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Salvini è un equilibrista dimezzato semi-governante semi-oppositore @DomaniGiornale


Comodamente collocata in una solida poltrona d’opposizione (mi concedo al lessico suo e dei suoi Fratelli d’Italia), Giorgia Meloni riceve omaggi e new entries, come il da lungo tempo sen. di Forza Italia Lucio Malan, e osserva il suo competitor Matteo Salvini che si dimena. Nel governo Draghi Salvini c’è capitato non soltanto in mancanza di meglio, ma perché nella Lega, a partire dal suo collaboratore Giorgetti, molti hanno pensato che assumere atteggiamenti anti-europei sarebbe un pessimo biglietto da visita per costruire il governo del dopo Draghi. Con la testa Salvini è, dunque, un semi-governante costretto ad approvare con non celata riluttanza quello che Draghi e i suoi ministri fanno (e non fanno). Con la pancia, però, Salvini è un semi-oppositore alla ricerca di tematiche, proposte, soluzioni che lo differenzino da quello che il governo fa e che non lo distanzino troppo da quello che dice senza peli sulla lingua la sua concorrente interna Giorgia Meloni.
Ė un ruolo piuttosto complicato quello che Salvini deve necessariamente svolgere. Si vede anche che lo svolge con un po’ di tristezza mentre le intenzioni di voto degli italiani premiano Giorgia Meloni e non pochi parlamentari ambiziosi si riposizionano. Infatti, con la riduzione del numero dei parlamentari, soltanto Fratelli d’Italia potrà ricandidare tutti gli attuali e offrire posti a destra, ma certo non a manca. Allora praticamente di fronte ad ogni decisione del governo Draghi e dei suoi ministri, Salvini prende le distanze. Qualche volta vorrebbe di più: aperture dei locali fino ad almeno un’ora o due dopo il limite indicato dal Ministro della Sanità. Qualche volta vorrebbe di meno, ad esempio, che il green pass non fosse indispensabile per i locali pubblici. Poi, quando cambiano, perché peggiorano, i dati dei contagiati, quando crescono i rischi, Salvini si riposiziona sempre cercando di differenziarsi dal governo, ma non sempre riuscendo a nascondere che le sue posizioni sono fluttuanti mentre quelle di Giorgia Meloni sembrano più coerenti. In realtà, spesso i Fratelli d’Italia si fanno beffe dei dati e le sparano grosse anche in termini di libertà. Ma non è il Salvini equilibrista che può permettersi di criticare le preferenze e le scelte sempre perentoriamente annunciate da Meloni.
L’esito, almeno in questa non breve fase, è che la protesta di alcune categorie sociali, dei No Vax, dei “differenziatori” per principio, che, una volta poteva avere come sbocco sia la Lega sia il Movimento 5 Stelle, scivola quasi inesorabilmente nei ranghi accoglienti di Fratelli d’Italia. In parte Salvini dovrebbe essere grato a Letta che lo identifica come il “principale esponente dello schieramento avverso”, dandogli una (im)meritata patente e qualche visibilità. In parte, ha deciso silenziosamente di non concedere più nulla alla Meloni di opposizione: nessuna rappresentanza nel Consiglio d’Amministrazione della Rai, non la presidenza, per prassi, ma anche con più di una motivazione democratica, affidata all’opposizione, della Commissione parlamentare di Vigilanza. Quanto potrà durare il difficile equilibrismo di Salvini e quanto lo stia logorando lo si saprà meglio con il passare del tempo. Sicuro, invece, è che Fratelli d’Italia sta lentamente ridimensionando la Lega che, a sua volta, non sa più che pesci prendere, ovvero su quali tematiche circoscrivere il suo elettorato e cercare di conquistarne altro. Se uno degli effetti anticipati e auspicati del governo Draghi è quello di ristrutturare il sistema dei partiti, questi effetti stanno manifestandosi più platealmente, oltre che nel Movimento 5 Stelle, proprio nella Lega di Salvini.
Pubblicato il 21 luglio 2021 su Domani
La libertà e la Costituzione spiegate a Giorgia Meloni (che non le conosce) @DomaniGiornale


Dalla sua posizione privilegiata che le garantisce una cospicua “rendita di opposizione” Giorgia Meloni ha scritto un tweet che contiene elementi preoccupanti. “L’idea di utilizzare il green pass per poter partecipare alla vita sociale è raggelante, è l’ultimo passo verso la realizzazione di una società orwelliana. Una follia anticostituzionale che Fratelli d’Italia respinge con forza. Per noi la libertà individuale è sacra e inviolabile”.
