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Investimenti o boutade?
E’ dal 1999, cioè, da quando il centro-destra con un colpo di fortuna (suo, non di Giorgio Guazzaloca che aveva costruito la sua candidatura e condotto la sua campagna elettorale in maniera molto accurata), che non emerge da quel settore uno sfidante competitivo per gli ex-comunisti, oggi democratici. L’evanescenza del centro-destra ha consentito al Partito Dominante (PD) di farne di tutti i colori fino al commissariamento della città. Molti pensano che il centro-destra, a cominciare da Berlusconi, dia regolarmente Bologna per persa e si occupi d’altro. Subito vengono le smentite da alcuni esponenti del centro-destra, ad esempio da Deborah Bergamini che di candidature dovrebbe per l’appunto (pre)occuparsi. Dall’intervista a questo giornale apprendiamo che Forza Italia e il suo leader non escludono le primarie anche se finora le hanno viste come fumo negli occhi e non hanno mai provato ad organizzarle. Proprio quando sembrava che Deborah Bergamini, avesse trovato e addirittura intendesse mettere in pista un candidato dotato di esperienza politica e di conoscenza della città: Galeazzo Bignami, si è prodotto un fatto nuovo. Intervistato dal Corriere di Bologna, il critico d’arte, già parlamentare del centro-destra, già candidato a sindaco di Ferrara, già sindaco di Salemi, cittadina siciliana commissariata per infiltrazioni mafiose, già assessore in qua e in là, noto per il garbo delle sue esternazioni, Vittorio Sgarbi ha lanciato la sua candidatura a sindaco di Bologna. Ha addirittura iniziato a formare la giunta con due nomi di sinistra, immagino neppure consultati, offrendo con grande generosità la carica di vice-sindaco a Merola. Sgarbi sarebbe ovviamente un (auto)paracadutato che, per ricorrere ad un lessico già usato nel passato per candidati che gli ex-comunisti non riuscivano a trovare, meriterebbe la definizione di briscolone. Subito ritenuta buona da un parlamentare di Forza Italia, l’eventuale candidatura di Sgarbi contribuisce a mettere in evidenza la perdurante confusione del centro-destra bolognese. Al di là di qualsiasi altra considerazione, se candidasse Sgarbi, al quale non è affatto detto che andrebbe il sostegno della Lega, che già ha una sua candidata ufficiale, Lucia Borgonzoni, il centro-destra rinuncerebbe a costruire una sua politica di medio-lungo termine. Sembrerebbe più opportuno che il centro-destra investisse fin d’ora su un candidato radicato nel tessuto politico e sociale bolognese il quale, se sconfitto, opererebbe in Consiglio comunale come leader dell’opposizione che critica, controlla, contropropone preparandosi alla prossima volta. Ecco, questo si chiamerebbe davvero fare politica contribuendo a migliorare il governo della città.
