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Le litanie senza direzione #PDBologna

Hanno fatto una furibonda campagna condita da insinuazioni e insulti più che da indicazioni delle attività che il segretario Critelli non aveva fatto o fatto male e che lo sfidante Rizzo Nervo prometteva di fare meglio. Hanno consentito a Merola, che dovrebbe fare il sindaco, di cercare di influenzare la scelta probabilmente per avere meno controllo sulle sue inadempienze di quel che Critelli, in maniera peraltro poco incisiva, ha cercato legittimamente di esercitare. Merola ha perso e con lui ha perso anche Paruolo che, sostenendo un terzo candidato, sperava di diventare decisivo nell’eventuale voto in assemblea. Finita la litania del “dobbiamo parlare alla gente” (infatti, i bolognese non si sono entusiasmati), è subito cominciata la litania, già sentita, del “dobbiamo unire il partito”. Qualcuno ha aggiunto, fra i perdenti, che avevano intrattenuto grandi speranze, “dobbiamo unire i renziani”: davvero un obiettivo ambizioso e entusiasmante da partito post-ideologico, pragmatico, che si occupa di cose concrete (o, forse, no). La litania più convincente e meno frusta sarebbe “dobbiamo fare funzionare e cambiare il partito”. Opportunamente, Rizzo Nervo ha dichiarato che accetta di fare il capo della minoranza, non il capo dell’opposizione. Non è chiaro che cosa Critelli e Rizzo Nervo abbiano imparato del partito che c’è durante la campagna elettorale. Si sono scambiati commenti e accuse non proprio carine sul ruolo e sui rapporti con alcune associazioni, ad esempio, le Coop troppo accoglienti nel fare girare le porte. Hanno detto che il partito dovrebbe aprirsi di più alla società, che è un’altra frase slogan, ma nulla di tutto questo s’è visto. Non mi pare che Critelli stia andando in questa direzione. Eppure, poiché Bologna è ricca di associazionismo, qualche passo verso un coinvolgimento non subalterno di chi rappresenta qualcosa e di chi ha competenze che nessun partito può trovare al suo interno sarebbe utile anche se accompagnato da inevitabili conflitti. I renziani locali se, come troppi di loro, s’ispirano al partito nazionale che a Renzi non è mai parso degno di interesse, non hanno nulla da offrire a questo dibattito. Critelli ne dovrebbe sapere un po’ di più, ma nella campagna elettorale non ha fatto trapelare proposte mobilitanti, cambiamenti significativi, prospettive nuove per un’organizzazione da tempo stagnante. Insomma, risolto il problema di chi guiderà per i prossimi anni il PD della Federazione di Bologna piacerebbe sapere in quale direzione e verso quali obiettivi. Un piccolo test sarà quello della designazione delle candidature alle imminenti elezioni parlamentari. C’è molto altro.

Pubblicato il 28 ottobre 2017

I movimenti e l’ombelico del PD

La buona politica mira a rappresentare le preferenze, gli interessi, anche gli ideali dei cittadini. In democrazia i cittadini si associano, proprio come voleva Tocqueville, qualche volta, in Italia raramente, per risolvere loro stessi i problemi oppure, spesso giustamente, protestano contro i politici che non sanno/non vogliono/ non riescono a risolvere problemi. Quando le associazioni sono tante, viva il pluralismo!, diventa indispensabile che i politici si confrontino con loro, persino per trarre informazioni utili costruendo consenso intorno alla decisione.

