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Come ti salvo le primarie?

Il fatto

Intervista raccolta da Luca De Carolis per il Fatto Quotidiano

Bisogna essere precisi: non è corretto affermare che le primarie in generale non funzionano, va detto piuttosto che ci sono alcuni luoghi dove non funzionano”.

Nel dettaglio?
Dove il Pd è più sfilacciato, non gira, non girano neppure le primarie.
Per capirci, il problema sono i partiti locali che stilano cattivi regolamenti, e che non controllano il voto”.

Però ci sono nodi di fondo, cronici…
Certo, e vanno risolti con soluzioni chiare. Innanzitutto, il partito nazionale deve stilare un regolamento generale, che valga ovunque. Secondo, bisogna restringere la platea dei votanti. Basta con il facile populismo, votino solo gli stranieri residenti e i maggiorenni”.

E perché?
Ma perché coloro che possono votare anche nelle elezioni generali hanno maggiore interesse a scegliere dei buoni candidati, e sono meno tentati da logiche da truppe cammellate, come la compravendita di voti”.

Nel Pd pensano anche a un albo degli elettori, dove registrarsi. Ma Pasquino non è convinto:
A mio avviso sarebbe una forzatura all’americana, un appesantimento burocratico”.

E restringere le votazioni solo agli iscritti?
Non sarebbero vere primarie. E avremmo gli iscritti cammellati”.

Intanto fioccano variazioni sul tema, dalle comunarie sul web del M5S alle gazebarie del centrodestra. E il politologo le stronca:
Imitazioni del vizio che fanno omaggio alla virtù. Le votazioni dei 5Stelle fanno ridere, votano quattro gatti. Tanto vale fare un’assemblea. Quanto alla gazebarie, si è visto come funzionano, con gente che votava ovunque”.

In conclusione, c’è una via alternativa alle primarie?
Sì, basta affidare ai dirigenti il pieno potere di decidere le candidature, in cambio però dell’impegno a dimettersi se il candidato di turno perde. Uno scambio chiaro. Ma io manterrei le primarie, comunque”.

Pubblicata il 20 marzo 2016

Testo ancora attuale. Va usata con prudenza

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Intervista raccolta da Valentina Bombardieri per L’Articolo 1 Anno II, numero I-II, 2016

Come dice nel suo libro “La costituzione in 30 lezioni”: “Nessuna Costituzione può essere capita se non se ne conoscono le origini, storiche e politiche. Nessuna Costituzione può essere analizzata e interpretata in maniera illuminante e convincente se non la si colloca nel suo contesto politico. Infine, nessuna modifica di qualche valore e durata può essere introdotta con successo da chi non conosce e non comprende la dinamica delle forze e delle (debolezze) politiche”. Quali sono stati secondo Lei i sentimenti, le spinte e le motivazioni che hanno portato alla nascita della Costituzione Italiana?
In primo luogo una costituzione, nel momento in cui veniva ricostruita la democrazia italiana, era assolutamente necessaria. Non si poteva mantenere in vita lo Statuto Albertino, promulgato nel 1848 e rimasto in vigore anche durante il fascismo. C’era un obbligo politico, prima ancora che costituzionale e forse anche morale. Bisognava garantire alla Repubblica che stava nascendo un nuovo un patto fra cittadini e fra cittadini e istituzioni. In secondo luogo c’era la necessità di ristabilire i rapporti fra i partiti che si erano dipanati in maniera molto diversa prima del fascismo, fino al 1921-1922. I Costituenti dovevano fare i conti inoltre con una società che non conoscevano in quanto “atomizzata” da vent’anni di fascismo: il regime, infatti, aveva consentito solo alla Chiesa Cattolica di svolgere attività sociale e, sotterraneamente, politica. Bisognava quindi che la Costituzione incoraggiasse la partecipazione dei cittadini; cittadini che non si conoscevano poiché il fascismo aveva impedito qualsiasi forma di comunicazione. Questi tre “imperativi” hanno spinto alla stesura piuttosto rapida: i costituenti impiegarono solo un anno e mezzo per elaborare un documento che rimane di grande rilievo.

