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Il Governo funziona male, ma le elezioni non migliorerebbero nulla

Chi intende il “dialogo” come chiacchierata a pranzo, a cena, negli intervalli di lavoro di una giornata, nel quale ci si limita a scambiare senza impegno parole parole parole, non può pensare che questo significhi negoziare e, neppure, ottenere assenso. Se, poi, come ripetutamente hanno detto, in ordine di rilevanza, Salvini, Di Maio, Tria, Conte, sì al dialogo, però, “la manovra non cambia”, allora meglio non andare a Bruxelles, ma andare al mare. Ciononostante, non dobbiamo, come interpreto la dura riflessione di Cisnetto, abbandonare le speranze poiché, contrariamente alla scommessa dei governanti giallo-verdi, tirare per le lunghe non significa affatto evitare di tirare le cuoia. Al contrario, già nel medio periodo, mercati e spread potrebbero insegnare qualcosa anche a chi ha ampiamente dimostrato poca dimestichezza con i numeri (e con Babbo Natale). La letterina della Commissione arriverà e sarà severa. Chi ha la pazienza di aspettare, ma spero che i piccoli e medi industriali del Nord l’abbiano già persa questa pazienza, potrebbe vedere il governo cambiare qualcosa di sostanziale. Magari avendo capito che il mantra al quale fanno ricorso: “i fondamentali dell’economia italiana sono sani”, è profondamente sbagliato. Il 131 per cento di debito pubblico non è sano. È molto malsano. Evadere 20-25 percento di tasse non è sano. La crescita più bassa di quasi tutti gli Stati-membri dell’Unione è malsanissima, ed è difficile credere che la manovra riuscirà a rovesciare una tendenza ventennale. Lascio da parte il costo, ingente, della corruzione politica che, naturalmente, non riguarda affatto solamente i politici.

Se il non-negoziato Commissione- Italia non porta a nulla, allora, sostiene Cisnetto, meglio andare alle urne. La penso molto diversamente per un insieme di ragioni. In maniera sorprendente, ma non incredibile tutti i sondaggi concordi rilevano che né il governo né l’evanescente Presidente del Consiglio (dal quale stiamo attendendo che operi davvero da “avvocato del popolo”) hanno perso popolarità. Probabilmente questa solidità del consenso dipende dal fatto che l’opposizione di Forza Italia è molto ambigua e quella del Partito Democratico è da tutti i punti di vista: leadership, proposte, credibilità, assolutamente irrilevante. Secondo né la Lega avanzante né le Cinque Stelle declinanti possono permettersi il lusso di gettare la spugna andando di fronte all’elettorato come dei falliti. Terzo, Mattarella sconsiglierebbe nuove elezioni che, inevitabilmente, avrebbero effetti deleteri sul bilancio dello Stato e esplorerebbe tutte le alternative possibili. Ce ne sono? Dipende dal rinsavimento di alcuni dirigenti politici, ma le democrazie parlamentari hanno sempre molte frecce al loro arco. Infine, non è affatto detto che dalle urne uscirebbe un’alternativa numericamente valida all’attuale governo. Potrebbe benissimo succedere che l’ascesa di Salvini si riveli insufficiente ad una maggioranza di centro-destra e che l’unica coalizione possibile torni ad essere quella Cinque Stelle(ine) e Lega.

Che fare, dunque? Due tipi di azioni sono possibili, entrambe contemplate e praticate nelle democrazie parlamentari. Primo, premere sul governo affinché prenda atto che ci sono politiche che non può attuare. Le cambi, oppure, come dice flautatamente Giuseppe Conte, le “rimoduli”, anche nei numeri (magari con la spinta del Quirinale che non dovrebbe fare fatica a cogliervi già alcuni elementi di incostituzionalità). Secondo, si proceda a un rimpasto che non è “vecchia politica”: la May in Gran Bretagna l’ha già fatto un paio di volte e certo la vecchia politica non abita lì, mandando a casa i ministri palesemente inadeguati –e se a Toninelli fischiano le orecchie è solo giusto così, ma anche Conte e Tria meritano qualche fischio) reclutando persone più competenti, in grado di avere maggiore capacità di intervento in Italia e di convincimento a Bruxelles. Poco? Certo, ma meglio di niente –e meglio di elezioni quasi sicuramente inconcludenti.

