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Fatto il governo italiano bisogna fare gli europei

L’Europa si avvia alla Conferenza sul suo futuro, fissata per il 9 maggio 2021, settantunesimo anniversario della dichiarazione di Robert Schuman, ministro degli Esteri francese, che è considerata la data d’inizio del lungo percorso effettuato. In maniera sicuramente del tutto fortuita si è insediato in questi giorni il governo guidato dall’italiano che, quando era Presidente della Banca Centrale Europea, ha salvato l’Euro e, in sostanza, l’Unione stessa in uno dei momenti più drammatici di una storia complessa, ma sostanzialmente di successo.

   Festeggio il governo Draghi, che, peraltro, deve essere visto all’opera senza fare schizzare le aspettative (come troppi commentatori di giornaloni e giornalini hanno già fatto), suggerendo al Presidente del Consiglio di pensare e poi magari anche dire “fatto il governo in Italia è ora di fare gli europei”. Con le parole di un europeo, non proprio europeista, ma con grande, forse fin troppo, senso dello stato (e dello humour), vale a dire il Gen. de Gaulle, non ho difficoltà a sostenere che sarebbe un davvero vaste programme. Per quanto l’obiettivo sia effettivamente molto ambizioso, il governo Draghi ha a sua disposizione una quantità molto ingente di risorse: 209 miliardi di Euro.

   Sono certo che Draghi e i suoi più stretti collaboratori hanno le idee chiare su come assegnarli lungo le direttive e gli ambiti già indicati dalla Commissione Europea. Non è, naturalmente, soltanto un problema tecnico poiché lungo quelle direttive e all’interno di quegli ambiti molte scelte saranno necessariamente politiche. Non sono altrettanto sicuro che il governo e lo stesso Draghi abbiano fin dall’inizio le competenze politiche per rendere i progetti non soltanto fattibili, finanziabili, attuabili in tempi relativamente brevi e soprattutto in grado di fare diventare gli italiani effettivamente cittadini europei. Non si tratta di discutere se l’inconveniente sia quello costituito dal diminuito e oggi scarso numero di ministri provenienti dal Sud. Se i ministri non sanno acquisire/avere una visione nazionale, allora, semplicemente, sono stati scelti male e dovranno essere orientati dal Consiglio dei Ministri a fare proposte e compiere azioni che giovino a tutto il paese e non alle loro aree di provenienza. Il punto, però, è un altro, molto più importante.

   L’ex-Presidente della Banca Centrale Europea deve intraprendere da subito un compito imprevisto, ma cruciale. Deve diventare il predicatore che combina le esigenze italiane con le richieste europee e che, ogniqualvolta possibile, riesce a mettere in grande evidenza tutto quello che l’Italia si trova in condizione di fare grazie al sostegno dell’Unione Europea, osservandone le regole e praticando i comportamenti che da quelle regole discendono. Diventare “europei” significa, per l’appunto, abbandonare i localismi sotto qualsiasi forma si presentino, anche di rappresentanza politica asfittica. Significa ricorrere alle best practices europee, per esempio, nel ristrutturare insegnamenti e percorsi nella scuola a tutti i livelli. Implica due riforme cruciali: quella della tassazione (lo so che lo diciamo da decenni e, per l’appunto, il vizio/reato dell’evasione fiscale diventa sempre più intollerabile) e dell’amministrazione della giustizia.

   Da Draghi e dai suoi ministri, non soltanto “tecnici”, spesso professionisti di alto livello, ma anche quelli di provenienza partitica, vorrei che le riforme fossero presentate, spiegate e argomentate non con la pudica giustificazione “ce le chiede l’Europa” quanto con la semplicissima, decisiva motivazione “vogliamo conseguire i più elevati standard europei”. NextGenerationEU, europei della generazione che viene.

Pubblicato il 15 febbraio 2021 su PARADOXAforum

Draghi deve governare, non salvare la politica @DomaniGiornale

Nell’oramai avanzato processo di prematura beatificazione di Mario Draghi, che immagino alquanto preoccupato dalle aspettative crescenti, s’innesta una formidabile richiesta con codicillo. Di tanto in tanto, ma in parecchi momenti di svolta della storia d’Italia e della Repubblica, da un lato, i “giornaloni”, dall’altro, molti commentatori free lance, di parte, ma di poca arte, hanno prima dichiarato il fallimento della politica, poi subito dopo auspicato la ricostruzione della stessa ad opera di un demiurgo, mai rivelatosi tale. Oggi il prestigioso ruolo di demiurgo è affidato all’ex-Presidente della Banca Centrale Europea.

   Fermo restando che il fallimento cui porre rimedio riguarda non la politica, ma i politici, alcuni dei quali, genialmente (forse l’avverbio dovrebbe essere “irresponsabilmente”) aprono crisi che non sanno in nessun modo risolvere, è comunque giusto porsi il compito di ristrutturare la politica italiana. Difficile farlo da populisti, poiché quel che conta per il leader e i suoi seguaci non sono le regole, le procedure, le istituzioni, ma i rapporti basati su emozioni spesso piuttosto instabili. Difficile anche farlo da sovranisti poiché oramai la politica nel male, che c’è, e nel bene, che è chiaramente superiore, non è confinabile in un solo paese, ma si dipana a livello europeo in scontri e incontri, in ricerca di soluzioni condivise. Almeno di questo irreversibile sviluppo il non-politico Draghi ha sicuramente ampia consapevolezza. Però, c’è un problema che neanche Houston potrebbe risolvere. Confrontarsi con rigidi e altezzosi banchieri obbliga ad imparare alcune prassi della mediazione. Frequentare le cancellerie, come ho visto scrivere su molti giornaloni e giornalini, impartisce qualche lezione, soprattutto su come funziona la politica in quei paesi. Tuttavia, è molto improbabile che ne derivino lezioni immediatamente applicabili nel contesto italiano.

   Rifiutandomi di definire tecnico o politico un qualsiasi governo con riferimento al numero di ministri privi di precedenti esperienze in assemblee elettive e a quello dei ministri che saranno “politici” nella misura in cui hanno radici nei loro rispettivi partiti, credo sia opportuno porsi la domanda: saranno loro a ricostruire la politica? Aggiungo: avrà l’eventuale Presidente del Consiglio Mario Draghi il tempo, le energie, la voglia e la competenza di ricostruire “la politica”? Dove e quando mai la politica di un paese è stata ricostruita da un uomo o una donna proiettati alle più alte cariche istituzionali (direi lo stesso anche per gli ex-giudici costituzionali e affini) privi di esperienza e del sostegno di un partito, di un’organizzazione politica che si riconoscano in lui/lei?

   Quando, nel 1958, il Gen. Charles de Gaulle arrivò alla Presidenza della sua Quinta Repubblica francese aveva “fatto” politica per più di un decennio e poteva contare su una vasta schiera di compagnons de la Résistance. C’erano gollisti in ogni angolo della Francia. Grazie a lui, la politica francese fu in effetti profondamente ricostruita. Quanti dei tecnici che Draghi recluterà per affidare loro ministeri presumibilmente importanti saranno scelti anche per loro provate o immaginate capacità di costruire una nuova politica in questo paese e non, invece, proprio per la loro proclamata e conclamata distanza dalla vecchia e, presuntamente, fallita, politica? Non intendo in nessun modo sottovalutare l’utilità e l’apporto dei tecnici. Lo stesso de Gaulle si circondò di alcuni grandi intellettuali e di grands commis (alti burocrati, forse tecnocrati). Ma l’impronta politica e istituzionale sulla Quinta Repubblica francese è quasi esclusivamente sua.

