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Il passaggio da Conte a Draghi non è così facile @DomaniGiornale

Siamo arrivati ad un momento di svolta. Forse. Quindi, più che giusto è opportuno che emergano tutte le soluzioni che i politici italiani sanno formulare con grande fantasia e, per l’appunto, con abbondanti dosi di opportunismo. Dopo avere sistematicamente criticato i parlamentari che non appoggiavano la sua richiesta di scioglimento del Parlamento e di elezioni anticipate, accusandoli di essere attaccati alle poltrone, Matteo Salvini ne riconosce l’importanza e offre agli “appoltronati” una luccicante ancora di salvezza. Che almeno una ventina di loro (alla Camera nel Gruppo, variamente, Misto ci sono più di quaranta deputati e al Senato sono più di venti) si dichiari disponibile a convergere sulla formazione di un governo di centro-destra. Salveranno la poltrona e il paese. Dal canto suo, l’altro Matteo, Renzi, pensa molto più in grande. Lui che, capo del governo annunciò la “disintermediazione” ovvero la fine della fastidiosissima concertazione di alcuni provvedimenti legislativi con le parti sociali, adesso chiede che Conte proceda, quantomeno alla consultazione dei sindaci, dei sindacati (sic), delle associazioni di categoria.

   Molti ricordano che con il referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 Renzi voleva dare maggiori poteri decisionali al capo del governo. Che i suoi sostenitori insistevano da tempo per innestare nella democrazia parlamentare italiana un mai meglio precisato “premierato forte”. Che, insomma, era ora di avere anche in Italia una “democrazia decidente”. Lo scrisse più volte Luciano Violante a sostegno del referendum e di Renzi. Invece, sembra che siano stati sufficienti due DPCM (Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri) al mese, la maggior parte poi tradotta in decreti approvati dal Parlamento, a fare di Giuseppe Conte un leader autoritario. Invece del premierato forte dobbiamo preoccuparci del “complesso del tiranno”. Un giorno, poi, si dirà di Conte, che “ha fatto anche cose buone”. La priorità è di imporgli tutti i lacci e i lacciuoli possibili: nessuna cabina di regia da lui presieduta, presenza di rappresentanti dei partiti di governo ad ogni stadio e in ogni luogo si deliberi sull’assegnazione degli ingenti fondi NextGenerationEU e, soprattutto, il minor numero possibile di manager e di tecnici che tolgano potere ai burocrati, sempre criticati, oggi da recuperare in pompa magna. A scanso di equivoci, era sbagliata la critica indiscriminata. È altrettanto sbagliato l’affidamento quasi esclusivo ai burocrati della gestione dei fondi.

   Opinionisti e giornalisti hanno dato per spacciato Conte all’inizio dell’estate. Hanno previsto la sua caduta a settembre. Adesso i tempi sono ancora più maturi. La frase “il governo cadrà”, priva di senso se non dice perché e soprattutto quando, continua a essere ripetuta. Conte sembra non curarsi di loro, ma “guarda e passa” e, molto spesso, fa aperture, prende tempo, ricalibra la sua azione. I “cadutisti” s’ impegnano, non proprio brillantemente, a trovare il sostituto. Fanno un’incursione nelle prerogative costituzionali del Presidente della Repubblica il quale, art. 92 della Costituzione, “nomina il Presidente del Consiglio dei ministri”. Non possono esserci dubbi sul fatto che Mattarella nominerà/nominerebbe chi è in grado di garantire stabilità per quel che rimane della legislatura, due anni e più non è poco, e efficienza, nonché “europeismo”. Non so se questa persona è Mario Draghi, ma il suo nome circola da tempo e riscuote notevoli e pienamente giustificati apprezzamenti che, però, nulla possono dire sulle sue competenze e capacità propriamente politiche. L’elemento a mio parere più inquietante è dato da coloro che criticano, un giorno sì e quello dopo pure, Giuseppe Conte perché non ha nessuna legittimazione elettorale e politica. L’art. 94 della Costituzione non chiede legittimazione elettorale limitandosi saggiamente (perché mantiene aperta la porta della flessibilità, dell’adattabilità e della trasformazione dei governi) a stabilire che “il Governo deve avere la fiducia delle due Camere”. Può benissimo essere che Draghi riuscirebbe a costruire un governo in grado di ottenere la fiducia del Parlamento. Il rischio, però, è che, fin da subito e poi continuamente, sarà accusato di mancare di legittimazione elettorale. Il suo non sarà “un governo uscito dalle urne” come dicono quelli che non sanno e non vogliono imparare che nelle democrazie parlamentari nessun governo esce dalle urne. Retroscenisti e cartomanti continueranno a esibirsi in profezie tanto sbagliate quanto irrilevanti.

Pubblicato il 18 dicembre 2020 su Domani

Basta inutili retroscena su Conte. Ora il “futuro” @fattoquotidiano

In questo paese di poeti e naviganti, retroscenisti e visionari non è soltanto giusto, ma è anche assolutamente doveroso criticare il capo del governo per non avere una visione. Poi, correttamente, i critici diranno alti e forti i nomi dei numerosi visionari di questo paese, ingiustamente tenuti ai margini. Qualcuno dovrà anche spiegare in che modo chi individua la differenza fra debito buono e debito cattivo stia già delineando la società giusta, o no? Nel frattempo, fioccano le richieste, più o meno motivate, di rimpasto nel governo Conte. I più ambiziosi e più visionari vorrebbero anche giungere a colpire il bersaglio grosso: il Presidente del Consiglio in persona. Al conseguimento di questo obiettivo giova avvalersi di quanto rivelano i sondaggi, cito il titolo del “Corriere della Sera” (28 novembre, p. 19): Cala ancora il gradimento per Conte.

Mi sono subito dedicato ad una attenta lettura dei dati riportati (e interpretati) da Nando Pagnoncelli, sondaggista esperto e degno di stima. Il 55 per cento degli italiani conferma il suo gradimento per Conte, tre punti in meno rispetto ad un mese fa, ma tre punti in più rispetto al 26 settembre del 2019 (dati tutti opportunamente riportati da Pagnoncelli). Quanto al governo, 52 per cento di approvazione, tre punti meno di un mese fa e 7 punti in più di un anno. Peraltro, poiché oramai siamo tutti (sic) diventati professionisti nella lettura dei sondaggi, noni ci facciamo influenzare dalle variazioni a meno che siano superiori al margine di errore che, unanimi, sondaggisti e studiosi situano fra il +2 e il -2. Allora guardiamo al trend e siamo costretti (sic) a rilevare che c’è un declino per Conte e il suo governo tra luglio e oggi, ma rimangono dati molto favorevoli rispetto a un anno fa e nel confronto con i predecessori di Conte. Ad esempio, nel settembre 2015 Renzi era sceso dal 47 al 38 per cento di gradimento rispetto ad un anno prima e il suo governo era al 36. Meglio aveva fatto il suo successore Paolo Gentiloni il cui gradimento personale era al 43 per cento (stesso livello del suo governo) nell’agosto 2017. Quindi, 12 punti meno di quanto ottenuto da Conte in piena pandemia.