La caratteristica essenziale del sistema politico totalitario descritto da Orwell era l’abolizione completa della privacy alla quale si aggiungeva il controllo su tutte le comunicazioni fra persone fino all’uso di una neo-lingua. Il green pass non ha nulla a che vedere con Orwell e con il totalitarismo. Pone le persone di fronte ad una scelta. Chi desidera andare a teatro e allo stadio, al cinema e al palazzetto del basket, frequentare alcuni luoghi pubblici, prendere treni e aerei deve dimostrare di essere vaccinato, ovvero farsi vaccinare. La vaccinazione, dalla quale consegue il green pass, non è comunque un obbligo, ma è l’opportunità offerta a tutti che ciascuno deciderà di accettare liberamente in qualsiasi momento. Chiunque intende partecipare alla vita sociale sa che ci sono sempre regole da rispettare. In una situazione di pandemia, la prima sovrastante regola è quella di non essere in condizione di contagiare gli altri partecipanti i quali, a loro volta, da un lato, non debbono essere potenziali portatori di contagio, dall’altro, non debbono essere esposti al contagio portato da altri.
Da nessuna parte al mondo, in nessuno dei sistemi politici al massimo grado liberali, la libertà individuale è “sacra e inviolabile”. Dappertutto, esistono regole che delimitano l’esercizio della libertà individuale. Dopo mesi di dibattitti, tutti dovremmo sapere che la libertà di ciascuno di noi si arresta laddove comincia la libertà degli altri. In tutte le costituzioni democratiche esistono limiti chiaramente stabiliti affinché non si configuri una situazione, lo scrivo con parole che richiamano Orwell, nella quale tutti siano formalmente liberi, ma qualcuno sia più libero degli altri. Quanto alla Costituzione italiana, spesso richiamata raramente letta, mi limiterò a citare l’articolo 16 sulla libertà di circolazione che, ovviamente, ricomprende quella di frequentare luoghi pubblici. Ė riconosciuta a “ogni cittadino” “salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità e di sicurezza”. L’articolo 17 stabilisce che “le riunioni in luogo pubblico” possono essere vietate dalle autorità “per comprovati moti di sicurezza o di incolumità pubblica”.
Nel green pass non c’è follia, meno che mai anticostituzionale, ma, richiamando Max Weber, razionalità orientata allo scopo. In definitiva, né George Orwell né la Costituzione italiana offrono appigli adeguati e convincenti alle tesi di Giorgia Meloni contro il green pass, tesi che non sono libertarie quanto, piuttosto, anarchiche, ideologiche e irresponsabili.
Pubblicato il 16 luglio 2021 su Domani
Come risolvere il (falso) dilemma della sinistra tra diritti civili e diritti sociali @DomaniGiornale


In occasione di battaglie civili e culturali combattute dai progressisti, da coloro che si situano a sinistra nello schieramento politico-partitico, riemerge periodicamente un interrogativo molto complesso. Ė opportuno e giusto che quei partiti, i loro dirigenti e militanti impegnino tempo e energie che forse potrebbero/dovrebbero piuttosto dedicare alla protezione e promozione dei diritti sociali? La lotta contro la perdita di posti di lavoro non dovrebbe essere considerata più importante, se non addirittura prioritaria, rispetto a qualsiasi alternativa che riguardi i diritti di alcune minoranze, omosessuali, transgender, lgbt? Cercare di costruire un sistema scolastico qualitativamente migliore che contribuisca all’effettivo funzionamento dell’ascensore sociale consentendo a tutti, ma soprattutto, ai figli dei settori disagiati della società di migliorare le loro condizioni, non dovrebbe avere la precedenza sull’impegno a mettere al bando l’odio e le campagne condotte in suo nome? Fare funzionare al meglio e espandere il sistema sanitario non dovrebbe essere preferibile rispetto alla formulazione di leggi, come lo ius soli e/o lo ius culturae, che facilitino l’integrazione dei migranti e dei loro figli e figlie nella società italiana?