Ho letto anche che qualcuno pensa e qualcuno spera che, nel ricostruire la politica, Draghi innescherà addirittura procedimenti che porteranno ad una ristrutturazione del sistema dei partiti in chiave di agognato bipartitismo. Anche questa aspettativa mi pare eccessiva. Faccio grazia ai lettore/trici di qualsiasi dotta digressione sulla legge elettorale, ma presumo che Draghi anche di questo si troverà a doversi occupare, e concludo che sì è auspicabile che la nuova politica si definisca intorno a due poli (il bipolarismo è al tempo stesso più facile e più flessibile del bipartitismo): europeismo federalista vs sovranismo. Certo, con la Lega che partecipasse ad un eventuale prossimo governo anche questo bipolarismo diventerebbe lontano e improbabile.

Pubblicato il 8 febbraio 2021 su Domani

L’UNIONE EUROPEA AL TEMPO DELLA CRISI DEL CORONAVIRUS

L’UNIONE EUROPEA AL TEMPO DELLA CRISI DEL CORONAVIRUS

Dialogo edificante (ovvero costruttivo) tra un tecnocrate e un eurocrate

Gianfranco Pasquino* e Roberto Santaniello**

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– RS Poco meno di un anno fa è entrata in funzione la Commissione europea, presieduta da Ursula von der Leyen, prima donna ad esercitare questa funzione. La sua nomina è avvenuta dopo le elezioni del Parlamento europeo del giugno 2019, i cui risultati hanno smentito le previsioni di una decisiva avanzata dei partiti populisti e sovranisti.

La nuova governance istituzionale europea è stata completata nel tardo autunno 2019 con la nomina di Charles Michel a presidente del Consiglio europeo e di Christine Lagarde, a presidente della Banca centrale europea. In precedenza, l’italiano David Sassoli è stato eletto Presidente del Parlamento europeo.

Appena il tempo vedere assestarsi la nuova governance e di dare avvio alla nuova agenda strategica dell’Unione europea, e l’Europa è stata investita dalla drammatica crisi del Covid 19. Non c’è che dire: un inizio a dir poco “challenging” per le istituzioni europee. Un po’ come avvenne con la Presidenza del lussemburghese Jean-Claude Junker che ha dovuto confrontarsi nel 2O15 con l’emergenza migratoria, gli effetti della Grande Recessione e da ultimo la Brexit.

Tuttavia, l’attuale crisi è ben diversa da quelle precedenti poiché questa volta l’Unione europea deve confrontarsi non con problemi politici, ma con gli effetti umani, sociali ed economici di un virus sconosciuto e maligno.

Quale è lo stato dell’Unione europea al tempo della crisi del Coronavirus? La risposta istituzionale è giunta il 16 settembre scorso dal discorso “anima e cuore” della Presidente del Parlamento europeo in occasione del suo bilancio sullo Stato dell’Unione.

Una risposta che ha sollecitato tutti i paesi appartenenti all’Unione europea agli impegni di responsabilità e di solidarietà che derivano dal Progetto europeo. Di fronte alle conseguenze economiche e sociali della crisi pandemica, l’Europa – ha ricordato Ursula von den Leyen – deve proseguire con forza gli obiettivi che lei stessa ha individuato all’inizio del suo mandato. In particolare, la piena realizzazione della transizione verde e digitale dell’economia europea.

Con NextGeneratioEU, l’ambizioso programma da 75O miliardi di Euro varato in luglio dal Consiglio europeo (https://www.consilium.europa.eu/media/45118/210720-euco-final-conclusions-it.pdf), su proposta dell’esecutivo europeo, l’Europa si è dotata degli strumenti per conseguire questa transizione. Ancora una volta, l’Unione europea può dimostrare la sua effettiva capacità di trasformare una crisi in una opportunità. Questo è in sostanza il messaggio della Presidente della Commissione europea.

Caro Professore cominciamo da qui la nostra analisi. A lei la parola.

– GP Concordo con lei che sta effettivamente diventando possibile trasformare una crisi gravissima e tuttora in corso in un’opportunità. Ma mi e le chiedo quali sono le modalità auspicabili? Solo un uso efficace dei fondi oppure anche la richiesta di maggiore e migliore coesione/condivisione fra gli Stati membri? È opportuno, forse doveroso, essere al tempo stesso attenti alle esigenze poste dagli Stati che si autodefiniscono “frugali” (un giorno, presto, sarà opportuno definire i criteri e i requisiti della frugalità e valutarla, anche comparativamente), obbligandoli a essere molto più precisi nelle loro riserve, e avvisare il gruppo Visegrad, ma soprattutto Ungheria e Polonia. che l’Unione non è né un supermercato né una banca, ma un grande enorme spazio di diritti da proteggere e promuovere, di democrazia da fare funzionare, di civiltà?

– RS I “gruppi” di Stati sono una realtà di cui non si può non tenere conto. D’altro canto, le alleanze tra paesi fanno parte del DNA della storia comunitaria, si pensi allo storico asse franco-tedesco. Certo oggi, la moda dei gruppi sembra estendersi e strutturarsi in altri modi.

I paesi “frugali” hanno effettivamente rallentato i negoziati per giungere ad un accordo sul Quadro finanziario pluriannuale (il bilancio dell’UE per i prossimi cinque anni, N.d.R.) e NextgenerationUE. I paesi di “Visegrad”, hanno una visione dell’integrazione europea diversa dal tradizionale mainstream liberal-democratico, ed è spesso “border line” rispetto ai principi e i valori dell’Unione europea.

È per questo che Ursula von der Leyen ha sottolineato l’importanza del rispetto dei principi dello stato di diritto. Il suo messaggio è stato chiarissimo: “Le violazioni dello Stato di diritto non possono essere tollerate. Continuerò̀ a difendere questo principio e a difendere l’integrità̀ delle nostre Istituzioni europee”.

Due settimane dopo il suo discorso, la Commissione europea ha adottato il suo primo rapporto sullo stato di diritto in cui le questioni che lei ha sollevato sono evidenziate. Tenga conto che questa relazione fa parte integrante del nuovo meccanismo per lo Stato di diritto il cui obiettivo è promuoverne il rispetto e prevenire l’insorgere o l’aggravarsi di problemi. Si tratta di uno strumento preventivo per così dire di moral suasion per favorire la comprensione e la consapevolezza dei problemi dello stato di diritto

Ricordo che l’Unione europea ha altri strumenti come le procedure di infrazione e la procedura per proteggere i valori fondanti dell’Unione ai sensi dell’articolo 7 del trattato sull’Unione europea. E visto che lei ha messo in relazione banche e diritto, ricordo la proposta della Commissione europea sulla procedura di condizionalità per la tutela del bilancio che mira a proteggere il bilancio dell’UE in situazioni in cui gli interessi finanziari dell’Unione potrebbero essere a rischio a causa di carenze generalizzate dello Stato di diritto in uno Stato membro. In breve, l’Unione europea ha strumenti persuasivi e cogenti per il rispettare diritto e diritti.

Nel suo discorso sullo Stato dell’Unione, la Presidente ha molto insistito sulla solidarietà, principio assolutamente necessario in materia di politica di migrazione. Un tema che, come è noto, in Italia è particolarmente divisivo. Da studioso, che idee si è fatto sulle recenti proposte della Commissione europea sul Patto per la migrazione?

– GP Le proposte della Commissione sulla migrazione sono interessanti, ma ancora non pienamente adeguate. Credo sia opportuno e lecito, non soltanto da parte dell’Italia, chiedere di più in termini di chiarificazione, ad esempio, se il trattato di Dublino è effettivamente superato e come, e in termini di ridistribuzione, criteri più precisi e vincolanti. Molto utilmente, la Commissione dovrebbe affidare ai suoi funzionari una ricognizione approfondita su quanto è successo almeno negli ultimi dieci anni: arrivi e accoglimenti, respingimenti e ritorni, concessione di permessi di lavoro e di cittadinanza, poi lavori affidati ai migranti e stime sul loro contributo al Prodotto Nazionale Lordo dei singoli Stati membri. Ritengo anche che sarebbe importante conoscere quelle che talvolta sono più di semplici previsioni su che cosa l’Unione deve aspettarsi nei prossimi dieci anni: crescita della popolazione, flussi di migranti, da quali paesi e possibili misure preventive. La domanda di fondo è: quali sono le politiche auspicate dalla Commissione, quali le probabilità di una loro attuazione concreta, tempi, costi e, mi auguro, vantaggi?

