Home » Posts tagged 'huffingtonpost'

Tag Archives: huffingtonpost

Referendum, dal meno al niente @HuffPostItalia

La Costituzione italiana, come tutte le buone Costituzioni democratiche, è una costruzione complessa. Toccando una componente diventa immediatamente necessario intervenire su altre componenti ridefinendole e ristabilendo l’equilibro complessivo. È evidente che in una democrazia parlamentare, il Parlamento costituisce l’elemento fondamentale. Da un lato, è luogo di rappresentanza dei cittadini, delle loro preferenze, esigenze, speranze, aspirazioni. Dall’altro, è l’organismo che dà vita al governo, lo sostiene e, se necessario, lo sostituisce. Qualsiasi intervento sul Parlamento ha, quindi, effetti sia sui cittadini (la rappresentanza) sia sul governo (la sua funzionalità). Ridurre in maniera considerevole, di un terzo, il numero dei parlamentari, è soltanto in apparenza qualcosa di “lineare”, cioè semplice, facile, chiaro, poiché implica l’obbligo di valutarne le conseguenze che sono, invece, molto complesse, non tutte facilmente valutabili. Meno non è (affatto) meglio.

Tagliando “linearmente” non esiste nessuna garanzia che da un Parlamento ristretto saranno automaticamente esclusi, come sostengono i pentastellati, gli assenteisti e i fannulloni, ai quali personalmente aggiungo gli incompetenti, che i pentastellati, chi sa perché?, neppure prendono in considerazione. Le probabilità che assenteisti, fannulloni, incompetenti rimangano anche in un Parlamento linearmente snellito sono ovviamente, statisticamente altissime. Oltre a rimandare ad una nuova legge elettorale, la cui necessità è comunque già oggi imprescindibile, i pentastellati sostengono che se i parlamentari sono ridotti di un terzo ne conseguirà una “migliore selezione”. Però, proprio non si capisce come verrebbe assicurata dagli stessi partiti che oggi selezionano male e perché mai i capipartito e i capicorrente dovrebbero procedere ad una selezione virtuosa visto che il loro potere risiede esattamente nello scegliere chi, cooptato/a, si sentirà in obbligo di rispondere a loro e non agli elettori.

In un dibattito breve e non intenso, tutto meno che brillante, è mancato quasi del tutto il riferimento ad un aspetto cruciale, fondamentale. I compiti e le attività del Parlamento, che sono molte e molto importanti, non vengono in nessun modo toccati dalle riforme. Seicento parlamentari saranno inevitabilmente chiamati a svolgere tutto quello che facevano, stanno facendo novecentoquarantacinque parlamentari. Non è che accorpando qualche commissione il lavoro diminuirà. La nuova commissione avrà la somma del lavoro delle commissioni accorpate.

Infine, i soldi eventualmente risparmiati sul versante delle indennità e altro attinenti a ciascun parlamentare avranno come contropartita i soldi aggiuntivi che ciascun candidato e il suo partito saranno obbligati a spendere per le campagne elettorali in circoscrizioni più ampie per raggiungere un numero di elettori un terzo più grande degli attuali. L’esito dell’eventuale riduzione sarà, almeno in parte, quello voluto, ma solo raramente detto dai pentastellati: un parlamento ridimensionato meno in grado di funzionare che attirerà ancora più critiche e del quale qualcuno richiederà il superamento, s’intende, lineare.

Pubblicato il 17 settembre 2020 su huffingtonpost.it

Troppo facile prendersela con Azzolina @HuffPostItalia

I mali delle scuole italiane vengono da lontano, certamente non possono essere addebitati alla ministra in carica, mentre è corretto chiedere ai sindacati quali proposte concrete abbiano portato e che senso abbia l’allarmismo sulla riapertura

Non trovo né appropriato né utile fare della Ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina pregiudizialmente la “capretta” espiatoria (come mi è parso abbiano troppo maliziosamente tentato Parenzo e Telese nella trasmissione In Onda di giovedì 20 agosto) di quello che potrebbe andare male con la riapertura della scuola.

Credo, anzitutto, che sia opportuno parlare e scrivere al plurale: scuole. Infatti, tutti, ma in particolare, i docenti e i loro sindacati, i genitori e la burocrazia del Ministero dovrebbero sapere quanto differenti e differenziate sono le situazioni delle scuole sul territorio nazionale. Naturalmente, è giusto avere un protocollo unico, ma fin da ora bisognerebbe investire nelle situazioni più svantaggiate e disagiate concentrando risorse nel caso si verificassero criticità.

