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Orecchio a terra? In piedi, con la schiena diritta! #GiuseppeConte

Molti s’interrogano su quello che il Presidente del Consiglio Conte sente del popolo quando appoggia, come ha dichiarato martedì sera nella trasmissione televisiva di Floris, appoggiando l’orecchio per terra. I grandi capi pellerossa sentivano arrivare i pericoli, cioè, i soldati USA che, gradualmente, li annientarono. Invece, il Presidente del Consiglio non riesce a sentire le documentate critiche della Commissione Europea e dei Ministri dell’Economia degli Stati-membri dell’Unione alla manovra economica di Di Maio e Salvini (ai quali si potrebbe aggiungere Tria, ma non lui che in materia non ha detto nulla). Non riesce a sentire che da più parti, anche dal popolo, per esempio, quello, spesso evocato, delle partite IVA, provengono critiche alla costosissima combinazione “reddito di cittadinanza più flat tax” che poco spazio lascerà a un’equilibrata riduzione delle tasse. Il popolo che Conte sostiene di ascoltare si è diviso di recente sulla prescrizione dei processi con quello grillino chiaramente contrario a lasciare fare il bello e il cattivo tempo agli avvocati di clienti danarosi che la tirano per le lunghe e quello leghista che, tacitato da Salvini, a sua volta incline a non rompere con Berlusconi su un tema di grande interesse per il leader di Forza Italia (ottanta per cento dei suoi processi sono andati prescritti a legislazione vigente), è per toccare l’argomento solo in maniera cosmetica. I corposi interessi del popolo imprenditoriale e industriale, ma anche operaio che sta nell’elettorato della Lega, vorrebbero che le Grandi Opere: dalla TAV alla ricostruzione del Ponte Morandi si facessero davvero e presto. Quel popolo lì Conte lo sente poco. La sua posizione sulla TAV non è nota e di pressioni sul Ministro pentastellato alle Infrastrutture e ai Trasporti Danilo Toninelli nessuno ne ha viste. Eppure, una parte di popolo piemontese e genovese segnala urgenze e vantaggi. Le parole e le proteste di quel popolo Conte non sembra sentirle. L’avvocato del popolo procede come fanno i populisti: quelli che stanno con il leader, ma in questo caso con la coppia Salvini-Di Maio, sono il popolo buono di cui lui sarà l’avvocato. Tutti gli altri, in particolare, giornalisti e intellettuali, banchieri e burocrati, europei, ma anche italiani, quelli annidati negli Uffici bilancio di Camera e Senato e nel palazzo del Ministero dell’Economia, sono il popolo cattivo. Sarebbe utile, anche se difficile, sapere dal Presidente del Consiglio elogiatore di Trump, se il popolo al quale appartiene la sovranità non sia piuttosto un’entità fatta di cittadini ai quali il capo del governo dovrebbe offrire non banalità e pensieri rosa, ma una guida. Per i quali dovrebbe rappresentare non un garante che modera i conflitti, forse, comunque, inevitabili fra Movimento 5 Stelle e Lega, ma colui che offre soluzioni perché ha le conoscenze e il potere per scegliere e decidere, senza appoggiare l’orecchio a terra, ma, in piedi, con la schiena diritta.

