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Abbonarsi a Domani? Provare per credere @DomaniGiornale


Diversi giorni della settimana non faccio a tempo a leggere i due/tre quotidiani che compro. Ė un buon segno: vuole dire che stavo scrivendo qualcosa di importante (sic). Poi, risolvo l’accumulo leggendo all’indietro: venerdì, giovedì, mercoledì…., quel che è rimasto.
Diventa tutto più facile. Non oso dire che sono quei quotidiani e i loro giornalisti ad essere ripetitivi (oso, oso …). Certamente, sono i non propriamente fantasiosi politici italiani a dire giorno dopo giorno frasi molto simili, a battere sugli stessi tasti, a formularsi vicendevolmente critiche vecchiotte e noiosissime.
Cosicché il quotidiano del venerdì praticamente mi evita la lettura ravvicinata dei tre/quattro giorni precedenti.
Un’operazione di questo tipo da me tentata con il Domani, debbo dolorosamente confessare, non ha funzionato. L’articolo che perdo martedì non fa la sua (ri)comparsa venerdì. Poiché, però, ha una sua validità intrinseca, talvolta per capire meglio una riflessione sulla Russia bisogna che torni a quell’articolo di tre/quattro giorni prima.
Questa è una buona ragione per abbonarsi poiché se non avete comprato il Domani proprio in quel giorno, il recupero sarà difficilissimo. L’abbonamento vi dà certezze e non vi crea ansie da perdizione.
Al contrario, sapere che, da un lato, potrete tornare a documentarvi, dall’altro, che gli articoli che seguiranno costruiscono anche su quello che avete letto vi dà certezze quanto alla crescita, all’accumulazione delle vostre conoscenze.
Forse gradireste un minor numero di politologi (sic) fra i collaboratori (sic), ma quando vi viene voglia di procedere alla comparazione con i sedicenti politologi dei quotidiani nazionali, allora noterete la differenza fra i politologi reclutati da Feltri e quelli dell’italico (non “Italicum”) stivale.
Con l’abbonamento ogni mattina avrete facile e confortevole accesso al meglio (!) della politologia italiana che è un gran bel modo di cominciare la giornata. Provare per credere.
Imparare l’arte delle primarie per usarle quando servono @DomaniGiornale


Quella di Torino è stata bruttina, ma i commenti alle due primarie del Partito Democratico, a Roma e a Bologna, grondano di soddisfazione e autocompiacimento. Cercano di fare dimenticare previsioni buie e tempestose, sostanzialmente infondate e la sostanziale incomprensione di che cosa sono e possono essere le primarie. Anche in questo caso sarebbe utile il mio test d’accesso per chi vuole esprimere valutazioni: quale articolo scientifico, quale libro di analisi delle elezioni primarie, che, incidentalmente, si fanno in molti altri luoghi, ad esempio, in Argentina e in Cile, oltre agli USA, hanno letto gli spericolati commentatori/trici? Certo, le primarie sono un esercizio di democrazia, meglio quando sono impostate, organizzate, condotte in maniera effettivamente democratica. A Roma il PD non è abbastanza forte da condizionarle, ma qualche scoraggiamento a altre potenziali candidature era stato mandato. A Bologna il PD ha prima fatto quasi tutto il possibile per trovare un mitico “candidato unitario” ovvero designato dai potenti. Poi si è buttato a sostegno del candidato preferito dai “maggiorenti” (il piuttosto loquace Romano Prodi incluso) cercando di squalificare l’oppositrice perché “renziana”. Come se il Presidente della Regione Bonaccini non fosse stato renziano e lo stesso sindaco Merola, “ideologicamente” assai volubile, non avesse avuto la sua sbandata renziana. Adesso, il vincente annuncia la sua apertura alla renziana Conti la quale, opportunamente e nobilmente, ha dichiarato lealtà di voto, ma non vuole farsi fagocitare. Ci si chiede (notate come pongo la questione) che fine farà il ricorso promosso da tre ex-segretari del Partito di Bologna ai probiviri contro gli iscritti del PD che hanno annunciato il loro voto alla Conti. Lana caprina.
