Chi vuol essere giudice costituzionale?
“Sono almeno una decina le persone che aspirano alla nomina alla Corte, almeno quelle a mia conoscenza. C’è chi vuol mettersi al servizio del paese. Chi non sta bene nel posto che occupa. Chi vuol prolungare l’attività lavorativa con il novennio alla Corte. Chi pensa di occupare una posizione ai piani alti. Chi sopravvaluta l’attività della Corte. Perché tante persone, specialmente professori universitari, hanno così scarsa vocazione per la ricerca e l’insegnamento?” (p. 227). Questa è la fotografia scattata da Cassese nel settembre 2013, Sono sempre molti gli aspiranti alla carica di giudice costituzionale. Alcuni, sia i cinque aspiranti alla nomina presidenziale sia i cinque che pensano di potere essere eletti dal parlamento si preparano per tempo. Si agitano con modalità di vario tipo che, naturalmente, includono la presenza sui quotidiani, meglio come editorialisti, ma anche con dichiarazioni del più vario genere, e il sostegno alla linea e soprattutto ai dirigenti dei partiti designatori. Grandi manovre sono già in corso da qualche tempo (mentre scrivo, fine maggio 2015), soprattutto dopo che il Presidente del Consiglio Matteo Renzi ha fatto filtrare, senza smentite, che intende nominare un “fedelissimo”, magari uno di coloro che hanno sostenuto, pancia a terra, in udienze parlamentari, in dichiarazioni varie, in articoletti, persino con molti tweet, il suo amato Italicum. Certo disporre di un giudice costituzionale pregiudizialmente favorevole all’Italicum sarebbe un vantaggio non da poco se e quando il testo venisse sottoposto alla Corte per le sue troppe similarità allo smantellato, dalla Corte, Porcellum oppure se qualcuno ne chiedesse un referendum abrogativo, totale o parziale. Infatti, come rileva il giudice emerito Sabino Cassese, sulle leggi elettorali, sia sul Porcellum sia sulla eventuale reviviscenza del Mattarellum (“la Corte non ha avuto coraggio e si è fermata a metà”, p. 233 e, comunque, “per riformare la legge elettorale, la Corte non è il medico giusto”, p. 173) in seguito ad un referendum, la Corte ha manifestato notevoli incertezze e la sua giurisprudenza appare tutto meno che salda e consolidata.
Ho già toccato due elementi sui quali le considerazioni, i ricordi, meglio gli appunti del giudice Cassese sono interessantissimi e creano una molteplicità di curiosità: “chi ha detto che cosa, perché, con quali preoccupazioni e quali obiettivi?”. La maggior parte di queste curiosità sono destinate a rimanere deliberatamente insoddisfatte poiché Cassese ha preferito non fare nessun nome. Questo è davvero un diario personale, ma su molte “cose”, Cassese non è affatto riluttante e riservato. Anzi, è spesso abrasivo. Dal suo diario è possibile imparare molto, più che sulle sentenze e la loro sostanza, sulla struttura della Corte, sul suo funzionamento, sulle sue procedure e sui moltissimi aspetti che Cassese ritiene da cambiare il prima possibile, ma che, appare evidente, difficilmente cambieranno.
Nel corso del mandato di Cassese (2005-2014), la settimana lavorativa alla Corte Costituzionale italiana è andata progressivamente riducendosi: dal lunedì al venerdì è diventata dal lunedì al mercoledì. Non si sono, invece, ridotte né le spese di funzionamento della Corte né i compensi che i giudici hanno protetto da par loro nei confronti di qualsiasi taglio ad opera del Parlamento e a favore della finanza pubblica. Ad esempio, Cassese cita con parole di rimprovero il fatto che quasi tutti i giudici godano di una indennità comparativamente alquanto elevata che cumulano con una pensione da “servitori dello Stato”: ex-magistrati, ex-professori universitari, ex-parlamentari. Inoltre, molto denaro viene speso per gli assistenti dei giudici costituzionali. Non è chiaro come e da chi gli assistenti sono (stati) reclutati. Spesso si tratta di magistrati: 109 su 140 nei sessanta anni di vita della Corte. “Molti hanno fatto alla Corte costituzionale una vera e propria carriera parallela, con doppio stipendio. 28 dei 109 sono rimasti al Palazzo della Consulta più di nove anni, anzi 7 sono rimasti più di vent’anni, con punte di ventisette anni” (p. 197). La loro lunga durata appare poco giustificabile agli occhi di Cassese che ritiene gli assistenti complessivamente di bassa qualità. Per quel non molto (ma abbastanza) che so della Corte Suprema degli USA, i giudici possono contare sulla qualità degli assistenti qualche volta “ereditati”, qualche volta da loro stessi selezionati. Non sono affatto rari i casi di assistenti che hanno poi fatto splendide carriere nell’accademia e nella magistratura.