Una volta il grande corpo del PCI era anche il luogo di sintesi del pluralismo, ammansiva fin troppo le tensioni, teneva basso il livello di conflitto rappresentando tutto il possibile, e un pochino di più. Poi è cominciata lentamente una deriva autoreferenziale e, invece di tenere aperti i canali di comunicazione con la società, i successori del PCI hanno preferito guardarsi con compiacimento l’ombelico. È quello che sostanzialmente stanno facendo anche i candidati alla segreteria del partito locale. Quegli ombelichi non sono attraenti, ma soprattutto distolgono lo sguardo dalle richieste e dalle sfide dei movimenti per la qualità dell’aria e per alcune scelte ambientali. Adesso, questi variegati movimenti, spesso criticabili per la loro tendenza alla semplificazione e alla cura esclusiva del loro giardinetto, hanno deciso di coalizzarsi (le coalizioni di cui una volta il PCI era maestro) per sfidare il governo locale, che certamente non è un falco decisionista. , e potrebbero offrire alternative sia alla prossima disfida per il sindaco sia per le elezioni politiche nazionali che sono quasi dietro l’angolo.

Senza esibirsi in spericolate previsioni, è, però, fin d’ora possibile rilevare: primo, che una o più risposte alle domande movimentiste debbono essere date; secondo, che se i movimenti si coalizzano possono diventare uno sfidante importante. Le risposte che vanno date non sono affatto di pura e semplice accettazione, ma di interlocuzione e di spiegazione. Decisioni prese su alternative rese comprensibili a tutti avranno migliori e maggiori probabilità di essere attuate. Quanto agli agguerriti partecipanti ai movimenti, in elezioni nazionali potranno forse influenzare poco la scelta degli eletti (colpa delle liste protervamente bloccate), mentre in un’elezione locale, in prima persona oppure spostandosi su una o altra lista, potrebbero avere un effetto molto significativo. Finita la buriana dell’elezione del segretario provinciale del PD sentiremo dall’eletto parole (di sinistra) convincenti per i cittadini e per parte almeno dei movimentisti?

Pubblicato il 13 ottobre 2017

Non fate girare le porte Coop

Non sono perfettamente girevoli le porte (o dovrei scrivere revolving doors visti i toni di scambio fra gentiluomini anglosassoni in corsa per la segreteria del PD di Bologna) fra partito e cooperazione. Storicamente, hanno girato molto di più nel senso della cooperazione la quale, molto accogliente, offriva posizioni di ricaduta a chi avesse oramai perso qualsiasi chance di carriera nel partito. Ovviamente, le coop avevano comunque qualcosa che girava a loro favore. No, non siate sospettosi, non di soli appalti si trattava, anche se, naturalmente, un occhio di riguardo per quel che poteva servire alle coop gli amministratori del partito l’hanno sempre avuto. Un po’ meno, l’ha avuto di recente il sindaco di San Lazzaro, Isabella Conti. Eh sì, questa volta il nome va fatto e, forse, il suo gran rifiuto alla “colata di Idice” non è ancora stato del tutto digerito. I tornaconti delle coop sono probabilmente anche consistiti in qualche informazione strategica al momento giusto, o un attimo prima, per l’investimento “più” giusto. E, certamente, qualche candidato alle cariche elettive, persino, per esempio, a sindaco di Bologna, partiva avvantaggiato se godeva dell’appoggio delle coop. Insomma, giravano le porte, si aprivano impieghi, partivano candidature e si manteneva vivo e vitale quell’insieme di rapporti che, includendo anche altri attori, in primis, il sindacato aveva prodotto il blocco sociale (ed economico) del modello emiliano nonché bolognese. Sicuramente, non c’erano né fra i dirigenti delle Coop né fra gli uomini (e le donne) di partito tensioni speciali. È curioso che qualcuno, passato alle Coop, dopo una buona carriera nel partito, paventi di essere diventato cittadino (o iscritto) di serie B. Forse, permettendo di interpretare il non-detto del segretario Critelli, quello che si sente soffiare è un sostegno improprio da alcuni dirigenti delle Coop al suo sfidante, un sostegno organizzato. Tutto da provare, certo. Per una compagna elettorale che non passerà alla storia, ma che alcuni di noi ricorderanno come quella nella quale le insolenze hanno preso il posto dei contenuti (che, a mio avviso, dovevano riguardare le modalità con le quali guidare il PD locale), sarebbe meglio non parlare di porte girevoli, ma di porte sbattute in faccia. Alla faccia della buona politica. Another time another place.

