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L’occupazione ha fatto emergere anche una società civile afghana @DomaniGiornale

In Afghanistan c’erano le truppe americane, ma anche quelle della NATO nonché i soldati italiani che, notoriamente, svolgono solo missioni umanitarie (sic). Prima, con nessun successo ci furono anche i sovietici, sonoramente costretti a ritirarsi dopo alcuni anni di guerra perdente. In Afghanistan gli USA non andarono per esportare la democrazia (il tentativo fu abbozzato in Iraq un paio d’anni dopo), ma per colpire i terroristi di Al Quaeda e distruggerne i santuari. Ci sono riusciti. La maggior parte del tempo e la maggior parte delle risorse, certo, inopinatamente ingenti, furono destinate a compiti definibili di nation-building, di costruzione di strutture in grado di produrre e mantenere l’ordine politico e sociale. Pur avendo rotto i rapporti (o forse proprio per questo) con i suoi colleghi al Dipartimento di Stato, Fukuyama indicò chiaramente gli obiettivi nel libro da lui curato Nation-Building. Beyond Afghanistan and Iraq (2006): addestrare e equipaggiare le Forze Armate, dotare le principali città di forze di polizia efficienti, dare vita a una burocrazia statale capace di fornire i servizi essenziali e di attuare le decisioni del potere politico, costruire ospedali e scuole, garantire il diritto a libere elezioni. Ma, come ha tanto intelligentemente quanto sarcasticamente scritto uno studioso argentino, Fabián Calle, “il potere del voto non potrà mai essere alla stessa altezza del potere dei messaggeri della volontà di Dio”.
Quella americana non era, dunque, una “semplice” e criticabile, in effetti talvolta criticata (da chi?), occupazione militare. Non aveva inspiegabili obiettivi territoriali quanto, piuttosto, l’obiettivo, idealistico (proprio così) di fare emergere una società civile, a cominciare dalla libertà per le donne e da un loro ruolo, in uno dei luoghi più impervi al mondo. Parte di questi obiettivi, come rivelano le molti voci di donne terrorizzate dalla prospettiva di ripiombare nella sottomissione violenta ai talebani, erano stati conseguiti. Certo, è giusto andare alla ricerca di una spiegazione del collasso degli apparati statali afghani. Non so se tutta la risposta sta nella enorme corruzione soprattutto dei vertici, ma credo che una nazione e i suoi apparati non siano mai facilmente costruibili laddove i gruppi etnici, a cominciare dai Pashtun ai quali appartengono i talebani, non abbiano nessuna intenzione di giungere a compromessi.
Chi critica l’occupazione militare USA non dovrebbe oggi, in maniera assolutamente contraddittoria, lamentare il “tradimento” degli USA che ritirano le loro truppe. Forse il segretario generale della NATO ha preventivamente espresso il suo dissenso rispetto alla decisione di Trump attuata da Biden? Si è levata alta e forte la voce di Macron, di Merkel e di Di Maio/Guerini? Nessuno degli analisti ha pre-visto un crollo tanto rapido e capillare quanto quello che in pochi giorni ha consegnato il paese ai Talebani. A furia di azioni umanitarie, le varie missioni europee non si erano mai preoccupate di quanti e quanto armati fossero i talebani? La delega data agli americani per i colloqui “di pace” ha implicato tappare le orecchie e chiudere gli occhi dei cooperanti, dei dirigenti, degli ambasciatori europei presenti e attivi in Afghanistan? Nessuno può mettere in dubbio che, adesso, salvare le vite e il futuro di chi ha collaborato con gli europei e gli italiani, sia l’obiettivo prioritario da perseguire. Non aggiungerò “senza se e senza ma” perché credo sia opportuno interrogarsi se la fuoruscita di tutti gli Afghani e Afghane che hanno lavorato con gli occidentali per un esito molto diverso non finisca per privare il paese proprio delle energie di cui ha più bisogno: quelle di coloro che vogliono un paese decente per donne e uomini, non schiacciato da un credo religioso e da leggi crudeli.
Pubblicato il 18 agosto 2021 su Domani
Tocca a Draghi decidere se andare o no al Quirinale @DomaniGiornale


Mario Draghi alla Presidenza della Repubblica? Qualsiasi scenario deve prendere le mosse dalla premessa che la decisione sta nelle sue mani e nella sua mente almeno al 75 per cento. Premuto da più parti, inevitabilmente Draghi starà soppesando il pro e il contro di una sua eventuale, al momento probabile, elezione.
Immagino che contino nella sua valutazione considerazioni personali, politiche e istituzionali. La più alta carica dello Stato è un premio e un riconoscimento alla carriera che nessuno può rifiutare. Certo conta l’ambizione personale, che Draghi ha regolarmente saputo mantenere sotto controllo, ma conta anche il pensiero di quali compiti potrà ancora svolgere dal Quirinale.
