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Premio, risarcimento, roulette: la presidenza della Repubblica #Quirinale @DomaniGiornale


La Presidenza della Repubblica italiana non è un premio da attribuire ad una più o meno prestigiosa carriera politica (né tecnocratica) fermo restando che bisognerebbe esplicitarne i criteri di valutazione. Non può essere intesa neppure come un risarcimento per torti (quali?) subiti che verrebbero raddrizzati con l’ascesa al Quirinale. Non deve essere proposta sulla base di aspettative contingenti, ad esempio, eleggere chi scioglierà più o meno immediatamente il Parlamento oppure chi vuole che la legislatura continui fino alla sua scadenza naturale. Nessuno/a dei Costituenti accetterebbe mai una qualsiasi di queste motivazioni. Tutti si riconoscerebbero nei principi messi a fondamento della Presidenza, del suo ruolo, dei suoi poteri. Nessuno prescinderebbe dalla richiesta che chi ha funzioni pubbliche deve “adempierle con disciplina e onore” (art. 54) che vale tanto per il futuro quanto per il passato.
Fuori dai retroscena che troppo spesso inquinano il dibattito politico e vengono usati per manipolare l’opinione pubblica, la domanda giusta è chi, nella classe politica, ma eventualmente anche fuori, possa essere ritenuto capace di svolgere gli impegnativi compiti che la Costituzione attribuisce al Presidente. Alla carica politica e istituzionale più elevata la Costituzione chiede, anzitutto, di rappresentare “l’unità nazionale” (art. 87). Questa unità deve ispirare e informare l’esercizio di tutti gli importanti poteri istituzionali e politici a sua disposizione. Il Presidente non scioglierà il Parlamento a richiesta di nessun gruppo nel perseguimento di qualche opportunità politica. Tuttavia, non rifiuterà lo scioglimento se la maggioranza in quel Parlamento traballa, traccheggia e visibilmente ha perso qualsiasi operatività. Il Presidente non nominerà capo del governo colui/colei il cui partito ha ottenuto il maggior numero di voti a meno che la richiesta gli sia sottoposta dai leader dei partiti che assicurano la formazione di una coalizione di governo in grado di durare combinando stabilità politica e efficacia decisionale.
Il Presidente, va ricordato ai grandi elettori e ai più o meno grandi commentatori, è colui che opera complessivamente avendo di mira, vera stella polare, l’equilibrio del sistema politico e la sua trasformazione secondo i desiderata della maggioranza parlamentare, dei rappresentanti che sono gli unici ad avere ricevuto un mandato popolare. Non da oggi, a questi compiti abbiamo imparato che se ne deve aggiungere un altro particolarmente significativo: mantenere un legame con l’Unione Europea trasmettendo il messaggio essenziale e potente che l’Italia è uno stato-membro che adempie ai suoi compiti e agisce per rafforzare e democratizzare le istituzioni dell’Unione e i suoi spesso complessi e confusi processi decisionali. Non credo di essere troppo esigente se suggerisco e chiedo che la discussione su chi abbia i titoli per aspirare alla Presidenza della Repubblica tenga in massimo conto la Costituzione italiana e i rapporti con l’Europa. Nessuna roulette produrrà una scelta soddisfacente.
Pubblicato il 27 ottobre 2021 su Domani
Ora che il Pd ha vinto può incidere sul governo @DomaniGiornale


Anche se non giungo a sostenere, come comprensibilmente ha fatto Enrico Letta, che le elezioni amministrative sono state un “trionfo” per il PD, il successo del Partito e del suo segretario è stato limpido, consistente, significativo. Buoni candidati, competenti e dotati di previa esperienza politica, selezionati(si) con poche tensioni senza strascichi in aggiunta a quello che rimane del radicamento territoriale del partito, hanno prodotto un esito significativo, al di sopra delle aspettative. Per i prossimi cinque anni molte città importanti saranno governate da sindaci democratici. La situazione sembra, almeno in parte, quella del 1975 quando la vittoria di molti sindaci di sinistra preannunciò il grande successo elettorale del PCI nel 1976. Rallegrarsi, quindi, è giusto tanto quanto ricordare che queste vittorie sono anche il frutto dell’atteggiamento responsabile, serio e sobrio dei ministri del Partito Democratico a sostegno del governo Draghi. Pertanto, mi pare di potere suggerire che Letta e il suo partito si sono conquistati il diritto di chiedere a Draghi qualcosa di più e qualcosa di diverso nell’opera del governo al cui interno la Lega deve di conseguenza contare meno .