Comprensibilmente, il protocollo impone una serie di misure rigorose intese a proteggere la salute degli studenti e dei docenti. Nulla di tutto questo può essere assimilato ad una trasformazione degli istituti scolastici italiani ai lager nazisti, come ha fatto Matteo Salvini, non sufficientemente stigmatizzato. In secondo luogo, i mali delle scuole italiane vengono da lontano, in qualche caso da molto lontano. Certamente, non possono essere addebitati alla Ministra attualmente in carica, mentre è corretto chiedere ai sindacalisti quali proposte concrete, che non fossero soltanto collegate agli aumenti salariali e ai reclutamenti di massa più o meno ope legis, hanno formulato per giungere a risolvere quei mali.

Quanto ai genitori “sul piede di guerra”, quali delle loro aggressive associazioni dove e quando si sono attivamente impegnate per il miglioramento della qualità delle scuole pubbliche frequentate dai loro figli? In terzo luogo, quale è l’utilità di creare un senso diffuso di allarmismo? Non sarebbe preferibile spiegare molto pacatamente e molto serenamente quali sono gli inconvenienti più probabili, ce ne saranno sicuramente, e suggerire fin d’ora le contromisure? Le cifre di cui disponiamo sono imponenti: complessivamente circa 8 milioni di studenti andranno/torneranno nelle loro scuole. Saranno accolti e seguiti da due milioni di docenti e di assistenti scolastici. A casa li attenderanno i loro genitori, nonni, parenti. Il rientro nelle scuole è un’operazione di massa. Richiede che nessuno, qui debbo ricorrere alle frasi fatte, ma non per questo meno vere, abbassi la guardia e che tutti, compresi gli enti locali, facciano puntigliosamente la loro parte. In questi mesi ho ascoltato troppo spesso elogi sperticati al senso civico degli italiani. Forse è stato superiore alle nostre aspettative che, conoscendo i nostri connazionali, temevamo molto basse. Poi, alla riapertura, le immagini trasmesse dalla TV, dall’aperitivo ai Navigli a Milano alle spiagge e alle discoteche hanno, almeno in parte, ridimensionato gli elogi. Proporrei ai commentatori (e ai critici preconcetti della Ministra) una diversa strategia comunicativa che sottolinei l’enorme importanza che ha per la società e l’economia italiana la riapertura delle scuole e accentui l’assoluta necessità della disciplina nei comportamenti individuali, ma anche da istituto a istituto. Poi valuteremo tutto, compresa la mala comunicazione dei cattivi commentatori.

Pubblicato il 22 agosto 2020 su  huffingtonpost.it

Calderoli e le preferenze infedeli @HuffPostItalia

C’è del vero in quello che dice Calderoli sul doppio voto di genere

È possibile trovare analogie migliori di quella dl leghista sulle infedeltà dei candidati maschi come strumento per la raccolta di preferenze. Il problema da lui sollevato è, però, reale.

È possibile trovare analogie migliori di quella di Calderoli sulle infedeltà dei candidati maschi come strumento per la raccolta di preferenze. Il problema da lui sollevato è, però, reale. Non dovrebbe essere rimosso con un’alzata di spalle e con qualche contestazione gender-correct. Comincerò dai fondamentali. Il 9 giugno 1991, nonostante gli inviti di tutti i leader del pentapartito a fare altro: andare al mare (Craxi), stare a casa con gli “amici” (Gava, ministro degli Interni), giocare a tressette (De Mita) e, da parte di Umberto Bossi (Lega Nord), fare una passeggiata nei boschi padani, il 62,5 per cento degli italiani andò alle urne e il 95,6 per cento approvò il passaggio da tre o quattro preferenze ad una sola da esprimere scrivendo il cognome del candidato/a.

Le elezioni del 1992 furono le meno “pasticciate” della storia elettorale italiana fino ad allora. In seguito, anche grazie alla legge elettorale primo firmatario Roberto Calderoli, meglio nota, su sua stessa valutazione, come Porcellum (approvata nel 2005), fecero la loro comparsa le liste bloccate. Mi paiono una violazione del verdetto referendario del 1991. Per reintrodurre il voto di preferenza si è giunti, su pressione delle donne, a stabilire che, qualora l’elettore/trice voglia esprimere due preferenze una deve andare ad una candidatura femminile. L’obiettivo è chiaro, al limite, persino condivisibile: eleggere un numero più elevato di parlamentari donne.