Pubblicato AGL 8 novembre 2018

Apprendisti riformatori sul palco

Le approssimative conoscenze costituzionali del Movimento 5 Stelle, del loro fondatore Grillo, del loro guru Casaleggio si accompagnano a proposte improvvisate. Possono anche sembrare gravi, come l’impeachment che Di Maio voleva lanciare contro il Presidente Mattarella sicuramente “reo” di rispettare e imporre il rispetto della Costituzione anche nella fase di formazione del governo. Poi è venuto Casaleggio a dichiarare la probabile futura inutilità del Parlamento che sarà essere sostituito da qualcosa tecnologicamente più avanzato e più moderno, per esempio, perché no?, dalla sua piattaforma Rousseau. Infine, Grillo ha scoperto come domare il Presidente della Repubblica: togliendogli la Presidenza del Consiglio Supremo di Difesa e del Consiglio Superiore della Magistratura nonché il potere di nomina dei Senatori a vita. Sono subito insorti i difensori della Costituzione, ma, francamente, non ne vale proprio la pena anche perché l’abolizione dei senatori a vita, frequentemente e variamente proposta, non sarebbe certo una diminuzione della democraticità del sistema politico italiano. Grillo ha forse voluto mandare un avvertimento al Presidente Mattarella: “non ti mettere di traverso alla manovra”. Infatti, è proprio autorizzando o no i disegni di legge del governo e promulgandoli o no che il Presidente della Repubblica italiana esercita in maniera visibile reale potere istituzionale e politico. La maniera non visibile, ma non meno efficace, consiste nelle comunicazioni informali fra i Palazzi. Il Presidente italiano, in quanto rappresentante (art. 87) della “unità nazionale” ha il dovere, oltre che il diritto, di valutare nelle sue linee generali se quanto il governo fa o si propone di fare va o no a scapito dell’unità nazionale, della coesione, del benessere. L’ha fatto sapere più volte in questi mesi nei suoi discorsi ufficiali con riferimenti felpati, ma limpide alle avventurose politiche di Di Maio e Salvini. A proposito di queste politiche, non è affatto detto che, solo perché le loro linee generali sono contenute nel “Contratto di governo”, debbano necessariamente essere accettate anche danneggiano l’economia e violano impegni presi con l’Unione Europea.

Più di tutte le parole di Di Maio, Grillo, Casaleggio, comunque criticabili per faciloneria e esasperazioni, contano le proposte ufficiali che il Movimento ha concretamente avanzato: riduzione di un terzo dei parlamentari e introduzione del referendum propositivo. Di quest’ultimo, utile potenziamento di democrazia diretta, esistono tracce nelle Commissioni Riforme Istituzionali fin dal 1983. La riduzione del numero di parlamentari andrebbe motivata, non solo con esigenze risparmiose: ridurre i costi della politica, ma anche con riferimento a miglioramenti nel funzionamento del Parlamento e della rappresentanza politica per la quale, però, ci vorrebbe una riforma decente dell’attuale legge elettorale indecente. Ma, forse è già chiedere troppo a riformatori pentastellati, non stellari.

Pubblicato AGL il 23 ottobre 2018

Attenti ai giocatori d’azzardo

C’è qualcosa di preoccupante sia nei numeri del Documento Economico-Finanziario sia nelle reazioni con le quali Di Maio e Salvini lo difendono e contrattaccano. Dal Fondo Monetario Internazionale ai Commissari dell’Unione Europea preposti a valutare le scelte di bilancio dei singoli Stati-membri, dagli Uffici appositi del Parlamento italiano alle agenzie di rating (nelle quali, è opportuno sottolinearlo, lavorano molti italiani reclutati con riferimento alle loro competenze), tutti hanno evidenziato due punti. Primo, ci sono evidenti violazioni degli impegni presi a Bruxelles. Secondo, non c’è nessuna garanzia che la “manovra” porterà in tempi brevi alla crescita economica e alla riduzione del debito pubblico. Al contrario. Qualcuno si ricordi che le previsioni di Salvini sono crescita del 2 per cento per il 2019 e del 3 per cento per il 2020 contro le previsioni, poco più dell’1 per cento, delle agenzie specializzate. Di Maio replica affermando che la manovra è “coraggiosa”. Salvini afferma che, dovendo scegliere fra quello che dicono le autorità europee e gli interessi italiani, preferisce dare la preminenza ai secondi: “non torneremo indietro”.

