Sylos Labini al tempo del centro-sinistra

 

MeC

Da Moneta e Credito vol. 68 n. 270 anno 2015 (pp 173-186) 

Abstract
L’articolo discute la testimonianza del 1962 di Paolo Sylos Labini alla “Commissione sui limiti della competizione” del Parlamento italiano. Sylos Labini richiamava in quell’occasione la sua teoria dell’oligopolio, ma estende anche i suoi rilievi ad un ampio spettro di riforme strutturali necessarie all’Italia del tempo. Il presente articolo spiega il background storico della testimonianza di Sylos Labini, ponendo un’enfasi speciale sulla situazione politica del tempo.

L'”interrogatorio” di Sylos Labini, come viene definito negli atti della Camera dei deputati, ebbe luogo l’8 febbraio 1962 (Camera dei deputati, 1965; ripubblicato in questo numero: Sylos Labini, 2015). Appena una settimana dopo che il congresso della Democrazia Cristiana, tenutosi a Napoli dal 27 al 31 gennaio, aveva dato un sofferto via al centro-sinistra. Quel congresso è passato alla storia anche per le sei ore del discorso con il quale il segretario del partito Aldo Moro riuscì a convincere i delegati, stremandoli, che era venuto il tempo dell’allargamento della maggioranza ai socialisti. Con pazienza e con gradualità, Moro iniziava la strategia che lo avrebbe portato quindici anni dopo a dare vita anche ai governi di solidarietà nazionale con il PCI: altro che ‘democrazia dell’alternanza’!

A preparare la svolta del centro-sinistra aveva provveduto un governo guidato da Amintore Fanfani, un monocolore democristiano (luglio 1960-febbraio 1962), che rimarginava le ferite al sistema politico inferte dallo sciagurato governo Tambroni. La prima importante conseguenza del congresso DC fu un altro governo guidato da Fanfani, un tripartito DC-PSDI-PRI (febbraio 1962-giugno 1963) che godette della disponibilità socialista (allora definita “appoggio esterno”) a votare molti dei disegni di legge presentati. Quanto all’attivissimo Fanfani, come segretario della DC poteva con molte buone ragioni vantarsi di avere portato il partito nel 1958 al suo successo elettorale più consistente, secondo soltanto a quello ottenuto in circostanze eccezionali, oggi diremmo ‘bipolari’, da De Gasperi nel 1948 contro il Fronte Popolare. Fu un successo meritatissimo, conseguito proprio grazie all’attivismo consapevole e mirato di Fanfani, segretario della DC dal 1954 al 1958, che da un lato aveva cercato di rendere il partito più autonomo rispetto ai gruppi e alle associazioni fiancheggiatrici e, d’altro lato, aveva saputo radicare la DC sul territorio, facendone un partito di popolo. Nel 1958 la DC di Fanfani, che nessuno si sognò mai di chiamare ‘partito della nazione’, ma che era un partito concretamente interclassista, incassò un successo elettorale di notevoli dimensioni. Ottenne 12.522.279 voti (il 42,36%), il PCI 6.704.706 (22,68%), il PSI 4.208.111 (14.23%). Andò a votare addirittura il 93,8% degli aventi diritto.

Gli italiani credevano ancora nella politica e i partiti cercavano ancora non soltanto di convincerli a votare per loro, ma anche di ‘educarli’. Il miracolo economico, già in corso, era anche il prodotto di una politica che aveva saputo porsi al posto di comando. Per convinzione, per temperamento, per stile, in quel tempo Fanfani fu il leader democristiano meglio capace di rappresentare una politica che voleva prendere decisioni importanti, come fu l’avvio del centro-sinistra, e sapeva farlo anche sfidando la contrarietà di settori non piccoli né marginali del suo blocco sociale.

La collaborazione fra democristiani e socialisti (unitamente ai socialdemocratici di Saragat e ai repubblicani di La Malfa) fu sancita con la presenza di ministri socialisti nel primo centro-sinistra organico guidato da Moro (dicembre 1963-luglio 1964). Tre governi successivi di centro-sinistra fino al giugno 1968 furono ugualmente affidati alla guida di Moro, che antepose costantemente l’unitarietà della DC a qualsiasi riforma di più o meno ampio respiro. Di quei governi fece regolarmente parte anche il PSI, fortemente indebolito dalla scissione del PSIUP avvenuta nel gennaio 1964, alla quale non pose rimedio numerico né politico la frettolosa unificazione con il PSDI nel 1966-1969. I sistemi elettorali proporzionali non premiano necessariamente le fusioni fra partiti, ma soprattutto non pongono nessun ostacolo alle scissioni come quelle che, dal 1947 (PSDI) al 1964 (PSIUP) e al 1991 (Rifondazione Comunista), hanno sistematicamente colpito i partiti in senso lato riformisti.

Il cambio di leadership da Fanfani a Moro segnalò quanto grandi erano le differenze fra i due ‘cavalli di razza’ della DC. Per visione del mondo e per concezione politica, Moro era paziente, riflessivo, talvolta lentissimo, in maniera tanto esasperante quanto deliberata. Nella sua opera di governo, Moro sostituì il decisionismo fanfaniano con la mediazione. I governi di Moro non si assunsero mai la responsabilità di scelte definitive prima che tutte le parti si fossero espresse, che tutte avessero fatto pervenire le loro preferenze, che si fossero raggiunti accordi della più ampia convergenza possibile. Soltanto allora il governo ratificava quanto era emerso dal lungo procedimento dipanatosi nella società. Più o meno efficace e raccomandabile, questa modalità di governo avrebbe potuto condurre a forme di concertazione quasi al limite del neo-corporativismo, praticato soprattutto nei paesi scandinavi (e poi anche in Austria e Germania), ma che nell’Italia degli anni Sessanta era sostanzialmente sconosciuto.

Certamente, la complessità e la varietà di interessi collegati con la Democrazia Cristiana esigevano consultazioni e accordi. Nessun dirigente democristiano, meno che mai se si trovava in cariche di governo, avrebbe mai pensato a procedure decisionali basate sulla disintermediazione, vale a dire procedure che non si confrontassero con i corpi intermedi, con le loro preferenze e con i loro interessi. Anche per queste ragioni, il decisionismo era molto al di là da venire, né le ricette indicate da Sylos Labini sembravano suggerirne la necessità.