Sinistra e progressisti non sanno più interpretare e rappresentare le esigenze reali, più profonde dei loro concittadini e si intestardiscono su battaglie (quasi esclusivamente) simboliche a scapito di quello che è fondamentale: le opportunità e le condizioni di vita e di lavoro? Soltanto a coloro che, in un certo senso, sono privilegiati, benestanti, istruiti, che hanno un lavoro appagante e ben pagato, la gauche caviar direbbero i francesi, è possibile impegnare il loro tempo e le loro energie per conseguire obiettivi che riguardano minoranze a scapito del miglioramento economico complessivo della società. Insomma secondo questa concezione, sinistra e progressisti dovrebbero ripensare le loro priorità ponendo e mantenendo decisamente al primo posto tutta la batteria dei diritti sociali: lavoro, istruzione, salute e perseguire gli altri diritti, che sintetizzerò come civili e culturali, sapendo subordinarli ogniqualvolta entrino in contrasto con i primi. Mi pare che questo ragionamento abbia due punti deboli. Il primo è che mette in conflitto diritti sociali e diritti civili accettando una visione di destra che da sempre pone l’accento sulla soddisfazione dei bisogni elementari della cittadinanza e quasi nulla più. Il secondo punto debole è che ritiene scontato che i due insiemi di diritti non possano essere perseguiti e tanto meno conseguiti contemporaneamente, che, insomma, debba esserci un trade-off. Chi vuole più diritti civili e culturali deve pagarseli con una protezione inferiore dei diritti sociali, con la quasi impossibilità di una loro promozione.
Questo troppo diffuso ragionamento si fonda sulla convinzione che gli uomini e le donne separino nettamente nella loro percezione e nella loro valutazione i diritti sociali e economici da quelli civili e culturali. Non vorrei mai che a un omosessuale disoccupato si ponesse l’alternativa tra esporsi all’odio dei colleghi pur di mantenere il lavoro oppure essere costretto a starsene a casa. Infine, credo sbagliato pensare che sinistra e partiti progressisti siano obbligati a scegliere drasticamente fra diritti civili e diritti sociali. Quello che importa è la loro capacità di spiegare come non esista nessuna contraddizione verticale e incomponibile e che entrambi gli insiemi di diritti sono essenziali per coloro che vogliono costruire una società migliore, più vivibile, giusta.
Pubblicato il 6 luglio 2021 su Domani
Sia Conte che Grillo hanno sottovalutato i limiti e la forza della nostra democrazia @DomaniGiornale


Di fronte al durissimo scontro fra Giuseppe Conte e Beppe Grillo sulla strutturazione e sulla leadership del Movimento 5 Stelle, la tentazione, soprattutto fra chi non ha votato per i pentastellati, potrebbe essere quella di pensare che sono affari loro. Si arrangino. Il fondatore vuole mantenere il controllo del Movimento ed evitare che si trasformi in un partito tradizionale/classico, supponendo che qualcuno sappia che cosa erano quei partiti e sia possibile resuscitarli? Comprensibile. Ma mantenere-restaurare è la soluzione giusta per un Movimento che i sondaggi danno per dimezzato nelle intenzioni di voto rispetto ai voti veri del marzo 2018?
Avendo guidato due governi dei quali i Cinque Stelle erano grande parte e hanno fatto riforme conformi al loro programma (e ottenuto 200 miliardi di Euro dalla Commissione Europea), Conte pensa che sia giunto il momento di cambiare. Bisogna bloccare l’emorragia di voti e anche di parlamentari, molti defluiti nel Gruppo Misto. Bisogna strutturare il Movimento dandogli un nuovo Statuto che contempli la presenza di un leader, lui stesso, non di un portavoce, e che non sia oppresso da un garante, Beppe Grillo, che si ritagli il ruolo di leader ombra. Naturalmente, l’elevato (è l’aggettivo da lui stesso scelto) garante non ha voluto essere messo da parte e qui si è consumato lo scontro. Per Grillo, il problema è che non ha formulato un’alternativa organizzativa e politica. Probabilmente, non è in grado di farlo. Continua a ricevere omaggi verbali e riconoscimenti affettuosi, anche meritati, da molti parlamentari che non sarebbero mai diventati tali, meno che mai ministri, senza gli appassionati “vaffa” del comico. Nessuno di loro, però, ha finora osato o saputo proporre qualcosa che possa servire a delineare una prospettiva diversa da quella, anch’essa non limpidissima, alla quale pensa Giuseppe Conte.
Sia Grillo sia Conte hanno sottovalutato le possenti costrizioni della politica anche nelle democrazie parlamentari che molti erroneamente ritengono deboli. Il 100 per cento per governare da soli, come annunciava Grillo, appartiene ai regimi totalitari. Il Parlamento non è una scatoletta di tonno, ma un luogo già aperto, di scontri e incontri, visibili e comunicabili. Al governo si va trovando alleati che si coalizzano e facendo politiche condivise. Il ruolo degli eletti non consiste soltanto nello schiacciare il pulsante del voto, ma nel mantenere i rapporti con un elettorato grande e diversificato che nessuna piattaforma può raggiungere, informare davvero, ascoltare, interloquire.
