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I costruttori? Né eroi né voltagabbana @HuffPostItalia

Quasi sessant’anni fa concludendo un’importante ricerca sulle prime quattro legislature del Parlamento italiano, Giovanni Sartori si chiedeva a chi rispondessero i parlamentari italiani: ai partiti (e ai loro dirigenti), ai gruppi di interesse, agli elettori?

La risposta di allora era inequivocabile: ai dirigenti di partito e di corrente, i quali, aggiungo io, in una (in)certa misura, tenevano grande conto delle preferenze di non pochi gruppi di interesse. Grazie (sic) alla legge Rosato, liste sostanzialmente bloccate, pluricandidature e paracadutati/e, è chiaro che tutti/e parlamentari sanno a chi debbono la loro candidatura e la loro elezione (nonché la probabilità di essere ricandidate/i).

Sanno anche che, in Parlamento, possono, se vogliono, operare senza vincolo di mandato (ne ho già variamente scritto anche per HuffPost). Non per questo meritano di essere automaticamente considerati degli eroi, ma neppure sistematicamente condannati come trasformisti e voltagabbana.

Se uno specifico gruppo parlamentare, con i suoi componenti più o meno consultati, assume una posizione, mai esplicitata nel programma elettorale, su un tema controverso comunque di grande rilevanza, allora è più che legittimo che uno o più parlamentari gli voltino le spalle e se ne vadano da un’altra parte armi, bagagli e libertà di voto.

Se altri insoddisfatti ed espulsi vorranno costituire un nuovo gruppo parlamentare, secondo i regolamenti vigenti, ciascuno di quei parlamentari avrà la facoltà di aderirvi. Se no, si accomoderanno nel Gruppo Misto. Ricordo che al Senato gli scissionisti di Italia Viva hanno potuto costituire un gruppo parlamentare autonomo soltanto grazie all’apporto decisivo del senatore socialista Riccardo Nencini.

Infatti, il nome ufficiale del gruppo è ItaliaViva-Socialisti. Se, su una decisione tanto significativa come è il mettere in crisi il governo Conte, il sen. Nencini non consente, è pienamente libero di andarsene, cercare accoglienza in un altro gruppo e votare liberamente di conseguenza.

Stessa facoltà va riconosciuta a tutti coloro che si trovano, per una pluralità di ragioni, sulle quali nessuno di noi ha il diritto di sindacare, ma di discutere certamente sì, nel Gruppo Misto.

Comunque, il problema non è quello di cambiare gruppo parlamentare. Piuttosto riguarda la responsabilità politica, l’accountability. A chi risponderanno i parlamentari che cambiano gruppo e esercitano liberamente il loro diritto di voto? Molti, non soltanto di loro, perderanno comunque il seggio a causa della drastica riduzione del numero dei parlamentari. La loro speranza di portare la legislatura alla sua conclusione naturale nel febbraio-marzo 2023 è comprensibile e legittima.

Come negare, però, che nel comportamento di molti degli eventuali “Costruttori” abbia un peso rilevante anche la convinzione che una crisi di governo in questa fase possa essere esiziale per l’Italia? Non pochi parlamentari sono consapevoli del loro compito di rappresentanza “nazionale”.

Semmai, il problema è che la legge elettorale vigente e quella di cui si discute rendono praticamente impossibile al parlamentare di spiegare ai suoi elettori le motivazioni dei suoi voti e comportamenti e agli elettori di poterli valutare. Tutto qui, ma in democrazia questo è un gravissimo inconveniente (che non viene risolto da stigmatizzazioni e insulti).

Pubblicato il 15 gennaio 2021 su huffingtonpost.it

Mes o non Mes, non esiste vincolo di mandato per i parlamentari

Noi che pensiamo e sappiamo che i parlamentari debbono agire “senza vincolo di mandato”, proprio come sta scritto nell’art. 67 della Costituzione, dobbiamo difendere questo diritto sempre. Dunque, siamo convinti “non da oggi” che: deputati e senatori dei Gruppi Misti, di Cambiamo, dei più o meno Responsabili e dissenzienti di varia provenienza hanno tutti, senza esclusione alcuna, il diritto di votare secondo coscienza e scienza (quello che sanno). Poi, se vogliono, ma qualcuno lo ha già fatto, spiegheranno perché. Sarebbe molto bello se potessero farlo nei loro collegi uninominali!