Finora i critici, nella politica e nei mass media, ma anche nel mondo sindacale e imprenditoriale, si sono limitati a notare che la manovra è una scommessa e che i conti non tornano a meno che, per l’appunto, la crescita economica (che è il vero punto dolente) non vada parecchio al disopra delle previsioni. Criticabili sono non soltanto il contenuto delle affermazioni dei governanti, ma anche il loro linguaggio e la loro incoscienza delle conseguenze. La manovra non si merita affatto l’aggettivo “coraggiosa”. È come minimo azzardatissima, ma anche irresponsabile. Chi si ostina a non confrontarsi con le previsioni, a non prendere in considerazione anche l’eventualità di conseguenze negative e accetta che il debito pubblico aumenti e lo spread salga, che è la posizione di Salvini, si comporta ugualmente in maniera irresponsabile.

Perseguire gli interessi degli italiani, del Nord e del Sud, con Salvini che vuole condono fiscale e flat tax e Di Maio reddito di cittadinanza e riduzione delle pensioni cosiddette d’oro, non solo è un’operazione di alta acrobazia, ma non offre nessuna garanzia riguardo al miglioramento reale della situazione degli italiani che, invece, si troveranno impoveriti quantomeno da mutui più cari e dall’aumento del costo del denaro, che non avranno più posti di lavoro poiché non tutti i posti di lavoro liberati dal capovolgimento della riforma andranno ai giovani. La manovra che sta per arrivare sulle scrivanie di Bruxelles e al Parlamento italiano sembra destinata a incidere negativamente sul benessere degli italiani e dei loro figli. Di Maio e Salvini più che capitani coraggiosi sembrano giocatori d’azzardo che scommettono molto rischiosamente, ma con il denaro degli italiani.

Pubblicato AGL il 17 ottobre 2018

Il premio Nobel ai due vicepremier

Cari Di Maio e Salvini.

sono davvero dispiaciuto che non vi sia stato assegnato il Nobel per l’Economia. Credo che la spiegazione prima stia nel provincialismo e nel settarismo dei norvegesi e degli svedesi. Dentro e fuori l’Unione Europea, entrambi s’ostinano a pensare che bisogna rispettare gli impegni presi. Sono pieni di pregiudizi, convinti che gli italiani, oramai più mediterranei degli spagnoli e dei portoghesi, siano propensi all’ozio improduttivo e felice che impedirà qualsiasi riduzione del debito pubblico (attualmente al 130% del PIL) e quindi richiederà molti soldi per pagare gli interessi sui prestiti. Effettuano una comparazione un po’ azzardata con i loro debiti pubblici: 29% in Norvegia; 42,2 in Svezia. Che sia questa la ragione per la quale ai “mercati” non passa mai per la testa di speculare contro quei due paesi? Neppure George Soros, evocato da Salvini, per fortuna senza aggiungere il “finanziere ebreo”, specula contro la Danimarca che, piccola com’è, sarebbe un bocconcino facile facile da mangiare e deglutire. Il fatto è che i “fondamentali” danesi sono in ordine, mentre gli italiani sono un po’ balzani. Sostiene il ministro Tria che si raddrizzeranno in futuro quando la manovra farà impennare il tasso di crescita dell’economia italiana. Qui, però, tornano i mercati che, debbo proprio dirvelo, sono fatti da operatori economici dei più vari tipi. Quegli operatori, fra i quali ci sono parecchi italiani, hanno come compito istituzionale, non quello, come sembra crediate voi, di rovesciare i governi, ma di fare investimenti redditizi per i loro committenti e anche per le loro spesso laute commissioni. Non appena subodorano che qualche governo di qualche paese, nonostante i consigli, gli avvisi, le indicazioni della Commissione Europea che proprio non vuole sovrintendere a guai economici, fa il furbo e scommette su implausibili prospettive positive, ne traggono le conseguenze. Così sale lo spread poiché il divario di rendimento fra i buoni del Tesoro italiani e, soprattutto, ma non solo, quelli tedeschi, significa che comprare i buoni italiani diventa rischioso. Investitori/speculatori e agenzie di rating sono i poteri forti di cui voi denunciate le manovre? Difficile dirlo, ma dovrebbe essere facile anche per voi, al fine del conseguimento del Premio Nobel 2019 quando le vostre manovre rilanceranno l’economia italiana verso vette inusitate, capire che investitori e valutatori sono interessati a guadagnare, non a gufare e meno che mai a puntare su disastri economici. Però, se i disastri ci sono o diventano probabili, allora, sì, puntano il loro denaro per vincere. Adesso che ne sapete di più, potreste rifare due conti. Grazie e auguri.

