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La leadership della rottamazione

Larivistailmulino

“E’ un’illusione -tanto pericolosa quanto diffusa- che nelle democrazie contemporanee quanto più un leader domina il suo partito e il governo tanto più è grande” *

Articolo pubblicato da La rivista il Mulino,

fascicolo n. 478, 2/2015 (pp. 254-259)

A fior di pelle, l’emergere di un leader mini-populista nel corpo affaticato del Partito Democratico, appesantito dalle resistenze, per lo più verbali e poco contro-propositive, degli epigoni del PCI e della DC, è un fenomeno interessante. Per il momento, lascio la descrizione della rapida sequenza degli avvenimenti alle cure degli storici contemporanei (anche perché ce ne siamo già variamente occupati nei saggi curati da G. Pasquino e F. Venturino, Il Partito Democratico secondo Matteo, Bononia University Press 2014). In questa sede, intendo valutare come il nuovo leader del PD si è finora espresso, in quali direzioni sta andando, con quali risultati. Salvati suggerisce due ambiti sui quali concentrare l’attenzione: l’innovazione mediatico-organizzativa e l’innovazione politico-ideologica. Mi pare che le due presunte innovazioni si intersechino e si sovrappongano. Pertanto, pur facendovi riferimento, più o meno indiretto, non le terrò distinte. Per capire il renzismo bisogna inserirlo nel quadro più ampio della transizione politico-istituzionale del sistema politico italiano iniziata nel 1994 e mai chiusa da Silvio Berlusconi, leader inizialmente carismatico, poi più semplicemente personalista, provatosi incapace di istituzionalizzare il suo carisma e di preparare la sua successione. Sembrò a molti che sarebbe toccato al Partito Democratico guidato da Bersani di chiudere la transizione anche se con l’espressione troppo spesso ripetuta: “la Costituzione più bella del mondo”, alcune delle necessarie riforme non avrebbero comunque mai visto la luce. La non-vittoria elettorale di Bersani e la sua cattiva gestione del partito portarono, invece, ad una rielezione senza precedenti del Presidente della Repubblica. Imposero la formazione di un altro governo di transizione, incidentalmente, un altro esemplare di “governo del Presidente”. Produssero l’ennesima crisi interna al Partito Democratico della quale Renzi seppe trarre profitto incassando con gli interessi il suo investimento personale, politico, organizzativo effettuato fin dalle primarie del novembre-dicembre 2012 concessegli con fin troppa generosità (o eccesso di sicurezza) da Bersani.

Due volte favorito dal contesto, ma anche due volte capace di sfruttarlo, il renzismo è velocità e opportunismo, Renzi conquistò in rapida, quasi ineluttabile, sequenza il partito e il governo (grazie anche alla non opposizione del Presidente Napolitano e alla sua non-richiesta di formale apertura in Parlamento della crisi del governo Letta)). Questa breve, sintetica, ma corretta, storia, che richiederebbe approfondimenti politici e istituzionali ad ogni passaggio (al fine di evitare errori, non soltanto interpretativi, e di non ripeterli) dell’ascesa dell’ex-sindaco di Firenze mi pare non abbia praticamente nulla in comune con la lunga lotta di Tony Blair e di Gordon Brown, entrambi facilitati dalle riforme introdotte nel corpo del partito dal loro predecessore e mentore John Smith, finalizzata ad ammodernare il partito laburista e farne il New Labour (incidentalmente, sulla scheda elettorale queste due parole non hanno mai fatto la loro comparsa). Non c’è paragone possibile neppure con la conquista del governo che per Blair passa attraverso una convincente vittoria elettorale nel 1997. Lasciando da parte il confronto delle personalità Blair/Renzi, della loro oratoria, dei loro riferimenti, non si deve sottacere che il leader laburista ha alle spalle un tirocinio parlamentare durato 14 anni. Infine, intorno a Blair c’è un gruppo dirigente composto da personalità di alto livello esposta ad un’elaborazione culturale di alto livello (e molto disposta ad accettarla) il cui esponente da noi più noto è un grande sociologo, Anthony Giddens, oggi Lord Giddens, il vero ispiratore e teorico della Terza Via.

Nel ristretto circolo di persone che si dice consiglino Renzi ho cercato invano intellettuali dello spessore di Giddens. Non mi è parso di cogliere nelle varie Leopolde una elaborazione culturale e politica in qualche modo paragonabile a quella dei laburisti e dei think tank che, senza identificarsi con il New Labour, formulavano idee per il rinnovamento del partito e delle sue politiche. Di conseguenza, ho definitivamente abbandonato il paragone Renzi/Blair (e PD/New Labour) ritenendolo sbagliato, fuorviante, improponibile. Il Partito Democratico di Matteo Renzi non ha praticamente nulla in comune con il New Labour di Blair. L’oratoria di Blair non ha mai fatto ricorso a termini come rottamazione, non soltanto perché la tradizione in Gran Bretagna conta, l’esperienza è ritenuta una qualità, le conoscenze si apprendono, e non ha mai fatto riferimento a Peppa Pig o simili. Per quanto brillante e sferzante, come Max Weber sapeva dovessero essere i Primi ministri inglesi, “dittatori del campo di battaglia parlamentare”, campo peraltro frequentato da Blair quasi unicamente nei mercoledì del question time, il Primo ministro inglese non ha mai dimenticato che la più alta carica di governo richiede gravitas. Da parte mia, aggiungo che tutti i grandi capi di governo delle democrazie occidentali (da Churchill a De Gasperi, da de Gaulle a Brandt, da Kohl a Merkel) hanno mostrato questa gravitas e che proprio la levitas (spero che i lettori apprezzino il mio eufemismo) berlusconiana ha costituito un elemento di straordinaria vulnerabilità della sua stagione di governo e, giustamente, della sua statura di leader.

