La Repubblica di Sartori

l'Unità

Di molti studiosi è stato detto che hanno scritto e riscritto un unico libro per tutta la loro vita. Non è certamente questo il caso di Giovanni Sartori. Nel corso della sua lunga e prestigiosa carriera di scienziato della politica di fama internazionale, Sartori ha scritto, oltre a numerosi importantissimi e citatissimi articoli, ad esempio, nella “American Political Science Review”, tre libri che rimangono pietre miliari. Il primo in ordine di tempo è stato Democrazia e definizioni (1957).

Variamente e approfonditamente argomentata, arricchita e aggiornata, la teoria della democrazia di Sartori è imprescindibile per qualsiasi comprensione di quello che le democrazie realmente esistenti sono, di come funzionano e come possono trasformarsi. A confronto con il pensiero di Sartori, tutte le tesi che sostengono la crisi delle democrazie, variamente aggettivate (da popolari a guidate, da partecipative a deliberative), impallidiscono e retrocedono. Da oramai quasi quarant’anni nessuno degli studiosi dei partiti e dei sistemi di partito può fare a meno di riflettere sull’insuperata analisi (mai tradotta in italiano) contenuta in Parties and party systems (Cambridge University Press 1976). Una delle lezioni più importanti di questo libro è che la evoluzione dei rapporti fra i partiti e la loro competizione producono effetti sempre molto significativi sia a monte, sugli elettori, sia a valle, sulla formazione e sulla dinamica dei governi. Infine, Ingegneria costituzionale comparata (ed. inglese 1994; sei edizioni italiane presso il Mulino, la più recente 2013) contiene quella che chiamerò la “filosofia politica” di Sartori.

Scherzosamente interpreto “ingegneria” come l’arte di ingegnarsi a cambiare le Costituzioni, vale a dire, le regole, le procedure, i meccanismi e le istituzioni, conoscendo, comparando e tenendo in grande conto le modalità di strutturazione e di funzionamento dei sistemi politici contemporanei. Sartori ha sempre pensato che la scienza politica abbia il compito di produrre sapere applicabile, concretamente utilizzabile. Le conoscenze che la scienza politica acquisisce e produce servono, a determinate condizioni, a riformare meccanismi, a cominciare dai sistemi elettorali, e strutture, in particolare dei governi e dei parlamenti. Negli editoriali del “Corriere della Sera” Sartori ha costantemente contrastato con durezza le cattive riforme, elettorali e istituzionali, proposte e attuate negli ultimi vent’anni, regolarmente accennando a soluzioni comparativamente preferibili e migliori.

Soltanto una visione sistemica delle riforme, non parcellizzate, non a spezzatino, ma ciascuna messa in collegamento con le altre, consente di costruire quella che, in un fascicolo della rivista “Paradoxa” dedicatogli in occasione del suo 90esimo compleanno, può essere a giusto titolo definita La Repubblica di Sartori. C’è molto da imparare, ma gli insegnamenti, ancorché opportunamente esigenti, sono tutti chiari e precisi, recepibili da riformatori intelligenti. Sono anche insegnamenti interessanti e, quel che più conta, suscettibili di efficace applicabilità. Che sia venuta l’ora di smentire l’antico detto “nemo propheta in patria”?

La Repubblica di Sartori sarà presentata e discussa da Giuliano Amato, Franco Bassanini e Massimo D’Alema alla sala Egea dell’Enciclopedia Italiana martedì 13 maggio alle ore 17.30.

Pubblicato domenica 11 maggio 2014

 

 

90esimo compleanno di Giovanni Sartori

giovanni-sartori

testo

 

La tavola rotonda “90esimo compleanno di Giovanni Sartori” si terrà a Roma  martedì 13 maggio alle ore 17.30 presso l’Istituto della Enciclopedia Italiana – Palazzo Mattei di Paganica, Sala Igea- in Piazza della Enciclopedia Italiana, 4. Sarà presentato il  fascicolo di ParadoXa 1/2014  La Repubblica di Sartori

Presiede Gianfranco Pasquino

Ne discutono Giuliano Amato, Franco Bassanini e Massimo D’Alema

Per adesioni rivolgersi a
Fondazione internazionale Nova Spes
Tel. / Fax 0668307900

 

Come si costruisce, come si mantiene e come si trasforma una buona Repubblica? Gli articoli del fascicolo di «Paradoxa» 1/2014, La Repubblica di Sartori, esplorano le caratteristiche che ha la Repubblica, non ideale, non utopistica, ma reale, quella che è effettivamente possibile costruire e fare funzionare in termini di istituzioni, di meccanismi, di procedimenti e di relazioni, secondo Sartori.