Fermo restando l’impegno all’attuazione nel migliore dei modi possibile del Piano nazionale di ripresa e resilienza, è giusto e opportuno che il Pd ricordi a Draghi che le riforme di adesso debbono preannunciare un percorso riformista che intenda ridurre le disuguaglianze cattive. Tali sono le disuguaglianze che configurano privilegi invece di offrire opportunità di sviluppo, non solo economico, ma sociale e culturale, ai settori svantaggiati della società italiana.Non importa quanto i ricchi diventino più ricchi, ma che lo facciano non a spese della società e dei settori già svantaggiati. Ho in mente, naturalmente, sia una eventuale tassa sui patrimoni sia una rimodulazione della tassa sulle successioni. Questo non sarebbe un esempio del “togliere” (denaro) agli italiani quanto, piuttosto, della volontà di procedere verso maggiore equità sociale non a scapito dello sviluppo. Appare anche opportuno, sempre in chiave di equità e sviluppo, che il PD chieda interventi incisivi per l’integrazione dei figli dei migranti (e dei loro genitori ).
Nella misura in cui alcune riforme riescano a cambiare la percezione che una parte nient’affatto trascurabile dell’elettorato italiano ha della politica attuale, allora, forse, potrà anche tornare a votare. Non è possibile stabilire quanto gli astensionisti abbiano deciso di lasciare le urne semivuote perchè scoraggiati dalla distanza e dall’indifferenza del governo alle loro sorti. Probabile è che alcune misure, alcuni provvedimenti ben congegnati e ampiamente discussi farebbero (ri)emergere nell’elettorato la percezione che il loro voto conta. Il Partito Democratico e il suo segretario sanno che le vittorie elettorali vanno governate e che un governo più politico può condurre a una pluralità di vittorie (buone).
Pubblicato il 20 ottobre 2021 su Domani
Forza Nuova va sciolta qui e ora. E se rinasce la sciogliamo ancora @DomaniGiornale


Quando si tratta di leggere e interpretare la Costituzione, non possono e non debbono mai essere invocate valutazioni di opportunità politica. Le disposizioni della Costituzione vanno applicate con riferimento assoluto e coerente alla loro lettera e al loro spirito. Questa coerenza si estende anche alla lettera della XII disposizione: “è vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”. Scritta da Costituenti che avevano sperimentato in una pluralità di forme il regime fascista, la sua nascita, le sue modalità di governo, lo spirito è lampante. Bisogna bloccare sul nascere tutte le manifestazioni, massime la violenza, che si richiamino al fascismo e che configurino tentativi di ricomparsa. Qui e adesso, in particolare dopo l’assalto alla sede della CGIL e al pronto soccorso del Policlinico Umberto I, nonché il progettato attacco a Palazzo Chigi, è corretto ritenere che Forza Nuova miri alla ricostituzione di un’organizzazione fascista? Dunque, se ricade nella fattispecie delineata dalla XII disposizione va sciolta. All’eventuale scioglimento non si possono contrapporre argomentazioni di errori e inadeguatezze del passato e neppure più o meno fondati timori di ripercussioni future.
Il Movimento politico “Ordine Nuovo” fondato e guidato da Pino Rauti fu sciolto con sentenza della magistratura nel novembre 1973 e i suoi beni furono confiscati. Lo scioglimento avvenne nella fase già iniziata degli anni di piombo. Non ricordo opposizioni alla sentenza che applicava la legge Scelba (Ministro degli Interni) del 1952 di attuazione della XII disposizione che sollevassero il problema dell’eventuale esacerbarsi del terrorismo di destra, al quale Ordine Nuovo contribuiva significativamente. Non ricordo neppure che venisse posto il problema delle prospettive occupazionali di dirigenti e dei militanti, dove sarebbero andati, che cosa avrebbero fatto. Nessuno si chiese se quei terroristi che operavano in nome del fascismo sarebbero diventati ancora più violenti e pericolosi una volta disciolta e bandita la loro organizzazione. Le democrazie si difendono applicando la Costituzione e le leggi (d’obbligo è il rimando alla bella ricerca di Giovanni Capoccia, “cervello” fuggito e meritatamente e felicemente approdato a Oxford: Defending Democracy: Reactions to Extremism in Interwar Europe, Johns Hopkins University Press, 2005) , non misurando con bilancini opportunistici i pro e i contro delle decisioni che trovano il loro fondamento nella Costituzione e nelle leggi che ne traducono concretamente i dispositivi.