Pubblicato il 24 novembre 2018 su Terza Repubblica

Nonostante i litigi il governo giallo-verde va avanti

Intervista raccolta da Tatiana Santi per Sputnik Italia

L’amore non è bello se non è litigarello. Il famoso detto si addice alla perfezione al rapporto fra Movimento 5 stelle e Lega: due partiti in partenza diversi, ma uniti da un contratto di matrimonio, che regge nonostante tutte le divergenze. Nonostante i litigi il governo giallo-verde va avanti.

Dalle grandi opere ai rifiuti, passando per il decreto sicurezza, la Lega e il Movimento 5 stelle litigano un po’su tutti i temi. Nelle dichiarazioni ufficiali i vice premier Salvini e Di Maio dicono di andare “d’amore e d’accordo”, ma quasi ad ogni problema le visioni dei due partiti divergono. I due partiti continuano a lavorare a braccetto, scendendo di volta in volta a compromessi per rassicurare i propri elettorati, così diversi e vicini allo stesso tempo.

Si aprono grandi sfide all’orizzonte per l’Italia: la bocciatura alla legge di Bilancio italiano da parte dell’Unione Europea e le prossime elezioni europee di maggio. Il governo giallo-verde reggerà? Sputnik Italia ha raggiunto per una riflessione Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna.

— Ogni giorno sembra che la rottura fra Lega e 5 stelle sia vicina, però il governo regge. Professore Pasquino, che cosa sta accadendo?

— Si tratta di due partiti in partenza molto diversi fra di loro, hanno dovuto procedere stilando un contratto di governo mettendo nero su bianco i vari punti per evitare troppi inconvenienti. I due partiti mantengono delle differenze di vedute, ritengo che però questo sia fisiologico in un governo di coalizione. Litigano perfino i partiti unitari, litigano i conservatori inglesi che sono un solo partito. È frequente che litighino nei governi di coalizione. Vedo le differenze, ma le accetto come un fatto sufficientemente frequente, quindi credo sia sbagliato analiticamente accentuare queste differenze. Secondo me il governo va avanti.

— Qual è la strategia dei due partiti: andare avanti con il governo, ma guadagnando punti anche dal proprio elettorato? Sono dovuti a questo i “litigi”?

— Certo, l’elettorato del Sud, che in prevalenza ha votato 5 Stelle, vuole il reddito di cittadinanza. L’elettorato del Nord non gradisce il reddito di cittadinanza, però se vengono ridotte le tasse alle aziende è disposto ad accettare le politiche volute dai 5 stelle. Si tratta di uno scambio, che a mio avviso produce conseguenze negative per il bilancio dello Stato, ma ciò serve per mantenere grosso modo fermi i due elettorati. Una parte degli elettori crede che Salvini abbia delle capacità di leadership superiori a quelle di Di Maio, secondo questi elettori l’immigrazione e la sicurezza sono le due tematiche più importanti, forse anche più delle finanze. I due leader cercano di rassicurare le loro parti di elettorato.

— Oggi esiste un’opposizione?

— Lei mi da un cannocchiale, un binocolo? Io non la vedo… Vediamo un paradosso: esiste una piccola opposizione che però non può permettersi di farlo troppo sapere, mi riferisco a Forza Italia. Il partito sa che se vuole tornare al governo ci tornerà soltanto con Salvini e quindi non lo può criticare più di tanto, vengono presentati degli emendamenti, nulla di più. Quest’opposizione a Salvini fa molto comodo.

D’altra parte c’è un partito che dovrebbe essere all’opposizione, perché il suo Segretario aveva annunciato che sarebbero andati all’opposizione. È un partito che probabilmente non sa fare opposizione, quindi è politicamente irrilevante.

— Secondo lei perché il Partito Democratico non riesce a fare opposizione?

— Hanno sbagliato la campagna elettorale e poi il Segretario Renzi ha sbagliato a dire la sera stessa che il partito sarebbe andato all’opposizione. È un partito che ha il 18% dei parlamentari e può giocare un ruolo quando si forma un governo. Non hanno voluto andare a vedere le carte del Movimento 5 stelle e in un certo senso hanno sottovalutato le proprie capacità. I parlamentari del PD sicuramente conoscono meglio la politica e l’economia del Movimento 5 stelle. Potevano quindi procedere ad un accordo, invece Renzi ha parlato subito di opposizione.