Gianfranco Pasquino

90esimo Sartori

 

 

La Repubblica di Sartori

 

 

EditorialeUn dono molti debiti Laura Paoletti

Introduzione
Costruire la Repubblica
Gianfranco Pasquino

Contributi
L’ingegneria politica per una buona
Repubblica
Marco Valbruzzi
Imperfezioni della democrazia Sofia Ventura
La fragile democrazia repubblicana Luciano Pellicani
Quanto contano i partiti Oreste Massari
L’importanza delle leggi elettorali Domenico Fisichella
Coscienza, competenza e responsabilità
nella repubblica parlamentare
Gianfranco Pasquino
Sartori 2.0: La cyber-repubblica Mauro Calise
Conflitto di interessi e manipolazione del consenso: pericoli per la democrazia rappresentativa Stefano Passigli
Il Premio Berlin a Sartori /1Fatti, valori e democrazia Francesco Battegazzorre

Il Premio Berlin a Sartori /2
La lezione democratica
Giampiero Cama

Presentazione a Roma de “La Repubblica di Sartori”- ParadoXa 1/2014

venerdì 9 maggio 2014 alle ore 15.00 nella sede dell’Accademia Nazionale dei Lincei Palazzo Corsini – Sala delle scienze morali – in via della Lungara 10, Gianfranco Pasquino presenterà il fascicolo 1/2014 di ParadoXa dedicato a “La Repubblica di Sartori” di cui è curatore

9 maggio

 

Come si costruisce, come si mantiene e come si trasforma una buona Repubblica?
Gli articoli del fascicolo di «Paradoxa» 1/2014, La Repubblica di Sartori, esplorano le caratteristiche che ha la Repubblica, non ideale, non utopistica, ma reale, quella che è effettivamente possibile costruire e fare funzionare in termini di istituzioni, di meccanismi, di procedimenti e di relazioni, secondo Sartori.
Gianfranco Pasquino

La Repubblica di Sartori

Indice

 

Per adesioni rivolgersi a
Fondazione internazionale Nova Spes
Tel. / Fax 0668307900

 

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Rai news 24

Domani, mercoledì 7 maggio dalle 10.15 alle 11, sarò ospite della trasmissione Di mattina condotta da Roberto Vicaretti.

Rai News24 è visibile sul Canale 48 e live sul sito Rai News Qui

Albert Hirschman scienziato sociale

lincei 1

A C C A D E M I A   N A Z I O N A L E   D E I   L I N C E I
CLASSE  DI  SCIENZE  MORALI,  STORICHE  E  FILOLOGICHE

IN  COLLABORAZIONE  CON  L’ASSOCIAZIONE  ECONOMIA  CIVILE

Convegno

ALBERT  HIRSCHMAN  SCIENZIATO  SOCIALE

MARTEDÌ 6 MAGGIO 2014

PROGRAMMA – INVITO

ore 16.00 Saluto del Presidente della Classe Alberto QUADRIO CURZIO

Introduce e coordina Alessandro RONCAGLIA

Amartya SEN, Albert Hirschman as economist

INTERVALLO

Gianfranco PASQUINO, Albert Hirschman politologo

Carlo TRIGILIA, Albert Hirschman sociologo

Discussione generale e conclusioni

COMITATO ORDINATORE
ARNALDO BAGNASCO, MARCELLA CORSI, ALBERTO QUADRIO CURZIO, ALESSANDRO RONCAGLIA

ROMA – PALAZZO CORSINI – VIA DELLA LUNGARA, 10

Lincei

A Roma con Peppone

Corriere di Bologna

 