La modalità mi pare inadeguata, persino controproducente. Fino ad ora, in pratica, si sono manifestate due fattispecie. La prima è semplicissima. Gli elettori danno una sola preferenza, quindi, eludendo, non gravemente, lo spirito della legge. La seconda è appena appena meno semplice. Gli elettori, in effetti, esprimono entrambe le preferenze possibili, ma non per questo fanno crescere il numero di donne elette in parlamento. Infatti, spesso, il candidato uomo, magari già parlamentare, è in grado di costruirsi numerose piccole cordate (le “infedeltà” delle quali ha parlato Calderoli).

Sapendo di potere disporre di un certo numero di preferenze, l’uomo accetta di smistarne alcuni pacchetti su più candidature femminili in cambio, naturalmente, della seconda preferenza di ciascuna di quelle candidate donne. Il totale delle preferenze dell’uomo in quella circoscrizione risulterà considerevolmente più elevato di quello di ciascuna donna, mentre è probabile che, salvo rari casi di eccezionale popolarità, le donne avranno un quarto/un quinto delle preferenze ottenute dall’uomo.

Se, invece, la preferenza fosse unica, ciascuna delle candidate donne potrebbe, da un lato, fare appello al voto delle donne elettrici, dall’altro, sottolineare al massimo le sue capacità, la sua competenza, la sua esperienza, il suo originale e non mutuabile punto di vista. In questo modo, certo rischioso, non soltanto quella donna candidata non sarebbe debitrice a nessun uomo della sua elezione, ma darebbe un concreto, forte e mobilitante contributo al cambiamento della composizione del Parlamento e della politica italiana.

Pubblicato il 9 agosto su huffingtonpost.it

Caro Zingaretti, di legge elettorale parla quando saprai quanti saranno i parlamentari da eleggere @HuffPostItalia @nzingaretti

Scrivere una qualsiasi legge elettorale senza conoscere con precisione il numero dei rappresentanti da eleggere è un’operazione azzardata. Due punti, però, possono essere decisi subito in prospettiva di una buona rappresentanza politica: nessuna candidatura bloccata, nessuna possibilità di candidature multiple. L’elettore deve potere scegliere il/la suo/a rappresentante. Quindi, o collegi uninominali o almeno un voto di preferenza.

Non impossibili, i collegi uninominali se i deputati e i senatori da eleggere saranno rispettivamente 400 e 200 avranno come minimo, rispettivamente, circa 125 e circa 250 mila elettori. Lieviteranno i costi delle campagne elettorali, conteranno anche altre risorse, sarà molto difficile per gli eletti “conoscere” i loro elettori, preferenze e esigenze. Sarebbe auspicabile che una legge elettorale proporzionale avesse circoscrizioni relativamente piccole: 40 per la Camera e 20 per il Senato con dieci eletti per circoscrizione. La soglia implicita è poco meno del 10 per cento dei voti. Premierebbe quei candidati che nelle rispettive circoscrizioni hanno ottenuto molti voti e dunque rappresentano una parte di elettori/trici anche se il loro partito non avesse superato un’eventuale soglia percentuale nazionale.

Questi relativamente semplici calcoli non dicono nulla sulla qualità della rappresentanza. La riduzione di un terzo del numero dei parlamentari non può essere giustificata soltanto con un risparmio modesto di soldi, quando poi si avrebbero spese potenzialmente “folli” nelle campagne elettorali e negli uffici da mantenere fra una campagna e l’altra. Un buon parlamento e buoni parlamentari debbono svolgere due compiti di assoluta importanza in un democrazia parlamentare: dare rappresentanza ai cittadini, controllare le attività del governo, criticarlo, stimolarlo, eventualmente sostituirlo. I parlamentari saranno tanto più liberi e efficaci in entrambi i compiti se sono debitori della elezione alle loro capacità di ottenere il consenso degli elettori e non alla cooptazione ad opera dei dirigenti dei partiti e delle correnti. È anche probabile che per svolgere soddisfacentemente quei compiti, ad esempio, valutando le leggi e i decreti legge del governo e il loro impatto e l’operato dei ministri e della burocrazia, i parlamentari debbano distribuirsi i compiti.

Un numero ridotto di parlamentari avrebbe molto probabilmente conseguenze negative sul funzionamento del Parlamento spostando potere nelle mani dei governanti. Qui, l’azzardo è palese: meno (parlamentari) non significa meglio (migliore rappresentanza politica e miglior funzionamento del Parlamento e dei rapporti Parlamento/Governo). Anzi, è più probabile che meno significhi peggio, un peggio al quale nessuna legge elettorale potrebbe ovviare, anche se alcune potrebbero ridurre rischi e danni.