Sarebbe anche utile e efficace potere disporre dei dati relativi alle votazioni nel Parlamento europeo, gruppo per gruppo, ma anche per le singole delegazioni nazionali (esempio, Lega e Fratelli d’Italia), sulle più importanti tematiche riguardanti le migrazioni. Per fare chiarezza è importantissimo potere disporre del massimo di documentazione esistente. Però, non dobbiamo fermarci qui. A quali altri problemi aperti la Commissione dovrebbe dedicare la sua attenzione o sta già operando senza che venga diffusa l’informazione decisiva per il formarsi di una opinione pubblica europea?

– RS So che il tema dell’informazione le sta, giustamente, a cuore. Sono d’accordo con lei che sarebbe utile disporre i dati che lei ricorda sulle votazioni del Parlamento europeo e, aggiungo io, delle posizioni dei ministri degli Stati membri in seno al Consiglio. Ė ancora troppo presto per poterle esaminare poiché la Commissione europea ha messo sul tavolo le sue proposte sulla migrazione solamente da due settimane. Posso dirle che per quanto riguarda il Parlamento europeo, che è una istituzione molto trasparente, questi dati saranno facilmente reperibili. Sarà abbastanza interessante conoscere non solo le differenze tra i partiti appartenenti al fronte populista-sovranista e le famiglie liberal-democratiche, ma anche i posizionamenti nazionali di queste ultime, che sul tema possono essere anche profonde. Per il Consiglio, che solo recentemente ha stabilito misure di trasparenza, potrebbe essere più difficile, anche se sono abbastanza conosciute le rispettive posizioni degli Stati membri.

Più in generale, la Commissione europea, che da sempre è il motore del Progetto europeo, si impegna a far conoscere i suoi progetti più importanti, e tra questi, l’ho già ricordato in precedenza, quelli che possono favorire la transizione verso un’economia europea basata sulle tecnologie verdi e digitali. L’impegno dell’esecutivo di Bruxelles, le assicuro, è forte, ma certo non esiste ancora un vero spazio pubblico di dibattito nel quale affrontare questi temi a livello europeo. Sulla sensibilizzazione al tema dei cambiamenti climatici, bisogna riconoscere che la piccola e cocciuta Greta Thunberg ha fatto molto di più di esperti che da anni sollecitavano una svolta nel trattare meglio il nostro pianeta. Le opinioni pubbliche sembrano più orientate a chiudersi nei recinti nazionali.

È d’accordo sul fatto che il dibattito sull’Europa sembrerebbe chiuso all’interno di vecchi recinti? Come se ne esce? E a proposito di opinione pubblica, quella italiana si sta chiedendo come mai, dopo mesi e mesi di critica all’Europa, la maggior parte delle forze politiche hanno cambiato radicalmente opinione. Su questo lei ha certamente una riflessione.

– GP troppo spesso ascolto uomini e donne politiche giustificare i loro insuccessi, quelli delle loro organizzazioni politiche e delle proprie promesse programmatiche sostenendo che buona era la sostanza, ma inadeguata la (loro) comunicazione. Che ad un’ottima sostanza non avevano saputo accompagnare una efficace comunicazione. Per lo più si tratta di giustificazioni dalle gambe molto corte che non riescono mai a proseguire il cammino fino ai luoghi dove la comunicazione viene insegnata e, applicandosi diligentemente, potrebbe essere imparata. Però, nel caso dell’Unione Europea c’è una parte di verità. In una (in)certa misura le istituzioni europee non hanno risolto il problema molto complicato di dovere comunicare ai cittadini di 27 Stati-membri e, pertanto, di sapere differenziare opportunamente i loro messaggi. Forse, ma lei, caro Eurocrate, ne sa sicuramente più di me, dovrebbero essere le sedi dell’Unione nei differenti paesi a fornire le chiavi comunicative da luogo a luogo più efficaci. Forse, il problema dipende dall’assenza del minimo necessario di conoscenze negli operatori nazionali dei mass media i quali, di conseguenza, svolgono malamente il loro compito di intermediari. Non voglio, se non in parte, sostenere che quei “comunicatori” sono parte del problema anche perché si occupano dell’Unione soltanto quando c’è qualcosa di eclatante, preferibilmente, controverso e criticabile, non quando l’Unione fa, anche solo piccoli, passi avanti. Soprattutto, i sub-comunicatori non riescono quasi mai a collocare la notizia nel contesto, non sanno disegnare il retroterra e finiscono per confondere lettori e telespettatori. Dei nuovi “social” so poco, ma, se già non lo fa, l’Unione dovrebbe procedere ad un loro largo uso. Andando più a fondo è imperativo che si proceda ad un insegnamento sistematico della storia, dell’economia, della politica dell’Unione europea, oltre a sfruttare tutte le occasioni in cui la conoscenza dell’Unione Europea potrebbe essere diffusa più estesamente. Mi avventuro nel sostenere che uno dei criteri per accedere allo splendido programma Erasmus dovrebbe essere una eccellente conoscenza dell’Unione da tutti punti di vista.

Esiste una opinione pubblica europea? Probabilmente, no, ma esistono molteplici opinioni pubbliche, settoriali e separate, che si trovano in una pluralità di campi, ma che interagiscono poco e male. Temo di illudermi, ma sono convinto che uno dei più importanti compiti degli europarlamentari dovrebbe essere proprio quello di stimolare l’interesse dei loro elettori orientandoli verso l’acquisizione di conoscenze che sfociano nell’ampio lago dell’opinione pubblica. Vedo gli europarlamentari come immissari di una molteplicità di laghi nel grande paese che si chiama Opinione Pubblica.

Concludo con una nota di pessimismo. Un tempo, in Europa, alcuni grandi intellettuali pubblici di diversi paesi hanno dato un contributo molto positivo a “pensare l’Europa” (è il senso di un libro di Raymond Aron) in tutte le sue sfaccettature. Oggi, ad eccezione, forse, dell’ultranovantenne Jürgen Habermas, non esistono più figure che possano definirsi intellettuali pubblici europei e che siano riconosciuti come tali. In che modo possiamo cercare di agevolarne la (ri)comparsa?

Gli intellettuali pubblici emergono quando, per l’appunto, esiste, forte e intenso, un dibattito pubblico su tematiche importanti. A lungo, in Italia, l’Europa è stata data per scontata. Sembrava, fu, una faccenda riservata ai governi. Ho enormi difficoltà a ricordare un qualsiasi dibattito pubblico avente come argomento l’Europa al quale abbiano partecipato intellettuali italiani di un qualche rilievo. Faccio pochi nomi: Italo Calvino e Umberto Eco? Neppure i miei maestri, Norberto Bobbio e Giovanni Sartori, si occuparono mai specificamente dell’Unione Europea e della sua evoluzione. Di recente sono stati, anzitutto, gli Euroscettici, poi, i populisti, infine, i sovranisti a porre il problema e a sollecitare analisi, approfondimenti, valutazioni del processo di unificazione politica europea. Tuttavia, non hanno fatto la loro comparsa intellettuali né europeisti né sovranisti di grande statura. Paradossalmente, comunque, vi è stata qualche ricaduta sull’opinione pubblica che è diventata in parte un po’ più informata in parte un po’ più politicizzata sui temi europei. Potremmo affermare che la politicizzazione è benvenuta poiché obbliga all’apprendimento. Almeno per il momento possiamo giungere ad una conclusione interessante. A causa del Covid le istituzioni europee sono state chiamate maggiormente in causa. Hanno reagito, specialmente, la Commissione, con un salto di qualità. Stanno dimostrando che il sovranismo non è la soluzione e, in effetti, i sovranisti non hanno saputo offrire ricette e rimedi. Sono in parte in stallo in parte in declino, seppur limitato, nei rispettivi paesi.