Le considerazioni politiche discendono soprattutto da quanto Draghi riterrà che sia già stato fatto in materia di implementazione del Piano Nazionale di Ripresa e di Resilienza. Se le riforme necessarie e gli interventi di contorno saranno già ampiamente lanciati e messi in sicurezza, allora Draghi potrà anche pensare che lasciare al suo successore la prosecuzione di un lavoro importante non comporterà rischi.
Se, invece, non solo lo stato di attuazione non sarà sufficientemente avanzato, ma all’orizzonte vicino si vedessero nuvole, allora Draghi dovrà riflettere. La sua ascesa al Colle significa nell’immediato che bisognerà trovare un nuovo Presidente del Consiglio per un governo dei migliori privato del migliore di loro. Quel Presidente potrebbe, ma non sarà affatto un’operazione liscia e indolore, scaturire dalla maggioranza esistente, dunque, essere gradito tanto al Movimento 5 Stelle e al Partito Democratico quanto a Salvini e Berlusconi. Non c’è dubbio, però, che la ricerca di un successore all’altezza non sarà affatto gradita a Giorgia Meloni.
La sua richiesta di elezioni subito metterà in imbarazzo Salvini che forse non potrà permettersi di continuare nel sostegno a un governo senza Draghi e con chi sa quale altro Presidente del Consiglio. Certamente, Draghi e i suoi collaboratori, ma anche Mattarella, avranno esplorato quali nomi sarebbero disponibili e graditi in special modo al centro-destra.
Per Draghi sarà cruciale che il suo successore a Palazzo Chigi sia una persona che abbia dato mostra di condividere le scelte finora fatte, dotata di capacità di governo e certamente europeista.
Soltanto un previo accordo con Salvini e Berlusconi potrebbe offrirgli garanzie in questa essenziale direzione. Con un uomo o donna in grado di proseguire la sua opera a Palazzo Chigi, Draghi sarebbe nella posizione di offrire sostegno, consigli e orientamenti dal Quirinale.
Quanto alle considerazioni istituzionali, è vero che i politici in attività per di più in cariche operative, come la Presidenza del Consiglio, sono regolarmente stati esclusi dalla corsa al Quirinale, ma Draghi non è un politico di professione e ha accuratamente evitato di politicizzare nel senso negativo le sue scelte e decisioni.
Semmai, la considerazione istituzionale che più dovrebbe contare per tutti: dirigenti di partito, parlamentari, commentatori e, ovviamente, gli stessi Draghi e Mattarella, è nel non ripetere quanto successo con Napolitano: nessuna rielezione di Mattarella per fare fronte, temporaneamente, a un’emergenza. Il Presidente in carica è stato esplicito.
Questo pone Draghi di fronte alla scelta secca: sua elezione nel gennaio 2022 oppure attesa fino al 2029. La decisione è difficilissima. Inevitabilmente e giustamente, Draghi non si esprime, ma non è vero che “attenda gli eventi”. Cerca, invece, di orientare gli eventi per saperne di più. Buona fortuna a lui (e a noi).
Pubblicato i 11 agosto 2021 su Domani
Le fragilità dei tre leader alla prova del semestre bianco @DomaniGiornale


Lasciamo che i commentatori italiani si rincorrano l’un altro a prevedere disastri di un qualche tipo durante il semestre bianco e che superficialmente alcuni professori(oni) ne chiedano l’inutile abolizione. Quel che si intravede in questa fase non sono i partiti che approfittano dell’impossibilità di scioglimento del Parlamento per rendere la vita difficile (e perché poi? E con quali obiettivi?) al governo quanto piuttosto qualche scricchiolio delle leadership dei partiti di governo.
Non scricchiola la leadership di Giorgia Meloni, ma la sua solidità si accompagna alla sua limitata rilevanza anche perché il numero dei parlamentari di Fratelli d’Italia deriva dai voti del marzo 2018 poco più del 4 per cento a fronte delle intenzioni di voto oggi intorno al 18 per cento. Ė Salvini a sentire il fiato dei Fratelli d’Italia sul suo pur robusto collo, ma c’è di più. Anche a causa di ambiguità, probabilmente strutturali, la linea che esprime nelle sue numerosissime apparizioni televisive, interviste, dichiarazioni non sembra largamente condivisa. In particolare, sulle due tematiche più importanti adesso e nel futuro prossimo: Covid e, in senso lato, Europa, nella Lega vi sono posizioni non coincidenti con quelle che Salvini ha dentro. Il Presidente della Regione Veneto Zaia, non da solo, argomenta una linea rigorista sul Covid compreso il green pass e il ritorno a scuola. Sull’Europa e sul sostegno al governo Draghi, alta, forte e chiara è la linea che Giorgetti, avendola elaborata, continua a sostenere. Salvini incassa e guarda avanti, ma sembra avere perso baldanza.