Post Scriptum Un minimo di prudenza politica suggerirebbe (anche al segretario del PD Nicola Zingaretti e agli strateghi di riferimento) il silenzio, strategico, sulle indicazioni di fondo relative alla prossima (la legge Rosato è, comunque, da cancellare) legge fintantoché non si sa quanti saranno i parlamentari da eleggere.

Pubblicato il 4 agosto 2020 su huffingtonpost.it

L’insostenibile pretesa del suk parlamentare sui soldi europei @HuffPostItalia

Viviamo in una Repubblica parlamentare, ma dal dibattito sull’uso del Recovery Fund sembra una Repubblica a responsabilità limitata e confusa. Con la Bicamerale cadrebbe un principio cardine: l’accountability. Il marchio dello scaricabarile

Pensavo che, faticosamente, ma finalmente, gli italiani, a partire dai dirigenti politici, avessero imparato che viviamo in una Repubblica parlamentare. Invece, a giudicare dal dibattito su come decidere l’utilizzazione degli ingenti fondi messi a disposizione dall’Unione europea, sembra di essere rientrati in una Repubblica a responsabilità limitata e confusa. Nelle democrazie parlamentari esistenti, l’elemento cruciale per il loro buon funzionamento è dato dal rapporto governo/parlamento. Da un lato, il governo, ciascun governo esiste e resiste soltanto perché e fintantoché è sostenuto dalla fiducia di una maggioranza parlamentare. Dall’altro, il governo, che rappresenta la maggioranza degli elettori, attua scelte programmatiche che debbono essere valutate e approvate dal Parlamento, dalla sua maggioranza, ma anche da tutti coloro che concordano. Quelle scelte vengono formulate e decise in un rapporto stretto fra i singoli ministri e i loro collaboratori nei ministeri e fuori e coordinate dal capo del governo. La o le opposizioni hanno modo di esprimere le loro critiche e riserve e di formulare le loro alternative nel dibattito parlamentare sia nelle Commissioni di merito sia in aula. Questa è, in maniera ineccepibile, la modalità migliore per dare centralità al parlamento. Commissioni bicamerali ad hoc, presieduta da esponenti delle opposizioni servono per fare inchieste e investigazioni, non per produrre politiche pubbliche. Finirebbero rapidamente per risultare luoghi di contrattazioni e scambi, inevitabilmente impropri, per usare un termine irrispettoso il Parlamento si trasformerebbe in un suk. Inoltre, con bicamerali di vario genere, non soltanto le elaborazioni rischiano di essere lente, confuse, frutto di compromessi, ma cadrebbe uno dei principi cardini delle democrazie parlamentari: la responsabilità meglio la accountability. Governanti e oppositori potrebbero, a ragione, procedere allo scaricabarile su qualsiasi delle politiche non funzionino e diventerebbe difficilissimo, praticamente impossibile per gli elettori capire chi ha ragione chi ha torto, punire chi ha sbagliato premiare chi ha formulato le politiche migliori. Senza accountability le democrazie parlamentari sarebbero allo sbando e gli elettori sarebbero costretti a scegliere quasi a caso.

Dunque, no alle ipotesi di bicamerali. Siano i ministri, i loro staff politici e i vertici delle loro burocrazie a scegliere chi consultare e quali progetti, tempi e costi, proporre. Siano il Presidente del Consiglio e il Consiglio dei ministri a comporre rapidamente il pacchetto degli interventi da attuare tenendo conto di tutte le compatibilità. Toccherà poi al Parlamento, in commissione e in aula, la decisione definitiva. Lì le opposizioni presenteranno le loro critiche e controproposte, ma la responsabilità di quanto fatto, non fatto, fatto male deve essere limpidamente attribuita al governo, ai Ministri, alla maggioranza. Il resto è costosissima perdita di tempo e, naturalmente, di credibilità di fronte all’elettorato italiano e alle autorità europee.