Va detto inoltre che il partito è diviso al suo interno, non fra personalità straordinarie, bensì fra piccoli gruppi che fanno piccole correnti di amici, poi vi sono i “miracolati”, i parlamentari paracadutati. Direi che si tratta di un partito quasi allo sbando. Lo vediamo: ci sono 7 candidati per la carica di Segretario del Partito e ciascuno di loro ha accentuato determinati temi, non vi è una visione complessiva di quale partito costruire.

Non soltanto il Partito Democratico non va bene, non funziona nemmeno Liberi e Uguali. Bisogna dire le cose guardando in faccia la realtà: arrivare a poco più del 2% è stato un fallimento. Anche lì hanno dimostrato di non avere capacità di leadership.

— In altre parole la sinistra non esiste più oggi?

— La sinistra politica e partitica sostanzialmente è in una situazione di gravissima debolezza. Può essere che il Partito Democratico recuperi qualcosa alle elezioni europee, perché si tratta di un partito europeista e quindi gli europeisti non avranno altra scelta che votare per il PD.

In questo momento in Italia il Partito Democratico è irrilevante salvo in alcuni comuni e regioni, dove ha un controllo molto debole ed evanescente. Ci sono pezzi di sinistra, ovvero sia alcuni intellettuali e alcune voci come Roberto Saviano. C’è qualche scrittore, ma la sinistra politica è debolissima, più debole che in un qualsiasi altro sistema politico europeo.

— Secondo lei il governo giallo-verde durerà?

— Certamente possono esserci dei momenti di grande difficoltà, uno è l’imminente procedura di infrazione della Commissione Europea. Forse sarà Salvini fra i due leader a dire che alcuni punti possono essere cambiati. Il secondo momento difficile saranno le elezioni europee, perché Di Maio non può permettersi una campagna elettorale populista e sovranista, mentre Salvini la farà fino in fondo. Vedremo differenze notevoli nel corso della campagna per le elezioni europee.

Per i 5 stelle è la prima esperienza di governo, se dovessero andare male sarebbe gravissimo. La Lega invece sa di avere una posizione di ricaduta, può fare probabilmente un altro governo con il centro destra, non subito. Salvini è molto più disincantato, anche lui comunque, secondo me, vuole arrivare alla fine della legislatura. Salvo qualcosa di imprevedibile, questo governo dura 5 anni.

L’opinione dell’autore può non coincidere con la posizione della redazione.

Pubblicato il 21 novembre 2018

Orecchio a terra? In piedi, con la schiena diritta! #GiuseppeConte

Molti s’interrogano su quello che il Presidente del Consiglio Conte sente del popolo quando appoggia, come ha dichiarato martedì sera nella trasmissione televisiva di Floris, appoggiando l’orecchio per terra. I grandi capi pellerossa sentivano arrivare i pericoli, cioè, i soldati USA che, gradualmente, li annientarono. Invece, il Presidente del Consiglio non riesce a sentire le documentate critiche della Commissione Europea e dei Ministri dell’Economia degli Stati-membri dell’Unione alla manovra economica di Di Maio e Salvini (ai quali si potrebbe aggiungere Tria, ma non lui che in materia non ha detto nulla). Non riesce a sentire che da più parti, anche dal popolo, per esempio, quello, spesso evocato, delle partite IVA, provengono critiche alla costosissima combinazione “reddito di cittadinanza più flat tax” che poco spazio lascerà a un’equilibrata riduzione delle tasse. Il popolo che Conte sostiene di ascoltare si è diviso di recente sulla prescrizione dei processi con quello grillino chiaramente contrario a lasciare fare il bello e il cattivo tempo agli avvocati di clienti danarosi che la tirano per le lunghe e quello leghista che, tacitato da Salvini, a sua volta incline a non rompere con Berlusconi su un tema di grande interesse per il leader di Forza Italia (ottanta per cento dei suoi processi sono andati prescritti a legislazione vigente), è per toccare l’argomento solo in maniera cosmetica. I corposi interessi del popolo imprenditoriale e industriale, ma anche operaio che sta nell’elettorato della Lega, vorrebbero che le Grandi Opere: dalla TAV alla ricostruzione del Ponte Morandi si facessero davvero e presto. Quel popolo lì Conte lo sente poco. La sua posizione sulla TAV non è nota e di pressioni sul Ministro pentastellato alle Infrastrutture e ai Trasporti Danilo Toninelli nessuno ne ha viste. Eppure, una parte di popolo piemontese e genovese segnala urgenze e vantaggi. Le parole e le proteste di quel popolo Conte non sembra sentirle. L’avvocato del popolo procede come fanno i populisti: quelli che stanno con il leader, ma in questo caso con la coppia Salvini-Di Maio, sono il popolo buono di cui lui sarà l’avvocato. Tutti gli altri, in particolare, giornalisti e intellettuali, banchieri e burocrati, europei, ma anche italiani, quelli annidati negli Uffici bilancio di Camera e Senato e nel palazzo del Ministero dell’Economia, sono il popolo cattivo. Sarebbe utile, anche se difficile, sapere dal Presidente del Consiglio elogiatore di Trump, se il popolo al quale appartiene la sovranità non sia piuttosto un’entità fatta di cittadini ai quali il capo del governo dovrebbe offrire non banalità e pensieri rosa, ma una guida. Per i quali dovrebbe rappresentare non un garante che modera i conflitti, forse, comunque, inevitabili fra Movimento 5 Stelle e Lega, ma colui che offre soluzioni perché ha le conoscenze e il potere per scegliere e decidere, senza appoggiare l’orecchio a terra, ma, in piedi, con la schiena diritta.