In una memorabile scena del film “Don Camillo e l’onorevole Peppone”, alla stazione di Brescello, Don Camillo, con un sorriso che non nasconde l’affetto, saluta Peppone, a metà fra il preoccupato e il già nostalgico, che va a Roma a fare il deputato “in un’aula grande e triste”. Don Camillo afferma sferzante che con la sua elezione Peppone non ha guadagnato un bel niente. Persa la carica di sindaco, è diventato “un anonimo, una pallina da buttare nell’urna”. Anche se è difficilissimo immaginare i dettagli e valutare le loro condizioni di lavoro, se passa la riforma del Senato voluta da Renzi (ma in via di ridefinizione), vi saranno alcuni sindaci emiliano-romagnoli che andranno a Roma senza perdere la loro carica. Quanto alla caduta nell’anonimato, parecchio dipenderà da loro, molto dai compiti che saranno attribuiti al nuovo Senato e dalle opportunità di fare valere le loro conoscenze e la rappresentanza del loro campanile e, più in generale, delle autonomie territoriali.

E’già possibile affermare che per la sua composizione mista e per la limitatezza dei compiti il Senato prossimo venturo non sarà un luogo prestigioso. Ad accrescerne il prestigio non basteranno i ventuno senatori di nomina presidenziale, scelti fra uomini e donne di cultura che, quand’anche alta e indiscutibile, non supplirà alla loro probabile incompetenza politica, giuridica, costituzionale. Per di più i Presidenti che non vorranno alterare la composizione politica della nuova assemblea saranno costretti ad applicare criteri non dissimili da una lottizzazione partitica tutti tanto criticabili quanto inevitabili, nessuno dei quali utile a imprimere slanci di operatività. Tecnicamente prodotto da elezioni di secondo grado, vale a dire, dagli eletti nei consigli regionali e dai sindaci che saranno nominati, il prossimo Senato finirà per essere una camera di second’ordine? Meglio, dunque, procedere ad abolirla del tutto? Un’ipotesi, a determinate condizioni, da non scartare.

Qualcuno ha definito il prossimo Senato una camera di dopolavoristi. In attesa della precisazione dei compiti, il rischio c’è. D’altronde, pare ovvio che i sindaci, soprattutto se di comuni importanti, e tutti i Presidenti delle Regioni daranno il loro tempo migliore, le loro energie più fresche, la loro attenzione più motivata alle attività per le quali sono stati eletti dai cittadini per il cui benessere opereranno mirando giustamente alla rielezione. Senza in nessun modo sottovalutare gli inconvenienti di un’assemblea ridotta a luogo d’incontro dopo il lavoro che conta, percepisco un rischio più grande che è, per l’appunto, quello del doppio lavoro. Insomma, governare le città e le regioni è un compito che, se svolto con impegno, lascia pochissimo tempo per altre attività. Se, poi, l’attività dei futuri senatori di risulta non godrà di nessuna indennità, non avrà ricompense psicologiche e personali e non darà neppure prestigio, ma l’anonimato nel quale Don Camillo collocava Peppone, allora è lecito chiedersi con quali motivazioni i suoi componenti opereranno. “Buttare una pallina”, che oggi sarebbe schiacciare un pulsante, poche volte su poche cose con poca influenza?

Corriere di Bologna 1 maggio 2014

La sostenibile lentezza delle riforme

Le riforme elettorali e costituzionali, non le fa, nonostante la sua affidabile cultura in materia, il Presidente della Repubblica. Proprio per la loro mancanza di cultura, che esibiscono quasi quotidianamente, non riusciranno a farle neppure Renzi e Berlusconi. Il loro tanto sbandierato accordo del Nazareno (absit iniuria verbis), al quale ciascuno rimprovera l’altro di non tenere fede, era fondato non sulla prospettiva complessiva di migliorare il funzionamento del sistema politico italiano e la qualità della nostra democrazia, ma sui vantaggi personali e particolaristici che i leader dei due partiti si proponevano. Adesso che i vantaggi sembrano essere di gran lunga più aleatori, anzi, quasi si sono già trasformati in svantaggi, uno dei due, ovvero Berlusconi, inevitabilmente è costretto a ripensarci. Quanto a Renzi, forse, sarà costretto a tornare, certo a tutta velocità, sui suoi passi dai senatori del Partito Democratico e, chi sa, anche dal Presidente Napolitano finora persino troppo silente su tematiche tanto delicate che attengono persino al suo ruolo e ai suoi compiti. Davvero il Presidente pensa che sia cosa buona e utile per il Senato che tocchi a lui nominare addirittura ventuno senatori e per gli ex-Presidenti, lui compreso, andare a fare il “deputato a vita”?  Almeno questi elementi di folclore istituzionale dovrebbero essere subito cestinati.