Se guardiamo al problema riforma del MES e accettazione del MES per spese sanitarie dirette e indirette, potremmo anche chiedere a coloro che vorrebbero imporre il vincolo del mandato se hanno la possibilità di valutare in qualche modo che gli elettori dei parlamentari delle 5 Stelle hanno voluto, in effetti, impegnare con il loro voto i candidati che stavano eleggendo. Non mi pare che il 4 marzo 2018 il MES sanitario facesse parte del dibattito pubblico e neppure del non-programma del Movimento 5 Stelle. Dunque, nessuno, ma proprio nessuno dei parlamentari pentastellati (così come, in realtà, nessuno degli altri parlamentari) può sentirsi in qualche modo vincolato ad un mandato che non può avere ricevuto.

Naturalmente, il discorso deve essere allargato poiché, anche se non vogliamo e non potremmo ottenere parlamentari vincolati a impossibili mandati, siamo in molti a pensare che qualche forma di disciplina di voto e di coerenza politica tutti i parlamentari dovrebbero sicuramente averla. Chi accetta (se non, addirittura, sollecita e impone) la candidatura in un partito, salvo eccezioni clamorose, sta dichiarando di condividere la visione politica di quel partito e anche, più o meno completamente, il programma che quel partito sottopone agli elettori e sul quale i candidati fanno campagna elettorale. Una volta nei banchi di Camera e Senato gli eletti hanno l’obbligo politico e la responsabilità di cercare di trasformare il programma in leggi, in decisioni il più coerenti possibile con le indicazioni programmatiche. Non sarà affatto facile in un eventuale governo di coalizione nel quale bisogna sempre tenere conto delle preferenze programmatiche di ciascuno e di tutti i partiti facenti parte della coaIizione e dei loro parlamentari.

Voti contro il programma di governo concordato sono accettabili soltanto, a mio parere, se lo scostamento rispetto al programma del proprio partito è molto grande giungendo a sovvertirlo o quasi. Qui sta, opportunamente motivato, un voto di coscienza in dissenso dal proprio partito e dal governo (che può condurre fino all’abbandono). Criticare questi parlamentari con le classiche, ma logorissime accuse di essere attaccati alle poltrone (mentre sono i critici quelli attaccati ai loro pregiudizi), non soltanto è almeno in parte, in qualche caso molto grande, sbagliato. In buona sostanza è l’ennesima manifestazione di un brutto antiparlamentarismo che non muore mai, condito con una spruzzatina di maleodorante populismo.

Pubblicato il 8 dicembre 2020 su huffingtonpost.it

Proposta per un Senato non più delle Regioni ma delle politiche Ue @HuffPostItalia

Continuo a chiedere ai magnifici e progressisti riformatori costituzionali perché mai dovrebbe essere riformato il bicameralismo italiano se da loro stessi viene definito perfetto. Insisto nel sottolineare che se il problema è, invece, che il nostro bicameralismo è paritario nelle funzioni e nei poteri, renderlo paritario anche nell’età che dovrebbero avere elettori e eletti, non mi pare la strada giusta per approdare alla differenziazione. Ovvio, almeno per coloro che conoscono più di un sistema politico e sanno comparare, che la differenziazione debba riguardare i poteri rispettivi delle due Camere. Banale, però, è suggerire che la seconda Camera debba rappresentare specificamente e forse esclusivamente le Regioni. A prescindere dalla oramai evidente necessità di rivedere le competenze delle Regioni, i loro Presidenti dovrebbero avere imparato e sapere come fare a rappresentare gli interessi delle regioni che governano e a influenzare direttamente i procedimenti legislativi che le/li riguardano.

    Mi pare, piuttosto che sia venuto il tempo di innovare significativamente con riferimento alla nuova stagione. Che sia il caso di passare ad una seconda Camera non per dare rappresentanza alle regioni, ma che si caratterizzi come specializzata in quello che è oramai un ambito decisivo, vale a dire le politiche europee? Certo che sì! Non sottovaluto l’obiezione che è molto complicato decidere sia in generale sia di volta in volta quale debba essere il tasso di contenuto “europeo” che renda un provvedimento, una legge, un avvenimento di competenza del Senato riformato. Le migliori menti giuridiche del paese, sono molte, si ingegneranno alla ricerca della soluzione/attribuzione più precisa al tempo stesso che indicheranno come dirimere gli inevitabili conflitti.

