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Democrazie in bilico, ecco come correggerle

Colloquio con Pasquino, atteso ad Arona la sera di venerdì 9 novembre 2018

Intervista raccolta da Manuela Borraccino

Il politologo: senza forte opposizione grave deficit

In una fase in cui «l’antipolitica dilaga, riverita e alimentata dalla comunicazione», il deficit democratico può fare la sua comparsa in tre casi, denuncia il politologo Gianfranco Pasquino. «Primo, quando il regime risulta inadeguato nelle sue strutture di rappresentanza e di governo; secondo, quando le autorità non hanno le competenze necessarie; e, terzo, quando i cittadini sono apolitici, impolitici e antipolitici». Tuttavia «l’esistenza di un deficit può costituire lo stimolo che spinge ad azioni migliorative» riflette con il nostro giornale lo studioso docente emerito all’Università di Bologna, atteso venerdì 9 novembre ad Arona per offrire delle chiavi di lettura dello stato dell’arte nelle democrazie occidentali sulla scia del suo ultimo saggio Deficit democratici. Cosa manca ai sistemi politici, alle istituzioni e ai leader (Università Bocconi Editore 2018; 192 pagg.; 16,50 euro; 8,99 epub).

Professore, le elezioni del 4 marzo hanno visto il trionfo della cosiddetta “anti-politica”. La vittoria del populismo rappresenta un deficit democratico?

Il paradosso è che in questo caso la democrazia italiana ha funzionato ed il deficit di democrazia è stato in parte colmato, poiché è evidente che i partiti usciti vincitori hanno dato voce ad un blocco maggioritario di cittadini che si sentivano poco rappresentati dai partiti tradizionali ed aspiravano ad una rappresentanza nuova, diversa. Non dimentichiamoci che godono del consenso di circa il 60 % degli italiani.

Dove vede il deficit maggiore in Italia?

Direi che il deficit maggiore si annida soprattutto nella crisi dei partiti tradizionali e dell’afasia dei loro leader: in particolare nel centro-destra con Forza Italia non c’è alcuna attività propulsiva mentre il Pd appare paralizzato in un’opposizione irrilevante alla Lega e al Movimento 5 Stelle, senza offrire alcuna rappresentanza politica agli elettori che ha perso e ad una prospettiva di cambiamento».

In un recente saggio il sociologo De Rita lamenta l’egemonia di una classe politica “prigioniera del presente” senza un progetto di sviluppo organico per il Paese. Lei che ne pensa?

Non sono sicuro che siano prigionieri del presente. La Lega ha una strategia chiara almeno fino alle elezioni europee del 2019: riuscire ad essere più forte in Italia per essere più forte in Europa. Per raggiungere tale obiettivo non esita ad allearsi con regimi autocrati come Mosca e altri Paesi dell’ex blocco sovietico. Ritengo assai più evidente la manifesta incapacità politica del Movimento 5 Stelle. Il fatto stesso che il premier Giuseppe Conte si definisca “un avvocato del popolo” che ritiene di dover “proteggere il popolo” lascia intravvedere come non abbia neppure capito dove si trovi: il presidente del Consiglio è infatti un rappresentante del popolo e non un suo avvocato, deve guidare il popolo e non difenderlo.

Un deficit dei leader come nel caso della Brexit?

Se si votasse oggi i britannici sarebbero di certo assai più informati sull’Europa.

Nel suo libro lei punta l’indice anche contro gli astensionisti. Chi non vota danneggia la democrazia?

Certamente, perchè la qualità di una democrazia dipende in modo speciale dalla qualità dei suoi cittadini. Le democrazie hanno bisogno di cittadini interessati alla politica, ovvero alle modalità di vita organizzata nella loro città. Informati sulla politica, altrimenti come si potrebbe concedere a loro il potere di scegliere chi dovrà formulare e attuare le politiche pubbliche che tutti ci coinvolgono e che tutti dovremo subire e pagare? Partecipanti, perché senza partecipazione non può esistere nessuna democrazia. E che si sentano efficaci, ovvero dotati di una ragionevole fiducia nella loro capacità di influenzare coloro che hanno ottenuto il potere politico.