Quel che non né possibile né auspicabile cestinare vuoi per la resuscitata Forza Italia (alla quale, ovviamente, Berlusconi cercherà di trovare non pochi alleati nel centro-destra) vuoi per il Partito Democratico di Renzi, è la riformetta  elettorale pensata per produrre ampie maggioranze alla Camera dei Deputati. Adesso, poiché sembra più che probabile che le Cinque Stelle del Grillo riusciranno nell’evento epocale di diventare il secondo partito in occasione delle elezioni elettorali (e non è neppure il caso di sottovalutarne il potere attrattivo di altre “debolezze” politiche), logicamente Berlusconi non ci sta più e scopre l’incostituzionalità dell’Italicum tanto simile al suo affezionato Porcellum. Scopre anche, ma non era difficile farlo, che, persino a prescindere dalla sua elettività o no, la riforma del Senato è un pastrocchio che malissimo si concilia con una Camera consegnata a una maggioranza elettorale che potrebbe essere appena superiore al 37 per cento dei votanti. Dunque, nel gergo giornalistico, Berlusconi è pronto a fare saltare il banco. Ci è già riuscito nel passato.

In verità, per il momento Berlusconi vuole dimostrare che lui, anche se affidato mezza giornata alla settimana ai servizi sociali, conta su tutto il resto della settimana per i “servizi” politici e peggio per chi lo ha furbescamente recuperato quale interlocutore privilegiato. Vuole anche impedire a Renzi di vantarsi a scopi di campagna elettorale per il Parlamento europeo di avere già fatto l’importante riforma del Senato anche se sarà solo la prima lettura di quattro. Infine, dimostrata la sua perdurante influenza politica, Berlusconi vuole alzare il prezzo anche se ancora non sa che cosa gli potrebbe convenire vendere o scambiare. Se arrivasse malamente in terza posizione alle elezioni europee, allora vorrà quasi certamente dare l’addio all’Italicum e la riforma elettorale (che definirei il Sisiphum) dovrà ricominciare da capo (altro che andare ad impraticabili elezioni nel semestre italiano di Presidenza europea, come ventilano gli arrembanti renziani!) nella consapevolezza che ci sarebbe la grande opportunità di fare meglio. Insomma, in questo caso il tempo non è tiranno. Anzi, da un lato, consente di riflettere senza snobbare pareri autorevoli, fra i quali, mi auguro, ascolteremo alto e forte anche quello del Presidente Napolitano; dall’altro, incanala il dibattito e le soluzioni a tenere in grande conto che la riforma di un sistema politico non si cucina come uno spezzatino, ma richiede una visione sistemica. Non tutto il male, in questo caso rappresentato da un’ingiustificabile fretta, viene per nuocere, ma il bene, vale a dire, le buone riforme, bisogna, comunque, saperle congegnare con sostenibile lentezza.

Pubblicato AGL 27 aprile 2014

Patria (e Libertà)