Da ultimo, non so quando ripartirà l’entusiasmante gioco di società (dei partiti e dei loro consulenti) chiamato “la bella legge elettorale”. Una cosa so per certo, anzi, due. Primo che non esiste “la” proporzionale, ma che esistono numerose varianti di leggi elettorali proporzionali, alcune non particolarmente buone, altre sicuramente migliori. Secondo, che di leggi elettorali maggioritarie ne esistono due varianti: quella inglese e quella francese che, entrambe, si applicano in collegi uninominali. Nessun premio di maggioranza innestato sulla distribuzione proporzionale dei seggi autorizza a definire quella legge “maggioritaria”. Chi lo fa manipola l’opinione pubblica anche grazie ai commentatori che, non disponendo delle conoscenze minime sui sistemi elettorali, non riescono a imporre chiarezza e precisione terminologica e sostanziale. Dixi et salvavi animam meam, ma non sono contento.

Pubblicato il 14 novembre 2020 su Huffingtonpost

Referendum, dal meno al niente @HuffPostItalia

La Costituzione italiana, come tutte le buone Costituzioni democratiche, è una costruzione complessa. Toccando una componente diventa immediatamente necessario intervenire su altre componenti ridefinendole e ristabilendo l’equilibro complessivo. È evidente che in una democrazia parlamentare, il Parlamento costituisce l’elemento fondamentale. Da un lato, è luogo di rappresentanza dei cittadini, delle loro preferenze, esigenze, speranze, aspirazioni. Dall’altro, è l’organismo che dà vita al governo, lo sostiene e, se necessario, lo sostituisce. Qualsiasi intervento sul Parlamento ha, quindi, effetti sia sui cittadini (la rappresentanza) sia sul governo (la sua funzionalità). Ridurre in maniera considerevole, di un terzo, il numero dei parlamentari, è soltanto in apparenza qualcosa di “lineare”, cioè semplice, facile, chiaro, poiché implica l’obbligo di valutarne le conseguenze che sono, invece, molto complesse, non tutte facilmente valutabili. Meno non è (affatto) meglio.

Tagliando “linearmente” non esiste nessuna garanzia che da un Parlamento ristretto saranno automaticamente esclusi, come sostengono i pentastellati, gli assenteisti e i fannulloni, ai quali personalmente aggiungo gli incompetenti, che i pentastellati, chi sa perché?, neppure prendono in considerazione. Le probabilità che assenteisti, fannulloni, incompetenti rimangano anche in un Parlamento linearmente snellito sono ovviamente, statisticamente altissime. Oltre a rimandare ad una nuova legge elettorale, la cui necessità è comunque già oggi imprescindibile, i pentastellati sostengono che se i parlamentari sono ridotti di un terzo ne conseguirà una “migliore selezione”. Però, proprio non si capisce come verrebbe assicurata dagli stessi partiti che oggi selezionano male e perché mai i capipartito e i capicorrente dovrebbero procedere ad una selezione virtuosa visto che il loro potere risiede esattamente nello scegliere chi, cooptato/a, si sentirà in obbligo di rispondere a loro e non agli elettori.

In un dibattito breve e non intenso, tutto meno che brillante, è mancato quasi del tutto il riferimento ad un aspetto cruciale, fondamentale. I compiti e le attività del Parlamento, che sono molte e molto importanti, non vengono in nessun modo toccati dalle riforme. Seicento parlamentari saranno inevitabilmente chiamati a svolgere tutto quello che facevano, stanno facendo novecentoquarantacinque parlamentari. Non è che accorpando qualche commissione il lavoro diminuirà. La nuova commissione avrà la somma del lavoro delle commissioni accorpate.

Infine, i soldi eventualmente risparmiati sul versante delle indennità e altro attinenti a ciascun parlamentare avranno come contropartita i soldi aggiuntivi che ciascun candidato e il suo partito saranno obbligati a spendere per le campagne elettorali in circoscrizioni più ampie per raggiungere un numero di elettori un terzo più grande degli attuali. L’esito dell’eventuale riduzione sarà, almeno in parte, quello voluto, ma solo raramente detto dai pentastellati: un parlamento ridimensionato meno in grado di funzionare che attirerà ancora più critiche e del quale qualcuno richiederà il superamento, s’intende, lineare.