Sicuramente baldanzoso Giuseppe Conte non lo è stato mai, ma non è mai stato riluttante a esibire una non piccola fiducia nelle sue qualità personali e, in qualche modo, anche politiche. Adesso il problema, che sarebbe di difficile soluzione per chiunque, è come acquisire e affermare la sua leadership sul Movimento 5 Stelle di ieri, vale a dire recuperando coloro che se ne sono andati o sono stati frettolosamente espulsi, e di domani a cominciare da quel 15 per cento di elettori scivolati via. All’interno del Movimento non ci sono sfidanti e forse neppure alternative, ma fatte salve poche eccezioni, non si sente neppure grande entusiasmo, piuttosto attendismo: “vediamo che cosa riesce a fare colui che voleva essere l’avvocato del popolo”.
Enrico Letta è il segretario di un partito nel quale i capi corrente hanno notevole potere. Guerini, Franceschini e Orlando sono comodamente sistemati nei loro uffici ministeriali che implicano non poche responsabilità, ma danno anche notevole visibilità (in questi giorni soprattutto per Franceschini che se la gode tutta, e non è finita). Con alcune proposte, voto ai sedicenni, patrimoniale (stoppata, mio modo di vedere, malamente, da Draghi) Letta ha voluto mostrare capacità di incidere sull’agenda politica, ma non può vantare successi e si trincera dietro il fatto inconfutabile dell’essere il PD il più sincero e leale sostenitore di Draghi e del suo governo. Un qualche rafforzamento della sua leadership potrebbe venire sia dalle vittorie possibili in numerose elezioni amministrative a ottobre sia da un suo chiaro e netto successo nell’elezione suppletiva a Siena. Apparentemente Letta è il meno “sfidato” dei tre leader di cui sto discutendo, ma la storia del PD, nel quale restano acquattati molti renziani/e, è anche fatta di repentine cadute e improvvise sostituzioni. La mia interpretazione è che nel semestre bianco, i partiti dovrebbero sentire il compito di rafforzare i loro profili politici al tempo stesso che si segnalano per capacità propositive. Vedo al contrario tensioni, non distruttive, ma che implicherebbero qualche ridefinizione di linee politiche. Non basterà un colpo d’ala nell’elezione rapida del successore(a) di Mattarella.
Pubblicato il 4 agosto 2021 su Domani
Il semestre bianco non sarà la rivincita degli scontenti @DomaniGiornale
Stabilendo che negli ultimi sei mesi del suo mandato il Presidente della Repubblica non può sciogliere il Parlamento, i Costituenti avevano molto chiaro un obiettivo: impedire al Presidente di cercare di ottenere attraverso elezioni anticipate un Parlamento favorevole alla sua rielezione o all’elezione di un suo candidato. Quell’obiettivo non è affatto venuto meno e non basta affermare che nessun presidente è stato rieletto, se non, in circostanze eccezionali e controvoglia, Giorgio Napolitano. Infatti, alcuni Presidenti avrebbero eccome desiderato la rielezione e qualcuno avrebbe gradito potere indicare il suo delfino. Comunque, i Costituenti non pensarono affatto che nel semestre bianco i partiti si sentissero agevolati a scatenare la bagarre contro il (anche loro) governo proprio perché non ne sarebbe seguito lo scioglimento del Parlamento.
Coloro che oggi ipotizzano che dentro i partiti attualmente al governo, vale a dire tutti meno i Fratelli d’Italia, ci sia chi non aspetta altro che l’inizio del semestre bianco per impallinare e “fare cadere” il governo Draghi non solo esagera, ma, a mio parere, sbaglia. Altri scenari sono ipotizzabili, bruttini, ma meno foschi ed evitabili, contrastatabili con buone conoscenze istituzionali e saggezza politica (fattoi talvolta presenti anche nella politica italiana). Comincerò con lo scenario del Matteo tiratore, l’uno tira la corda; l’altro fa sempre il furbo. Né l’uno né l’altro possono permettersi di uscire dalla maggioranza, ma sia l’uno sia l’altro possono commettere errori. I numeri dicono che, probabilmente non seguiti da tutti i loro parlamentari, le loro scorribande non risulterebbero decisive. Dato per scontato e accertato che tanto il Partito Democratico quanto Forza Italia sosteng(o/a)no convintamente il governo, molto si gioca su quanto riusciranno o non riusciranno a fare i pentastellati, più meno mal guidati. Tuttavia, se mai cadesse il governo Draghi per un voto dello scontento pentastellato, il re-incarico da parte di Matterella sarebbe immediato e il Draghi-Due nascerebbe in un batter d’occhio con una maggioranza numericamente appena più ristretta, ma, potenzialmente, più operativa.
