non ricordo cantori della cultura politica dell’Ulivo né interpreti efficaci. Ricordo il rappresentante politico di vertice dell’Ulivo, Romano Prodi, che mai si curò della sua cultura politica. Ricordo che coloro (Piero Fassino e Francesco Rutelli, certamente non noti operatori culturali) che affrettarono la fusione fredda fra due culture politiche evanescenti, quella comunista e quella cattolico-popolare, se non già sfuggite, ponevano l’accento sulla necessaria contaminazione fra le migliori culture politiche del paese, aggiungendovi quella, già in disarmo, ecologista, e mai menzionando quella socialista (che, infatti, rimase totalmente esclusa). Debolissima, se non inesistente, fu la parte propriamente di “cultura”, mentre visibile e concreta fu la parte effettivamente “politica”, quella cioè interessata al problema che, sinteticamente, in omaggio a Roberto Ruffilli e a Pietro Scoppola, definirò con le parole che entrambi attribuivano ad Aldo Moro, il politico da loro più ammirato: una democrazia compiuta.

I principi cardine della democrazia compiuta, ciascuno con solide radici nella teoria democratica europea, sono tre: costruzione di coalizioni rappresentative (non a caso nella Commissione Bicamerale Bozzi e nei suoi numerosi scritti Ruffilli argomentò la necessità di una “cultura della coalizione”), competizione bipolare, pratica dell’alternanza al governo ovvero predisposizione dei meccanismi che la consentano e la rendano sempre possibile. Questo è quello che di istituzionalmente rilevante rimane dell’Ulivo, ed è molto importante. È davvero azzardato sostenere che qualcosa della visione e della cultura istituzionale dell’Ulivo sia tracimato e si ritrovi, non a parole, ma nei fatti e nelle riformette (che ho discusso e criticato da capo a fondo nel libro Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate, Milano, Egea-Bocconi 2015) del governo Renzi. Le troppe conversioni renziane di ex-ulivisti sono una prova non di fedeltà alle idee del passato, ma della scomparsa di qualsiasi intenzione di ricostruire, in meglio, l’Ulivo che non fu mai realizzato. In pratica, la classe dirigente del renzismo ha due punti di partenza: la Leopolda e la critica, spesso la cancellazione, del passato. Difficile sostenere che le riunioni della Leopolda fossero e siano luoghi e modalità di formazione di una cultura politica condivisa. Furono passerelle per aspiranti politici, con non pochi di loro che hanno avuto successo, ma certo non per l’originalità della loro elaborazione culturale. La critica del passato ha avuto effetti dirompenti. La rottamazione di coloro che avevano costruito l’Ulivo e partecipato ai governi di centro-sinistra ha riscosso grande successo e ha certamente aperto la strada a volti nuovi. Quanto alla ripulsa delle culture politiche del passato ha mirato a colpire quelle che molto spesso venivano definite “ideologie ottocentesche”, accomunandovi liberalismo e socialismo, in parte anche il cattolicesimo democratico. L’interrogativo più che legittimo che rivolgono a coloro che negano la scomparsa delle culture politiche in Italia pertanto è il seguente. Buttate nella pattumiera della storia le ideologie ottocentesche, con quali modalità potrebbero essere recuperate, rilucidate, riformulate? Se ciò non fosse possibile, quali sono le fondamenta della cultura politica del Partito Democratico di Renzi?

Il partito della Nazione? Sono i cinque stelle

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Intervista raccolta da Ettore Maria Colombo per Quotidiano Nazionale

Professor Gianfranco Pasquino, a Roma Virginia Raggi canta “Cos’è la destra, cos’è la sinistra” e nessuno che si ricordi di Norberto Bobbio…

La confusione, purtroppo, c’è sempre stata. Bobbio, nel suo celebre saggio, la fondava sulla divisione tra chi lotta per l’uguaglianza, l’innovazione e il progresso, e chi difende la tradizione, il passato, le disuguaglianze sociali. Gaber, però, ce l’aveva con la sinistra che non fa più il suo mestiere: aveva ragione lui.

Per lei il Pd è il partito della Nazione?