Atteggiamenti di mal posta comprensione di un presunto “disagio” che non può comunque mai sfociare in violenza politica mirata, comportamenti incoerenti e al di sotto della sfida rivelano la debolezza di uno Stato e dei suoi apparati, delusi e umiliati. Aprono ulteriori spazi psicologici, sociali e politici a chi intende fare uso della simbologia e della strumentazione verbale e fisica del fascismo, e sa come farlo. Una volta sciolta Forza Nuova i suoi dirigenti non finiti in carcere oppure uscitine si adopereranno per costituire un’altra organizzazione il più simile possibile? Non è da escludersi nella consapevolezza, da un lato, che nessun fascismo si batte soltanto con l’istruzione e la cultura (non una buona ragione per tralasciare una intensa opera di educazione civica e storica), dall’altro, che il fascismo è parte della nostra storia e può ripresentarsi con una pluralità di volti. Bisognerà, allora, ricorrere nuovamente alla Costituzione, alla sua applicazione e alle conseguenze che ne derivano. Però, nessuno potrà più sollevare la obiezione/giustificazione della colpevole sottovalutazione e degli errori gravi commessi nel passato più o meno recente.
Pubblicato il 16 ottobre 2021 su Domani
La storia (in)finita spiegata al Professor Giulio Sapelli @DomaniGiornale


Il professor Giulio Sapelli è spesso spumeggiante e controcorrente, talvolta anche, volutamente, dissacrante. Giorni fa (In Grecia, non in Germania, c’è il cuor della rinascita europea, Formiche.net 10 ottobre), però, è andato di gran lunga fuori misura. Riferendosi ad un presunto “avvenire nichilistico senza storia profetizzato da quel Yoshio Fukuyama, star dell’Università Stanford in California”, commette molti errori. Li segnalo poiché la loro correzione serve a migliorare le conoscenze sul mondo come è stato, com’è, come sarà. Yoshio Fukuyama (1921-1995) è stato un teologo americano di evidenti origini giapponesi, padre di Francis Fukuyama (1952) che Sapelli definisce “aedo della scomparsa delle contraddizioni nel mondo civilizzato”. Quella è “una profezia” conclude Sapelli “che certo ancora ci disorienta”. Desidero riorientare Sapelli e i molti come lui che, quasi certamente, non hanno mai, non dico letto il libro di Francis Fukuyama, ma neppure il titolo nella sua interezza: La fine della storia e l’ultimo uomo. Lo faccio con piacere, ma anche doverosamente poiché ho scritto la prefazione alla traduzione italiana di quel libro pubblicata dall’UTET 2020 (pp. 7-11).
Per i molti che non l’hanno letto sottolineo che Fukuyama argomenta due tesi fondamentali. La prima è che la storia che è accertabilmente, definitivamente finita è quella della contrapposizione, la “guerra”, fra le liberaldemocrazie occidentali e il comunismo sovietico. Le liberaldemocrazie hanno vinto. Adesso, di conseguenza, questa è la seconda tesi, gli uomini e le donne possono usare tutta la loro libertà per “realizzarsi”. Non riesco a capire perché Sapelli si debba sentire disorientato da questa che non è una profezia, ma una aspettativa, una opportunità. Non vedo nessuna lode alla scomparsa “delle contraddizioni nel mondo civilizzato”. Al contrario, Fukuyama è sinceramente preoccupato dalla prospettiva che le opportunità non vengano colte, che le aspettative si trasformino in frustrazioni. Altro che nichilismo si trova nelle pagine de La fine della storia e l’ultimo uomo! Si trova una serie di sfide che, grazie alla libertà, gli uomini e le donne che vivono nelle liberaldemocrazie affronteranno meglio attrezzati di chiunque altro, offrendo esempi in qualche misura imitabili.
Ad una prima lettura avevo personalmente attribuito a Fukuyama una sottovalutazione dei molti nemici rimasti delle liberaldemocrazie, in particolare dei fondamentalismi di stampo religioso. In seguito ad una rilettura (che consiglio non soltanto a Sapelli), mi sono reso conto che, in effetti, Fukuyama ha piena consapevolezza della minaccia fondamentalista alle liberaldemocrazie. Trent’anni fa la minaccia già esisteva, ma appariva embrionale, geograficamente limitata, circoscrivibile. Oggi ha fatto irruzione nelle abitazioni delle liberaldemocrazie. Le società aperte non possono chiudersi. Hanno il diritto e il dovere di proteggersi e reagire essenzialmente con la forza delle idee e con la competizione. Con un minimo di retorica, il pessimismo della ragione, dirò che la minaccia è frontale, ma con l’ottimismo della volontà, nutrito anche da alcuni scritti successivi di Fukuyama –UTET ha opportunamente pubblicato quello dedicato alla Identità. La ricerca della dignità i nuovi populismi (2019), ma importante è anche il libro sulla fiducia Trust. The Social Virtues and the Creation of Prosperity (1995)–, affermo, contro le non convincentemente motivate opinioni dei “teorici” della crisi della democrazia, che le liberaldemocrazie hanno le carte per ingaggiare la battaglia e per prevalere.