A cinquant’anni di distanza – che probabilmente è la prospettiva giusta – visto, rivisitato e valutato dopo l’espletamento di altre formule di governo, tutte incapaci persino di immaginarlo, il riformismo del centrosinistra continua ad apparire come un reale periodo di esperimenti, di interventi e anche di successi in termini di effettive riforme. È innegabile che, pur vedendone e cogliendone tutte le manchevolezze, senza quel riformismo l’Italia starebbe molto peggio. Per capire le ragioni di tali manchevolezze, ma anche i contributi positivi alla storia dell’Italia, il riformismo del centro-sinistra va collocato in un quadro più ampio dal quale trasse alimento e nel quale risulta fecondo paragonarlo con il riformismo di altri paesi. Nella consapevolezza di quanto sia difficile tenere insieme tutti i fili, ma anche di quanto sia importante cercare di farlo, suggerendo le connessioni e gli spunti per ulteriori riflessioni, affronterò il tema partendo da lontano.

Ai tempi di Moro e Fanfani, di Nenni, Lombardi, Giolitti e La Malfa, di globalizzazione come fenomeno che incide sulla discrezionalità delle decisioni nazionali, anzi, che le detta, non si poteva proprio parlare. Neppure il processo di integrazione europea, sul quale esprimersi allora a favore dell’unificazione politica significava avere accettato l’utopia tenacemente perseguita da Altiero Spinelli, sembrava porre costrizioni particolari all’attività di governo. Per storia e per collegamento con gli altri partiti democristiani europei – in particolare con quello tedesco, molto solido e di governo, e con quello francese, che però sarebbe praticamente scomparso poco dopo l’inaugurazione della Quinta Repubblica (1958) -, i democristiani italiani, espressione di una classe politica assolutamente provinciale tranne rarissime eccezioni (fra le quali, per fortuna di tutti gli italiani, va annoverato Alcide De Gasperi), furono fin dall’inizio europeisti, ma molto poco inclini a profondere le loro energie politiche a livello europeo. Dal canto loro, per tradizione storica e per convinzione, europeisti convinti furono i repubblicani di Ugo La Malfa, mentre i socialisti, originariamente tiepidi e non consapevoli della rilevanza e dell’influenza del processo di integrazione europea, non riuscirono, se così si può dire, a sfuggire al richiamo dell’Europa e dei molti partiti socialisti confratelli, a cominciare dai belgi e dagli olandesi, seguiti dai tedeschi e dagli austriaci, che quell’Europa unita la volevano costruire davvero e presto.

In quella fase, l’Europa fu uno soltanto, e neanche forse il più importante, dei fattori del più ampio quadro internazionale la cui evoluzione influenzò e, oserei dire, almeno in parte favorì (o meglio, non ostacolò) l’avvento del centro-sinistra. Scherzando, ma non troppo, credo che l’analisi di quei fattori debba cominciare con il ‘fattore K’. Non ‘K’ come Kommunismus (anche se del comunismo si deve parlare), ma con riferimento, nell’ordine con il quale giunsero alla guida dei rispettivi paesi, a Kruscev e a Kennedy. Non so se, tecnicamente, l’azione intrapresa da Kruscev sul piano dei rapporti con gli Stati Uniti possa già essere definita détente. Certamente, fu l’inizio del disgelo della Guerra Fredda, anche se nessuno può e deve dimenticare che nell’agosto del 1961 venne costruito il Muro di Berlino e nell’ottobre del 1962 ci furono i tredici drammatici giorni della crisi dei missili a Cuba, che portò il mondo sull’orlo della catastrofe nucleare. La destalinizzazione iniziata da Kruscev e qualche sua apertura domestica al dissenso, ad esempio degli scrittori sovietici (nel 1962 Solženicyn pubblicò un testo fondamentale di denuncia sui lager, Una giornata di Ivan Denisovic), sembrarono promettenti.

La defenestrazione di Kruscev nell’ottobre 1964 non soltanto pose la pietra tombale su qualsiasi trasformazione politica liberalizzante dell’URSS, aprendo la strada all’esiziale era di Leonid Brežnev, ma per quel che conta per il discorso sul centro-sinistra, incise negativamente anche sul Partito Comunista Italiano. Toccò al (comunque) filo-sovietico Giorgio Amendola cercare di attutire il colpo. In risposta a una lettera di Bobbio (lo scambio si trova sulle pagine del settimanale Rinascita del 28 novembre 1964) che chiedeva ai comunisti di trarre le conseguenze da quello che era un avvenimento pesantissimo, che segnalava l’irriformabilità del comunismo sovietico, senza porsi il vero problema, cioè sganciare il PCI dall’URSS, Amendola faceva una sua personale fuga in avanti controproponendo l’impossibile: la costruzione con il PSI di un Partito Unico dei Lavoratori. Dati i rapporti di forza fra i due partiti, l’esito – era sufficiente ricordare l’esperienza del Fronte Popolare del 1948 – non sarebbe stato propriamente favorevole né al PSI né alla trasformazione del PCI. Ricca di ambiguità, la proposta di Amendola sembrò la presa d’atto da parte del PCI che il suo ruolo d’opposizione al centro-sinistra rischiava di rimanere sostanzialmente sterile. Subito reputata insufficiente da Bobbio, quella proposta non ebbe nessun seguito e scomparve persino dal successivo durissimo confronto interno fra Amendola e Ingrao, candidati alla successione a Togliatti. Entrambi, poi, fecero un passo indietro (o di fianco) per favorire una soluzione che non lacerasse il partito, soluzione rappresentata dall’elezione di Luigi Longo. Nulla di tutto questo favorì politicamente il centro-sinistra né, tantomeno, ne trassero profitto politico ed elettorale i socialisti.

Trovandosi l’Italia in quella che veniva definita “la sfera d’influenza” degli Stati Uniti, per capire il quadro nel quale si introduceva l’esperienza del centro-sinistra, è importante tenere conto anche dell’altra ‘K’, quella del giovane presidente democratico John F. Kennedy. Non so quali fossero i canali di contatto socialisti con gli USA e la loro ambasciata a Roma; sappiamo, però, che il Segretario di Stato uscente John Foster Dulles, e il capo della CIA, suo fratello Allen Dulles, non erano precisamente dei progressisti. Sappiamo anche che la maggioranza dei policy-makers americani a livello burocratico, in particolare nel Dipartimento di Stato, riteneva che i rapporti del PSI con il PCI non erano ancora del tutto rassicuranti, ad esempio dal punto di vista dell’eventuale accesso dei socialisti a dati riservati, disponibili agli stati membri della NATO. Anche senza giungere a fare dei socialisti il cavallo di Troia del PCI, le preoccupazioni e le remore degli americani erano molte e serie. Ci volle una missione a Roma nel febbraio 1962 di uno dei più autorevoli consiglieri di Kennedy, il già famoso storico Arthur M. Schlesinger Jr., per fugare i dubbi (“Washington was pleased at the prospect of a forward movement in Italian social policy but wondered about the implications of the apertura for foreign affairs”1 ), per piegare le fortissime resistenze del Dipartimento di Stato e per dare disco verde al centro-sinistra, come lui stesso racconta nel suo splendido resoconto della troppo breve stagione di Kennedy alla Casa Bianca (Schlesinger, 1965, pp. 879-881).