Pensa, lei, caro Eurocrate, che l’Unione Europea abbia “svoltato” e si sia incamminata verso forme maggiori e migliori di sovranità condivisa?

– RS Quando lei, caro Tecnocrate, parla di forme maggiori e migliori di sovranità condivisa tocca un tasto molto interessante. La svolta è dietro l’angolo, ma è ancora difficile imboccarla, a causa delle diverse visioni politiche sull’evoluzione politica dell’Europa. Io credo che, oltre ad avere bisogno di più Europa, necessitiamo di un’Europa di qualità. E probabilmente avremmo bisogno che gli intellettuali europei si impegnassero maggiormente nel confrontarsi con questi temi e abbandonassero una certa pigrizia (o disincanto?) che sembra averli impossessati. Abbiamo più che mai bisogno di riflessioni forti per rafforzare culturalmente il Progetto europeo.

Riprendendo il filo del discorso da cui siamo partiti, la crisi del Covid 19 ha rivelato come e quanto l’Unione europea sia importante per i suoi cittadini e come la stessa abbia la capacità di individuare e mettere in campo delle policy solutions, come il lancio del programma NEXTGenerationEU testimonia. Occorre poi aggiungere che il tema a lei caro della sovranità condivisa ripropone la questione, evocata dal Presidente francese Emmanuel Macron, della necessità di giungere ad una vera sovranità europea, che possa per esempio, agire con un’unica voce nelle relazioni politiche esterne.

Come lei mi insegna, e come insegnano illustri politologi con i quali lei ha avuto la grande fortuna di studiare e operare (Bobbio e Sartori), democrazia e sovranità hanno molto a che fare con il “potere” e con il suo esercizio procedurale. E non arrivo a scomodare Dahl e Schumpeter come lei fa nel suo eccellente manuale di Scienza Politica. Ed è innegabile che l’Unione europea abbia molto, molto a che fare con la sovranità e la democrazia. Spesso, quando si affrontano questi argomenti, come è logico che sia, si evoca il concetto di popolo, visto che dal secolo dei Lumi in poi si è affermato il concetto che il potere appartiene al popolo. Non voglio e non posso (non ne ho le capacità…) divulgarmi su questo, e arrivo al punto. Ancor prima di assumere la carica di Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen ha sposato la proposta di Emmanuel Macron di organizzare una Conferenza sul Futuro dell’Europa per associare i cittadini su scelte che li riguardano direttamente. Purtroppo, la crisi Pandemica ne sta ritardando il lancio, ma tutti si augurano che possa prima o poi, presto, partire.

Caro Tecnocrate, pensa che la Conferenza sul futuro dell’Europa sia una buona idea? Ritiene che possa contribuire alla necessaria svolta che ha evocato e magari mettere le fondamenta per un autentico spazio pubblico europeo, come lo intende il già citato Habermas ?

– GP L’Unione Europea è giunta ad una svolta. Il Covid-19 si è effettivamente rivelato come un’opportunità per introdurre cambiamenti e accelerare tendenze. Non sono convinto che questa consapevolezza sia (egualmente) diffusa in tutti gli Stati-membri e fra i loro governanti e gli oppositori (in Italia più in Giorgia Meloni che in Matteo Salvini anche se, poi, nessuno dei due sa quali conseguenze operative trarne). Lo è certamente e provatamente nella Presidente della Commissione e, salvo prove contrarie che non vedo, in tutti i Commissari. In questa fase, l’iniziativa è nelle mani della Commissione e del Consiglio europeo ed è augurabile che il Parlamento europeo, fermo restando lo spazio per la critica e la proposta, la sostenga e la sospinga.

Ritengo che la conferenza sul futuro dell’Europa sia un’ottima idea. Sono convinto da tempo che si debba costruire, come dice giustamente lei sulla scia di Habermas, “un autentico spazio pubblico europeo”. Ho letto nei documenti preparatori della Conferenza (E Testi Approvati) molte proposte assolutamente condivisibili che, se attuate, porterebbero nella direzione giusta. Da una pluralità di agorà locali, variamente costruite, si riuscirà a pervenire all’agorà europea. Però, il procedimento mi appare di una straordinaria complessità. Mi chiedo come lanciarlo e soprattutto come orientarlo. Saranno i vari uffici della Commissione negli Stati-membri ad averne la responsabilità? L’ambizione di coloro che hanno elaborato il documento è enorme. La mia preoccupazione riguarda la quantità di energie necessarie a rendere efficaci e produttive tutte le fasi di consultazione e di decisione. Non è questo il luogo per entrare nei dettagli, ma è un compito al quale non dobbiamo rinunciare. Qui mi limito a affermare che bisognerebbe iniziare con l’approccio che chiamerò “feasibility”, della fattibilità. Proviamo a vedere che cosa si può fare, in che modo, con quali inconvenienti ai quali porre rimedio. Qualche esperimento preliminare mi parrebbe molto raccomandabile. In alcune poche regioni italiane si sono fatti esperimenti di grande interesse applicando le conoscenze in materia di democrazia deliberativa. “Che Europa volete?” è sicuramente una domanda da porre a “pubblici” selezionati, già in parte preparati, ma comunque rappresentativi. La pubblicità data a incontri sul tema, alle discussioni, alle loro conclusioni promette di fare aumentare le conoscenze. Insomma, è la strada giusta. In tempi di Covid si può comunque sperimentare sfruttando al meglio la strumentazione telematica che sarà sempre più al centro di tutte le procedure di diffusione di idee e di informazioni e di molti confronti. L’Unione Europea continua a essere in the making proprio come le democrazie meglio funzionanti. D’accordo?

– RS Si sono d’accordo. Pur se spesso considerata “indefinita” e di difficile classificazione, l’Unione europea appartiene di diritto ai sistemi politici democratici. Dunque, non ha né più né meno gli stessi problemi di legittimazione e di rendimento e gli stessi spazi di manovra per il suo miglioramento delle democrazie nazionale che pure a sua volta ha contribuito a modificarsi per tenere conto della dimensione sovranazionale. Si, sono ottimista sulle capacità, del resto già dimostrate in passato, dell’Unione europea di adattarsi ai cambiamenti e nel contempo di sfatare una volta per sempre la maledizione westfaliana – per dirla con le parole di Yves Mény – che vuole recintare la democrazia entro i confini delle nazioni. È innegabile che esiste una democrazia sovranazionale e che ha gli strumenti per proseguire la sua evoluzione.

Bene, lascio a lei un ultimo pensiero, dandoci appuntamento per un nuovo dialogo, magari in occasione dell’avvio della Conferenza sul futuro dell’Europa.

GP Non sono altrettanto sicuro che esista hic et nunc una democrazia sovranazionale. Però, sono convinto che l’Unione Europea ha posto le basi di questa democrazia e, seppur lentamente, ma progressivamente la sta costruendo. Sarà qualcosa di più che una democrazia “sovranazionale” poiché andrà non soltanto “sopra”, ma “oltre” le nazioni. Per conseguire questo obiettivo sono necessarie idee e istituzioni. Ė probabile nonché augurabile che molte idee saranno prodotte dalla Conferenza sul Futuro dell’Europa, ma anche dagli osservatori competenti e dai critici esterni se, com’è possibile, alcuni intellettuali e “burocrati” vorranno finalmente dedicarsi all’impegnativo compito di combinare la critica con la proposta di soluzioni alternative. Al proposito, è opportuno il rimando al più recente tentativo di “migliorare” l’Unione Europea effettuato da una delle studiose più attente alla democrazia nell’Unione o, come ha preferito definirla, alla legittimità: Vivien A. Schmidt, Europe’s Crisis of Legitimacy. Governing by Rules and Ruling by Numbers in the Eurozone, Oxford University Press, 2020. Ho molte differenze d’opinione con le analisi e le proposte dell’autrice, ma sono proprio le differenze che rendono utile il confronto. Quello che manca nel libro è una riflessione sulle “idee d’Europa”. Mi spingerei fino a dire le “ideologie d’Europa”, con particolare riferimento al carente approfondimento del pensiero federalista, l’unico in grado di opporsi ai brandelli di “sovranismo” agitati dalla destra, ma anche da una malintendente sinistra che, dimenticandosi delle sue radici internazionaliste, si dichiara preoccupatissima dalla erosione della sovranità popolare a scapito della democrazia.