Forse, qualsiasi discussione del futuro di Giuseppe Conte e del suo governo dovrebbe tenere in qualche considerazione queste cifre. Invece gli si imputa come colpa grave quella di arroccarsi, mentre, ho letto sul “Domani”, i capi dei partiti di governo sono in “stallo messicano”, cioè, fermi in una desolata Piazza Montecitorio a guardarsi negli occhi con la mano sulla pistola. Continuando a leggere ho scoperto, nel pregevole articolo del quirinalista Marzio Breda, che il Presidente Mattarella ha fatto trapelare che, se stallo messicano c’è, allora anche lui dispone di sue armi personali e istituzionali ed è pronto a usarle. Sono armi che tiene costantemente oliate, tutte appropriatamente collocate nella Costituzione formale, quella scritta, e nella Costituzione materiale, quello che si è fatto nel passato e quello che è possibile fare senza violare la Costituzione scritta, avendo come stella polare la stabilità e la funzionalità del governo.

Cambiare un ministro, forse due, si può. È una prerogativa del capo del governo che dovrebbe addirittura essere sostenuto e applaudito da tutti coloro che ossessivamente dichiarano che il non farlo è segno di debolezza dei Presidenti del Consiglio/non Primi ministri italiani. Rimpasto è un’operazione più complessa che, naturalmente, merita di essere opportunamente motivata e giustificata e soprattutto non dovrebbe presentarsi come un gioco dei quattro cantoni (musical chairs direbbero gli anglosassoni). Qualsiasi operazione che vada oltre questi limiti implica una vera e propria messa in discussione del governo. Sarebbe il momento peggiore proprio mentre, da un lato, tutti sanno che è il tempo del completamento e della presentazione dei programmi del governo per ottenere gli ingenti fondi NextGenerationUE, dall’altro, che le autorità europee hanno dato mostra di avere fiducia in Conte e, quindi, sarebbero molto deluse sia da un eventuale crisi di governo sia, ancor più, da una sua, peraltro complicatissima sostituzione (ma anche da un suo ridimensionamento). Potremmo concluderne che, insomma, è davvero ora di parlare di programmi, stesura e attuazione e, con Shakespeare, che se ne intendeva, il resto è silenzio.

Pubblicato il 2 dicembre 2020 su Il Fatto Quotidiano

Conte deve rispondere ai dubbi sulla efficacia del governo @DomaniGiornale

È lecito avere delle differenze d’opinione, anche forti, su quello che il governo fa e non fa, purché le critiche siano argomentate e le controproposte risultino dotate di un minimo di adeguatezza. Più preoccupante è la situazione quando le differenze d’opinione fanno la loro comparsa all’interno della stessa compagine governativa e nei suoi dintorni, per esempio, nei gruppi parlamentari che quel governo dovrebbero sostenere nella sua azione. Troppi commentatori sembrano essersi abituati a guardare quasi esclusivamente al Presidente del Consiglio, con suo grande compiacimento, oppure a quello che succede soprattutto nella galassia del Movimento 5 Stelle, senza riuscire a offrire una sintesi equilibrata.

   Naturalmente, anche in altre democrazie, dove pure il capo dell’esecutivo dispone di notevoli poteri e visibilità politica appaiono dissensi, ma, alla fine, quel capo, anche in versione femminile, è agli occhi di (quasi) tutti considerato il decision-maker in chief. Dagli USA presidenziali, alla Francia semipresidenziale, alla Gran Bretagna del Primo Ministro, alla Germania della Cancelliera, non mancano prese di distanza, ma la responsabilità delle scelte è chiaramente attribuita al capo dell’esecutivo e i dissensi tacciono.

   Da qualche tempo, in Italia, la situazione sembra piuttosto diversa. In verità, i malumori per i DPCM hanno una storia relativamente lunga anche se vedere Giuseppe Conte come despota con propensioni autoritarie mi è sempre sembrata un’assurdità più che una semplice esagerazione. Non era, forse, soltanto l’urgenza che motivava quei DPCM, ma qualcosa che Conte conosceva meglio di altri ovvero la pluralità di preferenze nella sua maggioranza che soltanto lui poteva ricomporre in quei DPCM. Con successo, fino a tempi recenti. La seconda ondata, prevedibile e prevista, anche se non con questa impennata e con questa gravità, sembra avere scosso in maniera più scomposta la maggioranza, accrescendo le differenze di opinioni, non tutte “legittime”, e soluzioni.

   Sarebbe sicuramente eccessivo parlare di “guerra di tutti contro tutti”, ma hanno fatto la loro comparsa malumori diffusi che riguardano non solo e non tanto le misure prese, ma coloro che hanno preso o debbono prendere quelle misure. Non sta a me giudicare quanto Andrea Marcucci, capo del gruppo dei senatori PD, sia o voglia essere la quinta colonna di Italia Viva e di Renzi, ma la sua richiesta, poi goffamente ridimensionata, di rimpasto è assolutamente emblematica del momento. È anche un colpo al Presidente del Consiglio e ai Cinque Stelle che si erano già espressi contro questa ipotesi/necessità. Ha dovuto essere immediatamente respinta da Zingaretti, mentre non pochi dirigenti del PD sembrano alquanto inclini ad intrattenerla. Lascio approfondimenti e seguito ai più o meno autorevoli retroscenisti ai quali, peraltro, continuerò a rivolgere i miei strali quando, vale a dire molto/troppo spesso, sovrappongono le loro preferenze politiche al racconto di quanto avviene dietro la scena.

