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Sbagliato far finta di niente

Chi cade dall’alto fa molto più rumore. Ecco perché il crollo dell’affluenza elettorale in Emilia-Romagna (dal 68 % del 2010 al 37 % del 2014, se ne sono andati a spasso più di un milione di elettori) fa più rumore del declino, pure significativo in Calabria (dal 58,5 % del 2010 al 44 % del 2014). Inaspettato nelle sue dimensioni, l’astensionismo emiliano-romagnolo è ancora più preoccupante per quello che esprime. In una regione da sempre caratterizzata da alti livelli d’impegno e di partecipazione politica, viene un segnale, non casuale, ma voluto dagli astensionisti, di rifiuto dei candidati, dei partiti, dei loro mediocri programmi, della politica espressa negli ultimi quattro anni. C’è anche del disgusto per i rimborsi spese gonfiati e ingiustificabili e per la condanna in primo grado del Presidente uscente. Anche in Calabria le elezioni anticipate sono state prodotte dalla condanna definitiva del Presidente. Però, in Calabria il comprensibile disgusto per la politica è la conseguenza del cattivo governo locale. Potrebbe, persino, esserci qualcosa di più nell’astensionismo: una dichiarazione di irrilevanza del livello regionale di governo. Insomma, hanno sicuramente pensato centinaia di migliaia di elettori, queste regioni e i loro governanti non migliorano la qualità della nostra vita. Non sanno svolgere compiti essenziali: dalla sanità, inquinatissima in Calabria, al lavoro, alle infrastrutture.

Nel suo approfondito commento affidato, come al solito, a un tweet mattutino, Renzi spinge sotto il tappeto della vittoria in entrambe le regioni tutti i problemi che il non-voto segnala. Chi si contenta gode, buon per lui, ma male per gli italiani, per il suo governo e per lo stesso Partito Democratico. In Calabria, vince un esponente della più vecchia guardia, mentre il candidato Bonaccini, renziano di strettissima osservanza, vince la Presidenza dell’Emilia-Romagna lasciando per strada 300 mila voti. La Lega Nord di Salvini gongola perché la sua OPA ostile (offerta pubblico d’acquisto) sulla deterioratissima Forza Italia ha avuto successo. Tuttavia, la Lega non guadagna voti, ma ne perde 50 mila rispetto al 2010 (Forza Italia in piena rottura ne perde 400 mila). Per quanto Grillo ne abbia fatte (espulsioni varie di coloro che avevano contribuito al notevole successo iniziale delle Cinque Stelle) e non fatte (nessuna presenza in campagna elettorale né in Calabria, dove sostanzialmente viene cancellato, né in Emilia-Romagna), nella regione “rossa”il Movimento guadagna addirittura più di 30 mila voti, ma la sua percentuale, tra il 12 e il 13, rimane molto al disotto delle politiche del 2013.

Per qualche giorno, i politici s’interrogheranno sull’astensionismo. Poi passeranno ad altro, alle tematiche che appassionano (sic) gli italiani: una o più soglie di accesso al parlamento, quale percentuale per ottenere il premio di maggioranza, da darsi alla lista o alla coalizione…. Incurante del fatto che i molti voti perduti dal suo partito segnalano inevitabilmente anche grande insoddisfazione per lo scarso operato del suo governo e per i toni delle sue critiche alle organizzazioni intermedie, come la CGIL, Renzi dirà che bisogna andare avanti in fretta. Invece, gli astensionisti hanno detto che di riforme non ne hanno finora viste, che di annunci ne hanno sentiti abbastanza, che, soprattutto in Emilia-Romagna, credono che la democrazia è anche fatta di pluralismo associativo. Non bastano gli uomini soli al comando, come Renzi, o all’opposizione, come Berlusconi. I partiti personalisti possono anche vincere qualche elezione, ma non hanno cambiato e non cambiano la politica. Il ciclo di Berlusconi è finito, ma la sua ostinazione impedisce il rinnovamento di quel che resta di Forza Italia. In attesa del ciclo di Salvini, quello di Grillo continua anche se ad andamento lento poiché il leader delle Cinque Stelle non sembra più avere un progetto strategico. Il ciclo di Renzi ha subito una seria battuta d’arresto. Per coloro che ritengono che l’Emilia-Romagna sia stata un laboratorio democratico, dovrebbe crescere la preoccupazione proprio per lo stato della democrazia in Italia. E dove la democrazia funziona male la crescita economica risulta molto difficile.

Pubblicato AGL 26 novembre 2014

L’uomo solo al comando resta solo

Il fatto quotidiano

Intervista raccolta da Emiliano Liuzzi per Il Fatto quotidiano

Professor Pasquino, partiamo dalle reazioni? Renzi dice che l’affluenza non è la cosa più importante.