Schlesinger merita una riflessione leggermente più approfondita, proprio per capire meglio il quadro internazionale, politico e intellettuale in cui si situò il centro-sinistra. Nel suo resoconto, lo storico americano inserisce una notazione concernente il cattolicesimo “progressista” di John Kennedy e la coincidenza della sua presidenza con il pontificato di Giovanni XXIII. Nel contesto di sostegno al centro-sinistra, alcuni hanno voluto inserire anche la presenza a San Pietro di Giovanni XXIII, qualche sua dichiarazione, in particolare la sua distinzione fra il comunismo come errore condannabile e i comunisti, e l’annuncio e l’apertura del Concilio Vaticano II. Tutti questi elementi contribuirono a rafforzare le associazioni e i movimenti cattolici che desideravano una svolta in senso progressista dei governi imperniati sulla Democrazia Cristiana. Senza andare troppo in là nei tempi e con le ipotesi, alcuni di questi gruppi e di queste associazioni, delusi dalla parabola del centro-sinistra, probabilmente insoddisfatti dal suo rendimento ma vogliosi di svolgere un ruolo più rilevante e di spingere per altri, più incisivi, cambiamenti, sarebbero poi diventati, dieci anni dopo, oggetto dell’offerta berlingueriana del compromesso storico.

Concludendo con lo Schlesinger storico, la sua fama in quanto studioso, oltre che da una intensa produttività, derivava da una trilogia dedicata al grande presidente progressista Franklin Delano Roosevelt e dalla sua visione coerentemente liberal, che proprio durante la presidenza di Kennedy tradusse in un agile libretto The Politics of Hope (Schlesinger, 1962). In quegli anni, in alcuni ambienti della sinistra democratica europea si fece strada l’idea che le politiche progressiste di effettivo cambiamento sarebbero state favorite dalla presenza alla Casa Bianca di un presidente che, a sua volta, fosse capace di lanciare un’ondata di politiche progressiste che avrebbe attraversato l’Atlantico. Kennedy poteva essere quel presidente, ma la sua presidenza fu tragicamente spezzata dopo troppo poco tempo, cosicché chi voleva trovare l’alimento riformatore adeguato in Europa doveva guardare ad altre esperienze.

È probabile che alcuni, probabilmente pochi, intellettuali socialisti fossero al corrente della leggendaria epopea riformatrice dei socialdemocratici svedesi, ma certamente nessuno credette di poterne trarre insegnamenti applicabili nel troppo diverso contesto italiano. In qualche misura invece, anche se comunque molto differenti erano le condizioni di fondo, qualche lezione poteva venire ai socialisti italiani dai laburisti inglesi. Almeno questa possibilità è discussa e, con qualche forzatura, argomentata da Ilaria Favretto (2003). (Non riesco a resistere alla tentazione di sottolineare, alzando le sopracciglia, che oggi vi è qualcuno che intende su basi fragilissime, al limite dell’evanescenza, ricorrere al paragone, se non fra il Partito Democratico e il New Labour, quantomeno fra Matteo Renzi e Tony Blair. Ritengo questo paragone del tutto improprio e privo di sostanza storica e politica.)

Tuttavia, è innegabile che i mutamenti generazionali contino. Al proposito, merita di essere ricordata la famosa frase del discorso inaugurale del presidente Kennedy, che annunciava ai suoi fellow Americans che una nuova generazione, nata nel secolo XX, era giunta ai posti di comando. Una ragione di più per avere speranza e attendersi cambiamenti. Tuttavia, la non ancora vecchia Europa non era stata e non stava a guardare. In Gran Bretagna, subito dopo la vittoria nella Seconda Guerra Mondiale, gli inglesi affidarono la ricostruzione a un governo laburista guidato dall’ultrasessantenne Clement Attlee (di estrazione operaia) e al suo partito. A dimostrazione che altre qualità possono contare anche più della giovinezza, il quinquennio riformatore di Attlee e dei suoi consiglieri innovatori segnò positivamente il corso della politica, dell’economia, della società nel Regno Unito fino all’avvento di Margaret Thatcher. ‘Welfare più keynesismo’ fu una formula di gran lunga più vincente della leniniana ‘Soviet più elettrificazione’.

Nel cuore dell’Europa, a cavallo fra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta, si produsse un avvenimento di decisiva importanza, che cambiò la storia politica della Germania: Bad Godesberg. In un congresso straordinario, tenuto in quella cittadina termale dal 13 al 15 novembre 1959, la SPD ripudiò l’ideologia marxista e dichiarò la sua piena adesione ai principi liberal-democratici e all’economia di mercato. Bloccati per dieci lunghi anni in una condizione di opposizione intransigente, ma senza speranze di andare al governo, i socialdemocratici tedeschi, più per maturata convinzione che per subdolo opportunismo, produssero quella che certamente merita di essere definita una “svolta epocale” che, per l’appunto, trasformò quell’epoca. A livello locale i socialdemocratici tedeschi già governavano. Nel 1957 Willy Brandt, anche lui un rappresentante della generazione nata nel secolo XX (il cancelliere democristiano Konrad Adenauer (1949-1964) era nato addirittura nel 1876), era stato eletto borgomastro di Berlino Ovest. Brandt fu uno dei fautori della svolta di Bad Godesberg. In seguito, fu lui a offrire a Kennedy l’occasione di dichiarare il 26 giugno 1963 di fronte al Muro di Berlino: “Ich bin ein Berliner”. Fu lui a diventare Ministro degli esteri (come Nenni in Italia) nella prima Grande Coalizione tedesca (1966-1969), un centro-sinistra a due sostenuto da una comoda maggioranza di seggi. Infine, fu Brandt a diventare il primo cancelliere socialdemocratico tedesco (1969-1974) del dopoguerra.

