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Non credo al voto di protesta. Ha vinto la passione politica

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Intervista raccolta da Francesco Grignetti per La Stampa

GP

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica, a 74 anni s’è impegnato a fondo nella campagna referendaria per il No. Su questo risultato ci contava. Anche lui, però, è rimasto sorpreso dal record di affluenza. “Da Sciacca a Pordenone, ad ogni iniziativa trovavo sempre più gente. Che ci fosse molta voglia di capire, era evidente. Ma non mi aspettavo neppure io una partecipazione così straordinaria“.

Che cosa è accaduto, la gente ha riscoperto il valore della Costituzione?

No, il voto è stato essenzialmente politico dopo che il presidente del Consiglio ha gettato sul piatto la sua carica e anche il suo ruolo di ispiratore di questa riforma, che io ritenevo sbagliata. Gli italiani a quel punto hanno reagito alla doppia sfida: chi perché gli era contrario politicamente, chi perché non voleva che modificasse a quel modo la Costituzione.

Dietro l’alta partecipazione c’è dunque una somma di ragioni?

Su tutte, la chiave politica. Molti hanno votato per sostenere questo governo e molti altri per farlo cadere. Chi era contro, si sa. Ma c’è stato anche un elettorato del Pd, specie dell’ex Margherita, che si è mobilitato a difesa. Mi spiego così i numeri altissimi del voto in Trentino, Toscana, Emilia Romagna, come anche il record di Firenze.

E quanto ha inciso la difesa della Costituzione?

Ha giocato un ruolo. Io non ho condiviso certi allarmi sul rischio di una deriva autoritaria. È indubbio, però, che in parte dell’elettorato questo timore c’era. E comunque il segno generale di questa riforma, dall’abolizione delle Province al principio di supremazia dello Stato sulle Regioni (un principio che aveva irritato moltissimo in Veneto, per dire, dove sono gelosi della loro autonomia), a un Senato residuale e di consiglieri regionali, ecco questo segno generale era la compressione degli spazi elettivi. A quest’impostazione gli italiani hanno detto no. Nel voto, c’è chi legge soprattutto il disagio sociale. Ci credo poco. L’alta partecipazione ci dice altro, una fortissima voglia di partecipazione.

Altro che fuga dalla politica.

Assolutamente. Se prendiamo l’affluenza misera alle Regionali dell’Emilia-Romagna nel 2014, scesa al 37%, non possiamo certo tirare la conclusione che gii emiliani e i romagnoli siano diventati indifferenti alla politica. Quel voto era un astensionismo di protesta, tutto qui. E infatti, con il 75,9% di domenica, le percentuali tornano a livello delle Politiche del 2013, che in Emilia Romagna videro votare l’82% degli elettori.

Professore, detto di questa voglia di partecipazione, certo non fuga dalla politica, che cosa si aspetta dalle prossime elezioni politiche? Alti o bassi numeri di affluenza?

Se avremo una legge elettorale che permette all’elettore di esprimersi pienamente, se non ci saranno liste bloccate che mortificano le scelte, mi aspetto la solita Italia appassionata. E se avremo davanti un anno politico decente, prevedendo un testa a testa tra il Pd e il M5S, mi aspetto una fortissima mobilitazione dei rispettivi elettorati, che soprattutto non vorranno far vincere l’avversario.

Pubblicato il 6 dicembre 2016

PERCHÉ “Le assemblee non influiscono su instabilità e lentezza”

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Intervista raccolta da Ugo Magri

Come mai, professor Pasquino, lei è contrario a questa riforma del Senato?

«Perché finora il bicameralismo italiano ha funzionato piuttosto bene. Ha prodotto molte leggi, qualcuno direbbe perfino troppe (ma delegificare spetterebbe al governo). E ha sfornato queste leggi in maniera complessivamente abbastanza rapida. Quando non è riuscito a fare in fretta, il governo ha avuto comunque gli strumenti per intervenire».

I decreti legge?

«Esatto. Sui decreti spessissimo il governo pone la fiducia e così scavalca l’ostacolo. Quindi non c’è nessuna giustificazione, per superare il bicameralismo, che sia finalizzata a un’attività legislativa più veloce».

Due Camere paritarie, però, rendono traballanti i governi.

«Questo nesso tra bicameralismo e instabilità io non lo vedo. Una volta soltanto un governo è caduto in Senato, fu con Prodi nel 2008. Se le due Camere si trovano con maggioranze diverse, ciò non dipende dal bicameralismo ma da una legge elettorale malfatta».