Mi sembra un commento post moderno. Post tutto. Post it, quegli adesivi che si attaccano e staccano. Poi si buttano.

Lei è il più autorevole dei politologi di quell’area che un tempo si chiamava sinistra. Ha insegnato ad Harvard. È stato anche parlamentare. Oggi è il critico più severo del suo stesso partito.

Non sono mai stato del Pd. Ma non c’entra niente. In Emilia Romagna ha votato la metà delle persone rispetto al 2010, e la percentuale era già bassa. Il Pd perde centinaia di migliala di dettori, non ha più iscritti e non si confronta più con la base. Non posso che essere critico.

Ma non è che perdere iscritti e voti rientri in un disegno lucido?

In un disegno sicuramente, quanto sia lucido non saprei. La sinistra si confrontava, interloquiva, era un grande movimento per questo motivo. Senza questo ha un uomo solo al comando che non si rende conto di essere destinato a rimanere solo e basta. Un giorno non avrà più nessuno.

Ha vinto Stefano Bonaccini. Può governare con un consenso che si aggira attorno al 16 per cento se calcoliamo gli astenuti?

Potrebbe farlo. Con una buona squadra che non risponda alle logiche di correnti. Ma non sarà così.

Cosa prevede?

Molti fiorentini, qualche nipote di Prodi. Questa sarà la giunta.

Si aspettava questi numeri?

No. Non pensavo sotto il 50 per cento.

Non le pare di rivivere i tempi in cui Guazzaloca si prese Bologna?

No, siamo di fronte a fenomeni diversi, allora il centrosinistra perse, questa volta comunque ha vinto. Di uguale c’era l’atteggiamento del partito, oggi arrivato al culmine. Mi spiego. Non era diversa la Bartolini quando parlava in maniera molto sprezzante di un macellaio come avversario. Quel macellaio era uno che aveva lavorato, Bartolini no. La stessa cosa è Bonaccini, uno che non ha mai lavorato se non nel partito, ma che non riesce a trattare con i suoi dettori, con la base che non c’è più. Scomparsa.

Era l’idea di Veltroni, più o meno. Giusto?

Era un percorso che ha prodotto questo.

Astenersi dal voto cosa vuol dire?

È il segnale peggiore. Vuoi dire che il tuo elettorato lo hai maltrattato, non l’hai ascoltato. Dentro o fuori dal cerchio magico è la logica renziana. Vuoi dire che non esiste democrazia.

Il Movimento 5 stelle ha vinto, come sostiene Grillo?

Ha guadagnato 30mila voti rispetto alle passate regionali. Questo è un dato che nessuno può negare. La protesta esiste, e si chiama Grillo, appunto. Chi pensava non esistesse più ha sbagliato. Da parte sua il comico genovese ci mette una assoluta incapacità conclamata nel guidare il movimento.

Forza Italia e Lega?

Il partito di Berlusconi paga la catastrofe di un’assenza di classe dirigente. La Lega non ha vinto. Ha perso 25mila voti rispetto al 2010.

Pubblicata il 25 novembre 2014

Scontento a cinque stelle

mondoperaio
dal mensile mondoperaio n 7/8 luglio/agosto 2014
Nelle elezioni europee del 25 maggio 2014 il Movimento Cinque Stelle ha perso circa due milioni e mezzo di voti rispetto a quelli ottenuti nelle elezioni politiche del febbraio 2013. Tirare in ballo la diminuita percentuale di votanti non cambia la sostanza. Infatti, nel migliore dei casi significa che una parte rilevante degli elettori del 2013 del Movimento hanno deciso di astenersi, vale a dire di non ripetere il loro voto di poco più di un anno prima. I voti contano e si debbono contare. Peraltro, sappiamo che, se il Movimento non fosse stato presente sulla scheda nel febbraio di un anno fa, una percentuale non marginale di elettori non sarebbe andata alle urne. Quindi, il loro “non ritorno”, nonostante l’esistenza di un’offerta politica a Cinque Stelle abbondantemente pubblicizzata, ha un chiaro significato politico. Per quanto fin troppo facili esistono due spiegazioni essenziali per la perdita di voti da parte del Movimento. La prima è che, dagli ex-elettori delle Cinque Stelle come da molti altri italiani, le elezioni europee sono considerate molto meno importanti delle elezioni politiche. Tuttavia, nel caso del Movimento, la violenta campagna di Grillo contro l’Unione Europea e la sua sfida agli altri partiti, in particolare, il PD, superato il quale di un solo voto, il Movimento avrebbe chiesto elezioni anticipate per mandare tutti (il Presidente Napolitano compreso) a casa, avrebbe dovuto mobilitare gli elettori “contro”. La seconda spiegazione è che nel Parlamento italiano e nella società, addirittura nei mass media che, pure, hanno dato enorme e abnorme spazio a qualsiasi elucubrazione, meglio se contorta e assurda, dei grillini, si è diffusa la sensazione che finora i deputati e i senatori delle Cinque Stelle abbiano offerto poca e mala rappresentanza degli interessi e delle preferenze dei loro elettori. Inevitabilmente, questa delusione si è tradotta in astensione. In altri tempi si sarebbe parlato di “voti in libera uscita”. A giudicare dalla percentuale di volatilità (volubilità) elettorale -quasi il 40 per cento degli elettori del febbraio 2013 aveva votato un partito differente rispetto alle elezioni precedenti-, siamo di fronte a una grande quantità di voti che sono in “libera circolazione”. Vanno, non dove li porta il cuore, ma dove li porta l’ira (e qualche volta l’ignoranza) nei confronti dei politici e della politica spoliticata. Quei voti, quegli elettori continueranno, ancora per qualche tempo, fintantoché il sistema dei partiti non si consoliderà in maniera decente, ad andare in giro fra le varie liste. Approderanno temporaneamente un po’ dappertutto, disposti a sperimentare qualsiasi “nuovo che avanza” (anche Matteo Renzi rientra in questa categoria), pronti a cambiare alle prime dolorose fitte provocate dall’ inadeguatezza degli eletti e dallo sconforto personale. Non mancherà nulla di tutto questo nei prossimi mille giorni, l’arco di tempo che, non più tarantolato dalla velocità giovanil-futurista, si è dato il Primo Ministro Renzi.