Pubblicato il 2 novembre 2018

Buona politica: ecco che serve per l’identità

 

Da qualche anno vado dicendo in giro che “sono un europeo nato a Torino”. È un’affermazione solo parzialmente corretta che mira a comunicare quali sono le mie preferenze: l’accentuazione della mia torinesità, che, probabilmente, è l’elemento centrale, portante della mia identità, e il proposito di costruire un’Europa politica con il consenso dei cittadini di una pluralità di Stati-membri. Certamente, l’identità è fenomeno troppo complesso per essere definito interamente e, meno che mai apprezzato esclusivamente, nella sua componente, che esiste, nazionale. Questa è la componente sottolineata in maniera estrema, fra letteratura e cibo, non solo nei suoi articoli sul “Corriere della Sera”, da Galli della Loggia che la usa, non per la prima volta, contro una antica visione della sinistra “internazionalista”. Quell’internazionalismo dantan, certamente criticabile, fu, però, dei comunisti, non dei socialisti e neppure, ovviamente, degli azionisti. La maggior parte degli studiosi contemporanei metterebbero in grande evidenza che l’identità è molto più che “suolo e sangue”: è una costruzione sociale, politica, culturale (non saprei dire in quale ordine che, pure, fa molta differenza) che cambia, anche in maniera significativa, nel corso del tempo e che si compone di una pluralità di elementi. Sappiamo da molte ricerche che l’elemento politico, sia esso lo Stato oppure la Costituzione, non è affatto centrale nell’auto-definizione della loro identità da parte degli italiani. Incidentalmente, laddove non è forte l’identità politica che si esprime anche nell’orgoglio delle regole e delle leggi e del loro rispetto, è tanto improbabile quanto difficile che gli immigrati sentano a loro volta l’obbligo politico e morale di rispettare regole che vedono quotidianamente evase e violate dai cittadini. Altrove, come in USA, è proprio il riferimento anche emotivo alla Costituzione a costituire l’elemento fondante dell’identità, della cittadinanza. Più in generale, si potrebbe aggiungere che la buona politica e i suoi simboli, ad esempio, la monarchia e Westminster per gli inglesi, stanno alla base dell’identità, della britishness e la rafforzano. Nel caso italiano, già alquanto deboli in partenza, gli elementi più specificamente politici dell’identità dei cittadini devono fare i conti con aspetti culturali e sociali. I due sfidanti più agguerriti sono: l’orgoglio per la grande cultura del passato, in particolare, da Dante in poi, Rinascimento soprattutto (quando l’Italia politica era ancora molto di là da venire), e il Bel Paese, il territorio, le sue bellezze artistiche, i suoi monumenti. Stando così le cose, ci sono due conseguenze importanti. La prima è che non è affatto facile produrre una transizione di successo da un’identità basata su elementi culturali, per di più con lontane radici nel passato, a un’identità politica, per di più in un paese nel quale il vento dell’antipolitica, periodicamente risollevato e aiutato da molti commentatori, soffia impetuoso. La seconda conseguenza è che qualsiasi “patriottismo costituzionale” orientato al cosmopolitismo deve essere costruito partendo da poco più di zero. Non basta suggerirlo ed esortarlo, come ha fatto Tomaso Montanari nella sua replica pubblicata nel ”Fatto Quitidiano”, a una sinistra confusamente poco europeista e che pratica il cosmopolitismo con pregiudizi e in maniera alquanto approssimativa. Soprattutto, però, la costruzione dell’identità non può mai essere “di parte”, vale a dire che a nessuna parte politica può essere concesso di appropriarsene e meno che mai di brandirla contro altre parti politiche. L’identità deve essere inclusiva. Allora sì, diventa anche possibile spingere una raggiunta identità nazionale verso un’identità europea, aggiuntiva e non sostitutiva dell’identità italiana. Anzi, un’identità solida e condivisa consente di svolgere senza riserve e senza remore un ruolo attivo e incisivo sulla scena europea: non “prima gli italiani”, ma “europei perché italiani”.

Pubblicato il 20 settembre 2018

Deficit democratici. Cosa manca ai sistemi politici, alle istituzioni e ai leader #letture.org #intervista

Deficit democratici. Cosa manca ai sistemi politici, alle istituzioni e ai leader Università Bocconi Editore 2018

Professor Pasquino, Lei è autore del libro Deficit democratici. Cosa manca ai sistemi politici, alle istituzioni e ai leader edito da Università Bocconi Editore: cosa si intende con l’espressione “deficit democratico”?

