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La sfida tra due uomini bianchi dipende dalle minoranze @DomaniGiornale
No, non è una elezione come le altre quella in corso per la Presidenza degli USA nei prossimi quattro anni. Neanche nel 2016 possiamo dire, certo con molto senno di poi, fu un’elezione come le altre: per la prima volta una donna politica con grande esperienza e competenza che cercava di sfondare il soffitto di cristallo contro un ricco immobiliarista che non aveva mai avuto cariche amministrative e di governo. L’esito segnalò qualcosa di molto profondo che praticamente nessuno degli analisti aveva previamente individuato e che andava contro la tutte le interpretazioni e valutazioni allora diffuse e prevalenti della politica e della società americana. Ne seguì in alcune sedi, naturalmente soprattutto quelle democratiche e progressiste, un agonizing reappraisal, un ripensamento molto doloroso (ma, a mio modo di vedere, non ancora sufficiente) reso ancor più necessario dalla presa d’atto della persistenza di un razzismo strisciante. Troppe volte in troppi luoghi Black lives do not matter.
Nelle e con le elezioni una società ha modo di farsi rappresentare, ma anche di rappresentarsi con le sue preferenze, le sue esigenze, le sue aspettative, persino le sue pulsioni emotive dei più vari tipi: paure e speranze, rancori e risentimenti, rivalsa. Nelle elezioni presidenziali USA del 2016, alcune decine di migliaia di uomini bianchi negli Stati del Michigan, della Pennsylvania, del Wisconsin, caratterizzati da un basso livello di istruzione e da occupazioni non prestigiose né ben remunerate, che si consideravano messi da parte e sbeffeggiati da quelle che temevano essere le tendenze culturali in corso, furono decisivi per consegnare la vittoria a Trump. Quell’uomo bianco molto noto e ricco, sprezzante del politically correct e ostile a qualsiasi variante del multiculturalismo, certamente in contrasto con le élites, anche quelle del Partito Repubblicano, li rappresentava meglio di una donna troppo intelligente, troppo colta, troppo elitaria, esponente di un mondo che li escludeva (e li “deplorava”, deplorables la parola infelicemente pronunciata da Hillary Clinton). Quella donna, da troppo tempo nelle stanze del potere, fu percepita anche da una parte non piccola proprio delle donne come distante dal loro mondo, dalle loro preoccupazioni, dalla loro vita.
Oggi, praticamente tutti i sondaggi convergono nel notare che la situazione è, in parte, in quanta parte rimane difficile valutare, cambiata, proprio a cominciare dalle donne di tutti i colori, soprattutto bianche. Il “mondo” politico-elettorale di Trump sembra, anche fra gli uomini bianchi anziani, forse a causa della deliberata sottovalutazione del Covid da parte di Trump, avere perso qualche pezzo. Quanto decisivo lo diranno i dati duri dell’affluenza alle urne e dei voti espressi. Quei voti serviranno a rispondere in maniera fondata alla domanda “cosa è cambiato dal 2016 al 2020?”. La grande maggioranza degli analisti USA sostiene che, dal punto di vista sociologico (che include anche le appartenenze religiose) l’elettorato di Trump non è praticamente cambiato. Però, se ne possono essere distaccati elettori delusi senza che i nuovi eventuali elettori, galvanizzati, ad esempio, dalla nomina alla Corte Suprema di una giudice fortemente conservatrice e dalle politiche anti-immigrazione dei Latinos, siano sufficienti a colmare il vuoto lasciato da coloro che hanno abbandonato Trump.
La fortissima polarizzazione della campagna elettorale fra due uomini bianchi ultra settantenni (appare distantissima l’elezione del 2008 quando un poco più che quarantenne neo-senatore di colore sembrò aprire un’epoca di grande rinnovamento) ha già avuto come effetto un aumento considerevole dei votanti. Alcuni attribuiscono questo aumento, non agli uomini bianchi, già abituati a frequentare i seggi, ma soprattutto al più ampio coinvolgimento delle minorities, vale a dire, i neri e i latinos (ma, talvolta, persino le donne, a prescindere dal colore e dalla provenienza, vengono collocate fra le “minoranze”). Le proiezioni demografiche segnalano da tempo che grosso modo a metà di questo decennio, i WASP, White Anglo-Saxon Protestant, diventeranno una minoranza, grande, ma sovrastata numericamente dai non anglosassoni, non protestanti. Se non ci saranno intoppi e inciampi nel conteggio dei voti potrebbe succedere che già nella giornata del 4 novembre le minorities scopriranno di essere state decisive nell’avere vinto la battaglia per “l’anima della nazione” (il motto della campagna di Biden) mandando alla Casa bianca un WASP moderato ultrasettantenne al quale spetterà di sovrintendere ad un passaggio epocale nella politica degli USA.