Questo breve approfondimento è importante per due ragioni. La prima è che riguarda un partito, la SPD, che dimostrò notevoli capacità riformatrici. La seconda è che l’atteggiamento dei socialisti italiani verso la SPD spesso fu e rimase ambiguo, tanto che per criticare Craxi, in corsa a metà anni Settanta per diventare segretario del PSI, lo si definiva “il tedesco”.
Parecchi anni dopo, da più parti, e non soltanto nella sinistra italiana, a partire dai socialisti, emerse l’invito, anche con qualche tono provocatorio, ai comunisti di “andare a Bad Godesberg”, vale a dire di procedere a una revisione profonda, meglio all’abbandono, di un’ideologia e di una visione del mondo che erano provatamente fallite. Purtroppo, da un lato le riforme del centro-sinistra non furono considerate sufficientemente incisive (anche se sicuramente cambiarono l’Italia più di qualsiasi altra stagione); dall’altro, i socialisti e i mass media non riuscirono a esercitare sufficiente pressione sul mondo comunista, sui quadri intermedi del PCI e sugli intellettuali di riferimento, più che sulla leadership del partito.
Pur crescendo elettoralmente, i comunisti italiani restarono politicamente poco rilevanti. Alla fine, non sarebbero mai arrivati a Bad Godesberg ma, con più di trent’anni di ritardo, nel gennaio-febbraio 1991, a Rimini. Nella gaudente cittadina balneare romagnola, molti scoprirono che non esisteva nessuna terza via fra il comunismo realizzato e crollato e le socialdemocrazie da loro osteggiate. “La dritta via”, che non avevano saputo neppure cercare, era definitivamente “smarrita”. Quello che un grande partito e i suoi molti intellettuali avrebbero potuto fare consisteva in una riflessione ad ampio raggio sulle modalità con le quali procedere a un adattamento delle esperienze socialdemocratiche alla situazione italiana. Tutti mancarono al compito e all’appello.

La distanza che i comunisti italiani mantenevano allora dalle socialdemocrazie, e continuarono a preservare e a sottolineare per fin troppo tempo, era giustificata essenzialmente con una svalutazione di quel riformismo che, secondo loro, non cambiava i rapporti di potere (su questo punto i comunisti sbagliavano alla grande, così come sottovalutarono l’incidenza sociale e culturale della scuola media unica), non mutava la struttura di classe, non aveva e non avrebbe dato vita a una società nuova. In sostanza, ma non solo per i comunisti, il riformismo socialdemocratico finiva per essere più o meno consapevolmente il migliore degli strumenti per puntellare il capitalismo, addirittura rafforzandolo. L’alternativa fra riforme e rivoluzione, un topos classico dello scontro politico e culturale nella sinistra, in particolare nella storica socialdemocrazia tedesca, poi utilizzata da Lenin per spaccare i partiti socialisti europei, non era affatto scomparsa dallo scenario italiano. Antonio Giolitti vi dedicò un piccolo importante libro, tempestivamente pubblicato da Einaudi nel 1957: Riforme e rivoluzione. Ma i ‘rivoluzionari’ pullulavano e diedero vita a “Quaderni” più o meno provinciali, di colore preferibilmente rosso, che sbeffeggiavano i riformisti. Non è dato sapere se quei quaderni figurassero fra le letture della casalinga di Voghera. Sembra più probabile che a Voghera, oltre alle casalinghe, vi fossero altri, uomini e donne, intenti a lavorare per un sano riformismo di stampo socialista, anche se molte pulsioni massimaliste rimasero anche nei quadri del PSI.

Peraltro, la tensione fra riforme che migliorano il funzionamento del sistema politico, economico e sociale e “riforme di struttura”, l’espressione preferita da Riccardo Lombardi, aveva un suo fondamento. Riformare la struttura significava incidere anche sulla distribuzione del potere in politica, in economia, nella società. Era anche possibile, forse auspicabile, che le riforme di struttura fossero irreversibili. Dieci anni dopo il segretario socialista Francesco De Martino avrebbe indicato gli “equilibri più avanzati” come l’obiettivo da perseguire, non più in coalizione con la DC. Dal canto loro, i ‘rivoluzionari’, che non furono gli unici cattivi maestri del Sessantotto, aderivano allo slogan che “lo Stato si abbatte e non si cambia”. Al contrario, l’impegno dei socialisti nel centrosinistra consistette esattamente nel tentativo di cambiare lo Stato.

Tuttavia, l’espressione utilizzata da Pietro Nenni per valorizzare l’ingresso dei socialisti al governo: “entrare nella stanza dei bottoni”, segnalava che il vecchio leader, ma anche non pochi compagni, avevano una concezione inadeguata dello Stato capitalista e delle modalità con le quali lo si sarebbe dovuto governare e potuto trasformare. Nenni si era ingenuamente posto il problema del luogo del riformismo, della plancia di comando, forse pensando a uno Stato semplificato, come quello giolittiano e quello fascista. Non si era posto il problema della strumentazione indispensabile al riformismo in una situazione diventata molto più complicata. Chi ebbe l’acuta consapevolezza della indispensabilità di strumenti diversi e nuovi, sia per formulare sia per attuare la programmazione, che era il cuore pulsante dell’opera riformista, fu Ugo La Malfa, per il quale bisognava produrre cambiamenti enormi nei rapporti fra lo Stato centrale e le autonomie locali (alla fine del decennio, proprio perché accettò il regionalismo, La Malfa volle un impegno ad abolire le province, che è quanto, a regionalismo appassito, è stato tardivamente e parzialmente fatto a cavallo fra il 2014 e il 2015) e soprattutto, nella struttura, nella preparazione professionale, nell’adattabilità della burocrazia nazionale. Quanto alla Democrazia Cristiana, come ha acutamente fatto notare Piero Craveri (1995), persino la vocazione di riformatore di Fanfani “prescindeva da una qualsivoglia visione meditata di quale dovesse essere la forma e il ruolo dello Stato” (p. 109). Per i socialisti, la programmazione era tutto: strumento che, nelle parole di Riccardo Lombardi, doveva servire a rafforzare “la funzione dirigistica dello Stato”, e obiettivo da perseguire per cambiare i rapporti di forza fra lo Stato e le concentrazioni monopolistiche e corporative” (p. 104).

Anche se ancora poco noto, il riformismo scandinavo si era fondato su un sapiente uso dello Stato e dei suoi strumenti. In questo modo, come parecchi anni dopo ebbe a dire il sociologo politico Esping-Andersen con il titolo di un importante libro (1985), la politica si contrapponeva al mercato e in Svezia, Norvegia, Danimarca, vi era effettivamente riuscita, non distruggendolo, ma regolamentandolo. Nel contesto degli altri paesi europei, con varia intensità e penetrazione, il keynesismo costituiva la prospettiva economica più diffusa. Il pensiero di von Mises, Hayek e, più tardi, Milton Friedman non era ancora stato recepito, mentre il liberismo di Einaudi era molto temperato rispetto alle posizioni di quegli studiosi, e comunque, in Italia, nobile ma minoritario.