No, è il M5S: hanno un elettorato indifferenziato, in parte di sinistra, per tre quarti, e in parte di destra, per un quarto, hanno il culto dell’antipolitica, che solo in parte è un male, credono nella democrazia diretta, pur affidandosi troppo a Internet e hanno il 25% di voti. Me compreso, che sono diventato grillino…

Professore, lei, con la sua storia da ex intellettuale del Pci-Pds-Ds?

Cerchi di capirmi. L’M5S fa paura , ora che sta andando a gonfie vele: i centri di potere, i giornaloni, il governo. Ce li ha tutti contro. Loro hanno imparato a stare in parlamento.

Democrazia interna poca, però, eh?

Nel rapporto Casaleggio-eletti-iscritti certo, ma i gruppi si consultano molto, discutono, votano. Eppoi, quale sarebbe il partito “democratico”, il Pd? Con Renzi che dice alla minoranza “ora faccamo i conti”, poi va in Direzione dove lui ha l’80% di yes.men che gli dicono di sì? Suvvia. Un vero leader ascolta la minoranza, non cerca di schiacciarla e tantomeno di cacciarla.

Rimpiange il centralismo democratico?

Il centralismo democratico aveva tutti i difetti che sappiamo, ma il gruppo dirigente del Pci, almeno in epocha post-Togliatti, ascoltava e prestava attenzione alle istanze e agli umori della base e ricomponeva gli scontri.

Più democratico il Pci o la Dc? Meglio la II Repubblica, quanto a destra/sinistra, o la presunta III Repubblica di oggi?

Il partito più democratico di tutti era il Psi, solo che lo era fin troppo, con tutte le sue correnti. La DC era un'”oligarchia competitiva”. Del Pci ho detto. Nella II Repubblica è stato tutto piuttosto chiaro, tranne per la lega che si piccava di non essere di “destra”, dove oggi, invece, Salvini l’ha collocata stabilmente. FI è sempre stato un partito liberale di centro-destra, il Pd è sì un partito di centro-sinistra, ma ormai più di centro(finirà per inglobare Alfano e Verdni)che di sinistra, cosa che il Pds-Ds era in modo netto. Ma a sinistra del Pd non vedo giganti: avranno l’8%, restando residuali, per colpa dell’Italicum. Solo il M5S è il vero partito della Nazione, ma che guarda più a sinistra, come i suoi elettri. Del resto, dove si sono seduti in Parlamento? Il alto a sinistra. E in politica, anche questi gesti contano.

Vabbè, pure nella Rivoluzione francese c’era l’estrema dei “Montagnardi”…

Meglio loro, la Montagna, che la Palude…

Pubblicato il 22 marzo 2016

 

Fa il “forzato” del governo e minaccia la minoranza

Il fatto

Ci dicono ‘governano coi voti
del centrodestra’. Già, è così
perché noi abbiamo perso le elezioni
(Matteo Renzi al congresso dei GD)

Renzi afferma di essere costretto a governare con Alfano e Verdini, ma la prossima volta non avrà questo problema, perché li avrà già inseriti nelle sue liste. Dopodiché, il vero nodo è che la Corte costituzionale da un lato e l’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano dall’altro stanno legittimando le riforme renziane. Addirittura, stanno vidimando la qualità di testi confusi e mediocri, come quello della riforma costituzionale. E allora l’unica via è resistere con il no nel referendum di ottobre, insistendo anche su un principio: la consultazione di ottobre sarà un referendum oppositivo, non confermativo. In caso contrario, si accetterebbe la sua riduzione a un plebiscito da parte del presidente del Consiglio. Le sue parole sul Pd e sulla maggioranza di governo, d’altronde, mi richiamano alla mente un’altra considerazione di Renzi, ossia che “la prossima classe dirigente uscirà dai comitati referendari per il sì”. Non l’ha notato nessuno, ma con questa frase ha lanciato un chiaro avvertimento alla sua minoranza: che non fa i comitati per il sì non verrà ricandidato. Fossi in Gianni Cuperlo e negli altri della minoranza dem, sarei decisamente preoccupato.

Pubblicato il 22 marzo 2016