   Il punto di sostanza è chiaro. Esiste ancora sufficiente compattezza nella maggioranza che sostiene il Presidente del Consiglio Conte per affrontare le prossime settimane che si annunciano durissime, forse drammatiche? Hanno Conte e i suoi ministri sufficiente fiducia nell’operato di ciascuno dei ministri e di tutti? Sono e si ritengono in grado di moltiplicare le loro energie, di fare appello a nuove risorse, di giungere ad un livello più alto di competenza e di impegno? Oppure la loro persistenza in carica discende sostanzialmente dalla convinzione che questo è, nonostante qualche debolezza di qualche ministro/a il migliore dei governi possibili e/o, dall’altro, dalla preoccupazione che qualsiasi mutamento nella compagine ministeriale destabilizzerebbe in maniera irrimediabile il governo tutto, al limite, persino lo stesso Presidente del Consiglio e che, pertanto, non bisogna neppure discuterne?    Purtroppo, per Conte e il suo governo, il problema è che già se ne discute e che, in effetti, automaticamente la discussione indebolisce il governo, brucia energie, mina l’azione. Alcuni, come il direttore del Domani, pensano e scrivono che è indispensabile un vero e proprio cambio di governo, a cominciare dal capo del governo. Altri, cerco di coinvolgere qualche potenziale sostenitore, affermano che, primo, dovrebbe essere lo stesso Presidente del Consiglio a prendere atto che per ridare slancio al governo un rimpasto può essere molto utile e, di conseguenza, secondo, chiedere ai capi dei partiti che fanno parte della maggioranza la loro disponibilità ad un rimpasto “guidato. È uno schema da “vecchia” Repubblica? No, è semplicemente un modo, forse il migliore, per ridare smalto e slancio all’azione del governo.

Pubblicato il 1° novembre 2020 su Domani

Strumento ma non bussola. Come usare i sondaggi durante la crisi del virus @domanigiornale

Giornalisti e commentatori discutono fin troppo dei sondaggi, popolarità dei leader e opzioni di voto per i partiti. Qualcuno continua a sostenere che i sondaggi sbagliano. Fermo restando che ci sono sondaggi che non dicono proprio nulla quando rivelano spostamenti percentuali minimi poiché il margine di errore è definito da +2 a -2, sono gli interpreti che sbagliano. Per lo più i sondaggi sono affidabili e da qualche tempo ormai arrivano nelle loro rilevazioni vicinissimi agli esiti. La critica allora si sposta sui dirigenti politici e sui loro partiti. Sono loro che, non soltanto si fidano troppo dei sondaggi, ma addirittura si fanno guidare da quei sondaggi nelle loro attività e nelle loro decisioni. Nel corso di fin troppo frequenti critiche al Presidente del Consiglio, ha di recente fatto la comparsa quella di una eccessiva preoccupazione per la sua popolarità misurata dai sondaggi. Per mesi, a fronte di un barrage di critiche giornalistiche e di annunci di sue inadeguatezze, di accuse alla sua gestione del Covid e di previsioni dei retroscenisti (no, non c’è contraddizione) di una sua quasi imminente sostituzione, stavano a smentirle almeno in parte, in larga parte, le inusuali percentuali di popolarità personale, al di sopra del 60 per cento, e il notevole vantaggio rispetto a tutti gli altri leader politici italiani. Quei dati non erano “sbagliati”. Anzi, erano persino rafforzati dall’essere il prodotto di rilevazioni effettuate in un periodo di tempo di parecchi mesi segnati da avvenimenti importanti e delicati, con scelte complesse. Immagino che il Presidente del Consiglio ne sia stato giustamente molto compiaciuto e ne abbia tratto la motivazione per continuare la sua attività senza farsi in nessun modo influenzare da indiscrezioni fantasiose e da commenti giornalistici spesso fuori/sopra le righe.  

Da qualche settimana i sondaggi sulla popolarità del Presidente del Consiglio, pur non segnalando affatto un crollo, indicano un leggero declino. Retroscenisti e commentatori hanno subito evidenziato questo elemento nella speranza di potere presto affermare che avevano previsto da tempo il fenomeno e che anche le loro critiche precoci avevano colto nel segno. Certo, la seconda ondata del Covid si sta manifestando di una gravità molto superiore alle attese e alle previsioni degli epidemiologi e dei virologi. Inevitabilmente, può almeno in parte riflettersi anche sulla popolarità di Conte alle prese con dilemmi che non hanno nessuna soluzione né facile né rapida né, tanto meno, definitiva. Sembra che sia il Presidente Conte sia, ancora più, il suo portavoce Rocco Casalino abbiano manifestato grande preoccupazione per il calo, peraltro ancora molto limitato, di popolarità. È emerso il quesito, questo sì alquanto preoccupante, dell’impatto di questo calo sulle decisioni che Conte sta prendendo e dovrà ancorar prendere nel futuro prossimo, se non ad horas.

   Il Presidente del Consiglio, affermano i suoi molti critici, si fa troppo influenzare dai sondaggi, se non addirittura guidare da loro. Personalmente, ritengo che non sarebbe accettabile il consiglio dato da Virgilio (che non si riferiva a sondaggi infernali) a Dante: “non ti curar di loro [i sondaggi], ma guarda e passa”. Al contrario, ritengo opportuno che Conte e i suoi collaboratori tengano in, anche grande, conto quello che i sondaggi rivelano. Infatti, conoscere quali sono le aspettative, le problematiche, le valutazioni dell’opinione pubblica è sempre utile, spesso importante, persino democratico. Se l’entourage di Conte ne trae qualche spunto per suggerire miglioramenti nelle politiche, anche, per esempio, nelle modalità di presentazione di quelle (difficili e controverse) relative alla quantità e qualità del lockdown, tanto di guadagnato –per tutti. Naturalmente, mi aspetterei che il Presidente del Consiglio faccia valere le sue convinzioni, formatesi anche nell’interscambio con gli scienziati, e non si lasci influenzare da convenienze di breve periodo e di corto respiro.

   I sondaggi sono uno strumento. Non possono trasformarsi nella bussola dell’azione di nessun governo. Però, nessun governo democratico può altezzosamente chiudere del tutto gli occhi di fronte a sondaggi che rivelano i sentimenti dell’opinione pubblica. In questa fase, è assolutamente irresponsabile chiedere la sostituzione del Presidente del Consiglio il quale con suo pieno merito si è guadagnato notevole fiducia e credibilità nell’Unione Europea. Conte gode di quella stabilità politica che è premessa di scelte efficaci anche di lungo periodo. Potrà subire cali, più o meno momentanei, di popolarità. Deve preoccuparsene esclusivamente se ritiene che quei cali segnalino veri e propri spostamenti nell’opinione pubblica. Ne deve tenere conto se sa come interpretarli e tradurli nella sua azione di governo. Deve anche avere la consapevolezza che alcuni dei più importanti provvedimenti governativi dispiegheranno i loro effetti nel corso del tempo. Il Presidente del Consiglio ha davanti a sé, con “buona” pace dei suoi critici, retro o post-scenisti, il tempo sufficiente affinché maturino i risultati. Allora, ciascuno potrà guardare i sondaggi e prepararsi a dare la sua valutazione con il voto.

