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A palazzo c’è un problema
Il sindaco Merola dichiara di non sentirsi preoccupato. La classifica dei sindaci, che lo colloca al 98esimo posto su 101 con una perdita di gradimento di più del 5 per cento rispetto alla sua elezione quattro anni fa segnala, al contrario, che dovrebbe essere molto preoccupato. Quando un sindaco in carica che, per di più, ha già preventivamente dichiarato di volersi ricandidare per fare un secondo mandato non si preoccupa di quello che pensano i suoi concittadini, c’è un problema. Possibile che nel suo giro delle cento chiese, pardon, dei cento circoli o luoghi della leggendaria società civile bolognese, Merola non abbia trovato nessuno che gli esprimesse la sua insoddisfazione per come è governata Bologna? Eppure, in città l’insoddisfazione è palpabile. Ha raggiunto anche il Partito Democratico che, nonostante la sua non sottovalutabile perdita di iscritti, qualche antenna l’ha ancora. E’ vero che alcune critiche dall’interno del PD sono ispirate a motivazioni non nobili discendenti da ambizioni personali, ma anche alcune dichiarazioni favorevoli a Merola appartengono all’ipocrisia politica. Costituiscono il tentativo di evitare un dibattito nel quale le tensioni e le contraddizioni interne al partito finirebbero squadernate.
Per fortuna del PD, e di Merola, il centro-destra bolognese si trova in condizioni anche peggiori di quello nazionale. Comunque, non sembra in grado di trovare neppure un candidato di bandiera, ma all’occorrenza i leghisti una candidatura di bandiera riusciranno a sventolarla. Invece, è dai ranghi del PD che potrebbe affacciarsi qualche sfidante. Certo, i candidati alternativi a Merola dovranno, come da Statuto del partito, raccogliere un bel po’ di firme per ottenere le primarie contro di lui. Ai bolognesi farebbe molto piacere se, stimolato dall’eventuale presenza di un competitor, il sindaco usasse il tempo di completamento del mandato per chiarire il suo operato e per preparare al meglio il futuro governo della città. Finora abbiamo assistito ad alcune acrobazie del sindaco. Fulminea è stata quella che lo ha visto abbandonare la vecchia “ditta” per saltare sul carro renziano. Recenti sono quelle relative alla vendita delle azioni di Hera e alla ventilatissima rinuncia al Passante Nord.
Più in generale, Merola non è riuscito a tratteggiare nessuna visione di quale città vorrebbe fra cinque anni, di quale progetto impostare, di quali obiettivi proporsi. Sicuramente, non è stato aiutato dal suo partito che, da tempo, ha perso capacità progettuale e che non brilla per originalità nella sua leadership, che non apprezza e non premia chi, audacemente, decidesse di muoversi fuori dagli schemi. A questo punto, il contributo che il PD potrebbe offrire a Merola non è tanto la garanzia della ricandidatura quanto il suggerimento che il sindaco dovrebbe preoccuparsi, e molto, di fare di più e di comunicare meglio, non soltanto nelle zone protette dove i militanti tacciono per “amor di partito”, ma in un confronto con coloro che lo criticano e che vorrebbero cambiare passo e (l’ho sentito dire a livelli più elevati) verso.
Pubblicato il 22 aprile 2015
La democrazia dei favori
Potrebbe sembrare che tutto sia già stato scritto sulla davvero straordinaria generosità monetaria della CPL Concordia. In molti casi, leggendo i nomi, alcuni insospettabili, dei beneficiati, si nota anche un’apertura di credito fiduciario fuori dl comune. I soldi venivano dati anche prima del “fatto” che la CPL Concordia desiderava si verificasse. Segnale convincente che nel passato i finanziati avevano onorato (sic) impegni non formalmente presi in cambio di finanziamenti ricevuti, in modalità ormai italianamente proverbiale, “a loro insaputa”. Come antidoto a queste non limpidissime fattispecie, sappiamo quasi tutto: un bell’elenco pubblico con nomi, cognomi; cifre dei donatori, soprattutto nel corso delle campagne elettorali; un tetto non sfondabile all’entità delle donazioni effettuate da persone, gruppi, associazioni, fondazioni; un qualche rendiconto dettagliato delle spese incorse dai candidati e, importante, dei loro comitati elettorali e dei loro partiti. I più buoni dei commentatori hanno concluso che, comunque, ciliegina sulla torta degli esborsi, dovrebbe anche esserci un po’ di, peraltro costosissima, etica. A tutto questo, con il quale concordo (oops), vorrei aggiungere un’osservazione che non ho letto da nessuna parte e che potrebbe essere utile per impostare meglio il dibattito e per incanalare qualche soluzione.