Nelle primarie, naturalmente, conta soprattutto vincere, ma il modo come si vince ammonta a una più o meno bella lezione di politica. La campagna elettorale comunica non soltanto chi sono i candidati, le loro biografie personali, professionali e politiche (quella di Roberto Gualtieri è assolutamente lusinghiera), ma anche che cosa li distingue e che cosa propongono anzitutto all’elettorato della loro aerea politica. Le primarie diffondono informazioni di stile e di sostanza. Dovrebbero anche, se non si sono manifestate come attacchi personali, in effetti a Bologna c’è stato anche questo (non stendo nessun pietoso velo di silenzio), servire come slancio per la corsa alla (ri)conquista del Palazzo comunale. Vedo, invece, che, per il momento, il tempo viene impegnato per tirare sospiri di sollievo e per esibirsi sulle vette dell’ipocrisia e della retorica più melensa. Fermo restando che, in generale, le primarie sono un optional, per il PD sono uno degli elementi fondanti la sua (peraltro pallida) identità di partito. Di tanto in tanto qualche revenant di “intellettuale” organico ottiene il suo momento di esposizione mediatica con critiche severissime (“masturbazione intellettuale”), spesso infondatissime, alle primarie. Molto meglio farebbe il Partito Democratico a valorizzarle come un procedimento che ha la potenzialità di migliorare la politica del partito e, in senso più lato, italiana ponendo le premesse per l’allargamento del campo del centro-sinistra. Non soltanto l’allargamento è indispensabile per chi voglia superare il centro-destra, ma consente la mobilitazione delle energie esistenti e l’attrazione di quelle disponibili purché non si sentano manipolate. In sintesi: c’è più di una candidatura? Oportet ut primariae eveniant. Primarie competitive. Il resto è fuffa.
Pubblicato il 23 giugno 2021 su Domani “Impara le primarie e mettile da parte: cosa resta dopo i risultati”
Mandati (a casa), salvati, omologati: cosa fare dell’ultimo pilastro dei Cinque stelle @DomaniGiornale
Una classe dirigente parlamentare e politica la si costruisce con il tempo e con l’esperienza maturata sul campo nel tempo. La si può distruggere in qualsiasi momento con il rigido ricorso ad un criterio burocratico. Due mandati e siete fuori, per sempre. Il criterio burocratico porta con sé anche altri inconvenienti. Primo, consente all’eletto che viene escluso di non dovere rendere conto ai suoi elettori di quello che ha fatto, non fatto, fatto male. Secondo, impedisce agli elettori di valutare l’operato del parlamentare, premiandolo con la rielezione, ma anche avendo il piacere di bocciarlo. Terzo, priva il sistema politico tutto di personalità, non necessariamente straordinarie, ma buoni parlamentari in grado di rappresentare efficacemente l’elettorato, che hanno imparato a controllare l’operato del governo, che sarebbero capaci di diventare essi stessi governanti.
Quando i pentastellati si imposero il limite invalicabile dei due mandati è molto improbabile che nessuno degli inconvenienti sopra rilevati sia stato neppure lontanamente preso in considerazione. Dominante era la sfida populista alla classe politica, che peraltro solleticava molti commentatori politici. Adesso, come spesso capita a chi non conosce il funzionamento dei sistemi politici, tutti i nodi vengono al pettine. Più precisamente sono arrivati al pettine di Conte se toccherà a lui proporre una/la soluzione. Facendo rispettare il limite di due mandati, tutta la classe dirigente parlamentare del Movimento 5 Stelle dovrebbe tornare a casa. Coloro che entreranno nel prossimo parlamento, nettamente meno numerosi, dovrebbero, salvo improbabili eccezioni, cominciare da capo il non facile processo di apprendimento. Dunque, anche il prossimo Parlamento ne risentirebbe sul suo funzionamento per di più in buona misura già imprevedibile dopo la riduzione di un terzo del numero dei parlamentari. Salvare tutti coloro che hanno fatto due mandati significherebbe anche precludersi qualsiasi, se non minimo, ricambio, bloccando la sempre auspicabile circolazione delle elite non potendo avvalersi di qualche energia nuova promettente.
Ė sperabile che fra i consiglieri di Conte in una materia tanto delicata vi sia chi sappia elaborare qualche criterio non controverso per la valutazione di coloro che non sono stati soltanto parlamentari, ma anche sottosegretari e ministri. La valutazione dell’operato politico e parlamentare è difficilissima e sempre esposta a obiezioni dei più vari generi. Provocatoriamente si potrebbe suggerire a Conte di procedere ad un sorteggio fra coloro che hanno maturato i requisiti per essere esclusi. Se “uno vale uno” il sorteggio appare appropriato e irrespingibile, ma naturalmente non ha nulla a che vedere con la qualità. La verità è che Conte si trova di fronte ad un bivio fatale. Da una parte sta la chiusura di un’epoca del Movimento con la fuoruscita dei protagonisti. Dall’altra sta la possibilità di circondarsi di un piccolo gruppo di fedelissimi ai quali viene offerto un terzo mandato (ma senza una regola generale si aprirebbe la strada anche ad un quarto quinto mandato e così via). Se opta per la chiusura deve mettere in conto l’ostilità di coloro che dovranno/dovrebbero tornare a casa per sempre e che, forse, lascerebbero un Movimento che non li porta più da nessuna parte. Scegliendo di fare eccezioni rischia l’accusa di avere travolto uno dei principi fondativi del Movimento e di andare non soltanto verso l’istituzionalizzazione weberiana, ma anche verso la creazione di una piccola casta privilegiata e omologata all’esistente negli altri partiti. Tertium non datur, ma mi aspetto molte acrobazie.