Naturalmente, i grillini, fra i quali metto un po’ di tutto: Grillo e Casaleggio, i parlamentari, gli attivisti e gli elettori, molti redattori e lettori del “Fatto Quotidiano”, qualche giornalista de “la Repubblica” e del “Corriere della Sera”, esultano per la conquista di Livorno, e ne hanno buone ragioni. Il doppio turno, ballottaggio oppure aperto, consegna agli elettori notevole potere. Prima a Parma poi a Livorno ne hanno fatto ottimo uso. Però, insieme a grandi opportunità, il doppio turno comporta altrettanta incertezza. Eh, no, l’incertezza non è quello che desiderano i grillini (ma non la vogliono neppure Berlusconi e neppure Renzi) che hanno prodotto, non sappiamo su quale base, con quali riferimenti, utilizzando quali testi e quali esperienze (però, non dovrei fare queste domande, imbarazzanti anche per la Ministra Boschi e per i suoi referenti), una proposta di legge elettorale sostanzialmente proporzionale con qualche ammennicolo per dare e per togliere preferenze ai candidati. Non importa entrare nei particolari salvo rilevare che tutte le leggi elettorali proporzionali contengono tre elementi. Primo, sono, per così dire, difensive. Impediscono a qualsiasi partito di vincere molto (e, comunque, attutiscono l’avanzata anche di chi cresce); consentono a chi perde di perdere poco; facilitano ad entrambi la scelta di non rischiare. Insomma, sono del tutto estranee alla logica dei sistemi elettorali maggioritari: winner takes all (che significa tutto il potere politico-decisionale, fatta salva l’autonomia delle istituzioni non governative, non tutta la roba, tutte le cariche, tutta la comunicazione politica). Con i sistemi proporzionali chi vince prende abbastanza (enough) potere, il resto se lo deve conquistare con proposte e accordi. Dunque, dalla loro preferenza per una legge elettorale proporzionale dobbiamo desumere che Grillo e gli attivisti del Movimento hanno silenziosamente messo da parte la loro smodata (sproporzionata!) ambizione, anche soltanto propagandistica, di diventare il partito di maggioranza assoluta. Vogliono tutelarsi per il futuro cosicché la loro proposta di proporzionale serve soprattutto, forse esclusivamente, a questo obiettivo. Il secondo elemento che tutte le leggi elettorali proporzionali contengono è una netta, forte, sostanzialmente irresistibile, spinta alla formazione di governi di coalizione. Anche con questo riferimento potremmo, dunque, interrogarci se Grillo e Casaleggio non abbiano finalmente deciso di fare politica, ovvero di passare dal “rumore e dal furore che non significano nulla ” (di politicamente rilevante) a esibire un po’ di “metodo nella follia” (tutta farina di Shakespeare).

La richiesta di incontro con il Partito Democratico, tardiva, ma non fuori tempo massimo deve, però, essere eletta anche come un segnale di debolezza. Qualcuno fra i parlamentari e gli attivisti ha capito, quindici mesi di irrilevanza hanno portato qualche consiglio, che con il Partito Democratico, se non lo si sorpassa e distrugge, bisognerà negoziare. Quanto abbiano ottenuto o otterranno non è possibile stabilire al momento. Al massimo è possibile dire che hanno creato un precedente e che i passi successivi potranno essere più facili, magari anche più produttivi.