Conte sembra avere compreso che per tutte queste operazioni è necessaria una strutturazione sul territorio e sono indispensabili regole che stabiliscano i compiti da svolgere e le modalità e che attribuiscano i relativi poteri, a cominciare dal vertice, a un unico capo dei pentastellati. Privo di effettiva esperienza su come funzionano le organizzazioni politiche, è lecito avere dubbi sulle capacità di Conte in materia. Le ha manifestate anche Grillo che nel suo intervento ha scritto seccamente che Conte non potrà risolvere i problemi “perché non ha né visione politica né capacità manageriali. Non ha esperienza di organizzazioni né capacità manageriali”. Per tagliare la testa al toro (o a Conte) Grillo ha deciso di indire sulla piattaforma Rousseau le votazioni per Il Comitato Direttivo del Movimento che dovrà elaborare il piano d’azione del Movimento per il 2023, ma con visione più lunga fino al 2050. Sic transit Conte. O si metterà all’opera per fare un suo partito personale?
Pubblicato il 30 giugno 2021 su Domani
L’effervescenza è finita. Se non si istituzionalizza, il M5s può disintegrarsi @DomaniGiornale


La qualità delle teorie degli studiosi si misura soprattutto sulla capacità di quelle teorie di illuminare tanto i fenomeni importanti quanto i fenomeni marginali, vale a dire di offrire spiegazioni comparate valide nel tempo e nello spazio. Lo statu nascenti delineato da Max Weber per i movimenti religiosi e i movimenti operai che hanno cambiato la storia del mondo non è molto dissimile da quello che ha dato vita al Movimento 5 Stelle: un disagio diffuso, una mobilitazione sotto forma di effervescenza collettiva, un primo sbocco. Per andare al sodo: dal Vaffa al notevole esito elettorale del 2013 il passo è stato breve, relativamente facile, non costruito. Dopodiché, ma specialmente, dopo la prima duplice esperienza di governo, era logico e giusto che non soltanto i weberiani si attendessero qualche sviluppo nel senso della istituzionalizzazione. Mantenere l’effervescenza a Palazzo Chigi non è semplice. Conquistare posizioni è utile, ma il passaggio decisivo consiste nello strutturare il movimento chiamando a raccolta tutti coloro che ne condividono gli obiettivi, stabilendo regole chiare e certe per stare insieme, trovare una leadership che non può più essere quella carismatica delle origini, insomma istituzionalizzarsi.
Ė stato detto da molti, in maniera più o meno articolata e convincente, che l’istituzionalizzazione costituiva il passaggio critico, ineludibile. Difficile sapere quanto il fondatore del Movimento 5 Stelle Beppe Grillo abbia mai inteso mettere il suo carisma a disposizione dell’istituzionalizzazione. Di tanto in tanto sembrava volerlo fare, ma con grande riluttanza. Altrettanto difficile valutare quanta consapevolezza della necessità di strutturarsi fosse diffusa nel corpaccione degli attivisti che non si conoscono e dei parlamentari che si confrontano e spesso si sfidano. Da quando Giuseppe Conte ha interpretato il suo nuovo ruolo come quello di guidare il Movimento verso uno sbocco organizzativo solido e potenzialmente duraturo, sono venuti al pettine molti nodi, teorici e pratici. In particolare, in più occasioni è apparso che, da un lato, il padre fondatore del Movimento non era affatto convinto di doversi fare da parte; dall’altro, la leadership di Conte non gode(va) di sufficiente legittimità. Un conto è stato quello di fare il capo di due governi; un conto molto diverso è quello non tanto di guidare, ma di mettere insieme i molti cocci di quello che era uno schieramento votato da un italiano/a su tre ed è oggi indicato come preferito soltanto da un italiano/a su sei/sette.
L’effervescenza è finita da tempo, la mobilitazione è scarsa, selettiva, spesso negativa, contro qualcosa non per qualcosa, il disagio si traduce in rassegnazione piuttosto che in attivismo. Le capacità di governo non sono la stessa cosa delle capacità politiche. Non tracimano. Conte si è illuso. Non ha tenuto conto di un dissenso in parte sordo in parte strisciante. Adesso, al fine di creare le opportunità della difficilissima istituzionalizzazione, è venuto il tempo di uccidere il padre, ma molti sono ancora, inevitabilmente e giustamente, i “figli” di Beppe che vorrebbero una soluzione non sanguinosa. Naturalmente, quando un rapporto politico si incrina e piega verso incomprensioni personali, rischia di diventare incomponibile, devastante. Tra insulti e scuse formali non fa capolino la politica, ma qualcosa che neanche i grandi clinici saprebbero curare. Cosicché il percorso effervescenza mobilitazione, primi successi, non giungendo all’istituzionalizzazione rischia, non sarebbe l’unico caso, la disintegrazione.