Pubblicato il 16 giugno 2021 su Domani
Il Movimento Cinque stelle è entrato nella sua crisi di mezz’età @DomaniGiornale
Appare molto velleitaria la posizione di alcuni nel Movimento 5 Stelle che sembrerebbero inclini ad andare all’opposizione. C’è già un’opposizione al governo Draghi. Orgogliosamente e sulla cresta dell’onda, che è quasi tutta sua, si staglia Giorgia Meloni. Chiunque altro volesse schierarsi contro Draghi avrebbe pochissima visibilità e perderebbe qualsiasi influenza su quello che il governo fa, non fa, fa male (sì, succede anche questo). A meno che, naturalmente, i nuovi oppositori pentastellati intendano mettere in crisi il governo dei migliori, operazione che può essere fatta anche nel semestre bianco, ma probabilmente esiziale per chi la tentasse. Qualcuno di loro è consapevole che tutte le difficoltà che incontrano e nelle quali si dibattono, esistevano già da prima della caduta del secondo governo Conte e c’entra pochissimo con il governo Draghi.
Sono contraddizioni strutturali che il Movimento porta con sé fin dal primo successo nelle elezioni del febbraio 2013. Come passare da un ruolo anti-sistemico al governo del sistema politico. Come agire in Parlamento senza perdere la carica anti-parlamentare. Come “istituzionalizzarsi” senza comprimere perdere le caratteristiche di slancio e entusiasmo del Movimento. Non c’è nessuna risposta semplice e univoca a queste domande. Però, tutti, pentastellati compresi, dovrebbero avere imparato quanto, al tempo stesso, solide e flessibili (qui, forse, appropriatissimo sarebbe scrivere “resilienti”), possano essere le democrazie parlamentari, compresa quella italiana.
Privi fin dal principio di qualsiasi cultura politico-istituzionale, dirigenti e attivisti del Movimento non hanno saputo apprendere nessuna lezione specifica. Le espulsioni e le dimissioni non hanno quasi nessun riferimento al problema principale: come mantenere la carica di trasformazione dovendo affrontare e svolgere compiti di governo che sempre sempre implicano compromessi e mediazioni. Come rivendicare quanto fatto, almeno il reddito di cittadinanza e la riduzione del numero di parlamentari, anche se può apparire poco a fronte di promesse esagerate (ad esempio, in materia di democrazia diretta). Recuperare l’ortodossia che si è rivelata inadeguata e che ha ricevuto qualche dura lezione appare sostanzialmente improponibile. Mettersi duri e, almeno in parte, puri all’opposizione non garantisce nessun recupero. Procedere con e nel governo Draghi appare problematico per la visibilità e l’influenza del Movimento, soprattutto se, come sembra inevitabile, sarà Draghi a intestarsi le riforme “buone”. Non so quanto sia corretto definire eterodossi, devianti rispetto alla purezza originaria, coloro che intendono restare al governo e tentare di imprimere (anche) il loro marchio sui successi. Penso di sapere che qualche volta chiudere in maniera improvvisata una crisi, politica e culturale, come quella nella quale si dibatte il Movimento, è peggio che lasciarla fluire, meglio essendo al governo che all’opposizione.
Pubblicato il 5 giugno 2021 su Domani
La caccia ai candidati civici svela il poco (o nulla) dietro Meloni e Salvini @DomaniGiornale
Non ho mai creduto alle parole dell’Ecclesiaste: “c’è un tempo per le candidature dei politici e c’è un tempo per le candidature dei civici”. Ma, se così fosse, il miscredente che è in me ammetterebbe di avere già visto il tempo dei civici e di non averlo particolarmente apprezzato. Peraltro, so che i politici hanno avuto alti e bassi, più i primi anche se mai davvero molto alti. Ciò detto, noto che la ricerca da parte del centro-destra di candidati civici per l’elezione dei sindaci delle grandi città è oramai diventata spasmodica. Spuntano in qua e in là nomi improbabili e nomi di persone che comunicano rapidamente di non essere stati neppure contattati e comunque di essere indisponibili. L’imperativo di Salvini, Meloni e Tajani (Berlusconi tace per motivi di salute) è trovare un medico famoso, un grande avvocato, un imprenditore di successo (che ha fatto molti soldi? ha creato numerosi posti di lavoro?) per contrapporli ai candidati del centro-trattino-sinistra. Talvolta anche il centro-sinistra va alla sua ricerca di civici, ma ha diversi vincoli che gli derivano a Roma come a Torino, e soprattutto a Bologna, dalle aspettative di carriera degli appartenenti alle sue, per quanto squilibrate e fatiscenti, organizzazioni di partito. Non bisogna deludere chi ha fatto della politica il suo mestiere. Bisognerà comunque sistemarlo/a, piazzarlo.