Pubblicato il 30 settembre 2017

Meglio competere senza paura

Paura? Paura della democrazia, della competizione, della contendibilità? Davvero a Bologna bisognerebbe/bisognerà fare un Congresso “unitario” per “eleggere” il segretario del partito locale? Naturalmente, non sarebbe più un’elezione, ma una designazione ad opera di qualche notabile, tipo Merola, tipo De Maria, non so se riesco a scrivere Paruolo, “notabile” pure lui? Quanto a “unitario”, vuole dire che si mettono d’accordo, ma non intorno ad un caminetto che, se lo viene a sapere, Renzi sbraiterà contro la vecchia politica, la Prima Repubblica, la ditta. Non è stagione di caminetti, meglio un camper di craxiana memoria, oppure, buttiamola sull’istituzionale: nell’ufficio del sindaco, giungeranno a un accordo. Ma non ci avevano detto, anche non pochi renziani che adesso appoggiano Rizzo Nervo, che uno dei pregi del Partito Democratico è che le sue cariche sarebbero diventate tutte contendibili? Poi, è vero che persino un veltronian-renziano, che sta cercando di tornare nella pista parlamentare, è stato fatto fuori dalle parlamentari manipolate del dicembre 2012, ma almeno una parvenza di contendibilità dovrà pure rimanere. Invece, no. Di politica alla Festa dell’Unità non si parla. Non far sapere ai visitatori e ai militanti che, anche se in cucina, parecchio ne sanno, quali torti ha Critelli, il segretario in carica, e quali ragioni ha Rizzo Nervo, l’assessore sfidante, è diventato un dogma. Per fortuna, si fa per dire, tertium datur: il molto manovriero consigliere regionale Paruolo ha candidato Licciardello la cui presenza aumenterebbe il tasso di competitività e di contendibilità. O forse no, come ha fatto sottilmente filtrare il “Corriere di Bologna” che, non nato ieri, adombra la possibilità che, in assenza della maggioranza assoluta degli iscritti per uno dei contendenti, la decisione debba essere presa nel Congresso, “pericolosamente” non più unitario, divisorio? Allora, lì i paruolani decideranno su chi convergere dopo, oh, sì, avere pensosamente e accuratamente valutato i programmi, le proposte, le prospettive di Critelli e di Rizzo Nervo. Diversità su quel che bisognerebbe fare nei rapporti con le cooperative e con le partecipate sembra non ve ne siano. Non è una grande scoperta che il PD dovrebbe sostenere e pungolare i suoi eletti nei vari comuni. Dunque, risollevo il mio interrogativo di fondo: che la manita o poco più di aspiranti al parlamento dentro il PD di Bologna si stia posizionando e raggruppi le sue scarne truppe a sostegno di chi fra Critelli e Rizzo Nervo offre più garanzie di carriera? No, non datemi subito la risposta. Lasciate la suspense mentre torniamo tutti a leggere sui dizionari che cosa significa “democratico e contendibile”.
Pubblicato il 15 settembre 2017

Se fa irruzione il non dibattito

No, alla Festa dell’Unità di Bologna non si può discutere di chi sarà il prossimo segretario del Partito democratico a Bologna. Qui, avrebbero dovuto annunciare, non si fa politica. Giusto, anche perché è difficile trovare qualcosa che somigli alla politica in gran parte del dibattito in corso sulla leadership locale. A volte sembra che l’argomento più forte contro Francesco Critelli, l’attuale segretario, sia il suo non essere renziano: colpa, ovviamente, gravissima. Non sappiamo, in verità, se il non-renzianesimo abbia pesato, come e quanto, sul suo governo del partito locale e sui risultati ottenuti. Non è interessante neanche sapere se il suo sfidante ufficiale, Luca Rizzo Nervo (che ricordo un tempo delboniano sfegatato) abbia una precisa idea di quale partito bolognese vorrebbe costruire. Non importa poiché nel non-dibattito ha fatto irruzione la richiesta che sia Renzi in prima persona a intervenire. Il segretario nazionale dovrebbe imporre ai renziani locali, alcuni addirittura più renziani di lui, di ricompattarsi dietro un unico candidato. Altro che i cento fiori maoisti che dovrebbero sbocciare poiché producono idee. A Bologna il fiore dovrebbe essere uno solo scelto dal capo della fazione nazionale maggioritaria per omologarlo al vertice. A questo si ridurrebbe il famoso Partito di Bologna, un tempo oggetto di (fin troppo e non del tutto giustificato) vanto? Così il Pd tornerebbe a parlare con la gente?