Chi finanzia candidati e partiti non lo fa soltanto per ottenere in cambio qualche favore, convinto che, sulla base dei precedenti, i favori torneranno. Chi finanzia sta scegliendo candidati e partiti in una maniera che non viola soltanto la competizione che vorremmo esistesse nei mercati di ogni tipo. Infrange anche la competitività che dovrebbe esistere in politica, per l’appunto, fra candidati e partiti. La moneta cattiva scaccia quella buona, lo sappiamo. Le molte monete cattive servono a impedire a uomini e donne in politica, che non siano disposti a rendere i favori, la conquista della candidatura e, poi, eventualmente, la vittoria elettorale. La competizione diventa distorta. Non ha più nessuna o quasi attinenza con le idee e i programmi, neppure con le qualità personali. L’unica qualità che conta agli occhi dei finanziatori danarosi è quella della disponibilità dei candidati ad accettare fondi. Attendiamo la smentita dei cooperatori, dovrei dire dei dirigenti, delle imprese coinvolte. L’esito, come ho accennato, è gravissimo. Colpisce al cuore la democrazia, anche a Bologna e in Emilia Romagna. Non dirò che la uccide poiché, per sua e nostra fortuna, la democrazia ha grandi capacità di resistenza e di resilienza. Epperò, questo tipo di finanziamenti di lungo periodo indeboliscono i concorrenti che rifiutano di usufruirne; deviano il reclutamento e la selezione nei partiti; diminuiscono nel tempo la qualità della democrazia; rendono difficilissimo “cambiare verso”. Ecco perché, mentre celebriamo (c’è poco da “festeggiare”) i vent’anni dell’indagine “Mani Pulite”, scopriamo che c’è oggi più corruzione politica di allora.
Pubblicato il 9 aprile 2015
La politica non abita qui
Finora il sindaco Merola ha persino troppo disciplinatamente seguito il consiglio del suo ex-spin doctor Andrea Ruggeri: “scontentare qualcuno e non essere in linea con tutti”. Ha scontentato molti, ma si è rapidamente e acrobaticamente messo in linea con uno, Matteo Renzi. Sembra che questo sia l’allineamento che conta, Magari non serve alla manutenzione della città, ma è utilissimo al mantenimento della carica di sindaco. Infatti, il neo-eletto segretario del Partito di Bologna (partito la cui esistenza curiosamente sfugge a Ruggeri) ha già fatto il suo prematuro endorsement per affidare a Merola un secondo mandato nella primavera del 2016. Di bilancio complessivo, magari mettendo a raffronto le promesse con le realizzazioni, non se ne parla. Eppure, a livello nazionale, il capo del governo e del Partito, appunto, della Nazione promette e sostiene di fare una riforma al mese. Per adesso siamo ad una riforma all’anno, ma il sindaco ha già svolto quattro anni di mandato e qualche riforma in più potrebbe averla fatta oppure, almeno, vantarla. Forte di uno statuto che chiede all’eventuale sfidante del sindaco in carica di presentare le firme del 35 per cento dei componenti dell’Assemblea cittadina del PD, il segretario Critelli ha buon gioco. Personalmente, conosco anche il trucco: bisogna raccogliere le firme di persone delle quali non è possibile avere l’indirizzario. Voilà: sistemati gli insoddisfatti, gli ambiziosi, coloro che vorrebbero interloquire con gli elettori bolognesi perché le primarie servono anche a questo: parlare, ascoltare, confrontarsi, discutere con i cittadini. Persino Merola ha capito che almeno un giro nella città deve farlo e ha organizzato cento incontri, sicuramente protetti, a cominciare dalla Casa del Gufo (immagino quello buono che guarderà pacatamente e scetticamente, in silenzio). Poiché è nel conflitto che nascono le innovazioni, che circolano le idee, che si manifestano le proposte e, udite udite, talvolta si riesce addirittura a individuare e a misurare la leadership, possiamo già “stare sereni”. Nulla di tutto questo disturberà la primavera 2016 dei bolognesi. Tranquillissimo e, quindi, collusivo è il centro-destra cittadini. Qualcuno dice che dà per scontato di perdere, ma anche se fosse così potrebbe cercare di costruire una candidatura in grado di guadagnare visibilità, di entrare in Consiglio comunale come capo dell’opposizione, di costruire l’alternativa nei prossimi cinque anni. Sembra che in Europa non siano pochi i partiti che sanno giocare al gioco della politica democratica e competitiva. Questa politica non abita (qui sono perplesso se scrivere o no”non abita più”, ma forse non c’è mai stata tranne nel 1999) a Bologna. Azzardo che proprio la latitanza di una politica di conflitto di idee e di persone (come fu nel 1956 fra Dozza e Dossetti: una campagna elettorale non da rottamare, ma come fu anche fra Imbeni e Andreatta) spiega il leggero, ma finora non contrastato, declino della città.