Credo che tentare il ricorso ai “civici” sia, da un lato, fuori moda, dall’altro, riveli una deprecabile debolezza della politica, talvolta, però, agevolata e premiata dall’elettorato per qualche cattiva ragione, vale a dire, per sentimenti antipolitici e per incomprensione delle scelte che si vanno a compiere. Si possono anche vincere le elezioni sfruttando la popolarità acquisita da alcuni candidati nelle loro rispettive professioni. Tuttavia, è fin troppo banale rilevare e sostenere che, raramente, anzi, quasi mai, alla popolarità si accompagnano capacità di governo. Invece, una volta ottenuta la carica, contano proprio le capacità di esercitarla. Come dicono gli americani: it is another ball game. Ė tutt’altro gioco. Per di più potrebbe persino essere cambiato l’atteggiamento complessivo della grande maggioranza degli elettori. Negli ultimi anni, in alcune città e in Parlamento, gli apprendisti allo sbaraglio non hanno dato eccellente prova di sé.
Temo, però, che, dietro la ricerca delle candidature civiche, ci sia, non confessabile e mai confessata, una motivazione assolutamente riprovevole, valida per entrambi gli schieramenti. Una volta eletti, i civici senza esperienza e senza competenze, per di più anche senza collaboratori propri, diventeranno facili prede di Fratelli d’Italia e della Lega, dei loro consiglieri comunali, più esperti e più professionalizzati. Quei sindaci civici saranno dipendenti dai leader dei partiti che li hanno scelti e li hanno portati alla vittoria. Chi sa che nei tanti dinieghi finora ricevuti dalla girandola di nominativi prospettati non figuri anche la consapevolezza del gravi rischi di un’autonomia contrastata e impedita.
Infine, ma non è affatto una considerazione marginale, mentre il governo Draghi offre il tempo per la (ri)costruzione di una politica decente in questo paese, soprattutto il centro-destra comunica, senza volerlo, senza rendersene conto, un messaggio deludente: dalla nostra classe dirigente non riusciamo a esprimere candidature preparate e esperte di uomini e donne politiche in grado di vincere e di governare le città italiane. Dietro Meloni e Salvini poco o niente?
Pubblicato il 25 maggio 2021 su Domani
Per garantire la stabilità l’Italia dovrebbe imparare da Germania e Spagna @DomaniGiornale
Da qualche anno, il Direttore del Corriere della Sera, Luciano Fontana e quattro autorevoli editorialisti, Aldo Cazzullo, Paolo Mieli, Angelo Panebianco e Antonio Polito combattono due indefesse battaglie. La prima è quella per una legge elettorale maggioritaria. Però, il loro “maggioritario” preferito non è né quello inglese né quello francese entrambi caratterizzati dall’elezione dei candidati in collegi uninominali, ma un’imprecisata legge elettorale che offra un più o meno cospicuo premio di maggioranza. Tale era l’Italicum, ma in quanto leggi proporzionali con premio di maggioranza, che nessuno mai definì maggioritari, si collocherebbero in questa categoria anche la Legge Acerbo, utilizzata da Mussolini nel 1924, e la legge truffa del 1953. La seconda battaglia è per un governo eletto dal popolo, uscito dalle urne e non formato in parlamento. A loro si è finalmente aggiunto anche, last but tutt’altro che least, il più recente degli editorialisti: Walter Veltroni (“Corriere della Sera” 22 maggio, p. 1 e 36).
La sua lancinante domanda è “come garantire all’Italia di avere governi scelti dai cittadini, che durino cinque anni, siano formati da forze omogenee per valori e programmi e che combattano l’avversario in ragione di questi”? La risposta necessariamente comparata è tanto semplice quanto drastica. Da nessuna parte al mondo esistono governi “scelti dai cittadini”. Nelle repubbliche presidenziali i cittadini eleggono il capo del governo che si confronterà con un Congresso/parlamento dove esistono forze disomogenee e si sceglierà i suoi ministri. Veltroni pone l’accento sulla necessità di un governo stabile, ma, come fece più volte rilevare Giovanni Sartori, la stabilità non è affatto garanzia di efficacia dei governi. Anzi, spesso la stabilità finisce per diventare immobilismo, stagnazione, rinuncia a prendere decisioni. Aggiungo che il governo che vorrebbe Veltroni, sulla scia degli altri editorialisti del Corriere, se fosse l’esito del premio di maggioranza innestato su una legge elettorale, sarebbe anche molto poco rappresentativo delle preferenze e degli interessi dell’elettorato. Potrebbe essere conquistato da un partito del 30 per cento con la conseguenza che il 70 per cento dei votanti sarebbero/si sentirebbero poco rappresentati.