Non crede che sia venuto il momento di distinguere i compiti?

«Certo. Difatti sarei favorevole alla differenziazione delle funzioni e della stessa composizione. La mia obiezione di fondo, che mi porta verso il “no”, è che questa trasformazione è stata fatta molto male. La composizione che viene fuori dalla riforma è pasticciata. Per dirne una, i 5 senatori nominati per sette anni dal Presidente della Repubblica non c’entrano nulla con una Camera delle regioni. Inoltre le sue funzioni sono confuse, il processo legislativo risulterà molto più complicato. Ma soprattutto, il Senato non sarà in condizione di svolgere accuratamente alcuni dei compiti più importanti che gli vengono affidati».

Quali in particolare?

«Raffinare la legislazione europea e valutare le politiche pubbliche: compiti che richiedono grandi competenze, anche tecniche. Escludo che possano averle i senatori nominati tra i consiglieri regionali. E sempre in tema di competenze, a un Senato non eletto verrebbe affidato il compito di partecipare alla revisione delle leggi costituzionali, che dovrebbero essere decise da parlamentari scelti dai cittadini».

Pubblicato il 10 ottobre 2016

Roma, conflitto di interessi e porte girevoli

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No, l’assessore all’Ambiente della giunta Cinquestelle di Roma, Paola Muraro, non si trova in una situazione di conflitto di interessi, ma ha un altro problema etico-politico, da discutere e da risolvere. Nella sua essenza si ha conflitto di interessi quando il detentore di una carica pubblica è in grado con le sue decisioni di avvantaggiare i suoi interessi privati. Quanto più importante è la carica pubblica, per intenderci, ministri e capi di governo e quanti più cospicui sono gli interessi dei governanti tanto più grave e meritevole di regolamentazione esplicita, precisa e severa è il conflitto. La recente storia politica italiana offre non pochi brutti esempi di conflitti e di inadeguate regolamentazioni. Senza entrare nei particolari, qualche volta difficilissimi da accertare e da disciplinare, la soluzione è che il detentore di quella carica si liberi dei suoi interessi, anche affidandone la gestione a un fondo cieco nel quale lui non abbia la possibilità di vedere quali interessi rimangono e come sono gestiti.

Del tutto diversa è la fattispecie nella quale chi assume una carica pubblica abbia svolto un’intensa attività imprenditoriale o di consulenza nel settore del quale è chiamato/a ad occuparsi. Più spesso che no, in special modo, ma non esclusivamente, negli USA, però, il passaggio avviene da una carica pubblica, di rappresentanza e/o di governo, ad un’attività nel privato, ad esempio, nei grandi studi legali, nei quali l’ex-rappresentante o l’ex-governante portano il loro, talvolta prestigioso, nome, le conoscenze acquisite e le reti di relazioni consolidate con grande vantaggio per lo studio stesso e i suoi soci. Questo fenomeno non è assimilabile al conflitto di interessi. Viene definito revolving doors (porte girevoli): il rappresentante/governante esce dalle sue cariche pubbliche ed entra in (lucrose) attività private, ma, qualche volta, può “uscire”, temporaneamente, dalle sue attività private per entrare a vele spiegate in una carica pubblica che avrà a che fare con attività private del tipo da lui praticato.

A causa dell’importanza e della frequenza dei casi, negli USA sono previsti molti divieti di passaggio soprattutto dalle cariche pubbliche ad alcune attività private. Spesso, il divieto, per così dire, di base è dato dall’imposizione di un periodo di raffreddamento: nessuna di quelle attività private potrà essere svolta prima che siano trascorsi un certo numero di anni, almeno due, ma spesso di più, dalla fuoriuscita dalla carica pubblica.

Il caso dell’assessore di Roma Paola Muraro non è conflitto di interessi, ma è, per l’appunto, un esempio di “porte girevoli”. Avendo svolto consulenze, non importa quanto lucrose, per l’AMA (Azienda Municipalizzata dell’Ambiente) per un certo numero di anni, sicuramente l’assessore porta con sé competenze e conoscenze specifiche. Può legittimamente sostenere che proprio quelle competenze la rendono eminentemente qualificata a tentare di regolamentare nel migliore dei modi quell’azienda. Andrà giudicata con riferimento al suo operato. Bisognerà attenderla anche quando lascerà quella carica pubblica e sceglierà di tornare all’attività privata. Se tornasse a fare consulenze per l’AMA certamente ci sarebbero problemi, quantomeno di improprietà, se non di più, qualora traesse vantaggio da regole da lei stessa scritte e fatte approvare dal sindaco e dalla maggioranza del consiglio comunale di Roma.