Pubblicato AGL il 10 ottobre 2018

Europa ostile? No, Italia poco credibile

La Commissione Europea è nemica dell’Italia, come diversamente sostengono, Di Maio e Salvini? La Commissione Europea privilegia qualche paese forte, ad esempio, Germania e Francia, consentendo loro quel che nega all’Italia? La Commissione Europea è fatta di burocratici e tecnocrati privi di legittimità democratica, come disse anche Matteo Renzi quando fu Presidente del Consiglio? La risposta, chiara e inequivocabile, a ciascuna delle domande è “no”. La Commissione è composta non da burocrati e tecnocrati, ma da uomini e donne che hanno avuto una carriera politica in ciascuno degli Stati-membri e che hanno anche ricoperto cariche istituzionali importanti, persino, di capi dei rispettivi governi. Non eletti, ma nominati dai governi dei rispettivi paesi, che sono espressione di elezioni libere e competitive, i Commissari godono di legittimità democratica ancorché indiretta. Infine, sono entrati in carica superando un vero e proprio esame ad opera dei parlamentari europei che ne hanno valutato sia la competenza per il settore al quale sono stati designati (per esempio, il tanto temuto e avversato Pierre Moscovici, Commissario all’Economia, è stato ministro socialista delle Finanze; Dombrovskis, Commissario alla stabilità finanziaria è stato Primo ministro della Lettonia) sia la loro propensione ad agire a favore dell’unificazione politica dell’Europa. Quando Moscovici dichiara che l’Italia ha un governo euroscettico e xenofobo, non parla a vanvera, come replica Salvini, ma offre una sua valutazione, non dell’Italia, ma di quanto Di Maio e Salvini dicono, si ripromettono, fanno. La domanda è, semmai, perché Moscovici si espone in modo così plateale. Certo, né lui né altri Commissari farebbero affermazioni simili per Francia e Germania perché, visibilmente, nessuno dei due paesi ha governi e governanti euroscettici che praticano politiche informate dalla xenofobia. Quanto al presunto trattamento di favore, qualche volte ricevuto da Germania e Francia, ma, va subito aggiunto, non dalla Grecia, non dal Portogallo, non dalla Spagna, nel primo caso, la Commissione agì con il consenso degli altri Stati-membri. Quanto alla Francia, i suoi “fondamentali” economici appaiono molto migliori di quelli italiani e, giustificano un trattamento basato sull’alta probabilità che i francesi rientreranno presto nei criteri e nelle regole che debbono rispettare. Qui sta il punto centrale che spiega gli atteggiamenti e le affermazioni della Commissione riguardo all’Italia. La premessa è già stata stigmatizzata poco tempo fa dal Presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi. In Italia, i ministri e i capi dei partiti al governo parlano troppo, mandano messaggi contrastanti, le loro parole rivelano incertezze economiche preoccupanti e irritanti per i mercati, gli investitori, i Commissari preposti a fare valere le regole. Disattendendo gli impegni presi nel passato, su debito pubblico e deficit, gli italiani hanno perso parecchio della loro credibilità. E i Commissari europei non possono non dirlo forte e chiaro.