Pubblicato il 3 aprile 2015
La ditta e i suoi benefit
E’ vero che la superiorità morale è andata a farsi benedire oramai da parecchio tempo. Vero che anche la diversità non può più essere vantata in maniera impeccabile. Però, non era affatto inevitabile che da un partito con un gruppo dirigente legittimato dalle esperienze di vita dei suoi esponenti e da iscritti che credevano che un cambiamento di natura (quasi) rivoluzionaria richiedesse comportamenti duri e puri si passasse a una vera e propria “ditta”.
Magari inconsapevolmente, la definizione che Bersani ha dato del partito che vorrebbe e al quale s’ispira è rivelatrice. Il coinvolgimento di esponenti locali del partito nelle vicende del “sistema Firenze” è emblematico. In una ditta si entra, meglio se da giovani. Nella ditta si fa carriera per lo più con scatti di anzianità. Si viene ricompensati per il lavoro fatto e, infine, si ottiene una pensione. Meglio non essere troppo ambiziosi. Meglio non esigere valutazioni (difficili e controverse) legate al merito. Meglio non sfidare i dirigenti perché, pur senza ricorrere ad articoli 18, dalla ditta si può essere, più o meno silenziosamente, licenziati (e anche ostracizzati). Una “buona” ditta dà posti di lavoro. In un mercato competitivo (quello elettorale prevalentemente lo è), la ditta può espandersi e avere più posti di lavoro da distribuire. Una ditta assume sia per concorso (rarissimamente il caso di un partito politico) sia per raccomandazione, più pudicamente per segnalazioni. La ditta è anche in grado, in alcuni contesti, l’Emilia-Romagna è stato uno di questi, di ricollocare in alcune succursali non pochi dipendenti rivelatisi inadatti al lavoro politico. Spesso le cooperative, non soltanto in Emilia-Romagna, hanno adempiuto al compito di assumere personale in eccedenza. Quando il lavoro nella ditta rischia di scarseggiare, da un lato, la lotta (pardon, la competizione) per ottenere le cariche più elevate si fa accesa, dall’altro, molti giungono alla conclusione che, prima che sia troppo tardi, bisogna trarre il meglio dalle cariche già ottenute.
Un tempo, comportamenti di questo genere, anche perché limitatissimi di numero. venivano subito scoperti, stigmatizzati e puniti (con l’espulsione). Non era propriamente la conseguenza di un’etica borghese (Kant, Max Weber, Bertrand Russell). Era il controllo sociale da parte di militanti e iscritti che, giustamente, temevano i contraccolpi elettorali e politici negativi sul partito. Meno iscritti, meno militanti, meno controllo eguale più fenomeni di sciatteria, di favoritismi, di promozioni anche senza i titoli necessari. Di nuovo, si parla anche dell’Emilia-Romagna. I dirigenti si sono accorti che la loro carica e il loro potere nella ditta dipendono dalla capacità di trovare posti di lavoro per parenti, amici, seguaci. Il loro potere, ovvero la capacità di punire chi non si dà da fare per loro, trasforma eventuali semplici segnalazioni in vere e proprie raccomandazioni. La diversità se ne va, Intorno e dentro la ditta c’è chi avanza (e vince) con la parola d’ordine “(pre-)pensionare” (rottamare) i dirigenti, ma le prime mosse dei rottamatori sembrano alquanto al di sotto della sfida. Anche loro hanno amici e seguaci da piazzare. Sì, ho scritto del PCI-PDS-DS-PD.