Quale modello di democrazia puntavano a costruire i Costituenti del 1946 e quale modello di democrazia emerge dalle riforme approvate ora in Parlamento?
Nel 1946, quando i Costituenti vennero chiamati a individuare un modello di democrazia da dare all’Italia Repubblicana e Democratica esisteva fondamentalmente un unico punto di riferimento a cui rivolgersi, cioè il modello francese della IV Repubblica: non conoscevano le democrazie scandinave, che hanno la particolarità di avere a capo dello Stato un monarca né potevano imitare l’inimitabile modello inglese, una monarchia e una democrazia parlamentare direi quasi eccezionale nel panorama mondiale. Avrebbero potuto ispirarsi agli Stati Uniti, una repubblica presidenziale e, infatti uno di loro, Piero Calamandrei, grande giurista del Partito d’Azione, suggerì di guardare al di là dell’Atlantico ma alla fine i Costituenti volsero lo sguardo verso la Francia, che era il paese più vicino, più simile all’Italia anche dal punto di vista della struttura del sistema dei partiti. Costruirono quindi una forma e un modello parlamentare tradizionale o se vogliamo classico. Da qui conseguirono una serie di nodi e problemi che i costituenti sapevano sarebbero giunti al pettine, motivo per cui scrissero l’articolo 138 che consente le modifiche del testo costituzionale. Non mi è chiaro, invece, qual è il modello di democrazia parlamentare, se davvero la si può ancora definire così, che le riforme del governo Renzi vogliono creare. Vedo un rafforzamento notevole della figura del Presidente del Consiglio e un rafforzamento del partito che vince le elezioni, perché potrà contare su un premio cospicuo a livello di seggi. Vedo il de-potenziamento di alcune strutture a cominciare dal Senato ma non va molto meglio al Referendum; vedo un ridimensionamento del ruolo del Presidente della Repubblica. Qualcuno dice che oggi ci troviamo davanti a una forma neo-parlamentare: sinceramente non credo proprio. Ciò che si intravvede è soprattutto confusione e la mancanza di una visione sistemica. Al momento non sappiamo che tipo di democrazia si realizzerà nel nostro Paese nel momento in cui queste riforme passeranno con successo al vaglio referendario.

Lei ha parlato di Piero Calamandrei, che di quella Costituzione fu uno dei padri più attivi, secondo lui le leggi fondamentali devono essere presbiti e non miopi. Il rischio dell’attuale processo riformatore non è proprio quello di essere miope, cioè di inseguire pulsioni che caratterizzano l’attuale momento storico senza, però, fare i conti con quello che potrà avvenire tra venti o trent’anni?
Da un lato sono miopi perché guardano all’interesse di brevissimo periodo, sostanzialmente direi alle prossime elezioni politiche 2018 o a quelle successive del 2023, sempre che ci si riesca ad arrivare. Dall’altro lato queste riforme sono cieche, perché non hanno saputo e non hanno voluto guardare o forse non sono in grado di farlo, alle esperienze europee che funzionano. Non hanno importato nulla dai paesi europei che sono governati bene. Per esempio il Senato poteva benissimo essere riformato semplicemente adottando il modello tedesco del Bundesrat, invece si è fatto un “pasticcio”. Quello che viene dalle riforme di Matteo Renzi e Maria Elena Boschi non è il senato francese e non è il Bundesrat tedesco, è solo un errore di cecità istituzionale. Bastava guardare alle leggi elettorali che funzionano, invece si è preferito prendere a riferimento la legge spagnola che sicuramente funziona ma non è una delle leggi migliori in circolazione; al contrario, si sarebbe potuto guardare al sistema tedesco o francese. Perché per funzionare una legge elettorale non è che debba far vincere per forza chi piace a noi. Si è creato così l’Italicum che è “unicum”, non un modello europeo ma solo provinciale. Anche questo è un evidente segno di cecità, non riuscire a guardare al di fuori dei confini italiani evitando così di riproporre quanto di buono si possa trovare altrove. Personalmente penso che qualche volta le imitazioni sociali sono molto utili. Per esempio, per quanto possa sembrare controverso, le primarie importate dagli Stati Uniti secondo me hanno dato dei buoni esiti nel contesto italiano e hanno in qualche modo rinvigorito la democrazia e la partecipazione in questo paese.

Sempre Calamandrei era convinto che le Costituzioni si costruivano pensando più alle minoranze che alle maggioranze. Da questo punto di vista, a partire da Berlusconi, non si è affermata nel nostro Paese quell’idea di “dittatura della maggioranza” che sembra aver contaminato anche la riforma attualmente approvata?
Sì, è un brutto precedente quello di Berlusconi il quale però nonostante le sue “pulsioni” da imprenditore che decide cosa si fa e cosa non si fa, alla fine non è riuscito a dominare il sistema politico italiano. Renzi ha “pulsioni” molto simili a quelle di Berlusconi, cioè vuole comandare. Il problema nasce perché la democrazia non è il luogo del comando ma della formazione del consenso da un lato e dall’altro il luogo della tutela del dissenso; è il luogo dei diritti delle minoranze, che non possono mai essere schiacciati a colpi di voto di maggioranza. Serpeggia anche questo nelle riforme che sono state fatte da Renzi e Boschi e questo produce, non come sostiene qualcuno, una deriva autoritaria ma una deriva confusionaria. Ci troveremo così a dover fare i conti frequentemente con conflitti tra il Senato e la Camera, tra i senatori e le Regioni che li hanno in qualche modo designati, probabilmente anche tra il Presidente della Repubblica e il Capo del Governo. Assisteremo a molti ricorsi alla Corte Costituzionale, non potendo al contempo sorvolare sul fatto che due giudici costituzionali saranno eletti da un Senato che non è stato eletto da nessuno. In questa maniera risulterà estremamente complicato riuscire a costruire un corretto equilibrio tra i diversi poteri.