Pubblicato il 25 luglio 2020 su huffingtonpost.it

Ottuagenari sfuggiti alla rottamazione

Questo è un paese per ottuagenari. Purché carichi di denaro, di esperienze e di onori. “Suprematisti” (nel senso che hanno raggiunto i vertici più elevati nelle loro rispettive attività) bianchi che sono circondati da ammiratori (trici) e collaboratori, molti dei quali hanno ruoli importanti e altri ne potrebbero acquisire se i loro referente assurgono (non vorrei essere più preciso). Berlusconi, De Benedetti, Prodi, s’erano tanto combattuti e adesso i due del centro-sinistra sembrano avere molto bisogno e nostalgia dell’ex-Cavaliere e addirittura acconsentire al suo sdoganamento per la carica più elevata della Repubblica. D’altronde, quando fu eletto la prima volta al Quirinale anche Giorgio Napolitano era un ultraottantenne. Persino negli Stati Uniti, dove dodici anni fa alla conquista della Casa Bianca si avviava un relativamente inesperto neo-senatore di colore, oggi a contendersela sono due uomini bianchi ultrasettantenni. Le ambizioni tengono vivi e attivi, fanno circolare più fluidamente il sangue, ma era certo inimmaginabile che Prodi dimenticasse il tenore degli scontri e dei dissidi con Berlusconi e che De Benedetti fosse disposto a superare l’amarezza per quello scontro epocale finito in tribunale per il controllo di Mondadori e di “Repubblica”.

Se Parigi val bene una messa che cosa e quanto vale un MES? Sono i voti di Forza Italia il cui fondatore e padrone si è scoperto europeista adamantino che Prodi va cercando affinché l’Italia ottenga il massimo dei finanziamenti europei? Poi, per il Quirinale si vedrà chi dei due nonni avrà abbastanza voti e sostegno diffuso. E De Benedetti vuole “soltanto” tenere lontani da Palazzo Chigi tanto Salvini quanto Meloni e trovare un capo di governo diverso da Conte? forse anche una maggioranza diversa che finirebbe per rimescolare le carte quirinalizie? Sarebbero, dunque, i poteri forti, fra i quali, va annoverato anche il neo-Presidente della Confindustria che accusa Conte di non rispettare gli impegni e, in sostanza, di non sapere governare, a volere la testa del Presidente del Consiglio? Il momento della crisi, comunque, quando sta per iniziare la madre di tutte le trattative europee, è il meno consigliabile in assoluto. Forse con Conte non ci sarà il MES per spese sanitarie, ma il rischio è che senza Conte, tutti gli altri grants (sussidi) e loans (prestiti) siano drasticamente ridimensionati.

Mentre gli ottuagenari, almeno a parole, si riconciliano e gli avvocati di Berlusconi cercano una riabilitazione dalla Corte di Giustizia Europea, alcuni dati strutturali segnalano quanto seria è la situazione italiana. Il tasso di natalità continua a non garantire il ricambio della popolazione. L’Italia complessivamente invecchia, decine di migliaia di giovani donne e uomini se ne vanno all’estero, con conseguenze gravi non soltanto su chi dovrà pagare le pensioni, ma per la perdita del dinamismo di idee e di imprese che solo i giovani potrebbero garantire. Sembrò per poco più di un attimo che il dinamismo lo avrebbe portato e implementato il rottamatore-in-Chief, se non fosse entrato in una vertigine solipsistica. Non soltanto per autotutela, è molto poco probabile che le politiche pensate da leader ottuagenari siano tali da premiare i giovani. La nuova normalità, se ci arriveremo, continuerà ad essere piuttosto penalizzante per i giovani italiani. Non è vero che il paese è in declino. È già declinato anche per responsabilità dei suprematisti bianchi che oggi si scambiano riconoscimenti.

Pubblicato il 14 luglio 2020 su huffingtonpost.it

Max Weber (1864-1920), classico fra i classici #MaxWeber @HuffPostItalia

ULLSTEIN BILD DTL. VIA GETTY IMAGES

A cent’anni dalla morte (14 giugno 1920) Max Weber è giustamente considerato il più importante degli studiosi di sociologia, forse anche il più rilevante per la contemporaneità. Non c’è settore della sociologia, dallo studio delle religioni all’analisi del capitalismo, dallo Stato ai tipi di potere, dai movimenti ai partiti politici, al quale Weber, autore molto prolifico, non abbia dato contributi tuttora di enorme impatto. Naturalmente, è impossibile renderne pienamente, totalmente conto in maniera adeguata. Nonostante validi tentativi, nessuno studioso vi è finora riuscito. Molti, però, studiosi e politici, fanno frequentemente ricorso, qualche volta senza consapevolezza, alla terminologia weberiana e ad alcuni elementi dei suoi scritti e insegnamenti.

Con molta esagerazione viene usato il termine carismatico fuori dalla sua accezione tecnica e attribuito a qualche leader appena emergente, a qualche personalità affascinante, persino a qualche atleta/calciatore di grandi qualità. Tutti sembrano sapere che esiste una differenza fra “vivere di” politica e “vivere per la” politica. Nella pratica, chi può cerca di cancellare questa differenza. I più colti fanno talvolta riferimento alle due etiche delineate da Weber: etica della convinzione, propria di coloro che agiscono a prescindere da qualsiasi considerazione esclusivamente con riferimento ai propri principi, e etica della responsabilità, praticata da coloro che, nella misura del possibile, valutano le probabili conseguenze delle loro azioni prima di intraprenderle. Quasi nessuno ricorda che Weber sostiene che le due etiche non debbono e non sono da porre in totale contrapposizione e possono entrambe valere in tempi diversi in condizioni diverse.