Pubblicato AGL 8 novembre 2018

I vedovi del sì non capiscono il consenso dei giallo-verdi

Dal 5 marzo 2018 mattina, incessantemente, molti politici del PD e i giornalisti del Foglio, professoroni (sic) abbacinati da Renzi, dopo essersi invaghiti di Craxi e di Berlusconi, giornaliste embedded, continuano ad attribuire ai sostenitori del NO la colpa della nascita e dell’esistenza del governo giallo-verde. Chiedono ai professoroni del “no”, ma dovrebbero estendere il loro invito almeno anche ai partigiani “cattivi”, di riconoscere che hanno aperto la strada a quel governo e che, adesso, se ne stanno a guardare senza sbottare a ogni (più o meno presunta e presumibile) violazione della Costituzione –anche se finora proprio non ve ne sono state. Affermare, insieme a Casaleggio, che il Parlamento potrebbe un giorno risultare inutile, non è, peraltro, la stessa cosa di fare del Senato un dopolavoro per consiglieri regionali (come voleva la riforma Renzi-Boschi). Cattivi perdenti, “quelli del ‘sì”, non soltanto non si chiedono dove hanno sbagliato, che sarebbe il minimo, ma persistono in alcune argomentazioni logorissime, senza nessun fondamento minimamente scientifico. Secondo loro, mi riferisco in particolare all’articolo di Angelo Panebianco, Quei puristi (scomparsi) della Carta (“Corriere della Sera”, 3 novembre, pp. 1 e 28), i sostenitori del “no” non criticherebbero abbastanza, anzi, per niente, Grillo e Casaleggio (della Lega e di Salvini l’articolo non parla). Di più, sarebbero ancora prigionieri del “complesso del tiranno” ragione per la quale non avrebbero voluto il rafforzamento dei poteri del governo. Non c’era nulla nella riforma Renzi-Boschi che, attraverso un limpido intervento sulla Costituzione, rafforzasse i poteri del governo. Eppure sarebbe bastato il voto di sfiducia costruttivo alla tedesca oppure anche alla spagnola, ma i sedicenti riformatori d’antan e i loro molti commentatori amici non lo presero in nessuna considerazione. Oggi, peraltro, si vede con chiarezza quali sono i fattori che rendono forte un governo, persino, quando è di coalizione. Ricordo che la legge elettorale Italicum era stata formulata proibendo la formazione di coalizioni con l’intento di dare vita al governo di un solo partito premiato (gonfiato) da un cospicuo premio di seggi a tutto scapito della rappresentanza parlamentare. Non soltanto il governo Cinque Stelle-Lega ha a suo fondamento la maggioranza assoluta in entrambi i rami del Parlamento, ma non si sente in alcun modo ostacolato nelle decisioni che prende, nei decreti che produce, nella sua concreta attività di governo. Con vezzo italiano, proprio non solo dei complottisti e degli incompetenti, denuncia l’ esistenza dei poteri forti, delle tecnostrutture e, naturalmente, dei burocrati di Bruxelles ogniqualvolta incontra resistenze alle sue politiche, ma, almeno finora, non attribuisce le responsabilità alla Costituzione italiana. Anzi, a oggi le uniche proposte ventilate dalle Cinque Stelle stanno tutte nel solco di quanto i partecipanti alla Commissione Letta per le riforme istituzionali avevano variamente ventilato: riduzione bilanciata del numero dei parlamentari e potenziamento dell’istituto referendario. Non si vede, dunque, perché i sostenitori del “no” dovrebbero lanciarsi a capofitto in una campagna ostruzionistica. A riforme eventualmente approvate dal Parlamento si vedrà. Qualcuno potrebbe, invece, volere chiedere alle Cinque Stelle (la Lega non sembra interessata alla tematica) una profonda revisione della legge elettorale Rosato, anzi, per usare un termine caro alla parte politica di Rosato, una vera e propria rottamazione. Tornando al governo in carica le prefiche del “sì” potrebbero anche interrogarsi sulle ragioni che ne mantengono elevato il consenso in tutto il paese e chiedersi se non sarebbe meglio destinare il troppo tempo che impiegano a criticare chi ha vinto il referendum per formulare una strategia politica alternativa e farla viaggiare su quel che rimane dei partiti oggi all’opposizione.