Pubblicato il 17 settembre 2020 su huffingtonpost.it

Troppo facile prendersela con Azzolina @HuffPostItalia

I mali delle scuole italiane vengono da lontano, certamente non possono essere addebitati alla ministra in carica, mentre è corretto chiedere ai sindacati quali proposte concrete abbiano portato e che senso abbia l’allarmismo sulla riapertura

Non trovo né appropriato né utile fare della Ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina pregiudizialmente la “capretta” espiatoria (come mi è parso abbiano troppo maliziosamente tentato Parenzo e Telese nella trasmissione In Onda di giovedì 20 agosto) di quello che potrebbe andare male con la riapertura della scuola.

Credo, anzitutto, che sia opportuno parlare e scrivere al plurale: scuole. Infatti, tutti, ma in particolare, i docenti e i loro sindacati, i genitori e la burocrazia del Ministero dovrebbero sapere quanto differenti e differenziate sono le situazioni delle scuole sul territorio nazionale. Naturalmente, è giusto avere un protocollo unico, ma fin da ora bisognerebbe investire nelle situazioni più svantaggiate e disagiate concentrando risorse nel caso si verificassero criticità.

Comprensibilmente, il protocollo impone una serie di misure rigorose intese a proteggere la salute degli studenti e dei docenti. Nulla di tutto questo può essere assimilato ad una trasformazione degli istituti scolastici italiani ai lager nazisti, come ha fatto Matteo Salvini, non sufficientemente stigmatizzato. In secondo luogo, i mali delle scuole italiane vengono da lontano, in qualche caso da molto lontano. Certamente, non possono essere addebitati alla Ministra attualmente in carica, mentre è corretto chiedere ai sindacalisti quali proposte concrete, che non fossero soltanto collegate agli aumenti salariali e ai reclutamenti di massa più o meno ope legis, hanno formulato per giungere a risolvere quei mali.

Quanto ai genitori “sul piede di guerra”, quali delle loro aggressive associazioni dove e quando si sono attivamente impegnate per il miglioramento della qualità delle scuole pubbliche frequentate dai loro figli? In terzo luogo, quale è l’utilità di creare un senso diffuso di allarmismo? Non sarebbe preferibile spiegare molto pacatamente e molto serenamente quali sono gli inconvenienti più probabili, ce ne saranno sicuramente, e suggerire fin d’ora le contromisure? Le cifre di cui disponiamo sono imponenti: complessivamente circa 8 milioni di studenti andranno/torneranno nelle loro scuole. Saranno accolti e seguiti da due milioni di docenti e di assistenti scolastici. A casa li attenderanno i loro genitori, nonni, parenti. Il rientro nelle scuole è un’operazione di massa. Richiede che nessuno, qui debbo ricorrere alle frasi fatte, ma non per questo meno vere, abbassi la guardia e che tutti, compresi gli enti locali, facciano puntigliosamente la loro parte. In questi mesi ho ascoltato troppo spesso elogi sperticati al senso civico degli italiani. Forse è stato superiore alle nostre aspettative che, conoscendo i nostri connazionali, temevamo molto basse. Poi, alla riapertura, le immagini trasmesse dalla TV, dall’aperitivo ai Navigli a Milano alle spiagge e alle discoteche hanno, almeno in parte, ridimensionato gli elogi. Proporrei ai commentatori (e ai critici preconcetti della Ministra) una diversa strategia comunicativa che sottolinei l’enorme importanza che ha per la società e l’economia italiana la riapertura delle scuole e accentui l’assoluta necessità della disciplina nei comportamenti individuali, ma anche da istituto a istituto. Poi valuteremo tutto, compresa la mala comunicazione dei cattivi commentatori.

Pubblicato il 22 agosto 2020 su  huffingtonpost.it

Calderoli e le preferenze infedeli @HuffPostItalia

C’è del vero in quello che dice Calderoli sul doppio voto di genere

È possibile trovare analogie migliori di quella dl leghista sulle infedeltà dei candidati maschi come strumento per la raccolta di preferenze. Il problema da lui sollevato è, però, reale.