Pubblicato AGL il 5 ottobre 2018

Due capitani spregiudicati al Governo

Di Maio annuncia l’ingresso dell’Italia in una fase epocale. La manovra, che tra domani e venerdì dovrà essere resa nota dal Ministro dell’Economia, sarà “coraggiosa”. Per Di Maio, il coraggio consiste nel non tenere conto del limite di deficit dell’1,6 per cento, al quale l’Italia si era impegnata con la Commissione europea, per andare, sembra, fino al 2,2 per cento. I “pavidi” sono il Ministro Tria e i tecnici del suo ministero che si ostinano a sostenere che con la finanza pubblica bisogna usare prudenza. In effetti, molti continuano a non capire che cosa ci possa essere di coraggioso nel violare gli impegni presi e nello spendere più soldi di quelli disponibili per un paese che ha un debito pubblico altissimo (più del 130 per cento del Prodotto Interno Lordo) e un tasso di crescita bassissimo (1,1 per cento per il 2018 e forse 1 per cento nel 2019). Qualche tempo fa, Salvini aveva fatto sapere che si potevano sfiorare i limiti, senza sforarli. Poi, anche lui ha affermato che, per il bene degli italiani, era disponibile a superare l’asticella. Nel frattempo, grazie a rudi, e “risparmiosi”, interventi sui migranti, il suo personale consenso cresce e si consolida cosicché può lasciare la patata bollente nelle non proprio capaci mani di Di Maio.

In un normale governo di coalizione la sintesi, ma prima ancora le scelte, dovrebbero spettare al Presidente del Consiglio Conte che, al contrario sembra barcamenarsi lasciando al suo portavoce Rocco Casalino la licenza di usare toni duri e linguaggio offensivo (i tecnici del Ministero che si oppongono saranno fatti fuori), che in altri tempi e in altri luoghi porterebbero alle dimissioni. Al momento, non sappiamo quanto “coraggiosa”, ovvero distante da quanto stabilito con la Commissione europea, sarà la manovra e neppure su quali tematiche verrà esercitato tutto questo coraggio: sul reddito di cittadinanza (la cui platea è già stata inevitabilmente ridotta)? sulle pensioni di dignità? sulla tassa già non più piatta, ma con almeno tre gobbe? Sappiamo, però, che la manovra potrà meglio essere definita avventurosa e pericolosa. Avventurosa poiché le sue conseguenze non sembrano calcolabili con precisione e pericolosa poiché non c’è praticamente nulla che serva a mettere in moto la vischiosissima crescita economica italiana.

Di tanto in tanto, qualche economista lo scrive flebilmente, altri lo sussurrano, lo stesso Ministro Tria vi fa, non vigorosamente, cenno. Senza aumenti significativi di produzione e di produttività resterà molto complicato procedere alla redistribuzione di risorse che non si hanno. Il vero coraggio consistere nel parlare parole di verità agli italiani. Soltanto riducendo e di molto il debito pubblico e quindi gli interessi da pagare per rifinanziarlo diventerà possibile soddisfare le promesse fatte separatamente da Cinque Stelle e dalla Lega. Altrimenti, con buona pace di Grillo, assisteremo sì a una decrescita, ma infelice, oppure a uno stallo destinato a scontentare molti.

Pubblicato AGL il 27 settembre 2018

Con gli italiani è difficile fare i conti

Perché hanno tanta difficoltà, i giallo-verdi a scrivere la Legge di Bilancio per il 2019? Non dovrebbe essere stato messo tutto nero su bianco nelle lunghe settimane trascorse a stilare il “Contratto di Programma? Dovrebbe essere sufficiente riprendere in mano quel Contratto, leggerlo e tradurlo in cifre: voilà, la Legge di Bilancio sarebbe fatta. Invece, no. Affiorano divergenze su quanto e su come, anche su quando. La prima importante ragione delle difficoltà, che nessun ricorso a parole manipolatorie consente di superare, è che nella campagna elettorale il Movimento 5 Stelle e la Lega hanno promesso troppo, l’hanno promesso separatamente agli elettori che volevano conquistare e adesso non sono in grado di mantenere congiuntamente le loro eccessive promesse.