La nostra Costituzione ha mostrato nel tempo grande spirito di adattamento. Sopravvivendo al crollo del sistema dei partiti, è riuscita a rimanere un punto di riferimento per i diritti civili, il conflitto di interessi, il ruolo del presidente della Repubblica e delle autonomie locali, la libertà di informazione e i principi di solidarietà, affidabile antidoto contro la degenerazione populista. Le ragioni di questo successo?
La Costituzione Italiana è fondamentalmente una costituzione flessibile, non è rigida e non è, come qualcuno dice, ambigua. È un testo che garantisce ampi spazi di elasticità, ad esempio nel funzionamento del Parlamento; il bicameralismo italiano ha consentito alla maggioranza di recuperare una Camera se perdevano nell’altra e al tempo stesso ha dato modo alle minoranze di riuscire a convincere le maggioranze talvolta nel passaggio da una Camera all’altra. È stata elastica perché ha consentito cambiamenti di governo per tutta la prima fase della Repubblica senza che ci fosse il continuo scioglimento del Parlamento: le crisi di governo si risolvevano all’interno della medesima coalizione attraverso la costituzione di “nuove” maggioranze anche solo leggermente diverse. La Costituzione ha dimostrato che un Presidente dotato di competenza politica può svolgere un ruolo molto importante ed è quello che hanno fatto sia Scalfaro che Napolitano nel suo primo mandato, riuscendo a preservare la vivacità del sistema democratico tenendolo sotto controllo anche nei momenti più aspri. Grazie alla sua elasticità, la Costituzione ha assorbito la presenza di due partiti anti-sistema, il Movimento Sociale e il Partito Comunista, obbligandoli prima a giocare le loro carte all’interno del quadro politico e, alla fine, a trasformarsi. Il Movimento Sociale ha dato vita ad Alleanza Nazionale; più difficile stabilire in cosa si sia trasformato il Partito Comunista, ma sicuramente ha “accettato” tutte le regole non solo della Costituzione ma anche quelle informali del sistema economico, del mercato, dei rapporti con l’Europa e, quindi, dell’Unione Europea.

Cosa consiglierebbe a chi intenda riformare la Costituzione?
La Costituzione è un documento sistemico. Di conseguenza occorre prudenza anche quando si interviene su un solo articolo o su una parte di esso, perché le modifiche che a prima vista possono apparire irrilevanti, obbligano a modificare altre parti della Costituzione, a creare e ricreare equilibri. Per esempio il Senato lo si può trasformare imitando il Bundesrat, come già detto prima o lo si può addirittura eliminare, ma nel momento in cui si crea il monocameralismo, che è operazione legittima, allora diventa necessario che la Camera venga strutturata ed eletta in maniera diversa e bisogna intervenire anche sui regolamenti parlamentari, sui poteri del Presidente della Repubblica e sulla possibilità di adire alla Corte Costituzionale. Quello che manca ai cosiddetti sedicenti riformatori contemporanei è una visione sistemica e una conoscenza della storia. La Costituzione non è solo un documento giuridico, è un documento eminentemente politico che rappresenta una società nel momento del suo sviluppo e cerca di interpretarne le linee lungo le quali quello sviluppo avverrà in futuro.