È possibile trovare analogie migliori di quella di Calderoli sulle infedeltà dei candidati maschi come strumento per la raccolta di preferenze. Il problema da lui sollevato è, però, reale. Non dovrebbe essere rimosso con un’alzata di spalle e con qualche contestazione gender-correct. Comincerò dai fondamentali. Il 9 giugno 1991, nonostante gli inviti di tutti i leader del pentapartito a fare altro: andare al mare (Craxi), stare a casa con gli “amici” (Gava, ministro degli Interni), giocare a tressette (De Mita) e, da parte di Umberto Bossi (Lega Nord), fare una passeggiata nei boschi padani, il 62,5 per cento degli italiani andò alle urne e il 95,6 per cento approvò il passaggio da tre o quattro preferenze ad una sola da esprimere scrivendo il cognome del candidato/a.

Le elezioni del 1992 furono le meno “pasticciate” della storia elettorale italiana fino ad allora. In seguito, anche grazie alla legge elettorale primo firmatario Roberto Calderoli, meglio nota, su sua stessa valutazione, come Porcellum (approvata nel 2005), fecero la loro comparsa le liste bloccate. Mi paiono una violazione del verdetto referendario del 1991. Per reintrodurre il voto di preferenza si è giunti, su pressione delle donne, a stabilire che, qualora l’elettore/trice voglia esprimere due preferenze una deve andare ad una candidatura femminile. L’obiettivo è chiaro, al limite, persino condivisibile: eleggere un numero più elevato di parlamentari donne.

La modalità mi pare inadeguata, persino controproducente. Fino ad ora, in pratica, si sono manifestate due fattispecie. La prima è semplicissima. Gli elettori danno una sola preferenza, quindi, eludendo, non gravemente, lo spirito della legge. La seconda è appena appena meno semplice. Gli elettori, in effetti, esprimono entrambe le preferenze possibili, ma non per questo fanno crescere il numero di donne elette in parlamento. Infatti, spesso, il candidato uomo, magari già parlamentare, è in grado di costruirsi numerose piccole cordate (le “infedeltà” delle quali ha parlato Calderoli).

Sapendo di potere disporre di un certo numero di preferenze, l’uomo accetta di smistarne alcuni pacchetti su più candidature femminili in cambio, naturalmente, della seconda preferenza di ciascuna di quelle candidate donne. Il totale delle preferenze dell’uomo in quella circoscrizione risulterà considerevolmente più elevato di quello di ciascuna donna, mentre è probabile che, salvo rari casi di eccezionale popolarità, le donne avranno un quarto/un quinto delle preferenze ottenute dall’uomo.

Se, invece, la preferenza fosse unica, ciascuna delle candidate donne potrebbe, da un lato, fare appello al voto delle donne elettrici, dall’altro, sottolineare al massimo le sue capacità, la sua competenza, la sua esperienza, il suo originale e non mutuabile punto di vista. In questo modo, certo rischioso, non soltanto quella donna candidata non sarebbe debitrice a nessun uomo della sua elezione, ma darebbe un concreto, forte e mobilitante contributo al cambiamento della composizione del Parlamento e della politica italiana.

Pubblicato il 9 agosto su huffingtonpost.it

Caro Zingaretti, di legge elettorale parla quando saprai quanti saranno i parlamentari da eleggere @HuffPostItalia @nzingaretti

Scrivere una qualsiasi legge elettorale senza conoscere con precisione il numero dei rappresentanti da eleggere è un’operazione azzardata. Due punti, però, possono essere decisi subito in prospettiva di una buona rappresentanza politica: nessuna candidatura bloccata, nessuna possibilità di candidature multiple. L’elettore deve potere scegliere il/la suo/a rappresentante. Quindi, o collegi uninominali o almeno un voto di preferenza.

Non impossibili, i collegi uninominali se i deputati e i senatori da eleggere saranno rispettivamente 400 e 200 avranno come minimo, rispettivamente, circa 125 e circa 250 mila elettori. Lieviteranno i costi delle campagne elettorali, conteranno anche altre risorse, sarà molto difficile per gli eletti “conoscere” i loro elettori, preferenze e esigenze. Sarebbe auspicabile che una legge elettorale proporzionale avesse circoscrizioni relativamente piccole: 40 per la Camera e 20 per il Senato con dieci eletti per circoscrizione. La soglia implicita è poco meno del 10 per cento dei voti. Premierebbe quei candidati che nelle rispettive circoscrizioni hanno ottenuto molti voti e dunque rappresentano una parte di elettori/trici anche se il loro partito non avesse superato un’eventuale soglia percentuale nazionale.