Quanto alle istituzioni, regole e procedure, è oramai opinione diffusa e condivisa, dai rimanenti sostenitori e dagli oppositori, che è essenziale eliminare nel Consiglio il voto all’unanimità che, da un lato, è antidemocratico poiché offre un enorme potere di ricatto ad uno contro tutti, dall’altro, obbliga a compromessi, scambi deteriori, azioni opache che producono pessime conseguenze sia nei rapporti fra capi di governo sia sui processi decisionali.

In conclusione, il punto più importante che vorrei sottolineare è che qualsiasi riforma istituzionale dell’UE/nell’UE europea deve essere “sistemica”, vale a dire, coinvolgere Parlamento, Commissione, Consiglio e Banca Europea. La democrazia cresce e migliora quando fra le sue istituzioni si affermano e funzionano equilibri, pur sempre mutevoli, confronti e scontri. La democrazia dell’Unione e nell’Unione deve sapere accogliere quegli Stati, a cominciare dai Balcani, che si preparano ad aderirvi purché promettano credibilmente di rispettare i principi democratici e fare crescere le loro stesse democrazie. Fin da adesso, predisponiamoci a monitorare puntualmente quanto sarà proposto e verrà formulato durante la conferenza. Ė un compito impegnativo, ma necessario e utile. Il discorso sulla democrazia non finisce qui.

LE CREDENZIALI DEI DIALOGANTI

Gianfranco Pasquino* è un europeo nato nei pressi di Torino. Ha conosciuto Altiero Spinelli e ha davvero letto Il Manifesto di Ventotene. Parla alcune lingue europee, francese e spagnolo, e una lingua extra-europea, l’inglese. Ė Professore Emerito di Scienza politica, materia che gli ha consentito di essere invitato a Monaco di Baviera e Berlino, Oxford, Cambridge e Manchester, Parigi. Lisbona e Madrid. Ha variamente scritto di sistemi politici comparati e di Europa: Capire l’Europa (1999) e L’Europa in trenta lezioni (2007). Di recente è stato co-curatore di una ricerca approfondita e ambiziosa: Europa. Un’utopia in costruzione (2017), contribuendovi due densi capitoli. Ė convinto che l’unità dell’Europa è un obiettivo nobilissimo.

Roberto Santaniello**, romano di nascita, federalista per convinzione, è diventato civil servant europeo dal 1986 per convinzione e passione, incontrando sulla sua strada persone che dell’Europa hanno fatto una ragione di vita (Altiero Spinelli e Virgilio Dastoli). Mai pentito di questa scelta ideologica e professionale. Funzionario della Commissione europea, oggi presso la Rappresentanza in Italia, da sempre artigiano della comunicazione e dell’informazione sul l’Europa, autore a tempo perso di libri sulla storia e la politica della costruzione comunitaria. Eccone una selezione: Storia politica dell’integrazione europea con Bino Olivi; Prospettiva Europa, con Virgilio Dastoli e Alberto Majocchi; C’eravamo tanto amati, Italia Europa e, con Virgilio Dastoli, Capire l’Unione europea. Pensa che sia possibile fare ancora molta strada europea, dentro e fuori le istituzioni.

Leggi anche il Numero Speciale di viaBorgogna3 2019
Gianfranco Pasquino e Roberto Santaniello
DIALOGO SUL FUTURO DELL’EUROPA
Un tecnocrate e un burocrate a confronto
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Pubblicato il 06 NOVEMBRE 2020 su casadellacultura.t

Conte e le critiche campate in aria

Non fanno un buon servizio alla comprensione della politica italiana tutti coloro che, un giorno sì e quello dopo anche, sottolineano la debolezza del governo Conte 2 e dello stesso Presidente del Consiglio, e annunciano, talvolta anche auspicandole, la sua prossima caduta e la sua immediata sostituzione. Non posseggo capacità divinatorie, ma sono convinto che qualsiasi discussione sulla politica che miri ad essere rilevante deve essere fondata sui fatti e sugli elementi disponibili, eventualmente anche per smentirli. Ne vedo quattro che mi paiono tutti molti rilevanti e solidi. Primo, sono oramai molti mesi che tutti i sondaggi segnalano qualcosa di inusitato. Tanto il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte quanto il governo da lui presieduto godono di un alto livello di approvazione, superiore al 60 per cento e molto più elevato di qualsiasi governo precedente. Conte poi sopravanza personalmente di parecchio tutti gli altri leader politici italiani. Secondo, il Presidente del Consiglio (con il suo Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri) hanno acquisito un alto grado di credibilità nell’ambito dell’Unione Europea e delle sue autorità. Conte si è mostrato preparato e intransigente ed è stato premiato con il più cospicuo pacchetto di prestiti e sussidi accordato ai singoli paesi: 209 miliardi di Euro. Sulla sua capacità di impegnarli e spenderli presto e bene Conte ha opportunamente chiesto di essere valutato a tempo debito. In democrazia si fa proprio così. Terzo, per un paio di mesi, commentatori privi di fantasia hanno fatto circolare il nome di Mario Draghi come il più probabile successore di Conte, già pronto a subentrargli. Nessuno di loro è riuscito ad avere un’intervista con Draghi il quale si è guardato bene dal dichiararsi disponibile. Il grande banchiere sa che l’Italia è una “brutta gatta da pelare” ed è molto probabilmente consapevole che un conto è presiedere la Banca Centrale Europea un conto molto diverso essere catapultato in un sistema politico non possedendo potere politico proprio. Gli altri nomi menzionati, tutti di caratura inferiore a quella di Draghi, costituivano un elenco di uomini (neppure un donna!) noti, ma nulla più. Quarto, anche se ripetutamente il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha sottolineato l’importanza quasi assoluta della stabilità di governo e della continuità della sua azione, quirinalisti e retroscenisti lasciavano trapelare (o si inventavano) una qualche insoddisfazione del Quirinale nei confronti di Palazzo Chigi. Al contrario, esistono molte dichiarazioni di Mattarella che debbono essere interpretate nel senso di una sua grande contrarietà a qualsiasi crisi di governo. Il Presidente della Repubblica non si allontana dalla convinzione che il governo in carica ha l’obbligo politico di formulare i progetti indispensabili per usufruire dei fondi europei ed è il meglio attrezzato a farlo. Le critiche giornalistiche e politiche a Conte continueranno. Sarebbero meno campate in aria se tenessero conto di qualche fatto.