Non è possibile ridurre le tasse in maniera consistente e, al tempo stesso, introdurre il cosiddetto “reddito di cittadinanza” per cinque milioni di italiani. Non è neppure possibile, anche se di questo si discute meno, cancellare, come proclama Salvini, la legge Fornero sulle pensioni e istituire, come vuole Di Maio, le pensioni di cittadinanza. Costretti a ridimensionarsi, Di Maio sta prendendo in considerazione l’idea di concedere il reddito di cittadinanza inizialmente a un numero parecchio più contenuto di italiani, mentre Salvini ha già accettato che la flat tax, cioè, una tassa davvero “piatta” con un’aliquota uguale per tutte (che, peraltro, sarebbe incostituzionale violando i “criteri di progressività), diventi in realtà una tassa gobbuta con tre scaglioni. Inoltre, questa tassa oramai gobbuta dovrebbe, all’inizio, riguardare soltanto alcune categorie di contribuenti. Difficile dire, ma non è da escludere, che, almeno in parte, siano gli stessi (poco) contribuenti che, avendo evaso le tasse, potranno concludere la cosiddetta pace con il fisco (salvo ricominciare la loro guerriglia appena se ne ripresenti l’occasione). Però, non è pace fiscale, ma un ennesimo condono che, almeno a giudicare dai precedenti, non porterà molti soldi nelle casse dello Stato.

Poiché, fatti e rifatti, i conti non tornano, un giorno Salvini dice che bisogna sforare il tetto dell’impegno preso con la Commissione Europea all’insegna del “prima gli italiani”. Il giorno dopo annuncia che, meglio di no, bisogna soltanto sfiorare quel tetto. Di Maio non sembra riuscito a escogitare verbi migliori cosicché se la prende con il suo Ministro dell’Economia Giovanni Tria, imponendogli di trovare i soldi. Con il Presidente del Consiglio, al quale dovrebbe spettare la parola decisiva, che si barcamena, è possibile una sola conclusione dotata di alta probabilità di realizzazione. Il balletto delle cifre continuerà durante e anche dopo l’approvazione della legge di bilancio, con la previsione di una manovrina primaverile prima delle elezioni europee. Gli impegni presi con gli italiani non saranno mantenuti e Cinque Stelle e Lega andranno alla caccia di un capro espiatorio: l’Unione Europea, i burocrati e tecnocrati di Bruxelles.

Pubblicato AGL il 21 settembre 2018

Doppio stop per le destre nel voto UE

Non so se le due importanti votazioni di ieri sono state il canto del cigno di un Europarlamento nel quale i rappresentanti dei partiti europeisti eletti nel maggio 2014 godono di un’ampia maggioranza. Però, sono sicuro che quei due voti hanno rincuorato tutti i sinceri europeisti incoraggiandoli a fare una campagna elettorale molto dinamica e propositiva in vista delle elezioni di fine maggio 2019. Due terzi degli Europarlamentari hanno finalmente deciso che colossi come Google e come Facebook non possono appropriarsi di quanto appare nella stampa e di quanto prodotto da chi scrive e canta musica, facendoli propri e traendone grandi, persino ingenti, vantaggi economici. Proteggere il copyright esigendo adeguate ricompense non è soltanto cosa giusta, ma contribuisce anche alla buona comunicazione politica (sociale, economica e culturale) consentendo ai piccoli che hanno cose da dire di non venire strangolati e schiacciati da colossi il cui interesse alla buona politica e alla buona società sfugge a me come alla grande maggioranza degli europarlamentari di ventotto Stati-membri dell’Unione Europea. Allo stesso tempo, l’Europarlamento ha votato stigmatizzando gravi e persistenti violazioni dello Stato di diritto ad opera del governo del Primo ministro ungherese Viktor Orbán. Più di due terzi di europarlamentari hanno ritenuto convincente la risoluzione presentata dalla verde olandese Judith Sargentini, non contro l’Ungheria, ma contro i comportamenti e la legislazione di quel governo per imbavagliare i mass media, “normalizzare” le università, a cominciare dalla Central European University, fondata e finanziata dal banchiere di origine ungherese George Soros, reprimere l’opposizione. Certo, il rifiuto sprezzante del Primo ministro ungherese di accogliere i migranti “redistribuibili” ha complicato la sua situazione.