Niente di tutto quello che riguarda il Partito laburista, la conquista della leadership, l’esercizio del potere di governo è, evidentemente, folclore. Fa parte di una cultura politica che segnala quanto imbarazzante è il paragone con quella italiana. Dunque, meglio fuoruscire dal paragone nobilitante e passare sul terreno dell’innovazione organizzativa. L’abbandono del partito di massa, già avvenuto qualche tempo prima dell’anno 1 dell’era di Renzi, non può certamente essere considerato un suo apporto alla modernizzazione. Ci si potrebbe chiedere come è strutturato e come funziona il Partito Democratico di Renzi. E’ una domanda legittima in particolare poiché Renzi e i renziani di tutte le ore occupano attualmente le cariche più importanti nel partito a tutti i livelli. Non importa se sono diminuiti gli iscritti poiché questo è un trend generale in Europa in tutti i partiti grosso modo di sinistra. Un conto, però, è la tendenza di fondo, un conto molto diverso sono, invece, i crolli. Sappiamo che il leader mediatico non ha bisogno di iscritti. Non ha il tempo di andare a cercarli; non incoraggia nessuna campagna di reclutamento per la quale i renziani dovrebbero impegnarsi a parlare di politica con i già iscritti, che vorrebbero andarsene, e con i non iscritti, che desiderano farsi convincere. Forse nell’era dei talk show e di Twitter i voti si conquistano con le nuove tecnologie, ma, direbbe Gramsci (“chi?”), il consenso duraturo e, soprattutto, la formazione di una cultura politica diffusa non passano sul web.

Il fatto è che, altro che innovazione “mediatico-ideologica”!, il Partito Democratico di Renzi è piantato nel contesto del sistema dei partiti italiani. Con appena qualche ritardo (ma soltanto perché Veltroni, incamminatosi, con maggiore consapevolezza, su quella strada, era stato costretto a fermarsi) sta diventando, come hanno notato i migliori analisti, ad esempio, Mauro Calise e Ilvo Diamanti, un partito personalista. Nessuno può sostenere neanche per un momento che, lasciando da parte i partiti in senso lato socialisti di tutta l’Europa, i laburisti inglesi, neppure quando il loro leader era Blair, possano essere definiti “personalisti”. Invece, in Italia, nessuno avrebbe dubbi sull’esistenza di molti partiti personalisti. Anzi, ho già argomentato altrove (Italy: The Triumph of Personalist Parties, in “P&P Politics and Policy”, vol. 42, n. 4, August 2014, pp. 548-566), che tutti i partiti italiani sono personalisti e che i loro effetti sulla qualità della democrazia (che un leader dovrebbe volere e sapere migliorare) risultano assolutamente negativi. Qualcuno obietterà che il PD ha organismi decisionali, strutture e sedi, ma, non soltanto a mio modo di vedere, esibisce anche tutti i tratti caratteristici dei partiti personalisti: a) la presenza di un leader dominante e di un’organizzazione per scelta debolmente istituzionalizzata (dopo gli scandali di Venezia, Milano e Roma, diremmo giustamente anche “permeabile”); b) il dominio da parte del leader della comunicazione televisiva; c) il rapporto privilegiato a tutto campo con gli elettori (anche a scapito del rapporto con gli iscritti); d) il suo totale disinteresse per l’ideologia; e) la sua raccolta diretta di fondi. Al proposito, i più colti fra i politologi richiamerebbero anche la sindrome del partito pigliatutti di Otto Kirchheimer (1965) e avrebbero ragione da vendere. Naturalmente, se questa era/è l’intenzione dei fondatori del Partito Democratico e dei suoi cantori, ne prendo atto, ma soltanto dopo avere evidenziato i punti più significativi.

Qualche volta i leaders cambiano stile passando dal partito al governo, da alcune costrizioni a notevoli opportunità. Non è certamente questo il caso di Matteo Renzi. Decisionista nel partito, sostenuto da una solidissima maggioranza di renziani di tutte le ore, il capo del governo è riuscito, almeno fino ad ora, a fare credere che il suo è un governo che fa le riforme non fatte mai, almeno negli ultimi trent’anni (nel fascicolo 5/2014 “il Mulino” ha già gentilmente ospitato il mio articolo Un’altra narrazione che smentisce in maniera documentata quanto affermano il capo del governo e i suoi collaboratori). Non è questo il luogo nel quale entrare nei dettagli delle riforme proposte e dello stato della loro attuazione. Suggerisco un criterio semplice da applicare sui due casi da Renzi considerati decisivi. Il testo detto Italicum della riforma elettorale (incidentalmente un sistema proporzionale con premio di maggioranza che quasi nulla ha a che vedere con i sistemi maggioritari, meno che mai, come molto erroneamente scritto nello stesso fascicolo de “il Mulino”, p. 751 e p. 752 con quello francese maggioritario a doppio turno in collegi uninominali) ha una lontana somiglianza con le tre proposte formulate da Renzi nel gennaio 2014. La modifica del Senato approvata in prima lettura presenta non poche differenze rispetto all’iniziale disegno di legge del governo. Insomma, il capo del governo e il suo Ministro per le Riforme rilevano di avere idee poco chiare e convinzioni non forti in materia elettorale e istituzionale.

Più forti, ma non per questo più convincenti, sono le idee di Renzi in materia di rapporti con le parti sociali, più precisamente con i sindacati e altre associazioni di categoria. Sicuramente, Tocqueville non figura in maniera preminente fra le letture del capo del governo. Che vi sia un legame strettissimo fra democrazia e pluralismo dovrebbe essere noto a tutti. Meno noto, forse, è che le difficoltà socio-economiche sono state superate più rapidamente negli anni settanta dai sistemi politici nei quali i rapporti fra governi e parti sociali: sindacati e associazioni industriali, diedero vita ad assetti definiti neo-corporativi. Nei sistemi politici nei quali si hanno scontri fra governi e sindacati l’esito non è mai efficace per il funzionamento dell’economia. Alla fine del decennio thatcheriano (1990), la Gran Bretagna, nella quale Margaret Thatcher aveva messo all’angolo i sindacati negando loro qualsiasi ruolo sociale e di rappresentanza, fu superata dall’Italia del pentapartito nella classifica delle nazioni più industrializzate. All’insegna della disintermediazione, Renzi potrà anche mettere ai margini i sindacati (che, dal canto loro, non sono esattamente le strutture più innovative del paese), ma avrà reso un cattivo servizio a tutta la società e resta da vedere se avrà rilanciato l’economia. Rottamazione della classe politica e disintermediazione della società non sembrano necessariamente le migliori ricette per cambiare la cultura politica, vale a dire le idee, le credenze, le concezioni degli italiani. Anzi, sembrano fatte apposta per coltivare il populismo che serpeggia nell’elettorato italiano, magari accompagnandolo con frequenti e ripetute critiche ai tecnocrati di Bruxelles ai quali i virtuosi governanti italiani imporranno di “cambiare verso”. Infine, che un leader non obietti alla definizione del suo partito come Partito della Nazione non può non destare qualche preoccupazione di scivolamento dal personalistico al solipsistico con venature di blando autoritarismo. Queste preoccupazioni crescono ascoltando il leader che dichiara “l’astensionismo è un problema secondario”.