Pubblicato il 12 ottobre 2021 su Domani
Giorgia Meloni disprezza l’autonomia del Quirinale @DomaniGiornale


Nel sistema politico italiano la Presidenza della Repubblica è una istituzione importante, dotata di poteri significativi a lungo sottovalutati. Quei poteri hanno cominciato a manifestarsi, non casualmente, con la Presidenza di Oscar Luigi Scalfaro (1992-1999), contemporaneamente con la sfaldarsi del sistema di partiti. Parlamentare di lunghissimo corso e convinto sostenitore del ruolo centrale del Parlamento italiano, Scalfaro si trovò quasi costretto a esercitare appieno i poteri di nomina del Presidente del Consiglio e di (non)scioglimento del Parlamento, dando alla Presidenza un importante compito di stabilizzazione e di riequilibrio.
Sulla scia di Giuliano Amato, formulai allora e precisai in seguito la metafora della “fisarmonica dei poteri del presidente”. Quando i partiti sono deboli, i Presidenti possono suonare la fisarmonica a loro piacimento avendo come limite soltanto la Costituzione. Se i partiti sono forti, ad esempio, in grado di dare vita a solide coalizioni di governo e di convergere sulla scelta del capo di governo, allora il Presidente terrà chiusa la sua fisarmonica. Scalfaro, Napolitano (2006-2013, 2013-2015), Mattarella (2015-2022) sono stati ripetutamente chiamati a suonare la fisarmonica, facendolo in maniera più che apprezzabile, anche supplendo alle inadeguatezze dei partiti e dei loro gruppi dirigenti. Il mandato di Ciampi (1999-2006) si è svolto in presenza di una coalizione guidata da Berlusconi e dotata di una ampia maggioranza parlamentare che non richiese nessun intervento.
Complessivamente, è valutazione diffusa che sia opportuno che il Presidente abbia la possibilità di esercitare pienamente i poteri attribuitigli dalla Costituzione. Non molto indirettamente, la proposta, difficile dire quanto estemporanea, di Giorgia Meloni, suscita molte perplessità. Cito: “siamo pronti a votare Draghi al Quirinale a patto che subito dopo si vada alle elezioni”. Il dato più evidente è che la proposta di Meloni è di stampo platealmente partitocratico: i partiti che riprendono il sopravvento sulle istituzioni, a cominciare dalla Presidenza della Repubblica. La condizione che viene posta a Letta, il quale, peraltro, ha già espresso la sua preferenza per la continuità dell’azione del governo guidato da Draghi fino alla conclusione naturale della legislatura (marzo 2023), mi pare irricevibile. Anzitutto, implica il trattare Draghi come un burattino ambizioso che, pur di diventare Presidente della Repubblica, è disposto a rinunciare non soltanto a portare a compimento la sua opera di ripresa e rilancio dell’Italia, ma addirittura alla sua autonomia decisionale. In secondo luogo, appena eletto il Presidente dovrebbe sentirsi obbligato, come primo atto della sua Presidenza, a sciogliere il Parlamento e a indire nuove anticipate elezioni.
Da sempre, sappiamo che nessun Presidente della Repubblica è “autorizzato” a sciogliere un Parlamento nel quale esista/e una maggioranza che sostiene un governo. Il Presidente può essere giustificato allo scioglimento se il governo appare fragile, ad esempio, venendo sconfitto in una o più votazioni su disegni di leggi significativi, e se la sua maggioranza risulta molto indisciplinata, non più operativa. Tuttavia, la valutazione e la decisione spettano al Presidente e lo scioglimento non gli può essere imposto meno che mai come adempimento di un accordo che menomi significativamente l’autonomia dell’istituzione presidenziale. Infine, quale credibilità, quale affidabilità, quale onorabilità avrebbe un Presidente eletto sulla base di un patto scellerato fra i partiti?
La fuga in avanti di Meloni è segno di nervosismo politico. Godere della rendita di opposizione non le basta più. Rischia di risultare irrilevante nella imminente elezione presidenziale e ancor più in tutte le scelte di un governo che sta all’opposto del sovranismo di Fratelli d’Italia. Ma la sua proposta rivela inconsapevolmente grave disprezzo per l’autonomia della Presidenza della Repubblica, e non solo.