Cassese fa spesso riferimenti ad altre Corti costituzionali e al Conseil constitutionnel francese, ma soprattutto alla Corte suprema USA sulla quale disponiamo di molto materiale di ottima qualità: memorie dei giudici, loro biografie, saggi, indagini giornalistiche, ricerche anche di scienza politica e, last but not least, le sentenze firmate. Come è noto, negli USA, persino i giudici che contribuiscono alla approvazione delle sentenze della maggioranza hanno la facoltà di chiarire la loro posizione con quella che è definita concurring opinion. Molto opportunamente Cassese fa notare che la traduzione corretta deve essere non opinione, ma parere. Ed è proprio al parere in dissenso, dissenting opinion, che Cassese dedica ripetutamente la sua attenzione. Complessivamente, mi sembra che non ne auspichi l’introduzione nelle procedure decisionali della Corte italiana. Infatti, afferma recisamente che la dissenting opinion “ha il grande svantaggio di consentire di individuare l’opinione di questo e di quello, e di etichettarlo” (p. 79. Negli USA, però, dove il Presidente che nomina praticamente già appone la sua “etichetta”, i giudici che firmano dissenting opinions possono in questo modo affermare la supremazia della loro conoscenza e interpretazione della Costituzione sull’origine della loro nomina. Più rivelatrice è una sua apposita “Lezione sulla cosiddetta ‘opinione dissenziente'” collocata in appendice. Cassese affida conclusione della sua argomentazione alla citazione di una lunga frase di Georges Vedel, da lui lodato come “uno dei grandi maestri del diritto costituzionale francese. E’ una stroncatura dell’opinione dissenziente, e non solo: “a coloro che vogliano danneggiare gravemente il Conseil constitutionnel offro due ricette infallibili: la prima è quella di affidare alla Corte stessa l’elezione del suo presidente, l’altra è quella di ammettere l’opinione dissenziente, questa sarebbe ancora più efficace della prima” (p. 285). In via di principio, ma anche fortemente influenzato dall’esperienza della Corte Suprema nella quale spesso le dissenting opinions, scritte sotto forma di brevi trattarti di altissima cultura giuridica e politica,hanno avuto il merito di consentire la costruzione di una giurisprudenza alternativa e migliore, personalmente riterrei utili i pareri dissenzienti. Credo che avrebbero una duplice funzione positiva. Aprirebbero la strada al miglioramento delle sentenze e, anche alla luce di quanto Cassese scrive, obbligherebbero i giudici a studiare di più e a prepararsi meglio.
Nei suoi nove anni alla Corte, Cassese non deve essersi fatto molti amici. I suoi giudizi sui “compagni di viaggio” non sono mai lusinghieri; anzi, sono per lo più molto critici, persino, e questo aggettivo non è una esagerazione, devastanti. La citazione di quelli che Cassese chiama weberianamente “tipi ideali” merita di essere lunghetta: “–conosce due argomenti e su quelli interviene regolarmente. Il resto non gli interessa. … –Si appisola durante le udienze. Buon uomo, studia poco, fa proposte, ma è pronto ad accettare l’altrui punto di vista. E’ ferrato su un solo argomento. … –Di poche parole, coglie i problemi, se la cava sempre con poco, ma ciò che è peculiare di una Corte costituzionale gli sfugge. … –Ha preso la sua nomina alla Corte come l’attribuzione di una onorificenza. Non si prepara, i suoi assistenti mandano in giro appunti sciatti, non interviene. E, in più, ha un pessimo carattere e risponde piccato a ogni piccola osservazione o domanda. … –Pontifica, ma studia poco, quasi solo le sue questioni. … –Ha passione per una o due materie, e su quelle si impunta. E’ capace di ingaggiare battaglie infinite che sfiancano la Corte. … –Attento e preparato, ma non ha capito quale sia il ruolo della Corte costituzionale. … –Ha un alto concetto di se stesso, che manifesta spesso con voce adirata e solenne, anche se pretende di avere humour. Legge quello che gli preparano” (pp. 235-237). Ho cercato di indovinare quali ritrattino riguardino Sergio Mattarella, che fu compagno di viaggio dall’ottobre 2011 al gennaio 2015 e di Giuliano Amato, eletto nel settembre 2013. Forse è Mattarella la “mente fine, ottima preparazione, molto buon senso, ma tendenza a dar ragione al legislatore, nel tentativo di lasciare le cose come stanno”. Quanto ad Amato, non avrei dubbi: “la miglior mente della Corte, colto, sottile, analitico, ascoltato. Le sue esperienze precedenti gli fanno spesso superare il limite fra argomenti forti e ragionamenti avvocateschi”, ma proprio non lo conosco e non riesco ad immaginarmelo, come conclude Cassese, “infiammabile”.