Uomini e donne che vivono sullo stesso territorio e che agiscono seguendo regole e procedure condivise e legittime, sostenendo le stesse istituzioni e obbedendo alle decisioni prese dalle autorità da loro elette possono sviluppare un senso di appartenenza al sistema politico e di solidarietà fra loro. Appartenenza e solidarietà, qualche volta, persino orgoglio e volontà di proteggere e difendere il territorio e le istituzioni, caratterizzano il patriottismo. Troppo spesso, però, il patriottismo, in special modo, in Europa, è degenerato in nazionalismo. L’orgoglio dell’appartenenza a una patria non deve significare superiorità rispetto alle patrie altrui, ma, spesso, più correttamente, significa diversità e specificità da apprezzare, da valorizzare, da diffondere, persino da amare. La patria non dovrebbe comunque mai stare al disopra di tutti i sentimenti. L’espressione di Cicerone “ubi patria ubi libertas” può essere efficacemente rovesciata: “ubi libertas ubi patria”. Anche se contiene un embrione di cosmopolitismo, il rovesciamento non porta necessariamente all’abbandono della patria, ma alla ricerca delle modalità con le quali è possibile costruire e mantenere la libertà nel territorio del quale si è cittadini. Solo in casi estremi la ricerca della libertà può spingere all’esilio (operoso).
L’accettazione passiva, magari imposta da oppressione e repressione, di regole, procedure e istituzioni che nulla hanno a che fare con la libertà non configura una situazione nella quale il sentimento patriottico possa fiorire. Invece, è la sconfitta degli oppressori che apre la strada all’affermazione della patria. E’ sempre esagerato parlare di “morte” della patria. E’ possibile sostenere che in Italia la patria morì non con la resa dell’8 settembre 1943, ma con la preparazione e promulgazione delle leggi razziali nel 1938. Almeno in parte, la dignità e la libertà riconquistate anche dalla Resistenza contribuirono a fare rinascere la patria il 25 aprile 1945. Tuttavia, è eccessivo credere che l’affermazione della democrazia configuri automaticamente l’esistenza di una patria condivisa nella quale tutti i cittadini si identifichino senza esitazioni e senza riserve. Anche in democrazia esiste un’ampia sfera di consenso passivo che difficilmente potrebbe essere definito patriottismo.
Sappiamo che l’orgoglio nazionale italiano non si orienta a simboli (bandiera, inno) e ad avvenimenti politici (il Risorgimento, la Resistenza) condivisi. D’altronde, né il Risorgimento né la Resistenza furono fenomeni “nazionali”. Furono contrastati, coinvolsero frazioni limitate degli italiani, rimangono tuttora controversi. In Italia è anche molto difficile parlare di “patriottismo Costituzionale”, più un’elaborazione ideologica che una concezione realistica di appartenenza e solidarietà. L’essere italiani, rivelano non poche ricerche, per i più significa, da un lato, sentirsi i discendenti della grande cultura da Dante a Leonardo, da Michelangelo a Verdi; dall’altro, identificarsi con il Bel Paese, lo splendore della sua natura e dei suoi monumenti. Dunque, il senso italiano della patria rimane debole e assolutamente poco politico. Per molti concittadini la patria appare semplicemente irrilevante nella loro vita quotidiana, nelle loro attività e aspirazioni. Altri italiani, soprattutto le generazioni più giovani, stanno crescendo, in una pluralità di modi, “fuori” dalla patria. Per vezzo o per cultura, si sentono già europei. Pensano che si costruiranno il loro destino di vita nella cornice europea. Qualcuno persino teorizza che una debole identità nazionale e un patriottismo culturale più che politico siano due elementi che faciliteranno la comparsa e l’affermazione di un europeismo condiviso.
Anche se nei sondaggi dell’Eurobarometro si nota una crescita delle percentuali di coloro che dichiarano di sentirsi anzitutto cittadini europei è difficile valutare quanto un debole senso nazionale e patriottico costituiscano un reale vantaggio per l’eventuale comparsa del patriottismo europeo. Anzi, la critica più frequente indirizzata all’Unione Europea e alle sue istituzioni è proprio quella di essere “tecnocratica”, di, per usare un’espressione retorica, non sapere scaldare i cuori. Il patriottismo europeo non è e non può essere un patriottismo costituzionale di una Costituzione che non c’è e che è destinata a cambiare nel tempo. Può, tuttavia, essere un patriottismo in senso molto lato di tipo culturale con riferimento all’immenso contributo che gli europei hanno dato alla cultura in tutte le sue manifestazioni: arti, musica, letteratura. Può, infine, essere proprio quel patriottismo della democrazia, dei diritti, della pace e della giustizia sociale che sono presenti in Europa molto più che in qualsiasi altro continente, in qualsiasi altra zona del mondo. “Ubi Europa ibi libertas”.