Pubblicato il 3 novembre 2020 su Domani
Democrazia Futura. Il corto circuito fra governo, politica e istituzioni @Key4biz ETICA DELLA POLITICA
“Non se ne esce potenziando il solo governo e neppure il solo Parlamento. Non è sufficiente valorizzare il dissenso se non abbiamo di mira nuovi comportamenti. Serve una visione d’insieme e, finalmente, un’etica pubblica, incoraggiata e premiata da regole costituzionali”.
I rapporti fra gli esecutivi e le assemblee rappresentative sono in qualsiasi forma di governo: parlamentari, presidenziale, semipresidenziale, direttoriale, sempre complessi e conflittuali. Naturalmente, a seconda della forma di governo, tanto la complessità quanto la conflittualità variano quantitativamente e qualitativamente.
Alla problematicità di questi rapporti bisogna aggiungere anche quelli che intercorrono fra le autorità centrali e quelle locali in special modo nei sistemi politici federali. Infine, è sempre opportuno e utile ricordare ai molti giuristi che si esercitano in raffinate disquisizioni sulla “norma” che chi non è in grado di inserire nella sua analisi i partiti e i sistemi di partiti è destinato a cogliere soltanto una parte del problema, raramente la più importante, e a offrire visioni inevitabilmente incomplete e inadeguate, al limite fuorvianti.
Inoltre, ma considero quel che segue di decisiva importanza, chi studia e ritiene di conoscere un solo caso è in errore. Come scrisse più volte Sartori, neppure quel caso è conoscibile in maniera adeguata e soddisfacente se lo studioso non conosce altri casi ed è in grado di trarre il necessario giovamento dall’analisi comparata.
Naturalmente, questa considerazione si attaglia perfettamente a tutti coloro, italiani e stranieri, che nel corso del tempo hanno regolarmente considerato, in maniera più o meno positiva, il sistema politico italiano un’anomalia (che per troppi comunisti e qualche democristiano era “positiva”), ovvero, detto in maniera più tecnica, un caso deviante.
Per essere “provate” sia l’anomalia sia la devianza debbono essere messe a confronto con quanto riteniamo essere la normalità, la regola. Allora, per l’appunto, diventano essenziali tutte le conoscenze comparate acquisibili, a partire da quelle relative alle democrazie parlamentari accompagnate da quelle sui sistemi di partiti.
Il mio punto di partenza, ieri come oggi e presumibilmente domani, consiste nell’individuare con il massimo di precisione possibile quali sono i compiti delle assemblee elettive che sono variamente chiamate nazionali e legislative oppure, nelle forme di governo presidenziali, Congressi.
Procedere in maniera fruttuosa alla definizione dei compiti richiede una doppia operazione: primo, esplorare come quei compiti sono definiti nelle rispettive costituzioni; secondo, come sono stati svolti nella pratica e quali cambiamenti sono sopravvenuti nel corso della storia di quelle forme di governo.
Comprensibilmente, non posso qui e ora ripercorrere la storia dei cambiamenti nei compiti delle assemblee e neppure quella delle trasformazioni del ruolo e dei poteri degli esecutivi.
Per quanto non sempre soddisfacente, la letteratura esistente in materia è fin troppo ampia, con alcune punte di eccellenza, e consente di trarre una molteplicità di generalizzazioni che hanno talvolta condotte a quelle teorie probabilistiche che, secondo Sartori, caratterizzano l’impresa scientifica della scienza politica.
Compiti essenziali delle assemblee elettive
Entro subito in medias res. Tutte le assemblee elettive debbono svolgere due compiti essenziali (fra i quali non rientra quello, detto sommariamente, di “fare” le leggi): dare rappresentanza politica agli elettori, alla società, e controllare l’operato del governo, del potere esecutivo.
Sottolineo che la rappresentanza deve essere definita politica sia perché è frutto di una competizione elettorale free and fair sia perché candidati/e eletti/e cercheranno di rappresentare le preferenze e le esigenze, gli interessi e gli ideali degli elettori, loro, ma anche di coloro che non li hanno votati che, però, potrebbero essere ricettivi alle modalità con le quali i/le rappresentanti svolgeranno i loro compiti.
Quanto al controllo sul governo, nei casi delle democrazie parlamentari i governi nascono nell’assemblea elettiva; operano e vivono se e fino a quando sono sostenuti dalla fiducia, variamente espressa e manifestata dalla maggioranza dei rappresentanti di quell’assemblea; si trasformano quando cambiano le maggioranze; muoiono quando perdono la fiducia.