Pubblicato il 6 ottobre 2021 su Domani
L’alleanza tra PD 5 Stelle è inevitabile ma non basta @DomaniGiornale


Da soli né il Movimento 5 Stelle né il Partito Democratico riusciranno a fare molta strada. A seconda della legge elettorale potranno sopravvivere, in maniera più o meno soddisfacente, ma sicuramente non sconfiggeranno le destre. Dunque, una qualche forma di collaborazione, estesa e flessibile, oppure stringente, una vera propria alleanza appaiono indispensabili anche se, come stanno le cose, cioè le intenzioni di voto dell’elettorato italiano, nient’affatto sufficienti. Pur se necessarie, le alleanze elettorali e politiche non vanno presentate come inevitabili, senza alternative. Vanno costruite intorno a programmi e persone, anche viceversa, a politiche da attuare e, nel migliore dei casi, improntate a una visione di società e di Europa. Forse, proprio l’europeismo, se convintamente elaborato, tanto da Letta, che ci crede, quanto da Conte che dovrebbe crederci, potrebbe costituire la base di un’alleanza solida fra i due partiti, soprattutto se messa in contrapposizione al sovranismo duro di Meloni e a quello venato di opportunismo di Salvini. Una alleanza elettorale va costruita a partire dal centro, ma, se la legge Rosato non verrà rivista, tradotta in pratica nei collegi uninominali intorno a candidature che quei collegi rappresentino al meglio (dunque, non da paracadutati/e).
Letta sembra avere acquisito adeguato controllo del suo partito, ma a livello locale le correnti del PD hanno una presenza e una presa con le quali il segretario dovrà fare i conti. Da Conte stesso sappiamo che guidare quel che resta (che non è affatto poco) del Movimento è “una faticaccia” (lo sarebbe ancor di più guidare l’alleanza). La faticaccia deve essere orientata alla selezione e valorizzazione di coloro che, svanito l’obiettivo annunciato da Grillo del 100 per 100, credono alla necessità e all’utilità di un rapporto stretto con il Partito Democratico. Parlarne per tempo, senza farne una specie di toccasana che risolverebbe tutti i problemi del PD e del Movimento, è raccomandabile. I due potenziali contraenti hanno già perso una buona occasione di verificare quanto a livello locale i militanti e gli elettori abbiano consapevolezza della difficoltà del compito da svolgere e delle opportunità che una loro alleanza può offrire. Le elezioni amministrative del 3 e 4 ottobre diranno molto sull’esistenza di un elettorato disposto a premiare gli accordi fra democratici e pentastellati.
Sicuramente Letta probabilmente Conte sanno che neppure una alleanza stretta e buona, ma limitata a loro due, può bastare. Anzi, sarebbe/sarà sicuramente perdente a meno che entrambi, ciascuno ricorrendo al meglio del catalogo delle loro proposte, riescano, non tanto a strappare voti ai vicini, quanto a raggiungere e conquistare quel 30 per cento di elettorato che è insoddisfatto dall’attuale offerta politica e che decide chi premiare nell’ultima settimana. Andare alleati a chiedere il voto è sicuramente preliminare a qualsiasi altra attività, ma, in assenza di originalità nelle proposte politiche, la sconfitta, per quanto dignitosa, rimane dietro l’angolo.
Pubblicato il 14 settembre 2021 su Domani
Fratelli d’Italia sarebbe vittima delle riforme di Giorgia Meloni @DomaniGiornale


Forse lo sanno forse no forse preferiscono non pensarci, ma i dirigenti dei partiti e i parlamentari hanno molte gatte da pelare di qui alle elezioni politiche del marzo 2023, se arriveranno fino ad allora.
Tralasciando le elezioni amministrative i cui esiti non si preannunciano particolarmente dirompenti se non, in negativo, per il Movimento 5 Stelle, la vera svolta potrebbe/potrà essere l’elezione presidenziale. Anche se Stefano Feltri ha efficacemente argomentato le ragioni che consigliano l’elezione di Mario Draghi alla Presidenza della Repubblica, magari in seguito ad una convincente designazione ad opera del segretario del PD, è possibile che si pervenga ad uno stallo parlamentare. Se, oltre che prolungato, lo stallo sarà caratterizzato da qualche mercanteggiamento improprio, la richiesta dell’elezione popolare diretta del Presidente della Repubblica italiana è destinata a tornare prepotentemente sulla scena politico-costituzionale.
Tradizionalmente, poiché, per lo più si dimentica o semplicemente non si sa che in Assemblea Costituente Piero Calamandrei propose una Repubblica presidenziale accompagnata da una solida rete di poteri locali, il presidenzialismo è associato con la destra. In questi anni, anche Berlusconi ha genericamente parlato di presidenzialismo, rivelando, fra l’altro, di non conoscere i guasti del governo diviso USA-style. Fra i politici e i giornalisti nostrani si è raramente manifestata una chiara distinzione concernente il presidenzialismo USA messo a confronto con il semipresidenzialismo francese. La stessa Meloni, intervenendo al Forum Ambrosetti a Cernobbio, dopo avere affermato che “il parlamentarismo all’italiana è diventato un pantano”, e che per questo “bisogna uscire dalla Repubblica parlamentare. Io sono per un sistema presidenziale”, ha sentito di dover precisare che “c’è una proposta di Fdi sul semipresidenzialismo alla francese”.