Pubblicato il 27 ottobre 2020 su Domani

Da Berlusconi a Salvini i rivoluzionari liberali sono degli abusivi

Ancora risuonano gli echi degli applausi entusiasti e degli assembramenti eccitati all’annuncio berlusconiano della sua rivoluzione liberale nel 1994. Pochi fecero notare l’incongruenza di un duopolista (magnate delle TV private) che si sarebbe fatto promotore della competizione e del pluralismo, incomprimibili caratteristiche del liberalismo. Subito, poi, si stagliò alto e irriducibile il conflitto fra gli estesi interessi personali del Berlusconi imprenditore/impresario e le politiche pubbliche del Berlusconi Presidente del Consiglio. Non mi risulta di avere visto critiche liberali a questo intollerabile conflitto provenienti da Marcello Pera. L’ex-presidente del Senato ha appena preannunciato un’altra rivoluzione liberale affidata a Matteo Salvini. Nel corso del tempo, l’incompiuta rivoluzione berlusconiana aveva aggiunto al liberalismo (forse, meglio, liberismo sregolato), il cristianesimo (nume tutelare don Luigi Sturzo) e l’europeismo. Molti, però, ricordano tuttora l’estraneità di Berlusconi quando andava ai Consigli europei. Che Salvini adotti una posizione meno sovranista e meno spregiativa dell’Unione Europea gli è suggerito e caldeggiato da Giorgetti, ma, se la Lega non esce dal gruppo in cui si trovano Marine Le Pen e Alternative für Deutschland, non se ne farà nulla. Difficile dire quanto i numerosi rosari esibiti e baciati da Salvini servano a dare alla Lega una sana caratterizzazione cristiana. Pera suggerisce una linea più forte e incisiva: recuperare il pensiero del Papa Emerito Ratzinger il cui liberalismo, lo confesso (senza attendermi nessuna assoluzione dai miei peccati interpretativi), mi sfugge.

   Si può essere europeisti e cristiani anche senza essere liberali. Per essere effettivamente liberali bisogna conoscere quel pensiero politico che, in una certa, non totale, misura, sta a fondamento dell’Europa, e, soprattutto, praticarlo. Opportuno è ricordare che Berlusconi fu, e rimane, carente su entrambi i piani. Dai miei maestri, Giovanni Sartori e Norberto Bobbio e dal liberale “tocquevilliano” Nicola Matteucci ho imparato che il liberalismo combina efficacemente, in maniera esigente due fondamentali insiemi di elementi. Da un lato, stanno i diritti civili e politici, fra i quali stanno tanto il diritto di proprietà quanto quello di asilo politico. I liberali aggiungono a questi diritti anche alcuni doveri fra i quali sta quello di pagare le tasse. Non esiste nessun dovere morale a evadere le tasse, come sostenne più d’una volta Berlusconi.

   Per proteggere e promuovere i diritti c’è l’organizzazione dello Stato liberale tanto che Sartori affermò che il liberalismo contemporaneo è costituzionalismo. Le componenti essenziali dello Stato liberale (ma anche di qualsiasi Stato democratico) sono tre: separazione dei poteri, freni e contrappesi (checks and balances) e responsabilizzazione (accountability). Ciascuna istituzione, esecutivo, legislativo, giudiziario ha una sua sfera di competenza, di azione e di autonomia. Chi vince le elezioni e conquista il potere esecutivo non è automaticamente superiore, ad esempio, al potere giudiziario. Chi ha voti non è in nessun modo esentato dall’osservare e rispettare le leggi, come hanno ripetutamente dichiarato di volere sia Berlusconi sia Salvini e come continuano a ritenere molti loro collaboratori e sostenitori. La recente (ri)scoperta dell’importanza del Parlamento e della sua autonomia da parte di Salvini e dei berlusconiani non può far dimenticare il fastidio che il centro-destra al governo ha regolarmente espresso a fronte delle lungaggini e della farraginosità delle operazioni del Parlamento quando svolge il compito, per me al di sopra di tutto, di controllo sulle decisioni del governo. Infine, una efficace responsabilizzazione di governo e governanti, ma anche degli stessi parlamentari dipende da una legge elettorale decente (indecente fu il berlusconiano Porcellum) per ottenere la quale non vedo nessuna battaglia combattuta da Salvini.    Credo sia giusto concludere che, guardando alla collocazione dei partiti liberali degli Stati membri dell’Unione Europea, si noterà che, fin dall’inizio del processo di unificazione politica europea, sono stati fra gli europeisti più convinti. Sarebbero sicuramente i più severi esaminatori della improbabile conversione di Salvini da sovranista a europeista. In definitiva, la rivoluzione liberale rimarrà una imperfetta elaborazione opportunistica di Pera. Non ha nessuna possibilità di essere né guidata né compiuta dal Salvini sovran-populista. 

Pubblicato il 17 ottobre 2020 su Domani

I partiti devono cambiare. Ma attenti a cosa auspicate

Uno dei problemi più importanti e più gravi del sistema politico italiano è rappresentato dal sistema dei partiti. La sua caratteristica principale è di essere destrutturato. Vecchie organizzazioni politiche declinano, nuove organizzazioni politiche nascono, ma sono deboli e non si istituzionalizzano, tentativo che viene attualmente fatto, non con grande successo, dal Movimento 5 Stelle. Tutte queste organizzazioni, una sola delle quali utilizza la dizione partito: il Partito Democratico, sperimentano notevoli variazioni nel loro consenso elettorale da un’elezione all’altra. Quella che tecnicamente si chiama “volatilità elettorale” dipende certamente dall’insoddisfazione dei votanti nei confronti dei comportamenti dei dirigenti di partito, dei parlamentari, delle politiche prodotte, ma anche dalla inadeguata e variegata presenza delle organizzazioni politiche sul territorio. Infine, organizzazioni politiche sostanzialmente prive di una cultura politica, principi e valori, di riferimento, e dipendenti dalle leadership di turno, non possono riuscire ad acquisire consenso stabile nel tempo. Le, talvolta notevoli, fluttuazioni dipendono dalla precarietà della popolarità dei rispettivi leader. A tutto questo si aggiungono i cambiamenti delle regole del gioco elettorale che facilitano o impongono agli elettori di agire secondo le nuove opportunità. Ne consegue che nessuno può permettersi oggi di scommettere che il sistema dei partiti che scaturirà dalle prossime elezioni politiche non più tardi del marzo 2023 sarà simile a quello attuale.