Dunque, buone assemblee hanno potere di vita e di morte sui governi da loro scaturiti. Al contrario delle democrazie presidenziali nelle quali l’esecutivo può essere rimosso solo da un impeachment che abbia successo (o dal decesso dell’occupante, l’incumbent), cosicché, mentre le democrazie parlamentari sono per lo più notevolmente flessibili e adattabili, le democrazie presidenziali sono rigide e rischiano l’immobilismo.
Declino e destrutturazione
Attrezzati con queste essenziali considerazioni preliminari, senza le quali non è possibile compiere nessun percorso analitico di un qualche interesse e di rilevanza, quali cambiamenti significativi sono intercorsi e sono tuttora in corso?
Sicuramente, il cambiamento più importante di tutti e più diffuso, anche se non uniformemente, è costituito dal declino dei partiti e dalla destrutturazione dei sistemi di partiti. Nel caso degli Stati Uniti, i problemi derivano anche dalla polarizzazione fra i Repubblicani, diventati faziosi e radicalizzati, persino conquistabili, come è avvenuto con Trump, e i Democratici, che si sono leggermente più spostati a sinistra.
Il cambiamento è stato più significativo in Italia dove dai grandi partiti di massa si è passati a partiti personali, a movimenti più o meno occasionali, a strutture deboli, penetrabili e esposte a scissioni. Da queste strutture non ci si può aspettare la capacità di imporre disciplina ai propri parlamentari e di coordinare i comportamenti di rappresentanti e governanti, neppure quella di formulare linee politiche coerenti e, meno che mai, una cultura politica come tessuto connettivo. Ne consegue che i rapporti Parlamento/Governo sono ondeggianti e fluttuanti.
Il governo sa di non potere contare sull’essere il punto di riferimento dei rappresentanti della maggioranza e sulla loro coesione. I tempi di discussione e approvazione dei provvedimenti governativi che, spesso, costituiscono il più che legittimo e meritevole tentativo di tradurre le promesse programmatiche elettorali in politiche pubbliche, sono indefiniti, incerti, aleatori.
Inevitabilmente, il governo ricorrerà alla decretazione d’urgenza e su quei decreti porrà il voto di fiducia per coagulare le sue maggioranze parlamentari. Quanto più è debole, inesperto, incapace tanto più il Presidente USA (Trump lo esemplifica al massimo grado) produrrà executive orders saltando il Congresso. Nancy Pelosi, l’abile speaker democratica della Camera dei Rappresentanti ha formulato un piccolo pacchetto di riforme per riuscire a porre sotto controllo o addirittura impedire le strabordanti azioni presidenziali.
Deboli saranno sia il sostegno sia l’opposizione provenienti dalle società che si sono largamente liquefatte, naturalmente, con molte differenze. Ad alcune, come a quella italiana, qualche leader, esasperato perché inadeguato cercherà di imporre la disintermediazione.
Altre, mai davvero “intermediate”, come quella francese, produrranno esplosioni di rabbia stile gilet gialli. Negli USA Black Lives Matter segnala che l’intermediazione è del tutto squilibrata e segnata a ferro e fuoco dal mai scomparso razzismo. Laddove la società mantiene elementi di coesione dalla società possono emergere partiti sovranisti e populisti, persino nella civilissima Scandinavia.
Tutto questo caos potenziale o attuale, ancora una volta con molte differenze fra sistemi politici e sociali, si abbatte sui rapporti fra parlamenti e governi con richieste di governi forti, rapidi, severi e con critiche a parlamenti e parlamentari alcuni dei quali accusati non solo di essere fannulloni e incapaci, ma persino “nemici del popolo” che non sanno né rappresentare né proteggere.
Si aprono spazi per azioni di governo non controllate, non temperate, incoerenti, ad hoc. Resuscitando un’espressione del Sessantotto, vedremo azioni che sono improntate dalla “pratica dell’obiettivo”, revocabili dal governo successivo.
Infine, da un lato, nel vuoto o nella debolezza del circuito istituzionale si aprono enormi spazi per la personalizzazione della politica che premia i detentori di risorse monetarie (i magnati), di visibilità (i divi, i giornalisti, gli sportivi), talvolta di expertise, ancorché non politica (gli scienziati, i professori), dall’altro, a dare visibilità e fama provvedono i mass media, più quelli “vecchi” di quelli nuovi (la Rete, il Web), ma nulla di quello che consegue riesce a rendere i rapporti Parlamento/Governo migliori se con questo aggettivo ci si riferisce al rispetto reciproco fra le due istituzioni e i loro occupanti, alla funzionalità in termini di tempi relativamente certi per la discussione e la decisione (che potrebbe anche essere negativa), alla trasparenza per gli elettori, le associazioni, i mass media dei quali, però, è sempre più opportuno sapere e volere criticare l’incompetenza e la partigianeria.