Dal canto suo, Sylos Labini non si considerava un keynesiano. I suoi autori di riferimento erano i classici, a cominciare da Adam Smith. Come risulta in maniera chiarissima dalla sua deposizione, non aveva allora, e non ebbe in seguito, nessuna inclinazione ad accettare una sola visione dell’economia. La citazione di Samuelson riportata più avanti è tanto efficace poiché coglie la molteplicità di componenti del pensiero di Sylos Labini. In maniera non acritica, ma pragmatica, Sylos Labini crede in uno Stato regolatore e nella sua capacità, attraverso le imprese pubbliche, di orientare l’economia a fini di crescita collettiva, di innovazione anche tecnologica, di produzione di profitti, di redistribuzione di risorse. In quella fase, la sinistra comunista non cessava di sostenere che lo Stato è di classe, ma al tempo stesso affermava, alquanto paradossalmente, che “pubblico è bello”. Riteneva, quindi, che le nazionalizzazioni, nella misura in cui toglievano potere ai capitalisti e ai grandi gruppi privati, fossero un fenomeno positivo sulla strada che conduceva al socialismo. Non imprigionato da camicie di forza ideologiche, nella sua testimonianza Sylos Labini mette più volte in evidenza le condizioni specifiche alle quali il controllo pubblico di certe attività può essere positivo per l’erogazione di servizi, per l’innovazione, per i suoi effetti collaterali su altri settori dell’economia.

Oggi, pur se i tempi del liberismo senza regole e senza freni sembrano quasi tramontati (ma non del tutto fra i discendenti italiani dei sedicenti “quattro gatti”, che del liberalismo affermano una strana concezione che non si cura dei conflitti di interesse e delle regole della competizione, non soltanto economica), è interessante leggere le considerazioni di Sylos Labini ispirate (uso le parole di Paul Samuelson pronunciate in memoriam) da “Schumpeterian innovation, Keynesian brilliance, Ricardian rigor, and Smithian realism”.2 Con qualche esitazione, è possibile sostenere che i quattro cardini del pensiero di Sylos Labini fossero più il prodotto della sua formazione e della sua cultura che un achievement della cultura economica e degli economisti della sua generazione. Quello che più conta per inquadrare la testimonianza di Sylos Labini in quei tempi è che, da un lato, il keynesismo era vivo e vitale, e dall’altro non era interpretato rigidamente e non si presentava come il pensiero unico (sorte o, piuttosto, successo che sarebbe arriso al liberismo e al monetarismo una ventina d’anni dopo).

Politique d’abord rappresentò la versione italiana, formulata da Pietro Nenni prima di Mao Tse-tung, della ‘politica al posto di comando’. La “stanza dei bottoni” doveva essere il luogo nel quale quella politica avrebbe dato il meglio di sé. I partiti, come aveva teorizzato Lelio Basso, sarebbero stati lo strumento principe della politica e della democrazia italiana. Sullo sfondo, dimenticati persino nella testimonianza di Sylos Labini, tutt’altro che disattento al ‘sociale’ (infatti, nel 1974 pubblicherà poi un libro importante e di successo sulla struttura e sulla dinamica delle classi sociali), stanno i sindacati e gli industriali. Il riformismo scandinavo si era alimentato anche della capacità del partito socialdemocratico di costruire rapporti intensi con i sindacati e con le associazioni industriali. In quella fase del centro-sinistra, da un lato, la Confindustria si schierò risolutamente contro il governo, appoggiando i liberali che, infatti, raddoppiarono i loro voti nelle elezioni del 1963; dall’altro, la CGIL a maggioranza comunista non era disponibile ad accordi di ampio respiro con un governo nel quale i democristiani erano la componente più importante e che era, naturalmente, interessato prioritariamente a mantenere uno stretto collegamento con la CISL. Allora, erano quasi del tutto assenti le condizioni essenziali del modello neo-corporativista (come brillantemente rilevato nel libro comparato curato dal grande sociologo inglese Goldthorpe, 1984).

Certamente, però, “l’alternativa di classe” che i socialisti volevano creare “non si poteva fare senza gli strumenti propri dell’azione di classe, la mobilitazione di massa e la direzione dell’azione rivendicativa dei sindacati, e queste due chiavi di volta erano sempre più nelle mani dei comunisti” (Craveri, 1995, p. 104). Quei comunisti, da un lato, erano già troppo forti numericamente per potere essere condizionati dai socialisti; dall’altro, non avevano sviluppato una reale cultura riformista. In assenza di quella cultura, nessun patto sociale era accettabile. Nessuna politica dei redditi, vanamente suggerita da Ugo La Malfa, era praticabile. Nessuna programmazione poteva, di conseguenza, avere successo producendo quanto l’alta congiuntura economica consentiva: piena occupazione e redistribuzione del reddito.

In seguito si sarebbe faticosamente pervenuti alla concertazione, oggi fastidiosamente ripudiata in nome della disintermediazione, ma le tensioni a sinistra, non soltanto fra PSI e PCI ma anche all’interno dei sindacati, le battaglie correntizie nella DC, la frammentazione della società italiana e il suo corporativismo avrebbero impedito qualsiasi tentativo di riforme organiche e sostenute. È un’altra storia che, però, vista nel quadro di fondo disegnato dal centro-sinistra – contesto, cultura, ostacoli e opportunità, alcune delle quali tradotte in riforme durature, in particolare nell’istruzione e nei diritti – suggerisce che dal centro-sinistra, non soltanto dai suoi errori e dalle sue inadeguatezze, è ancora possibile imparare molto.

Non è vero che la maggior parte del tempo la maggior parte dei governi si limita alla manutenzione e cerca di fare fronte all’emergenza. È vero, però, che il riformismo è una pianta rara, che appare quando il clima è favorevole, ma che deve anche essere coltivata da giardinieri preparati, capaci, ostinati, pazienti e lungimiranti. Non c’è dubbio che Sylos Labini fu uno di loro. Non furono invece sufficienti gli uomini politici di quel tempo che seppero dimostrarsi all’altezza della sfida culturale, economica, sociale.

1″Washington era lieta della prospettiva di uno sviluppo progressivo delle politiche sociali in Italia, ma si interrogava sulle implicazioni dell’apertura per la politica estera”.
2 “Innovazione Schumpeteriana, genialità Keynesiana, rigore Ricardiano e realismo Smithiano”.

BIBLIOGRAFIA

CAMERA DEI DEPUTATI (1965), “Resoconti stenografici degli interrogatori conoscitivi (7 febbraio 1962-16 gennaio 1963)”, Atti della Commissione parlamentare di inchiesta sui limiti posti alla concorrenza nel campo economico, doc. XVIII, n. 1, vol. II, Servizio studi legislazione e inchieste parlamentari, Camera dei deputati, Roma.
CRAVERI P. (1995), La Repubblica dal 1958 al 1992, UTET, Torino.
ESPING-ANDERSEN G. (1985), Politics against markets. The socialdemocratic road to power, Princeton University Press, Princeton.
FAVRETTO I. (2003), Alle radici della svolta autonomista. PSI e Labour Party, due vicende parallele (1956-1970), Carocci, Roma.
GIOLITTI A. (1957), Riforme e rivoluzione, Einaudi, Torino.
GOLDTHORPE J.H. (a cura di) (1984), Order and conflict in contemporary capitalism, Clarendon Press, Oxford; trad. it. (1989), Ordine e conflitto nel capitalismo moderno, Il Mulino, Bologna.
SCHLESINGER A.M. (1962), The politics of hope, The Riverside Press, Boston. — (1965), A Thousand Days. John F. Kennedy in the White House, Houghton Mifflin Co., Boston.
SYLOS LABINI P. (1974), Saggio sulle classi sociali, Laterza, Roma-Bari. — (2015), “Interrogatorio del prof. Sylos Labini”, Moneta e Credito, vol. 68 n. 270, pp. 219-269.