Pubblicato AGL il 30 settembre 2020

Il gioco duro della Corte Costituzionale tedesca #Karlsruhe

Da qualsiasi parte la si giri e la si guarda, la sentenza della Corte Costituzionale tedesca è una brutta roba. Dichiarando sostanzialmente illegale l’acquisto di bond da parte della Banca Centrale Europea guidata da Mario Draghi, incide pesantemente sui poteri e sui comportamenti sia della Corte di Giustizia Europea (CGE) sia, per l’appunto, su quello che potrebbe/potrà fare la Banca Centrale oggi guidata da Christine Lagarde. Non tenendo in nessun conto il giudizio della Corte Europea, la Corte Costituzionale tedesca fa fare un lungo passo indietro al processo di integrazione fra gli Stati-membri dell’Unione che la CGE ha sempre assecondato con le sue sentenze di stampo coerentemente europeo. Se altre Corti Costituzionali seguissero la sentenza tedesca di “diritto europeo” non si potrebbe più in nessun modo parlare. La Banca Centrale Europea dovrà rispondere alle obiezioni della sentenza tedesca e certamente lo farà giustificando le modalità con le quali Draghi aveva attuato il programma noto come quantitative easing. Però, anche una ottima, e possibile, giustificazione potrebbe non essere sufficientemente poiché la sentenza della Corte tedesca è diretta ad impedire alla Bundesbank di partecipare al programma di Quantitative Easing e di conseguenze a programmi simili che la Banca Europea intenda mettere in campo per contrastare l’emergenza del Covid-19. Anche in questo caso, il precedente avrebbe conseguenze gravissime se fosse invocato anche da altre banche centrali. All’entrata a gamba tesissima della Corte Costituzionale tedesca nel campo di gioco europeo, molti sono i giocatori che debbono attivarsi se vogliono preservare non solo le possibilità di una risposta condivisa e efficace al Civid-19, ma anche quella di interventi futuri della Banca Centrale. Al momento, non mi pare che la sentenza tedesca sia stata colta in tutta la sua portata di estrema gravità. Forse per rassicurarci, il ministro dell’Economia Gualtieri ha detto che non cambia nulla. Temo, al contrario, che possa e debba cambiare molto. Il senso del cambiamento sarà notevolmente negativo se la Banca Centrale sarà costretta a limitarsi nell’ampiezza dei suoi interventi e la Bundesbank si ritrarrà in tutto o in parte. Il senso del cambiamento potrà risultare positivo se verrà riaffermato il ruolo superiore della Corte di Giustizia Europea e se la Commissione Europea e il Consiglio dei capi di Stato e di governo riusciranno ad adottare rapidamente gli emendamenti necessari ai Trattati. Purtroppo, la procedura è lunga e richiede l’unanimità nel Consiglio.

Pubblicato AGL il 7 maggio 2020

Avanti a piccoli passi. Basterà?

In giornata, rigorosamente in collegamento telematico, si riunirà l’Eurogruppo, vale a dire, i 19 ministri economici dei paesi europei della zona dell’Euro. Hanno il molto arduo compito di convergere su misure che, da un lato, consentano di attutire il tremendo impatto del coronavirus un po’ su tutte le economie dell’Unione Europea; dall’altro, di decidere quali interventi adottare per rilanciare la crescita economica il più presto possibile. Nella discussione svoltasi finora sono emerse soprattutto le preoccupazioni, se non addirittura, l’ostilità di alcuni paesi, in particolare l’Olanda, a soccorrere i paesi del Sud Europa, in special modo l’Italia. Per dirla brutalmente, una parte di governi europei, praticamente sempre gli stessi, ad eccezione della Francia, pensano che alcuni governi/paesi/cittadini europei siano inaffidabili, indisciplinati, spreconi (addirittura “peccatori”) e si rifiutano di allargare i cordoni della borsa neanche se quei paesi e i loro capi di governo si “pentono”. Quello che sembra sfuggire ai virtuosi, olandesi in testa, ma anche agli austriaci e, con qualche titubanza, ai tedeschi, è che le conseguenze economiche del coronavirus rischiano di travolgere persino le loro stesse “frugali” economie. Qualcuno pensa che non venire in aiuto dell’Italia (e della Francia e della Spagna) significherebbe travolgere l’Unione Europea. Le soluzioni tecniche praticabili sono numerose, ma, una, quella del ricorso al Meccanismo Europeo di Stabilità, appare inaccettabile all’Italia perché potrebbe implicare un controllo esterno stringente e rigoroso, esagerato sull’intera economia italiana, una messa sotto tutela. Invece, quello che una composita coalizione di 9 stati, fra i quali gli italiani e i francesi vorrebbero è l’emissione dei cosiddetti coronabond finanziati da tutti gli Stati-membri e garantiti dalla Banca Centrale Europea. Di fronte all’opposizione dura e intransigente di alcuni stati del Nord Europa, la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha formulato una proposta a più ampio raggio definita SURE: Sostegno per mitigare l’Unemployment (la disoccupazione) e i Rischi nella Emergenza, dotato di 100 miliardi di euro più una serie di altri interventi anche per le banche sui quali non sembrano esserci obiezioni. Da ultimo, i Commissari italiano Paolo Gentiloni e francese Thierry Breton hanno proposto la creazione di un Fondo Europeo per l’emissione di obbligazioni a lungo termine. È possibile che anche questa soluzione incontri la contrarietà dell’Olanda, mentre la Germania ha segnalato disponibilità purché quel Fondo sia chiaramente considerato eccezionale. Nella riunione dell’Eurogruppo forse si raggiungerà un compromesso con molti paletti limitativi e si farà qualche piccolo passo avanti. Non è l’ultima occasione per l’Europa, ma è preoccupante che a più di 60 anni dal Trattato di Roma alcuni Stati fondatori non abbiano compreso che la solidarietà è il pilastro sul quale si fonda e dovrebbe funzionare l’Unione.

Pubblicato AGL il 7 aprile 2020

Che cosa voleva dire Draghi all’Europa

Tutt’altro che incline a spettacolizzare le sue scelte di gestione economica e meno che mai la sua persona, Mario Draghi ha scritto un articolo molto importante pubblicato dal “Financial Times” qualche giorno fa. Tristemente, nel dibattito pubblico, l’articolo di Draghi ha finora ricevuto molta meno attenzione di quella che merita. Cercherò di spiegare perché formulando alcune ipotesi e traendo quelle che ritengo essere conseguenze ineludibili. Per cominciare, sottolineo che il “Financial Times” è, insieme al “Wall Street Journal”, il più importante quotidiano economico del mondo, e che, in generale, la sua visione dell’economia e dell’Unione Europea è sempre stata piuttosto distante da quella di Draghi e dalle modalità con le quali ha agito come Presidente della Banca Centrale Europea. La decisione di pubblicare è, probabilmente, stata dettata dalla straordinarietà della crisi prodotta dal coronavirus e dalla convinzione condivisa del senso di urgenza e drammaticità della situazione (da fare conoscere anche al Primo Ministro della Gran Bretagna). Tutto l’articolo di Draghi, argomenta punto per punto, politiche che gli Stati-membri dell’Unione Europea dovrebbero attuare molto rapidamente e che gli organismi dell’Unione Europea dovrebbero accompagnare e sostenere senza esitazioni. La risposta indirettamente pervenuta dalla riunione telematica del Consiglio dei capi di governo è stata assolutamente deludente. Benissimo ha fatto Giuseppe Conte a non firmare il documento conclusivo e a imporre un altro incontro fra due settimane. Sostanzialmente, Draghi propone quasi un rovesciamento delle politiche economiche neo-liberali finora seguite dall’Unione in buona misura poiché imposte dalla Germania, con la sua ideologia dominante dell’Ordoliberalismus, ma, questo punto è molto importante, condivisa da non pochi altri Stati-membri dell’Europa centro-settentrionale fra i quali si distingue per durezza e malposta intransigenza l’Olanda. C’è una componente quasi religiosa nel chiedere che chi fra gli Stati del Sud si trova in difficoltà paghi sulla sua pelle il prezzo dell’indisciplina, dei “peccati”, non solo economici, che li hanno condotti a chiedere sostegno. In maniera soffice e elegante, non meno laicamente “religiosa”, Draghi fa notare in avvio del suo articolo che in situazioni di tragedie umane abbiamo un dovere di solidarietà reciproche. Poi,affonda uno degli elementi chiave dell’Ordoliberalismus (inserito nel Patto di Stabilità e Crescita), cioè il tabù del debito pubblico il cui incremento deve essere accettato. Cito: “Livelli di debito pubblico molto più elevati diventeranno una caratteristica permanente delle nostre economie e saranno accompagnati dalla cancellazione del debito privato”. La ineluttabilità che il debito pubblico aumenti è strettamente collegata ai compiti che gli Stati debbono svolgere a cominciare dal “fornire un reddito di base a coloro che perdono il lavoro” e a “incanalare la liquidità verso le imprese in difficoltà”. Ancora più esplicitamente, dovranno essere “i governi ad assorbire una grande parte della perdita di reddito … se si vogliono proteggere posti di lavoro e capacità”. Infine, Draghi chiede “un cambiamento di mentalità” affinché, “in quanto europei” ci si sostenga “a vicenda nel perseguimento di ciò che è evidentemente una causa comune” (corsivo mio). Sostanzialmente, l’ex-Presidente della Banca Centrale Europea sta, da un lato, spingendo quella Banca in una direzione fortemente interventista, in larga misura, sembrerebbe, condivisa dalla Presidente Christine Lagarde, dall’altro, qui forzo un po’, fa rivivere il keynesismo, impossibile in un solo Stato, come politica economica e sociale europea, dell’Unione. Invece di “tirarlo per la giacchetta”, operazione alla quale non obietto, per chiamarlo a salvare la patria Italia, con modalità tutte da definire, sarebbe preferibile che le autorità politiche italiane mirino ad ottenere un consenso ampio fra gli Stati-membri dell’UE proprio sulle politiche delineate da Draghi.