I commentatori, costretti a seguire la quotidianità, spesso perdono di vista la struttura della situazione, qualche volta dimenticandosi anche delle loro precedenti affermazioni e valutazioni. Mi limito a alcuni pochi esempi. Non è coerente dichiararsi a favore di una democrazia bipolare e maggioritaria e poi lamentare la mancanza di un centro. Infatti, il centro, soprattutto se avesse un qualche successo elettorale, disporrebbe di un notevole potere, che Giovanni Sartori definiva di “ricatto”. Potrebbe, cioè, di volta in volta allearsi con il polo di destra oppure di sinistra, a determinate condizioni che lui stesso avrebbe il potere di dettare. La conseguenza è che una vera e propria alternanza non esisterebbe più. Al massimo, potremmo parlare di semi-rotazione, ma, comunque, dovremmo preoccuparci di un centro che si trova costantemente al governo. Gli stessi centristi, se avessero/hanno imparato la lezione dell’esperienza della Democrazia Cristiana, dovrebbero essere molto vigili.

   Sull’altro versante non è coerente annunciare vocazioni maggioritarie e perseguire alleanze dichiarate organiche proclamando la (quasi) assoluta necessità di una legge elettorale proporzionale. Qualsiasi legge di quel tipo, anche la migliore (quindi non la legge Rosato e neppure quella da qualche mese in discussione nella Commissione Affari Costituzionali della Camera dei Deputati), non soltanto implica, ma incoraggia i partiti a non fare nessuna alleanza preventiva (e neppure dichiararla), a correre da soli, a contarsi poiché è sul conteggio dei voti e dei seggi successivo all’esito elettorale che diventano plausibili, possibili e preferibili le alleanze di governo. Naturalmente, se l’esistenza di una legge elettorale proporzionale, da un lato, agevola la frammentazione dei partiti esistenti, in particolare, non punisce le eventuali scissioni (per fare un esempio, quella nel Movimento 5 Stelle), dall’altro, consente la nascita di nuovi partiti raramente non piccoli (“nanetti” li ha giustamente definiti Paolo Cirino Pomicino, per di più non accompagnati da Biancaneve) che potrebbero ulteriormente complicare la formazione di qualsiasi governo.

Naturalmente, i piccoli partiti difenderanno il diritto a nascere e a sopravvivere in nome del pluralismo. Potranno anche fare notare che la loro nascita è conseguenza della cattiva rappresentanza offerta all’elettorato dai partiti esistenti, alla quale promettono di porre rimedio con le loro capacità e il loro impegno. Non basteranno né l’una né l’altro a ristrutturare il sistema dei partiti italiani. La rappresentanza proporzionale fotografa la frammentazione esistente, ma non offre nessun incentivo al rafforzamento strutturale dei partiti. Comprensibilmente, ciascuno degli attuali gruppi dirigenti si preoccupa della sua sopravvivenza, ma non vuole scommettere sul futuro. L’esito inevitabilmente è/sarà more of the same.

Pubblicato il 7 ottobre 2020 su Domani

Separati in casa. Cinque Stelle e PD dopo il voto @Mov5Stelle @pdnetwork @domanigiornale

Sfide immaginarie e reali, alleanze più o meno organiche da costruire, personalismi di vario genere, consensi elettorali che vengono e più spesso vanno (via), elettori volubili e volatili. In attesa di nuove, indispensabili regole elettorali e istituzionali, questo è il panorama politico italiano. Lo si vede sia sul versante del centro-destra sia su quello del centro-sinistra e, se diamo ragione (una volta tanto…) a Di Maio, sull’evoluzione(-declino, ma non “disfatta storica”, come sentenzia Di Battista) dei Cinque Stelle, sulla persistenza di un terzo polo, piccolo, ma non irrilevante, talvolta potenzialmente decisivo. Quello che è sicuro è la ridefinizione dei rapporti di forza elettorali in entrambi gli schieramenti nonché per il polo del Movimento 5 Stelle. La ridefinizione continuerà fintantoché il sistema partitico rimarrà destrutturato, vale a dire per un periodo di tempo indefinito. Naturalmente, anche la scelta della nuova legge elettorale inciderà su una eventuale, difficile, ristrutturazione. Chi vuole “la proporzionale” deve essere avvisato. Qualsiasi variante di proporzionale ha poco da contribuire per configurare un sistema di partiti caratterizzato da coesione. Anzi, la proporzionale, mai punitiva nei confronti degli scissionisti, contribuisce alla frammentazione dei partiti. Scherzando, ma non troppo, potrei dire che la proporzionale faciliterà la comparsa di una lista Di Battista obbligando il pasionario dei pentastellati a contarsi.

L’esito elettorale-politico delle elezioni regionali contiene qualche insegnamento non banale per chi, come Zingaretti e, prima di lui, Dario Franceschini, desideri la costruzione di un’alleanza “organica” con il Movimento 5 Stelle. A livello locale aderenti e elettori dei pentastellati non hanno dimostrato grande propensione a favorire e premiare una simile alleanza. Anzi, i flussi elettorali suggeriscono che i pentaelettori si disperdono in una pluralità di direzioni, andando in misura limitata a sostenere i candidati del Partito Democratico. Più interessante e più rilevatore sarà il comportamento degli elettori del Movimento al ballottaggio in alcuni comuni, ma anche il comportamento degli elettori del PD quando al ballottaggio è passato un candidato dei Cinque Stelle.

Ė più che ragionevole pensare che prima di procedere dall’alto a dichiarare l’assoluta indispensabilità di un’alleanza organica fra Cinque Stelle e Partito Democratico, i proponenti, fra i quali sembra si collochi anche Di Maio, dovrebbero cominciare valutando il sentiment (è da tempo che volevo usare questa parola!) prevalente a livello locale. Dovrebbero incentivare incontri e forme di collaborazione, facendo leva sui temi propri a quei livelli e sulle persone giuste, quelle maggiormente in grado di rapportarsi fra loro e con l’elettorato.

Al momento, quello che si vede sul territorio è un insieme di “macchie” del più vario tipo, dovute in misura maggiore alla notevole diversificazione di opinioni, di aspettative, di preferenze dell’elettorato pentastellato. Per di più, a livello locale possono giocare negativamente molte animosità, sociali e politiche, pregresse, superabili soltanto con il tempo e con l’individuazione di obiettivi comuni. Sarebbe sicuramente sbagliato accelerare il processo di riavvicinamento che deve maturare e condurre a condividere elementi significativi di una cultura politica di governo. La fusione a freddo che diede vita al PD è l’esempio assolutamente da non ripetere.