Accogliere è un test di civiltà

Il modo forse migliore per celebrare la Giornata del Migrante consiste nel leggere la Costituzione italiana. Il comma 3 dell’art 10 stabilisce che: “lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalle leggi”. Naturalmente, non tutti i migranti sono oppositori politici dei regimi autoritari e repressivi dai quali fuggono. Tuttavia, è innegabile che in nessuno di quei regimi hanno potuto e, fintantoché non avverranno improbabili cambi democratici, i migranti che approdano in Europa attraverso l’Italia non potranno godere di nessuna libertà democratica. Se, poi, interpretiamo in maniera estensiva la dizione “libertà democratiche”, la grande maggioranza dei migranti fugge da situazioni nelle quali la loro dignità e la loro stessa sopravvivenza sono in questione. Non sappiamo quanti di loro con le loro famiglie possano essere effettivamente considerati rifugiati politici. Infatti, enormi sono i problemi amministrativi da risolvere per verificare la provenienza, le generalità e le motivazioni dei migranti. Ed è evidente che per quasi tutti loro l’obiettivo principale è trovare un luogo di residenza e di lavoro.

In assenza di permessi di lavoro, molto difficili da ottenere, i migranti sono tecnicamente “clandestini”. Dovrebbero, dunque, essere espulsi. Anche in questo caso, la Costituzione italiana (art. 10 comma 4) è chiara: “non è ammessa l’estradizione dello straniero per reati politici”. Molti dei migranti hanno sicuramente da temere rappresaglie a opere dei governanti dei regimi autoritari dai quali sono fuggiti. Sappiamo, comunque, che le espulsioni dei clandestini sono difficili, costose, inevitabilmente limitate in termini di numeri rispetto agli arrivi. Nella quasi totalità dei casi, le espulsioni riportano i migranti alla vita grama dalla quale loro e le loro famiglie, a rischio della vita, hanno cercato di sfuggire. Dalle quali, quando potranno permetterselo, visti gli alti costi dei viaggi verso l’Italia, riproveranno a fuggire. Comunque, i respingimenti, possono essere un’arma di propaganda politico-elettorale, ma non rappresentano una soluzione praticabile né, tantomeno, duratura.

Non dimenticando mai che l’afflusso dei migranti si è enormemente intensificato in seguito alla malaugurata e non necessaria guerra lanciata nel 2003 dal Presidente repubblicano George Bush per rovesciare Saddam Hussein dal suo scranno di dittatore dell’Iraq, sono in fiamme sia il Medio-Oriente sia alcuni paesi dell’Africa del Nord. Porre fine a quelle guerre, che spesso sono al tempo stesso guerre civili e di religione, è un’operazione complicatissima che richiederà comunque tempi lunghi. La creazione di un ordine politico nel quale riprendano attività economiche che liberino dalla fame e dalle malattie decine di milioni di persone, potenziali migranti, non è possibile in tempi brevi. L’attuazione di provvedimenti mirati richiede un’unità d’intenti che né l’Unione Europea né le Nazioni Unite hanno saputo finora conseguire. La costruzione di muri che impediscano l’accesso dei migranti è costosissima e non offre nessuna garanzia di successo. La costruzione di ponti che ne facilitino l’arrivo in Italia, che è il paese più esposto e più permeabile, e in Europa, è altrettanto costoso e, se non accompagnata dalla costruzione di luoghi di accoglienza, rischia di procurare enormi tensioni e conflitti con la probabilità di contraccolpi estremistici di tipo razzista.

Posta la soluzione in termini puramente economici (e “militari”), non è possibile dire con certezza che il respingimento sia meno costoso di un’accoglienza organizzata e governata. Tuttavia, le tradizioni e l’impegno democratico dell’Unione Europea e dei singoli Stati non possono contraddirsi tanto platealmente e farsi travolgere dai sostenitori dei respingimenti a tutti i costi. Il trattamento riservato ai migranti, anche in un periodo di economie non prospere, è il test del livello di civiltà di ciascun paese e del continente europeo.

Pubblicato AGL 14 giugno 2015

Una regolata a sindacati e partiti

Si discute della legge su partiti e sindacati. Perché servono norme su democrazia interna dei corpi intermedi in crisi

La terza Repubblica

Dare una “regolata” a sindacati e partiti attuando in questo modo, fino in fondo, due begli articoli della Costituzione: 39 e 49? In Parlamento giacciono da tempo numerose proposte di legge riguardanti entrambi i soggetti. In particolare, per la regolamentazione dei partiti, la migliore rimane quella che ha per primo firmatario Valdo Spini. In linea di massima, è utile che soggetti che svolgono compiti di grande importanza sia di rappresentanza sia di governo debbano uniformarsi a regole precise, verificabili, che ne affermino e confermino la legittimità della leadership, dei procedimenti decisionali, delle attività. Fra le tante crisi illusorie e fantasiose che si attribuiscono alla democrazia, in special modo, alla democrazia italiana, la più importante non è affatto quella di decisionalità. Governi e parlamenti hanno la possibilità di decidere come e quando vogliono. Il loro problema è che spesso non posseggono le conoscenze e non hanno la capacità, personali e collettive, per scegliere fra le alternative. In qualche caso, persino l’attuale governo, non sanno costruire e confrontare le alternative. Tuttavia, la vera “crisi” di cui soffre la democrazia italiana è quella di rappresentanza. Non è chiaro chi rappresenta chi e perché. Spesso, i rappresentanti, ad esempio, i sindacati, vengono accusati di rappresentare soltanto una parte molto limitata dei lavoratori e di quelli che non lavorano più, i pensionati. Nascono sigle e siglette, organismi autonomi che, sostenendo di rappresentare la base, hanno soltanto scarni vertici, tutti intenzionati a partecipare a qualsiasi processo di contrattazione. La risposta minacciata dal Presidente del Consiglio si chiama disintermediazione. E’, naturalmente, peggiore del male, vale a dire, della frammentazione corporativa. Una buona legge che misuri la rappresentatività dei sindacati e che obblighi a tenere in ordine registri vari e a stabilire le modalità con le quali si diventa sindacalisti e si viene selezionati per i necessari passaggi di carriera toglierebbe alibi a Renzi, ma anche ai sindacati, grandi e piccoli. Obbligherebbe alla competizione e culminerebbe in una rappresentanza rafforzata da un effettivo rapporto con i rappresentati.