Il problema dei grillini, i quali, finora, non hanno, fatta salva qualche distorsione del dibattito politico, contato quasi niente, è soltanto come uscire dal non splendido isolamento? Poco meno di una ventina di deputati e senatori hanno già votato con i piedi. Se ne sono andati dai loro gruppi parlamentari, inutilmente inseguiti dagli insulti di alcuni colleghi e dei sempre connessi sul web (ma totalmente sconnessi dalla politica). In verità, si direbbe che Grillo e Casaleggio non abbiano la minima idea di come entrare in gioco. Galleggiano a tentoni, adesso con la legge elettorale, prossimamente con qualsiasi incidente di percorso che la politica italiana offrirà e che il governo, in particolare, alcuni ministri/e incompetenti, riusciranno a provocare. Non tutti quegli incidenti e non sempre potranno essere risolti dal Presidente della Repubblica. Qui entrano in gioco alcuni fattori strutturali che l’effervescenza della politica italiana fa troppo spesso dimenticare ai commentatori e agli stessi politici. Il primo fattore strutturale è rappresentato dal declino di Berlusconi e dalla frammentazione del centro-destra.

Incapace di affrontare il problema fisiologico della sua successione, ma tuttora capace, grazie anche ai suoi pretoriani (il cerchio magico del risotto di Arcore), di impedire il ricorso a qualsiasi procedura anche vagamente democratica, Berlusconi sta trascinando a fondo Forza Italia e l’intero centro-destra. Parte consistente degli elettori cosiddetti moderati semplicemente non gli crede più, ma non pochi di quegli elettori, per il momento a livello locale, fanno qualche convergenza strategica sui candidati delle Cinque Stelle (da Parma alla citata Livorno). Lo sfaldamento del centro-destra spalanca praterie nelle quali anche le Cinque Stelle potranno fare incursioni. Il secondo fattore strutturale lo esprimo facendo ricorso a un detto inglese e capovolgendolo. Poiché nulla ha successo come il successo (nothing succeeds like success), allora la mancanza di successo produce altri insuccessi. Per di più, essendo il Movimento Cinque Stelle assolutamente personalistico, se il suo leader non s’inventa qualcosa di nuovo e di efficace, il declino, lento, oppure drastico, a seconda delle circostanze, è assicurato. Anche i migliori dei giullari perdono la verve, diventano ripetitivi e vedono le loro energie fisiche (e mentali) deperire. Il Movimento da loro creato, alimentato, ma mai consolidato, rischia lo sfaldamento oppure, non so se dire nel migliore o nel peggiore dei casi, finisce per diventare un partitino panda eventualmente protetto dalla proporzionale. Nessun giullare ha eredi designati/bili alla sua altezza. Non basteranno né i meet-up né le consultazioni on-line a risolvere il problema della leadership del Movimento Cinque Stelle.

Il terzo fattore davvero strutturale è rappresentato dalle eventuali, ma probabili perché promesse, dimissioni di Napolitano. La clausola che attiverà le dimissioni del Presidente è quella delle riforme fatte, in special modo la riforma elettorale. Paradossalmente, Grillo dovrebbe contribuire all’approvazione della riforma elettorale sperando di inserirsi nell’elezione presidenziale prossima ventura, magari con esito migliore di quella dell’aprile 2013. Naturalmente, imparata la lezione, potrebbe farlo andando a una discussione preventiva delle candidature presidenziali, non soltanto con gli attivisti, ma, soprattutto, con quello che è il gruppo parlamentare più grande, ovvero il Partito Democratico.

Senza esagerare nell’attribuire raffinata consapevolezza politica ai grillini e ai loro capi, ma neppure al circolo giovanilistico giunto alla guida, pardon, al comando del Partito Democratico, entrambe dovrebbero sapere che si stanno giocando due partite. La prima è quella, classica in Italia e molto nota, dell’esercizio dei poteri di ricatto, di condizionamento, di intimidazione. Grillo sente che questa partita la sta perdendo, ma non sa quali sono i costi del giocare fino in fondo la partita della coalizione che comincia con la dimostrazione di disponibilità. La seconda partita molto più importante e molto più difficile per tutti (meno che, al momento, per Renzi), è quella della ristrutturazione del sistema partitico e della competizione politica. Il termine che gli italiani utilizzano per la seconda partita è bipolarismo. Se Grillo si chiama fuori, e chiama fuori i suoi cacciando fuori i dissenzienti, il rischio è che le grandi intese continuino stancamente riproducendosi a scapito di scelte politiche limpide, responsabilizzate, valutabili dagli elettori. Se Grillo mette i piedi nel recinto della politica competitiva, il suo movimento rischia, proprio così, un ruolo, più incisivo dell’attuale, ma inevitabilmente subordinato al 40,8 per cento del Renzi vittorioso. Aspettare tutta la legislatura per scegliere e agire di conseguenza non si può. Scelta e non scelta annunciano l’ arrivo dell’inverno dello scontento di molti grillini.