Nella prospettiva che ritengo sia praticabile e produttiva, il governo Conte è un protagonista essenziale. La sua durata offre il tempo da utilizzare a livello locale. Le sue politiche condivise sono la garanzia che la collaborazione produce frutti, a cominciare da quanto già ottenuto a livello europeo che non sarebbe stato possibile per nessun governo Salvini/Meloni, e viceversa. Una legge elettorale proporzionale che entrambi gli alleati di governo hanno dichiarato di volere è disfunzionale rispetto all’obiettivo di una collaborazione più stretta. Infatti, porrebbe Cinque Stelle e Partito Democratico in inevitabile competizione. Un buon sistema elettorale maggioritario a doppio turno in collegi uninominali come in Francia darebbe molti incentivi agli elettori di entrambi a convergere in particolare per sconfiggere i candidati/e del più socialmente e politicamente omogeneo centro-destra. Solo nuove modalità di competizione politico-elettorali promettono di cambiare in meglio la struttura delle opportunità. Vale la pena rifletterci.

Pubblicato il 24 settembre 2020 su Domani

Quanto peserà il doppio voto sul governo @domanigiornale

  • Il referendum costituzionale non riguarda il presidente del Consiglio Conte. Dicendo senza nessuna particolare enfasi che voterà “sì”.  Non c’è nessuna ragione per la quale un’eventuale vittoria del No debba incidere sulla sua carica istituzionale.

  • Il referendum riguarda semmai parlamentari e dirigenti delle Cinque Stelle, il Pd e i parlamentari della Lega, autrice della proposta originaria di “taglio delle poltrone”

  • Nessuna crisi di governo è giustificabile, e certamente non la sarebbe per il presidente Sergio Mattarella, nella delicatissima fase in cui il governo ha l’obbligo di formulare progetti fattibili, limpidi nei costi e nei tempi, per ottenere i sussidi e i prestiti del piano Next Generation Eu.

 

Alla pletora di informazioni manipolate, di retroscena fantasiosi, di postscena immaginari che andranno rapidamente al macero consentendo ai loro pronosticatori di farla franca, vorrei contrapporre alcuni ragionamenti, realistici e lineari (sic).

No, il referendum costituzionale non riguarda il governo se non in minima e trascurabile parte. Le revisioni costituzionali le propongono i partiti e le analizzano e, eventualmente, le approvano i parlamentari. Ciascuno di loro in coscienza e, quando ce l’ha, in scienza, ha l’obbligo politico e etico di assumersene la responsabilità.

Quindi, semmai, il referendum riguarda parlamentari e dirigenti delle Cinque Stelle, il Pd e i parlamentari della Lega, autrice della proposta originaria di “taglio delle poltrone” (e dei poltroni). Ciascuno può, se vuole, misurare il tasso di opportunismo dei tre gruppi di protagonisti. Se vincesse il “sì”, gli unici che potranno effettivamente rallegrarsi, meglio se lo faranno senza ballare scompostamente su un balcone, saranno i Cinque Stelle.

No, il referendum costituzionale non riguarda il presidente del Consiglio Conte. Dicendo senza nessuna particolare enfasi che voterà “sì”, Conte ha esercitato la facoltà che hanno tutti i cittadini di rendere noto il loro voto. Non c’è nessuna ragione per la quale un’eventuale vittoria del No debba incidere sulla sua carica istituzionale. Conte e il suo governo hanno il diritto costituzionale di rimanere in carica fintantoché godono della “fiducia delle due camere”. Toccherebbe alle opposizioni di andare a vedere le carte attraverso una mozione di sfiducia.

No, neppure significative vittorie del centro-destra nelle elezioni regionali possono essere brandite contro il governo. I cittadini italiani sanno per che cosa votano e, anche se il voto di un certo numero di loro è improntato anche all’insoddisfazione proprio per l’azione di governo, non può in nessun modo essere utilizzato per condurre automaticamente a una crisi del governo. Tuttavia sia i Cinque Stelle sia il Pd dovranno tenere conto del voto e delle sue proporzioni. Questo vale anche per le opposizioni.

No, né il referendum né le elezioni regionali, se i risultati fossero molto negativi, in nessun modo dovrebbero essere utilizzati contro Nicola Zingaretti per sostituirlo. Comunque, è imperativo che il Partito democratico funzioni secondi il suo statuto e le regole che richiedono la messa in moto della procedura che implica ricorso alle primarie e loro svolgimento.

No, nessuna crisi di governo è giustificabile, e certamente non la sarebbe per il presidente Sergio Mattarella, nella delicatissima fase in cui il governo ha l’obbligo di formulare progetti fattibili, limpidi nei costi e nei tempi, per ottenere i sussidi e i prestiti del piano Next Generation Eu. Nessuno può credere che le autorità europee sarebbero disponibili a trattare con un Matteo Salvini amico del dittatore bielorusso Lukashenko, appena censurato dal parlamento europeo ma senza i voti della Lega. Neanche quelle autorità vorrebbero leggere le duemila (sic) proposte che la generosa Giorgia Meloni, evidentemente incapace di valutare le priorità, si vanta di avere già pronte e si duole che Conte e i suoi ministri non abbiano mostrato alcun interessamento. Dopo il referendum e le votazioni regionali sarà, dunque, tutto come prima?

Evidentemente, No. Conteranno i numeri e le interpretazioni, ma ancora una volta saranno da evitare terribili semplificazioni.

Pubblicato il 21 settembre 2020 su Domani

 

La neolingua che inganna gli elettori sul referendum @domanigiornale

  • Il referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari non è confermativo, ma al massimo oppositivo.

  • Il rapporto tra Camera e Senato non è “perfetto”, ma “paritario”, la riduzione del numero dei componenti non migliorerebbe la situazione.

  • Non è affatto vero che un parlamento più piccolo renderebbe inevitabile un sistema elettorale proporzionale puro (anche sulla purezza ci sono idee confuse).

 

Gli aggettivi servono a chiarire e precisare significati e contenuti dei termini utilizzati. Vanno usati con cautela, appropriatamente, senza esagerazioni e distorsioni.

Le definizioni di un fenomeno debbono soddisfare esigenze di specificazione e di comprensione, ma possono anche mirare a influenzare le preferenze e le valutazioni.