Una volta, partiti solidi, grandi, ma anche piccoli,respingevano qualsiasi legge che li riguardasse sostenendo di avere le capacità di fare funzionare le loro organizzazioni senza nessuna intrusione della magistratura, con tutti i rischi che poteva (può) comportare. Poi la tipologia dei partiti, molto più in Italia che altrove e molto in peggio, è cambiata. Un po’ tutti i partiti sono diventati personalisti. Un po’ in tutti i partiti sono i dirigenti, a cominciare dal capo, che si oppongono a una regolamentazione che inevitabilmente imbriglierebbe il loro potere politico, ridurrebbe la loro libertà d’azione, darebbe strumenti in mano delle minoranze. E’ una visione sostanzialmente, ma non del tutto, miope, che sottace l’effetto positivo delle regole che consentirebbero alla maggioranza di chiedere credibilmente il leale sostegno delle opposizioni alle decisioni prese rispettando le regole e che manderebbe più che un semplice messaggio positivo agli elettori: “le nostre procedure decisionali sono democratiche, la selezione delle candidature, con o senza primarie [ma le primarie in sé non sono mai responsabili delle sconfitte elettorali, qualche volta, delle vittorie, sì] è trasparente e giustificabile, le scelte programmatiche offrono spazi d’intervento anche ad associazioni che, a loro volta, rispettino le regole”. Sarebbe, persino, possibile a partiti profondamente, ma dolorosamente per troppi dirigenti di vertice, ristrutturati, tornare a chiedere un finanziamento misurato su criteri di rappresentatività, allo Stato.

Nulla di tutto questo è all’orizzonte. Sono le burocrazie sindacali, spesso molto sovradimensionate e gonfiate, che vi si oppongono, mandando il messaggio deleterio che l’innovazione non abita lì. Sono i gruppi dirigenti partitici che, quando hanno il potere, non lo vogliono subordinare a nessuna regola e che chiedono (più) democrazia soltanto quando sono all’opposizione, ma lo fanno non da “sinceri democratici” quanto da oppositori che vorrebbero un brandello di potere. Passare dalla critica a quello che succede alla proposta di quello che dovrebbe succedere è particolarmente difficile poiché tutti i partiti italiani sono squilibrati, non hanno assetti solidi, non hanno leadership destinate, nonostante le loro ambizioni, a durare. Forse, quindi, una legge sarebbe prematura, ma lanciare la discussione potrebbe servire a correggere qualche forzatura e a creare condizioni migliori, persino approntando in qua e in là qualche isola di rappresentanza sindacale e partitica più rispondente alle esigenze di una cittadinanza enormemente (e, spesso, giustificatamente) insoddisfatta.

Pubblicato il 17 giugno 2015 su terzarepubblica.it

Il sistema politico italiano tra presente e futuro

Giovedì 18 giugno ore 17 Casa delle culture di Arezzo

Summer school di formazione politica per giovani dirigenti, amministratori e militanti democratici

Sarò anche presentato il libro

Cittadini senza scettro

Le riforme sbagliate

(Egea Università Bocconi Editore)

AREZZO

I tanti campanelli d’allarme

Il campanello d’allarme per il Partito Democratico e per il suo segretario, Matteo Renzi, se si occupa anche del suo partito, era già suonato due settimane fa. Il risultato delle elezioni regionali è stato, nel migliore dei casi, un pareggio quanto a regioni vinte, ma, più realisticamente, ha costituito una non trascurabile perdita di voti. Rapidamente sepolto sotto il tappeto di un’inutile direzione del partito quell’esito alquanto sgradevole, soprattutto in Liguria e In Veneto, il Presidente del Consiglio ha continuato nella sua martellante comunicazione sulle cose già fatte, spesso soltanto a metà, e sulle cose da fare, naturalmente, in fretta. Nel frattempo, cresceva in quantità e in rumore la drammatica evidenza del sistema di corruzione denominato “Mafia Capitale” caratterizzato dal coinvolgimento anche di non pochi e non marginali spezzoni del Partiti Democratico. Né è svanito, anzi, rimane ancora molto inquietante, il problema, tutto del Presidente del Consiglio, di come procedere nei confronti del governatore De Luca, con l’interpretazione prevalente della legge che sostiene una trafila fulminea dalla proclamazione dell’eletto alla sua sospensione. Infine, ha fatto la sua comparsa il caso di un Senatore del Nuovo Centro Destra, decisivo alleato di governo, per il quale la magistratura ha chiesto l’arresto.

Tutte le volte che gli elettori votano, anche nelle elezioni regionali e municipali, tengono inevitabilmente conto di una pluralità di fattori ovvero, meglio, quei fattori finiscono per influenzarne l’opzione di voto. I candidati contano, l’identità di partito sempre meno, le tematiche insorgenti un pochino di più. Pensare che a Venezia e ad Arezzo i candidati del Partito Democratico abbiano perso al ballottaggio perché gli elettori sono preoccupati dai migranti asserragliati alla Stazione Centrale di Milano, tenuti a bada a Roma Tiburtina, bloccati a Ventimiglia, mi pare davvero eccessivo. Magari, a Venezia, oltre ad un candidato non dotato di grande fascino personale, il Partito Democratico paga anche, in quanto partito di governo, lo scandalo del Mose che il vittorioso candidato di centro-destra, un outsider non precedentemente coinvolto in politica, non ha nessuna difficoltà a dribblare. Ad Arezzo, è plausibile che il candidato di Renzi e di Boschi non abbia fatto breccia in quell’elettorato di sinistra, non solo snobbato da dirigenti che guardano al centro, ma ritenuto insignificante, ininfluente, anche facile da incolpare per malanni che dipendono proprio dal centro (del Partito Democratico).

La vice-segretaria del PD, Debora Serracchiani ha seraficamente dichiarato: “dobbiamo rafforzare il partito sui territori”. E’ un’affermazione che apre una prateria di attività impegnative per un partito, ma soprattutto per i collaboratori di Renzi che hanno puntato tutto sul loro leader, il giovane capitano coraggioso che ha sfidato e sconfitto la ditta di quelli che “non hanno mai fatto nessuna riforma”. Diamo pure ragione a Serracchiani e aspettiamo questa impennata di attivismo dem per radicare il PD sui territori. Certo, una svolta di questo genere richiede non soltanto che il segretario-Presidente del Consiglio “cambi verso” alla sua strategia di personalizzazione estrema, ma accetti anche l’idea che un partito, quando diventa e vuole rimanere grande, magari non spingendosi fino a dirsi rappresentativo “della Nazione”, deve essere pluralista. Deve consentire il dissenso, soprattutto quando è fondato (già si parla di ritocchi all’Italicum) e argomentato, persino valorizzandolo. Altrimenti, i campanelli d’allarme si moltiplicheranno e il loro suono rischierà di non rendere più udibili gli slogan esageratamente ottimistici dell’uomo solo (anche perché abbandonati da elettori che se ne stanno a casa)al vertice più che effettivamente al comando.