Testi breve e di, almeno apparentemente facile lettura, le due conferenze “La scienza come professione” e “La politica come professione” sono giustamente citatissime anche perché contengono insegnamenti di perdurante validità. In particolare, la riflessione weberiana sulla avalutatività come criterio al quale debbono rigorosamente attenersi gli scienziati e gli studiosi continua a costituire un essenziale riferimento. L’avalutatività weberiana, ha scritto Bobbio, non è indifferenza quanto, piuttosto, perseguimento dell’oggettività, e si traduce concretamente nello sforzo di evitare che i giudizi di valore interferiscano nella ricerca e, in un certo senso, ne inquinino gli esiti. Su quegli esiti, poi, ricercatori e scienziati potranno legittimamente applicare le loro valutazioni e procedere ad approfondimenti seguendo le loro preferenze e, per l’appunto, i loro valori. Per fare un esempio significativo, nella sua pionieristica e simpatetica analisi dei movimenti, a partire da quelli religiosi, Weber ne ricostruisce il percorso dallo statu nascenti fino alla possibile, ma mai da dare per certa, istituzionalizzazione. Lo fa senza formulare giudizi di valore chiarendo rischi, opportunità, condizioni che conducono al successo o al fallimento.

Tutte le analisi di Weber hanno un solido e significativo retroterra storico. Il suo metodo storico-comparato è di per sé un importantissimo strumento, in partenza, per la formulazione delle ipotesi, poi per l’elaborazione di generalizzazioni che conducano alla spiegazione e comprensione dei fenomeni. Negli scritti di Weber sta anche una visione del mondo e si trova una grande preoccupazione per l’affermarsi e l’estendersi della gabbia d’acciaio della burocrazia che potrebbe imprigionare e schiacciare tutte le società. Se classico è lo studioso che solleva domande e problemi che durano ben oltre il suo tempo, Weber è il classico per eccellenza.

Pubblicato il 13 giugno su huffingtonpost.it

Crimini e conversioni @HuffPostItalia

Il confinamento sociale si giustifica, ed è stato molto ampiamente accettato e praticato dai cittadini italiani, in base al principio che la nostra libertà di circolazione non deve creare rischi (di contagio) agli altri. È assunzione di responsabilità. Pagare il riscatto per qualsiasi persona rapita e addirittura rendere noto che questa è la “dottrina” italiana, significa assolvere dalla responsabilità le varie associazioni di cooperazione, i loro operatori e tutti coloro che in paesi notoriamente pericolosi mettono a rischio la loro persona, ma anche quella di altri. Indirettamente, in questo modo ne risultano incentivati i rapimenti nella suprema consapevolezza dei rapitori che il loro reato contro quella persona li arricchirà. Per di più, è molto probabile che i soldi ottenuti saranno usati per altri rapimenti, per accrescere il potere di quella banda rispetto ad altre, certamente non per opere di bene come quelle perseguite dalle associazioni di cooperazione. A sua volta, chi va in luoghi dove i rapimenti sono pratica diffusa dovrebbe essere consapevole del rischio che corre e delle conseguenze che non saranno positive neppure per quelle parti di popolazione che qualsiasi cooperante, laico o religioso, intenda aiutare, con qualsiasi motivazione prevalentemente altruistica (che non merita mai di essere sminuita né derisa).

Fra le motivazioni possono trovarsi anche credenze religiose di vario tipo che ciascuno dei cooperanti può nutrire a suo piacimento. Può scegliere di non avere nessun credo, ma anche di cambiarlo, di convertirsi. Nessuno può sapere quanti si convertano leggendo i testi sacri delle religioni monoteistiche. Nessuno può affermare con inspiegabile sicurezza che l’Islam è una religione di pace piuttosto che di guerra, e che esiste un’interpretazione moderata del Corano, che automaticamente e logicamente implica che ve ne sia anche una estremistica, radicale. Tuttavia, appare azzardato sostenere che siano “moderati” coloro che minacciano l’uccisione del rapito/a, minaccia spesso condotta alle sue estreme conseguenze, in caso di non pagamento del riscatto. Che la lettura del Corano suggerita (imposta?) dai rapitori serva a ispirare una conversione proprio al credo contenuto in quel libro che viene utilizzato per giustificare e più volte vantare comportamenti efferati fino alle uccisioni degli ostaggi, è alquanto azzardato, non facilmente comprensibile, questionabile, ma non automaticamente ridicolizzabile.