Nessuna soluzione facile
Non c’è nessuna soluzione facile e veloce disponibile a chi voglia migliorare i rapporti Parlamento/Governo. Appare indispensabile partire, soprattutto per il caso italiano, dalla Costituzione e da quanto è colà precisamente sancito. Poi, certo, bisogna porre mano alla legge elettorale seguendo una stella polare: il potere degli elettori, quindi, mai più pluricandidature né liste bloccate. Inoltre, è utile ritoccare i regolamenti parlamentari per disciplinare compiti e poteri della maggioranza e per offrire opportunità di interventi significativi all’opposizione, ma regolamentando ferreamente l’eventuale ostruzionismo.
Infine, Presidente della Repubblica e Corte Costituzionale hanno il dovere politico e costituzionale di ergersi ad arcigni difensori della Costituzione senza se senza ma. Siamo lontani da tutto questo. L’esito del referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari ha prodotto un allontanamento ulteriore. Solo l’Unione Europea con i suoi vincoli e con le sue richieste obbliga Governo e Parlamento a rientrare nei loro rispettivi ruoli e a (ri)stabilire rapporti e equilibri decenti.
Comunque, è la stessa, per quanto farraginosa, complessità delle democrazie contemporanee a costituire un argine a scivolamenti e derive potenzialmente autoritarie. Oserei dichiarare che c’è di peggio: lo spettacolo e la realtà dello spreco di risorse e di tempo (time is money) che inquina il futuro. Non se ne esce potenziando il solo governo e neppure il solo Parlamento. Non è sufficiente valorizzare il dissenso se non abbiamo di mira nuovi comportamenti. Serve una visione d’insieme e, finalmente, un’etica pubblica, incoraggiata e premiata da regole costituzionali. Niente di più niente di meno. Pensare e fare politica.
Another time another place.
Pubblicato il 26 ottobre 2020 su Key4biz
Chi ha vinto davvero nei dibattiti tra Trump e Biden per le presidenziali Usa 2020
Due vincitrici nei dibattiti presidenziali e vice: le giornaliste intervistatrici Kristen Welker e Susan Page. Ieri, Welker ha fatto molto meglio del suo collega Chris Wallace perché poteva spegnere il microfono di quel prevaricatore di Trump. I sondaggi post-dibattito dicono che Biden rimane largamente in testa, anche negli Stati che diedero la vittoria a Trump. In attesa di un improbabile evento cruciale, che negli USA è definito game changer, è probabile che i Democratici si stiano preparando per scongiurarlo. Con il suo nervosismo Trump dice che non sa come trovarlo.
Trump ha messo in crisi il tanto lodato sistema istituzionale americano @domanigiornale

La Presidenza di Donald Trump ha rivelato alcuni seri inconvenienti nel molto lodato sistema politico istituzionale USA. Uno dei principi del federalismo, vale a dire che per vincere i candidati debbono ottenere la maggioranza dei voti nel Collegio Elettorale, fatto per impedire agli Stati grandi di avere un’influenza decisiva sull’esito, si è rivelato tremendamente significativo per gli Stati medio-piccoli. Molto più di George W. Bush, che ottenne mezzo milioni di voti meno del democratico Al Gore, il meccanismo del Collegio ha consentito a Trump di diventare presidente con tre milioni meno di voti di Hillary Clinton. Dunque, di essere tecnicamente un Presidente di minoranza. Grazie all’esistenza di una maggioranza repubblicana in Senato, il Presidente Trump ha praticamente travolto il principio liberale della separazione dei poteri. Il suo potere esecutivo condiziona in maniera sostanziale il potere legislativo a partire dal Senato e si è esteso alla Corte Suprema. Infatti, Trump ha sfruttato l’inusitata opportunità di nominare alla Corte addirittura tre nuovi giudici, tutti con un ineccepibile pedigree molto conservatore. Se sarà confermata la terza nominata, i repubblicani potranno contare su una maggioranza 6 a 3 per i prossimi trent’anni [i giudici sono nominati a vita]. I democratici hanno annunciato la loro intenzione di aumentare il numero dei giudici e di conferire loro un mandato fisso di diciotto anni per garantire un ricambio fisiologico più frequente.