Mi sono limitato a citare questi nove sintetici profili, ma Cassese ne ha tracciati più del doppio. Non ho visto aggettivi femminili e mi chiedo se le donne giudici siano davvero immuni dai difetti che Cassese rileva negli altri. Riassumendo direi che Cassese avrebbe desiderato compagni di viaggio dotati di tre caratteristiche ovvero, almeno disponibili ad impegnarsi per acquisirle: primo, studiare e imparare per operare a tutto campo; secondo, non subordinare la Corte né ai potenti in politica ovvero alla politica dei potenti né al Parlamento; terzo, sapere combinare cultura, non soltanto giuridica, con rigore analitico ed espositivo. Dopodiché, non riesco a resistere alla tentazione, provocatami dall’autore, di chiedermi che cosa avrebbero scritto di Cassese i suoi compagni di viaggio se avessero avuto voglia di lavorare un po’ di più. Forse: “grande lavoratore, ma spesso in giro per convegni e occasioni di vario genere in Italia e all’estero; eccessivamente meticoloso al limite dell’azzeccagarbugli anche se preparatissimo; un po’ spocchioso, troppo sicuro di sé, talvolta arrogante, convinto, a torto, di potere cambiare l’andazzo”. Certamente, Cassese non è riuscito a cambiare l'”andazzo” né nel modo di lavorare della Corte (si veda il documento a uso interno datato 2008: “Sul funzionamento della Corte costituzionale”) né quanto alle modalità di selezione del Presidente della Corte.
Da tempo, con pochissime eccezioni, abituati a eleggere Presidente il loro collega più vicino alla scadenza, i giudici costituzionali hanno perseverato in questa pratica, che consente uno scatto di indennità e una pensione più elevata, oltre, naturalmente, al prestigio per tutta la vita di Presidente Emerito. E’ una prassi frequentissima (sei presidenti già nei primi sette anni di Cassese alla Corte) che ha incontrato severe e ripetute obiezioni anche di funzionalità da parte sua: “un organo costituzionale non può cambiare presidente ogni pochi mesi” (p. 208) e “è un presidente vero chi sia eletto e resti in carica sei mesi o meno?” (p. 225). Con ammirevole coerenza, quando era oramai arrivato il suo turno per anzianità di servizio e vicinanza alla scadenza, Cassese si è chiamato fuori dalla corsa spiegando le sue ragioni in una lettera che riporta nel diario. Imperterriti i giudici hanno eletto chi, Giuseppe Tesauro, sarebbe rimasto in carica per circa tre mesi, dal 30 luglio al 9 novembre 2014. Presiedette una sola Camera di Consiglio e certamente non sarebbe stato in grado di garantire nessuna continuità di indirizzo né proporre cambiamenti al modo di lavorare, ma ha dovuto passare rapidamente la carica al più anziano dei potenziali successori. Come si dice? I giudici costituzionali non si fanno mancare niente.
I nove anni alla Corte costituzionale sono sicuramente stati un’esperienza interessante, ma altrettanto sicuramente, dal diario di Cassese, appare che debbono essere stati anche molto frustranti. “Non c’è dubbio che il lavoro della Corte consista in un grande esercizio di logica e di retorica, la prima usata per analizzare e capire, la seconda per convincere. La Corte è, invece, la prigione della fantasia e dell’intuizione, in cui pure consiste il lavoro scientifico” (p. 132). Per sua grande fortuna e virtù, nei suoi nove anni Casese ha saputo fare moltissime altre cose poiché aveva la capacità, il prestigio, le conoscenze (non soltanto di persone e di tematiche, ma anche linguistiche), la voglia di confrontarsi con altri giudici, altri professori, altre Corti. Cassese cita, sempre con compiacimento, la sua partecipazione a seminari internazionali, soprattutto a quello annuale, molto importante, di Yale, ma anche alla Columbia University, in Francia, in Gran Bretagna, in Germania. Affiora in qua e in là anche un po’ di nostalgia per la perduta attività accademica: lezioni, seminari, incontri con studenti, mentoring.
