Referendum del 2 giugno truccato? Una bufala #intervista @LaStampa
Intervista raccolta da Fabrizio Accatino
L’aspetto straordinario della Costituzione della Repubblica Italiana è che dopo 73 anni continua ad animare confronti e dibattiti, spesso aspri. Lungi dall’essere considerata (come dovrebbe) un testo consolidato e al di sopra delle parti, la troviamo spesso relativizzata, banalizzata, persino strattonata dai partiti nelle loro discussioni politiche. E dunque un’operazione meritevole che Utet abbia dato alle stampe una nuovaedizione del testo costituzionale, completa di una cronologia delle modifiche, curata da Gianfranco Pasquino.
Politologo torinese («e torinista, la prego lo scriva, è una discriminante etica»), professore emerito di scienza politica all’Università di Bologna, senatore dall’83 al’96 con Sinistra Indipendente e Progressisti, Pasquino ha anche redatto un’introduzione, in cui riassume logiche politiche e vicende storiche che hanno portato al testo attuale. «Sento dire spesso che la nostra Costituzione è la più bella del mondo ma non esiste alcun concorso di bellezza tra costituzioni. Il criterio con cui la si deve valutare è la facilità di comprensione, la capacità di disegnare i diritti e doveri dei cittadini e i compiti delle istituzioni. Da questo punto di vista la nostra è ottima, tra le migliori d’Europa».
Oggi i padri costituenti che l’hanno scritta sono considerati figure mitiche. Chi erano in realtà? «Rappresentanti di partito e professori di diritto, eletti dal popolo. Molti di loro avevano fatto la Resistenza. Erano il meglio di quello che la società italiana poteva esprimere».
In quelle assemblee si litigava?
«Dirado, ma è capitato. Accadde per l’art. 7, che inseriva i Patti Lateranensi tra Stato e Chiesa all’interno della Costituzione. Molti non volevano, ma furono paradossalmente i comunisti a dare il via libera e questo venne vissuto come un tradimento dei valori. Ci furono scontri anche sull’art. 1. La Democrazia Cristiana voleva che la Repubblica fosse fondata sul lavoro, il PCI sui lavoratori. La spuntarono i primi».
Art. 3: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che limitano la libertà e l’uguaglianza dei cittadini». Chi è la Repubblica?
«Tutti noi. La Repubblica è quell’insieme che racchiude i cittadini e chi detiene il potere istituzionale».
Che ne pensa dei due recenti disegni di riforme costituzionali, quella di Renzi del 2016 (bocciata) e quella dei 5 Stelle del 2020 (approvata)?
«Quella di Renzi era brutta e confusa. Non aveva nemmeno colto qual era il problema, cioè la stabilità dei governi, che lui si preoccupava di garantire con una legge elettorale pasticciata, di cui alcune parti vennero persino bocciate dalla Corte Costituzionale. Quella dei 5 Stelle era molto più semplice, consisteva in un taglio lineare del numero dei parlamentari. La domanda però è: 600 parlamentari riusciranno a svolgere in maniera efficace quello che prima erano in 945 a fare? La vedo difficile».
Negli ultimi 73 anni in Italia si sono succeduti 67 governi. Che cosa non ha funzionato?
«Non funzionano i partiti, purtroppo. La prima fase della Repubblica italiana è stata segnata da alleanze al cui interno c’era sempre la Democrazia Cristiana, e lì erano le correnti interne alla DC a far cadere i governi. Oggi i grandi partiti sono scomparsi e quei pochi che ci sono stati si sono solo preoccupati di ottenere il consenso, non di come mantenerlo. E l’hanno perso».
I decreti di Conte che limitavano la libertà di spostamento a causa del Covid erano anti-costituzionali, come alcuni lamentano?
«Certo che no. Al massimo extra-costituzionali, nel senso che non erano disciplinati dalla Costituzione, ma questo non significa in alcun modo che le andassero contro. Tra l’altro se le camere non li gradivano avrebbero avuto il potere di riunirsi e di modificarli, ma non mi pare sia mai successo».
Lei pensa che ci siano stati brogli nel referendum monarchia/repubblica del giugno del 1946?
«E una favola, una fake news in anticipo sui tempi. La repubblica ha vinto, risicatamente ma ha vinto. Tutti gli storici che se ne sono occupati da vicino non hanno mai avuto dubbi al riguardo».
Indro Montanelli diceva che il bello dei politologi è che, quando rispondono, uno non capisce più cosa gli aveva domandato. Come ribatte?
«Che Montanelli era in grado di capire benissimo le risposte, anche quelle complicate. E che se davvero non le capiva, peggio per lui».