La democrazia, potere del popolo, è esigente. Richiede al popolo che desideri, come dovrebbe, esercitare il potere che gli appartiene, di interessarsi alla politica, di informarsi sulla politica, di partecipare alla politica. Richiede ai rappresentanti e ai governanti, rispettivamente, di prendere e tenere in grande considerazione le preferenze e gli interessi del popolo, naturalmente, selezionando quelle preferenze e quegli interessi, e ai governanti di tradurre preferenze e interessi in politiche pubbliche. Impone a governanti e a rappresentanti di essere responsabili di quello che hanno fatto, non fatto, fatto male e consente agli elettori periodicamente di valutare l’operato dei governanti e dei rappresentanti, cosa che gli elettori riusciranno a fare nel migliore dei modi se avranno acquisito il massimo possibile di informazioni. Dunque, qualche deficit democratico si può trovare fra rappresentanti irresponsabili e governanti incompetenti. Altri deficit stanno negli elettori che non si informano e non partecipano. Altri ancora possono trovarsi nelle istituzioni se funzionano in maniera opaca, chiusa, autoreferenziale. Grandi deficit stanno, infine, nelle leggi elettorali, quelle che danno poco o nullo potere agli elettori, ad esempio, non consentendo loro di votare per i candidati preferiti, ma obbligandoli a scegliere esclusivamente i partiti, come è stato a causa della legge Calderoli (Porcellum) e della davvero pessima legge Rosato. Ridimensionare e minimizzare il potere elettorale significa togliere potere al popolo, quel potere che è alla base di tutte le democrazie. Le distorsioni che ne seguono, per esempio, che i parlamentari nominati risponderanno, peggio, ubbidiranno ai dirigenti di partito e di corrente e non cercheranno di capire quali sono le preferenze dell’elettorato, sono gravi. Danno corpo a un deficit di rappresentatività e di responsabilità che si ripercuote su tutto l’assetto democratico: deficit di democrazia nella democrazia.

I deficit democratici abitano anche nella società?

Esistono certamente anche molti deficit democratici nella società. Una società che non sa dare vita a associazioni robuste e autonome dai partiti e dalle lobby, con notevole e frequente partecipazione degli iscritti, dei soci, è ovviamente deficitaria. Laddove prevale l’individualismo: “mi rappresento da solo”, “tratto direttamente con gli uomini e le donne, meno, che hanno potere”, “organizzo esplosioni di protesta (spesso senza proposta”, c’è un deficit che si manifesta in maniera quasi hobbesiana: “la protesta di tutti contro tutti”. Una società nella quale prevalgono le corporazioni (c’è un capitolo apposito nel mio libro), vale a dire associazioni che difendono sempre e comunque gli interessi dei loro associati, come i magistrati, numerosi sindacati di settore, la burocrazia, i giornalisti, i professori, è un ostacolo alla ricerca delle modalità, con le quali, di volta in volta, si può giungere all’individuazione di interessi generali, del bene comune. Una società che si frammenta e che non si confronta in dibattiti pubblici sui grandi temi (uno dei quali, è giusto non dimenticarsene, è come stare nell’Unione Europea e quali riforme proporre) è deficitaria proprio come una società che non sappia/non voglia imparare la propria storia e non studi e conosca la propria Costituzione. Una società priva di senso civico è intrinsecamente deficitaria.

In che modo le democrazie possono apprendere e (auto)correggere i propri deficit di rappresentanza e di decisionalità?