Certo, la Corte costituzionale potrebbe anche sancire che il premio non viene assegnato se il partito più forte non conquista almeno il 40 per cento dei voti espressi, ma allora il partito grande andrebbe alla ricerca di tutti i partitini possibili necessari per superare la soglia, a prescindere da qualsiasi omogeneità programmatica e valoriale. Ė una brutta storia che possiamo già vedere nella moltiplicazione delle liste e delle listine a sostegno delle candidature a sindaco. La pur impossibile elezione popolare diretta del governo dovrebbe anche comportare, ma Veltroni non ne fa cenno, che, se quel governo perde la maggioranza in parlamento, si torna subito alle elezioni poiché qualsiasi altra coalizione, pur numericamente possibile, non sarebbe legittimata dal voto. A sostegno della sua tesi, Veltroni cita, molto impropriamente, Roberto Ruffilli e Piero Calamandrei i quali, senza dubbio alcuno, avrebbero apprezzato governi stabili, ma, altrettanto certamente, si sarebbero opposti a qualsiasi premio di maggioranza. Per Calamandrei vale la sua campagna contro la legge truffa. E il maggioritario al quale si riferiva Ruffilli non prevedeva nessun premio in seggi.
La proposta da citare fu quella avanzata il 4 settembre 1946 in Assemblea Costituente in un ordine del giorno dal repubblicano Tomaso Perassi, docente di diritto internazionale a La Sapienza, e che fu approvata da una ampia maggioranza:
«La Seconda Sottocommissione, udite le relazioni degli onorevoli Mortati e Conti, ritenuto che né il tipo del governo presidenziale, né quello del governo direttoriale risponderebbero alle condizioni della società italiana, si pronuncia per l’adozione del sistema parlamentare da disciplinarsi, tuttavia, con dispositivi costituzionali idonei a tutelare le esigenze di stabilità dell’azione di Governo e ad evitare le degenerazioni del parlamentarismo» (c.vo mio, GP).
In Italia non se ne è fatto niente, ma un anno dopo l’entrata in vigore della Costituzione italiana, i Costituenti tedeschi trovarono proprio il meccanismo stabilizzatore: il voto di sfiducia costruttivo. Il Bundestag elegge a maggioranza assoluta il Cancelliere. Può sfiduciarlo con un voto ugualmente a maggioranza assoluta e sostituirlo con un terzo voto a maggioranza assoluta per un nuovo Cancelliere. Se non vi riesce, il Cancelliere sconfitto può rimanere in carica, con l’approvazione del Presidente della Repubblica, fino ad un anno. Nel 1977-78 gli spagnoli, imitando i tedeschi, hanno introdotto nella loro Costituzione la mozione di sfiducia (costruttiva). Il Presidente del Governo può essere sfiduciato da una maggioranza assoluta dei deputati che automaticamente lo sostituiscono con il primo firmatario della mozione di sfiducia. In questo modo il 2 giugno 2018 è entrato in carica il socialista Pedro Sanchez. Non è casuale che Germania e Spagna siano i due sistemi politici europei che nel secondo dopoguerra hanno avuto il minor numero di governi e di capi del governo, dunque la più alta stabilità governativa. Il voto o la mozione di sfiducia rispondono all’esigenza, tanto accoratamente espressa da Veltroni, di un governo stabile. Richiedono una modifica costituzionale, sicuramente fattibile, di gran lunga preferibile e più promettente dei confusi e manipolatori dibattiti sulle leggi elettorali. Riuscirebbe persino a acquietare gli altri preoccupatissimi editorialisti del “Corriere”.
Pubblicato il 25 maggio 2021 su Domani
Qualche punto fermo sul politically correct e sulla cancel culture @DomaniGiornale
“Non conosco un paese dove regni meno l’indipendenza di spirito e meno autentica libertà di discussione che in America …”. La frase non è stata scritta da un contemporaneo e non da un visitatore preconcetto, ma da Alexis de Tocqueville nel 1831. La preoccupazione dell’aristocratico francese si estendeva alle conseguenze sulla nascente democrazia USA del conformismo che sopprime il dibattito delle idee, opprime i loro portatori e li reprime. Potrei dire che Tocqueville non aveva visitato abbastanza paesi per avere dati comparati a sostegno della severissima valutazione. Sono ragionevolmente convinto che la libertà di discussione sia (stata) poco tutelata in molti paesi. Poi, sappiamo tutti che la libertà di parola (free speech) è solennemente codificata nel Primo emendamento alla Costituzione USA fin dal lontano 1791, facendo parte del pacchetto noto come Bill of Rights. Ma sono le tendenze contemporanee negli USA più che altrove (anche se dagli USA spesso si irradiano) che appaiono preoccupanti. “Le idee dei paesi dominanti spesso diventano idee dominanti”: politically correct e cancel culture.