Pubblicato il 2 giugno 2021 su La Stampa
(ndr Gianfranco Pasquino e una sua collega dell’Università di Bologna furono i soli a votare contro l’assegnazione della laurea ad honorem che la Facoltà di Scienze Politiche volle conferire a Montanelli)
“L’elezione del presidente della Repubblica è lontana ma …” Così fan tutti #Quirinale 1ª puntata
Se Salvini e Taiani, magari anche per non restare troppo sola, Meloni candideranno Draghi al Quirinale, che cosa faranno i centro-sinistri? Sarà molto imbarazzante per loro dire “no, Draghi, no, non lo vogliamo”. Per fortuna ci sono altre candidature: la Presidente del Senato Elisabetta Casellati, un paio di Dem, di ieri e di oggi, il supercentrista Pierferdy Casini. Ma la domanda vera è potranno Mattarella e Draghi resistere alle pressioni, rispettivamente: “resta ancora un anno e mezzo”, “passa da Palazzo Chigi al Quirinale” (interrompendo l’azione di governo)? A seguire nelle prossime puntate.
Draghi, Letta e la grande imboscata. Il commento di Pasquino @formichenews
Fa bene Mario Draghi a evitare a tutti i costi le “operazioni bandierine”. Ma dovrebbe realizzare che non è Enrico Letta la mina vagante per questo governo. Di qui a sei mesi Salvini e Meloni potrebbero giocargli un bello scherzo. Il commento di Gianfranco Pasquino
Non ho mai creduto che l’Ecclesiaste: “c’è un tempo per dare denari (agli Italiani) c’è un tempo per prenderli” fosse un riformista. Sono sicuro che anche Draghi riconoscerebbe che le riforme si fanno proprio combinando, almeno in parte, i soldi che si ottengono da chi ne ha fin troppi con il trasferimento a chi, ottenendoli, potrebbe migliorare le sue competenze e la sua posizione contribuendo nel contempo a cambiare il paese. Non so se la motivazione di Draghi nel respingere la tassa di successione proposta da Letta fosse quella di impedire a tutti i partiti l’operazione bandierine. Spero che non sia quella “ne so più io”. A sua volta, Letta dovrebbe sapere che le bandierine del suo partito le debbono, non piantare, ma sventolare i suoi ministri: Franceschini alla Cultura, Orlando al Lavoro, Guerini alla Difesa (?). Il neo-segretario di un partito talmente sgangherato da averlo richiamato dalla vie en rose parigina dovrebbe tentare di ricostruirlo quel partito, che è tutt’altra cosa dal renderlo visibile in un governo dove il bello e il cattivo tempo lo fa inesorabilmente e inevitabilmente il Presidente del Consiglio che, per di più, sembra averci preso molto gusto.
Inutile e improduttivo rincorrere Salvini che, non solo non ne azzecca una, ma è costretto a correre sia per temperamento sia per non farsi raggiungere da Meloni. D’altronde, Letta non è nelle condizioni, nessuno lo è, di proporre qualsivoglia alternativa a Draghi. Meglio continui a sottolineare, non allo spasimo, che il Partito Democratico è il perno di questo governo. Condivido anche che annunci alcune riforme da farsi, oltre alle tasse anche quella dello ius soli e una qualche dote che consenta ai giovani di farsi una vita, di studio e di lavoro, decente. Dunque, mi attendo nuove dichiarazioni, innocue per la vita del governo, ma essenziali per comunicare al paese e ad alcune categorie specifiche che il Partito Democratico si cura di loro. We, Dems, care. Dal canto suo, Draghi deve assolutamente restare au-dessus de la mêlée. Neanche per un attimo deve pensare che il nemico destabilizzante potrà essere il PD che non può andare da nessuna parte. Anzi, sono proprio alcune proposte del PD che gli consentirebbero/consentiranno fra qualche tempo di rendere visibile il suo profilo riformista. Piuttosto, deve temere la grande imboscata, quella del Quirinale, che potrebbe anche diventare il culmine della sua vita di successi. Che cosa dirà Draghi se Salvini e Meloni decidessero non soltanto di fare il suo nome per la Presidenza della Repubblica, ma annunciare che lo voteranno fin dall’inizio? Potrà Letta permettersi, non il lusso, ma lo sgarbo personale, politico, istituzionale di dire no alla candidatura di chi, a fine gennaio 2022, avrebbe già sulle spalle il manto del salvatore dell’Italia? Le scaramucce di questi giorni sono pochissima, ininfluente roba. All’orizzonte si affacciano strutturalmente, cioè sicure e improcrastinabili, scelte che cambieranno in maniera profonda alcuni importanti elementi del sistema politico. Meglio cominciare a riflettervi. “C’è un tempo per fare il Presidente del Consiglio e un tempo per fare il Presidente della Repubblica” concluderebbe quell’attento osservatore della scena, non soltanto politica, che è l’Ecclesiaste.