Questi relativamente semplici calcoli non dicono nulla sulla qualità della rappresentanza. La riduzione di un terzo del numero dei parlamentari non può essere giustificata soltanto con un risparmio modesto di soldi, quando poi si avrebbero spese potenzialmente “folli” nelle campagne elettorali e negli uffici da mantenere fra una campagna e l’altra. Un buon parlamento e buoni parlamentari debbono svolgere due compiti di assoluta importanza in un democrazia parlamentare: dare rappresentanza ai cittadini, controllare le attività del governo, criticarlo, stimolarlo, eventualmente sostituirlo. I parlamentari saranno tanto più liberi e efficaci in entrambi i compiti se sono debitori della elezione alle loro capacità di ottenere il consenso degli elettori e non alla cooptazione ad opera dei dirigenti dei partiti e delle correnti. È anche probabile che per svolgere soddisfacentemente quei compiti, ad esempio, valutando le leggi e i decreti legge del governo e il loro impatto e l’operato dei ministri e della burocrazia, i parlamentari debbano distribuirsi i compiti.

Un numero ridotto di parlamentari avrebbe molto probabilmente conseguenze negative sul funzionamento del Parlamento spostando potere nelle mani dei governanti. Qui, l’azzardo è palese: meno (parlamentari) non significa meglio (migliore rappresentanza politica e miglior funzionamento del Parlamento e dei rapporti Parlamento/Governo). Anzi, è più probabile che meno significhi peggio, un peggio al quale nessuna legge elettorale potrebbe ovviare, anche se alcune potrebbero ridurre rischi e danni.

Post Scriptum Un minimo di prudenza politica suggerirebbe (anche al segretario del PD Nicola Zingaretti e agli strateghi di riferimento) il silenzio, strategico, sulle indicazioni di fondo relative alla prossima (la legge Rosato è, comunque, da cancellare) legge fintantoché non si sa quanti saranno i parlamentari da eleggere.

Pubblicato il 4 agosto 2020 su huffingtonpost.it

L’insostenibile pretesa del suk parlamentare sui soldi europei @HuffPostItalia

Viviamo in una Repubblica parlamentare, ma dal dibattito sull’uso del Recovery Fund sembra una Repubblica a responsabilità limitata e confusa. Con la Bicamerale cadrebbe un principio cardine: l’accountability. Il marchio dello scaricabarile

Pensavo che, faticosamente, ma finalmente, gli italiani, a partire dai dirigenti politici, avessero imparato che viviamo in una Repubblica parlamentare. Invece, a giudicare dal dibattito su come decidere l’utilizzazione degli ingenti fondi messi a disposizione dall’Unione europea, sembra di essere rientrati in una Repubblica a responsabilità limitata e confusa. Nelle democrazie parlamentari esistenti, l’elemento cruciale per il loro buon funzionamento è dato dal rapporto governo/parlamento. Da un lato, il governo, ciascun governo esiste e resiste soltanto perché e fintantoché è sostenuto dalla fiducia di una maggioranza parlamentare. Dall’altro, il governo, che rappresenta la maggioranza degli elettori, attua scelte programmatiche che debbono essere valutate e approvate dal Parlamento, dalla sua maggioranza, ma anche da tutti coloro che concordano. Quelle scelte vengono formulate e decise in un rapporto stretto fra i singoli ministri e i loro collaboratori nei ministeri e fuori e coordinate dal capo del governo. La o le opposizioni hanno modo di esprimere le loro critiche e riserve e di formulare le loro alternative nel dibattito parlamentare sia nelle Commissioni di merito sia in aula. Questa è, in maniera ineccepibile, la modalità migliore per dare centralità al parlamento. Commissioni bicamerali ad hoc, presieduta da esponenti delle opposizioni servono per fare inchieste e investigazioni, non per produrre politiche pubbliche. Finirebbero rapidamente per risultare luoghi di contrattazioni e scambi, inevitabilmente impropri, per usare un termine irrispettoso il Parlamento si trasformerebbe in un suk. Inoltre, con bicamerali di vario genere, non soltanto le elaborazioni rischiano di essere lente, confuse, frutto di compromessi, ma cadrebbe uno dei principi cardini delle democrazie parlamentari: la responsabilità meglio la accountability. Governanti e oppositori potrebbero, a ragione, procedere allo scaricabarile su qualsiasi delle politiche non funzionino e diventerebbe difficilissimo, praticamente impossibile per gli elettori capire chi ha ragione chi ha torto, punire chi ha sbagliato premiare chi ha formulato le politiche migliori. Senza accountability le democrazie parlamentari sarebbero allo sbando e gli elettori sarebbero costretti a scegliere quasi a caso.