Non so come reagiranno i giudici ex-colleghi di Cassese al suo pungentissimo diario. I meno capaci, che sembrerebbero la maggioranza, passeranno oltre. Sarebbe molto utile, un vero servizio alle nostre conoscenze sulla Corte e sui suoi rapporti con le altre istituzioni, che i pochi giudici capaci decidessero di confrontarsi almeno con le tesi di Cassese sulla necessità di riformare il lavoro della Corte, di ridefinire i suoi interventi, di segnare i confini con il Parlamento e il governo. Una cosa so, per certo. Nella Corte è arrivato un giudice dotato di tutte le qualità di Cassese, come conoscitore della Costituzione, come capacità di lavoro, come prestigio e rapporti internazionali, e di molto maggiore esperienza politica. Attendo per tempo debito, senza fretta, ma con enorme curiosità, il suo diario.
Sabino CASSESE, Dentro la Corte. Diario di un giudice costituzionale, Bologna, Il Mulino, 2016, pp. 319 Euro 22,00
Pubblicato su Paradoxa, ANNO IX – Numero 2 – Aprile/Giugno 2015
Una letale spirale di sfiducia
Una volta avuta la prova che quella di Tsipras in un referendum che non avrebbe mai dovuto indire (altro che prova di democrazia) è stata una vittoria di Pirro, le diciotto democrazie dell’Eurozona hanno concesso al Primo ministro greco una nuova possibilità. Cancellando, alla faccia del “popolo” greco, ovvero di quel terzo che aveva votato “No” alle condizioni del negoziato, i suoi impegni, Tsipras è stato obbligato a fare nuove proposte. In sostanza, ha guadagnato, o perduto, a seconda dei punti di vista (il secondo mi pare più convincente), tempo. Crescono i problemi in Grecia, le banche rimangono chiuse, i debiti accumulano altri interessi. Tuttavia, la proposta greca, non più appesantita dall’ingombrante figura di Varoufakis, va, almeno nelle riforme interne che Tsipras tardivamente promette, nella direzione giusta. Anzi, si pone nel solco dei sacrifici già fatti, con lacrime e sangue, ma anche con successo, da Irlanda, Portogallo, Spagna.
Purtroppo, per Tsipras, per la Grecia e, ahinoi, per tutti paesi dell’Eurozona, ha fatto la sua inevitabile comparsa un altro fattore, finora solo strisciante: la fiducia. Nelle democrazie, come sono tutti i sistemi politici dell’Unione Europea (anche se il capo del governo ungherese Orbàn fa del suo peggio in materia), contano le opinioni pubbliche. I politici più avvertiti tengono grande conto delle loro opinioni pubbliche. Non le insultano; non le ingannano. Se sono capi di organizzazioni partitiche vere, radicate, come si dice nell’italiano politichese, “nel territorio” hanno antenne sensibili che riportano quanto si sente, quanto si muove, quanto si preferisce. Non soltanto i tedeschi, ma molti capi di governo hanno ricevuto dalle loro opinioni pubbliche un’informazione sgradevole, ma, sicuramente, degna di attenzione.
La maggioranza degli europei non si fidano dei greci. Pensa che fanno promesse che non manterranno. Non li ritengono credibili neppure, come scrisse Virgilio nell’Eneide, quando “portano doni”. E Tsipras non ha proprio nessun dono da portare. Al contrario, vorrebbe esenzioni, proroghe, addirittura regali. Per di più con le sue dichiarazioni, da ultimo, con il suo discorso al Parlamento Europeo, ha cercato, in maniera davvero troppo orgogliosa, di scaricare buona parte della responsabilità delle condizioni del suo sventurato paese sulle spalle dei creditori, definendoli “terroristi”, delle banche e dei banchieri e, indirettamente, dei paesi più solidi dell’Unione Europea, di quelli che rispettano le regole e pretendono che tutti lo facciano. Soltanto coloro che rispettano le regole sono poi legittimati a chiedere che siano cambiate, magari spostando le politiche comuni dall’austerità alla crescita.