La politica si configura anche, molto spesso, come una modalità di comunicazione orientata a persuadere. Tuttavia, non da oggi, sosterrebbe George Orwell molti politici e operatori dei mass media fanno della comunicazione politica una modalità di manipolazione. Non di rado, Orwell sarebbe stupito dai brandelli di neo-lingua che circolano in Italia non sfidati da nessuno.

Mi limiterò ad alcuni, credo importanti, esempi, ma la casistica è molto più ampia e richiede costantemente attenzione e contrasto.

Non sta scritto da nessuna parte nella Costituzione italiana che il referendum costituzionale è confermativo. Comunque, l’aggettivo non può riferirsi a quel tipo di referendum in quanto tale, ma al suo esito. Qualora la maggioranza dei votanti (non esiste quorum) si esprima per il “sì”, la revisione costituzionale approvata dai parlamentari sarà confermata. Se prevalgono i contrari con il loro no, la revisione sarà bocciata. L’esito, suggerirei, deve essere definito oppositivo (oppure, in subordine, avversativo). Continuare ossessivamente a definire “confermativo” il referendum costituzionale è, una più o meno consapevole, manipolazione convogliando agli elettori che, insomma, si tratta di confermare una revisione non di valutarla e, eventualmente, respingerla.

Ridurre il numero dei parlamentari (espressione che ha pudicamente sostituito “tagliare le poltrone”) è essenziale, si dice, non soltanto per risparmiare, ma per dare un spinta a migliorare il funzionamento del bicameralismo perfetto. Anche questo aggettivo è errato, molto. Se guardiamo alla struttura del bicameralismo italiano l’aggettivo corretto è paritario. Le due Camere hanno gli stessi poteri, a cominciare dal dare e togliere la fiducia al governo, e svolgono gli stessi compiti: rappresentanza politica, controllo sull’operato del governo, conciliazione di interessi, compartecipazione ai procedimenti legislativi. Poi, è quantomeno paradossale che l’aggettivo perfetto venga utilizzato da chi vuole riformare il bicameralismo italiano. Per renderlo imperfetto? Nel frattempo, i ritocchi aggiuntivi che si preannunciano sono marginali, ma renderebbero il bicameralismo italiano ancora meno differenziato e più paritario.

Ridotti di numero i parlamentari, un po’ tutti i sedicenti riformatori annunciano l’imprescindibile necessità di una legge elettorale proporzionale pura. Poi i dirigenti di partito, i parlamentari e troppi commentatori subito aggiungono che dovranno essere introdotti una soglia percentuale di accesso al parlamento e un diritto di tribuna (che non esiste da nessuna parte al mondo: genio italico). È lampante che entrambe le disposizioni rendono il proporzionale piuttosto impuro. D’altronde, un po’ in tutti i paesi che utilizzano leggi elettorali proporzionali (ad eccezione dell’Olanda e di Israele) si fa ricorso a una soglia d’accesso (o esclusione) per quantomeno contenere la frammentazione del sistema dei partiti e della rappresentanza parlamentare. Comunque, approvata la riduzione dei parlamentari non è affatto detto che il “proporzionale” sia una soluzione obbligata. Gran Bretagna e Francia utilizzano leggi elettorali maggioritarie, fra loro diverse, in collegi uninominali. Lo stesso fanno l’Australia: 25 milioni di abitanti, Camera bassa 150 rappresentanti; e il Canada: 37 milioni di abitanti, Camera bassa 308 rappresentanti. Quello che conta, però, è l’ampiezza con riferimento agli elettori dei collegi uninominali.

Lineare è bello (?). Chi può opporsi a un intervento definito e giustificato come lineare ovvero semplice, uniforme, limpido, essenziale? Tagliare le poltrone con una grossa accetta risolve qualche problema di funzionamento oppure sarebbe più opportuno e più efficace utilizzare il bisturi per intervenire in maniera delicata sulle criticità di una struttura tanto complessa come il/un Parlamento? Dove mai e quando mai i Parlamenti e le Costituzioni sono state riformate con tagli “lineari”? In verità, nel passato Gianfranco Miglio, autorevole professore di Storia delle istituzioni politiche e di Scienza politica propose più drasticamente di lanciare una sostanziosa revisione costituzionale facendo uno sbrego alla Costituzione. Il resto avrebbe fatto seguito. Il “sì” servirebbe anche a rompere l’immobilismo, fare una breccia nella Costituzione alla quale, ovviamente, ma anche no, seguirà una nuova costruzione. Lineare!

Pubblicato il 17 settembre 2020 su Domani

Tagliare gli eletti renderà il parlamento meno capace di controllare il governo #Referendum2020 @domanigiornale

È legittimo ridurre il numero dei parlamentari per risparmiare, ma meno parlamentari non equivale affatto e non comporta miglioramenti automatici nella loro qualità ed efficienza

Nelle democrazie il numero dei parlamentari è da sempre significativamente collegato alla popolazione, al numero degli elettori dai quali i parlamentari sono eletti e ai quali debbono offrire rappresentanza.

Contrariamente a quello che si pensa e si continua a dire, nelle democrazie parlamentari il compito principale del Parlamento non consiste nel “fare” le leggi, ma nel controllare l’operato del governo in nome e per conto dei cittadini.

È legittimo ridurre il numero dei parlamentari per risparmiare, ma meno parlamentari non equivale affatto e non comporta miglioramenti automatici nella loro qualità e efficienza. Al contrario, oberandoli di lavoro li indebolisce a fronte del governo.

In tutte le democrazie il numero dei parlamentari è in qualche modo in collegato con il numero degli elettori. Grosso modo, il rapporto è un parlamentare ogni all’incirca centomila elettori (Francia 577; Germania 598 più un fluttuante numero di seggi aggiuntivi; Gran Bretagna 650). La grande eccezione è rappresentata dalla Repubblica federale e presidenziale degli Stati Uniti d’America il cui numero di Senatori (due per ciascuno Stato, oggi, dunque, complessivamente cento) è stabilito dalla Costituzione del 1787 e quello dei Rappresentanti (435) fu definitamente fissato dal Congresso nel 1929. Negli USA non sono in discussione i numeri, ma la ripartizione (reapportionment) dei rappresentanti fra gli Stati con riferimento ai mutamenti della popolazione (che spiega perché i censimenti decennali siano considerati molto importanti). Nel complesso, gli USA non possono essere presi come punto di riferimento per nessuna comparazione significativa.