copertina mondoperaio maggio

E ora Renzi onori le promesse

I voti non cadono dal cielo. Soprattutto quando sono tanti, come quelli conquistati dal Partito Democratico di Renzi, hanno motivazioni diverse. Per lo più si basano su cose fatte e cose promesse. Le cose fatte che Renzi ha potuto presentare all’elettorato italiano non erano molte, ma significative. In particolare, ha contato la restituzione in busta paga per i redditi da lavoro bassi di 80 Euro al mese almeno fino alla fine del 2014. Anche il tetto agli stipendi dei manager di Stato è stato valutato positivamente dagli elettori così come la battaglia iniziata per cambiare la legge elettorale, per ridimensionare il Senato, per abolire le province. L’elettorato non si è interrogato sulla qualità, che rimane molto dubbia di queste riforme, ma ha apprezzato la volontà di farle. Anche se, in generale, la campagna elettorale non ha dato grande spazio alle tematiche precipuamente europee, non soltanto gli italiani hanno riflettuto sul voto che dovevano dare, ma hanno evidentemente valutato positivamente la campagna del PD e del suo segretario sul territorio nazionale che esprimeva una visione europeista superiore a quella degli altri concorrenti (compresa la protesta, priva di una seria proposta, urlata da Grillo).
Molti voti significa da adesso in poi anche accresciute responsabilità per Renzi, Presidente del Consiglio. Dovrà, anzitutto, portare a livello europeo, come capo del più ampio gruppo singolo di parlamentari nel Partito Socialista Europeo, le sue proposte, non di allentamento del rigore di bilancio, ma di lancio di progetti di crescita. Nessuno morirà se saremo più austeri, ma coloro che hanno poche risorse e che non trovano lavoro continueranno a stare male. L’agenda di Renzi, nel semestre europeo di cui sarà Presidente a partire dal 1 luglio, deve mirare a fare “cambiare verso” anche alle politiche dell’Unione Europea. Questa è una priorità per sfruttare i timidi segnali di crescita intravisti dall’abitualmente molto cauto Mario Draghi, Governatore della Banca Centrale Europea. Nuove politiche europee incroceranno quello che in Italia si chiama Jobs Act, ovvero una regolamentazione più flessibile delle politiche del lavoro, delle assunzioni e degli eventuali licenziamenti. Soltanto con più lavoro, in varie forme, per tutti, sarà possibile che l’Italia riprenda a crescere (è ferma da quasi dieci anni) e abbia altre risorse da dedicare a investimenti in istruzione e sviluppo che stabilizzino la crescita, riducano la disoccupazione e ridimensionino il precariato.
Il PD di Renzi ha strappato voti, molti dei quali dei giovani, al Movimento Cinque Stelle. La risposta sul piano del lavoro è la migliore per mantenere e consolidare quell’elettorato. La terza cosa da fare riguarda, anche perché fin troppo spesso Renzi ha detto con toni di ricatto e ultimativi di “metterci la faccia”, l’assetto istituzionale. Sulla diagnosi non c’è oramai quasi più nulla da discutere: sia la legge elettorale sia l’assetto istituzionale sono bizantini e vanno anche drasticamente semplificati. Sulle proposte, invece, rimane molto da lavorare e non soltanto in maniera opportunistica, vale a dire cambiando qualcosa perché il sistema dei partiti del dopo elezioni europee appare piuttosto diverso da quello di pochi giorni fa (ma i numeri in parlamento rimangono invariati). Soltanto la Democrazia cristiana in Italia è riuscita a ottenere percentuali di voto intorno al 40 per cento, ma il consenso al PD di Renzi non è di stampo democristiano. Certamente, l’elettorato del Partito Democratico è interclassista, un elettorato di popolo e certamente desidera una guida di governo stabile e sicura. Altrettanto certamente, questo elettorato vuole le riforme, quelle mancate dal centro-destra, quelle promesse da Renzi. Stabilizzato e legittimato da una prova elettorale nazionale il suo governo, il Presidente del Consiglio non deve sentire nessuna urgenza. La fretta è una pessima consigliera di cui il Presidente del Consiglio può felicemente fare a meno. Ha il consenso politico e il tempo necessario per progettare cambiamenti di lunga durata. Anche se la politica italiana ha spesso aspetti di grande volubilità, è possibile affermare che il futuro del governo di Renzi è nelle sue mani.