Se la Costituzione è un documento eminentemente politico, qual è l’immagine che il testo attuale ci regala dell’Italia di allora, dell’immediato dopoguerra? E cosa è cambiato? Esisteva in quegli anni un sentimento di appartenenza che ai giorni nostri è venuto a mancare?
Penso che il sentimento di appartenenza non ci fosse ieri così come manca oggi. Negli anni tra il 1945 e il 1960 l’Italia era ancora fondamentalmente un paese rurale, agricolo, con un alto tasso di analfabetismo e un dualismo decisamente accentuato tra Nord e Sud. Poi sono cominciate le migrazioni, dalla metà degli anni Cinquanta sino alla fine dei Sessanta. Quei flussi portano molti italiani del Sud al Nord, nel triangolo industriale, ma anche in alcuni paesi stranieri, come Belgio, Francia, Svizzera e Germania. Ci sono anche flussi migratori che molti hanno dimenticato, quelli dalle zone povere del Veneto verso le grandi città come Milano, Torino e in parte anche Genova. Il Paese, attraversato da questi massicci flussi migratori, diede modo agli italiani di conoscersi e riconoscersi. E’ proprio la conoscenza reciproca che li porta a sottolineare e, semmai, a valorizzare le differenze regionali. Il film migliore per comprendere questa evoluzione è “Rocco e i suoi fratelli” di Luchino Visconti: molte volte i registi interpretano la storia italiana meglio di noi politologi, dei sociologi e forse anche degli economisti. L’Italia di oggi è un paese che di identità ne ha poca e che può trovarla solo attraverso un documento costituzionale che non sia solo ben scritto ma che sia anche analizzato seriamente, che sia insegnato perché l’insegnamento della Costituzione manca. Dobbiamo cercare non di essere più italiani di quel che siamo, ma è necessario che diventiamo europei e cominciamo a comportarci secondo le regole europee, regole che sono più serie e incisive e che sicuramente sono più efficaci delle nostre. L’appartenenza all’Italia andrebbe sottolineata dicendo che siamo europei nati in Italia. Credo che questa dovrebbe essere la nostra stella polare.

Un aspetto che rende il presente molto diverso dal passato è sicuramente dato dal fatto che la Costituzione entrata in vigore nel ’48 venne realizzata da una Assemblea Costituente che era stata eletta con quello specifico mandato; la riforma attuale è stata votata da un parlamento che non ha avuto quel mandato e che, soprattutto, è stato eletto con una legge elettorale dichiarata incostituzionale. Tutto questo incide sulla legittimità se non giuridica, morale del nuovo testo?
Direi proprio di sì. L’elezione di una nuova assemblea costituente avrebbe delegittimato la Costituzione esistente perciò sono stato fortemente contrario a questa ipotesi. Ma questo Parlamento è stato in qualche modo stravolto dalle leggi elettorali, quindi ha una legittimità minore rispetto a un parlamento eletto con un decente sistema proporzionale. Ma ciò che mi preoccupa maggiormente è la trattativa, non condotta alla luce del sole, tra alcuni gruppi che alla fine hanno assegnato un potere eccessivo al Governo. Una costituzione non deve essere scritta dal Governo bensì dal Parlamento. Invece troppo spesso l’esecutivo ha imposto le proprie scelte ai parlamentari di maggioranza premiati da un cospicuo numero di seggi sicuri grazie alla legge elettorale e questo ha prodotto squilibri nel modo in cui la riforma costituzionale è stata costruita. Il Governo ha annunciato che intende chiedere un referendum costituzionale. Ma il referendum non può essere proposto dal Governo, visto che a promuoverlo possono essere solo un quinto dei Parlamentari o cinque Consigli regionali o cinquecentomila elettori. I referendum chiesti dall’esecutivo con il premier che minaccia le dimissioni in caso di esito a lui contrario si chiamano plebisciti. Renzi sta usando una minaccia o un ricatto plebiscitario che secondo me è anche peggiore della riforma che ha fatto.

Un altro bersaglio del Governo sembrano essere i sindacati…
Le organizzazioni dei lavoratori oggi appaiono le strutture burocratiche che meno si sono rinnovate nel corso del tempo. Hanno creato numerose zone di privilegio, forse non hanno capito la dinamica sociale economica complessiva del Paese, cosa è successo in Italia e cosa sta accadendo in Europa, come si sono modificate le aspettative degli Italiani relativamente al lavoro, al tipo e alla qualità dell’impiego, alla stabilità, alle prospettive. Le critiche ai sindacati e ai sindacalisti sono legittime e necessarie. Anzi a muoverle dovrebbero essere gli stessi sindacalisti chiedendo conto di certi comportamenti alle loro centrali organizzative. Però quello che un paese deve comunque tutelare è la possibilità dei lavoratori di organizzarsi e di contrattare. I lavoratori al tavolo del negoziato, sono nella stragrande maggioranza dei casi, la parte debole. Devono quindi essere protetti, agevolati e ben rappresentati da sindacati che oggi però non rispondono pienamente a queste necessità. Dovrebbero rinnovare i loro strumenti di azione perché lo sciopero ha perduto gran parte della sua originaria funzione. I sindacati, insomma, dovrebbero sforzarsi di essere più propositivi e meno oppositivi.