Pubblicato il 29 maggio 2021 su formiche.net
Povero “Corriere”, nessuno gli dà retta sul maggioritario @fattoquotidiano
Dovrebbe essere oramai chiaro che i paesi frugali sono assolutamente ostili all’Italia. Non soltanto nessuno di loro ha imitato, come sosteneva Renzi, l’Italicum. Ma tutti si ostinano a mantenere le loro vecchie leggi elettorali proporzionali che, nella maggioranza dei casi, risalgono addirittura all’inizio del secolo scorso. Nonostante i molti accoratissimi editoriali del Corriere della Sera, sembra che i politici italiani si ostinino a volere, anche se fino ad ora non hanno saputo elaborarla, una legge proporzionale invece di, gravissima colpa, compiere finalmente il passaggio al maggioritario.
In verità, chi ha letto qualche articolo (non voglio esagerare chiedendo addirittura la lettura di un libro in materia) sui sistemi elettorali, sa che: primo, la legge vigente, Rosato è due terzi proporzionale e un terzo maggioritario, e che la legge precedente, Calderoli, giustamente definita Porcellum, era una legge proporzionale con premi di maggioranza per il Senato in ciascuna regione, nazionale per la Camera. Secondo, è facile constatare che il “maggioritario” voluto dagli editorialisti del Corriere non ha niente a che vedere con il maggioritario di tipo inglese nei collegi uninominali né con quello francese a doppio turno ugualmente in collegi uninominali. Il maggioritario del Corriere non ha nessuna parentela con i due sistemi maggioritari effettivamente esistenti. Invece, è/sarebbe ancora una volta un sistema non meglio definito, tecnicamente “misto”, caratterizzato da un cospicuo premio in seggi per chi (partito? coalizione?; assegnato come?) ottiene più voti.
Non conta, naturalmente, che un sistema di questo genere non esista, anzi, non sia mai esistito da nessuna parte. L’italiano è un popolo di inventori, come dimostrano il Porcellum, l’Italicum e la Legge Rosato. Peraltro, gli inventori più recenti possono farsi (relativamente) forti di alcuni precedenti. La Legge Acerbo usata nel 1924 era una sistema proporzionale con grande premio di maggioranza. Non elesse il governo, ma creò una maggioranza davvero stabile. Galli della Loggia (Governi e maggioranza. L’eredità che ci penalizza, in “Corriere della Sera”,27 maggio, p. 1 e 32) dà la colpa del malgoverno e dei mali governi alla proporzionale insita nel Comitato di Liberazione Nazionale e poi alla Costituzione e rivaluta la legge truffa del 1953.Trattavasi di una legge proporzionale con eventuale premio in seggi (per conseguire i 2/3 dei parlamentari) da attribuirsi ad una coalizione di quattro partiti che avessero ottenuto la maggioranza assoluta dei voti. Lo storico non sa, non ricorda, non ritiene importante che quella eventuale maggioranza dei 2/3 avrebbe potuto modificare a piacimento, qui la truffa, una Costituzione all’attuazione della quale stava applicando, come scrisse Calamandrei, “l’ostruzionismo di maggioranza”. Addio, ad esempio, alla Corte Costituzionale.
Concretamente, sulla scia degli altri editorialisti sedicenti liberali, il bersaglio del della Loggia è la presunta insufficienza dei poteri nelle mani del capo del governo. A me pare(va) che il liberalismo fosse specialmente una tecnica di freni e contrappesi, di controllo e di limitazione del potere, anche dell’esecutivo. Ad ogni buon conto direi che è il caso di affermare con chiarezza che non c’è nessuna legge elettorale nelle democrazie parlamentari intesa a attribuire grandi poteri al capo del governo. Chi vuole questo esito deve chiedere una Repubblica presidenziale. Il problema italiano è la destrutturazione del sistema dei partiti che consegue alla loro frammentazione. Non troppo paradossalmente, a sua volta la frammentazione dei partiti offre buona rappresentanza ad una società molto frammentata. Pretendere di comprimerla con un massiccio premio in seggi è una soluzione semplicemente sbagliata.