Pubblicato il 31 marzo 2020 su il Fatto Quotidiano

Diseguaglianze e opportunità nell’era della globalizzazione #intervista @CdT_Online

Intervista raccolta da Osvaldo Migotto

Il politologo Gianfranco Pasquino, domani a Lugano per una conferenza, vede grandi sfide per le nuove generazioni
La scalata sociale oggi appare più difficile che in passato ma il meccanismo varia da Paese a Paese – Fondamentale resta il ruolo della cultura

Domani, giovedì 5 marzo, alle 18 Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica dell’Università di Bologna, terrà alla Biblioteca cantonale di Lugano una conferenza organizzata dal Club Plinio Verda. Tema della serata: «Diseguaglianze: precisazioni, problemi, proposte». Lo abbiamo intervistato.

Professor Pasquino, la sua conferenza a Lugano apre un ciclo di incontri dal titolo «Luci e ombre della globalizzazione». Vista la situazione economico-sociale in Europa, nella globalizzazione lei vede più luci o più ombre?

La globalizzazione di per sé produce notevoli opportunità, ma contiene anche grandi sfide, per cui bisogna sapersi organizzare per sfruttare al massimo le opportunità. Una delle sfide dipende dal fatto che l’economia finanziaria è molto più veloce delle capacità di reazione finora mostrate da Parlamenti e da Governi. I capitali sono inoltre molto più forti di ciascun singolo Stato. Anche gli Stati Uniti sono esposti a questo rapido movimento di capitali, per cui la risposta a questa sfida dovrebbe essere sovranazionale, ma qui si presenta un problema.

Nel senso che non esistono istituzioni sovranazionali in grado di gestire tale sfida?

Non esistono istituzioni in grado di gestire tutta la situazione. In alcuni casi è stato invece possibile gestire singole sfide, come ha mostrato ad esempio la Banca centrale europea. Anche i vari commissari dell’UE hanno saputo imporre a Google di smetterla di operare in regime di monopolio, di pagare le tasse e via dicendo. Si tratta dunque di una sfida in corso.

Misuriamo l’andamento economico di un Paese in base alla crescita del PIL (Prodotto interno lordo), quale strumento va usato per misurare le diseguaglianze?

Alcuni strumenti esistono e vengono usati dalle Nazioni Unite. Viene ad esempio misurata la salute dei cittadini e il livello d’istruzione. Quello che non possiamo misurare con precisione è la felicità delle persone. Però anche qui stanno emergendo delle possibilità di misurazione e quindi riusciamo ad andare oltre il PIL. Va però precisato che, se il PIL non cresce, tutte le altre misure di cui ho parlato sono insoddisfacenti.

Crede che la scalata sociale sia più facile oggi, ai tempi della globalizzazione, o nei decenni che l’hanno preceduta?

Su questo i dati sono abbastanza concordi, ossia oggi è più difficile passare da situazioni di relativo disagio a situazioni di grande soddisfazione lavorativa, culturale e così via. Non direi che questo meccanismo si sia interrotto del tutto, però bisogna verificare Paese per Paese. Nel caso italiano le speranze di chi aveva vent’anni negli anni Sessanta e di chi ha vent’anni oggi sono molto diverse. Le aspettative oggi sono molto meno ottimistiche.

In Europa molti giovani cercano di far fruttare all’estero quella formazione universitaria o di altro tipo che in casa propria non ha permesso loro di trovare un lavoro adeguato. È anche questa una via per aggirare le diseguaglianze?

Il poter girare il mondo alla ricerca di un lavoro che piace rappresenta uno degli aspetti positivi della globalizzazione. In questo modo è inoltre possibile aggirare le diseguaglianze in quanto ci sono dei Paesi più aperti al merito, al talento e alla voglia di fare e Paesi dove invece è meno facile far valere queste doti personali. Il paradosso è che il Regno Unito era molto aperto su questo fronte e ora con la Brexit finirà per chiudersi e per questo pagherà un prezzo. L’Italia invece è sempre stata molto meno dinamica come società.

Chi ha alle spalle una famiglia benestante può contare su una migliore formazione scolastica e su conoscenze che facilitano l’inserimento nel mondo del lavoro. Oggi questi vantaggi creano più che in passato un fossato tra giovani fortunati e giovani meno fortunati?

Se la società è statica le risorse che possiede la famiglia sono molto più importanti che in passato. Però bisogna fare molta attenzione all’elemento culturale, perché qui vi sono delle differenze importanti anche tra famiglie con lo stesso livello di reddito. Se in una di queste famiglie vi è grande disponibilità a investire in cultura, ossia se vi sono molti libri in casa, vi sono anche maggiori opportunità per i figli. Se al contrario una famiglia è ricca e ha anche delle relazioni, ma non riesce a diffondere la cultura, si troverà in una situazione meno favorevole. Per cui l’elemento culturale è quello più incisivo nel favorire lo sviluppo di una società.

Che legami vede tra partiti populisti e giovani?

I giovani mi sembrano più inclini ad essere dinamici e a cercare soluzioni, mentre i partiti populisti alla fine sono conservatori nel senso che vogliono mantenere quello che hanno all’interno dei loro confini.

Pubblicato il 4 marzo 2020 sul Corriere del Ticino

L’UE poco democratica? Basta con gli stereotipi @La_Lettura #vivalaLettura

 

Qualche tempo fa circolava sotto forma di boutade una critica alla mancanza di democrazia nell’Unione Europea secondo la quale, applicando i suoi criteri, l’Unione Europea non avrebbe mai superato la prova. Non sarebbe stata ammessa fra gli Stati-membri. Era sicuramente un’esagerazione e, altrettanto, sicuramente, da tempo le istituzioni dell’Unione Europea garantiscono il più grande spazio di libertà e di diritti al mondo e rispettano i canoni democratici. L’hanno fatto anche nelle recenti nomine alle cariche, non le “poltrone”, parola da lasciare ai populisti, più importanti: Presidenza della Commissione e della Banca Centrale Europea, Presidenza del Consiglio e Presidenza dell’Europarlamento. Quelle nomine sono state un esempio deteriore di mercato delle vacche? La terminologia inglese, molto più fine, parla di scambio/commercio di cavalli (horse trading). Non mi esibirò nell’elogio dei mercati dove si vendono, comprano, scambiano gli animali, luoghi di grande trasparenza e caratterizzati dalla fiducia fra i contraenti. Mi limiterò ad affermare che in qualsiasi democrazia multipartitica, e l’Unione appartiene a questa fattispecie con l’aggiunta che è anche plurinazionale, si fanno scambi tenendo conto non soltanto dei voti e del peso politico dei contraenti, ma altresì della qualità e della rappresentatività delle persone. Tutte quelle nomine, meno quella del Presidente del Parlamento, spettavano ai capi di governo riuniti nel Consiglio Europeo. Tutti e ciascuno di quei capi di governo godono di effettiva legittimità democratica. Fanno parte di quel Consiglio poiché hanno vinto le elezioni, libere e competitive, nei loro paesi. Vi rimangono fin quando riescono a mantenere il sostegno della maggioranza assoluta del loro Parlamento. Sono costretti ad andarsene quando non hanno più la maggioranza venendo sostituiti da chi quella maggioranza ha conquistato. A sua volta, nel Consiglio si formano e cambiano le maggioranze a seconda delle persone e delle politiche. In quel Consiglio si vota e vincono coloro che aggregano una maggioranza assoluta di voti ponderata anche in base ad altri criteri nient’affatto in violazione delle regole democratiche con un’unica eccezione. La richiesta del voto all’unanimità su alcune materie conferisce eccessivo, oramai non più giustificato, potere anche a un solo capo di governo che può “ricattare” formalmente e informalmente tutti gli altri. Infatti, da qualche tempo, si discute di come abolirlo.