Molto spesso i deficit, ad esempio, quelli di rappresentanza e di funzionamento, sono visibilissimi. Quando qualcuno rivendica le improbabili virtù dell’astensionismo rende visibile il deficit di partecipazione. Quando un partito si nega al confronto parlamentare rende visibile il deficit di rappresentanza. Quando una piccola associazione (i piloti, ad esempio, oppure gli operatori di una linea metropolitana) prende in ostaggio un paese o una città rende visibile la sua volontà di non tenere in nessun conto gli interessi generali, quindi, il deficit di senso civico. Il processo di apprendimento dovrebbe cominciare negli asili e nelle scuole. Dovrebbe continuare sui luoghi di lavoro. Potrebbe, talvolta, emanare dal Parlamento se i rappresentanti sapessero e volessero comunicare alla società quanto importante e difficile è la politica come attività di sintesi fra esigenze diverse, talvolta divergenti. Il processo di apprendimento passa anche e molto attraverso i mass media e gli operatori della comunicazione, troppo spesso non preparati a chiarire concetti e procedimenti complicati come quelli del mondo contemporaneo. Talvolta, ma non è il caso italiano, tranne in pochi momenti della nostra storia, sono i politici stessi, rappresentanti e governanti (decisori) che hanno la grande opportunità di chiamare all’azione per superare i deficit. Li definisco “predicatori” di buona politica, che insegnano con i “sermoni”, ma anche con i loro comportamenti e con i loro stili di vita. Tali, nel XX secolo, sono sicuramente stati Winston Churchill e Charles de Gaulle. Oggi la personalizzazione politica, alla quale ho dedicato un capitolo, sembra favorire la comparsa di politici narcisisti e esibizionisti non di predicatori colti, credibili, capaci di correggere i deficit e di indicare la strada.

Come colmare i deficit?

Colmare i deficit si può, temporaneamente, poiché è il funzionamento stesso dei sistemi politici, alcuni più di altri, che, nel corso del tempo, fa sorgere deficit insospettati. Bisogna operare sia sulla società incoraggiandola ad acquisire interesse e informazione, a essere più partecipante, a combattere le istanze corporative che emergono in continuazione, ad aprire dibattiti sui grandi temi (oggi, oltre all’Europa, l’immigrazione e l’inclusione/esclusione, le diseguaglianze, produttive o intollerabili). Questa è una classica fatica di Sisifo. Con ogni generazione si rischia di dovere cominciare da capo. Sul versante istituzionale, esistono assetti, strutture, istituzioni e regole migliori di altre. Ho già detto delle leggi elettorali, ma aggiungo che bisogna guardare e eventualmente importare quelle che funzionano meglio, quelle che danno più potere di scelta e di influenza agli elettori (anche su questo c’è un capitolo). Bisogna semplificare il circuito istituzionale con chiara ripartizione di compiti e di responsabilità, anche personali, con premi e punizioni. Le democrazie sono diventate tali anche grazie all’attività di uomini e donne che si sono organizzati dando vita a partiti. Molti dei deficit politici e democratici che vediamo e lamentiamo dipendono dal declino dei partiti. Ne discuto nel capitolo intitolato “Dalle oligarchie ai gazebo”. Ricostruire partiti dal funzionamento interno democratico, aperti a cittadini che vogliano partecipare alla “conversazione” politica, ma anche ai processi decisionali, è un compito arduo, ma indispensabile per chi creda che si debbono colmare i deficit politici, sociali, democratici e vogliono impegnarsi a farlo. Tutto questo costa fatica e impegno, studio e azione, ma si può fare. Per non diventare e rimanere cittadini “deficitari” lo si deve fare.

Pubblicato il 10 aprile 2018 su letture.org

È in libreria DEFICIT DEMOCRATICI Cosa manca ai sistemi politici, alle istituzioni e ai leader @egeaonline

Tutte le democrazie si dotano di istituzioni per consentire la partecipazione del popolo (demos) al potere (kratos). Tutte cercano un equilibrio fra la rappresentanza delle preferenze, delle identità, degli interessi dei cittadini e la capacità dei governi di prendere decisioni coerenti con tale rappresentanza. Nessuna democrazia è in grado di evitare momentanei deficit di rappresentanza e di decisionalità, ma tutte, anche quelle deficitarie, dispongono di possibilità di apprendimento e di (auto)correzione. Un pluralismo aperto alla competizione costringe alla responsabilità e alla ricerca di correttivi. I leader saranno obbligati a spiegare e giustificare quello che hanno fatto, non fatto, fatto male. Questo succederà più spesso se i cittadini supereranno i loro deficit di interesse e di partecipazione al voto. Chi si astiene contribuisce al deficit democratico.
In una fase in cui l’antipolitica dilaga, riverita e alimentata dalla comunicazione, è tempo di denunciare che deficit profondi si annidano in una pluralità di associazioni corporative che generano società “incivili”. I deficit democratici abitano anche nella società. Dobbiamo criticarli con lo stesso vigore e rigore che rivolgiamo alla politica. I deficit sono come gli esami: non finiscono mai. Ma come gli esami possono essere superati da chi ne sa abbastanza. Questo libro è dedicato a chi desidera passare gli esami e colmare i deficit.