Magari qualcuno vorrebbe sapere se Critelli è responsabile di non avere fatto funzionare adeguatamente la struttura; di non aver dedicato abbastanza attenzione e tempo al reclutamento e al coinvolgimento degli iscritti; di essersi dimostrato incapace di elaborazione politica. Qualcun altro potrebbe volere sapere in quali occasioni, quante volte, in quale modo, Luca Rizzo Nervo abbia espresso nelle sedi di partito, oppure in pubblico, le sue critiche all’operato e alle omissioni di Critelli. C’è chi pensa che siamo solo alla prima tappa d’un percorso privo di contenuto politico, nel quale è inutile, dannoso, persino controproducente parlare di quale tipo di partito dovrebbe essere/diventare il Pd di Bologna. D’altronde, nella campagna per la sua rielezione, Renzi ha dedicato pochissime parole al partito che vorrebbe. Non gli interessa. Quella che conta è la seconda tappa: la scelta delle candidature al parlamento. Disperso in una legge elettorale bocciata dalla Corte Costituzionale il premio di maggioranza, i posti per il Pd saranno comunque meno che nel 2013. Ecco, allora la carica dei renziani. Critelli non garantisce nessuno di loro. Neppure Humphrey Bogart riuscirebbe a convincermi che questa “è la politica, bellezza”.

Pubblicato il 1° settembre 2017

Un destino civico e baro

Un destino civico e baro ha travolto i candidati del Partito Democratico nei ballottaggi in Emilia-Romagna (e non solo). Raffinati analisti gongolano: tutti i comuni della Regione, ma anche quelli, per esempio, della vicina Toscana, sono diventati “contendibili”. Allegria! Non sarebbe, però, necessario che per onorare la contendibilità il PD perda tutti i ballottaggi. Comuni contendibili, ma qualche volta vincibili e vinti, questo dovrebbe bastare anche ai più esigenti degli analisti. Invece, a giudicare dalle reazioni dei dirigenti e degli aspiranti tali non sarà facile trovare una contendibilità vittoriosa. Sparando cifre sbagliate sulla votazione con la quale Renzi ha frettolosamente riconquistato la segreteria, comunque le più basse delle cinque elezioni finora svolte nel PD, i renziani dicono che il segretario nazionale non è in discussione (ma le cariche locali sì che le volevano “riallineate”). Magari, quando si perde alla grande, si dovrebbero mettere in discussione le idee e le politiche di quel segretario e le alternative proposte dai coraggiosi che non temono di essere sbeffeggiati e chiamati traditori. Chi non voglia rincorrere Merola che, anche in questo caso, ne ha dette di molte e rischia che qualcuno gli faccia il “tagliando” di metà mandato (no problem: sostituirlo proprio non si può), nota che le idee finora circolate sono poche e contraddittorie. Se sono i candidati civici che sconfiggono quelli del PD, bisogna sfidarli quei civici o cooptarli? “Aprirsi alla società”, come dice l’inarrivabile Via Rivani (citata dal Corriere di Bologna), però, “non con i civici”, sembra acrobatico. E se fossero state, da un lato, le inadeguatezze dei sindaci in carica e, dall’altro, le nuove candidature del PD a scoraggiare gli elettori, molti dei quali hanno ancora una volta preferito l’astensione? Non basta aprirsi alla società, escludendo i civici che, pure, qualche pezzettino di società sembrano in grado di raggiungerlo, mobilitarlo, rappresentarlo, bisogna, sostengono i sindaci della Romagna, che il PD sia “più radicale”. Quest’aggettivo l’abbiamo tutti già sentito. Qualche volta avremmo anche voluto che il contenuto di questa radicalità fosse spiegato. Più di sinistra? Su quali tematiche, con quali modalità? Combattendo l’antipolitica, a cominciare da quella che -rottamazione, poltrone, disintermediazione- il segretario Renzi agita di tanto in tanto?, dunque, facendo politica, ovviamente, sul “territorio” (meno tweet?), e mostrando la dignità di un impegno oppure risistemandosi nelle posizioni giuste per andare/tornare in Parlamento? Un destino, civico o no, tutto da costruire interloquendo con una società, contendibile, che dichiara con il suo voto di essere insoddisfatta del Partito Democratico di oggi.