E’ un segno dei tempi che quel che conta per misurare la leadership sia il metro della popolarità. In effetti, Renzi è molto popolare. Non sorprendentemente, poiché i capi di governo godono quasi sempre di maggior popolarità dei leader dell’opposizione soprattutto in un sistema multipartitico, Renzi risulta tuttora il più popolare dei leader italiani anche se i più recenti dati disponibili indicano la perdita di una decina di punti fra l’estate e l’autunno inoltrato del 2014. Non azzarderò nessun paragone con Churchill e de Gaulle e neppure con Blair e Merkel. La caratura di un leader si misura ex post facto, con riferimento alle sue riforme e allo stato del suo paese quando lo lascia: migliore o peggiore di come l’ha preso? Al momento, nessuno degli indicatori utilizzabili suggerisce che l’Italia stia meglio di poco meno di un anno fa, quando Renzi subentrò a Enrico Letta. Non ho nessuna remora a sospendere il giudizio, ma la sospensione non significa affatto che si debba dare un giudizio positivo sulle qualità di leader di Matteo Renzi. E’ consigliabile attendere che almeno alcune delle riforme siano completate e attuate. Sospendere il giudizio non significa sospendere le critiche, purché siano documentate. Anche se so che è fin troppo facile proiettarsi nel futuro, non posso trattenermi dal ricordare che la prova della pizza sta nel mangiarla. Ma la pizza confezionata da Renzi non è ancora pronta, e, più solennemente, che i grandi leader e gli statisti lasciano un paese in condizioni migliori di quelle in cui l’hanno trovato. Concludo citando una frase tratta da uno dei più importanti studi contemporanei sulla leadership (già citato in apertura): “in generale, l’accumulazione di enorme potere da parte di un singolo leader lastrica la strada per errori importanti nel migliore dei casi e per disastri nei peggiori”

*Archie Brown, The Myth of the Strong Leader. Political Leadership in the Modern Age, Londra, Bodley Head, 2014, p. vi.

Italicum: Renzi gioca d’azzardo ma (stavolta) rischia di perdere

Il sussidiario

Intervista raccolta da Pietro Vernizzi per ilsussidiario.net

Ora tutto dipenderà da come l’Italicum sarà votato: con o senza fiducia e con o senza scrutinio segreto. Renzi sta facendo il giocatore d’azzardo, e in questi casi a volte si vince, ma in altre si perde“. E’ il commento di Gianfranco Pasquino, professore di Scienza politica alla Johns Hopkins University di Bologna. Ieri la commissione Affari costituzionali della Camera ha approvato la legge elettorale che da lunedì sarà discussa dall’aula di Montecitorio. Maria Elena Boschi, ministro per le Riforme istituzionali, ha lanciato un appello subito dopo il voto: “I gruppi parlamentari rinuncino a chiedere il voto segreto in aula sulla riforma elettorale”. A stretto giro la risposta di Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia: “Sulla riforma della legge elettorale lo strappo lo ha fatto Renzi, deportando dieci suoi parlamentari in Commissione Affari costituzionali“.

Come valuta il testo finale dell’Italicum votato in commissione?

L’Italicum nel corso del tempo è stato migliorato ma ci sono tre punti che potrebbero essere modificati facilmente. Il primo aspetto che andrebbe cambiato riguarda le candidature multiple, che andrebbero subito abolite. I capilista bloccati inoltre fanno sì che due terzi dei parlamentari saranno nominati, e che ciò varrà per il 1 00% dei parlamentari di tutti i partiti esclusi quelli di Pd e forse M5S. La stessa minoranza Pd così può scordarsi di essere nominata o di riuscire a entrare nuovamente in Parlamento. La terza questione riguarda il premio di maggioranza.

Che cosa va cambiato?

Il premio di maggioranza non deve essere attribuito a una lista. I sostenitori dell’attuale formulazione sostengono che la lista è più compatta e quindi garantisce maggiore governabilità. Io al contrario sono convinto che bisogna incentivare la formazione di coalizioni. Altrimenti ci sarà una lista che ha il premio di maggioranza e quattro o cinque “listine” incapaci di fare opposizione. La verità è che, se non cambierà nulla, l’unica opposizione vera che ci sarà nel prossimo Parlamento sarà quella dell’M5S.

Renzi ha mai affrontato prima una prova di forza come quella sull’Italicum?

Renzi affronta soltanto prove di forza. Ha affrontato la prova di forza contro Bersani e quindi quella contro Letta. Se quest’ultimo avesse chiesto a Napolitano di mandarlo alle Camere per fargli votare la sfiducia, le cose sarebbero andate in modo diverso. Il metodo del premier è quello di andare allo sbaraglio, finora è stato fortunato ma sicuramente non continuerà così anche in futuro. Tanto è vero che quando ha tentato la prova di forza con l’Ue non ha ottenuto granché.

Il premier esce indebolito o rafforzato dalla vicenda dell’Italicum?

Da un lato esce leggermente ammaccato perché schiacciare le minoranze implica anche il fatto di subire un calo di popolarità. A qualcuno che pure fa parte della maggioranza del Pd non è piaciuto il modo in cui Renzi ha trattato le minoranze. La sostituzione dei dissidenti in commissione era tecnicamente possibile, ma da un punto di vista politico è stata molto sgradevole. Ora tutto dipenderà da come l’Italicum sarà votato: con o senza fiducia e con o senza scrutinio segreto. Renzi sta facendo il giocatore d’azzardo.