INDICE

Prima parte
Costituzioni
1. Memoria del Risorgimento
2. USA: la Presidenza imperiosa
3. Democrazia e aggettivazioni
4. Democrazie che cambiano
5. Cos’è e dove sta il deficit democratico?

Seconda parte
Persone
6. Donne che sfidano gli uomini
7. Ascesa e declino del leader leggero
8. Chi non vota non conta
9. Liberali immaginari
10. Bush e Blair, memorie dei potenti

Terza parte
Contesti
11. Le primavere arabe: deficit autoritari
12. Né rappresentanza né governabilità
13. Le associazioni incivili
14. Dalle oligarchie ai gazebo
15. La repubblica di Sartori

Nota bibliografica
Indice dei nomi

 

 

Voto in Sicilia. Il PD di Renzi rischia grosso

Domenica in Sicilia, a marzo in Italia? Sembra che ci sia qualcuno davvero disponibile a credere che le elezioni in Sicilia, una regione non proprio rappresentativa del resto d’Italia (ma, poi, uno dei non molti pregi del paese non è la diversità fra le regioni?), daranno un’indicazione importante sui sentimenti profondi dell’elettorato italiano. Invece, no. Sarebbe come dire che i prossimi quattro mesi di campagna elettorale non conteranno nulla. Che i programmi e le tematiche non saranno importanti. Che le alleanze costruite a livello nazionale, magari con qualche differenza fra le regioni non avranno nessun impatto. Che le candidature anche dei paracadutati/e non smuoveranno voti. Che, infine, persino gli errori, magari clamorosi, dei concorrenti saranno digeriti con indifferenza dagli elettori. Fermo restando che è vero che gli elettori spesso non hanno e non acquisiscono un alto livello di informazione politica, ne sanno, anzi decidono di saperne quanto pensano che basti loro. Lo faranno nell’ultima settimana prima del voto, se non addirittura, come confermano sondaggi appositi, un paio di giorni prima quando le elezioni siciliane saranno state sufficientemente dimenticate (ma non da noi che leggiamo i giornali e che ci scriviamo).

Domenica conta quello che riguarderà i siciliani, ovviamente chi li governerà nella consapevolezza che sta diventando difficile fare peggio dei predecessori. Per i leader dei tre (quattro?) schieramenti conterà vedere chi ha fatto peggio, chi ha commesso più errori, chi si è indebolito di più. Le Cinque Stelle date leggermente avvantaggiate rispetto al ritrovato centro-destra rischiano qualche contraccolpo non dovessero vincere. Tuttavia, lo zoccolo duro del loro consenso nazionale non sarà intaccato: il vento dell’antipolitica continua a soffiare, il grido “onestà, onestà” risuona sonoro, persino, l’eventualità che il Movimento diventi il primo raggruppamento nazionale potrà essere tentatrice. Vincesse il centro-destra, ovvio che Berlusconi rivendicherebbe quel successo come la fin troppo facile prova che è indispensabile costruire una coalizione il più possibile simile anche a livello nazionale e che soltanto lui è tanto bravo e saggio da saperlo fare.

Chi rischia molto, a causa di errori commessi da lui e dai suoi collaboratori (che mai una volta dimostrano di avere il coraggio di contraddirlo e di correggerlo per tempo), è sicuramente Renzi. Dalla bruciante sconfitta nel referendum costituzionale non ne ha più azzeccata una. Non sarà la Sicilia a dargli un successo di prestigio. Potrebbe, al contrario, dargli un paio di brutte botte. La prima sarebbe quella di fare arrivare (cattivo, altro che buon) terzo il candidato malamente scelto dal PD e da lui stesso. La seconda sarebbe di vedere che i consensi acquisiti dalle liste di sinistra che sostengono Claudio Fava, in Sicilia nome molto noto e nella sinistra molto apprezzato, arrivano al dieci per cento e lo superano. A questo punto, sì, s’imporrebbe più che una riflessione su come recuperare quei voti, non soltanto con il richiamo della foresta al voto utile (incidentalmente, quasi tutti i voti quasi sempre sono utili e non è un bel messaggio politico-democratico dire agli elettori che il loro sarà un voto inutile, se non addirittura dannoso), ma con una diversa politica delle alleanze, più aperta, più flessibile, non punitiva, ma inclusiva.