Inizio un discorso inevitabilmente complicatissimo e che è già fortemente incrostato da una molteplicità di interpretazioni. Nella sua versione buona il politically correct serve a non offendere le persone talvolta inevitabilmente celando le proprie opinioni quando divergono da quelle della maggioranza e fare un omaggio meno verbale (lip service) a quanto i più dicono. Nella sua versione “cattiva”, il politicamente corretto è la tendenza portata agli estremi di stabilire quello che è accettabile dire e quello che non è accettabile e, naturalmente, di sanzionare i devianti vale a dire coloro che non si uniformano. Nella seconda versione il politicamente corretto può giungere fino a violare la libertà di parola imponendo una censura e punendo coloro che insistono a esprimersi in maniera difforme. Nei casi di grave censura gli scorrettamente politici possono appellarsi al primo emendamento della Costituzione USA e, in Italia, all’art. 21. Nei casi meno gravi difendersi dalla coltre del conformismo di gruppo, di ceto, di massai può essere difficilissimo, quasi impossibile.
Boicottare coloro che esprimono posizioni e comportamenti considerati non in linea con la cultura attualmente dominante, è una degenerazione del politicamente corretto. Distruggere le statue del generale sudista e schiavista Lee e i monumenti a Hitler (e Stalin) è comprensibile, anche se, talvolta, i monumenti del passato potrebbero servire a insegnare la storia. Fare a meno di Shakespeare e di Mozart, uomini bianchi morti, mi sembra proprio un esempio deplorevole di, stiracchio il concetto a mio favore, di cancellazione della cultura. Tutt’altro è il discorso relativo al vilipendio delle istituzioni, all’istigazione a delinquere, all’incitare a comportamenti criminali e, persino, alle offese e agli insulti politicamente motivati. Non credo che la libertà di parola possa essere invocata a difesa di chi oltraggia deliberatamente, ma, certamente, riconosco la complessità delle situazioni e dei giudizi. So che, in democrazia, il conflitto delle idee deve essere il più libero e anche il più aspro possibile. Non vorrei, però, che con la scusa dell’asprezza e con il richiamo alla libertà si legittimassero parole e comportamenti che mirano a minare alle fondamenta le democrazie costituzionali. Di tanto in tanto vanno posti punti fermi. Qui e adesso, pongo il mio punto, democraticamente rivedibile e superabile.
Pubblicato il 19 maggio 2021 su Domani
Perché Giorgia Meloni piace tanto e non solo a destra @DomaniGiornale
Cedo subito alla tentazione di un paragone significativo. Mentre noi italiani guardiamo con interesse e maggiore o minore preoccupazione all’ascesa di Giorgia Meloni, a fare notizia in Germania è la crescita di consensi per la verde Annalena Baerbock. Fratelli d’Italia, guidata da Meloni, si avvia al 18 per cento; i Verdi di Baerbock sono arrivati al 28 per cento e sembrano destinati ad essere il partito che deciderà il prossimo governo della Germania. Quel governo, sicuramente e fortemente europeista, non piacerà a Meloni che, tutte le volte che può, dichiara la sua preferenza per la variante ungherese rappresentata da Orbán. Saldamente insediata alla guida dei Conservatori e Riformisti Europei, in larga misura contrari all’Europa che c’è, ma anche sostanzialmente irrilevanti, Meloni afferma di essere “per un’Europa confederale, che decide le grandi cose, e sulle altre lascia libertà agli Stati”. Iniziata la Conferenza sul Futuro dell’Unione Europea, la leader di Fratelli d’Italia ha un’occasione propizia di fare valere le sue idee in maniera del tutto trasparente e di sottoporre a critica quanto quegli europei, che desiderano un’Unione ancora più stretta, sapranno proporre.
Ciò detto, il consenso italiano per Fratelli d’Italia dipende solo in piccola parte dalle posizioni anti-europee: l’elettorato non è tenuto a cogliere le sottili distinzioni fra l’UE com’è e l’Europa eventualmente confederale. L’ascesa di Giorgia Meloni è una storia tutta italiana. Nel degrado e nel declino complessivo dei partiti, Fratelli d’Italia ha comunque saputo mantenere un prezioso aggancio con quello che era stato un partito piccolo, ma con radicamento: il Movimento Sociale Italiano. Meloni lì nasce e lì cresce meritandosi i complimenti per avere conquistato spazio personale e agibilità politica in un organismo di uomini (tuttora) maschilisti. Il resto sembra in misura quasi eguale un misto fra doti di carattere e intelligente sfruttamento delle opportunità. Il carattere è quell’elemento, importante e nella politica italiana abbastanza poco frequente, che spiega la coerenza finora espressa da Meloni. Nessuna impennata nessuna giravolta nessun inseguimento di novità: Meloni è rimasta fedele alle sue idee, destra nazionale e, in fondo, tradizionale (che ha troppa contiguità con Casa Pound e Forza Nuova). Un po’ di sovranismo, che è il nazionalismo trasferito a Bruxelles, ma quasi niente populismo, consegnato largamente a Salvini (ma che, talvolta, fa capolino nei berluscones). In una certa misura, è lo stesso Salvini che, con il suo marcato opportunismo e esibizionismo, continua ad offrire opportunità di crescita a Giorgia Meloni. Le critiche salviniane al governo di cui fa parte sono tanto frequenti e tanto simili a quelle di Meloni che una parte dell’elettorato pensa che allora è meglio confluire su Fratelli d’Italia. Altri elettori in uscita dal Movimento 5 Stelle trovano nei Fratelli d’Italia l’organizzazione più credibile per esprimere sia l’insoddisfazione per la politica italiana sia il dissenso nei confronti del governo Draghi. Poiché, coerentemente, Giorgia Meloni non è entrata nella fin troppa ampia coalizione di governo, gode adesso di quella che chiamo “rendita d’opposizione”. Ė una rendita che si sta rivelando cospicua e che è destinata a durare. So che dovrei concludere mettendo in guardia dai rischi di un governo prossimo venturo guidato dalla non europeista Giorgia Meloni. Sarebbe inevitabilmente e preoccupantemente un governo di centro-destra i cui guai, a mio parere, verrebbero dalle ambiguità e dalle ambizioni di Salvini, anche e soprattutto se la competizione per la leadership fosse vinta, seppur risicatamente, proprio da chi guida Fratelli d’Italia.