Pubblicato AGL 28 maggio 2014

Europa, dove sei?

Al marziano inopinatamente capitato in Italia non è chiaro che tipo di campagna elettorale sia in corso. Da un lato, in questo abbastanza vicini, perché entrambi piuttosto irritati e con preoccupazioni differenti, Renzi e Berlusconi stigmatizzano il buffone-pagliaccio Grillo. La “marcia su Roma” (ma non sarebbe preferibile marciare su Bruxelles?) l’ha già fatta lui, con successo, sostiene il Berlusconi, adesso solo temporaneamente confinato ai servizi sociali a Cesano Boscone. Dall’altro lato, sta Grillo che con linguaggio scurrile deride un po’ tutti, ma soprattutto Renzi e proclama che lui, Grillo, è già “oltre Hitler”, ma non precisa dove è effettivamente arrivato. Quei non molti elettori italiani che stanno cercando di informarsi su quale sia la posta in gioco nell’elezione del Parlamento europeo, ricevono informazioni non positive riguardo alla non superata depressione dell’economia italiana che, certamente, non è responsabilità dell’Unione Europea o dell’Euro, e neanche dei migranti, come vorrebbe fare credere il neo-segretario leghista, l’ipersemplificatore Matteo Salvini.

La maggioranza degli elettori italiani prestano, come è oramai loro abitudine da parecchie elezioni a questa parte, pochissima attenzione. Si sintonizzeranno con la campagna elettorale soltanto due o tre giorni prima del voto. Alla fine, in buona sostanza, sceglieranno non con riferimento a tematiche europee che rarissimi candidati hanno trattato, illustrato, spiegato, ma in base alle loro preferenze partitiche espresse poco più di un anno fa. Dimenticheranno gli insulti reciproci fra dirigenti con poche idee che hanno sentito con fastidio. Guarderanno allo stato dell’economia, forse con minore preoccupazione di un anno fa e molti saranno lieti di constatare che la loro busta paga e quella dei loro parenti e amici è stata rimpinguata con 80 utili Euro. Altri, forse si chiederanno che cosa hanno fatto degno di nota i parlamentari nazionali delle Cinque Stelle, ma non è detto che la sostanziale irrilevanza politica dei pentastellati cancelli le ragioni della protesta e dell’irritazione nei confronti della classe politica nel suo esempio.

A contrastare tutto questo sembra, però, che il Presidente del Consiglio, attivissimo sul territorio e loquacissimo, sia riuscito a convincere alcuni elettori insoddisfatti, ma attenti, che lui è davvero l’unico nuovo che avanza, per di più veloce. Magari non ha le soluzioni per tutto, ma, sembra pensare una fascia di elettori, merita un’apertura di credito. Se non lui, chi? In effetti, Renzi è alla ricerca di un successo personale che legittimi il suo ingresso a palazzo Chigi da extraparlamentare che non ha superato nessun passaggio elettorale. Proprio perché Berlusconi continuerebbe ad essergli utile come interlocutore per le difficili riforme istituzionali, Renzi non lo sceglie come principale avversario. La competizione elettorale è diventata quasi un duello, verbale, fra Renzi e Grillo. Entrambi sanno dove cercare i voti aggiuntivi. Grillo li vuole strappare agli insoddisfatti del PD. Renzi vuole raggiungere soprattutto i giovani che sono il grande serbatoio dell’insoddisfazione che guarda alla protesta (di Grillo) piuttosto che alla sua proposta di riforme annunciate. Al momento, le asticelle, come si dice nel lessico politico-giornalistico, sono quattro: Alfano e il suo Nuovo Centro destra mirano ad andare alquanto al di sopra del 4 per cento, almeno fino al 6. Berlusconi si augura di giungere nei pressi del 20 per cento. Grillo è convinto che replicherà il suo 25 per cento del 2013, e più. Renzi ha assoluto bisogno di portare il Partito Democratico al di sopra del 30 cento. Tutti si lamentano che si parla poco dell’Europa e che l’Italia finirà per contare ancora meno a Bruxelles, ma, finora, nessuno ha saputo cambiare decisamente rotta (dovrei scrivere “verso”?). Peccato perché il destino dell’Italia starà anche nelle mani del prossimo Parlamento europeo e della Commissione europea, entrambi decisivamente plasmati dall’esito del voto del 25 maggio.