A Renzi potrebbe, suggeriscono alcuni, dentro, fuori, intorno al partito, succedere anche di peggio: il “commissariamento”. Alcuni notabili, fra i quali, in prima fila, è posizionato Walter Veltroni (in una tenda mobile ha preso posto Romano Prodi), potrebbero venire chiamati (è un eufemismo) a dare una mano. Sarebbe la constatazione che è fallita una strategia arrembante: correre per stare in piedi. Rimarrebbe del tutto irrisolto il come predisporre una strategia diversa degna di un partito di centro-sinistra che della sinistra ha assoluta necessità. Insomma, anche se la Sicilia laboratorio non è, domenica qualche non futile “esperimento” vi si terrà.

Pubblicato il 4 novembre 2017

M5S non ha cambiato il sistema. Deve darsi una classe dirigente

Dieci di vita per un non-partito sono molti. Vissuti spericolatamente anche, talvolta, contraddittoriamente persino con riferimento al non-programma. È riuscito il Movimento Cinque Stelle a cambiare la politica, il sistema politico italiano oppure è stato il sistema politico a obbligare il Movimento a cambiare, non poco? Propenderei per la seconda opzione. Sono rarissimi i movimenti e i partiti che riescono davvero a cambiare il loro sistema politico. Oserei dire che nell’Europa del secondo dopoguerra soltanto il carismatico Gen. de Gaulle ha cambiato la Francia portandole dalla democrazia parlamentare della Quarta Repubblica al regime-presidenziale della Quinta Repubblica. Le Cinque Stelle hanno pensato che l’obiettivo centrale dovesse essere il rovesciamento della politica ricorrendo a tutte le possibili critiche anti politiche e anti-parlamentari, e utilizzando un vantaggio iniziale, vale a dire, i già esistenti e molto diffusi sentimenti contro la politica in quanto tale e contro il parlamento. Hanno accompagnato questa loro strategia con la parola d’ordine onestà e con la lotta contro i privilegi dei parlamentari, che non sono inventati, ma esistono realmente. L’ hanno completata con un atteggiamento anti-Euro e anti Unione Europea che, di nuovo, solletica pulsioni esistenti nell’opinione pubblica. Le recentissime affermazioni di Di Maio su Euro e Europa segnalano una svolta, vera. No, l’Europa non la cambierà il Movimento Cinque Stelle.

Entrati in Parlamento definendosi cittadini, gli eletti delle Cinque Stelle hanno dovuto imparare che sono deputati e senatori con compiti specifici che nessun cittadino può svolgere, che qualche milione di cittadini elettori ha voluto affidare loro. Con fatica e con impegno, molti di loro hanno imparato. Prima imparano anche che il limite ai mandati, senza nessun’altra considerazione, significa buttare l’apprendimento e ricominciare quasi da capo meglio sarà per loro e per i loro elettori. In parlamento non hanno sviluppato un’azione di respiro, ma hanno perseguito quella che nel Sessantotto si chiamava pratica dell’obiettivo. In parte sono riusciti a imporre la riduzione dei costi della politica anche se, per quanto riguarda i non-vitalizi, il discorso rimane aperto e ambiguo. L’obiettivo caratterizzante è quello del reddito di cittadinanza. Fa certamente presa. Merita di essere meglio precisato. Ha già costretto il governo a incamminarsi su una strada non del tutto divergente con l’approvazione del reddito di inclusione. Quanto alla democrazia della rete, partecipativa, deliberativa, difficile dire se stia funzionando al meglio all’interno dello stesso Movimento. Scherzando sosterrei che è stata praticata in maniera altalenante, non sempre coerentemente e soddisfacentemente, in attesa di scoprirla.