Pubblicato il 21 agosto 2015
Parla la ditta. Una speranza
La politica non è luogo di gentilezze, meno che mai nel Partito democratico conquistato da Renzi e popolato da zelantissimi sostenitori. L’invito a Bersani di concludere la Festa dell’Unità di Bologna non può dunque essere considerato il risarcimento di uno sgarbo passato. Neppure è possibile pensare sia un ramoscello d’ulivo, dato lo stato dei rapporti fra la maggioranza renziana (che «va avanti e non si farà fermare», come ripetono pappagallescamente gli apologeti) e le minoranze che, invece, sono inclini a chiedere tempo. Per di più, la data del discorso di Bersani, 20 settembre, rischia, ma forse sbadatamente non ci hanno pensato, di capitare nel mezzo della bagarre sulla brutta riforma del Senato. Sarebbe fin troppo bello se gli organizzatori della Festa, vale a dire i dirigenti politici locali, avessero deciso l’invito sulla base del criterio migliore. Poiché è la festa del Pd, si procede a invitare i più autorevoli dirigenti del partito, quelli che hanno una storia politica (nel caso di Bersani, anche in questa regione) e che hanno capacità di elaborazione politica, seppure Bersani non sia stato fortissimo su tale terreno. Insomma, quelli in grado di dare un contributo a far funzionare efficacemente una Ditta che vorrebbe vedere il proprio nome riflettere anche la sua vita interna. Bersani non è un estremista (mi viene persino da sorridere a scrivere il sostantivo), ma nemmeno un mollaccione. Sicuramente avrà molto di buono da dire e da suggerire sulle politiche delle liberalizzazioni, sulla sana concorrenza nel mercato, sulle privatizzazioni. Un partito che vuole essere grande, non soltanto come veicolo elettorale di un leader, fa ricorso alle competenze e alle capacità di tutti i suoi dirigenti. Bersani, che dimostrò ammirevole generosità politica nel consentire a Renzi di partecipare alle primarie, che gli concesse persino il ballottaggio (non previsto dallo statuto Pd), merita pienamente di chiudere la Festa dell’Unità di Bologna, non come ricompensa, ma perché è giusto che goda dell’opportunità di parlare di politica. Poi, con riferimento ai numeri e agli applausi, misureremo almeno in parte il suo consenso e persino l’affetto dei presenti. È giusto sia anche così. Quel che più conta, però, sarà il modo con cui Bersani sfrutterà l’occasione. Escludo si dedichi a «pettinare le bambole». Soddisferà le aspettative con un discorso politico alto (che non è mai nelle corde dei dirigenti bolognesi propensi a pratiche decennali di accordicchi) capace di riaprire un confronto nel Pd, sulle idee e non sui numeri? Attendiamoci molto, sperabilmente non il canto del cigno.
Pubblicato 11 agosto 2015
Giustizia e verità
C’è qualcosa di sbagliato e molto di diseducativo nell’affermazione che, a trentacinque anni dalla strage della stazione, ancora si cercano verità e giustizia. Filosoficamente si potrebbe rispondere che non è mai dato agli umani di conoscere la verità e di praticare la giustizia. Più mondanamente, la risposta è che esiste una verità giudiziaria molto faticosamente conseguita attraverso numerosi processi e consegnata a migliaia di pagine. Per quanto periodicamente messa in discussione da qualcuno alla ricerca di pubblicità o desideroso di discolpare i neo-fascisti condannati in via definitiva (e già liberi) e di buttare la colpa su disparati elementi di sinistra, fino a convincenti prove contrarie quella verità tiene. Dunque, è del tutto ingeneroso non riconoscere ai magistrati di avere in condizioni difficilissime prodotto una verità giudiziaria. Conosciamo gli esecutori materiali della strage e non ci stupiamo se, data l’efferatezza del crimine, quegli esecutori accettino di dichiararsi responsabili di numerosi assassini, ma rifiutino la responsabilità della strage a Bologna. Sarà anche utile avere una legge che punisca il reato di depistaggi, ma le sentenze sulla strage di Bologna hanno già emesso condanne per numerosi depistatori dal capo della P2 Lucio Gelli a diversi agenti dei servizi segreti e ad altri esponenti dell’estrema destra. Anche in questo caso, esiste, pertanto, una verità giudiziaria. Chiunque abbia effettuato la strage (se non si crede che siano stati Mambro, Fioravanti e Ciavardini) è stato “coperto” da personaggi del mondo della destra eversiva di quegli anni. Certamente, rimane aperto il problema dei mandanti. E’ giusto chiedere chi siano. E’ anche lecito pensare che ci fossero effettivamente dei mandanti. E’, infine, opportuno continuare a cercare. Ma è troppo azzardato pensare che l’idea di mettere una bomba nella stazione della città simbolo del buongoverno della sinistra sia nata nell’ambiente della estrema destra, che aveva già provato a colpire la città con le bombe sui treni e continuerà a farlo anche dopo, senza che sia esistito un vero e proprio mandante? Non un uomo, il famigerato Grande Vecchio, non alcuni personaggi che reclutano giovani esaltati e ideologicamente motivati, ma l’ambiente della destra, dei servizi, della P2 che, in qualche modo, motivano e legittimano un’azione di tale gravità, è il mandante. Tutte le ricerche fatte sui terrorismi, anche a Bologna, pongono l’accento sull’importanza degli ambienti –famiglie, scuole, luoghi di lavoro, associazioni politiche– nel condurre verso pratiche di lotta armata. E’ diseducativo, soprattutto per i troppi giovani che della strage di Bologna (e di quella alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano, 1969 e di Piazza della Loggia a Brescia, 1974) non hanno nessuna conoscenza, sostenere che non sappiamo nulla. Il messaggio corretto è che molto è stato fatto, molto è noto, molto merita di essere studiato, insegnato e imparato. Sia la verità sia la giustizia sono difficili da conseguire, ma non partiamo affatto da zero.