Pubblicato il 2 luglio 2017

I poteri forti sono nel passato

Appena sceso nella stazione dell’Alta Velocità di Bologna, il viaggiatore chiede: “chi comanda?”. Perplesso, il cittadino bolognese ricorda che, qualche tempo fa, avrebbe avuto la risposta pronta e sicura: il Partito Comunista Italiano, grande, rappresentativo, popolare che controllava generosamente tutto quello che si muoveva, o no, in città. A seconda dei casi, le decisioni le prendeva il “suo” sindaco, ma, più spesso, il segretario della Federazione, e nessuno neanche si poneva il problema di quali fossero i poteri forti. Incuriosito, il viaggiatore vorrebbe saperne di più. Dunque, domanda (ha letto qualche bel libro di scienza politica): la città è oramai caratterizzata da un sano pluralismo competitivo? All’insegna dell’innovazione e del confronto c’è chi vince, mai tutto, e c’è chi perde, mai tutto, e la città cresce, si trasforma migliora? Alquanto rattristato il cittadino risponde che: no, non è proprio così.

Ciascuno dei gruppi che contano, in verità, pochi, si sono ritagliati degli spazi di discrezionalità: dalle cooperative ai sindacati, dalla Chiesa agli industriali, dalle Fondazioni bancarie all’Unipol, persino l’Università e i suoi collettivi. Di decisioni “forti”, però, la città non ne ricorda nessuna almeno da una ventina d’anni. Qualche volta sbucano mecenati senza nessun legame con la politica i quali con impegno e visione prendono iniziative importanti e le attuano. Di tanto in tanto, la città sembra appesa alle parole del vescovo e di colui che fu Presidente del Consiglio per due volte. Entrambi centellinano il limitato potere di cui dispongono e lo usano in alcune poche occasioni, sapendo che se lo facessero troppo spesso lo sciuperebbero. Quanto ai partiti non è come altrove questione di particolare discredito delle loro fatiscenti ed evanescenti strutture. Piuttosto è in dubbio, questo sì davvero forte, la loro capacità di reclutare, di selezionare, di promuovere personale politico adeguato.

Del sindaco in carica, del Commissario governativo che l’ha preceduto, del sindaco paracadutato, il cittadino un po’ si vergogna e tace. Alla fine, al viaggiatore che ancora non ha ricevuto risposta soddisfacente, fa notare, piuttosto rattristato, che in città nessuno ha nemmeno il potere di rendere agibile la piazza davanti al Teatro comunale e di tenere puliti i muri. Altro che poteri forti! Quello che tiene banco in città sono i veti reciproci, incrociati che bloccano qualsiasi decisione di rilievo. Nostalgia del passato, chiede il viaggiatore? No, preoccupazione, forte, risponde il cittadino, per un presente di immobilismo e per un futuro che nessuno sta costruendo.