Sbagliano i duri, gli ortodossi, il cui grado di purezza non sono in grado di apprezzare. L’esito non sarà un ritorno alle origini, ma il rivolo irrilevante di un mini movimento. Il consiglio weberiano sarebbe quasi sicuramente che dirigenti e parlamentari dovrebbero tentare di comporre e conciliare la nobile etica della convinzione con l’altrettanto nobile, ma spesso considerata inferiore, etica della responsabilità. Sembra, invece, che vi siano troppi cultori rigidi e esclusivi di ciascuna etica e che né Grillo né Conte siano in grado di trovare anzitutto fra loro la ricomposizione necessaria. Nulla dirò sulla non-etica della convenienza alla quale vedo cedimenti che non portano da nessuna parte. Non so se il governo Draghi ne risulterà indebolito, ma credo di no. Temo, invece, molto che una parte di società si sentirà priva di rappresentanza politica. Questo sarà un inconveniente grave.
Pubblicato il 27 giugno 2021 su Domani
Abbonarsi a Domani? Provare per credere @DomaniGiornale


Diversi giorni della settimana non faccio a tempo a leggere i due/tre quotidiani che compro. Ė un buon segno: vuole dire che stavo scrivendo qualcosa di importante (sic). Poi, risolvo l’accumulo leggendo all’indietro: venerdì, giovedì, mercoledì…., quel che è rimasto.
Diventa tutto più facile. Non oso dire che sono quei quotidiani e i loro giornalisti ad essere ripetitivi (oso, oso …). Certamente, sono i non propriamente fantasiosi politici italiani a dire giorno dopo giorno frasi molto simili, a battere sugli stessi tasti, a formularsi vicendevolmente critiche vecchiotte e noiosissime.
Cosicché il quotidiano del venerdì praticamente mi evita la lettura ravvicinata dei tre/quattro giorni precedenti.
Un’operazione di questo tipo da me tentata con il Domani, debbo dolorosamente confessare, non ha funzionato. L’articolo che perdo martedì non fa la sua (ri)comparsa venerdì. Poiché, però, ha una sua validità intrinseca, talvolta per capire meglio una riflessione sulla Russia bisogna che torni a quell’articolo di tre/quattro giorni prima.
Questa è una buona ragione per abbonarsi poiché se non avete comprato il Domani proprio in quel giorno, il recupero sarà difficilissimo. L’abbonamento vi dà certezze e non vi crea ansie da perdizione.
Al contrario, sapere che, da un lato, potrete tornare a documentarvi, dall’altro, che gli articoli che seguiranno costruiscono anche su quello che avete letto vi dà certezze quanto alla crescita, all’accumulazione delle vostre conoscenze.
Forse gradireste un minor numero di politologi (sic) fra i collaboratori (sic), ma quando vi viene voglia di procedere alla comparazione con i sedicenti politologi dei quotidiani nazionali, allora noterete la differenza fra i politologi reclutati da Feltri e quelli dell’italico (non “Italicum”) stivale.
Con l’abbonamento ogni mattina avrete facile e confortevole accesso al meglio (!) della politologia italiana che è un gran bel modo di cominciare la giornata. Provare per credere.
Imparare l’arte delle primarie per usarle quando servono @DomaniGiornale


Quella di Torino è stata bruttina, ma i commenti alle due primarie del Partito Democratico, a Roma e a Bologna, grondano di soddisfazione e autocompiacimento. Cercano di fare dimenticare previsioni buie e tempestose, sostanzialmente infondate e la sostanziale incomprensione di che cosa sono e possono essere le primarie. Anche in questo caso sarebbe utile il mio test d’accesso per chi vuole esprimere valutazioni: quale articolo scientifico, quale libro di analisi delle elezioni primarie, che, incidentalmente, si fanno in molti altri luoghi, ad esempio, in Argentina e in Cile, oltre agli USA, hanno letto gli spericolati commentatori/trici? Certo, le primarie sono un esercizio di democrazia, meglio quando sono impostate, organizzate, condotte in maniera effettivamente democratica. A Roma il PD non è abbastanza forte da condizionarle, ma qualche scoraggiamento a altre potenziali candidature era stato mandato. A Bologna il PD ha prima fatto quasi tutto il possibile per trovare un mitico “candidato unitario” ovvero designato dai potenti. Poi si è buttato a sostegno del candidato preferito dai “maggiorenti” (il piuttosto loquace Romano Prodi incluso) cercando di squalificare l’oppositrice perché “renziana”. Come se il Presidente della Regione Bonaccini non fosse stato renziano e lo stesso sindaco Merola, “ideologicamente” assai volubile, non avesse avuto la sua sbandata renziana. Adesso, il vincente annuncia la sua apertura alla renziana Conti la quale, opportunamente e nobilmente, ha dichiarato lealtà di voto, ma non vuole farsi fagocitare. Ci si chiede (notate come pongo la questione) che fine farà il ricorso promosso da tre ex-segretari del Partito di Bologna ai probiviri contro gli iscritti del PD che hanno annunciato il loro voto alla Conti. Lana caprina.