Pubblicato il 4 agosto 2015
Un progetto elettorale
L’assemblea cittadina del Partito Democratico ha lasciato aperto il lancinante dilemma se sia Bologna ad avere bisogno di Merola sindaco oppure Virginio Merola ad avere bisogno di un secondo mandato. Ha, invece, risposto a un’altra importante domanda. Per non sappiamo quanti dei partecipanti Merola è effettivamente ricandidabile. Neanche stavolta il PD ha dato uno scintillante esempio di democrazia partecipata. Applausi, riferisce Olivio Romanini, nessun controllo del quorum, nessun conteggio delle mani che si alzano, due baci sulle guance fra Merola e il grande oppositore, l’on. De Maria, e il problema è risolto. A meno che Sermenghi abbia la voglia e la forza di raccogliere le firme per ottenere le primarie (conosco di persona tutti i trucchi di tempi e modi che i dirigenti sanno escogitare e praticare), alle prossime feste dell’Unità, il ricandidato Merola potrà mostrare di essere o meno all’altezza del compito.
Insomma, l’Assemblea cittadina, fatta prevalentemente di uomini e donne che già ricoprono cariche nel partito oppure grazie al partito, ha semplicemente, senza un appassionato confronto di posizioni, preso atto di tre elementi. Primo, il bilancio del sindaco non è esaltante, ma neppure troppo deprimente. Esiste persino la possibilità che nel suo prossimo mandato faccia meglio. Secondo, le schermaglie degli ultimi tre-quattro mesi non hanno prodotto granché tranne qualche riposizionamento le cui conseguenze lunghe si vedranno al momento della formazione della prossima giunta (e delle candidature al Parlamento). Chi sembrerebbe contare di più, ovvero De Maria, personalmente e anagraficamente non ha fretta e certamente non ha mai pensato a scegliere un candidato alternativo in grado poi di rimanere in carica dieci anni. Terzo, il centro-destra cittadino dimostra con pervicacia di non sapere quali pesci prendere e sembra capace soltanto di mettere in scena un mediocre duello fra Lega e Forza Italia.
Sicuramente forti, le Cinque Stelle, se troveranno una candidatura efficace, un impensabile “numero uno”, come direbbe Guazzaloca, in grado di portare Merola al ballottaggio, potranno sognare una riedizione del leggendario 1999 (e dei più recenti casi di Parma e di Livorno). Altrove, nelle città alle quali alcuni bolognesi di tanto in tanto dicono che bisognerebbe guardare, si attiverebbero anche “pezzi di società civile”, portatori di idee, proposte, persino di soluzioni. Vedremo in autunno. Nel frattempo, candidato in mancanza di meglio, sarebbe opportuno che Virginio Merola provi a lanciare la sfida a se stesso offrendo un progetto a tutto tondo per la città. Un progetto non soltanto elettorale.