Pubblicato AGL 19 maggio 2014

La sostenibile lentezza delle riforme

Le riforme elettorali e costituzionali, non le fa, nonostante la sua affidabile cultura in materia, il Presidente della Repubblica. Proprio per la loro mancanza di cultura, che esibiscono quasi quotidianamente, non riusciranno a farle neppure Renzi e Berlusconi. Il loro tanto sbandierato accordo del Nazareno (absit iniuria verbis), al quale ciascuno rimprovera l’altro di non tenere fede, era fondato non sulla prospettiva complessiva di migliorare il funzionamento del sistema politico italiano e la qualità della nostra democrazia, ma sui vantaggi personali e particolaristici che i leader dei due partiti si proponevano. Adesso che i vantaggi sembrano essere di gran lunga più aleatori, anzi, quasi si sono già trasformati in svantaggi, uno dei due, ovvero Berlusconi, inevitabilmente è costretto a ripensarci. Quanto a Renzi, forse, sarà costretto a tornare, certo a tutta velocità, sui suoi passi dai senatori del Partito Democratico e, chi sa, anche dal Presidente Napolitano finora persino troppo silente su tematiche tanto delicate che attengono persino al suo ruolo e ai suoi compiti. Davvero il Presidente pensa che sia cosa buona e utile per il Senato che tocchi a lui nominare addirittura ventuno senatori e per gli ex-Presidenti, lui compreso, andare a fare il “deputato a vita”?  Almeno questi elementi di folclore istituzionale dovrebbero essere subito cestinati.

Quel che non né possibile né auspicabile cestinare vuoi per la resuscitata Forza Italia (alla quale, ovviamente, Berlusconi cercherà di trovare non pochi alleati nel centro-destra) vuoi per il Partito Democratico di Renzi, è la riformetta  elettorale pensata per produrre ampie maggioranze alla Camera dei Deputati. Adesso, poiché sembra più che probabile che le Cinque Stelle del Grillo riusciranno nell’evento epocale di diventare il secondo partito in occasione delle elezioni elettorali (e non è neppure il caso di sottovalutarne il potere attrattivo di altre “debolezze” politiche), logicamente Berlusconi non ci sta più e scopre l’incostituzionalità dell’Italicum tanto simile al suo affezionato Porcellum. Scopre anche, ma non era difficile farlo, che, persino a prescindere dalla sua elettività o no, la riforma del Senato è un pastrocchio che malissimo si concilia con una Camera consegnata a una maggioranza elettorale che potrebbe essere appena superiore al 37 per cento dei votanti. Dunque, nel gergo giornalistico, Berlusconi è pronto a fare saltare il banco. Ci è già riuscito nel passato.

In verità, per il momento Berlusconi vuole dimostrare che lui, anche se affidato mezza giornata alla settimana ai servizi sociali, conta su tutto il resto della settimana per i “servizi” politici e peggio per chi lo ha furbescamente recuperato quale interlocutore privilegiato. Vuole anche impedire a Renzi di vantarsi a scopi di campagna elettorale per il Parlamento europeo di avere già fatto l’importante riforma del Senato anche se sarà solo la prima lettura di quattro. Infine, dimostrata la sua perdurante influenza politica, Berlusconi vuole alzare il prezzo anche se ancora non sa che cosa gli potrebbe convenire vendere o scambiare. Se arrivasse malamente in terza posizione alle elezioni europee, allora vorrà quasi certamente dare l’addio all’Italicum e la riforma elettorale (che definirei il Sisiphum) dovrà ricominciare da capo (altro che andare ad impraticabili elezioni nel semestre italiano di Presidenza europea, come ventilano gli arrembanti renziani!) nella consapevolezza che ci sarebbe la grande opportunità di fare meglio. Insomma, in questo caso il tempo non è tiranno. Anzi, da un lato, consente di riflettere senza snobbare pareri autorevoli, fra i quali, mi auguro, ascolteremo alto e forte anche quello del Presidente Napolitano; dall’altro, incanala il dibattito e le soluzioni a tenere in grande conto che la riforma di un sistema politico non si cucina come uno spezzatino, ma richiede una visione sistemica. Non tutto il male, in questo caso rappresentato da un’ingiustificabile fretta, viene per nuocere, ma il bene, vale a dire, le buone riforme, bisogna, comunque, saperle congegnare con sostenibile lentezza.

Pubblicato AGL 27 aprile 2014

Il predicatore disarmato

Non un re, ma un predicatore disarmato: così è apparso il Presidente Napolitano nel suo ottavo discorso di Capodanno. La troppo frequentemente utilizzata metafora del re è assolutamente inappropriata. Da un lato, Napolitano è stato democraticamente eletto e rieletto da due parlamenti diversi per composizione politica e demografica, con il secondo parlamento, l’attuale, significativamente ringiovanito. Dall’altro, non soltanto non desiderava la rielezione e non l’ha in nessun modo sollecitata, ma la aveva anche dichiarata inopportuna per ragioni istituzionali e personali. Lo ha ribadito nel suo più del solito asciutto, sobrio, severo discorso di Capodanno annunciando (non minacciando) anche la sua intenzione di andarsene quando la situazione italiana sarà migliorata, quando la sua pres(id)enza non sarà più necessaria. Non essendo un re, Napolitano non ha un erede designato ed è lecito dubitare che il Parlamento partorito dal Porcellum incontrerà enormi difficoltà, notissime al Presidente, nell’elezione del suo successore: una ragione in più per non uscire frettolosamente di scena.