Naturalmente, nessuno è in grado di scrutare nel profondo dell’anima delle donne e degli uomini. Nessuno, se non i diretti interessati, è in grado di sapere quanto soffocante possa essere il senso di oppressione che attanaglia chi è ridotto in condizioni di subalternità assoluta. Non posso, però, esimermi dal rilevare che molti fenomeni e comportamenti dovrebbero essere sufficientemente conosciuti anche sulla base dei molti precedenti, conversioni comprese. Ne consegue che la dottrina italiana in materia di rapimenti e di riscatti va assolutamente rivisitata per evitare che i soldi italiani servano ai rapimenti e alle uccisioni di altre persone, a prescindere dalla loro nazionalità. Le considerazioni sulle conversioni non possono arrestarsi alla soglia di credenze, preferenze, esperienze intimamente personali. Debbono spingersi fino alle riflessioni sulle conseguenze per gli altri della legittimazione di azioni che, anche poste sotto l’insegna di credenze sacre, sono e rimangono criminose. Il resto è preferibile che sia silenzio.  

Pubblicato il 12 maggio 2020 su huffingtonpost.it

Nella normalità gli italiani riescono sempre a dare il peggio di sé @HuffPostItalia

In un paese decente si discuterebbe di chi sono i congiunti? delle relazioni consolidate? della riapertura delle chiese cattoliche? (gli ebrei hanno deciso che le sinagoghe rimangono chiuse). Ecclesia non significa “assembramento” e gli assembramenti non sono vietati? Il Commissario all’Emergenza Domenico Arcuri ne sa meno della Conferenza Episcopale Italiana? Da dove traggono le loro conoscenze, evidentemente specialistiche, i vescovi italiani? Passato un cortissimo interludio siamo già tornati a gettare discredito sulle competenze e sugli esperti? “Dare a Dio quel che è di Dio e a Cesare quel che è di Cesare” non potrebbe, forse, significare che, oltre alle tasse a Cesare dovremmo riconoscere anche, sulla base delle acquisizioni scientifiche, di prendere decisioni che riguardano l’organizzazione e la vita di una collettività?

Quelli che in Italia oggi vogliono l’allentamento sono gli stessi che hanno espresso la loro ammirazione per la chiusura draconiana della provincia di Wuhan e di Singapore? Che, naturalmente, comprendeva fortissime restrizioni alla libertà personale di circolazione. E quelli che criticano la possibilità di “tracciare” i movimenti dei cittadini sanno che proprio il tracciamento effettuato su tutti i sud coreani ha praticamente sconfitto il coronavirus? Da quando alcune libertà sono assolute (quella di circolazione poi) anche quando sappiamo che possono andare a detrimento grave delle libertà degli altri fino a portare al loro decesso?

Sarebbero costoro gli italiani che danno il meglio di sé nell’emergenza? A me pare, tutt’al contrario, che l’emergenza sia la cartina di tornasole che fa emergere tutti i difetti, le carenze, gli egoismi degli italiani (per fortuna, di non tutti gli italiani). Su questi fastidiosi rumori di fondo, spesso manipolati e ingranditi, sempre sgradevoli, qualcuno pensa di costruire una politica alternativa a quella del governo Conte? Non sarebbe preferibile che formulasse prima, con precisione, quale politica alternativa è fattibile, con quali costi, con quali esiti, con quali tempi? Non può, naturalmente, trattarsi semplicemente di dire apriamo qualche giorno prima, diamo cento euro in più, riduciamo le distanze di sicurezza. Tutto questo può certamente essere detto accompagnandolo da spiegazioni e da qualche evidenza scientifica. Invece, vedo, ma non sono il solo, che è in atto “un gioco di società”: differenziazioni e riposizionamenti con un sottile profumo di esibizionismo populista e un tocco di immarcescibile servilismo clericale.

Questo triste balletto significa che già molto è tornato come prima. Che non abbiamo imparato niente anche perché per imparare bisogna “avere le basi”. Che sta tornando la normalità nella quale gli italiani riescono sempre a dare il peggio di sé. Oggi più di ieri. In attesa, gioite: una volta sostituito il Presidente del Consiglio Conte che più o meno (la seconda) autorevoli commentatori vedono addirittura “affaticato”, l’Italia s’impennerà. E avremo la gioiosa occasione di dire molte messe di ringraziamento.