Pubblicato il 1° agosto 2015
Una svolta possibile
Circola sotto i portici, si affaccia nelle piazze, viene sussurrata nelle strade della città (quando i passanti non sono troppo depressi dagli orrendi graffiti che imbrattano tutti i muri) una grande novità. Nel Partito Democratico cresce la convinzione che, però, non è ancora maggioritaria, che, per scegliere il sindaco, questa volta sarebbe opportuno non fare casini. In tutte le occasioni dal 1999, tranne che per le primarie molto sotto tono, ma anche segnate, troppi hanno deciso di dimenticarlo, da più che deplorevoli affermazioni e comportamenti nei confronti di Maurizio Cevenini, che hanno condotto alla candidatura di Merola, il Partito della Città è riuscito a combinarne di tutti colori. E non ha imparato un bel niente. Adesso, forse qualche segnale piuttosto efficace che è venuto dai ballottaggi di Arezzo e di Venezia, forse l’incombere di pasticci grossi a Roma, forse la determinazione di Merola, magari talvolta sopra le righe, e, comunque, la sua ferma intenzione di non sgombrare il campo, confortato dal sondaggio in corso, forse lo scarso coraggio mostrato dai potenziali sfidanti, fanno pensare che i dirigenti abbiano deciso, con il collo più o meno obtorto, di assecondare le preferenze di Merola. Questo non significa né che, da un lato, le prestazioni del sindaco siano giudicate eccellenti (come dovrebbe essere in una città che continua ad avere un’alta autostima), né che, dall’altro, non ci saranno inconvenienti da affrontare e ostacoli da superare di qui alla primavera del 2016.
Il mantra, non soltanto dei Democratici, continua a essere quello di guardare ai programmi e non alle persone. In questo caso, però, la persona, ovvero il sindaco in carica, è, in un senso molto preciso, anche il programma. Non ha fatto granché, ma ha iniziato progetti sostiene, diventato “buonista”, Fabio Roversi Monaco. Ha portato a compimento le piste ciclabili, afferma deciso Filippo Taddei, il potente consigliere economico di Renzi. Per fortuna non aggiunge che queste nuove piste, che i pedoni preferiscono ai marciapiedi dissestati, ci sono invidiate da tutta l’Europa. Altre testimonianze verranno. Mancano due cose per rafforzare la posizione di Merola: primo, una valutazione “serena” (ahi ahi ahi) di quello che è stato fatto con numeri precisi e convincenti; secondo, non si vede nessun progetto per il futuro.
Merola non sa, non vuole dire, non ha elaborato un’idea di città per i prossimi cinque anni. Anche se, naturalmente, un progetto di trasformazione e di rilancio non può uscire unicamente dalla sua testa, bisognerebbe che cominciasse a pensarci adesso, evitando cose spettacolari come gli Stati Generali o le passerelle di “esperti”, tutto dejà vu e poco piaciuto, e ricercando modalità innovative. Tuttavia, l’impulso e il canovaccio debbono essere farina del suo sacco. Non dovendo difendersi da subdoli attacchi, Merola ha almeno tutta l’estate per dedicarsi a questo compito e per dimostrare che, sì, questa volta, evitati i casini, faranno la loro comparsa molte proposte buone e applicabili.
Pubblicato il 25 giugno 2015
Teatranti senza idee
Il teatrino della politica municipale non è mai stato divertente. Nel passato, però, la compagnia dominante in città era solida e gli attori erano reclutati e selezionati dopo averne saggiate le qualità. Senza quelle qualità Bologna non sarebbe arrivata dov’era fino a qualche tempo fa (la mia misura dice vent’anni circa) per poi declinare assorbendo lentamente le difficoltà, ma senza elaborare soluzioni. Al problema della qualità della classe politica si risponde in maniera efficace producendo e regolamentando una competizione ampia e aperta che attragga coloro che hanno ambizioni politiche e competenze, specialmente di governo, da mettere a frutto. Qui sta il ruolo delle primarie. Chi le vuole cancellare pensa di saperne di più degli elettori, quelli motivati che alle primarie ci vanno e vogliono ritornarci. Purtroppo, sappiamo dai precedenti, per esempio, l’infausta parentesi del paracadutato Cofferati, che i potenti (sic) dei DS poi confluiti nel PD non ne sapevano affatto di più.