Pubblicato AGL 16 giugno 2015

Alle 20 in diretta su WEB RADIO 5.9 ‪#‎Radio5punto9‬ ‪#‎Felix5punto9‬

i

 

Seguiteci qui radio5punto9.it

15/06/2015

Italicum e Riforme Costituzionali: i pro e i contro

Ne parliamo a Bologna martedì 16 giugno alle 21 al Circolo PD Galvani in via Orfeo, 24/B

Circolo PD Galvani

Brutte gatte da pelare

Come si fa a non apprezzare il timing, vale a dire, la eccezionale tempestività con la quale l’Autorità Anticorruzione rende note le sue numerose e incisive proposte di modifica alla Legge Severino? Verranno sottoposte queste utilissime proposte, una per una, al vaglio attento e competente del governo, delle Commissioni Giustizia di Camera e Senato e, immagino (e auspico) anche e soprattutto della Commissione Antimafia presieduta dall’on. Bindi? Serviranno a migliorare la legge Severino in particolare per quella che riguarda l’incandidabilità alle cariche pubbliche, l’ineleggibilità e i conflitti di interesse? Tutte quelle proposte riguardano tematiche molto spinose per la classe politica che, a livello nazionale, a livello regionale (“impresentabili” più De Luca), a livello comunale (attualmente svettante grazie al caso di Roma Mafia capitale) ha moltissime gatte da pelare e pochissima voglia di farlo.

L’impressione è, per utilizzare il politichese, utile a farsi capire dai politici e dai loro giornalisti di riferimento, che Raffaele Cantone sia entrato a gamba tesa nell’intricatissimo affaire De Luca che il Presidente del Consiglio non sa come risolvere e, forse, preferirebbe evitare. Consentirne l’insediamento alla Presidenza della Regione Campania? Dargli anche il tempo di designare la Giunta e, quel che più conta, di nominare il VicePresidente che lo sostituirà tenendogli caldo il posto fino al suo eventuale ritorno se riuscirà a liberarsi delle sue pendenze giudiziarie? Da qualsiasi parte le si guardi, le proposte di Cantone promettono di fare guadagnare un sacco di tempo a Renzi prima di essere obbligato a prendere una decisione definitiva su De Luca Presidente della Campania. Curiosamente, ergendosi in tutta la sua statura politica, lo stesso De Luca aveva quasi intimato al Parlamento di rivedere la legge Severino, proprio nei punti, a suo parere sbagliati, che lo riguardavano. Alcune delle proposte di Cantone, che non dimentichiamolo, aveva criticato l’azione della Presidente Bindi e i criteri rigidi, scherzosamente aggiungerei molto “severini”, da lei utilizzati per stigmatizzare gli “impresentabili” (due soli dei quali, quattordici, incidentalmente, sono stati eletti), sembrano fatte apposte per mettere in questione quanto fatto dalla Bindi, per rovesciarne l’impostazione, per cambiarne l’impatto.

In attesa di capire dove l’Autorità Anticorruzione voglia effettivamente andare a parare, almeno tre osservazioni debbono essere chiaramente formulate. La prima riguarda la necessità che si addivenga alla soluzione più rapida possibile del caso De Luca senza tenere in nessuna considerazione variabili intervenute dopo la sua elezione. Soltanto i populisti possono pensare che il voto, per di più di poche centinaia di migliaia di elettori, sani le pendenze giudiziarie. In qualsiasi democrazia nomale non è così. Secondo, la corruzione politica è la più grave malattia di un sistema politico poiché non soltanto premia i corrotti, ma inquina nelle loro fibre più profonde il mercato e la società. Qualsiasi cedimento su questo piano ha conseguenze devastanti e durature, come le cronache italiane rivelano ad abbondanza. Terzo, arriverà anche il tempo, sempre in politichese, nel quale bisognerà, ma a ragion veduta e con il sostegno dei dati, “fare il tagliando” alla legge Severino. Procedere adesso, in pendenza di un caso molto grave e delicato, appare più che sospetto. Sembra un doppio favore: a Renzi che si leva un peso politico, a De Luca che dimostra quanto grande è il suo peso politico. Meglio seguire, anche con la fretta con la quale dice sempre di voler operare il Presidente del Consiglio, due strade e due procedure chiaramente differenziate. Non sarà la confusione a sconfiggere la corruzione.

Pubblicato AGL 11 giugno 2015

Save the date 14 giugno 2015 LA DEMOCRAZIA DISCUSSA

Banner_600x400

Salone dei Duecento – Palazzo Vecchio, Piazza della Signoria

ore 17,00 – 18,30

LA DEMOCRAZIA DISCUSSA

Interverranno:
Michele Ainis, Professore Università degli Studi di Roma Tre
Massimo Cacciari, Professore Università Vita-Salute San Raffaele di Milano
Gianfranco Pasquino, Professore Emerito di Scienza Politica Bologna

Modera: Alessandra Sardoni, Giornalista LA7

Banner_300x300

I corpi sociali nel disegno istituzionale #RipensarelaSinistra

Bologna 8 giugno ore 10-18

Via Mentana 2 (sede della Fond Gramsci ER)

Relazione introduttiva

Disegno istituzionale e corpi intermedi

di Gianfranco Pasquino

Ripensare

clicca sull’immagine per espanderla

 

Convegno di riflessione politica organizzato da Fondazione Gramsci Emilia-Romagna e Ripensare la cultura politica della Sinistra

La ragione dell’Incontro è una sostanziale diffidenza verso una concezione della politica che afferma una “società liquida”, che (proponendo un rapporto diretto tra cittadini e governo) rischia di appiattire tutte le articolazioni e aggregazioni partecipative della società e ridurle a attività di interesse esclusivamente privato. Il centro di riflessione é l’architettura istituzionale desiderabile per valorizzare, accogliere e stimolare la partecipazione e il ruolo delle aggregazioni intermedie. Il che non esclude affatto una valutazione di ciò che é a queste richiesto per legittimare un ruolo istituzionale, esprimere una domanda sociale, essere in grado di convogliarla e renderla componibile con esigenze altrui e con l’interesse generale.” (dal sito di “Ripensare la cultura politica della sinistra”)