Pubblicato il 12 maggio 2021 su Domani
Gli intellettuali europei non si occupano più d’Europa #CoFoE @DomaniGiornale
Con una (in)certa regolarità gli intellettuali vengono (giustamente) criticati per i documenti che firmano, per le frasette che twittano, per quello che dicono nei salotti televisivi. Spesso sono intellettuali contro intellettuali. Qui, invece, indirizzerò il tiro della critica ad un loro grave silenzio, quello che riguarda l’Unione Europea, l’Europa. Domenica 9 maggio, 71esimo anniversario della dichiarazione del Ministro degli Esteri francese Robert Schumann che portò alla nascita della Comunità Economica del Carbone e dell’Acciaio (CECA), prenderà il via una ambiziosa Conferenza sul Futuro dell’Europa. La Commissione europea intende così perseguire gli obiettivi di “coltivare, proteggere, rafforzare la democrazia europea”, mirando a coinvolgere al massimo i cittadini europei in una molteplicità di modi, fino a forme di democrazia deliberativa che ne incoraggino e valorizzino la partecipazione e l’influenza sulle decisioni europee. Non ho letto, non ho sentito, non ho visto commenti rilevanti ad opera degli intellettuali europei. Non ne sono sorpreso.
Sono passati tantissimi anni da quando il grande studioso Raymond Aron, tanto raffinato quanto scettico, scrisse il libro In difesa di un’Europa decadente (Mondadori 1978) criticando più o meno indirettamente i suoi colleghi non solo francesi. Probabilmente, l’esempio più alto di discussione fra intellettuali pubblici e di analisi e proposta fu scritto dal sociologo Ralf Dahrendorf, tedesco, e dagli storici François Furet, francese, e Bronislav Geremek, polacco: La democrazia in Europa (Laterza 1992). L’assenza di un intellettuale italiano non è causale, ma riflette lo stato dell’arte. I grandi intellettuali italiani si sono sostanzialmente disinteressati dell’unificazione politica europea, che, pure, è un evento di portata “epocale”. Studiosi certamente tutt’altro che provinciali, presenti e famosi sulla scena europea, frequentemente invitati a importanti convegni, come Umberto Eco, Norberto Bobbio, Giovanni Sartori, non hanno dedicato nessuno studio specifico alla cultura e alla politica europea. Difficile spiegare il loro disinteresse. Hanno dato per scontato il processo di unificazione europea? Erano delusi dalla sua apparente lentezza? Non ne ritenevano importanti le acquisizioni in materia di pace, di diritti, di democrazia che motivarono l’assegnazione all’Unione Europea del Premio Nobel per la Pace nel 2012?
Neanche i grandi scrittori italiani, faccio solo due esempi: Leonardo Sciascia e Claudio Magris, hanno dedicato la loro attenzione letteraria e culturale e le loro non rare prese di posizione politica alla discussione dell’Europa che c’è, alla progettazione dell’Europa che vorrebbero. Questa assenza degli intellettuali che riflettano sull’Europa, che contribuiscano al dibattito pubblico, che arricchiscano il discorso su quel che viene fatto bene, non viene fatto, è stato fatto male, non riguarda, però, soltanto gli italiani. Ė possibile sostenere che l’ultimo grande influente intellettuale che si confronta con l’Europa, che ha una certa idea di Europa è l’ultranovantenne sociologo e filosofo tedesco Jürgen Habermas. Mi viene in mente soltanto un altro nome, quello del saggista Timothy Garton Ash, di Oxford, autore di notevoli libri sulle opposizioni nei regimi comunisti dell’Europa centro-orientale e sull’imperfetta transizione di quei paesi alla democrazia. La Conferenza sul Futuro dell’Europa avrà tanto più successo quante più idee entreranno in circolazione. Ė una grande opportunità anche per gli intellettuali europei di dimostrare che intendono e sanno contribuire ad un futuro migliore.