Due altri elementi molto preoccupanti hanno fatto la loro comparsa con la Presidenza Trump. Come notato quasi trent’anni fa dal sociologo-politologo spagnolo Juan Linz, nelle democrazie parlamentari i capi di governo inadeguati, che provocano danni, sono facilmente sostituibili. Nel presidenzialismo può succedere che l’alta carica venga conquistata da un outsider, e Trump sicuramente lo era, il quale, poi, potrà comportarsi in maniera irresponsabile poiché il suo mandato è fisso e rigido. Se si rivela incompetente, imbarazzante, nepotistico, corrotto, pericoloso, sarà comunque difficile persino per il suo partito sostituirlo tranne in caso di impeachment per violazione della Costituzione. In effetti, l’impeachment è stato tentato dai democratici contro Trump, ma i repubblicani hanno fatto muro. Soltanto negli ultimi quattro-cinque mesi un piccolo numero di repubblicani ha preso le distanze dal Presidente.
Spesso gli studiosi e i politici criticano alcune democrazie perché non rispettano i diritti, eliminano i freni e i contrappesi, l’esecutivo travolge il Parlamento e manipola il potere giudiziario. Quelle democrazie vengono ritenute di qualità inferiore e definite “elettorali” poiché si vota anche se le elezioni non sono propriamente e del tutto libere e eque. Negli USA, non da oggi, i repubblicani negli Stati mettono in atto una vera e propria “soppressione del voto”. Ancora di recente la Corte Suprema si è rifiutata di esprimersi in materia di gerrymandering, cioè di ridisegno truffaldino dei collegi elettorali, lasciando la decisione alla politica (cioè al Congresso) e alle assemblee dei singoli Stati, trentacinque dei quali hanno maggioranze repubblicane. Queste maggioranze si sono attivate per rendere difficilissimo votare a partire dalla registrazione degli elettori a continuare con la riduzione degli orari in cui si può votare (di martedì) con l’allestimento di un numero limitato di seggi elettorali e così via. Da ultimo, il Presidente si è scagliato contro la possibilità di votare per posta, asserendo mai provate frodi elettorali dei Democratici e rifiutandosi di assegnare fondi a questo tipo di voto la cui richiesta in tempi di Covid è molto aumentata. Il Postmaster General, da lui nominato in quanto suo generoso finanziatore, ha frequentemente sostenuto che potrebbero esserci problemi di arrivo tempestivo delle schede spedite per posta (le stime parlano di un 40 per cento dei voti espressi, in alcuni Stati molti elettori hanno già espresso il loro voto) e di inevitabile lentezza dello scrutinio. Insomma, con grande scandalo, anche di alcuni politici italiani, potremmo non conoscere il nome del vincitore la sera stessa del voto. Last but not least, Trump si è rifiutato di dichiarare che accetterà il risultato e agevolerà la transizione.
In definitiva, il presidenzialismo USA sta mostrando non pochi inconvenienti ai quali soltanto politici lungimiranti che trovino accordi significativi potrebbero porre rimedio. Purtroppo, per i cittadini USA, ma anche per noi, l’irresistibile scivolamento dei repubblicani su posizioni fortemente conservatrici ha dato vita a una democrazia maggioritaria polarizzata. Con tutti i rischi che ne conseguono. I Padri Costituenti stanno incrociando le dita.
Pubblicato il 20 ottobre 2020 su Domani
Presidenziali USA: se non ci sarà un “fatto nuovo” (come fu l’inchiesta sulle email private di Hillary Clinton) Trump perderà le elezioni
Tutti i sondaggi lo danno per perdente, Trump, non solo in termini di voti. Nel 2016 ebbe tre milioni di meno di Hillary Clinton. Oggi è in netto svantaggio nel collegio dei Grandi Elettori. Opportunamente, i sondaggisti hanno individuato tre differenti scenari in caso di errori. Senza un evento devastante e imprevedibile, il Trump innervosito si avvia alla fuoruscita dalla Casa Bianca (sì, incrocio le dita).
De America fabula narratur #Presidential2020
Nella più recente classifica dei Presidenti USA (Rottinghaus, Eady, and Vaughn, Presidential Greatness in a Polarized Era: Results from the Latest Presidential Greatness Survey, in “PS. Political Science & Politics”, vol. 53, July 2020, pp. 413-420) Donald Trump occupa l’ultima posizione con grande distacco dal penultimo. Eppure, nonostante il consistente vantaggio del candidato democratico Joe Biden registrato in tutti i sondaggi, anche negli Stati chiave, non è affatto sicuro che Trump sarà sconfitto il 3 novembre. Non è neppure sicuro che il 3 novembre conosceremo il nome del vincitore.