Che cosa accadrebbe se Renzi cedesse e accettasse le modifiche?

Se Renzi cedesse sulle candidature multiple e sui capilista bloccati non succederebbe nulla. La minoranza sarebbe contenta, perché potrebbe finalmente organizzarsi sul territorio e candidare i suoi esponenti. Lo stesso vale se rinunciasse al premio di lista anziché di coalizione, perché se lo volesse, il Pd potrebbe comunque andare al ballottaggio da solo. Quindi siamo di fronte a un incaponimento stupido. Il ministro Boschi ha rimarcato che sono nove anni che aspettiamo la legge elettorale: benissimo, quindi nulla impedisce di aspettare altri due mesi.

Perché Renzi comunque non vuole accettare delle modifiche ragionevoli?

Renzi vuole dimostrare di essere lui a decidere tutto e di essere in totale controllo del partito e dello stesso gruppo parlamentare. Al punto da schiacciare i deputati del Pd e in particolare a obbligare alle dimissioni il capogruppo Roberto Speranza. In questo modo vuole mandare alla gente il messaggio che lui è molto più forte, innovativo e deciso di tutti i suoi predecessori.

Lei prima ha parlato del gioco d’azzardo di Renzi. Che cosa rischia in questo caso?

Se chiede il voto di fiducia e perde, deve dare le dimissioni. Se perde ma senza la fiducia, può ricominciare prendendo atto del fatto che ci sono degli emendamenti che non ha lasciato che fossero discussi in commissione. Se queste integrazioni fossero accettate potrebbero migliorare la legge e consentirne l’approvazione in tempi brevi. Con gli emendamenti che ha presentato, la minoranza sarebbe disposta a votare la legge.

Per Berlusconi, l’Italicum è una legge autoritaria e Renzi è malato di bulimia di potere. Come si spiega questo voltafaccia?

Berlusconi è un opportunista, perché quella legge contiene molte delle cose che lui vuole a cominciare dai capilista bloccati e dalle candidature multiple. Alcuni esponenti legati al Cavaliere non hanno la certezza di essere eletti, e quindi le candidature multiple offrono loro maggiori chance. Lo stesso premio di maggioranza è stato inventato con il Porcellum di Berlusconi e Calderoli. L’Italicum contiene molto del Porcellum, al punto che secondo me è un Porcellinum.

Pubblicata il giovedì 23 aprile 2015

Italicum merce di scambio

Grazie all’Italicum, annuncia e ribadisce Renzi, non ci saranno più inciuci, non si faranno più larghe intese, finirà per sempre il deprecato consociativismo. A metà fra il serioso e il giulivo, ripetono il mantra anche il Ministro delle Riforme Istituzionali Maria Elena Boschi e il vice-segretario del partito, la loquacissima, Debora Serracchiani. Bocciato un cruciale emendamento della minoranza del PD che avrebbe ridotto grandemente il numero dei nominati e approvato un emendamento del PD che ingoia migliaia di altri emendamenti, entrambi i voti debitori del soccorso blu dei Senatori di Forza Italia, il cammino verso l’approvazione di una legge elettorale controversa sembra in discesa. Vedremo in occasione della sua prima applicazione, possibile non prima del 2016, quanto l’Italicum manterrà le sue promesse, in particolare, quelle di sostenere il bipolarismo, di garantire senza mercanteggiamenti un vincitore incoronato la sera stessa delle elezioni e di produrre la governabilità renziana.

Al momento, ma è anche effetto della sotterranea battaglia per il Colle più ambito, il Quirinale, il Partito Democratico si sta dolorosamente lacerando. Soltanto il molto deprecato inciucio con Forza Italia, che dovrebbe essere sconfitto a futura memoria, salva Renzi e la sua brutta riforma elettorale. Berlusconi si aggrappa all’inciucio come se fosse una vera e propria ciambella di salvataggio sia nel duro confronto interno al suo stesso partito sia per rimanere a galla come contraente del Patto del Nazareno e soprattutto per concordare il futuro presidente. Non è ancora andata a fondo la minoranza del Partito Democratico, guidata da Bersani, in grandissima fibrillazione poiché Renzi non fa sconti, non fa concessioni, non fa neppure il piacere di giocare a carte scoperte. Adesso, il test della profondità e della solidità del rapporto prioritario e privilegiato con Berlusconi, non ancora, però, una nuova maggioranza, si sposta verso l’elezione del prossimo Presidente.

Berlusconi ha ripetutamente affermato che non vuole un ex-comunista. In questo modo, taglierebbe fuori dall’eventuale rosa che Renzi potrebbe sottoporgli: Bersani, D’Alema (che ha ancora non pochi sostenitori in parlamento) e Veltroni. Adesso, è l’ex-segretario Bersani che deve porsi il problema di come fare valere quel che resta della ditta. Certamente, l’elezione del prossimo presidente della Repubblica offre alla minoranza del PD, ma anche a Fitto e ai dissidenti di Forza Italia, una grande occasione. Non è soltanto questione di nomi. Peraltro, a Renzi non costa proprio nulla escludere gli ex-comunisti. Non è quella la sua tradizione né, tantomeno, la sua cultura (parola grossa) di riferimento. Anzi, tanto di guadagnato, se l’esclusione degli ex-comunisti, pur non garantendo l’elezione del prescelto nelle prime tre votazioni, facilitasse, faciliterà l’accordo con Berlusconi. E’ sul profilo del non ex-comunista che Renzi e Berlusconi potrebbero avere non marginali differenze di opinione.

E’ lampante che lo scambio, che si sta manifestando sulla legge elettorale, al quale Berlusconi è interessato, riguarda la sua agibilità politica. Il tempo passa, le energie declinano, i malumori in Forza Italia crescono. Se non viene riabilitato in fretta, Berlusconi finirà per non contare nulla. Dunque, ha bisogno di un Presidente della Repubblica molto comprensivo. Anche Renzi desidera un presidente “comprensivo”, magari di basso profilo, meglio se ex-democristiano, poco interventista. Qualcuno lo ha già delineato questo potenziale “presidenziabile”. Proprio come la brutta legge elettorale che consente a Renzi di contare su una vittoria che depurerà il PD dalle minoranze dissenzienti e a Berlusconi di continuare quantomeno a nominare tutti i suoi parlamentari, anche il prossimo Presidente della Repubblica può essere la conseguenza di un inciucio giustificato con l’obiettivo altisonante di porre fine agli inciuci. Per concludere in politichese: “sono queste le riforme, sono questi gli esiti che la gente si attende?”