Pubblicato il 29 maggio 2021 su il Fatto Quotidiano
Democrazie nella pandemia: nonostante populismo, negazionismo e antiscientismo nessuna democrazia ha ceduto
State ancora piangendo sulla morte delle democrazie annunciata alcuni anni fa con grande fanfara? Sursum corda. Tutte colpite dalla pandemia, nessuna democrazia è crollata. Ci sono state normali elezioni competitive. Il populista negazionista quasi golpista Trump ha perso. La democrazia USA ha reagito ed è in via di miglioramento qualitativo. Le democrazie apprendono; avranno sempre qualche inconveniente e problema, ma rimbalzano. Yes, they can.
Senza partiti la politica non è concepibile #intervista #OpinioneLiberale @PLRTicino
La mia idea di sinistra @corrierebologna
Sinistra è costruire una società giusta. Sinistra è fare funzionare una società giusta. Sinistra è migliorare una società giusta. Giusta è quella società che sa e riesce a garantire eguaglianze (al plurale) di opportunità a donne e uomini, giovani e anziani, nel corso del loro tempo di vita. Una società giusta richiede l’intervento della politica non soltanto all’inizio della vita delle persone, ma ad ogni momento del loro percorso, a fronte di qualsiasi inconveniente e difficoltà. Le scelte della società giusta sono il prodotto di un confronto sempre aperto fra tutti i partecipanti, interessati e informati. La scena politica, aperta, trasparente e inclusiva, è il luogo del confronto. La società è giusta quando cittadini sono in grado di manifestare soddisfazione o contrarietà rispetto alle scelte fatte, non fatte, fatte male e sanno organizzarsi per cambiarle. La società della sinistra è giusta non perché persegue l’eguaglianza di tutti/e su tutto, ma perché consente e acconsente alle diversità che derivano e rispettano le preferenze di tutti/e e di ciascuno/a. Tutte le diseguaglianze fra le persone sono accettabili nella misura in cui sono diseguaglianze buone che conducono ad esiti nei quali nessuno perde e chi avanza fa crescere con il suo successo le opportunità per tutti. La società giusta non è mai immobile. Attraversata da tensioni e conflitti, da ambizioni e da sfide, la società giusta si ricompone grazie alla politica, competitiva e democratica, ai livelli definiti e preferiti dai cittadini/ e.
Gianfranco Pasquino, Professore Emerito di Scienza politica, Università di Bologna
24 maggio 2021
VIDEO #tavolarotonda LIBERTÀ INUTILE Profilo ideologico dell’Italia repubblicana @UtetLibri @C_dellaCultura
Quando scelse la repubblica, il popolo italiano, appena uscito dalle rovine di una dittatura e di una guerra mondiale, affidò all’Assemblea costituente l’impegnativo compito, condiviso da tutti (o quasi), di costruire un paese migliore. Ma la repubblica che ne è uscita è stata all’altezza di quelle speranze?
Se lo chiedeva già Norberto Bobbio nel suo fondamentale Profilo ideologico del Novecento italiano, fermandosi però sulle soglie del 1968, e se lo chiede oggi Gianfranco Pasquino, raccogliendo l’eredità del grande filosofo torinese e provando a impostare nuovamente una riflessione che riesca a cogliere l’accidentato percorso della nostra mutevole e inquieta storia repubblicana.
A partire dalle fondamenta costituzionali, Pasquino sismografa gli smottamenti culturali, gli umori e i contrasti che, di decennio in decennio, hanno attraversato la nazione e coinvolto i suoi protagonisti. Così ci immergiamo nelle contraddizioni delle tre grandi culture politiche del Novecento: il liberalismo, fondamentale durante la Resistenza e sminuito nella ricostruzione del dopoguerra; il comunismo, lacerato all’interno dal dibattito fra i desideri di riformismo parlamentare e le pulsioni semirivoluzionarie, negli anni caldi delle contestazioni di piazza; l’area democristiana, appesantita dal troppo potere politico, economico e sociale accumulato senza controlli, fino alla resa dei conti di Tangentopoli.
E poi ancora i mutamenti delle stagioni recenti: la personalizzazione della politica propiziata dal berlusconismo e l’affermarsi di nuove culture che strizzano l’occhio all’antipolitica e al populismo.