Stucchevolmente, il dibattito dentro e intorno al PD si colloca tra primarie che, più che regolamentate, dovrebbero essere, com’è già stato, a suo tempo per Delbono, addomesticate, e attesa (o richiesta) del briscolino, essendo improbabile trovare un briscolone. Né l’una né l’altra mi paiono soluzioni da Partito Democratico, ma, prima o poi, qualcuno porrà la sfida del cambio del nome: PQD: Partito Quasi Democratico. Non ho mai creduto all’ipocrisia del “prima il programma poi i nomi”. Comunque a Bologna un nome c’è già, Virginio Merola, e non si può né far finta di niente né rimuoverlo. La sua aspettativa di un secondo mandato è legittima, ma altrettanto legittima è la richiesta, se vi sarà almeno uno sfidante, che si tengano primarie.
Nei teatrini, agli attori sono affidate delle parti con riferimento al copione. Invece, nel teatrino della politica, gli attori possono con un po’ di coraggio scegliersi le parti e comunicare i loro messaggi al pubblico (mi correggo subito: ai cittadini-elettori, anche se molti hanno deciso di non andare più a quel teatrino). Fuor di metafora, il protagonista dovrebbe ancora essere Merola che male farebbe a rinunciare. Molti dei cittadini-spettatori si chiederebbero in cambio di cosa. Gli altri attori, nessuno dei quali attualmente disoccupato, cercano un avanzamento di carriera e uno vorrebbe trovare un mestiere nuovo. Tutto legittimo: basta che ciascuno si assuma la responsabilità di chiedere che si indicano primarie con regole chiare e codici etici severini.
Chi vive a Bologna desidera, giustamente, qualcosa di più. Sa da tempo che la città non è più un’eccellenza nazionale né per la qualità del tessuto urbano né per l’esistenza di buoni maestri. Tutt’altro. Chi vive a Bologna vorrebbe che si cogliesse l’occasione di una campagna elettorale partita troppo presto e destinata a durare (per logorare Merola? Per fare prendere coraggio agli ambiziosi, ma pavidi?) troppo a lungo, per fare emergere quello che quattro anni fa nessuno riuscì a prospettare: un’idea di città. Hic Bologna hic salta.
Pubblicato il 6 giugno 2015
Quell’eterno ingarbugliarsi
Complicare le cose che, per di più, già in partenza non sono abbastanza semplici, sembra un’espressione che si attaglia quasi perfettamente alla “corsa” per l’ambita carica di sindaco di Bologna. Sappiamo che, ovviamente e giustamente, il sindaco in carica desidera un secondo mandato. Anzi, si è già ampiamente mobilitato a questo fine. Tuttavia, nel suo partito, sia a livello nazionale sia a livello locale, che dovrebbe essere quello che conta di più, oltre qualche affermazione di rito e parecchia ipocrisia, i dirigenti non hanno né voluto né saputo andare. Tornare alle regole sarebbe la soluzione preferibile. Se non si fa avanti un candidato alternativo, ma anche più di uno, in grado di raccogliere le firme necessarie, nessuna primaria. Non ce n’è bisogno e sarebbe una ridicola attività di spreco di energie e di denaro, ma anche di credibilità nonché di logorio di uno dei pochi strumenti democratici utilizzabili in un partito che, oltre che “della Nazione”, sta fin troppo rapidamente diventando “del Leader”.
Il candidato che alcuni giudicano, ma, ancora non lo dicono, alternativo e praticabile, è il fuoriuscente Rettore, Ivano Dionigi. Il suo non dire né sì né no alla richiesta se si sente disponibile rivela forse incertezza forse ambiguità forse, anche e soprattutto, che sia lui sia alcuni suoi potenziali sostenitori ci stanno seriamente pensando. La visibilità del Rettore in questa città è grande. Le sue capacità di gestione dell’università si sono dimostrate sostanzialmente buone. Certamente, Dionigi non manca di esperienza politica avendo anche, nel passato, fatto il consigliere comunale. La sua vicinanza, probabilmente appartenenza, al Partito Democratico, è nota. Non si è finora esposto in critiche all’operato né del governo né del segretario del suo partito. Dunque, pur essendo, tecnicamente, un professorone, non è annoverabile nella categoria dei gufi.