Due dati durissimi meritano di essere evidenziati e valorizzati. Il primo è quello del grado di approvazione dell’operato del Presidente Draghi. Fra i più elevati di sempre, si situa da qualche tempo intorno al 70 per cento: 7 italiani su 10 sono soddisfatti di Draghi, capo del governo, e poco meno dichiarano di approvare quanto fa il governo nel suo insieme. Il secondo dato è che questo semestre bianco cade proprio nella fase di primo utilizzo dei fondi europei. Tutti capiscono che qualsiasi interruzione avrebbe costi elevatissimi.
Draghi non deve comunque dormire sonni del tutto tranquilli. Anzi, dovrebbe cercare un confronto aperto con il Parlamento valorizzandone le competenze e apprezzandone le prerogative. Il semestre bianco, lungi dall’essere, voglio giocare con le parole, un grande buco nero che ingoia un governo con una maggioranza extralarge, ma anche extradiversa, ha la possibilità di mostrare al meglio le qualità di una democrazia parlamentare. Dietro l’angolo sta un non meglio precisato, arruffato presidenzialismo. Meglio andare avanti diritto cauti, dialoganti, collaborativi, con juicio. Le pazienti non-forzature sono la sfida più significativa che Draghi deve affrontare e che, superata, rafforzerà l’azione del suo governo per qualche tempo a venire. Almeno fino all’elezione del prossimo Presidente della Repubblica.
Pubblicato il 28 luglio 2021 su Domani
La libertà irresponsabile dei leader non politici @DomaniGiornale

Tutti i governi a guida non-politica corrono il rischio della ““irresponsabilità”. Misurare il tasso di tecnicità e di politicità del governo Draghi può essere un esercizio interessante se seguito da una riflessione su quello che verrà. Il Manuale Cencelli, basato sull’importanza di ciascun ministero, rimane certamente una guida utile per qualsiasi valutazione. A occhio mi sembra possibile sostenere che la tecnicità del governo Draghi prevale sulla sua politicità soprattutto grazie al peso giustamente ragguardevole della Presidenza del Consiglio. I numeri contano, ma bisogna saperli contare. Anche le percezioni e le impressioni contano. All’estero, sono la storia professionale e il prestigio di Draghi che sovrastano qualsiasi altro criterio consentendo ai politici e agli operatori dei media di vedere in Draghi colui che ha messo da parte i litigiosi partiti per perseguire una politica più credibile.
Il punto della sospensione della politica, addirittura della democrazia, in Italia è stato variamente sollevato sia con apprezzamento sia con preoccupazione. La democrazia costituzionale non ha subito nessuna ferita poiché il governo ha tutta la legittimità che gli deriva dalla fiducia del parlamento (che non può essere sciolto durante il semestre bianco, ma può fare cadere il governo). Che i partiti svolgano un ruolo secondario è visto con favore da moltissimi italiani. Ricordo che in tutte le inchieste i partiti vengono valutati positivamente dal 6/8 per cento degli italiani. Che il governo Draghi costituisca una utile parentesi affinché i partiti italiani si riformino e diano vita ad un nuovo, migliore sistema dei partiti pare finora una non pia, ma pietosa illusione. I partiti stanno cercando il modo di rimanere a galla, per non essere oscurati dal Presidente del Consiglio e dalle sue decisioni, per avere qualche visibilità su politiche che, talvolta, non condividono, ma che non sanno contrastare con alternative praticabili. Tirano la corda da una parte e dall’altra, ma Draghi procede imperterrito sostenendo alcuni suoi ministri tecnici anche quando, come sulla giustizia, ci sarebbe molto da discutere e migliorare. Qui si situa il problema.
Non importa come un Presidente del Consiglio viene nominato e un governo formato. Il Parlamento mantiene tutti i suoi poteri e, nella misura in cui ne è capace, può esercitarli. Il vero problema dei governi guidati da uomini non politici è che possono agire senza dovere rendere conto a nessuno. Essendo improbabile e sconsigliabile che Draghi costituisca una sua lista e si candidi alle elezioni, il suo agire è tecnicamente e politicamente irresponsabile. Democrazia è rendere conto da parte dei governanti ai cittadini di quello che si è fatto, non fatto, fatto male per ottenere un altro mandato. Altrimenti, il rischio è che molti settori di opinione pubblica accettino che qualcuno decida per loro, senza controlli e senza rendiconti. Irresponsabilmente.