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La Costituzione italiana è stata attuata? #Vicenza 18 marzo

 

Venerdì 18 marzo 2016 alle ore 17.45 presso la Sala Stucchi in Palazzo Trissino l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia con il patrocinio del Comune di Vicenza organizza una conferenza su “Settant’anni di Repubblica: la Costituzione italiana rimane una Rivoluzione promessa?”. Unico relatore sarà il prof. Gianfranco Pasquino, uno dei politologi più stimati e conosciuti in Italia e all’estero. Il Convegno verterà essenzialmente sui principi della Costituzione e sulla loro attuazione nella realtà economica e sociale del Paese nonché sui circuiti istituzionali intesi ad aumentare la partecipazione e il potere di scelta dei cittadini. L’espressione “Rivoluzione promessa”, coniata da Piero Calamandrei, indica il potenziale contenuto di rinnovamento radicale morale e politico della Carta Costituzionale. La Costituzione è una “Rivoluzione promessa” perchè esprime l’ansia della giustizia sociale e un programma alto di riforma complessiva e di trasformazione dinamica della società. Oggi la Costituzione – nata dalla Resistenza antifascista -, pur nel dissolvimento delle ideologie, costituisce il nostro principale giacimento morale, vera e propria “religione civile” in cui tutti ci riconosciamo al di là delle diverse opzioni politiche. Ma è oggi d’obbligo chiedersi se essa – nella sua vocazione di tutela delle libertà fondamentali, di codificazione dei diritti e doveri dei cittadini, di regolamentazione dei rapporti tra cittadini e istituzioni, di ripartizione dei poteri – è stata attuata con coerenza e se e in che misura e in che direzione deve essere riformata. Il convegno sarà dunque anche l’occasione per una valutazione sulla qualità delle modifiche costituzionali che saranno sottoposte a referendum. Si parlerà di principi fondamentali della Carta Costituzionale e anche di nuovo ruolo e nuova composizione del Senato, dell’assenza e della presenza di pesi e contrappesi per dare equilibrio al sistema costituzionale e del nesso tra rappresentanza e governabilità alla luce del “combinato disposto” riforma costituzionale e nuovo sistema elettorale.

Gigi Poletto
A.N.P.I. VICENZA

Venerdì 18 marzo 2016 ore 17.45
Sala Stucchi di Palazzo Trissino
Corso Andrea Palladio, 98 Vicenza

Locandina

Dietro i partiti niente

Le pungenti interviste del vignaiolo D’Alema, le “ruspanti” dichiarazioni dell’europarlamentare (sic) Salvini, gli accorati richiami dello statista in disarmo Berlusconi, le introspezioni elettroniche del guru Casaleggio, le promesse roboanti del fiorentino Renzi che sfida l’Europa fanno tutte, giustamente, discutere. Invitano anche a cercare di capire che cosa succede nel sistema dei partiti italiani. In verità di partiti definibili come tali in Italia ne esiste soltanto uno, il Partito Democratico, fatto da una maggioranza, in Parlamento artificialmente creata da un abnorme premo di seggi e nelle realtà locali gonfiata da più che una modica dose di conversioni. Le minoranze democratiche criticano, concionano, qualche rara volta strepitano, ma, in definitiva, non sanno che cosa fare né dove andare. Tutti gli altri non-partiti, tranne il Movimento 5 Stelle e, in parte, la Lega, sono alla costante ricerca di posizionamenti che consentano loro di sopravvivere fino a quando dovranno presumibilmente trattare con il PD per avere una manciata di seggi nel prossimo Parlamento. Nessuno di loro sta cercando di ricostruire una presenza, non nel cuore degli italiani, ma, quantomeno, nella loro considerazione per le politiche proposte e le candidature selezionate. Al contrario, nella grande maggioranza delle esperienze locali, con poche eccezioni, i candidati prescelti vengono, si dice e si vanta, dalla società civile. Poi, spesso si scopre che quella società civile è alquanto permeabile ai fenomeni della corruzione e dell’illegalità. Di tanto in tanto ci s’accorge anche che venire dalla società civile, lo hanno imparato persino gli esponenti delle Cinque Stelle, non è un titolo di merito né una qualifica utile a svolgere efficacemente i compiti parlamentari né, tantomeno, a governare le città, piccole, medie e, chi sa, prossimamente anche grandi.