Nelle primarie, naturalmente, conta soprattutto vincere, ma il modo come si vince ammonta a una più o meno bella lezione di politica. La campagna elettorale comunica non soltanto chi sono i candidati, le loro biografie personali, professionali e politiche (quella di Roberto Gualtieri è assolutamente lusinghiera), ma anche che cosa li distingue e che cosa propongono anzitutto all’elettorato della loro aerea politica. Le primarie diffondono informazioni di stile e di sostanza. Dovrebbero anche, se non si sono manifestate come attacchi personali, in effetti a Bologna c’è stato anche questo (non stendo nessun pietoso velo di silenzio), servire come slancio per la corsa alla (ri)conquista del Palazzo comunale. Vedo, invece, che, per il momento, il tempo viene impegnato per tirare sospiri di sollievo e per esibirsi sulle vette dell’ipocrisia e della retorica più melensa. Fermo restando che, in generale, le primarie sono un optional, per il PD sono uno degli elementi fondanti la sua (peraltro pallida) identità di partito. Di tanto in tanto qualche revenant di “intellettuale” organico ottiene il suo momento di esposizione mediatica con critiche severissime (“masturbazione intellettuale”), spesso infondatissime, alle primarie. Molto meglio farebbe il Partito Democratico a valorizzarle come un procedimento che ha la potenzialità di migliorare la politica del partito e, in senso più lato, italiana ponendo le premesse per l’allargamento del campo del centro-sinistra. Non soltanto l’allargamento è indispensabile per chi voglia superare il centro-destra, ma consente la mobilitazione delle energie esistenti e l’attrazione di quelle disponibili purché non si sentano manipolate. In sintesi: c’è più di una candidatura? Oportet ut primariae eveniant. Primarie competitive. Il resto è fuffa.
Pubblicato il 23 giugno 2021 su Domani “Impara le primarie e mettile da parte: cosa resta dopo i risultati”
Mandati (a casa), salvati, omologati: cosa fare dell’ultimo pilastro dei Cinque stelle @DomaniGiornale
Una classe dirigente parlamentare e politica la si costruisce con il tempo e con l’esperienza maturata sul campo nel tempo. La si può distruggere in qualsiasi momento con il rigido ricorso ad un criterio burocratico. Due mandati e siete fuori, per sempre. Il criterio burocratico porta con sé anche altri inconvenienti. Primo, consente all’eletto che viene escluso di non dovere rendere conto ai suoi elettori di quello che ha fatto, non fatto, fatto male. Secondo, impedisce agli elettori di valutare l’operato del parlamentare, premiandolo con la rielezione, ma anche avendo il piacere di bocciarlo. Terzo, priva il sistema politico tutto di personalità, non necessariamente straordinarie, ma buoni parlamentari in grado di rappresentare efficacemente l’elettorato, che hanno imparato a controllare l’operato del governo, che sarebbero capaci di diventare essi stessi governanti.
Quando i pentastellati si imposero il limite invalicabile dei due mandati è molto improbabile che nessuno degli inconvenienti sopra rilevati sia stato neppure lontanamente preso in considerazione. Dominante era la sfida populista alla classe politica, che peraltro solleticava molti commentatori politici. Adesso, come spesso capita a chi non conosce il funzionamento dei sistemi politici, tutti i nodi vengono al pettine. Più precisamente sono arrivati al pettine di Conte se toccherà a lui proporre una/la soluzione. Facendo rispettare il limite di due mandati, tutta la classe dirigente parlamentare del Movimento 5 Stelle dovrebbe tornare a casa. Coloro che entreranno nel prossimo parlamento, nettamente meno numerosi, dovrebbero, salvo improbabili eccezioni, cominciare da capo il non facile processo di apprendimento. Dunque, anche il prossimo Parlamento ne risentirebbe sul suo funzionamento per di più in buona misura già imprevedibile dopo la riduzione di un terzo del numero dei parlamentari. Salvare tutti coloro che hanno fatto due mandati significherebbe anche precludersi qualsiasi, se non minimo, ricambio, bloccando la sempre auspicabile circolazione delle elite non potendo avvalersi di qualche energia nuova promettente.