Se, come sembra, il negoziato all’Eurogruppo scivola dai numeri, dalle riforme, dalle promesse alla fiducia, allora un suo esito positivo appare sempre più difficile, molto improbabile. Non è chiaro se la Germania, non priva di sostenitori fra gli altri stati, desidera davvero escludere la Grecia dall’Eurozona, dandole cinque anni nei quali rimettere in sesto le sue finanze, con una sua moneta e con il pieno controllo della sua economia –per quanto “piena” possa essere l’autonomia economica di un paese piccolo e molto impoverito. Quello che, invece, è lampante è che la mancanza di fiducia reciproca distrugge qualsiasi possibilità di tenere insieme un progetto, quello dell’unificazione europea, nato proprio intorno alla volontà di sei, dieci, quindici, infine ventotto paesi, di credersi parte di uno stesso mondo. Come l’Eurogruppo riesca a uscire dalla spirale letale della mancanza di fiducia è impossibile prevederlo.
Pubblicato AGL il 12 luglio 2015
I numeri della Grecia e Beckett
Compulsando i dati di quella che è stata definita con tanta retorica “la vittoria del popolo greco”, qualcuno dovrebbe, anzitutto, chiedersi se i “sì” sono stati espressi dai turisti euro settentrionali oppure da un’altra parte consistente dello stesso popolo. I numeri contano. Eccoli: elettori 9.858. 508. Votanti 6.161.140. Voti NO 3.558.450. Percentuale del “No” sugli aventi diritto circa 36 o poco più: un “mandato” espresso dall’incirca un quarto degli elettori greci. Un mandato a dire “no” a proposte che, nei negoziati erano già state superate. Varoufakis se ne va in moto e, come se il Ministro dell’Economia da lui nominato avesse applicato una sua politica personale, Tsipras riprende a negoziare da dove aveva lasciato. Peggio, poiché la situazione greca si è inevitabilmente deteriorata. Applausi dalle “sinistre” sinistre europee, ma anche dalle destre, strange bedfellows, bizzarre compagne di letto, direbbero gli anglosassoni, che se ne intendono. Tsipras viene lodato come colui che, se vincesse, farebbe saltare il banco dei banchieri e dei tecnocrati, se non fosse che sia il Consiglio Europeo, formato da capi di stato che hanno vinto le elezioni nei rispettivi paesi, i quali non sono né più né meno legittimati di Tsipras, ma diciotto contro uno, sia la Commissione Europea, nominata da quei capi di governo, incluso il greco, pensano che gli impegni presi vanno onorati, anche per rispetto ai paesi che li hanno tradotti in politiche sgradevoli, ma in definitiva utili. Infine, smentendo in pratica tutte le critiche ai tecnocrati senza cuore, soltanto gli interventi del più importante dei tecnocrati, Mario Draghi, hanno finora tenuto a galla quel che rimane dell’irriformata economia greca. Ma, anche per il banchiere centrale c’è un limite oltre il quale, in assenza di misure serie, non può andare.
Esaltato dagli applausi delle sinistre e delle destre nazional-populiste e dai commenti lacrimevoli di fin troppi giornalisti, Tsipras ha provato a ricominciare da dove aveva lasciato. Anzi, ha creduto che il suo nuovo inizio fosse rafforzato dal voto. Invece, quel voto “NO” prova soltanto che la maggioranza dei greci non ha capito che fuori dall’Euro nessuna moneta nazionale li salverà da un ulteriore peggioramento delle loro condizioni di vita dalle quali non uscirà senza l’aiuto dell’Unione Europea e senza una guida responsabile che non scarichi le sue inadempienze proprio sui suoi concittadini (e su ripetute svalutazioni).
L’ultimo, almeno momentaneamente, inganno è probabilmente il più grave e il più fuorviante di tutti. Tsipras non sta affatto negoziando per imporre all’Unione Europea oppure all’Eurozona una politica di crescita e di espansione contro la politica di rigore e di austerity, alternative che, incidentalmente, non contrappongono verticalmente il Nord contro il Sud dell’Europa. Né lui né Varoufakis (né i loro affannati sostenitori al souvlaki) hanno mai argomentato nulla di tutto questo. Tsipras negozia soltanto per ottenere eccezioni, rinvii, proroghe, altri fondi senza offrire nulla in cambio. Di nuovo, ricorrendo all’inglese, more of the same, la stessa minestra malamente riscaldata. Naturalmente, questo non significa che la politica economica dell’Unione non debba essere cambiata, anche presto, anche a fondo. Non significa neppure che si debba lasciare andare a fondo la Grecia, i cui governanti, peraltro, Tsipras compreso, se lo meritano. Significa, invece, che le regole prima si rispettano, poi si cambiano convincendo i governanti democraticamente eletti che esistono regole migliori e più efficaci. Molto rabbuiato, l’irlandese Samuel Beckett ha comunicato al Ministero della Cultura greco che, se può servire a qualcosa, è disposto a cambiare titolo alla sua immortale pièce: En attendant Tsipras.