In questo specifico caso è evidente che un periodo di raffreddamento, ovviamente argomentato e disciplinato in maniera tale da coprire tutte le fattispecie immaginabili (ad esempio, anche quelle dei giudici costituzionali che spesso si posizionano per ottenere altre cariche al termine del loro mandato di nove anni), diventa non soltanto opportuno, ma imperativo. Non confondere “conflitto di interessi” con “porte girevoli” è cruciale per approntare le misure, molto differenti, più adeguate affinché la res publica sia amministrata in piena trasparenza e nell’interesse non dei detentori delle cariche pubbliche e private, ma dei cittadini.

Pubblicato 8 agosto 2016

Ecco perchè l’Italicum va cestinato

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Nessun sistema elettorale è fatto per eleggere un governo. Anche nelle Repubbliche presidenziali, nelle quali il Presidente eletto dai cittadini è capo dello Stato e del governo, esiste uno specifico sistema elettorale per eleggere il Congresso/Parlamento. A nessun sistema elettorale è mai stato prioritariamente attribuito il davvero oneroso compito di designare il vincitore la sera stessa delle elezioni. Fra l’altro, con l’Italicum il vincitore diventerà noto agli italiani due settimane dopo il voto, una volta tenuto il ballottaggio. Tutti i sistemi elettorali hanno un compito costitutivo: dare agli elettori la migliore rappresentanza possibile. A lungo si è pensato che fossero i sistemi elettorali maggioritari applicati in collegi uninominali, a produrre un’ottima rappresentanza politica grazie all’elezione di candidati che avevano stabilito un rapporto con gli elettori dei loro collegi e che, con l’obiettivo di essere rieletti, si sarebbero impegnati a mantenerlo. Questa convinzione non è venuta affatto meno in tutto il mondo anglosassone: dalla Gran Bretagna agli USA, dall’Australia ai numerosi paesi nei quali gli inglesi portarono regole, istituzioni, democrazia, fino all’India. Poi nella Quinta Repubblica è stato stato introdotto il doppio turno in collegi uninominali che non è ballottaggio poiché vi possono concorrere più di due candidati. Nessun sistema elettorale che affidi la scelta dei parlamentari alla loro nomina ai capi dei partiti e delle correnti, come stabilisce l’Italicum, risolverà la crisi di rappresentanza. Meno che mai può “restituire lo scettro al principe” che è il titolo di un libro che ho pubblicato da Laterza nel 1985. Il principe in questione è il cittadino-sovrano, non il capo del governo e neppure il partito gramsciano. Se pensiamo che il criterio più importante per valutare un sistema elettorale debba essere il potere degli elettori, non consentire agli elettori di scegliere circa il 60 per cento dei parlamentari significa togliere loro molto potere (agli elettori dei partiti medio-piccoli che eleggeranno pochi deputati significa non dare nessun potere tranne quello di tracciare una crocetta). Eliminare il ballottaggio, che consente agli elettori di esprimersi a favore del partito a cui vorrebbero affidare il governo del paese significa togliere loro potere e svirilizzare l’Italicum, a prescindere dalla problematicità di un ballottaggio limitato a partiti o liste singole.

L’Italicum, oramai difeso soltanto da coloro che hanno colpevolmente contribuito a elaborarlo ha molti altri difetti, ma almeno due obiezioni non le merita. Primo: non deve essere mai paragonato alla Legge Acerbo; secondo non deve essere riformato solo perché potrebbe vincere un partito o una lista o un movimento non graditi a chi ha scritto e approvato la legge. Quanto al primo punto, è sbagliato paragonare una legge elettorale usata in un regime autoritario (che, fra l’altro, usò anche mezzi illegali per schiacciare l’opposizione e vincere) con un sistema elettorale applicabile in un regime democratico. La legge fascista Acerbo non contemplava nessun ballottaggio che ha sempre il merito di consentire agli elettori di cambiare a ragion veduta il loro voto. Quanto al secondo punto, le leggi elettorali non vanno mai scritte con riferimento al contingente per favorire qualcuno e sfavorire altri. Di conseguenza non vanno neppure cambiate con la stessa logica truffaldina. Non da oggi sappiamo che l’Italicum è una brutta legge elettorale. Non basteranno i ritocchi particolaristici. L’Italicum deve essere cestinato, meglio se prima della valutazione che ne darà la Corte Costituzionale. Deve esser sostituito da un Europaeum, ovvero da un sistema elettorale all’altezza dei migliori sistemi utilizzati nelle democrazie parlamentari di lungo corso dell’Europa occidentale.