Pubblicato AGL 22 gennaio 2015

I tre colori del governo

Sala verde, soccorso azzurro, delega in bianco: questi sono i colori dell’energica azione di governo intrapresa da Renzi per l’approvazione del Jobs Act, che va molto oltre la, pur non semplice e controversa, modifica dell’art. 18 sui licenziamenti. L’invito ai sindacati nella sala verde, tradizionalmente luogo di quella concertazione che Renzi non vuole più perseguire, è apparso sostanzialmente una sfida. Renzi ha espresso la sua posizione e, in quell’oretta loro riservata, i sindacati non hanno saputo, con gradazioni diverse, la CGIL molto più contraria di CISL e UIL, andare oltre il loro rifiuto ad intervenire sull’art. 18. Il capo del governo sembra essere riuscito a dimostrare la quasi totale irrilevanza dei sindacati nella ridefinizione del mercato del lavoro, nella trasformazione degli ammortizzatori sociali e nella elaborazione di una nuova politica economica. A fronte delle critiche provenienti dall’interno del Partito Democratico e delle preoccupazioni dell’alleato Nuovo Centro Destra, il capo del governo mira anche a dimostrare che la sua attuale maggioranza, piuttosto risicata al Senato, è autosufficiente, vale a dire non ha bisogno dei voti o dei marchingegni di Forza Italia.

Gli “azzurri” non avranno modo di vantarsi di essere essenziali per la sopravvivenza del governo al Senato e per l’approvazione di un importante disegno di legge poiché Renzi ha deciso di porre la fiducia sulla legge delega. Questa richiesta è molto irrituale e si configura, per l’appunto, come una delega in bianco poiché il testo del Jobs Act, ripetutamente rivisto negli ultimi giorni, non è ancora noto nei particolari che, come si sa, contano e molto. La fiducia mira a ricompattare forzosamente il PD e tenere lontana Forza Italia. Ha ragione la minoranza del partito, che pure, sulla base di quanto è noto, ha preparato alcuni emendamenti “irrinunciabili”. Proprio per questo, Renzi pone la fiducia, che fa cadere tutti gli emendamenti e che, se ottenuta, com’è probabilissimo, gli consentirà un’approvazione rapida e integrale di quanto desidera. La delega in bianco è anche una specie di biglietto da visita che Renzi vuole presentare all’incontro di Milano con i capi di governo dell’Unione Europea. Da qualche tempo accusato in Italia e criticato in Europa per frequenti annunci di riforme che non si materializzano (non soltanto perché hanno necessità di maturazione, ma anche perché appaiono dilettantescamente formulate), Renzi vuole arrivare a quell’incontro con qualcosa di concreto.

Difficile dire se i più critici fra i capi di governo dell’Unione (e fra i neo-commissari) si accontenteranno, ma certamente dovranno moderare le loro critiche. Quanto agli oppositori interni, sia nel PD sia in Forza Italia, i primi non potranno spingere la loro azione fino a negare la fiducia al governo e non riusciranno neppure ad argomentare in maniera solenne e incisiva le loro alternative al disegno di legge del governo. I secondi, vale a dire gli “azzurri”, in difficoltà a causa della sfida di Fitto a Berlusconi e indecisi sulla strategia, vengono privati proprio della possibilità di colmare un’eventuale mancanza di voti per il governo. Infatti, la scelta di un loro intrufolarsi a sostegno del governo non è praticabile in occasione di un voto di fiducia perché configurerebbe un cambio surrettizio di maggioranza tale da aprire problemi istituzionali e costituzionali. Ancora una volta, ma oggi più di ieri, Matteo Renzi gioca d’azzardo. Finora ha vinto e le probabilità che continui a vincere anche in questa importante occasione sono elevate. Tuttavia, il dissenso che serpeggia nel suo partito e alcuni segnali, fra i quali la vittoria nelle primarie calabresi di un esponente di quella che Bersani definirebbe ditta, le severe critiche di un renziano della prima ora e il crollo delle iscrizioni al Partito Democratico, suggeriscono che il cammino di Renzi non è ancora del tutto spianato e privo di ostacoli. Insomma, per ritornare ai colori, se il Prodotto Interno Lordo non cresce e la disoccupazione non diminuisce, il cammino non sarà roseo.

Pubblicato AGL 8 ottobre 2014

In fuga verso la bocciofila

FQ

“Meno iscritti più voti”: questo è il messaggio rassicurante che Renzi manda al paese, soprattutto ai giovani. Non iscrivetevi al Pd se volete fare aumentare i suoi voti. Piuttosto fate parlare l’iscritto D’Alema che lui sì, sostiene Renzi, fa crescere il mio consenso. Oppure, andate in una bocciofila dove potrete liberamente esprimere il vostro dissenso. Renzi aggiunge anche, in maniera da molti inaspettata, che è interessato alle idee più che agli iscritti, idee che intende continuare a esporre partecipando a tutti i talk televisivi del villaggio Italia, del Truman show. Il riferimento alle idee ha gettato nello sconcerto la segreteria di Renzi, ma Debora Serracchiani afferma che il Partito Democratico, o quel che ne rimane, dovrà uniformarsi. Nel suo diario, s’intende telematico, il giovane capo del governo annota che di iscritti è praticamente la prima volta che sente parlare. Lui è l’uomo delle primarie, del rapporto con gli elettori, primari e secondari. Lo abbiamo intervistato con domande per e-mail. Gli iscritti, sostiene Renzi, debbono essere coloro che Bersani, D’Alema, forse anche Cuperlo menzionano di tanto in tanto, ma lui, “uomo solo al comando”, mica è arrivato lì grazie agli iscritti. Sono stati i dirigenti con le loro repentine convergenze, pardon, conversioni, che gli hanno facilitato la rapida ascesa. Poi, è vero sono anche arrivati, fin troppo speranzosi, non sapendo più a che santo votarsi, gli elettori e le elettrici delle europee di maggio.