Dunque, no alle ipotesi di bicamerali. Siano i ministri, i loro staff politici e i vertici delle loro burocrazie a scegliere chi consultare e quali progetti, tempi e costi, proporre. Siano il Presidente del Consiglio e il Consiglio dei ministri a comporre rapidamente il pacchetto degli interventi da attuare tenendo conto di tutte le compatibilità. Toccherà poi al Parlamento, in commissione e in aula, la decisione definitiva. Lì le opposizioni presenteranno le loro critiche e controproposte, ma la responsabilità di quanto fatto, non fatto, fatto male deve essere limpidamente attribuita al governo, ai Ministri, alla maggioranza. Il resto è costosissima perdita di tempo e, naturalmente, di credibilità di fronte all’elettorato italiano e alle autorità europee.

Pubblicato il 25 luglio 2020 su huffingtonpost.it

Ottuagenari sfuggiti alla rottamazione

Questo è un paese per ottuagenari. Purché carichi di denaro, di esperienze e di onori. “Suprematisti” (nel senso che hanno raggiunto i vertici più elevati nelle loro rispettive attività) bianchi che sono circondati da ammiratori (trici) e collaboratori, molti dei quali hanno ruoli importanti e altri ne potrebbero acquisire se i loro referente assurgono (non vorrei essere più preciso). Berlusconi, De Benedetti, Prodi, s’erano tanto combattuti e adesso i due del centro-sinistra sembrano avere molto bisogno e nostalgia dell’ex-Cavaliere e addirittura acconsentire al suo sdoganamento per la carica più elevata della Repubblica. D’altronde, quando fu eletto la prima volta al Quirinale anche Giorgio Napolitano era un ultraottantenne. Persino negli Stati Uniti, dove dodici anni fa alla conquista della Casa Bianca si avviava un relativamente inesperto neo-senatore di colore, oggi a contendersela sono due uomini bianchi ultrasettantenni. Le ambizioni tengono vivi e attivi, fanno circolare più fluidamente il sangue, ma era certo inimmaginabile che Prodi dimenticasse il tenore degli scontri e dei dissidi con Berlusconi e che De Benedetti fosse disposto a superare l’amarezza per quello scontro epocale finito in tribunale per il controllo di Mondadori e di “Repubblica”.

Se Parigi val bene una messa che cosa e quanto vale un MES? Sono i voti di Forza Italia il cui fondatore e padrone si è scoperto europeista adamantino che Prodi va cercando affinché l’Italia ottenga il massimo dei finanziamenti europei? Poi, per il Quirinale si vedrà chi dei due nonni avrà abbastanza voti e sostegno diffuso. E De Benedetti vuole “soltanto” tenere lontani da Palazzo Chigi tanto Salvini quanto Meloni e trovare un capo di governo diverso da Conte? forse anche una maggioranza diversa che finirebbe per rimescolare le carte quirinalizie? Sarebbero, dunque, i poteri forti, fra i quali, va annoverato anche il neo-Presidente della Confindustria che accusa Conte di non rispettare gli impegni e, in sostanza, di non sapere governare, a volere la testa del Presidente del Consiglio? Il momento della crisi, comunque, quando sta per iniziare la madre di tutte le trattative europee, è il meno consigliabile in assoluto. Forse con Conte non ci sarà il MES per spese sanitarie, ma il rischio è che senza Conte, tutti gli altri grants (sussidi) e loans (prestiti) siano drasticamente ridimensionati.

Mentre gli ottuagenari, almeno a parole, si riconciliano e gli avvocati di Berlusconi cercano una riabilitazione dalla Corte di Giustizia Europea, alcuni dati strutturali segnalano quanto seria è la situazione italiana. Il tasso di natalità continua a non garantire il ricambio della popolazione. L’Italia complessivamente invecchia, decine di migliaia di giovani donne e uomini se ne vanno all’estero, con conseguenze gravi non soltanto su chi dovrà pagare le pensioni, ma per la perdita del dinamismo di idee e di imprese che solo i giovani potrebbero garantire. Sembrò per poco più di un attimo che il dinamismo lo avrebbe portato e implementato il rottamatore-in-Chief, se non fosse entrato in una vertigine solipsistica. Non soltanto per autotutela, è molto poco probabile che le politiche pensate da leader ottuagenari siano tali da premiare i giovani. La nuova normalità, se ci arriveremo, continuerà ad essere piuttosto penalizzante per i giovani italiani. Non è vero che il paese è in declino. È già declinato anche per responsabilità dei suprematisti bianchi che oggi si scambiano riconoscimenti.