Pubblicato il 18 maggio 2017

Una bella storia bolognese

Un giorno del 2008 Giorgio Guazzaloca mi telefonò chiedendomi, con leggera, inusuale esitazione, la disponibilità a scrivere la prefazione a un libro su di lui. Chiesi di vedere il libro (scritto da Alberto Mazzuca, Guazzaloca. Una vita in salita) e scrissi un testo intitolandolo “Una storia bolognese”. Il riferimento era al volumetto Una storia italiana mandato in omaggio nel lontano 1994 dal candidato Berlusconi a milioni di elettori. Nel ringraziarmi Guazzaloca mi comunicò la sua iniziale perplessità a vedersi “confinato” nel ristretto ambito bolognese, ma subito la lettura lo convinse della bontà del titolo oltre che, non lo nascondo, del contenuto. La sua conquista al ballottaggio della carica di sindaco nella città rossa per eccellenza in quel fatidico giugno 1999 fu proprio il coronamento di una storia bolognese. Il candidato “civico” Guazzaloca non sbucava dal nulla, ma da una vita di lavoro, cominciata da ragazzo come macellaio, di capacità di governo di associazioni, da quella dei macellai fino alla Presidenza per 13 anni della Confcommercio, coronata con la decisione di sfidare il Partito di Bologna, ovvero gli ex-comunisti che faticosamente e malamente (non) si adattavano alla nuova situazione politica, con molti conflitti interni, il più devastante dei quali riguardò proprio la scelta dell’antagonista di Guazzaloca. Un insieme di errori derivanti da malposte e maldestre ambizioni i cui protagonisti si trovano ancora tutti in città. Non avrebbero comunque perso se l’alternativa non fosse stato proprio Giorgio Guazzaloca, noto e diffusamente stimato, capace di rapporti personali fatti di serietà e affidabilità, con un suo profilo in nessun modo identificabile con il modesto centro-destra cittadino. Grazie all’ex-comunista Carlo Monaco, poi il suo migliore assessore, Guazzaloca condusse un’ottima campagna elettorale, sui fatti e non sui meriti di un passato che gli ex-comunisti non potevano già più rinverdire. Purtroppo, la malattia lo colse dopo neppure due anni dalla sua elezione. La seconda parte del suo mandato non fu brillante anche perché non tutti gli assessori erano all’altezza (gli feci notare che quello passava il convento del centro-destra). La conquista del secondo mandato si rivelò impossibile poiché il centro-destra non seppe/volle sostenerlo fino in fondo e gli ex-comunisti si consegnarono mani e piedi al “briscolone” venuto o mandato da fuori, la meteora Sergio Cofferati. L’evento storico, “sparato” su tutte le prime pagine dei quotidiani nazionali e stranieri, era comunque avvenuto. Con qualche amarezza per il prosieguo di quella storia, Guazzaloca ne fu sempre fiero. Giustamente.

Pubblicato il 27 aprile 2017

Un Sindaco da sogno #Bologna

L’ultimo che parla ha (quasi) sempre ragione. Questa è, in sostanza, la linea politico-partitica-culturale scelta e praticata dal sindaco Merola. Adesso, l’ultimo/a è la sua ex-contendente al ballottaggio Lucia Bergonzoni la quale legittimamente e coerentemente con le posizioni della Lega di Salvini esagera il fenomeno e manipola un po’ le statistiche sui reati a Bologna e sulla sicurezza. Subito, Merola si accoda anche lui sostenendo che il problema è molto serio, da combattere e da debellare con accresciuta presenza delle forze dell’ordine. Passerà anche questa, ma il quesito di fondo rimane. Perché il sindaco non elabora qualche cosa di originale per risolvere alcuni dei problemi di lungo corso della città? Lasciamo da parte i suoi ondeggianti sostegni a chi dovrebbe guidare il Partito Democratico che l’hanno visto transitare velocemente dalla ditta di Bersani al Partito di Renzi e lo collocano, attualmente, vicinissimo allo sfidante Orlando. Che la motivazione sia di non vedersi sfuggire il sostegno dei vertici del partito locale, peraltro, alquanto sconfessati dalla base che, nel bene, poco, e nel male, parecchio, hanno dato un grande consenso al Renzi rientrante?