L’idea, interessante, ma proprio da vecchia guardia, che un partito debba fare sforzi e sciupare energie per reclutare, mantenere, informare, fare partecipare attivamente gli iscritti sembra a Renzi del tutto fuori luogo e anche fuori tempo massimo. D’altro canto, gli iscritti, i quali, a cominciare dall’Emilia-Romagna, neppure vanno più a votare per le primarie (75 mila iscritti 51 mila elettori), si sentono un po’ inutilizzati, sostengono i gufi. Piuttosto questa volta, suggerisce Renzi, andando del tutto contro le sue inclinazioni, ascoltiamo i professoroni con i loro studi comparati e non dimentichiamo di chiedere loro anche del calo degli iscritti ai sindacati (vero, Camusso? fuori i numeri!), corporativi e conservatori. Un po’ dappertutto i partiti perdono iscritti e i cittadini fanno politica con altri mezzi, per esempio, il telecomando. In Italia abbiamo dato loro le primarie, sostiene Renzi (anche se, insomma, lui è più che altro un fruitore non il fondatore delle primarie). “Ah, dite che non basta” chiede sorpreso Renzi. “Ah, pensate che sarebbe necessario trovare un modo per rendere la partecipazione nei circoli non soltanto allettante, ma anche, addirittura, influente?”. “Uh, dite che è il mio stile verticistico, rapidamente imitato dai renziani e renzini di base, a scoraggiare qualsiasi discussione politica che non si traduca in adorazione per il leader?”. “Il fatto è che, come capo del governo, ho fretta di fare le riforme. Già ci pensa la discussione in Parlamento a rallentarle. Se dovessi mai discuterle anche con gli iscritti non si farebbe proprio nulla, senza contare il rischio che molti degli iscritti risultino essere più preparati e più competenti delle mie Ministre”.

“Insomma” conclude l’intervistato, “lasciatemi anche da solo purché al comando. Tra un po’ vi sarete tutti dimenticati del calo degli iscritti al Partito Democratico, i quali sono, è vero, meno di quelli della SPD, ma più di quelli del Parti Socialiste. Siamo sulla strada della post-modernità. Abbiamo dato le province in mano ai consiglieri comunali. Il Senato in mano ai consiglieri regionali. Tutto senza che i cittadini fossero disturbati dalle telefonate degli iscritti che li incoraggiassero ad andare a votare. Arriveremo presto anche a un post-Pd nel quale nessuno farà più caso al numero degli iscritti. A me, Matteo, basta che il post-Renzi arrivi il più tardi possibile”. Thank you.

Pubblicato il 4 ottobre 2014 su Futuroquotidiano.com

Uomo solo al comando

La linea del segretario del Partito Democratico, Matteo Renzi, sulla riforma dell’art. 18, è stata, non sorprendentemente, approvata a larghissima maggioranza dalla Direzione del partito. Ancora una volta la minoranza ha perso in maniera piuttosto netta, per di più vedendo alcuni suoi esponenti rifugiarsi nell’astensione o, addirittura, convergere sulla relazione del segretario. Non è ancora detto che quanto deciso in Direzione passerà rapidamente in entrambi i rami dal Parlamento, ma nel suo sintetico intervento la vice-segretaria Serracchiani ha detto chiaro e tondo che quanto approvato impegna tutti i dirigenti del partito e i parlamentari, che è anche la posizione, un po’ discutibile, di Renzi. Vero che un partito non è una bocciofila, forse non l’associazione più adatta a essere presa come termine di paragone, ma un partito non dovrebbe neppure essere una caserma, con la Corte marziale (ovvero la non-ricandidatura minacciata nel caso dei parlamentari reclutati da Bersani) evocata per ottenere disciplina assoluta.

La Direzione di lunedì è servita a Renzi sia per definire con maggiore precisione e con piccole inattese modifiche la riforma del mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociali sia, soprattutto, per mostrare a tutti, ma proprio tutti, che il suo controllo sul partito è fortissimo. Sottoposto a critiche dal Direttore del “Corriere della Sera”, che certamente non scrive mai soltanto a titolo personale, dalla Conferenza Episcopale italiana, da alcuni industriali, oltre che, naturalmente, dai sindacati, nient’affatto riverito a livello europeo dove aspettano che il suo programma, garbatamente definito “ambizioso”, si traduca in riforme visibili, Renzi ha fatto un puntiglioso elenco di riforme iniziate, due solo concluse, ma soprattutto ha voluto schiacciare la minoranza. Il metodo suo e dei suoi più stretti collaboratori non è quello definito da Bersani come Boffo, ovvero fatto di attacchi di delegittimazione personale. Sicuramente, non è neanche “buffo”, come lo ha etichettato Renzi nella sua replica. Infatti, c’è molto poco da ridere quando l’opposizione viene confinata in un angolo, schiacciata e accusata di vivere di “memoria senza speranza” che è solo “nostalgia, polvere e cenere”. Valorizzare le idee, gli apporti, i contributi, le critiche dell’opposizione è, da sempre, la qualità migliore dei leader democratici.