È la Commissione, sostengono molti, l’organismo assolutamente non democratico accusandola di essere composta da burocrati e tecnocrati senza legittimità alcuna. Sia il/la Presidente della Commissione sia i singoli Commissari sono, in effetti, non eletti, ma nominati da ciascuno dei capi di governo. Chi li ha nominati gode, come ho evidenziato sopra, di chiara legittimità democratica. Dunque, la Commissione avrebbe comunque una legittimità indiretta e, incidentalmente, praticamente nessuno dei Commissari è un burocrate emergendo tutti da una carriera politica ad alto livello, che li ha portati ad essere ministri e capi di governo, e sono tecnocrati solo nella misura in cui si riconoscono le loro competenze specifiche in alcuni importanti settori. I capi di governo hanno deciso di non dare la preferenza al candidato di punta dei Popolari che, pure, hanno avuto più voti e più seggi dei concorrenti, ma non hanno violato una norma e, comunque, scegliendo Ursula von der Leyen hanno premiato i Popolari. La nomina, però, non è sufficiente ad acquisire la carica. La Presidente nominata, nel lessico parlamentare diremmo “designata”, presenterà il suo programma ai parlamentari per ottenerne un voto di approvazione, sostanzialmente la fiducia. A loro volta, ciascuno dei candidati Commissari, nominati dai (capi dei loro) governi, dovrà passare attraverso severe e approfondite, pubbliche audizioni parlamentari ad opera delle Commissioni di merito che ne valuteranno le competenze e anche il tasso di europeismo in un certo senso aggiungendo quindi un importante elemento di democraticità. Toccherà al Parlamento europeo, eletto da qualche centinaio di milioni di elettori europei, dare la sua approvazione oppure no alle nomine dei capi di governo. Il Parlamento poi dovrà accettare o respingere la Commissione in blocco.

La procedura, tutt’altro che contorta o bizantina, nient’affatto manipolabile, vede, dunque, il Parlamento, l’organismo più democratico poiché eletto dai cittadini europei, svolgere il compito più importante, quello della legittimazione democratica della Commissione, il motore dell’Unione. I critici sostengono che, democratico quanto si voglia, il Parlamento europeo ha poco potere. Ratifica, per lo più, o boccia, rarissimamente, ma non ha il potere di iniziativa legislativa che è nelle mani della Commissione. I critici dimostrano, da un lato, di non avere sufficienti cognizioni istituzionali; dall’altro, di essere carenti anche in quanto alle modalità di fare politica. In tutti i parlamenti delle democrazie parlamentari, praticamente il 90 per cento delle leggi approvate sono di iniziativa governativa. Quando gli europarlamentari, in particolare, le Commissioni, ritengono che una particolare tematica meriti una regolamentazione legislativa, non hanno nessuna difficoltà a conquistare l’attenzione dell’apposito Commissario, se non, addirittura di tutta la Commissione. In via informale, ma non meno efficace, eserciteranno così l’iniziativa legislativa.

Non c’è dunque nulla di cui lamentarsi in materia di democrazia nell’Unione Europea? Quando sono i cittadini europei che ritengono che di democrazia in Europa non ce n’è abbastanza e che funziona male, allora, comunque, dobbiamo preoccuparci. Non è solo un problema di decisioni, che sono prese con troppa lentezza e dopo eccessive contrattazioni, peraltro in maniera non dissimile da quanto avviene nei governi di coalizioni multipartitiche. Non è solo un problema, peraltro reale, di cattiva o inadeguata comunicazione. È un problema di esagerata apertura dell’Unione a tutti i numerosi e potenti gruppi di pressione nazionali e transnazionali che difendono interessi particolaristici e, soprattutto di mancanza di trasparenza dei processi decisionali. L’Unione, che è democratica, deve diventare più trasparente esplicitando le posizioni dei decisori, i conflitti, le proposte di soluzioni alternative. Renderebbe possibile valutare le responsabilità del fatto, del non fatto e del malfatto per premiare e punire rappresentanti e governanti.

 

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica, è, fra l’altro, autore di L’Europa in trenta lezioni, UTET 2017.

Pubblicato il 14 luglio 2019

Nell’Unione contano i voti e le capacità #UE #Euco #NominationsUE #NomineUE @EUparliament

No, a Bruxelles non c’è stato uno scandaloso mercato fra capi di governo per l’attribuzione delle cariche -non delle “poltrone”, come scrivono i commentatori succubi del linguaggio populista. Si sono svolti legittimi e fisiologici negoziati fra esponenti politici e istituzionali di alto livello, tutti dotati di legittimità democratica, per scegliere le personalità che governeranno l’Unione Europea e la sua politica monetaria nei prossimi cinque anni. Succede esattamente così in ciascuno dei sistemi politici nazionali. Si vota, si contano i voti e i seggi, si forma una coalizione in grado di avere il consenso di una maggioranza assoluta e si scelgono le persone che di quella maggioranza e delle sue preferenze sono rappresentative e che hanno la biografia politica e professionale tale da garantire un buon rendimento nella carica ottenuta. Qualunque altra interpretazione, in particolare quelle che descrivono litigi e traffici, ricatti e imposizioni, non soltanto sono sbagliate, ma segnalano l’ignoranza dei commentatori riguardo al funzionamento di un sistema politico democratico. Avrebbe vinto la Germania poiché la prescelta a guidare la Commissione è una democristiana ministro nel governo di Frau Merkel? Ha vinto la Francia poiché a sostituire Draghi alla Presidenza della Banca Centrale Europea va la francese Christine Lagarde, certamente non una “macroniana”? Allora ha vinto anche il Belgio poiché alla guida del Consiglio europeo andrà il suo Primo ministro liberale Charles Michel. L’interpretazione corretta, che serve anche a capire meglio come funziona l’Unione, è che le cariche rispondono alla distribuzione del potere politico fra gli Stati-membri e fra le famiglie politiche costituitesi nel Parlamento europeo. Da sempre, per il loro peso politico e economico, Germania e Francia hanno maggiore influenza, ma sempre contano anche le qualità delle candidature e, oggi, con l’ingresso in forze dei sovranisti-populisti nell’europarlamento, si è dovuta formare una maggioranza parlamentare europeista più ampia. Candidato dal gruppo dei Socialisti e Democratici, l’italiano David Sassoli è stato eletto alla Presidenza del Parlamento Europeo. Questa non è certamente una vittoria dell’Italia, anche perché né i leghisti né gli europarlamentari delle Cinque Stelle l’hanno votato. Al suo terzo euro mandato, Sassoli ha vinto grazie alla stima personale di cui gode. Quando l’Europarlamento avrà approvato la nomina di Ursula von der Leyen, la parola passerà ai governi nazionali che debbono nominare ciascuno, tranne i tedeschi, un loro commissario in consultazione con il Presidente della Commissione indicando la preferenza per quale settore di competenza. Infine, la parola decisiva spetterà all’Europarlamento che dopo approfondite audizioni nelle varie Commissioni esprimerà il suo voto sui singoli Commissari e complessivamente sulla Commissione. È una procedura esigente e trasparente che non lascia spazio a ricatti, consente di apprezzare la democraticità dell’UE e non esclude, purché correttamente motivate, le critiche.

Pubblicato AGL il 4 luglio 2019