Pubblicato il 6 novembre 2018

Democrazie in bilico, ecco come correggerle

Colloquio con Pasquino, atteso ad Arona la sera di venerdì 9 novembre 2018

Intervista raccolta da Manuela Borraccino

Il politologo: senza forte opposizione grave deficit

In una fase in cui «l’antipolitica dilaga, riverita e alimentata dalla comunicazione», il deficit democratico può fare la sua comparsa in tre casi, denuncia il politologo Gianfranco Pasquino. «Primo, quando il regime risulta inadeguato nelle sue strutture di rappresentanza e di governo; secondo, quando le autorità non hanno le competenze necessarie; e, terzo, quando i cittadini sono apolitici, impolitici e antipolitici». Tuttavia «l’esistenza di un deficit può costituire lo stimolo che spinge ad azioni migliorative» riflette con il nostro giornale lo studioso docente emerito all’Università di Bologna, atteso venerdì 9 novembre ad Arona per offrire delle chiavi di lettura dello stato dell’arte nelle democrazie occidentali sulla scia del suo ultimo saggio Deficit democratici. Cosa manca ai sistemi politici, alle istituzioni e ai leader (Università Bocconi Editore 2018; 192 pagg.; 16,50 euro; 8,99 epub).

Professore, le elezioni del 4 marzo hanno visto il trionfo della cosiddetta “anti-politica”. La vittoria del populismo rappresenta un deficit democratico?

Il paradosso è che in questo caso la democrazia italiana ha funzionato ed il deficit di democrazia è stato in parte colmato, poiché è evidente che i partiti usciti vincitori hanno dato voce ad un blocco maggioritario di cittadini che si sentivano poco rappresentati dai partiti tradizionali ed aspiravano ad una rappresentanza nuova, diversa. Non dimentichiamoci che godono del consenso di circa il 60 % degli italiani.

Dove vede il deficit maggiore in Italia?

Direi che il deficit maggiore si annida soprattutto nella crisi dei partiti tradizionali e dell’afasia dei loro leader: in particolare nel centro-destra con Forza Italia non c’è alcuna attività propulsiva mentre il Pd appare paralizzato in un’opposizione irrilevante alla Lega e al Movimento 5 Stelle, senza offrire alcuna rappresentanza politica agli elettori che ha perso e ad una prospettiva di cambiamento».

In un recente saggio il sociologo De Rita lamenta l’egemonia di una classe politica “prigioniera del presente” senza un progetto di sviluppo organico per il Paese. Lei che ne pensa?