In maniera difensiva, troppi politici e, ahiloro, molti commentatori pensano di cavarsela sostenendo che i partiti sono in crisi un po’ dappertutto. E’ un’affermazione sostanzialmente scorretta che dovrebbe essere “spacchettata”. Ci sono sistemi politici, come la Spagna, nei quali è in atto una dolorosa ridefinizione dello schieramento e della natura dei partiti. Però, quasi dappertutto nelle democrazie europee i partiti hanno finora retto alla sfida dei populismi, di destra, di sinistra e di centro; hanno governato, persino con qualche successo; si sono alternati alla guida del paese. Nessun governo non partitico, guidato e composto da “tecnici”, ha fatto la sua comparsa. Non circola nessuna apoteosi della società civile. Non compare nessuno sfrangiamento del sistema dei partiti. Invece, in Italia, dietro tutte le diatribe, spesso di cortile, dietro un chiacchiericcio per lo più inconcludente, come quello sull’Europa, che dovrebbe essere sul “come stare in Europa”, e sulla Libia che, a sua volta, dovrebbe essere, sul “come costruire un governo rappresentativo e stabile” in quel paese, sta un fatto durissimo: il sistema dei partiti italiani è fondamentalmente destrutturato.

La destra, il cui elettorato è reale e diffuso, anche potenzialmente molto ampio, non è capace di costruire organizzazioni stabili né, curiosamente, ricorda la sua parola d’ordine: presidenzialismo. La sinistra appare più fedele alle sue peggiori tradizioni: sottili critiche e graduali processi di frammentazione. Per quanto vero, conta poco che il segretario del Partito Democratico- Presidente del Consiglio non abbia manifestato nessuna intenzione né di tenere unito il partito né di riaggregare la sinistra preferendo il sostegno facilmente acquisibile di Alfano e le manovre più o meno concordate con Verdini. E’ l’esito che conta. Le maggioranze variabili non sono che palliativi, tamponi, sotterfugi temporanei. La realtà è che se il PD si sfalda. Il sistema dei partiti italiani si mostrerà in tutta la sua nudità e bruttezza. E non verrà decentemente rivestito da un Italicum che deve ancora passare al vaglio della Corte Costituzionale e da riforme costituzionali parecchio confuse.

Pubblicato AGL 14 marzo 2014

INVITO a #Rimini 17 marzo La Costituzione in trenta lezioni

Giovedì 17 marzo, ore 21

Sala del Podestà

Piazza Cavour – Rimini

Presentazione con l’Autore del libro

La Costituzione in trenta lezioni

***

Organizzano Istituto Di Scienze Dell’Uomo e Laboratorio di Cultura Politica

In collaborazione con CGIL Rimini, Istituto Gramsci di Rimini, Comitato Salviamo la Costituzione

Rimini 17 marzo h 21

Astensionismo incubo ipocrita

Corriere di Bologna

Almeno per qualche settimana i vertici del Partito Democratico di Bologna (quelli delle altre città che vanno al voto, no?) affermeranno, pensosi e preoccupati, che l’astensione è il nemico da battere. E’ un’affermazione che contiene parecchie dosi d’ipocrisia. Dovrebbero esserne più convinti i dirigenti del centro-destra poiché, un po’ dappertutto, sono proprio i potenziali elettori dei loro candidati e delle loro liste che manifestano grande propensione all’astensione. Di Berlusconi si possono, e qualche volta si debbono, dire molte cose, ma, nel passato, le sue campagne elettorali erano trascinanti e i suoi effetti, sul contenimento e sulla riduzione dell’astensionismo, notevoli. Da quel che sappiamo delle elezioni politiche del febbraio 2013, il ruolo di riduttore della percentuale di astenuti è stato efficacemente svolto dal Movimento 5 Stelle. Invece di restarsene a casa, insoddisfatti e ingrugnati, molti elettori preferirono andare a scaricare il loro malcontento nelle urne votando il Movimento che prometteva sfracelli contro il sistema. Questo effetto nelle elezioni regionali del novembre 2014 in Emilia-Romagna non s’è visto. Le candidature a cinque stelle non erano granché. La loro campagna elettorale non è stata memorabile, e dire che sui balordi rimborsi un po’ di leva la si poteva fare. Forse, c’è stato un “rimbalzo” dello scontento anche nei loro confronti: un anno e mezzo di parlamento caratterizzato più da conflitti, tensioni e espulsioni che da realizzazioni concerete. Almeno finora, non sembra che né il candidato sindaco Bugani né il Movimento siano in grado di lanciare una sfida credibile e di trovare slogan entusiasmanti e parole d’ordine mobilitanti. Tuttavia, proprio perché l’altissimo tasso di astensione delle regionali è stato sicuramente prodotto da grande parte di un elettorato potenzialmente di sinistra, disgustato dai comportamenti scandalosi del gruppo consigliare del Partito democratico, è a quegli elettori in Bologna che bisogna guardare. Ad oggi il PD non ha fatto proprio nulla per andarli a cercare e per riconquistarli al voto. Le differenziazioni interne al partito non giovano alla causa del voto. Il candidato sindaco non ha mostrato nessuna capacità di accendere gli animi. Le perplessità ripetutamente manifestate nei suoi confronti da quasi tutti dirigenti non gli hanno certamente dato la carica. Invece di fare una vera attività promozionale nelle sedi di partito e in città, il PD ha deciso di affidare la sua comunicazione politica a una ditta (no, non alla “ditta”) di specialisti. Però, chi vuole ridimensionare l’astensione, in particolare in una regione e in una città dotate di senso civico e inclinazione alla partecipazione, dovrebbe cominciare una difficile opera di ricostruzione, non effimera, della politica. I dirigenti dei partiti locali rivelano una certa miopia e di non sapere neanche dove guardare.
Pubblicato il 9 marzo 2016