Non so a quale stadio si trovi la proposta di Fratelli d’Italia, ma certamente chi volesse uscire dal sistema parlamentare all’italiana, non sempre un pantano e migliorabile anche dall’interno, potrebbe opportunamente guardare alla Quinta Repubblica francese. Lo dovrebbe fare in modo particolare ricordando che la Quarta Repubblica fu il sistema politico-parlamentare più simile alla Repubblica italiana e l’allora unica Costituzione alla quale guardarono i Costituenti italiani. Nel contesto francese, fortemente voluta da de Gaulle, la Quinta Repubblica produsse un salto qualitativo notevolissimo. Fu e rimane accompagnata da un sistema elettorale maggioritario a doppio turno in collegi uninominali che ha ridimensionato il ruolo dei partiti, come desiderava de Gaulle, e messo al centro della rappresentanza politica i candidati, rarissimamente paracadutati, che diventano rappresentanti premurosi dei collegi nei quali vengono eletti.
Non so quanto Meloni vorrà puntare sulla sua proposta e sulla riforma elettorale adottando la legge francese. Se le circostanze le consentiranno o addirittura la incoraggeranno a procedere in tal senso, mi limito a sottolineare due elementi sistemici positivi che comportano un rischio per il partito di Giorgia Meloni. Il primo elemento positivo è che l’elezione popolare diretta del Presidente della Repubblica implica la ristrutturazione bipolare di quel che resta del sistema partitico italiano. Dunque, dovrebbe essere sostenuta da tutti i bipolaristi del nostro stivale. Il secondo elemento, più visibilmente nei collegi uninominali, ma anche per l’elezione presidenziale, è che è necessario, quasi indispensabile costruire coalizioni prima del voto. Il rischio per Fratelli d’Italia è lo stesso che corre Marine Le Pen in Francia e che la ridimensiona costantemente. Al secondo turno i partiti estremi e le loro candidature vengono penalizzate dagli elettori. Lo scombussolamento successivo al mutamento del modello italiano di governo potrebbe, però, essere accompagnato dalla mitigazione di tutti gli estremisti. E sarebbe un bene.
Pubblicato il 8 settembre 2021 su Domani
Abbiamo abbastanza democrazia per poterla esportare?

La democrazia che conosciamo non è “occidentale”. È universale. Non è nata in India e in nessun altro luogo del mondo non occidentale. Pratiche di accordi e compromessi, saltuarie rinunce alla violenza, scambi di ascolti e riunioni assembleari non configurano nessuna democrazia. La democrazia che conosciamo è il prodotto complesso del pensiero europeo, poi anglo-americano, combinato con le pratiche necessarie a riconoscere e mantenere il pluralismo dei dissidenti religiosi, aggiungendovi le riflessioni dei liberali sui diritti, a cominciare da one man, oops, one person one vote, sulla separazione delle istituzioni e sull’autonomia del potere politico da quello religioso. Tutte le altre interpretazioni che vengono date della democrazia sono il prodotto sbagliato e fuorviante, anche pericoloso per tutti, di un mix variabile di ignoranza e manipolazione, di cancel culture e buonismo inclusivo.
Esportare la democrazia, ha scritto nitidamente Giovanni Sartori, si può, subito aggiungendo: non dovunque e non comunque. Certo, la “esportazione” non potrà essere fatta da chi, come Arianna Farinelli in un troppo lungo articolo sul “Domani” (21 agosto), non ha un’idea chiara di che cosa è la democrazia. Galli della Loggia (“Corriere della Sera” 20 agosto) l’esportazione la farebbe persino portandola con la guerra, operazione che non sembra finora avere avuto successo. Anzi, è stata controproducente. No, in Italia nel 1945 la democrazia non fu portata dai carri armati americani e nella Germania sconfitta la democrazia poteva fare leva su democratici rimasti in patria e su esuli prestigiosi. Solo per il Giappone si può parlare di imposizione USA, ma una rondine non fa primavera (democratica).