Nel frattempo a Trump si è presentata la grande occasione, per quel che so più unica che rara, di nominare un altro giudice alla Corte Suprema. Sarebbe il terzo che gli consentirebbe di lasciare un’eredità duratura. Ne ha subito approfittato scegliendo una donna relativamente giovane (48 anni), apertamente antiabortista, ruvidamente conservatrice. Poiché i giudici mantengono la carica a vita, per almeno trent’anni e più, la Corte Suprema avrà una solida maggioranza di giudici molto conservatori, alcuni reazionari, che, con le loro sentenze, incideranno non soltanto sulla società, per esempio, consentendo l’abolizione dell’Obamacare e rendendo quasi impossibili le interruzioni di gravidanza, ma anche sulla politica, per esempio, non intervenendo sui vari sotterfugi usati per “sopprimere il voto” (voter suppression). Non mi riferisco esclusivamente alla pratica, troppo spesso condonata, del gerrymandering (tracciare/disegnare i collegi elettorale per favorire/sfavorire determinati candidati), ma alle numerose modalità che riescono a rendere difficilissimo al limite dell’impossibile lo stesso esercizio del diritto di voto a cominciare dalla indispensabile registrazione nelle liste elettorali.
Nel frattempo, in almeno quattro stati USA gli elettori hanno già la possibilità di votare e lo stanno facendo per una pluralità di ragioni, compresa ovviamente quella di evitare eventuali assembramenti ai seggi ai tempi del Covid (che ha colpito duramente gli Stati Uniti). In altri stati si annuncia un massiccio ricorso al voto postale che Trump ha deciso di contrastare in tre modi: 1. dichiarando che si presta a frodi ordite dai democratici; 2. chiedendo che venga concesso soltanto a chi dimostra di non essere in condizioni fisiche che gli/le consentano di andare al seggio (negli Stati governati dai repubblicani il numero di seggi è stato considerevolmente ridotto: taglio non proprio “lineare”); 3. negando i fondi allo US Postal Service al cui vertice qualche tempo fa nominò un suo ricco finanziatore. Naturalmente, va subito sottolineato che, da un lato, in caso di ricorsi le eventuali frodi potrebbero giungere alla Corte Suprema, dall’altro, che addirittura l’esito complessivo del voto e quindi l’elezione del Presidente finirebbero proprio nelle mani della Corte come avvenne nel 2000 quando i cinque giudici nominati dai Repubblicani decisero che il repubblicano George W. Bush aveva sconfitto il democratico Al Gore a favore del quale si erano schierati i quattro giudici nominati dai democratici.
Tutti i mass media USA riportano quotidianamente non soltanto i dati dei sondaggi, ma i molti episodi che riguardano ostacoli frapposti agli elettori. Non mi spingo fino a dire che negli USA è in corso una crisi costituzionale e istituzionale senza precedenti. Prendo atto della acuta preoccupazione di molti commentatori, la maggioranza dei quali sono, comprensibilmente, democratici. Segnalo, però, che, da un lato la separazione dei poteri scricchiola e vacilla. Il Presidente repubblicano può imporre alla sua maggioranza di senatori repubblicani di confermare la donna giudice da lui prescelta portando ad una granitica maggioranza nelle sede più alta e decisiva del potere giudiziario. Dall’altro, prendo atto che persino il fondamento della democrazia, le elezioni, rischiano di non essere free and fair, ma di venire manipolate, sovvertite. Sullo sfondo stanno le proteste dei partecipanti al movimento “Black Lives Matter” contro il razzismo strisciante e il suprematismo bianco. Nessuno stupore che gli USA occupino il 23esimo posto nella classifica di Freedom House.
Pubblicato il 28 settembre 2020 su PARADOXAforum
Le gambe corte dei sovranisti dello stivale @EURACTIVItalia
Il sovranismo è poca dottrina e molta pratica deludente. Matteo Salvini e Giorgia Meloni sostengono che l’Italia ha colpevolmente ceduto parte della sua sovranità oppure che, altrettanto colpevolmente, se n’è fatta espropriare dai burocrati e dagli eurocrati di Bruxelles. Su queste affermazioni senza fondamento hanno conquistato voti, ma non sono in grado di elaborare una dottrina. “Prima gli italiani” è affermazione vaga e propagandistica. Contiene di tutto un po’ tranne che un progetto. Nella pratica va subito a cozzare con “Prima gli Ungheresi”, “Prima i Polacchi” e, naturalmente, “America, first”. Però, l’America è lontana, molto più lontana della Russia di Putin, amico e, forse, in qualche modo, finanziatore della Lega. Invece, ungheresi e polacchi, i “veri” finlandesi, i “democratici” svedesi, i “fortunosi” olandesi e via via tutti i sovranpopulisti dell’Europa contemporanea non sono amici. Inevitabilmente, costitutivamente, i sovranisti non possono trovare alleati a livello sovranazionale se non in chiave negativa: contro, per l’appunto, coloro che perseguono politiche di coordinamento e collaborazione che tentano di combinare interessi e preferenze, valori e obiettivi in partenza “nazionalmente” diversi.