Pubblicato il 25 luglio 2021 su Domani
Salvini è un equilibrista dimezzato semi-governante semi-oppositore @DomaniGiornale


Comodamente collocata in una solida poltrona d’opposizione (mi concedo al lessico suo e dei suoi Fratelli d’Italia), Giorgia Meloni riceve omaggi e new entries, come il da lungo tempo sen. di Forza Italia Lucio Malan, e osserva il suo competitor Matteo Salvini che si dimena. Nel governo Draghi Salvini c’è capitato non soltanto in mancanza di meglio, ma perché nella Lega, a partire dal suo collaboratore Giorgetti, molti hanno pensato che assumere atteggiamenti anti-europei sarebbe un pessimo biglietto da visita per costruire il governo del dopo Draghi. Con la testa Salvini è, dunque, un semi-governante costretto ad approvare con non celata riluttanza quello che Draghi e i suoi ministri fanno (e non fanno). Con la pancia, però, Salvini è un semi-oppositore alla ricerca di tematiche, proposte, soluzioni che lo differenzino da quello che il governo fa e che non lo distanzino troppo da quello che dice senza peli sulla lingua la sua concorrente interna Giorgia Meloni.
Ė un ruolo piuttosto complicato quello che Salvini deve necessariamente svolgere. Si vede anche che lo svolge con un po’ di tristezza mentre le intenzioni di voto degli italiani premiano Giorgia Meloni e non pochi parlamentari ambiziosi si riposizionano. Infatti, con la riduzione del numero dei parlamentari, soltanto Fratelli d’Italia potrà ricandidare tutti gli attuali e offrire posti a destra, ma certo non a manca. Allora praticamente di fronte ad ogni decisione del governo Draghi e dei suoi ministri, Salvini prende le distanze. Qualche volta vorrebbe di più: aperture dei locali fino ad almeno un’ora o due dopo il limite indicato dal Ministro della Sanità. Qualche volta vorrebbe di meno, ad esempio, che il green pass non fosse indispensabile per i locali pubblici. Poi, quando cambiano, perché peggiorano, i dati dei contagiati, quando crescono i rischi, Salvini si riposiziona sempre cercando di differenziarsi dal governo, ma non sempre riuscendo a nascondere che le sue posizioni sono fluttuanti mentre quelle di Giorgia Meloni sembrano più coerenti. In realtà, spesso i Fratelli d’Italia si fanno beffe dei dati e le sparano grosse anche in termini di libertà. Ma non è il Salvini equilibrista che può permettersi di criticare le preferenze e le scelte sempre perentoriamente annunciate da Meloni.
L’esito, almeno in questa non breve fase, è che la protesta di alcune categorie sociali, dei No Vax, dei “differenziatori” per principio, che, una volta poteva avere come sbocco sia la Lega sia il Movimento 5 Stelle, scivola quasi inesorabilmente nei ranghi accoglienti di Fratelli d’Italia. In parte Salvini dovrebbe essere grato a Letta che lo identifica come il “principale esponente dello schieramento avverso”, dandogli una (im)meritata patente e qualche visibilità. In parte, ha deciso silenziosamente di non concedere più nulla alla Meloni di opposizione: nessuna rappresentanza nel Consiglio d’Amministrazione della Rai, non la presidenza, per prassi, ma anche con più di una motivazione democratica, affidata all’opposizione, della Commissione parlamentare di Vigilanza. Quanto potrà durare il difficile equilibrismo di Salvini e quanto lo stia logorando lo si saprà meglio con il passare del tempo. Sicuro, invece, è che Fratelli d’Italia sta lentamente ridimensionando la Lega che, a sua volta, non sa più che pesci prendere, ovvero su quali tematiche circoscrivere il suo elettorato e cercare di conquistarne altro. Se uno degli effetti anticipati e auspicati del governo Draghi è quello di ristrutturare il sistema dei partiti, questi effetti stanno manifestandosi più platealmente, oltre che nel Movimento 5 Stelle, proprio nella Lega di Salvini.
Pubblicato il 21 luglio 2021 su Domani
La libertà e la Costituzione spiegate a Giorgia Meloni (che non le conosce) @DomaniGiornale


Dalla sua posizione privilegiata che le garantisce una cospicua “rendita di opposizione” Giorgia Meloni ha scritto un tweet che contiene elementi preoccupanti. “L’idea di utilizzare il green pass per poter partecipare alla vita sociale è raggelante, è l’ultimo passo verso la realizzazione di una società orwelliana. Una follia anticostituzionale che Fratelli d’Italia respinge con forza. Per noi la libertà individuale è sacra e inviolabile”.
La caratteristica essenziale del sistema politico totalitario descritto da Orwell era l’abolizione completa della privacy alla quale si aggiungeva il controllo su tutte le comunicazioni fra persone fino all’uso di una neo-lingua. Il green pass non ha nulla a che vedere con Orwell e con il totalitarismo. Pone le persone di fronte ad una scelta. Chi desidera andare a teatro e allo stadio, al cinema e al palazzetto del basket, frequentare alcuni luoghi pubblici, prendere treni e aerei deve dimostrare di essere vaccinato, ovvero farsi vaccinare. La vaccinazione, dalla quale consegue il green pass, non è comunque un obbligo, ma è l’opportunità offerta a tutti che ciascuno deciderà di accettare liberamente in qualsiasi momento. Chiunque intende partecipare alla vita sociale sa che ci sono sempre regole da rispettare. In una situazione di pandemia, la prima sovrastante regola è quella di non essere in condizione di contagiare gli altri partecipanti i quali, a loro volta, da un lato, non debbono essere potenziali portatori di contagio, dall’altro, non debbono essere esposti al contagio portato da altri.