Lectio brevis “Tradurre voti in seggi”- Accademia Nazionale dei Lincei

logo linceiCLASSE DI SCIENZE MORALI, STORICHE E FILOLOGICHE
venerdì 11 marzo 2016, alle ore 16.00

il Socio Gianfranco Pasquino terrà la «Lectio brevis»
Tradurre voti in seggi

Roma – Palazzo Corsini
via della Lungara, 10

invito lincei

TRADURRE VOTI IN SEGGI

Tradurre voti in seggi è un’operazione solo apparentemente semplice che si presta ad una molteplicità di soluzioni. L’intento è, da un lato, quello di dare potere agli elettori, altrimenti non sarebbe un’operazione democratica; dall’altro, di scegliere bene i rappresentanti. All’inizio, ovvero nei due grandi paesi che, appunto, si avviarono per primi alla democrazia: Gran Bretagna e USA, fu il maggioritario in collegi uninominali. Chi ottiene più voti, non necessariamente e raramente la maggioranza assoluta, vince il seggio. In praticamente tutti i sistemi politici europei si cominciò a votare utilizzando questa modalità. Quanto al Regno d’Italia ereditò la formula elettorale maggioritaria, ma a doppio turno, in collegi uninominali, che era stata utilizzata in Piemonte. Pertanto, è sbagliato sostenere che “la proporzionale” è nel DNA degli italiani, semmai lo è delle italiane che cominciarono a votare nel 1946. I miei bisnonni e i loro figli ebbero un DNA maggioritario (dal quale non intendo liberarmi).

Tutti i sistemi politici investiti da quella che chiamerò diaspora anglosassone hanno ancora oggi sistemi elettorali maggioritari a turno unico in collegi uninominali e sono regimi democratici, anche se, in particolare negli USA, qualche trucchetto, detto gerrymandering, di manipolazione nel ritaglio dei collegi continua a essere fatto. Nell’Europa continentale, a partire dal Belgio nel 1891, dove liberali e democristiani, sfidati dai socialisti, introdussero in chiave difensiva una legge elettorale proporzionale, a cavallo fra il secolo XIX e il secolo XX, furono adottati sistemi elettorali proporzionali ritenuti in grado di dare migliore rappresentanza a un elettorato che cresceva e si diversificava. Forse più “rappresentativa”, la proporzionale cosiddetta “pura”, vale a dire senza clausole, corre costantemente il rischio di frammentare il sistema dei partiti, di consentire, se non anche, talvolta, di favorire, la nascita di molti partiti piccoli con peso esagerato sulla formazione dei governi di coalizione, come avvenne, con conseguenze gravissime, nella Repubblica di Weimar (1919-1933).

Oggi, nel mondo, mentre aumenta il numero di sistemi politici che diventano democratici, è possibile constatare che, sostanzialmente, esiste quasi lo stesso numero di paesi che hanno sistemi maggioritari e sistemi proporzionali. Funzionano in maniera più che adeguata sistemi elettorali maggioritari a turno unico come quello dell’Australia, originale adattamento del classico sistema inglese; sistemi a doppio turno in collegi uninominali come quello francese della Quinta Repubblica; sistemi di rappresentanza proporzionale personalizzata con clausola di eccesso al parlamento del 5 per cento come quella usata in Germania. Sappiamo che non esistono sistemi elettorali “perfetti”. Però, esistono sistemi elettorali migliori di altri, sistemi che danno più potere ai cittadini di scegliere e di responsabilizzare i loro rappresentanti. L’Italicum non fa parte dei sistemi elettorali migliori.