Salvini e Meloni queste modalità di accordi con le loro controparti sovraniste non le hanno trovate, e non soltanto per loro personale incapacità. Con la sua Forza Italia, Berlusconi si era trovato regolarmente in contrasto con i Popolari Europei, del cui gruppo nel Parlamento europeo pure faceva parte (grazie ai suoi molti “numeri”, ma mi concedo di non essere più preciso…). Nei suoi non luminosissimi anni di governo, Berlusconi si era spessissimo trovato in contrasto con la Commissione Europea, in chiara minoranza nel Consiglio Europeo, critico delle scelte che venivano fatte fino ad attribuire la sua fuoruscita dal governo nel 2011 ad un complotto metà “europeo” metà ordito dal Presidente francese Nicholas Sarkozy e dalla Cancelliera tedesca Angela Merkel. Da qualche tempo, non saprei con quale credibilità, Berlusconi sembra essere diventato l’anima europeista del centro-destra italiano. In una certa misura questa (ri)conversione è dovuta ad Antonio Tajani. Infatti, come potrebbe l’ex-Presidente del Parlamento europeo manifestare atteggiamenti anti-europeisti? Con quale coerenza politica e personale potrebbe schierarsi contro scelte e politiche che i Popolari europei (a cominciare dalla democristiana Ursula von der Leyen) formulano, appoggiano e approvano, contribuiscono ad attuare? Berlusconi deve anche avere pensato che con la sua posizione di europeista può attirare voti di elettori italiani conservatori, ma non anti-europei. Anche a Forza Italia manca, però, una qualsiasi elaborazione culturale relativa all’Europa che vogliono.
Ciò detto, è la dura lezione dei fatti che si è abbattuta, attraverso il Coronavirus, sulla Lega e su Fratelli d’Italia nonché, naturalmente e giustamente, anche sugli altri sovranisti del continente. Da solo, nessun paese si risolleverà facilmente, meno che mai, anche perché più pesantemente colpita, l’Italia. Salvini e Meloni hanno un bel dire che l’Unione Europea deve fare di più, dare di più, impegnarsi di più, ma il fatto rimane che l’Unione Europea sta facendo qualcosa che nessuno Stato-membro riuscirebbe a fare da solo. Sta concedendo fondi non nella disponibilità di qualsiasi singolo Stato. Sta proiettandosi anche nel futuro con impegni che nessun sovranista può assumere e il cui adempimento non sarebbe comunque in grado di garantire. In ultima istanza, il sovranismo è “bellum omnium contra omnes” sul campo di battaglia europeo (e poi, Trump volendo, mondiale: distruzione di quel che rimaneva dell’ordine internazionale liberale). L’Unione Europea è condivisione, collaborazione, trasformazione. Allora, i sovranisti del nostro stivale debbono alzare la voce per coprire il silenzio delle loro non-proposte e le loro contraddizioni. Continueranno a farlo fino all’afonia.
Pubblicato il 4 giugno 2020 su euractiv.it
Coronavirus en el mundo Gianfranco Pasquino. No culpes a la globalización (de propagar la peste) @clarincom
Encerrado en su casa, el notable politólogo analiza la geopolítica del virus que azota Italia, se desparrama por Estados Unidos y está en nuestro país. El sistema global no es el culpable directo, sostiene el profesor.
La globalización no es la causa del coronavirus. En el peor de los casos, la globalización puede ser considerada un factor facilitador en la propagación del virus. A la espera de una respuesta satisfactoria por parte de los académicos, la responsabilidad de la aparición del virus recae en un conjunto de elementos que denomino “condiciones de vida, de trabajo y del medio ambiente”. Aunque el coronavirus no pueda ser definido, como lo hace brutalmente el presidente Trump, como el “virus chino”, tampoco se puede negar que en muchos lugares de China hay condiciones demasiado favorables para la aparición de enfermedades epidémicas. Quizás nunca lo sabremos, y esto ya es un gran inconveniente, pero la existencia del virus parece haber sido reportada al menos un mes antes de que las autoridades políticas chinas lo dieran a conocer. La información fue suprimida, el fenómeno negado. Esto es lo que hacen, lo que pueden hacer, los regímenes totalitarios. Ya hace décadas que el economista indio Amartya Sen señaló que donde no hay libertad de información, la respuesta –ante ante una hambruna, por ejemplo–, es más difícil, fragmentada, lenta y sobre todo evita que se tomen las medidas adecuadas. El resto, por supuesto, tiene que ver con la calidad del liderazgo político, con su credibilidad, la disposición a aceptar las recomendaciones de los expertos, en este caso, médicos e investigadores, e implementarlas. ¿Podría argumentarse, entonces, que en la fase de implementación el poder totalitario es más efectivo que el poder democrático para resolver la crisis? Puede ser. En China el virus ha sido prácticamente derrotado, como afirman las autoridades, pero nadie puede asegurarlo ni verificar la información de las autoridades. Nadie tiene los números necesarios para evaluar cuáles han sido los costos en vidas humanas de las dramáticas demoras iniciales, y los absolutos. Hoy China trata de recuperar credibilidad al otorgar una enorme ayuda a Italia, que, al menos en Occidente, es el país más afectado.