Non un re, ma un predicatore il quale, però, è disarmato. Deve agire, e Napolitano lo sottolinea puntigliosamente, ma senza astio, subendo una “campagna calunniosa di ingiurie e di minacce”, sostanzialmente prive di fondamento e addirittura ridicole. I suoi comportamenti, anche i più innovativi e sorprendenti  non hanno mai travalicato i limiti dei suoi poteri costituzionali. Contrariamente ai suoi disinvolti e supponenti critici, giunti a sventolare la carta della messa in stato d’accusa, Napolitano conosce quei limiti e anche le opportunità molto meglio di tutti loro, compresi i giuristi “presidenziabili” secondo  Grillo e Travaglio. Lo ha dimostrato in più occasioni, la più recente delle quali è sfociata nella riscrittura ad opera del governo di un deprecabile decreto, da lui subito respinto. Lo dimostra sostenendo il governo contro tendenze destabilizzanti e distruttive che renderebbero impossibile formulare disegni di ripresa che hanno bisogno di un orizzonte più lungo. E’ la concezione che Napolitano ha dell’unità nazionale, inevitabilmente non condivisa dalla neanche troppo strana coppia dei leader extraparlamentari Grillo e Berlusconi,  che motiva la sua convinzione che le scelte del governo debbano essere lungimiranti e continuative.

Come molti si aspettavano e avevano fin troppo facilmente previsto, il Presidente ha giustamente insistito sulla necessità di riformare la politica e le istituzioni, a cominciare dalla legge elettorale. Peccato che, dopo avere sottolineato il ruolo centrale del Parlamento, il Presidente abbia detto che non spetta a lui indicare concretamente e precisamente i contenuti delle riforme da fare. Eppure sarebbe davvero importante sentire dalla sua voce (o dalla sua penna, con un solenne Messaggio al Parlamento)quale legge elettorale consentirebbe di avere un Parlamento migliore, di dare vita ad una dialettica politica fatta di confronto di idee e di proposte, di restituire potere agli elettori, di costruire governi stabili e duraturi. Non basterà il sacrificio dei cittadini italiani di cui il Presidente ha letto alcune lettere accorate nel tono, molto civili nella sostanza. Sarà certamente utile il coraggio di innovare da parte di molti imprenditori. Tuttavia, se non cambiano profondamente le modalità di fare politica in Italia non sarà possibile sfruttare l’importante occasione del semestre italiano di Presidenza in Europa, quell’Europa dei valori e dei diritti nella quale Napolitano crede profondamente. Quell’Europa che costituisce un altro dei temi che lo separano dai suoi critici, più o meno populisti, certamente ignoranti e manipolatori. L’esercizio presidenziale di moral suasion continua con tenacia, sostenuto dalla convinzione che qualche volta le idee riescono a fare breccia nel muro di gomma del potere, che i predicatori disarmati riescono ad avere successo. Gli italiani e il governo sanno di potere contare sulla competenza costituzionale e sulla saggezza politica del Presidente. A ognuno la sua parte.

La democrazia che funziona

Caso Berlusconi. La Magistratura ha seguito e attuato tutte le regole, e sono tante, secondo alcuni anche troppe. La Presidenza della Repubblica ha chiarito come e perché bisogna chiedere e si potrebbe anche ottenere la grazia. Il Senato ha esaminato con calma gli atti necessari per accertare la decadenza di un Senatore noto per il suo assenteismo. Forse, i senatori avrebbero potuto fare a meno di ricorrere al voto palese, che è una sconfitta della coscienza dei parlamentari che non si fidavano reciprocamente e crea un brutto precedente. La democrazia italiana ha dimostrato di avere tutti gli anticorpi necessari per resistere al potere mediatico, al potere economico e al potere delle piazze (che, ovviamente, è difficile esercitare con tacchi 12 o 14). Dunque, questo mercoledì 27 novembre è stata una buona giornata. Adesso guardiamo a  tutti i problemi politici, dei partiti e dei loro dirigenti. I due capi dell’opposizione: Grillo e Berlusconi sono extraparlamentari. Sono anche antiparlamentari, per loro scelta, e, potenzialmente, eversivi. Il probabile futuro capo del partito più grande al governo sarà anche lui un extraparlamentare. E costoro dovrebbero difendere la democrazia parlamentare italiana? E costoro dovrebbero formulare proposte per migliorarne il funzionamento?