Pubblicato il 22 marzo 2015
Un bel dilemma renziano #Bologna2016
Non un semplice sogno, ma un progetto molto ambizioso quello di Gianluca Galletti di candidarsi a sindaco di Bologna nella primavera 2016. I sogni muoiono all’alba. Invece, se coltivati con pazienza e intelligenza, i progetti ambiziosi possono rafforzarsi, durare e, a determinate condizioni, persino realizzarsi. Anche se è presto per discutere nei dettagli e prima che da più parti si levi il mantra della richiesta del programma che il candidato sindaco Galletti offrirà agli elettori bolognesi, non sono pochi gli elementi, tutt’altro che di contorno, da prendere in seria considerazione. Per fortuna, Gianluca Galletti non dovrà raccontarci la favola della società civile.
Dall’alto di una carriera politica e amministrativa di tutto rispetto, più volte parlamentare, sottosegretario, attualmente Ministro dell’Ambiente, già assessore al bilancio nella giunta di Guazzaloca, non c’è dubbio che Galletti abbia tutte le carte politiche in ordine. Promette di sapere quale città vorrà costruire e come vorrà governarla. Naturalmente, dovrà poi anche convincere i bolognesi che la sua idea di Bologna è preferibile almeno a quelle dei sindaci che si sono succeduti nell’ultimo decennio e a quelle che il sindaco in carica ed eventuali altri pretendenti cercheranno di elaborare. L’elemento di contorno più importante è rappresentato, punto essenziale per vincere e sicuramente per ben governare, dal sostegno politico e, mi spingerei fino a dire, partitico che Galletti saprà ottenere.
E’ impensabile che Galletti ritenga che una città, tantomeno Bologna, possa essere governata in un rapporto diretto fra il sindaco e gli elettori senza che esistano e si facciano sentire le molte associazioni operanti sul territorio comunale. Da un lato, Galletti crede che i partiti abbiano compiti specifici non sostituibili; dall’altro, non è sicuramente un cultore della cosiddetta disintermediazione. Inoltre, Galletti proviene da un’area politico-culturale che ha riacquisito centralità nella politica e nelle nomine del governo di Renzi.
Qualcuno si chiederà: dopo Palazzo Chigi e il Quirinale avremo un ex-democristiano anche a Palazzo d’Accursio? Questo è il problema del Partito Democratico di Bologna adesso guidato da un giovane renziano il quale non potrà non tenere conto che il Partito della Nazione di Renzi intende allargare i suoi consensi accogliendo i centristi (come ha fatto in maniera palese con Scelta Civica) e che il Partito della Città avrebbe l’opportunità di seguire una politica simile con ragionevoli aspettative di successo. Il progetto di Galletti, se perseguito con fermezza, è destinato a incidere tanto sul Partito Democratico quanto su quel che rimane di un centro-destra caratterizzato da poche idee, vecchie e confuse incapaci di offrire sbocchi ad elettori delusi e disorientati. Appare probabile ed è augurabile che la candidatura Galletti farà rinascere un serio e approfondito dibattito politico in una città che da tempo ne manca. Per ora, basta.