Riferimenti bibliografici
Barberis, Walter, Il bisogno di patria, Torino, Einaudi, 2004 e 2010
Kateb, George, Patriotism and other mistakes, New Haven-London, Yale University Press, 2006
Viroli, Maurizio, Per amore della patria. Patriottismo e nazionalismo nella storia d’Italia, Roma-Bari, Laterza, 1995

 

Dal numero speciale 70° Liberazione di Patria Indipendente – Periodico dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia

Patria large

Caro Presidente, ti scrivo

Caro Presidente,
ti scrivo e, poiché sembri lontano e distratto, ancor più forte ti scriverò. Capisco il tuo riserbo in materia di proposte di riforme istituzionali. In verità, è un riserbo che non hai sempre mantenuto. Per esempio, anche dopo la sentenza della Corte Costituzionale, che ha fatto a pezzettini il Porcellum, hai subito richiesto una riforma elettorale. Molti, invece, non a torto, pensano che l’esito di quella sentenza sia una legge elettorale proporzionale, il consultellum, quasi immediatamente praticabile. Sembra che tu desideri altro, ma, ecco una parte del tuo riserbo, non l’hai fatto trapelare. Vuol dire, dunque, che condividi le liste ancora bloccate, il bislacco premio di maggioranza e tutte le cervellotiche soglie di accesso al Parlamento? Per quel che concerne la riforma del Senato, hai dichiarato il tuo sostegno alla fine del bicameralismo paritario, ma, si sa, meglio, si dovrebbe sapere, che di bicameralismi differenziati ne esistono molte varianti. Possibile che quella prospettata da Renzi e Boschi sia la migliore? Qui stanno molti punti dolenti che, in parte, ti riguardano direttamente, in parte, riguardano l’istituzione Presidenza della Repubblica, il suo ruolo, i suoi compiti.
Davvero pensi, una volta terminato il tuo secondo mandato, quando lo vorrai, ma, preferibilmente per me, il più tardi possibile, sia opportuno e istituzionalmente utile per te (e per i futuri presidenti della Repubblica) diventare deputato a vita? Che senso ha? Davvero ritieni una buona soluzione che tu e i futuri Presidenti siate dotati del potere di nominare ventuno senatori per sette anni? Che senso ha? Facendo un passo indietro, certamente sei consapevole che, una volta privato il Senato del potere di eleggere il Presidente, toccherà alla sola Camera dei deputati procedere a questa importantissima elezione. Se il cosiddetto/maldetto Italicum sarà approvato nella sua versione attuale, nella prossima Camera dei deputati ci sarà una maggioranza assoluta creata dal premio di maggioranza che potrà fare il bello e il cattivo tempo, pardon, che potrà da sola eleggere un Presidente il quale molto difficilmente apparirà Presidente di garanzia, in grado di rappresentare, come vuole la Costituzione, l'”unità nazionale”.
Per di più, quel Presidente di parte avrà molti poteri di nomina che, è fortemente presumibile, eserciterà non contro la maggioranza che lo ha eletto e neppure a prescindere da quella maggioranza (sono sicuro che hai apprezzato il mio understatement). Quindi, non soltanto quei ventuno senatori avranno un colore molto preciso, ma anche, punto molto dolente, i cinque giudici costituzionali di spettanza del Presidente non arriveranno al Palazzo della Consulta con tutti i crismi della loro autonomia di pensiero e di giudizio. Insomma, fra deputati nominati dai dirigenti del loro partito e delle loro correnti, quindi, ubbidientissimi, senatori nominati da te, forse in carriera, di sicuro tecnicamente irresponsabili (non dovranno rispondere a nessuno né politicamente né elettoralmente tranne alla loro personale ambizione), con giudici costituzionali probabilmente espressione di una parte politica, dove vanno a finire i pesi e i contrappesi che, tu ci insegni, sono il pregio delle democrazie, non soltanto di quelle parlamentari?
Con riferimento alla tua storia istituzionale e ai tuoi comportamenti politici, parlamentari e presidenziali sono fiducioso che tu condivida le mie preoccupazioni. Non sono un “professorone” (copyright ministro Boschi), anche se continuo day by day a impegnarmi per diventarlo. Non sono neppure un “solone del diritto” (copyright Dario Nardella, candidato sindaco di Firenze). Quindi, ho pochissime chance di essere ascoltato e preso in seria considerazione. Tu, caro Presidente, hai molte lauree ad honorem (professorone anche tu?), ma è la tua autorevolezza personale che va anche oltre la carica istituzionale che ti consentirà, se ritieni degne di interesse almeno parte delle mie riflessioni, di essere ascoltato e, quel che più conta, di sovrintendere a riforme che non siano uno spezzatino e che siano suscettibili, non di stravolgere i pesi e i contrappesi, togliendo potere agli elettori, ma di fare funzionare meglio (più velocemente…) la democrazia italiana.