Nonostante qualche tentennamento, il Partito Popolare Europeo al quale Orbán porta molti voti e seggi ha tenuto la barra. Da un lato, i Popolari austriaci hanno votato per le sanzioni e la libertà di coscienza non ha prodotto defezioni rilevanti. Dall’altro, però, Forza Italia ha rinsaldato da posizioni di debolezza un deplorevole asse sovranista con la Lega di Salvini. Brutto segno, ma forse chiarificatore, per tutti quelli che in Italia si illudono di costruire un vasto arco/fronte di europeisti veri e sinceri da contrapporre alla Lega sovranista-populista anti-europeista alla quale sta lavorando Salvini. Le Cinque Stelle hanno esibito un’altra volta un comportamento schizofrenico, votando per sanzionare le violazioni ungheresi allo Stato di diritto, ma opponendosi alla protezione del copyright. Le dichiarazioni di Di Maio, che ha gridato alla censura (per Google e Facebook?) sostenendo che l’Europarlamento dovrebbe vergognarsi, appaiono imbarazzanti e preoccupanti. Per adesso, chi vuole un’Europa più democratica e più giusta può godersi due vittorie importanti di buon auspicio per il prossimo importantissimo Europarlamento.

Pubblicato AGL 13 settembre 2018

Orbán sfida l’Europa

La risoluzione Sargentini, dal cognome della parlamentare dei Verdi olandesi che l’ha presentata, costituisce un test rilevante per molti partiti e rappresentanti nel Parlamento Europeo. Chiede di condannare l’Ungheria per violazione dello Stato di diritto. Già approvata in Commissione, la sua approvazione nell’aula del Parlamento europeo appare più complicata per una molteplicità di ragioni e di implicazioni. Da sovranista integrale, che è la qualità che il Ministro degli Interni Matteo Salvini maggiormente apprezza in lui, Viktor Orbán è intervenuto direttamente, non per rispondere sulle violazioni addebitategli, ma per difendere l’Ungheria. In questione, però, è quanto il governo da lui guidato dal 2010 a oggi ha fatto limitando il potere dei giudici, cercando di imbavagliare mass media e università, rendendo difficile e pericolosa la vita dell’opposizione. Anche se approvata la risoluzione Sargentini non avrebbe effetti immediati poiché le sanzioni dovranno essere decise all’unanimità dal Consiglio dei capi di Stato e di governo nel quale è molto probabile Orbán potrà contare sul sostegno della Repubblica Ceca, della Slovacchia e, soprattutto, della Polonia che, quanto a violazione dei diritti, non è certamente seconda all’Ungheria. Tuttavia, il voto del Parlamento europeo conterrà più di un significato politico. Dirà quanti credono fino in fondo che l’Unione Europea deve rimanere un grande spazio di libertà e di diritti. Una non-sconfitta di Orbán soffierebbe nelle vele dei sovranisti e potrebbe fare aumentare il numero di coloro che non tollerano le direttive europee in materia di economia e di immigrazione. A livello delle delegazioni nazionali due sono gli osservati speciali, gli europarlamentari austriaci del Partito Popolare e quelli del Movimento Cinque Stelle. Il cancelliere austriaco Kurz, leader dei Popolari, ha già fatto sapere che i suoi colleghi di partito voteranno la censura al governo ungherese contrariamente agli esponenti alleati del Partito Liberale. In Commissione le Cinque Stelle hanno votato per stigmatizzare il governo ungherese. Invece, gli europarlamentari di Forza Italia voteranno per salvare Orbán con due implicazioni. La prima è che in questo modo sconfesseranno addirittura il Presidente del Parlamento europeo, loro collega di partito, Antonio Tajani. La seconda è che risulterà evidente la loro convergenza con la Lega di Salvini senza che il capo della Lega abbia dato né promesso nulla in cambio. L’ago della bilancia nella votazione è costituito dal Partito Popolare Europeo del quale fanno parte sia Fidesz, Unione Civica Ungherese, il partito del Primo ministro dell’Ungheria, sia Forza Italia. L’eventuale spostamento a destra dei Popolari Europei, guidati dal capogruppo, il democristiano bavarese Manfred Weber, che aspira a diventare il prossimo Presidente della Commissione, carica attribuita al più grande degli schieramenti dopo le elezioni del maggio 2019, sarebbe davvero una pessima notizia per l’Unione Europea.