Pubblicato su Terzarepubblica.it
Vídeo de la intervención Populismo e Instituciones Campus FAES 2015
Guadarrama, Madrid, 2 de julio 2015
Populismo e Instituciones
Vídeo de la intervención del profesor emérito de Ciencia Política de la Universidad de Bolonia, Gianfranco Pasquino, dentro del curso de Política del Campus FAES 2015 (duodécima edición )
FAES Fundación para el Análisis y los Estudios Sociales
Populismo e Instituciones. Campus FAES 2015 #Madrid
Jueves, 2 de julio a las 12.00 horas
Populismo e Instituciones
Gianfranco Pasquino, profesor Emérito de Ciencia Política, Universidad de Bolonia
LOCALIZACIÓN: El Campus tendrá lugar en Guadarrama, Madrid.
Centro de Congresos Fray Luis de León, Paseo de la Alameda 39, 28440 Guadarrama
Hoy lunes 29 a las 10:30 h da comienzo la XII edición del Campus FAES. Puede seguir en directo el acto inaugural, así como el resto de intervenciones, a través de nuestra web.
Una svolta possibile
Circola sotto i portici, si affaccia nelle piazze, viene sussurrata nelle strade della città (quando i passanti non sono troppo depressi dagli orrendi graffiti che imbrattano tutti i muri) una grande novità. Nel Partito Democratico cresce la convinzione che, però, non è ancora maggioritaria, che, per scegliere il sindaco, questa volta sarebbe opportuno non fare casini. In tutte le occasioni dal 1999, tranne che per le primarie molto sotto tono, ma anche segnate, troppi hanno deciso di dimenticarlo, da più che deplorevoli affermazioni e comportamenti nei confronti di Maurizio Cevenini, che hanno condotto alla candidatura di Merola, il Partito della Città è riuscito a combinarne di tutti colori. E non ha imparato un bel niente. Adesso, forse qualche segnale piuttosto efficace che è venuto dai ballottaggi di Arezzo e di Venezia, forse l’incombere di pasticci grossi a Roma, forse la determinazione di Merola, magari talvolta sopra le righe, e, comunque, la sua ferma intenzione di non sgombrare il campo, confortato dal sondaggio in corso, forse lo scarso coraggio mostrato dai potenziali sfidanti, fanno pensare che i dirigenti abbiano deciso, con il collo più o meno obtorto, di assecondare le preferenze di Merola. Questo non significa né che, da un lato, le prestazioni del sindaco siano giudicate eccellenti (come dovrebbe essere in una città che continua ad avere un’alta autostima), né che, dall’altro, non ci saranno inconvenienti da affrontare e ostacoli da superare di qui alla primavera del 2016.
Il mantra, non soltanto dei Democratici, continua a essere quello di guardare ai programmi e non alle persone. In questo caso, però, la persona, ovvero il sindaco in carica, è, in un senso molto preciso, anche il programma. Non ha fatto granché, ma ha iniziato progetti sostiene, diventato “buonista”, Fabio Roversi Monaco. Ha portato a compimento le piste ciclabili, afferma deciso Filippo Taddei, il potente consigliere economico di Renzi. Per fortuna non aggiunge che queste nuove piste, che i pedoni preferiscono ai marciapiedi dissestati, ci sono invidiate da tutta l’Europa. Altre testimonianze verranno. Mancano due cose per rafforzare la posizione di Merola: primo, una valutazione “serena” (ahi ahi ahi) di quello che è stato fatto con numeri precisi e convincenti; secondo, non si vede nessun progetto per il futuro.
Merola non sa, non vuole dire, non ha elaborato un’idea di città per i prossimi cinque anni. Anche se, naturalmente, un progetto di trasformazione e di rilancio non può uscire unicamente dalla sua testa, bisognerebbe che cominciasse a pensarci adesso, evitando cose spettacolari come gli Stati Generali o le passerelle di “esperti”, tutto dejà vu e poco piaciuto, e ricercando modalità innovative. Tuttavia, l’impulso e il canovaccio debbono essere farina del suo sacco. Non dovendo difendersi da subdoli attacchi, Merola ha almeno tutta l’estate per dedicarsi a questo compito e per dimostrare che, sì, questa volta, evitati i casini, faranno la loro comparsa molte proposte buone e applicabili.
Pubblicato il 25 giugno 2015