Pubblicato il 5 maggio 2021 su Domani
Il caso Bologna: solo Renzi costringe il Pd a fare vere primarie per il sindaco @DomaniGiornale
La notizia è che, dopo circa sei mesi di acrimoniose discussioni, l’audacissimo Partito Democratico di Bologna organizzerà le primarie per la scelta della candidatura a sindaco di Bologna. L’altra importante notizia è che saranno primarie competitive con un esito non predeterminato. Le precedenti primarie bolognesi, 1999, 2009 e 2011, erano state ampiamente controllate (la tentazione di scrivere “manipolate” mi rimane) dal gruppo dirigente. Anche questa volta, ha cominciato il sindaco Merola, non rieleggibile dopo due mandati senza troppa gloria, a battezzare come successore il suo assessore alla Cultura Matteo Lepore. Poi, candidatosi anche l’assessore alla Sicurezza, Alberto Aitini, invece di prenderne atto e prepararsi alle primarie, il gruppo dirigente del PD ha traccheggiato all’insegna della ricerca di una candidatura unitaria, un modo per fare sapere a Aitini che doveva ritirarsi. La situazione si è sbloccata rumorosamente quando, incoraggiata da Matteo Renzi, ha fatto irruzione la candidatura di Isabella Conti, esponente di Italia Viva (ma, prima, PD), rieletta sindaco di San Lazzaro con quella che chi non conosce la Bulgaria post-1989, continua a chiamare “maggioranza bulgara”: 80 per cento dei voti. Inevitabilmente, molto contrariati, gli esponenti del vertice (mi veniva la parola “cupola”) del PD hanno preso atto e annunciato che si terranno primarie di coalizione il 13 oppure il 20 giugno.
Fin dall’inizio lo svolgimento di elezioni primarie doveva essere considerato l’esito naturale, previsto nello Statuto del partito (art. 24 Elezioni primarie per la cariche monocratiche istituzionali). Con buona pace di Beppe Provenzano, vicesegretario del PD nazionale, non sbaglia affatto “chi dice che le primarie sono l’identità del Pd”. Al contrario sono un elemento costitutivo della, pur pallida, identità del partito. Bologna ci dice, però, che questa pratica, a determinate condizioni, sicuramente democratica, cozza frontalmente con le preferenze di chi continua a preferire le cooptazioni e altre oscure attività.
Ovviamente, le primarie, tutte le primarie in tutti i luoghi nei quali si svolgono (il PD ne ha fatte più di mille) sono anche un confronto/scontro fra persone le quali, nel caso di Bologna e in quasi tutti gli altri, hanno una biografia politica e professionale che le rende più o meno qualificate per aspirare ad una carica importante. I due assessori vantano per l’appunto la loro esperienza di governo della città, ma Isabella Conti può molto facilmente replicare con il buongoverno che ha garantito come sindaca di San Lazzaro, comune con più di 30 mila abitanti. L’ostacolo che le hanno subito frapposto è quello di essere “una renziana”, ma se le primarie di Bologna hanno da essere primarie di coalizione quest’ostacolo non ha da essere. Anzi, il PD dovrebbe rallegrarsi che fondamentalmente Italia Viva abbia deciso di fare parte della coalizione di centro-sinistra. Nel regolamento, il più garantista possibile per tutt’e tre i concorrenti, dovrà essere limpidamente statuito che i perdenti si impegnano a sostenere la vincente. Proprio il regolamento potrebbe essere il prossimo punctum dolens: quante iniziative, quanti confronti, in quali spazio, con quali impegni di risorse sono tutti elementi che debbono essere sanciti per non dare vantaggi e non procurare svantaggi a nessuno. Le esperienze passate non sono del tutto rassicuranti con pezzi di partito che non solo si adoperarono palesemente a favore di uno specifico candidato, ma premettero sulla CGIL, sulle cooperative, su altre associazioni vicine per conseguire l’esito voluto. Divenuta famosa anche per avere resistito con successo alle mire poco ecologiche (sic) delle cooperative costruzioni, Isabella Conti sa di partire in salita nel mondo (che qualche commentatore bolognese ha infelicemente definito “di mezzo”) del PD. Proprio per questo la campagna elettorale bolognese si annuncia molto interessante. Le primarie servono anche a mobilitare gli elettori e i simpatizzanti, a comunicare politica e politiche, ad allargare la sfera del consenso. A Bologna, forse, potranno fare circolare un po’ d’aria nuova in un partito che troppo spesso risulta essere una struttura cementata e appesantita dal troppo potere che ha (talvolta neppure sapendolo esercitare).
Pubblicato il 23 aprile 2021 su Domani