La democrazia ha bisogno di un luogo definito dove sperimentarsi. State-building, vale a dire l’esistenza di uno Stato con i suoi confini, con i suoi apparati, burocrazia e forze di polizia e militari, in grado di garantire l’ordine politico impedendo ai detentori di risorse soprattutto economiche di schiacciare gli altri abitanti, è la premessa di qualsiasi costruzione di democrazia. La democrazia ha bisogno anche di atteggiamenti e emozioni. Nation-building è il procedimento attraverso il quale si creano sentimenti di appartenenza condivisa, anche attraverso una rilettura della storia comune, di ridimensionamento delle fratture esistenti su base etnica, di concessione e protezione dei diritti basici: civili e, aprendo la strada alla democrazia, politici. Entrambi i procedimenti sono (stati) prodromici alla nascita di qualsiasi democrazia. Esemplarmente, per quel che ci riguarda: “fatta l’Italia bisogna fare gli italiani”. Per la Francia, il cui Stato esisteva da secoli, solo la prima guerra mondiale trasformò i “contadini in francesi” (è il titolo di un libro giustamente famoso di Eugen Weber, 1976). In un non piccolo numero di paesi sono (state) alcune confessioni religiose ad opporsi ad entrambi i procedimenti. Mi pare alquanto stucchevole continuare a sostenere che l’Islam non è in via di principio la religione monoteistica che maggiormente si oppone alla democrazia. Dove i proclami e i dettami dei mullah contano più dei voti, nessuna democrazia può affacciarsi. Inevitabilmente quei proclami e quei dettami lanciati contro i voti dei cittadini configurano uno scontro di (in)civiltà.
Nel mondo giorno dopo giorno che siano i monaci tibetani, gli studenti di Hong Kong, i seguaci della signora Aung San Suu Ky, le donne afghane, centinaia di migliaia di persone lottano per ottenere i diritti sui quali da tempo si fonda la democrazia in occidente, diritti che possono/debbono essere importati e sui quali e grazie ai quali nascono nuovi regimi democratici. Per nessun altro regime, mai, così tante persone di nazionalità, di cultura, di colore, di età e di genere diverso si sono impegnate allo stremo, spesso mettendo in gioco consapevolmente la loro vita. Quelle donne e quegli uomini, quei ragazzi si sentirebbero traditi da coloro che sostengono che bisogna tenere conto della loro storia, delle loro tradizioni, dei loro costumi (compreso quello di opprimere le donne) piuttosto di tentare di esportare la democrazia occidentale che, insomma a loro non è adatta, sarebbe una forzatura, verrebbe respinta. La tristissima conclusione è che la difficoltà di esportare la democrazia dipende anche dal fatto che troppi intellettuali, giuristi di più o meno oscura fama, opinion-makers, influencers occidentali non hanno un pensiero democratico. Per lo più non sanno esattamente di cosa parlano; spesso sono portatori malsani di alambiccatissimo e provincialissimo elitarismo con strisce di preoccupante razzismo: “eh, no, purtroppo, quei popoli non sono adatti/pronti per la democrazia. Triste.
Pubblicato il 2 settembre 2021 su PRADOXAforum
Chiedetevi perché tanti lottano per la democrazia. @DomaniGiornale


Sul “Corriere della Sera” (23 agosto) Sabino Cassese ha scritto, cito per esteso: “La democrazia è un insieme di istituzioni maturate nel mondo occidentale e non è corretto ritenerla migliore di altri reggimenti [sic] politici e cercare di trasferirla in paese che hanno tradizioni diverse”. Mi è stato subito riferito che le frasi di Cassese hanno già trovato diffusa accoglienza e suscitato grande tripudio in alcuni non imprevedibili ambienti.
Seduti in un caffè parigino, una Gauloise fra le dita e un Pernod sul tavolino; rifugiatisi nella loro casetta per il fine settimana su un lago tedesco; raggruppati in vocianti tavolate che criticano aspramente uno qualsiasi dei governi latino-americani; ad un congresso in una ridente località balneare fra colleghi politologi, sociologi e persino studiosi di diritto costituzionale; nella riunione di redazione di un quotidiano romano orgogliosamente progressista, molti pensosi intellettuali lamentano con faccia triste che la democrazia è in crisi, è una causa persa, non può essere salvata. Danno tutti ragione a Cassese: la democrazia è un “reggimento” che non regge più. Poi, inopinatamente, mi giungono altre notizie. Rannicchiati e picchiati in qualche prigione cinese, agli arresti domiciliari nel Sud-Est asiatico, braccati dalla polizia in diversi Stati africani, nascosti sotto protezione perché è stata lanciata una fatwa contro di loro, malmenati/e in piazza Taksim, ricacciate in densi burqa, centinaia di migliaia di oppositori, uomini e donne, lottano in nome della democrazia – sì, proprio quella, occidentale, che hanno visto in televisione e nei film americani, e sperimentato come studenti a Oxford, Cambridge, Harvard, persino alla Sorbona, a Berlino e a Bologna (l’ateneo del quale è studente Patrick Zaki da più di un anno in una fetida cella egiziana), organizzano attività, reclutano aderenti, qualche volta mettono consapevolmente a rischio la loro vita. Lo ha confermato di recente, dal carcere nel quale è rinchiuso per insubordinazione, il leader degli studenti di Hong Kong, Joshua Wong: “Anche se siamo lontani, la nostra ricerca di democrazia e di libertà è la stessa”.