Qualche nome di professore dotato di visibilità e di capacità manageriali aveva già fatto la sua comparsa in occasione della fase che culminò con le primarie facilmente vinte da Merola quattro anni fa. La storia, a mio parere, non edificante, sembra ripetersi oggi. E’ il prodotto congiunto dell’appetibilità della carica di sindaco e delle tensioni interne al PD bolognese che hanno radici che possono essere fatte risalire alla bruttissima storia del 1998 che terminò con la bruciante sconfitta ad opera di Giorgio Guazzaloca. Non si vede in giro un esponente “civico”, meno che mai della destra bolognese, della statura di Guazzaloca. Probabilmente per questa ragione, renziani ed esponenti della ditta potranno consentirsi di continuare nelle scaramucce, entrambi accusabili di non tenere fede alle loro spesso pronunciate affermazioni: “prima il programma”, e di offrire uno spettacolo non esaltante. Non sono un cultore della velocità, ma un po’di chiarezza su chi sarebbe un buon sindaco (anche a capo della Città Metropolitana) e come sceglierlo meglio, mi piacerebbe. Comunque, trovo giusto e opportuno chiederlo in tempi brevi.
Pubblicato il 16 maggio 2015
Com’è lontana Bologna
Bologna: che cosa? Già. Che cosa sanno della politica di Bologna i vertici del Partito Democratico, segretario, ovviamente, compreso, e quanto se ne interessano? Si direbbe pochino poiché quando vengono interpellati e quando rilasciano dichiarazioni si esprimono in maniera piuttosto vaga, generica, talvolta confusa. Qualcuno potrebbe sostenere che quei vertici hanno molte cose più importanti di cui occuparsi. Altri potrebbero aggiungere che danno per scontato che a Bologna le cose vanno bene, per il partito, per i renziani, per l’amministrazione comunale. Altri, infine, potrebbero farsi belli di un’affermazione impegnativa: Bologna ai bolognesi, alla loro autonomia di pensiero, di giudizio, di azione. Insomma, troppo spesso accusato di autoritarismo, palese o latente, il potente segretario Matteo Renzi è talmente democratico da non interferire in una situazione locale che, pure, per lui dovrebbero essere importante. Oppure, meno benevolmente, l’autonomia graziosamente concessa a Bologna deriva dal fatto che “l’uomo solo al comando” si è talmente distaccato dal corpo di un partito dato per sicuramente renziano che, anche quando si volta a guardare se lo seguono, Bologna la vede poco.
I bolognesi non dovrebbero essere preoccupati dal disinteresse di Renzi e, soprattutto, dei renziani. Alla città ci penseranno loro, sperabilmente, senza perdere tempo e energie nella oramai famigerata ricerca di “briscoloni” e di papi neri. Invece, preoccupato dovrebbe essere e, in parte, ha già dato mostra di esserlo, il sindaco Merola diventato tempo fa acrobaticamente renziano. Merola sembra oramai nettamente impegnato a candidarsi per un secondo mandato. Con poche, ma non marginali, eccezioni i dirigenti locali del PD non hanno respinto la sua ri-candidatura, ma sarebbe davvero esagerato affermare che il loro appoggio è entusiastico, totale, convinto né che siano tutti pronti a collaborare pancia a terra. Insomma, per Merola qualche parola chiara spesa dai vertici nazionali del suo partito sarebbe una boccata d’ossigeno di cui ha bisogno.