Pubblicato il 17 febbraio 2015
Le indocili gatte da pelare
Non si presenta facile la successione a segretario del Partito Democratico di Bologna. Raffaele Donini ha opportunamente dato le dimissioni per fare l’assessore in Regione. Altrettanto opportunamente non ha designato un successore né mi sembra che abbia espresso preferenze forti. Qualcuno potrebbe pensare che una carica di partito, per quanto importante, interessi quasi soltanto gli iscritti a quel partito e magari gli elettori più impegnati politicamente. Però, il Partito (Democratico) di Bologna non è un partito come gli altri. Infatti, tranne sfortunati, ma meritati, episodi, come la sconfitta della candidata a sindaco nel 1999, il Partito di Bologna è stato un partito dominante in politica, in economia, nella società (alquanto meno nella cultura della città). La personalità di chi lo regge e lo guida può fare una bella (o brutta, 1999, ma anche 2004, con il peggio del 2009) differenza. Inoltre, il successore di Donini dovrà fare i conti anche, da un lato, per fare riferimento ai due eventi recenti più significativi, con il crollo della partecipazione politica nelle elezioni regionali, dall’altro, con quella che chiamerò sinteticamente “la colata di San Lazzaro”. Appena meno rilevante già si staglia il problema dell’elezione nel 2016 del sindaco di Bologna, con prese di posizione pro e contro il sindaco in carica (talvolta anche da parte sua). Insomma, il prossimo segretario avrà non poche indocili gatte da pelare.
In politica contano non soltanto il consenso e la sua quantità, ma anche le modalità con le quali quel consenso viene acquisito. In estrema sintesi, il nuovo segretario dovrà essere eletto in un colpo solo dall’Assemblea attualmente in carica che certamente riflette pesi ed equilibri non proprio aggiornatissimi? Oppure è meglio che il partito faccia un vero e proprio congresso, con tutte le liturgie e i riti classici, ma anche con due diverse opportunità. La prima riguarda i candidati che saranno in condizione di presentare e articolare la loro visione di che cosa debba essere e debba fare il Partito Democratico di Bologna nell’era di Renzi. La seconda opportunità riguarda gli iscritti (e i loro circoli) troppo spesso trascurati e collocati in seconda fila rispetto agli elettori, più o meno occasionali, delle, pure utili e democratiche, primarie. Sembra che se si sceglie di affidare l’elezione all’Assemblea vincerà/vincerebbe un “cuperliano” (immagino che Cuperlo sarebbe il primo a sorridere di questa dizione). Invece, la strada che porta al Congresso darebbe molte chances ai renziani. Comunque, non è in base a queste previsioni che il PD dovrebbe decidere. Se vuole fare buona politica, il Partito Democratico deve tenere in grande conto i suoi iscritti. Deve utilizzare tutte le modalità che lo mettono in contatto con loro e con tutti coloro che parlano, interagiscono e interloquiscono (non solo sulla Rete) con gli iscritti e con i candidati. La democrazia è anche questo ed è sempre preferibile alle oligarchie, raramente illuminate.
Pubblicato il 6 febbraio 2015
Il dopo Napolitano. Quel voto così lontano
E’ legittimo che un partito scelga i rappresentanti della Regione che voteranno il Presidente della Repubblica con riferimento esclusivo alla loro appartenenza di corrente? In Emilia-Romagna, il caso si è presentato per la opportunità o meno di nominare, come vorrebbe la prassi istituzionale, la vice-presidente del Consiglio Regionale Simonetta Saliera, ritenuta anti-renziana. Il problema, però, ha implicazioni molto più ampie e delicate poiché, per esempio, è destinato a ripresentarsi quando le Regioni dovranno nominare i senatori di loro spettanza. I consiglieri sceglieranno senatori nell’ambito del loro partito, guardando addirittura all’appartenenza di corrente, oppure terranno delle competenze dei candidabili e dei compiti che dovranno svolgere, anche nell’interesse più ampio della Regione?
Quanto ai Grandi Elettori presidenziali, è davvero difficile sapere in anticipo che cosa voteranno i renziani ed è davvero azzardato pensare che Saliera abbia già deciso che, comunque, non voterà il candidato indicato da Renzi. Penso che in un’elezione presidenziale non debba mai essere fatta valere la disciplina di partito che, invece, vale sempre per i disegni di legge del governo che attuano il programma del partito (a meno di inspiegabili stravolgimenti). Liberi/e, dunque, di votare la candidatura che preferiscono alla Presidenza della Repubblica, magari tenendo conto del dettato costituzionale che vuole che il Presidente rappresenti l’unità nazionale, sarebbe, comunque, bello che i parlamentari dell’Emilia-Romagna contribuissero con le loro dichiarazioni a tracciare l’identikit politico e istituzionale del Presidente utile all’Italia (non a Renzi, non a Berlusconi e non a una formula di governo) per i prossimi sette anni. Anzi, avrebbero già dovuto comunicare ai loro elettori (ahi, dimentico che sono tutti parlamentari nominati) i loro criteri di valutazione e le loro preferenze. Avrebbero anche potuto accettare una discussione pubblica e franca con quei moltissimi elettori che pochi mesi hanno consapevolmente e deliberatamente disertato le urne della Regione.