Da nessuna parte al mondo, in nessuno dei sistemi politici al massimo grado liberali, la libertà individuale è “sacra e inviolabile”. Dappertutto, esistono regole che delimitano l’esercizio della libertà individuale. Dopo mesi di dibattitti, tutti dovremmo sapere che la libertà di ciascuno di noi si arresta laddove comincia la libertà degli altri. In tutte le costituzioni democratiche esistono limiti chiaramente stabiliti affinché non si configuri una situazione, lo scrivo con parole che richiamano Orwell, nella quale tutti siano formalmente liberi, ma qualcuno sia più libero degli altri. Quanto alla Costituzione italiana, spesso richiamata raramente letta, mi limiterò a citare l’articolo 16 sulla libertà di circolazione che, ovviamente, ricomprende quella di frequentare luoghi pubblici. Ė riconosciuta a “ogni cittadino” “salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità e di sicurezza”. L’articolo 17 stabilisce che “le riunioni in luogo pubblico” possono essere vietate dalle autorità “per comprovati moti di sicurezza o di incolumità pubblica”.
Nel green pass non c’è follia, meno che mai anticostituzionale, ma, richiamando Max Weber, razionalità orientata allo scopo. In definitiva, né George Orwell né la Costituzione italiana offrono appigli adeguati e convincenti alle tesi di Giorgia Meloni contro il green pass, tesi che non sono libertarie quanto, piuttosto, anarchiche, ideologiche e irresponsabili.
Pubblicato il 16 luglio 2021 su Domani
Come risolvere il (falso) dilemma della sinistra tra diritti civili e diritti sociali @DomaniGiornale


In occasione di battaglie civili e culturali combattute dai progressisti, da coloro che si situano a sinistra nello schieramento politico-partitico, riemerge periodicamente un interrogativo molto complesso. Ė opportuno e giusto che quei partiti, i loro dirigenti e militanti impegnino tempo e energie che forse potrebbero/dovrebbero piuttosto dedicare alla protezione e promozione dei diritti sociali? La lotta contro la perdita di posti di lavoro non dovrebbe essere considerata più importante, se non addirittura prioritaria, rispetto a qualsiasi alternativa che riguardi i diritti di alcune minoranze, omosessuali, transgender, lgbt? Cercare di costruire un sistema scolastico qualitativamente migliore che contribuisca all’effettivo funzionamento dell’ascensore sociale consentendo a tutti, ma soprattutto, ai figli dei settori disagiati della società di migliorare le loro condizioni, non dovrebbe avere la precedenza sull’impegno a mettere al bando l’odio e le campagne condotte in suo nome? Fare funzionare al meglio e espandere il sistema sanitario non dovrebbe essere preferibile rispetto alla formulazione di leggi, come lo ius soli e/o lo ius culturae, che facilitino l’integrazione dei migranti e dei loro figli e figlie nella società italiana?
Sinistra e progressisti non sanno più interpretare e rappresentare le esigenze reali, più profonde dei loro concittadini e si intestardiscono su battaglie (quasi esclusivamente) simboliche a scapito di quello che è fondamentale: le opportunità e le condizioni di vita e di lavoro? Soltanto a coloro che, in un certo senso, sono privilegiati, benestanti, istruiti, che hanno un lavoro appagante e ben pagato, la gauche caviar direbbero i francesi, è possibile impegnare il loro tempo e le loro energie per conseguire obiettivi che riguardano minoranze a scapito del miglioramento economico complessivo della società. Insomma secondo questa concezione, sinistra e progressisti dovrebbero ripensare le loro priorità ponendo e mantenendo decisamente al primo posto tutta la batteria dei diritti sociali: lavoro, istruzione, salute e perseguire gli altri diritti, che sintetizzerò come civili e culturali, sapendo subordinarli ogniqualvolta entrino in contrasto con i primi. Mi pare che questo ragionamento abbia due punti deboli. Il primo è che mette in conflitto diritti sociali e diritti civili accettando una visione di destra che da sempre pone l’accento sulla soddisfazione dei bisogni elementari della cittadinanza e quasi nulla più. Il secondo punto debole è che ritiene scontato che i due insiemi di diritti non possano essere perseguiti e tanto meno conseguiti contemporaneamente, che, insomma, debba esserci un trade-off. Chi vuole più diritti civili e culturali deve pagarseli con una protezione inferiore dei diritti sociali, con la quasi impossibilità di una loro promozione.