 

Professoroni, erroroni, pasticcioni

Quando la politica disprezza la cultura, c’è un problema. Anzi, ce ne sono due. I politici non vogliono confrontarsi con gli intellettuali e gli intellettuali non trovano il modo per farsi capire dai politici. Tuttavia, poiché i politici, bene o male, per fortuna o per virtù, hanno (acquisito) potere sono loro che portano maggiori responsabilità se i rapporti diventano tesi e degenerano. Accusare, come ha fatto il Ministro Boschi, i “professoroni” di avere bloccato per trent’anni il processo di riforma non è soltanto sbagliato. E’ un omaggio eccessivo a professori che di potere politico non ne hanno mai avuto molto. Sostenere, come fa Dario Nardella, braccio destro di Renzi e suo erede designato a sindaco di Firenze, che il cambiamento è “ostacolato dai soloni del diritto”, suona quasi come un’ammissione di debolezza e di timore che il governo non abbia la capacità e le conoscenze sufficienti per portare a compimento cambiamenti troppo presto e troppo rumorosamente vantati. D’altro canto, esprimere, come hanno fatto l’ex-Presidente della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelski e l’ex-Garante della Privacy (ed ex-candidato del Movimento Cinque Stelle alla Presidenza della Repubblica) Stefano Rodotà, serie preoccupazioni per una degenerazione autoritaria della democrazia italiana a causa delle riforme istituzionali ed elettorali lanciate dal governo, appare eccessivo. In questi anni certamente eccessive sono state le reazioni di parte del ceto dei professori di diritto a qualsiasi riforma delle istituzioni che non fosse la loro personale riforma. Ciascuno e molti di loro hanno perso credibilità, scientifica prima ancora che politica. Invece, la credibilità politica del governo e, in particolare, la popolarità del Presidente del Consiglio continuano a rimanere elevate. Non altrettanto elevate sono la qualità delle sue riforme, finora solo prospettate, e le probabilità che saranno rapidamente approvate nei termini e nei contenuti desiderati da Renzi e dal Ministro per le Riforme. La legge elettorale ha superato lo scoglio della Camera, dove, grazie al premio in seggi, il governo gode di un’ampia maggioranza. Al Senato, la legge rimane al palo e rischia di essere ritoccata in due o tre punti (quote rose, voto di preferenza, entità e numero delle soglie) che renderanno inevitabile il ritorno alla Camera. Evitare l’elezione dei consigli provinciali non significa ancora abolire le province che si dovrà fare con apposita revisione costituzionale, lunga e perigliosa. Rendere il Senato non elettivo è un’operazione difficile a fronte di legittime opposizioni relative alle discutibili modalità della sua nuova composizione, ai compiti che gli saranno attribuiti, alla contrarietà di Berlusconi. Consentire ai leader di partito di continuare a nominare i loro parlamentari e togliere poteri al Senato significa, in una delle critiche condivisibili espresse dai “professoroni”, indebolire considerevolmente il Parlamento di fronte al governo, eliminando contrappesi che servono a qualsiasi democrazia la cui qualità non può mai essere valutata con riferimento prevalente ai costi della rappresentanza. Non basterà, come si prospetta, scrivere il nome di Renzi nel simbolo del Partito Democratico per le elezioni del 2018 per rafforzare lui e il suo modello di “premierato” . Margaret Thatcher, Tony Blair, Angela Merkel non hanno mai avuto bisogno di scrivere il loro nome nei rispettivi simboli di partito per diventare capi del governo autorevoli ed efficaci. Il rischio del bailamme di riforme affrettate e mal congegnate non è quello di uno scivolamento autoritario, anche se i contrappesi sono la clausola di garanzia delle democrazie che conosciamo e che sanno mantenersi tali. Il rischio è rappresentato, da un lato, da riformette che, pasticciate e scollegate, non funzioneranno; dall’altro, dai conflitti fra istituzioni che portino a paralisi decisionali. Non è il caso di accettare a scatola chiusa i pareri di tutti i professoroni, ma confrontarsi con le loro critiche, è più di un gesto di saggezza. Potrebbe salvare Renzi e Boschi da molti errori, alcuni dei quali già visibilissimi e brutti.

Pubblicato AGL 6 aprile 2014