Purtroppo, non ci sarà la possibilità di nessun dibattito sul Presidente che vorremmo, sul Presidente di cui il sistema politico italiano ha bisogno. La seduta congiunta Camera dei deputati-Senato servirà soltanto come seggio elettorale. Il voto segreto, garanzia di libertà per tutti i parlamentari nei confronti di coloro che hanno potere sulle loro ricandidature e carriere, priva i cittadini-elettori di informazioni importanti proprio sui loro parlamentari e consente voti in dissenso per una molteplicità di ragioni che sarebbe opportuno fossero “confessate”, comunicate in maniera trasparente. Naturalmente, i parlamentari possono e, a mio modo di vedere, dovrebbero assumersi la responsabilità del loro voto e avere il coraggio, se questa è la parola giusta, di farlo conoscere in maniera argomentata agli elettori. Chi sa se nel segreto dell’urna renziani, cuperliani, bersaniani, civatiani e prodiani (e, naturalmente, berlusconiani) convergeranno? Fatecelo sapere.
Pubblicato il 24 gennaio 2015
Il Partito della Regione
“Non ci sono più posti dove è impossibile perdere” è il lapidario annuncio di Stefano Bonaccini nella sua campagna elettorale finora solitaria. Meglio sarebbe dire che ci sono posti dove è difficile perdere per il PD, ma c’è spesso qualcuno che ci prova e ci riesce purché, ovviamente, gli altri dalle Cinque Stelle a Forza Italia sappiano scegliere i candidati e votare, all’occorrenza, in maniera strategica. Non sembra proprio essere il caso dell’Emilia Romagna dove le espulsioni delle Stelle Dissenzienti e il disinteresse di Berlusconi alla conquista della Regione (sarà mica uno dei codicilli al Patto del Nazareno?) non possono creare nessun problema. Purtroppo, incapaci anche di creare una sfida decente, le latitanze degli oppositori non spingono Bonaccini e i candidati in lista a elaborare quell’innovazione politica e amministrativa che imprenditori, operatori economici e sociali, associazioni e cittadini aspettano da tempo. Eppure da quello che, per fortuna, Bonaccini non ha (ancora?) chiamato Partito della Regione, è da tempo, almeno da quando fu sommessamente criticata la decisione di fare ottenere a Errani un terzo mandato, ci si aspetta un salto di qualità. Galleggiare appena al di sopra della crisi, con quasi tutti gli indici di poco migliori delle altre regioni italiane, non basta più. Soprattutto, non serve a mobilitare le energie che in regione esistono, ma che spesso decidono di andarsene a cercare altrove, non fortuna, ma occasioni e condizioni di lavoro migliori. E’ brutto, a fronte dello stallo di innovazione e dell’assenza di sfide politiche, rispondere alle critiche come Bonaccini fa replicando a Guccini: “basta che voti PD” e rincarare la dose dicendo di non amare “chi critica dai salotti” e di non sopportare (cito dal titolo all’intervista pubblicata dal Corriere di Bologna), “la sinistra radical”: dove sono finiti i chic? La sinistra radical, fra un salotto e un concerto, fra un vernissage e la presentazione di una collezione invernale, se ne farà una ragione. Per esperienza personale so che quella sinistra non ha poi mai il coraggio di non votare PD (e prima DS e PCI) e soprattutto di dire perché no, magari argomentando le sue critiche. Il punto, però, è che questi dirigenti renziani del PD non sembrano molto inclini a dialogare con chi dissente nella loro area, ampia e vaga. Dei tecnocrati si può parlare male anche se, in fondo, quasi tutti loro posseggono competenze che potrebbero essere utili (e alcuni le hanno già fatte fruttare in ruoli di governo nella Regione). I gufi sono animali graziosi e miti. Fino ad ora non hanno neanche portato sfortuna. Peggio sono, naturalmente, i professoroni, ma anche loro si sono rivelati inadeguati a contrastare confuse e tutt’altro che concluse riforme. Adesso tocca ai professionisti che, immagino, sono i frequentatori abituali dei salotti (ahimé, ho scarsissime conoscenze di prima mano), essere colpiti dalla critica. Se il futuro Partito della Regione dovrà essere nazional-popolare come quello abbozzato da Renzi, allora tutto si spiega. Ma non tutto si apprezza.