Altre tematiche sono al momento più importanti e più imminenti per il segretario del Partito Democratico. Sono alle porte le elezioni in sette regioni, che Renzi non può permettersi di perdere e che, anzi, gli servirebbero come ratifica positiva delle sue prime riforme. Poi, si vedrà se Bologna e il suo sindaco meritano un po’ del prezioso tempo di chi sta al governo per fare le riforme. Oppure se, come appare attualmente, esiste uno scollamento fra il cerchio governante del PD nazionale e i suoi rami locali. Ricordandosi del compagno Mao, Presidente della “ditta” comunista cinese, Merola farebbe comunque meglio, ingoiata la delusione della mancata pronuncia renziana a suo favore, a “contare sulle sue forze”, a “camminare sulle sue gambe”. Quanto agli elettori bolognesi, non perdano la speranza in qualcosa di nuovo (che, però, difficilmente arriverà dalle iniziative del deputato Andrea De Maria).
Pubblicato il 10 maggio 2015
Nella città di Don Abbondio
Non mi pare una buona idea sprecare tempo, che sarebbe utile per governare (magari meglio) la città, in una tanto prematura quanto aspra discussione sulla (ri-)candidatura del sindaco e sulla “discesa in campo” di eventuali sfidanti. Ce n’è già uno, ufficialmente dichiaratosi: il sindaco di Castenaso, Vittorio Sermenghi, che dovrà convincere il 35 per cento dei componenti dell’Assemblea del Partito Democratico. C’è un’altra candidatura possibile,informale, sussurrata, forse auspicata anche contro i suoi desideri, quella della sindaca di San Lazzaro, Isabella Conti, certo non amata dalle Coop. Sarebbe, però, preferibile che entrambi i sindaci concludessero il mandato conferito dagli elettori.
La responsabilità della brutta situazione bolognese è da attribuire al sindaco Merola perché è stato lui a esigere una riconferma fin troppo tempo fa. Sbaglia anche adesso quando, nella densa intervista data al Direttore Nanni, oscilla fra la richiesta che sia il suo partito a esprimersi e la dichiarazione che il giudizio sul suo operato lo daranno gli elettori. Infatti, il partito deve applicare lo Statuto e se ci saranno le firme deve affidare il giudizio sul sindaco ai votanti nelle primarie. Dopodiché, nulla impedirà a Merola di “alzarsi in piedi” e di fare vedere tutta la sua “statura” costruendo una lista civica che si vanti del suo operato. Se, contro molti indicatori, è convinto di avere fatto molto bene e, persino, di avere un progetto per il futuro, “un’idea forte di Bologna”, e di sapere “dove portare questa città”, è un suo dovere politico e, direi, persino etico non lasciare il campo a sfidanti ambiziosi che vedono la carica di sindaco di Bologna come una tappa o un punto d’arrivo nella loro carriera politica.
Infelicemente, molti cittadini bolognesi si aspettano cambiamenti, innovazioni, persino di “cambiare verso” a un degrado al quale sembrano essersi quasi assuefatti. Merola sostiene che nei prossimi cinque anni porrà rimedio a quanto non ha finora fatto. Molte associazioni bolognesi, compreso il suo partito, hanno già manifestato non poche perplessità. L’unico che è venuto allo scoperto esprimendo il suo favore a un secondo mandato per Merola è stato Gianluca Vacchi, Presidente degli Industriali bolognesi. Comprensibile. Seriamente direi che gli industriali, costretti continuamente a innovare, hanno bisogno di un quadro politico stabile nel quale operare senza timori di brutte sorprese. Scherzosamente aggiungerei che, forse, gli industriali ovvero, quantomeno, il loro Presidente temono che dopo Merola venga qualcuno capace di fare anche peggio. Insomma, poiché credo nel primato della politica, concluderò che il sindaco, il suo partito, buona parte delle associazioni collaterali hanno creato una brutta situazione. Purtroppo, non c’è una soluzione né facile né immediata. Nessun prêt à porter. Allora, che il conflitto di idee e di persone esploda, in maniera trasparente affinché gli elettori riescano a farsi un’idea ed eventuali candidati alternativi, smentendo Don Abbondio, si facciano coraggio.
Pubblicato il 25 aprile 2015