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Gianfranco Pasquino

C’eravamo tanto amati. La scomparsa delle culture politiche in Italia

9 marzo, ore 17
Biblioteca del Senato “Giovanni Spadolini”
Sala degli Atti parlamentari
Piazza della Minerva, 38 Roma

Con il Patrocinio del Senato della Repubblica

C’eravamo tanto amati
La scomparsa delle culture politiche in Italia

Presentazione di
Paradoxa, ANNO IX – Numero 4 – Ottobre/Dicembre 2015
La scomparsa delle culture politiche in Italia
a cura di Gianfranco Pasquino

Ne discutono

Nicola Antonetti
Rosy Bindi
Gianni Cuperlo
Mario Morcellini
Antonio Polito

Modera
Gianfranco Pasquino

 

paradoxa

Paradoxa, ANNO IX - Numero 4 - Ottobre/Dicembre 2015 La scomparsa delle culture politiche in Italia a cura di Gianfranco Pasquino

Paradoxa, ANNO IX – Numero 4 – Ottobre/Dicembre 2015
La scomparsa delle culture politiche in Italia
a cura di Gianfranco Pasquino

 

L’accesso alla sala è consentito fino al raggiungimento della capienza massima
Per comunicare la propria adesione rivolgersi aFondazione internazionale Nova Spes
Piazza Adriana 15 00193 Roma Tel./Fax 0668307900
nova.spes@tiscali.it http://www.novaspes.org

Sconfitti Orfini e un partito romano sconquassato

Il fatto

Intervista raccolta da Giampiero Calapà per il Fatto Quotidiano

“Il Pd è sconquassato, il limite non è nelle primarie ma nei democratici e nelle condizioni specifiche del partito romano”. Il politologo Gianfranco Pasquino individua anche un colpevole con nome e cognome: “Non capisco che ci stia a fare Matteo Orfini, non capisco perché il presidente dell’assemblea nazionale sia a capo del partito romano”.

Le primarie a Roma questa volta non sono state un grande successo?

Dal punto di vista numerico sono il segno di un declino evidente. Bisogna rilevare che questa consultazione avviene, però, nella fase più bassa per il Pd romano, dove il fondo è stato toccato ampiamente. Il Pd non può cantare vittoria, ma deve rallegrarsi del fatto che ci sia ancora gente che, giustamente direi, pensa sia ancora giusto partecipare. Più che un atto di fede è ancora un tentativo di cercare di influenzare in qualche modo le scelte del partito.

Un po’meglio è andata a Napoli…

Sì è un buon risultato.

Forse perché lo scontro è stato vero, mentre a Roma non solo non hanno litigato, ma non si capivano le differenze…

Non volevano litigare a Roma, rappresentavano fazioni di un partito debole, fragilissimo, e hanno scelto di presidiare le proprie nicchie senza scuotere nulla, ma se non infiammi il dibattito l’interesse non si accende.

E ora, come previsto, tocca a Roberto Giachetti.

Bisogna vedere se adesso la sinistra del partito ingoia anche questo rospo o si sposta su altro…

Massimo Bray, citando Gramsci, ieri ha quasi fatto capire di essere già in campo.

Se si candida Bray e ha tutta la sinistra dalla sua parte, se Stefano Fassina rinuncia per capirci, le cose si complicano per il Partito democratico. C’è una campagna elettorale da vivere ma potrebbe avere qualche possibilità l’ex ministro, perché oltre alla militanza di sinistra avrebbe larghe fette di apparato dello stesso Pd dalla sua parte. Non dimentichiamo che è molto vicino a Massimo D’Alema.

Lei che è un esperto di primarie, forse non funzionano più?

Non direi proprio, il limite non è nelle primarie, ma in un Partito democratico sconquassato, soprattutto a Roma, dove non riesco a vedere grande rinnovamento nell’azione del commissario Matteo Orfini, che è anche il presidente nazionale del partito, cosa già di per sé stravagante.

È lui il colpevole?

Non capisco perché Orfini sia il capo del partito romano, non capisco che ci faccia ancora là.

Qualche consiglio per future primarie?

È una buona idea quella di far votare i sedicenni, ma oltre a farli votare regalerei loro una copia della Costituzione italiana. E va bene anche far votare gli immigrati, ma bisognerebbe migliorare la legge per farli diventare cittadini italiani.

Pubblicato il 7 marzo 2016

Dialogo sulla Costituzione #CircoloLettori #Torino

“Bella conversazione con il Direttore de “La Stampa” Maurizio Molinari. Siamo stati, noi e la Costituzione, apprezzati dal Circolo dei Lettori e da un pubblico competente, che ringrazio. Alla prossima: è una promessa!”

con Maurizio Molinari Torino 5 marzo 2016 2

Circolo dei lettori

sabato 5 marzo ore 18

presentazione del libro di Gianfranco Pasquino

La Costituzione in trenta lezioni (UTET 2015)