Pubblicato il 28 aprile 2020 su huffingtonpost.it

I politici che bluffano oggi preparano tempi peggiori @HuffPostItalia

In un dramma che continua è già possibile individuare alcune lezioni che la politica italiana potrebbe imparare. Probabilmente, alla fine di questa tremenda prova ne verranno altre insieme ad approfondimenti e revisioni delle lezioni sperabilmente già apprese. Prima lezione, con buona pace dei seguaci della sig.ra Thatcher, esiste una società. Esistono uomini e donne che hanno relazioni con altri uomini e altre donne che improntano i loro comportamenti anche tenendo conto delle conseguenze che possono/potrebbero avere sulla vita degli altri, nella consapevolezza che è giusto che la loro libertà si arresti dove comincia la libertà degli altri, e viceversa. Anzi, proprio perché sanno che esistono conseguenze buone e cattive, a questi uomini e a queste donne la politica ha il dovere di indicare i comportamenti più atti a mantenere la coesione sociale e non lasciarli scivolare o peggio a spingerli verso una società liquefatta. La probabilità che i comportamenti suggeriti, indicati, imposti dalla politica siano effettivamente accettati e tradotti in seppur dolorose pratiche dipende dalle conoscenze scientifiche disponibili. La seconda lezione è che la politica ha l’obbligo di avvalersi delle conoscenze scientifiche, di rivalutare il ruolo e l’importanza della scienza e degli scienziati, degli studiosi e dei competenti. Ha altresì l’obbligo di assumersi la piena responsabilità di decidere fra le alternative disponibili argomentando e spiegando pubblicamente le ragioni delle scelte.

Esiste una responsabilità sociale degli scienziati come esiste una responsabilità politica dei governanti e dei rappresentanti. Soltanto riconoscendo questa differenza e, al tempo stesso, la necessità dell’incontro è possibile affrontare attrezzati i problemi complessi che la modernità continuerà a presentare ai cittadini del mondo. La terza lezione che la politica può imparare e anche i cittadini potrebbero apprezzare è che la fiducia è una risorsa di eccezionale importanza tanto nei rapporti orizzontali fra cittadini quanto nei rapporti verticali fra le autorità, specialmente, ma non solo, quelle politiche e la cittadinanza. La fiducia si crea sulla base delle esperienze pregresse e delle competenze dimostrate, cresce se dimostra di giovare, diminuisce e va perduta quando viene tradita. Governanti e rappresentanti che promettono quello che sanno di non riuscire a mantenere, che rilanciano perché pensano che non saranno chiamati a rispondere dei loro bluff, ridimensionano, ridicolizzano la fiducia e preparano tempi peggiori anche se così facendo conquistassero temporaneamente cariche di governo. A giudicare da non poche dichiarazioni dei/delle dirigenti e dei/lle parlamentari dei partiti di opposizione, non pochi di loro questa lezione sulla fiducia non l’hanno assorbita oppure hanno deciso consapevolmente di ignorarla.

Nelle democrazie il luogo per eccellenza della fiducia è un Parlamento liberamente eletto con parlamentari, uomini e donne liberi/e di rappresentare l’elettorato e di agire senza vincolo di mandato, senza nessun vincolo neppure quello nei confronti dei capipartito e dei capi fazione che hanno sfruttato il potere di eleggerli e nelle cui mani rimane soprattutto il potere di ricandidarli e di farli rieleggere. La quarta lezione da apprendere è che in una situazione di gravissima crisi, il potere di decidere il più rapidamente possibile sta nelle mani dei decisori che, in quanto governanti, godono della fiducia della maggioranza parlamentare. Le leggi, dovremmo saperlo, non le fanno i parlamenti, ma i parlamenti non solo hanno il compito importantissimo di valutare quelle leggi, eventualmente emendandole, ma debbono anche controllare continuativamente e accuratamente l’operato del governo e porre paletti chiari alla sua azione. In attesa che i sovranisti de noantri critichino Putin e soprattutto Orbán per come manipolano il parlamento per ridimensionarne fino a cancellarne le capacità di controllo sul governante massimo, la lezione per la democrazia italiana è che il Parlamento acquisisca davvero centralità nel sistema politico-istituzionale, non come tribuna per tornei oratori, ma tanto come luogo privilegiato della discussione politica e della valutazione delle alternative quanto come arena per l’informazione dei cittadini. Se la politica imparasse queste lezioni e ne facesse tesoro per il futuro che mi auguro il più prossimo possibile, la qualità della democrazia italiana farebbe davvero un balzo in avanti, in alto.

Pubblicato il 3 aprile 2020 su huffingtonpost.it