Essendo giunto al suo secondo e ultimo mandato, quindi non ricandidabile, Merola forse si sta guardando in giro per trovare, come tutti i politici “normali”, qualcosa da fare dopo. Magari dovrebbe impegnarsi di più su quello che c’è da fare adesso a Bologna. Come saranno ricordati i suoi dieci ininterrotti lunghissimi anni di governo della città? Quale segno lasciare della sua permanenza a Palazzo d’Accursio? La lunga durata aiuta per essere ricordati, ma senza qualche opera significativa, l’oblio è il destino più probabile. Può darsi che Merola riesca a inaugurare oppure a intestarsi una qualche opera pubblica di prestigio e di grande utilità prima della conclusione del suo mandato. Sarebbe straordinario sentirgli dire con chiarezza che cosa pensa che sia davvero importante per ridare slancio politico, sociale, culturale alla città (gli imprenditori fanno da sé e forse apprezzano quando il sindaco non li intralcia, ma potrebbero legittimamente volere qualcosa in termini di infrastrutture). Nel frattempo, in un’attesa non spasmodica, basterebbe che il sindaco smettesse di fare lo Zelig, dichiarandosi d’accordo con la voce più forte in uno specifico momento/argomento. Insomma, sarebbe bello scoprire che c’è un sindaco che prende iniziative autonome, le spiega e esercita la sua leadership. Am I a dreamer? Vivo in un mondo di sogni?

Pubblicato il 21 aprile 2017

Se son fiori sbocceranno

È lecito interrogarsi sulle politiche fatte dal Partito Democratico al governo e su come proseguirle, approfondirle, cambiarle? Lo ha fatto, in maniera un po’ sommaria e brutale, l’assessore Matteo Lepore. In un partito che non soltanto accetta, ma valorizza il dibattito e la circolazione delle idee e delle proposte, a Lepore dirigenti e autorità varie del PD avrebbero dovuto rispondere sul merito, non con critiche alla persona quasi invitandolo ad andarsene. Il sindaco Merola, da qualche tempo diventato “movimentista”, impegnato nel disegno di un (nuovo?) “campo progressista”, ha difeso il diritto di parola e di ricerca di un altro PD esercitato da Lepore. Che ci sia un qualche, limitato e abitualmente sopito, disagio nel PD bolognese e, probabilmente, anche emiliano-romagnolo, è accertato. Ci si potrebbe persino chiedere perché, dopo la pesante sconfitta nel referendum costituzionale e la scissione di una parte della “ditta”, grave poiché se ne sono andate due persone, Bersani ed Errani, con una storia lunga e importante, questo disagio sia in definitiva contenuto.

La riflessione, però, non deve rimanere “contenuta”. Un partito, soprattutto se di sinistra (oops), ha il dovere di porsi costantemente il compito di indicare prospettive che contemplino anche la riduzione delle diseguaglianze, spesso inevitabile conseguenza dello sviluppo. Al Lingotto non s’è sentito nulla di tutto questo. Se, invece, di una corsa in tempi raccorciati verso l’elezione del segretario, si fosse tenuta un’austera e densa conferenza programmatica, con qualche relazione dedicata alla riflessione sulla natura e sulla cultura politica di un partito (questa volta evito “di sinistra”) progressista, allora Lepore e addirittura Merola avrebbero potuto esprimere meglio le loro perplessità e le loro proposte. Esiste ancora un’opportunità: che le proposte siano formulate nelle mozioni congressuali e che vengano fatte circolare fra gli iscritti, molti dei quali si sono, purtroppo, già prevedibilmente schierati.

No, non voglio trattare di schieramenti e di posizionamenti. Ancora una volta, però, temo che, dopo la fiammata di dichiarazioni e di richiami all’ordine (renziano), quasi tutti gli intervenuti si preoccupino delle loro carriere. Concludo facendo mia l’esortazione del Presidente Mao: che cento fiori sboccino, e affidandomi il compito a casa, ma accetto suggerimenti, di scoprire quando fu l’ultima volta che il Partito di Bologna formulò un’idea innovativa.

Pubblicato il 15 marzo 2017