Questo troppo diffuso ragionamento si fonda sulla convinzione che gli uomini e le donne separino nettamente nella loro percezione e nella loro valutazione i diritti sociali e economici da quelli civili e culturali. Non vorrei mai che a un omosessuale disoccupato si ponesse l’alternativa tra esporsi all’odio dei colleghi pur di mantenere il lavoro oppure essere costretto a starsene a casa. Infine, credo sbagliato pensare che sinistra e partiti progressisti siano obbligati a scegliere drasticamente fra diritti civili e diritti sociali. Quello che importa è la loro capacità di spiegare come non esista nessuna contraddizione verticale e incomponibile e che entrambi gli insiemi di diritti sono essenziali per coloro che vogliono costruire una società migliore, più vivibile, giusta.
Pubblicato il 6 luglio 2021 su Domani
Sia Conte che Grillo hanno sottovalutato i limiti e la forza della nostra democrazia @DomaniGiornale


Di fronte al durissimo scontro fra Giuseppe Conte e Beppe Grillo sulla strutturazione e sulla leadership del Movimento 5 Stelle, la tentazione, soprattutto fra chi non ha votato per i pentastellati, potrebbe essere quella di pensare che sono affari loro. Si arrangino. Il fondatore vuole mantenere il controllo del Movimento ed evitare che si trasformi in un partito tradizionale/classico, supponendo che qualcuno sappia che cosa erano quei partiti e sia possibile resuscitarli? Comprensibile. Ma mantenere-restaurare è la soluzione giusta per un Movimento che i sondaggi danno per dimezzato nelle intenzioni di voto rispetto ai voti veri del marzo 2018?
Avendo guidato due governi dei quali i Cinque Stelle erano grande parte e hanno fatto riforme conformi al loro programma (e ottenuto 200 miliardi di Euro dalla Commissione Europea), Conte pensa che sia giunto il momento di cambiare. Bisogna bloccare l’emorragia di voti e anche di parlamentari, molti defluiti nel Gruppo Misto. Bisogna strutturare il Movimento dandogli un nuovo Statuto che contempli la presenza di un leader, lui stesso, non di un portavoce, e che non sia oppresso da un garante, Beppe Grillo, che si ritagli il ruolo di leader ombra. Naturalmente, l’elevato (è l’aggettivo da lui stesso scelto) garante non ha voluto essere messo da parte e qui si è consumato lo scontro. Per Grillo, il problema è che non ha formulato un’alternativa organizzativa e politica. Probabilmente, non è in grado di farlo. Continua a ricevere omaggi verbali e riconoscimenti affettuosi, anche meritati, da molti parlamentari che non sarebbero mai diventati tali, meno che mai ministri, senza gli appassionati “vaffa” del comico. Nessuno di loro, però, ha finora osato o saputo proporre qualcosa che possa servire a delineare una prospettiva diversa da quella, anch’essa non limpidissima, alla quale pensa Giuseppe Conte.
Sia Grillo sia Conte hanno sottovalutato le possenti costrizioni della politica anche nelle democrazie parlamentari che molti erroneamente ritengono deboli. Il 100 per cento per governare da soli, come annunciava Grillo, appartiene ai regimi totalitari. Il Parlamento non è una scatoletta di tonno, ma un luogo già aperto, di scontri e incontri, visibili e comunicabili. Al governo si va trovando alleati che si coalizzano e facendo politiche condivise. Il ruolo degli eletti non consiste soltanto nello schiacciare il pulsante del voto, ma nel mantenere i rapporti con un elettorato grande e diversificato che nessuna piattaforma può raggiungere, informare davvero, ascoltare, interloquire.
Conte sembra avere compreso che per tutte queste operazioni è necessaria una strutturazione sul territorio e sono indispensabili regole che stabiliscano i compiti da svolgere e le modalità e che attribuiscano i relativi poteri, a cominciare dal vertice, a un unico capo dei pentastellati. Privo di effettiva esperienza su come funzionano le organizzazioni politiche, è lecito avere dubbi sulle capacità di Conte in materia. Le ha manifestate anche Grillo che nel suo intervento ha scritto seccamente che Conte non potrà risolvere i problemi “perché non ha né visione politica né capacità manageriali. Non ha esperienza di organizzazioni né capacità manageriali”. Per tagliare la testa al toro (o a Conte) Grillo ha deciso di indire sulla piattaforma Rousseau le votazioni per Il Comitato Direttivo del Movimento che dovrà elaborare il piano d’azione del Movimento per il 2023, ma con visione più lunga fino al 2050. Sic transit Conte. O si metterà all’opera per fare un suo partito personale?