I Costituenti italiani collegarono il numero dei deputati e dei senatori alla popolazione con l’obiettivo primario e predominante di dare adeguata rappresentanza all’elettorato italiano, uomini e donne le quali votarono per la prima volta nel 1946. Nelle elezioni del 1948 il numero dei deputati eletti fu 574 e quello dei senatori la metà: 237. Nel 1953 furono eletti 590 deputati, i senatori fermi a 237 e nel 1958 596 deputati e 246 senatori. Per bloccare una crescita continua dovuta all’aumento fisiologico della popolazione italiana, l’art. 56 della Costituzione fu modificato prima delle elezioni del 1963 stabilendo che i deputati dovevano essere e rimanere 630 e i senatori 315. Così è. Nel corso del tempo, in diverse occasioni, vi fu chi propose con varie motivazioni di ridurre il numero complessivo dei parlamentari. Spesso viene citata Nilde Iotti, comunista, a lungo (1979-1992) Presidente della Camera dei deputati, che sostenne che, una volta eletti i Consigli regionali che già davano rappresentanza politica aggiuntiva, era ipotizzabile e auspicabile la riduzione del numero dei parlamentari. Nelle commissioni bicamerali per le riforme istituzionali, altri proposero il superamento del bicameralismo con l’abolizione del Senato e l’elezione di una sola Camera composta da 500 (numero tondo) deputati. Qualcuno a sinistra si lasciò trascinare dall’entusiasmo di stampo antiparlamentare e populista affermando che 100 eletti erano più che sufficienti.

Altrove, in Francia, il fondatore e Presidente della Quinta Repubblica Charles de Gaulle perse nel 1969 il referendum popolare sull’abolizione del Senato e si dimise sdegnato. Il potente Primo ministro britannico Tony Blair ingaggiò una battaglia contro la House of Lords, ma gli riuscì soltanto di ridurre il numero dei Lords e delle Baronesse che, comunque, rimangono tuttora poco meno di 800. Si parva licet componere magnis, nella sua non proprio lineare riforma costituzionale del 2016, il Presidente del Consiglio Renzi aveva imposto la riduzione del numero dei Senatori a 100, affidandone l’elezione alle regioni, e ridefinito in maniera non proprio limpida i compiti del Senato, ridimensionandone notevolmente i poteri. In tutti questi casi, le motivazioni prevalenti facevano riferimento alla necessità di migliorare la rappresentanza politica e di dare maggiore efficienza ai procedimenti legislativi. Invece, la giustificazione principale offerta dal Movimento 5 Stelle per effettuare il “taglio delle poltrone”, ovvero la riduzione del numero dei parlamentari da 630 deputati a 400 e da 315 senatori a 200, è stata quella, peraltro, non del tutto disprezzabile, del risparmio: nel corso di una legislatura 500 mila Euro derivanti dal drastico ridimensionamento di stampo certamente populistico dei componenti della “casta”.

Nella visione complessiva dei pentastellati si trova anche l’aspettativa che meno parlamentari significhi maggiore efficienza sia della Camera sia del Senato. Ė un’aspettativa male argomentata e poco o nulla convincente. I Cinque Stelle e la maggior parte di coloro che si sono espressi a favore della riduzione del numero dei parlamentari, a loro tempo anche i sostenitori della riforma renziana, sembrano credere che il compito più importante del Parlamento in una democrazia parlamentare consista nel fare le leggi. Affermano che meno parlamentari significherebbe meno intralci nella discussione dei disegni di legge e maggiore rapidità nella loro approvazione. Questa teoricamente e fattualmente erronea concezione mette in secondo piano quelle che sono, invece, le due attività più importanti e insostituibili di un Parlamento: controllare, non solo da parte dell’opposizione, quello che il governo fa, non fa, fa male, e dare rappresentanza politica ai cittadini (al “popolo”). Il governo e i ministri dispongono di staff politici e burocratici che consentono loro, se sono uomini e donne mediamente capaci e competenti, di elaborare una molteplicità di disegni di legge e di emanare decreti anche complessi che richiedono valutazioni accurate. Ė evidente che la riduzione del numero dei parlamentari implicherà un sovraccarico di lavoro sia, sicuramente, nelle Commissione, già oggi quasi tutti i parlamentari fanno parte di almeno due Commissioni, sia in aula, dove i parlamentari hanno la facoltà di chiamare il governo a rispondere delle sue azioni e delle sue omissioni. Insomma, è molto probabile che, ridotti di numero, i parlamentari non saranno in grado di svolgere efficacemente e incisivamente il loro fondamentale compito di controllo sull’operato del governo.

Quanto alla rappresentanza politica, naturalmente, molto dipende dalla legge elettorale che sarà approvata. Appare più che probabile che sarà prescelta una legge proporzionale (incidentalmente, tutte le democrazie europee occidentali, ad eccezione della Gran Bretagna e della Quinta Repubblica francese, utilizzano buone leggi proporzionali, quella tedesca essendo la migliore, importabile purché nella sua interezza). Chi desidera buona rappresentanza dovrà esigere che sia esclusa la possibilità di pluricandidature e che sia consentito agli elettori di esprimere una preferenza, meglio se una sola. I candidati/e al parlamento in collegi necessariamente (più) ampi dovranno lavorare molto sodo per conquistarsi l’elezione e altrettanto intensamente per mantenere contatti con il loro elettorato. Dare buona rappresentanza politica, oltre a comportare enormi difficoltà per i partiti piccoli, diventerà certamente più difficile, non posso aggiungere “di oggi” poiché la rappresentanza attualmente esistente è per un insieme di ragioni sostanzialmente pessima, e anche più costoso.

La verità è che la riduzione del numero dei parlamentari, in nessun modo automaticamente migliorativa della rappresentanza politica, porrà il nuovo Parlamento e i suoi ridimensionati componenti alla mercé del governo. D’altronde, questa riforma nasce in chiave antiparlamentare quasi per dimostrare l’irrilevanza, al limite dell’inutilità, del Parlamento italiano, organismo che sarebbe da superare con modalità di democrazia diretta e con il ricorso alla tecnologia. La conferma della riforma aprirebbe la strada a esperimenti pericolosi per chi crede che il cuore della democrazia parlamentare sia costituito proprio dal Parlamento, eletto facendo ricorso a una legge elettorale decente, attrezzato per controllare il governo e capace di garantire efficace rappresentanza politica ai cittadini, alle loro preferenze e esigenze, ai loro interessi e ideali. Che già si parli della necessità di altri interventi, correttivi e cambiamenti è fonte di preoccupazioni aggiuntive.

Pubblicato il 6 settembre su Domani