Non sono sicuro che siano prigionieri del presente. La Lega ha una strategia chiara almeno fino alle elezioni europee del 2019: riuscire ad essere più forte in Italia per essere più forte in Europa. Per raggiungere tale obiettivo non esita ad allearsi con regimi autocrati come Mosca e altri Paesi dell’ex blocco sovietico. Ritengo assai più evidente la manifesta incapacità politica del Movimento 5 Stelle. Il fatto stesso che il premier Giuseppe Conte si definisca “un avvocato del popolo” che ritiene di dover “proteggere il popolo” lascia intravvedere come non abbia neppure capito dove si trovi: il presidente del Consiglio è infatti un rappresentante del popolo e non un suo avvocato, deve guidare il popolo e non difenderlo.

Un deficit dei leader come nel caso della Brexit?

Se si votasse oggi i britannici sarebbero di certo assai più informati sull’Europa.

Nel suo libro lei punta l’indice anche contro gli astensionisti. Chi non vota danneggia la democrazia?

Certamente, perchè la qualità di una democrazia dipende in modo speciale dalla qualità dei suoi cittadini. Le democrazie hanno bisogno di cittadini interessati alla politica, ovvero alle modalità di vita organizzata nella loro città. Informati sulla politica, altrimenti come si potrebbe concedere a loro il potere di scegliere chi dovrà formulare e attuare le politiche pubbliche che tutti ci coinvolgono e che tutti dovremo subire e pagare? Partecipanti, perché senza partecipazione non può esistere nessuna democrazia. E che si sentano efficaci, ovvero dotati di una ragionevole fiducia nella loro capacità di influenzare coloro che hanno ottenuto il potere politico.

Pubblicato il 2 novembre 2018

Il “compagno trend” bacia Salvini

Genosse trend” dicevano i socialdemocratici tedeschi di fine anni sessanta del secolo scorso (bei tempi, davvero) quando crescevano in voti e ampliavano il consenso elettorale che avrebbe loro consentito di restare al governo per più di un decennio. Da allora, un po’ dappertutto, il “compagno trend” ha cambiato luoghi e strade. Da qualche mese si è messo insieme alla Lega di Salvini e l’accompagna senza remore in tutte le località italiane dove ci sono elezioni. È andato a Bolzano e a Trento dando una bella spinta verso l’alto e incrinando il potere, durato fin troppo a lungo, della Südtiroler Volkspartei (che paga così anche il prezzo di eleggere una candidata toscana colà paracadutata). Adesso, sappiamo anche che la Lega è un vero “partito del Popolo” persino nel Trentino-Alto Adige. Tutti gli altri ci hanno messo del loro per facilitarne la crescita. Forza Italia in mezzo al guado del “critichiamo la presenza di Salvini al governo” e “ma vorremmo/dovremmo essere con lui” sta sprofondando nell’abisso della sua inevitabile lenta e triste eutanasia. Pervicacemente, il Partito Democratico ha cercato e ottenuto conferma della sua irrilevanza che fa seguito a mesi di non dibattito su temi e idee al quale ha preferito rancori e rimpianti (senza l’ombra di pentimenti) che, ovviamente, non hanno nulla da offrire all’elettorato dalla Sicilia alle Alpi.

Troppo impegnati a abolire la povertà (“purtroppo” non molto diffusa in Trentino-Alto Adige), le Cinque Stelle vanno piuttosto male, ma vedono uno di loro, Paul Köllensperger, quasi novello Pizzarotti, fare nascere e impennare il suo partito personalistico portandolo in un sol colpo al 15 per cento. Naturalmente, non sono questi i risultati che possono cambiare gli attuali solidi equilibri nel governo e produrre una svolta politica di qualsiasi tipo. Incapaci di trovare tematiche originali e di individuare soluzioni nuove, i pentastellati alzano la voce contro il Presidente della Repubblica e per bocca di Grillo, ma in maniera davvero logora e noiosa, contro i “morenti” Commissari europei. Inanellando banalità imperturbabili, ancora sostenuto da un gradimento intorno al 60 per cento, il loro Presidente del Consiglio Conte (mai passato al vaglio elettorale e chiaramente a digiuno di qualsiasi cognizione politica) non porta voti al Movimento.