Pubblicato il 30 giugno 2021 su Domani
L’effervescenza è finita. Se non si istituzionalizza, il M5s può disintegrarsi @DomaniGiornale


La qualità delle teorie degli studiosi si misura soprattutto sulla capacità di quelle teorie di illuminare tanto i fenomeni importanti quanto i fenomeni marginali, vale a dire di offrire spiegazioni comparate valide nel tempo e nello spazio. Lo statu nascenti delineato da Max Weber per i movimenti religiosi e i movimenti operai che hanno cambiato la storia del mondo non è molto dissimile da quello che ha dato vita al Movimento 5 Stelle: un disagio diffuso, una mobilitazione sotto forma di effervescenza collettiva, un primo sbocco. Per andare al sodo: dal Vaffa al notevole esito elettorale del 2013 il passo è stato breve, relativamente facile, non costruito. Dopodiché, ma specialmente, dopo la prima duplice esperienza di governo, era logico e giusto che non soltanto i weberiani si attendessero qualche sviluppo nel senso della istituzionalizzazione. Mantenere l’effervescenza a Palazzo Chigi non è semplice. Conquistare posizioni è utile, ma il passaggio decisivo consiste nello strutturare il movimento chiamando a raccolta tutti coloro che ne condividono gli obiettivi, stabilendo regole chiare e certe per stare insieme, trovare una leadership che non può più essere quella carismatica delle origini, insomma istituzionalizzarsi.
Ė stato detto da molti, in maniera più o meno articolata e convincente, che l’istituzionalizzazione costituiva il passaggio critico, ineludibile. Difficile sapere quanto il fondatore del Movimento 5 Stelle Beppe Grillo abbia mai inteso mettere il suo carisma a disposizione dell’istituzionalizzazione. Di tanto in tanto sembrava volerlo fare, ma con grande riluttanza. Altrettanto difficile valutare quanta consapevolezza della necessità di strutturarsi fosse diffusa nel corpaccione degli attivisti che non si conoscono e dei parlamentari che si confrontano e spesso si sfidano. Da quando Giuseppe Conte ha interpretato il suo nuovo ruolo come quello di guidare il Movimento verso uno sbocco organizzativo solido e potenzialmente duraturo, sono venuti al pettine molti nodi, teorici e pratici. In particolare, in più occasioni è apparso che, da un lato, il padre fondatore del Movimento non era affatto convinto di doversi fare da parte; dall’altro, la leadership di Conte non gode(va) di sufficiente legittimità. Un conto è stato quello di fare il capo di due governi; un conto molto diverso è quello non tanto di guidare, ma di mettere insieme i molti cocci di quello che era uno schieramento votato da un italiano/a su tre ed è oggi indicato come preferito soltanto da un italiano/a su sei/sette.
L’effervescenza è finita da tempo, la mobilitazione è scarsa, selettiva, spesso negativa, contro qualcosa non per qualcosa, il disagio si traduce in rassegnazione piuttosto che in attivismo. Le capacità di governo non sono la stessa cosa delle capacità politiche. Non tracimano. Conte si è illuso. Non ha tenuto conto di un dissenso in parte sordo in parte strisciante. Adesso, al fine di creare le opportunità della difficilissima istituzionalizzazione, è venuto il tempo di uccidere il padre, ma molti sono ancora, inevitabilmente e giustamente, i “figli” di Beppe che vorrebbero una soluzione non sanguinosa. Naturalmente, quando un rapporto politico si incrina e piega verso incomprensioni personali, rischia di diventare incomponibile, devastante. Tra insulti e scuse formali non fa capolino la politica, ma qualcosa che neanche i grandi clinici saprebbero curare. Cosicché il percorso effervescenza mobilitazione, primi successi, non giungendo all’istituzionalizzazione rischia, non sarebbe l’unico caso, la disintegrazione.
Sbagliano i duri, gli ortodossi, il cui grado di purezza non sono in grado di apprezzare. L’esito non sarà un ritorno alle origini, ma il rivolo irrilevante di un mini movimento. Il consiglio weberiano sarebbe quasi sicuramente che dirigenti e parlamentari dovrebbero tentare di comporre e conciliare la nobile etica della convinzione con l’altrettanto nobile, ma spesso considerata inferiore, etica della responsabilità. Sembra, invece, che vi siano troppi cultori rigidi e esclusivi di ciascuna etica e che né Grillo né Conte siano in grado di trovare anzitutto fra loro la ricomposizione necessaria. Nulla dirò sulla non-etica della convenienza alla quale vedo cedimenti che non portano da nessuna parte. Non so se il governo Draghi ne risulterà indebolito, ma credo di no. Temo, invece, molto che una parte di società si sentirà priva di rappresentanza politica. Questo sarà un inconveniente grave.
Pubblicato il 27 giugno 2021 su Domani