Emarginare l’opposizione, in qualsiasi bocciofila e, a maggior ragione, in un partito è un’operazione nient’affatto democratica e ancor meno positiva per il partito e per le sue riforme. Questo è, dunque, il punto forse dolente, sicuramente delicato. Le riforme, l’art. 18 è soltanto il più recente esempio, ma nessuno può avere dimenticato quello che è successo in occasione della trasformazione (non “abolizione”) in prima lettura del Senato, e può sottovalutare quello che avverrà quando la legge elettorale arriverà per l’appunto in Senato (con le molte prevedibili variazioni da introdurvi), si fanno più incisivamente, più rapidamente, più efficacemente dimostrando l’irrilevanza del 25 per cento circa dei componenti del partito e di molti parlamentari democratici? Sembra che il messaggio che Renzi intende mandare non soltanto ai suoi oppositori nel PD, ma ai non meglio identificati poteri forti sia soprattutto che lui comanda al partito e decide le riforme che imporrà poi ai suoi parlamentari. Anche senza entrare nella critica puntuale all’adeguatezza e alla qualità delle riforme, è giusto chiedersi se la strategia dell’imposizione giovi non soltanto alla possibilità di approvazione parlamentare di quelle riforme, ma anche alla loro traduzione sociale ed economica. Con il sostegno, oramai davvero esplicito, del Presidente della Repubblica, come certificato da alcuni giornalisti che ottengono notizie direttamente dal Quirinale, Renzi va avanti. Resta da vedere se le riforme lo seguono davvero e producono gli effetti sperati, non sempre chiaramente delineati. Se quegli effetti non seguono, la colpa non sarà dei tecnocrati, disprezzati dal Presidente del Consiglio, ma della sua politica e dei politici al governo.

Pubblicato AGL 1°ottobre 2014

In uscita “Il Partito democratico secondo Matteo” Presentazione a Perugia

Dopo “Il partito democratico. Elezione del Segretario, organizzazione e potere“(2009) e “Il partito democratico di Bersani. Persone, profilo e prospettive“(2010), esce nelle librerie il terzo volume dedicato al PD curato da Gianfranco Pasquino e Fulvio Venturino. La presentazione in anteprima, alla presenza dei curatori, è nell’ambito del XXVIII Convegno annuale della Società Italiana di Scienza Politica Perugia 11-13 settembre 2014

Il Partito democratico secondo Matteo a cura di Gianfranco Pasquino e Fulvio Venturino BUP - BONONIA UNIVERSITY PRESS

Il Partito democratico secondo Matteo
a cura di Gianfranco Pasquino e Fulvio Venturino
BUP – BONONIA UNIVERSITY PRESS

SOMMARIO

Introduzione
I partiti, l’Italia, il Partito Democratico
Gianfranco Pasquino e Fulvio Venturino

PARTE I
UN’ELEZIONE COMPLESSA: COME MATTEO RENZI È DIVENTATO
SEGRETARIO DEL PARTITO DEMOCRATICO

1. Il Partito Democratico e la selezione del leader: le regole della competizione
Fulvio Venturino

2. Il voto dei circoli e la pre-selezione delle candidature
Antonino Anastasi e Roberto De Luca

3. Il voto dei gazebo: i cittadini e la selezione del leader
Asia Fiorini e Natascia Porcellato

4. L’Assemblea Nazionale del Partito Democratico
Luciano M. Fasano e Nicola Martocchia Diodati

PARTE II
PERCHÉ RENZI HA VINTO LE ELEZIONI?

5. Le fonti di informazione
Marco Mazzoni e Giulia Vicentini

6. Il profilo sociografico dei selettori e la scelta del candidato
Marino De Luca e Selena Grimaldi

7. Le collocazioni sinistra-destra e la scelta di voto
Vincenzo Emanuele e Fabio Serricchio

8. Viability, electability e scelta del candidato
Sorina Soare e Fabio Sozzi

PARTE III
EXIT, VOICE, LOYALTY: LE REAZIONI DEI PERDENTI

9. Iscritti, simpatizzanti, esterni: il rapporto con il partito
Domenico Fruncillo e Francesco Marchianò

10. La valutazione comparativa dei candidati
Flavio Chiapponi e Stefano Rombi

11. I votanti e la selezione democratica del personale politico:
matricole, veterani, entusiasti
Sara Mengucci e Angelo Scotto

Conclusioni
Gianfranco Pasquino

Riferimenti bibliografici

Notizie sugli autori

La S. V. è invitata alla presentazione del volume a cura di G. Pasquino e F. Venturino
Il Partito democratico secondo Matteo
Bononia University Press (2014)

giovedì 11 settembre 2014 ore 17.30
Sala della Vaccara, Piazza IV novembre – Perugia

Intervengono
Gianfranco Pasquino Professore Emerito Università di Bologna
Giacomo Leonelli Segretario regionale del Pd
Alberto Stramaccioni Università per Stranieri di Perugia
Fulvio Venturino Università di Cagliari

Modera
Maurizio Tarantino Biblioteca Augusta di Perugia

Invito

Invito

Il Partito democratico Elezione del segretario, organizzazione e potere

Il Partito democratico Elezione del segretario, organizzazione e potere


Il Partito democratico di Bersani Persone, profilo e prospettive

Il Partito democratico di Bersani Persone, profilo e prospettive

Invito alla presentazione a Perugia del libro “Il Pd secondo Matteo”

Dopo “Il partito democratico. Elezione del Segretario, organizzazione e potere“(2009) e “Il partito democratico di Bersani. Persone, profilo e prospettive“(2010), esce nelle librerie il terzo volume dedicato al PD curato da Gianfranco Pasquino e Fulvio Venturino. La presentazione in anteprima, alla presenza dei curatori, è nell’ambito del XXVIII Convegno annuale della Società Italiana di Scienza Politica Perugia 11-13 settembre 2014

Il Partito democratico secondo Matteo a cura di Gianfranco Pasquino e Fulvio Venturino BUP - BONONIA UNIVERSITY PRESS

Il Partito democratico secondo Matteo
a cura di Gianfranco Pasquino e Fulvio Venturino
BUP – BONONIA UNIVERSITY PRESS

La S. V. è invitata alla presentazione del volume a cura di G. Pasquino e F. Venturino
Il Pd secondo Matteo
Bononia University Press

giovedì 11 settembre 2014 ore 17.30
Sala della Vaccara, Piazza IV novembre – Perugia

Intervengono
Gianfranco Pasquino Professore Emerito Università di Bologna
Giacomo Leonelli Segretario regionale del Pd
Alberto Stramaccioni Università per Stranieri di Perugia
Fulvio Venturino Università di Cagliari

Modera
Maurizio Tarantino Biblioteca Augusta di Perugia

Il PD secondo Matteo

La gara, finalmente

Corriere di Bologna

“Ce n’est qu’un début” direbbero gli studenti del maggio francese del 1968. Siamo soltanto agli inizi delle molto importanti primarie per diventare non soltanto il candidato del Partito Democratico, ma, in rapida sequenza, anche, visto lo sfacelo del centro-destra, il prossimo Presidente della Regione Emilia-Romagna. Il “Corriere di Bologna” ha già abbondantemente spiegato chi sono i candidati e da dove vengono. Toccherà poi ai candidati spiegare perché saranno ottimi Presidenti della Regione e, se parleranno di innovazioni, chiarire anche quali, dove e come. Sì, contrariamente a quello che ha detto Bersani, le primarie sono un grande spazio politico e tanto meglio se diventano affollate. No, contrariamente a quello che ha detto Bersani, immagino che volesse rimproverare qualcuno, il Partito Democratico non è affatto tenuto ad avere un suo candidato ufficiale e se Daniele Manca non si è presentato (o è stato “invitato” a non presentarsi), la scelta è stata (tutta?) sua.