Che cosa è davvero mancato al Movimento Cinque Stelle? Per cambiare la politica e il sistema politico non basta ridurre i costi e limitare i mandati elettivi. È indispensabile un vero e proprio progetto elettorale e costituzionale. Respingere le riforme peggiorative à la Renzi-Boschi, oltre che un dovere morale, è la premessa per un vero progetto. Però, il Movimento Cinque Stelle ha giocato di rimessa. Sicuramente, non basterà la legge elettorale che Toninelli chiama legalicum, quella che discende dalla non proprio brillante sentenza della Corte Costituzionale. Per quanto mai disprezzabile una buona legge proporzionale rende difficili cambiamenti profondi. I pentastellati dovrebbero avere imparato che, con tutte le differenze iniziali da caso a caso, a livello locale, il potere di governo lo hanno conquistato anche grazie ad un meccanismo premiante che, con il doppio turno, consente agli elettori scegliere il sindaco. Il resto, soprattutto a Roma, è il segnale che una classe dirigente non s’improvvisa, ma la si addestra e seleziona in anticipo. Le Cinque Stelle potranno anche celebrare il loro primato elettorale nella prossima primavera, ma, privi di una maggioranza assoluta e indisponibili a qualsiasi coalizione, dovranno ancora fare i conti con il sistema politico che c’è.

Pubblicato il 7 settembre 2017

Un destino civico e baro

Un destino civico e baro ha travolto i candidati del Partito Democratico nei ballottaggi in Emilia-Romagna (e non solo). Raffinati analisti gongolano: tutti i comuni della Regione, ma anche quelli, per esempio, della vicina Toscana, sono diventati “contendibili”. Allegria! Non sarebbe, però, necessario che per onorare la contendibilità il PD perda tutti i ballottaggi. Comuni contendibili, ma qualche volta vincibili e vinti, questo dovrebbe bastare anche ai più esigenti degli analisti. Invece, a giudicare dalle reazioni dei dirigenti e degli aspiranti tali non sarà facile trovare una contendibilità vittoriosa. Sparando cifre sbagliate sulla votazione con la quale Renzi ha frettolosamente riconquistato la segreteria, comunque le più basse delle cinque elezioni finora svolte nel PD, i renziani dicono che il segretario nazionale non è in discussione (ma le cariche locali sì che le volevano “riallineate”). Magari, quando si perde alla grande, si dovrebbero mettere in discussione le idee e le politiche di quel segretario e le alternative proposte dai coraggiosi che non temono di essere sbeffeggiati e chiamati traditori. Chi non voglia rincorrere Merola che, anche in questo caso, ne ha dette di molte e rischia che qualcuno gli faccia il “tagliando” di metà mandato (no problem: sostituirlo proprio non si può), nota che le idee finora circolate sono poche e contraddittorie. Se sono i candidati civici che sconfiggono quelli del PD, bisogna sfidarli quei civici o cooptarli? “Aprirsi alla società”, come dice l’inarrivabile Via Rivani (citata dal Corriere di Bologna), però, “non con i civici”, sembra acrobatico. E se fossero state, da un lato, le inadeguatezze dei sindaci in carica e, dall’altro, le nuove candidature del PD a scoraggiare gli elettori, molti dei quali hanno ancora una volta preferito l’astensione? Non basta aprirsi alla società, escludendo i civici che, pure, qualche pezzettino di società sembrano in grado di raggiungerlo, mobilitarlo, rappresentarlo, bisogna, sostengono i sindaci della Romagna, che il PD sia “più radicale”. Quest’aggettivo l’abbiamo tutti già sentito. Qualche volta avremmo anche voluto che il contenuto di questa radicalità fosse spiegato. Più di sinistra? Su quali tematiche, con quali modalità? Combattendo l’antipolitica, a cominciare da quella che -rottamazione, poltrone, disintermediazione- il segretario Renzi agita di tanto in tanto?, dunque, facendo politica, ovviamente, sul “territorio” (meno tweet?), e mostrando la dignità di un impegno oppure risistemandosi nelle posizioni giuste per andare/tornare in Parlamento? Un destino, civico o no, tutto da costruire interloquendo con una società, contendibile, che dichiara con il suo voto di essere insoddisfatta del Partito Democratico di oggi.

Pubblicato il 2 luglio 2017