Ė sperabile che fra i consiglieri di Conte in una materia tanto delicata vi sia chi sappia elaborare qualche criterio non controverso per la valutazione di coloro che non sono stati soltanto parlamentari, ma anche sottosegretari e ministri. La valutazione dell’operato politico e parlamentare è difficilissima e sempre esposta a obiezioni dei più vari generi. Provocatoriamente si potrebbe suggerire a Conte di procedere ad un sorteggio fra coloro che hanno maturato i requisiti per essere esclusi. Se “uno vale uno” il sorteggio appare appropriato e irrespingibile, ma naturalmente non ha nulla a che vedere con la qualità. La verità è che Conte si trova di fronte ad un bivio fatale. Da una parte sta la chiusura di un’epoca del Movimento con la fuoruscita dei protagonisti. Dall’altra sta la possibilità di circondarsi di un piccolo gruppo di fedelissimi ai quali viene offerto un terzo mandato (ma senza una regola generale si aprirebbe la strada anche ad un quarto quinto mandato e così via). Se opta per la chiusura deve mettere in conto l’ostilità di coloro che dovranno/dovrebbero tornare a casa per sempre e che, forse, lascerebbero un Movimento che non li porta più da nessuna parte. Scegliendo di fare eccezioni rischia l’accusa di avere travolto uno dei principi fondativi del Movimento e di andare non soltanto verso l’istituzionalizzazione weberiana, ma anche verso la creazione di una piccola casta privilegiata e omologata all’esistente negli altri partiti. Tertium non datur, ma mi aspetto molte acrobazie.
Pubblicato il 16 giugno 2021 su Domani
Il Movimento Cinque stelle è entrato nella sua crisi di mezz’età @DomaniGiornale
Appare molto velleitaria la posizione di alcuni nel Movimento 5 Stelle che sembrerebbero inclini ad andare all’opposizione. C’è già un’opposizione al governo Draghi. Orgogliosamente e sulla cresta dell’onda, che è quasi tutta sua, si staglia Giorgia Meloni. Chiunque altro volesse schierarsi contro Draghi avrebbe pochissima visibilità e perderebbe qualsiasi influenza su quello che il governo fa, non fa, fa male (sì, succede anche questo). A meno che, naturalmente, i nuovi oppositori pentastellati intendano mettere in crisi il governo dei migliori, operazione che può essere fatta anche nel semestre bianco, ma probabilmente esiziale per chi la tentasse. Qualcuno di loro è consapevole che tutte le difficoltà che incontrano e nelle quali si dibattono, esistevano già da prima della caduta del secondo governo Conte e c’entra pochissimo con il governo Draghi.
Sono contraddizioni strutturali che il Movimento porta con sé fin dal primo successo nelle elezioni del febbraio 2013. Come passare da un ruolo anti-sistemico al governo del sistema politico. Come agire in Parlamento senza perdere la carica anti-parlamentare. Come “istituzionalizzarsi” senza comprimere perdere le caratteristiche di slancio e entusiasmo del Movimento. Non c’è nessuna risposta semplice e univoca a queste domande. Però, tutti, pentastellati compresi, dovrebbero avere imparato quanto, al tempo stesso, solide e flessibili (qui, forse, appropriatissimo sarebbe scrivere “resilienti”), possano essere le democrazie parlamentari, compresa quella italiana.