Il Ministro Salvini non si limita a farsi sospingere dal “compagno trend”. Lo va a cercare dappertutto, modulando i suoi toni, differenziando le sue esternazioni, esaltando le sue azioni. In Alto Adige le sue politiche contro i migranti non potevano non riscuotere approvazione, ma naturalmente nella crescita della Lega c’è anche qualcosa-molto di più. Potrebbe essere la difesa dell’italianità. Potrebbe essere la coerenza. Potrebbe addirittura essere che, mentre Berlusconi è una vecchia gloria e di nuove glorie il PD non sa trovarne e la SVP pensa di poterne fare a meno ritenendosi radicata für ewig, per sempre, Salvini s’impegna persino con evidente e trasudante compiacimento personale. Brutale, ma concreto, sul territorio con candidati del territorio, non è solo il trend che accompagna Salvini: è la politica.

Pubblicato il 22 ottobre 2018 su huffingtonpost.it

Fascisti non sono e definirli tali non servirà a spostare l’opinione pubblica e a sconfiggerli #GialloVerdi

“Il fascismo è stato un fenomeno serio, vale a dire grave. Guidato da un uomo politico che aveva esperienza e capacità, poi entrato, come capita ai dittatori, in una sua vertigine solipsistica. È troppo onore accusare il governo giallo-verde di essere fascista, meno che mai di resuscitare il fascismo. Hanno punte di autoritarismo alcuni ministri e sottosegretari. Manifestano atteggiamenti razzisti. I loro seguaci fanno del mobbing. Fascisti, però, non sono e definirli tali non servirà a spostare l’opinione pubblica e a sconfiggerli.”

Due capitani spregiudicati al Governo

Di Maio annuncia l’ingresso dell’Italia in una fase epocale. La manovra, che tra domani e venerdì dovrà essere resa nota dal Ministro dell’Economia, sarà “coraggiosa”. Per Di Maio, il coraggio consiste nel non tenere conto del limite di deficit dell’1,6 per cento, al quale l’Italia si era impegnata con la Commissione europea, per andare, sembra, fino al 2,2 per cento. I “pavidi” sono il Ministro Tria e i tecnici del suo ministero che si ostinano a sostenere che con la finanza pubblica bisogna usare prudenza. In effetti, molti continuano a non capire che cosa ci possa essere di coraggioso nel violare gli impegni presi e nello spendere più soldi di quelli disponibili per un paese che ha un debito pubblico altissimo (più del 130 per cento del Prodotto Interno Lordo) e un tasso di crescita bassissimo (1,1 per cento per il 2018 e forse 1 per cento nel 2019). Qualche tempo fa, Salvini aveva fatto sapere che si potevano sfiorare i limiti, senza sforarli. Poi, anche lui ha affermato che, per il bene degli italiani, era disponibile a superare l’asticella. Nel frattempo, grazie a rudi, e “risparmiosi”, interventi sui migranti, il suo personale consenso cresce e si consolida cosicché può lasciare la patata bollente nelle non proprio capaci mani di Di Maio.

In un normale governo di coalizione la sintesi, ma prima ancora le scelte, dovrebbero spettare al Presidente del Consiglio Conte che, al contrario sembra barcamenarsi lasciando al suo portavoce Rocco Casalino la licenza di usare toni duri e linguaggio offensivo (i tecnici del Ministero che si oppongono saranno fatti fuori), che in altri tempi e in altri luoghi porterebbero alle dimissioni. Al momento, non sappiamo quanto “coraggiosa”, ovvero distante da quanto stabilito con la Commissione europea, sarà la manovra e neppure su quali tematiche verrà esercitato tutto questo coraggio: sul reddito di cittadinanza (la cui platea è già stata inevitabilmente ridotta)? sulle pensioni di dignità? sulla tassa già non più piatta, ma con almeno tre gobbe? Sappiamo, però, che la manovra potrà meglio essere definita avventurosa e pericolosa. Avventurosa poiché le sue conseguenze non sembrano calcolabili con precisione e pericolosa poiché non c’è praticamente nulla che serva a mettere in moto la vischiosissima crescita economica italiana.

Di tanto in tanto, qualche economista lo scrive flebilmente, altri lo sussurrano, lo stesso Ministro Tria vi fa, non vigorosamente, cenno. Senza aumenti significativi di produzione e di produttività resterà molto complicato procedere alla redistribuzione di risorse che non si hanno. Il vero coraggio consistere nel parlare parole di verità agli italiani. Soltanto riducendo e di molto il debito pubblico e quindi gli interessi da pagare per rifinanziarlo diventerà possibile soddisfare le promesse fatte separatamente da Cinque Stelle e dalla Lega. Altrimenti, con buona pace di Grillo, assisteremo sì a una decrescita, ma infelice, oppure a uno stallo destinato a scontentare molti.