Il quadro che ne viene fuori è un’inedita biografia della nazione: un paese di passioni ideologiche ed enormi contraddizioni, in cui le fortune dei leader durano il tempo di una stagione. E allora, attraversando le riflessioni di Pareto, Calamandrei, Gramsci, Sartori, prende forma il dubbio di Pasquino: la democrazia italiana ha disatteso le promesse costituzionali? Quella conquistata con tanta fatica è stata forse una Libertà inutile?
| Mercoledì 26 maggio 2021 ore 21 Tavola rotonda a partire dal libro |
Gianfranco Pasquino LIBERTÀ INUTILE Profilo ideologico dell’Italia repubblicana (UTET, 2021) Dialogano con l’autore Ferruccio Capelli Anna Falcone Mario Ricciardi |
La caccia ai candidati civici svela il poco (o nulla) dietro Meloni e Salvini @DomaniGiornale
Non ho mai creduto alle parole dell’Ecclesiaste: “c’è un tempo per le candidature dei politici e c’è un tempo per le candidature dei civici”. Ma, se così fosse, il miscredente che è in me ammetterebbe di avere già visto il tempo dei civici e di non averlo particolarmente apprezzato. Peraltro, so che i politici hanno avuto alti e bassi, più i primi anche se mai davvero molto alti. Ciò detto, noto che la ricerca da parte del centro-destra di candidati civici per l’elezione dei sindaci delle grandi città è oramai diventata spasmodica. Spuntano in qua e in là nomi improbabili e nomi di persone che comunicano rapidamente di non essere stati neppure contattati e comunque di essere indisponibili. L’imperativo di Salvini, Meloni e Tajani (Berlusconi tace per motivi di salute) è trovare un medico famoso, un grande avvocato, un imprenditore di successo (che ha fatto molti soldi? ha creato numerosi posti di lavoro?) per contrapporli ai candidati del centro-trattino-sinistra. Talvolta anche il centro-sinistra va alla sua ricerca di civici, ma ha diversi vincoli che gli derivano a Roma come a Torino, e soprattutto a Bologna, dalle aspettative di carriera degli appartenenti alle sue, per quanto squilibrate e fatiscenti, organizzazioni di partito. Non bisogna deludere chi ha fatto della politica il suo mestiere. Bisognerà comunque sistemarlo/a, piazzarlo.
Credo che tentare il ricorso ai “civici” sia, da un lato, fuori moda, dall’altro, riveli una deprecabile debolezza della politica, talvolta, però, agevolata e premiata dall’elettorato per qualche cattiva ragione, vale a dire, per sentimenti antipolitici e per incomprensione delle scelte che si vanno a compiere. Si possono anche vincere le elezioni sfruttando la popolarità acquisita da alcuni candidati nelle loro rispettive professioni. Tuttavia, è fin troppo banale rilevare e sostenere che, raramente, anzi, quasi mai, alla popolarità si accompagnano capacità di governo. Invece, una volta ottenuta la carica, contano proprio le capacità di esercitarla. Come dicono gli americani: it is another ball game. Ė tutt’altro gioco. Per di più potrebbe persino essere cambiato l’atteggiamento complessivo della grande maggioranza degli elettori. Negli ultimi anni, in alcune città e in Parlamento, gli apprendisti allo sbaraglio non hanno dato eccellente prova di sé.
Temo, però, che, dietro la ricerca delle candidature civiche, ci sia, non confessabile e mai confessata, una motivazione assolutamente riprovevole, valida per entrambi gli schieramenti. Una volta eletti, i civici senza esperienza e senza competenze, per di più anche senza collaboratori propri, diventeranno facili prede di Fratelli d’Italia e della Lega, dei loro consiglieri comunali, più esperti e più professionalizzati. Quei sindaci civici saranno dipendenti dai leader dei partiti che li hanno scelti e li hanno portati alla vittoria. Chi sa che nei tanti dinieghi finora ricevuti dalla girandola di nominativi prospettati non figuri anche la consapevolezza del gravi rischi di un’autonomia contrastata e impedita.
Infine, ma non è affatto una considerazione marginale, mentre il governo Draghi offre il tempo per la (ri)costruzione di una politica decente in questo paese, soprattutto il centro-destra comunica, senza volerlo, senza rendersene conto, un messaggio deludente: dalla nostra classe dirigente non riusciamo a esprimere candidature preparate e esperte di uomini e donne politiche in grado di vincere e di governare le città italiane. Dietro Meloni e Salvini poco o niente?
Pubblicato il 25 maggio 2021 su Domani
Dopo cento giorni, un bilancio sulle priorità di un uomo, certo non solo, al comando #GovernoDraghi
Cento e più giorni di Draghi: due grandi compiti, pandemia cum vaccinazioni e Piano di Ripresa e Resilienza. Entrambi affrontati costruendo su quel che di buono aveva fatto Conte, entrambi portati avanti con il PNRR giunto all’esame della Commissione. Draghi ha tutt’altro che sospeso la politica. Ha fatto e continua a fare scelte decisamente politiche fra le quali quella di “neutralizzare” i politici. Salvini rilancia e i dati gli rispondono. Letta propone e Draghi risponde che non è il tempo. Un uomo, non solo, ma certo al comando.