Pubblicato AGL 12 settembre 2018

I contrappesi e il disegno sovranista

A compimento dei primi cento giorni del governo Cinque Stelle-Lega si possono fare bilanci, alcuni apparentemente più scientifici, basati sui numeri, e paragoni con i governi precedenti. Non sono le riunioni del Consiglio dei Ministri e la quantità di decreti approvati a consentire una buona valutazione dell’opera del governo. Altri elementi sono più significativi. Ad esempio, dei due firmatari del Contratto di Governo, Di Maio e Salvini, chi ha occupato con maggiore frequenza e visibilità le prime pagine dei quotidiani e le aperture dei telegiornali? Sappiamo che Salvini ha vinto alla grande questa competizione riuscendo, grazie al suo uso spregiudicato dei migranti, anche a fare crescere nei sondaggi la Lega. Entrambi hanno sostanzialmente oscurato Conte, elemento, questo, cioè, un Presidente del Consiglio che sta in secondo piano rispetto ai suoi vice, di vera, non positiva, novità sulla scena politica italiana. Inconsueti sono anche stati gli applausi ai governanti alla cerimonia dopo il crollo del Ponte Morandi a Genova. Oltre a testimoniare consenso al governo, segnalavano l’attribuzione di responsabilità a chi aveva governato in precedenza.

Nell’azione di governo è comparso qualcosa di inaspettatamente e positivamente significativo. Per motivi diversi, l’opposizione politico-parlamentare sia del Partito Democratico sia di Forza Italia risulta sostanzialmente ininfluente, mentre si è manifestata una sorta di opposizione sociale. Laddove il Ministro della Sanità, Giulia Grillo, Cinque Stelle, aveva stabilito per i vaccini un “obbligo flessibile”, la reazione dei dirigenti scolastici con il sostegno della quasi totalità dei medici sembra avere portato a un emendamento che re-introdurrà l’obbligo. Su altro terreno, già la Confindustria e alcuni piccoli e medi imprenditori, importanti nell’elettorato della Lega, avevano espresso serie critiche a diversi aspetti del tanto sbandierato Decreto Dignità del Ministro del Lavoro Di Maio. La discussione è proseguita e, in attesa, del Documento Economico e Finanziario, è andata inevitabilmente a incontrarsi/scontrarsi con l’intenzione di non tenere conto del limite del 3 per cento del deficit pubblico rispetto al PIL. Per fare del bene agli italiani, parole di Salvini, quel limite lo si può anche sforare? I mercati hanno subito risposto no e lo spread si è impennato. Hanno risposto di no anche Confindustria e imprenditori facendo ripiegare Salvini sul verbo sfiorare e imponendo anche a Di Maio scelte economiche rispettose dei criteri europei condivisi anche dal Ministro dell’Economia Tria. Questa sembra diventata la linea del governo alle prese con la difficile conciliazione fra reddito di cittadinanza, bandiera delle Cinque Stelle, e flat tax, voluta dalla Lega: entrambe destinate a una solo parziale attuazione. Dunque, esistono e funzionano freni e contrappesi, sociali e europei, anche per il “governo del cambiamento”, soprattutto quando va contro la scienza e la matematica (fare quadrare il bilancio dello Stato)? In attesa di conferme, sembra di sì.

Pubblicato AGL il 7 settembre 2018