Pubblicato AGL il 27 settembre 2018

Con gli italiani è difficile fare i conti

Perché hanno tanta difficoltà, i giallo-verdi a scrivere la Legge di Bilancio per il 2019? Non dovrebbe essere stato messo tutto nero su bianco nelle lunghe settimane trascorse a stilare il “Contratto di Programma? Dovrebbe essere sufficiente riprendere in mano quel Contratto, leggerlo e tradurlo in cifre: voilà, la Legge di Bilancio sarebbe fatta. Invece, no. Affiorano divergenze su quanto e su come, anche su quando. La prima importante ragione delle difficoltà, che nessun ricorso a parole manipolatorie consente di superare, è che nella campagna elettorale il Movimento 5 Stelle e la Lega hanno promesso troppo, l’hanno promesso separatamente agli elettori che volevano conquistare e adesso non sono in grado di mantenere congiuntamente le loro eccessive promesse.

Non è possibile ridurre le tasse in maniera consistente e, al tempo stesso, introdurre il cosiddetto “reddito di cittadinanza” per cinque milioni di italiani. Non è neppure possibile, anche se di questo si discute meno, cancellare, come proclama Salvini, la legge Fornero sulle pensioni e istituire, come vuole Di Maio, le pensioni di cittadinanza. Costretti a ridimensionarsi, Di Maio sta prendendo in considerazione l’idea di concedere il reddito di cittadinanza inizialmente a un numero parecchio più contenuto di italiani, mentre Salvini ha già accettato che la flat tax, cioè, una tassa davvero “piatta” con un’aliquota uguale per tutte (che, peraltro, sarebbe incostituzionale violando i “criteri di progressività), diventi in realtà una tassa gobbuta con tre scaglioni. Inoltre, questa tassa oramai gobbuta dovrebbe, all’inizio, riguardare soltanto alcune categorie di contribuenti. Difficile dire, ma non è da escludere, che, almeno in parte, siano gli stessi (poco) contribuenti che, avendo evaso le tasse, potranno concludere la cosiddetta pace con il fisco (salvo ricominciare la loro guerriglia appena se ne ripresenti l’occasione). Però, non è pace fiscale, ma un ennesimo condono che, almeno a giudicare dai precedenti, non porterà molti soldi nelle casse dello Stato.

Poiché, fatti e rifatti, i conti non tornano, un giorno Salvini dice che bisogna sforare il tetto dell’impegno preso con la Commissione Europea all’insegna del “prima gli italiani”. Il giorno dopo annuncia che, meglio di no, bisogna soltanto sfiorare quel tetto. Di Maio non sembra riuscito a escogitare verbi migliori cosicché se la prende con il suo Ministro dell’Economia Giovanni Tria, imponendogli di trovare i soldi. Con il Presidente del Consiglio, al quale dovrebbe spettare la parola decisiva, che si barcamena, è possibile una sola conclusione dotata di alta probabilità di realizzazione. Il balletto delle cifre continuerà durante e anche dopo l’approvazione della legge di bilancio, con la previsione di una manovrina primaverile prima delle elezioni europee. Gli impegni presi con gli italiani non saranno mantenuti e Cinque Stelle e Lega andranno alla caccia di un capro espiatorio: l’Unione Europea, i burocrati e tecnocrati di Bruxelles.

Pubblicato AGL il 21 settembre 2018

Non piccoli “fascisti”, sono solo manipolatori furbetti da smascherare #gialloverdi

George Orwell avrebbe subito sarcasticamente denunciato l’uso della neo-lingua ad opera dei gialli e dei verdi di lotta e di governo. La “pace fiscale” è un condono mascherato, se preferite, un concordato che, ovviamente, favorisce gli evasori e diseduca i cittadini. La tassa piatta, se è tale, è anticostituzionale (“il sistema tributario è informato a criteri di progressività”); se contempla scaglioni, ovviamente, non è flat, ma gibbosa. È un governo non di “fascisti” piccini piccini, ma di manipolatori furbetti furbetti.