¿Por qué exactamente Italia? La respuesta más simple gira en torno a dos elementos. En primer lugar Italia tiene relaciones intensas con China, especialmente económicas. En segundo lugar, los portadores del virus que se contagiaron en China regresaron a zonas altamente pobladas y económicamente avanzadas de Italia (Lombardía sobre todo, luego Véneto y Emilia-Romaña), por lo que la propagación y el contagio se ha desarrollado muy rápidamente. Las autoridades políticas regionales y nacionales respondieron en la medida de lo posible y conocible. No hay evidencia de que hayan minimizado el peligro ni de que hayan suprimido la información que, en verdad, ha circulado ampliamente y libremente (en todo caso, las críticas deben dirigirse a los periódicos y periodistas de derecha que negaron la emergencia), y nunca han caído en exceso del alarmismo. Sin embargo, empezando por las fluctuaciones y manipulaciones reprobables de Trump y la subestimación cínica del primer ministro Boris Johnson –comportamientos criticados por los medios masivos–, la respuesta de las autoridades ha sido sin duda inadecuada. También se habló de inadecuación en la respuesta de la Unión Europea. La acusación contiene solo una parte de verdad. Desde lo económico, la UE está interviniendo para apoyar a los países afectados por el coronavirus, incluso anticipando cambios importantes en lo que concierne a toda su política económica. Por otro lado, los poderes en materia sanitaria no están en manos de la Comisión Europea, sino de los Estados miembro que, tal vez, aprenderán para el futuro, pero que ahora son responsables de no haber elaborado una respuesta compartida.
Nuevamente el problema de quién decide y cómo. La lección es: una autoridad política supranacional responde más efectivamente frente a una pandemia. Y es correcto preguntarnos sobre la democracia, hoy y mañana. Hasta ahora, los jefes de gobierno, con mayor o menor celeridad, han tomado sus decisiones sin ser “obstaculizados” por sus respectivos parlamentos y ni siquiera por las oposiciones, ninguna de las cuales ha podido ofrecer soluciones técnicas y políticas diferentes y potencialmente mejores que las de sus respectivos gobiernos. Noté una gran disponibilidad y receptividad de los gobiernos a las opiniones de técnicos, expertos y científicos. Sin embargo, no creo que haya surgido el riesgo de un futuro gobierno de tecnócratas. Me preocupan, en cambio, algunas medidas tomadas por los gobiernos, en particular las relacionadas con la restricción de la libertad personal: la invitación a quedarse en casa y las sanciones para quienes no cumplan esta invitación sin razones válidas. Aprenderemos, tal vez, y no solo por lo que concierne a la salud, que la libertad de cada uno de nosotros encuentra, o más bien debe encontrar (y aceptar) como límite insuperable el de la libertad y la salud de los demás. ¿Aprenderemos también que en emergencias, pero quizás en muchas otras circunstancias, la confianza interpersonal es un recurso crucial para la democracia y para una vida mejor?
Después del coronavirus no vamos a ser necesariamente mejores que ahora, si no aprendemos otra lección clara: todos estamos en el mismo barco de la globalización y nuestra vida depende, en un sentido amplio, de la calidad del medio ambiente y las modalidades (debería decir modalidades capitalistas, pero no quiero excluir a China, régimen totalitario de capitalismo de estado) del desarrollo. Al golpear a todos indiscriminadamente, una pandemia también puede reducir las desigualdades, como argumentó Walter Scheidel en un gran libro: El gran nivelador. La violencia y la historia de la desigualdad desde la era de Piedra hasta el siglo XXI. Si este es el caso, no sé en qué medida la satisfacción del resultado nos hará olvidar el dolor del precio que pagamos.
27/03/2020 Clarín.com Revista Ñ Ideas
Traducción: Andrés Kusminsky. ©Gianfranco Pasquino, autor del libro Bobbio y Sartori. Entender y cambiar la política (2019), próximamente traducido por Eudeba.