Pubblicato il 23 ottobre 2014
La gara, finalmente
“Ce n’est qu’un début” direbbero gli studenti del maggio francese del 1968. Siamo soltanto agli inizi delle molto importanti primarie per diventare non soltanto il candidato del Partito Democratico, ma, in rapida sequenza, anche, visto lo sfacelo del centro-destra, il prossimo Presidente della Regione Emilia-Romagna. Il “Corriere di Bologna” ha già abbondantemente spiegato chi sono i candidati e da dove vengono. Toccherà poi ai candidati spiegare perché saranno ottimi Presidenti della Regione e, se parleranno di innovazioni, chiarire anche quali, dove e come. Sì, contrariamente a quello che ha detto Bersani, le primarie sono un grande spazio politico e tanto meglio se diventano affollate. No, contrariamente a quello che ha detto Bersani, immagino che volesse rimproverare qualcuno, il Partito Democratico non è affatto tenuto ad avere un suo candidato ufficiale e se Daniele Manca non si è presentato (o è stato “invitato” a non presentarsi), la scelta è stata (tutta?) sua.
Senza scandalo alcuno, succede così anche negli Stati Uniti, è già cominciata la fase degli endorsements, ovvero delle dichiarazioni a sostegno dei vari candidati. Sono tutte suggestive, vale a dire suggeriscono qualcosa. Dietro Bonaccini, superrenziano della seconda ora (nella prima ora era ancora bersaniano di ferro), si è schierata, con qualche aggiunta, quasi tutta la vecchia guardia del PD, non nata ieri e che, evidentemente, vuole ricordare al segretario regionale che ci sono carriere in corso, da tutelare. Invece, Bersani dice che lui il nome del suo candidato lo farà poi. Suspense, anche per il candidato di Prodi. Sembrava, e certamente ci contava, dovesse essere Patrizio Bianchi che, adesso, se quel pesante endorsement prodiano (andato nel passato cittadino sia a Cofferati che a Delbono) non venisse, sta già intrattenendo l’idea del ritiro e della convergenza, legittima, ma anche un po’ deludente. Insomma, invece di essere resistenti e di portare in maniera convinta nelle primarie le loro idee, alcuni preferiscono essere “desistenti” in attesa di qualche carica a futura memoria. Neanche questa operazione, assolutamente legittima, deve essere considerata scandalosa. Sicuramente impoverisce il dibattito e riduce le possibilità di scelta degli elettori.
Dall’abbondanza di candidature, che è e rimane un pregio, la prospettiva è che si giunga, se Matteo Richetti confermerà la sua candidatura, ad una bellissima triangolazione. Con lui, renziano veracissimo, ma un po’ trascurato dal suo leader, rimarranno in campo Bonaccini, con le ambizioni ridimensionate per una carica che gli preclude una carriera nazionale, e Roberto Balzani che sa correre rischi, anzi, ai rischi va incontro con la sua biografia e il suo profilo programmatico. Lasciando perdere la classica, ma troppo spesso smentita dai fatti, attribuzione della qualità di laboratorio all’Emilia-Romagna, ci troveremo pertanto di fronte ad un confronto scontro assolutamente interessante fra un candidato, Bonaccini, che, nonostante il suo ostentato renzismo, viene, certamente non a sua insaputa, condizionato dalla vecchia guardia (che non s’arrende e non ha nessuna inclinazione a morire), il renzianissimo Richetti e un renziano per idee proprie, Roberto Balzani che, almeno finora, non deve niente e non ha chiesto niente a nessuno. Menù corto, ma piatti ricchi: le primarie sono servite.
Pubblicato il 31 agosto 2014