Privi fin dal principio di qualsiasi cultura politico-istituzionale, dirigenti e attivisti del Movimento non hanno saputo apprendere nessuna lezione specifica. Le espulsioni e le dimissioni non hanno quasi nessun riferimento al problema principale: come mantenere la carica di trasformazione dovendo affrontare e svolgere compiti di governo che sempre sempre implicano compromessi e mediazioni. Come rivendicare quanto fatto, almeno il reddito di cittadinanza e la riduzione del numero di parlamentari, anche se può apparire poco a fronte di promesse esagerate (ad esempio, in materia di democrazia diretta). Recuperare l’ortodossia che si è rivelata inadeguata e che ha ricevuto qualche dura lezione appare sostanzialmente improponibile. Mettersi duri e, almeno in parte, puri all’opposizione non garantisce nessun recupero. Procedere con e nel governo Draghi appare problematico per la visibilità e l’influenza del Movimento, soprattutto se, come sembra inevitabile, sarà Draghi a intestarsi le riforme “buone”. Non so quanto sia corretto definire eterodossi, devianti rispetto alla purezza originaria, coloro che intendono restare al governo e tentare di imprimere (anche) il loro marchio sui successi. Penso di sapere che qualche volta chiudere in maniera improvvisata una crisi, politica e culturale, come quella nella quale si dibatte il Movimento, è peggio che lasciarla fluire, meglio essendo al governo che all’opposizione.
Pubblicato il 5 giugno 2021 su Domani
La caccia ai candidati civici svela il poco (o nulla) dietro Meloni e Salvini @DomaniGiornale
Non ho mai creduto alle parole dell’Ecclesiaste: “c’è un tempo per le candidature dei politici e c’è un tempo per le candidature dei civici”. Ma, se così fosse, il miscredente che è in me ammetterebbe di avere già visto il tempo dei civici e di non averlo particolarmente apprezzato. Peraltro, so che i politici hanno avuto alti e bassi, più i primi anche se mai davvero molto alti. Ciò detto, noto che la ricerca da parte del centro-destra di candidati civici per l’elezione dei sindaci delle grandi città è oramai diventata spasmodica. Spuntano in qua e in là nomi improbabili e nomi di persone che comunicano rapidamente di non essere stati neppure contattati e comunque di essere indisponibili. L’imperativo di Salvini, Meloni e Tajani (Berlusconi tace per motivi di salute) è trovare un medico famoso, un grande avvocato, un imprenditore di successo (che ha fatto molti soldi? ha creato numerosi posti di lavoro?) per contrapporli ai candidati del centro-trattino-sinistra. Talvolta anche il centro-sinistra va alla sua ricerca di civici, ma ha diversi vincoli che gli derivano a Roma come a Torino, e soprattutto a Bologna, dalle aspettative di carriera degli appartenenti alle sue, per quanto squilibrate e fatiscenti, organizzazioni di partito. Non bisogna deludere chi ha fatto della politica il suo mestiere. Bisognerà comunque sistemarlo/a, piazzarlo.
Credo che tentare il ricorso ai “civici” sia, da un lato, fuori moda, dall’altro, riveli una deprecabile debolezza della politica, talvolta, però, agevolata e premiata dall’elettorato per qualche cattiva ragione, vale a dire, per sentimenti antipolitici e per incomprensione delle scelte che si vanno a compiere. Si possono anche vincere le elezioni sfruttando la popolarità acquisita da alcuni candidati nelle loro rispettive professioni. Tuttavia, è fin troppo banale rilevare e sostenere che, raramente, anzi, quasi mai, alla popolarità si accompagnano capacità di governo. Invece, una volta ottenuta la carica, contano proprio le capacità di esercitarla. Come dicono gli americani: it is another ball game. Ė tutt’altro gioco. Per di più potrebbe persino essere cambiato l’atteggiamento complessivo della grande maggioranza degli elettori. Negli ultimi anni, in alcune città e in Parlamento, gli apprendisti allo sbaraglio non hanno dato eccellente prova di sé.
Temo, però, che, dietro la ricerca delle candidature civiche, ci sia, non confessabile e mai confessata, una motivazione assolutamente riprovevole, valida per entrambi gli schieramenti. Una volta eletti, i civici senza esperienza e senza competenze, per di più anche senza collaboratori propri, diventeranno facili prede di Fratelli d’Italia e della Lega, dei loro consiglieri comunali, più esperti e più professionalizzati. Quei sindaci civici saranno dipendenti dai leader dei partiti che li hanno scelti e li hanno portati alla vittoria. Chi sa che nei tanti dinieghi finora ricevuti dalla girandola di nominativi prospettati non figuri anche la consapevolezza del gravi rischi di un’autonomia contrastata e impedita.
Infine, ma non è affatto una considerazione marginale, mentre il governo Draghi offre il tempo per la (ri)costruzione di una politica decente in questo paese, soprattutto il centro-destra comunica, senza volerlo, senza rendersene conto, un messaggio deludente: dalla nostra classe dirigente non riusciamo a esprimere candidature preparate e esperte di uomini e donne politiche in grado di vincere e di governare le città italiane. Dietro Meloni e Salvini poco o niente?
Pubblicato il 25 maggio 2021 su Domani