Per nessun altro regime (reggimento?), mai, così tante persone di nazionalità, di cultura, di colore, di età e di genere diverso si sono impegnate anche rischiando (e perdendo) la vita. Ritengono che la democrazia, quell’insieme di regole, procedure e istituzioni che promuovono e proteggono più estesamente e concretamente i diritti civili, politici, persino sociali, è la forma migliore di governo. Sanno che sarà sempre sfidata in nome dei suoi stessi principi e valori. Come scrisse mirabilmente alcuni decenni fa Giovanni Sartori, professore di Scienza politica, esiste una democrazia “ideale”, quella che ciascuno di noi intrattiene nelle sue speranze ed esistono democrazie “reali” con inevitabili problemi di funzionamento e con enormi capacità di apprendimento e di autoriforma come, Churchill conferma, nessun altro “reggimento” politico.
Pubblicato il 25 agosto 2021 su Domani
L’autunno delle Sardine: nessun singolo vince contro l’apparato @DomaniGiornale


In una intervista rilasciata nella fase di nascita del Movimento delle Sardine Mattia Santori dichiarò che chi aveva frequentato le lezioni di Scienza politica di Pasquino non poteva diventare populista. Sono assolutamente d’accordo. Forte è la probabilità che in quelle lezioni il prof delineasse anche alcune alternative per i movimenti: tenere alta la mobilitazione oppure istituzionalizzarsi; tentare di cambiare i partiti e le loro politiche criticando e premendo dall’esterno oppure entrarvi. Mi pare che la mobilitazione delle Sardine, il cui contributo alla vittoria di Bonaccini contro Salvini (pardon, Borgonzoni) resta peraltro difficile da valutare, sia scemata e che nessuna istituzionalizzazione sia stata tentata. Non credo proprio che il Partito Democratico sia stato sufficientemente “premuto” dall’esterno affinché cambiasse alcune sue politiche e meno che mai la sua organizzazione. Vedo, invece, che Mattia Santori ha accettato di essere collocato nella lista del PD che sostiene la candidatura di Matteo Lepore a sindaco di Bologna. Entrismo?
Certo, il PDB (bolognese) da cui Santori accetta la candidatura non è molto diverso da quello da lui e da tantissime sardine sfidato qualche anno fa. Anzi, è al punto massimo del suo inesauribile continuismo. Il decennale assessore Matteo Lepore ha vinto le primarie, ma non bisogna dimenticare che era stato praticamente incoronato suo successore dall’unico sindaco di Bologna, Virginio Merola, che dagli anni novanta è riuscito a rimanere in carica per dieci anni. In quello che l’incoronato promette non si vedono novità programmatiche né, tantomeno, vado con il politichese, “discontinuità”. Da quale fonte, da quale dichiarazione, da quale azione Santori abbia colto la possibilità di trovare spazio per esercitare un ruolo di pungolo, di stimolo, di orientamento per fare cambiare il Partito Democratico è impossibile dire. Lui non è stato preciso limitandosi a sostenere che rimarrà “indipendente”.
Naturalmente, le scelte personali hanno motivazioni dei più vari tipi: mettersi alla prova, imparare di più sulle istituzioni, svolgere il compito di rappresentante di esigenze e di preferenze sottovalutate, dimenticate, escluse. Tutti compiti tanto nobili quanto difficili la cui esecuzione dovrà essere monitorata in maniera sistematica. Forse Santori cercherà anche di essere la cintura di trasmissione delle linee politiche, alquanto indistinte e stinte, delle Sardine di oggi. Precedenti esperienze suggeriscono che un qualche apporto elettorale al PD potrà venire dalla candidatura di Santori, in special modo se le Sardine bolognesi vorranno impegnarsi nella sua campagna elettorale. Quello che sappiamo con maggiore certezza è che, da un lato, lo spazio di autonomia e di influenza di un solo consigliere comunale è molto limitato e soprattutto che ci saranno numerose occasioni nelle quali le Sardine fuori dal Consiglio saranno frenate nelle loro iniziative e la Sardina nel consiglio entrerà in rotta di collisione o con quanto si muove fuori o con i detentori del potere politico dentro il Consiglio comunale.
Dal punto di vista del cittadino elettore del PD e sostenitore delle Sardine è augurabile che si trovi (ma chi lo farà?) una non facile sintesi. Il punto di vista dell’analista politico è che nessun singolo vince contro un apparato che si è ricomposto in un clima di grande soddisfazione e compiacimento e che quel singolo dovrà prepararsi ai tempi duri non solo dell’irrilevanza, ma anche dell’indifferenza con ripercussioni negative, frenate e dissensi, sull’autunno del movimento.
Pubblicato il 23 agosto 2021 su Domani