Pubblicato il 14 luglio 2020 su huffingtonpost.it

Max Weber (1864-1920), classico fra i classici #MaxWeber @HuffPostItalia

ULLSTEIN BILD DTL. VIA GETTY IMAGES

A cent’anni dalla morte (14 giugno 1920) Max Weber è giustamente considerato il più importante degli studiosi di sociologia, forse anche il più rilevante per la contemporaneità. Non c’è settore della sociologia, dallo studio delle religioni all’analisi del capitalismo, dallo Stato ai tipi di potere, dai movimenti ai partiti politici, al quale Weber, autore molto prolifico, non abbia dato contributi tuttora di enorme impatto. Naturalmente, è impossibile renderne pienamente, totalmente conto in maniera adeguata. Nonostante validi tentativi, nessuno studioso vi è finora riuscito. Molti, però, studiosi e politici, fanno frequentemente ricorso, qualche volta senza consapevolezza, alla terminologia weberiana e ad alcuni elementi dei suoi scritti e insegnamenti.

Con molta esagerazione viene usato il termine carismatico fuori dalla sua accezione tecnica e attribuito a qualche leader appena emergente, a qualche personalità affascinante, persino a qualche atleta/calciatore di grandi qualità. Tutti sembrano sapere che esiste una differenza fra “vivere di” politica e “vivere per la” politica. Nella pratica, chi può cerca di cancellare questa differenza. I più colti fanno talvolta riferimento alle due etiche delineate da Weber: etica della convinzione, propria di coloro che agiscono a prescindere da qualsiasi considerazione esclusivamente con riferimento ai propri principi, e etica della responsabilità, praticata da coloro che, nella misura del possibile, valutano le probabili conseguenze delle loro azioni prima di intraprenderle. Quasi nessuno ricorda che Weber sostiene che le due etiche non debbono e non sono da porre in totale contrapposizione e possono entrambe valere in tempi diversi in condizioni diverse.

Testi breve e di, almeno apparentemente facile lettura, le due conferenze “La scienza come professione” e “La politica come professione” sono giustamente citatissime anche perché contengono insegnamenti di perdurante validità. In particolare, la riflessione weberiana sulla avalutatività come criterio al quale debbono rigorosamente attenersi gli scienziati e gli studiosi continua a costituire un essenziale riferimento. L’avalutatività weberiana, ha scritto Bobbio, non è indifferenza quanto, piuttosto, perseguimento dell’oggettività, e si traduce concretamente nello sforzo di evitare che i giudizi di valore interferiscano nella ricerca e, in un certo senso, ne inquinino gli esiti. Su quegli esiti, poi, ricercatori e scienziati potranno legittimamente applicare le loro valutazioni e procedere ad approfondimenti seguendo le loro preferenze e, per l’appunto, i loro valori. Per fare un esempio significativo, nella sua pionieristica e simpatetica analisi dei movimenti, a partire da quelli religiosi, Weber ne ricostruisce il percorso dallo statu nascenti fino alla possibile, ma mai da dare per certa, istituzionalizzazione. Lo fa senza formulare giudizi di valore chiarendo rischi, opportunità, condizioni che conducono al successo o al fallimento.

Tutte le analisi di Weber hanno un solido e significativo retroterra storico. Il suo metodo storico-comparato è di per sé un importantissimo strumento, in partenza, per la formulazione delle ipotesi, poi per l’elaborazione di generalizzazioni che conducano alla spiegazione e comprensione dei fenomeni. Negli scritti di Weber sta anche una visione del mondo e si trova una grande preoccupazione per l’affermarsi e l’estendersi della gabbia d’acciaio della burocrazia che potrebbe imprigionare e schiacciare tutte le società. Se classico è lo studioso che solleva domande e problemi che durano ben oltre il suo tempo, Weber è il classico per eccellenza.

Pubblicato il 13 giugno su huffingtonpost.it