Pubblicato il 24 luglio 2016

Dialogo sulla Costituzione #CircoloLettori #Torino

“Bella conversazione con il Direttore de “La Stampa” Maurizio Molinari. Siamo stati, noi e la Costituzione, apprezzati dal Circolo dei Lettori e da un pubblico competente, che ringrazio. Alla prossima: è una promessa!”

con Maurizio Molinari Torino 5 marzo 2016 2

Circolo dei lettori

sabato 5 marzo ore 18

presentazione del libro di Gianfranco Pasquino

La Costituzione in trenta lezioni (UTET 2015)

INVITO La Costituzione in trenta lezioni #CircoloLettori #Torino sabato 5 marzo

Circolo dei lettori

sabato 5 marzo ore 18

presentazione del libro di Gianfranco Pasquino

La Costituzione in trenta lezioni (UTET 2015)

con l’autore interverrà Maurizio Molinari, direttore “La Stampa”

La “legge delle leggi”, oltre a racchiudere il passato di un Paese, ne progetta il futuro.Il politologo analizza in trenta fulminei saggi le idee che hanno dato vita alla Costituzione, influenzando, tra intuizioni, chiaroscuri interpretativi e promesse disattese, la storia dell’Italia contemporanea.

Invito 5 marzo

 

“Pasticci di Democrazia”: Pasquino, Carlassare e le riforme targate Renzi #BDEM15 @BIENNALEDEMOCR

Passaggi-di-repubblica-passaggi-di-democrazia

“Pasticci di Democrazia”: Pasquino, Carlassare e le riforme targate Renzi
di Gianluca Palma (Master in giornalismo “Giorgio Bocca” Torino) pubblicato sul sito biennaledemocrazia.it

“Un Paese è governabile non solo grazie a una buona legge elettorale, ma se c’è il consenso sociale dei cittadini. Per questo oggi sono qui a parlare con voi, ma con il cuore a Roma alla manifestazione di Maurizio Landini”. Lapidario il commento della costituzionalista Lorenza Carlassare, intervenuta questa mattina al seminario “Passaggi di Repubblica e Passaggi di Democrazia”, al cui tavolo dei relatori erano presenti anche il politologo Gianfranco Pasquino e Marco Castelnuovo, giornalista de La Stampa, che moderava il dibattito. “Il governo dovrebbe ricordarsi di applicare l’articolo 3 della Costituzione, che promuove l’uguaglianza sostanziale dei cittadini, dando allo Stato il compito di rimuovere ogni ostacolo alla partecipazione di tutti i lavoratori alla vita politica, sociale ed economica del Paese”. Ciò che spaventa di più sia Pasquino che Carlassare sono le riforme in atto: da una parte quella della Costituzione che, sostengono, mira a stravolgere l’intero assetto istituzionale, e, dall’altra l’Italicum, la legge elettorale con la quale ritengono che si punti a creare un bipolarismo poco democratico, con premi di maggioranza ai partiti che non rappresentano, però, la maggioranza della popolazione. L’Italicum prevede “un meccanismo assurdo – ha aggiunto Pasquino – perchè il premio si dà a qualsiasi partito che prenda la maggioranza dei voti, anche se ha ottenuto il 20-25%. Ciò è fatto apposta per regalare al Partito Democratico, che ora chiamano Partito della Nazione, la maggioranza in Parlamento”. “Allora bisogna chiedersi, i premi di maggioranza servono a inventarla quando quest’ultima nei fatti non c’è o a rinforzare quella esistente?”. Altro problema sono i capilista bloccati. “Un meccanismo – ha spiegato Carlassare – con cui si vuole assicurare il ‘posto’ in Parlamento a dei candidati che non verrebbero mai eletti in alcuni territori”. “Più che di Passaggi di Democrazia –hanno ribadito i relatori– nel caso di questo governo si tratta di Pasticci di Democrazia”. “E ci vuole una forte opposizione sociale – ha concluso la costituzionalista – per questo esprimo massima solidarietà alla manifestazione dei lavoratori