Senza scandalo alcuno, succede così anche negli Stati Uniti, è già cominciata la fase degli endorsements, ovvero delle dichiarazioni a sostegno dei vari candidati. Sono tutte suggestive, vale a dire suggeriscono qualcosa. Dietro Bonaccini, superrenziano della seconda ora (nella prima ora era ancora bersaniano di ferro), si è schierata, con qualche aggiunta, quasi tutta la vecchia guardia del PD, non nata ieri e che, evidentemente, vuole ricordare al segretario regionale che ci sono carriere in corso, da tutelare. Invece, Bersani dice che lui il nome del suo candidato lo farà poi. Suspense, anche per il candidato di Prodi. Sembrava, e certamente ci contava, dovesse essere Patrizio Bianchi che, adesso, se quel pesante endorsement prodiano (andato nel passato cittadino sia a Cofferati che a Delbono) non venisse, sta già intrattenendo l’idea del ritiro e della convergenza, legittima, ma anche un po’ deludente. Insomma, invece di essere resistenti e di portare in maniera convinta nelle primarie le loro idee, alcuni preferiscono essere “desistenti” in attesa di qualche carica a futura memoria. Neanche questa operazione, assolutamente legittima, deve essere considerata scandalosa. Sicuramente impoverisce il dibattito e riduce le possibilità di scelta degli elettori.

Dall’abbondanza di candidature, che è e rimane un pregio, la prospettiva è che si giunga, se Matteo Richetti confermerà la sua candidatura, ad una bellissima triangolazione. Con lui, renziano veracissimo, ma un po’ trascurato dal suo leader, rimarranno in campo Bonaccini, con le ambizioni ridimensionate per una carica che gli preclude una carriera nazionale, e Roberto Balzani che sa correre rischi, anzi, ai rischi va incontro con la sua biografia e il suo profilo programmatico. Lasciando perdere la classica, ma troppo spesso smentita dai fatti, attribuzione della qualità di laboratorio all’Emilia-Romagna, ci troveremo pertanto di fronte ad un confronto scontro assolutamente interessante fra un candidato, Bonaccini, che, nonostante il suo ostentato renzismo, viene, certamente non a sua insaputa, condizionato dalla vecchia guardia (che non s’arrende e non ha nessuna inclinazione a morire), il renzianissimo Richetti e un renziano per idee proprie, Roberto Balzani che, almeno finora, non deve niente e non ha chiesto niente a nessuno. Menù corto, ma piatti ricchi: le primarie sono servite.

Pubblicato il 31 agosto 2014

Si sta facendo tardi

E’ vero. Parecchi di noi si erano illusi che lo strappo di Fini dal partito nazional-cesaristico conducesse alla costruzione di un’organizzazione politica di destra, moderna, europeista, decente. Qualcuno fra noi aveva addirittura pensato che la destra decente avrebbe stimolato anche la costruzione di una sinistra decente. D’altronde, la sprezzante definizione di “amalgama mal riuscito”, affibbiata da D’Alema al Partito Democratico, coglieva nel segno. Purtroppo, il sarcasmo di D’Alema spesso obnubila la verità di molte sue valutazioni. Adesso, tocca ad Alfano spingere nella direzione di una destra decente che ha a cuore le sorti di un governo dalle intese né abbastanza larghe né abbastanza solide, ma necessarie. Sull’altro versante, molti sono in movimento per zompare sull’oramai affollatissimo carro del vincitore fiorentino (auto)preannunciatosi. Altri stanno seduti sulla riva del fiume a vedere chi passerà. Altri, ancora, pochini, vorrebbero cominciare sul serio l’opera lunga e faticosa di costruzione di un partito che occupi la maggior parte dello spazio di sinistra. Potrebbe, persino, quel partito, qualificarsi socialista, con buona pace di coloro che non soltanto vogliono morire democristiani, ma vorrebbero farlo il più tardi possibile e preferibilmente stando al governo o in qualche altra comoda ben ricompensata carica. Non è proprio il caso di accontentarli. Socialista non è una brutta parola. Socialista è quell’esperienza ampiamente vissuta nel dopoguerra europeo che ha portato molti paesi ad essere prosperi, istruiti, sani. Faccio riferimento allo Human Development Index delle Nazioni Unite che colloca ai primi dieci posti paesi che hanno tutti un grande partito socialista, ieri o oggi, al governo. Sono anche paesi con corruzione politica minima e, elemento che dovrebbe soddisfare i sedicenti liberali/liberisti italiani,con un alto livello di concorrenzialità e di meritocrazia. Se le energie dei candidati alla carica di segretario del PD non si sono esaurite in mediocri critiche reciproche, di nessun interesse per i loro eventuali elettori, ma si spostassero sulla cultura politica, allora una bella discussione sul significato e sui contenuti del socialismo oggi potrebbe essere utile anche a Rosi Bindi, Castagnetti, Fioroni e a milioni di elettori. Gli accapigliamenti li abbiamo già visti. Non sono neppure più divertenti. Invece, di quale cultura politica dovrebbe essere portatore il Partito Democratico non l’abbiamo sentito raccontare né dal Prodi che se ne è ito né dai suoi collaboratori, ma neppure da Bersani e da D’Alema. E non è vero che non è mai troppo tardi.