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Da Churchill a Conte, è la responsabilità che fa maggioranza. Il commento di Pasquino @formichenews
Noto con rammarico che nessuno mi ha mai riferito che, mentre Churchill combatteva la sua orgogliosa guerra contro Hitler, i retroscenisti inglesi s’ingegnavano a individuare chi stava facendogli le scarpe pronto a sostituirlo. Lo scoop lo fece il very smart retroscenista del Daily Telegraph. Tutti vennero a sapere che a Cambridge John Maynard Keynes non parlava mai di sudore (very unbritish), di fatica (troppo lower-class british), di lacrime e sangue, ma di buttercookies. Lui, Keynes, era pronto a sostituire Churchill sicuro di debellare la guerra e le sue conseguenze. Non se ne fece nulla, ma, nel frattempo, i gossipari e anche i migliori analisti del dopo guerra (54 milioni di morti, un pochino di più di quelli della pandemia Covid-19) avevano annunciato che, vinta la Seconda Guerra Mondiale, Churchill avrebbe vinto anche le prime elezioni in tempo di pace. Re Giorgio VI non mise bocca e vinsero i laburisti di Clement Attlee, junior partners, pacati e sereni, del governo di unità nazionale.
Più che di essere sostituito adesso, Conte, attento lettore delle vicende anglosassoni, teme per l’appunto le elezioni politiche del 2023. Infatti, come lasciano trapelare alcuni perspicacissimi retroscenisti, sta preparandosi per la Presidenza della Repubblica (gennaio 2022). Quanto a Draghi non dà nessun segno di interesse per ottenere un’alta carica istituzionale in Italia. Sembra che la moglie preferisca una vita tranquilla, senza grane e incoraggi il marito a scrivere articoli per “The Financial Times” che diano la linea alle più o meno frugali autorità europee: “MES or Not MES, this is the problem”. Questo è lo stato del dibattito politico in Italia, rallegrato da qualche accusa di tradimento e da inviti a vergognarsi delle menzogne.
Qualcuno ritiene che più di quello che abbiamo dai politici e dagli avvocati del popolo attualmente al governo non è possibile ottenere. Quindi, bisogna già adesso pensare al dopo e vietare slogan fuorvianti e, forse involontariamente, minacciosi: “tutto tornerà come prima”. Altri pensano che chi scrive “tutto andrà bene” sia non preveggente, ma privo di televisore. Nessuno sembra pensare che non esiste neanche un esempio, lo scrivo per i nostri comparatisti d’eccellenza, di un governo e del suo capo (Commander in Chief) sostituiti nel corso di una emergenza, di una guerra, senza che si facesse un passaggio elettorale come annunciò solennemente chi poi quel passaggio non lo attese.
Altrove, non soltanto nella primavera del nostro scontento, le opposizioni e i loro giornali, l’opinione pubblica i commentatori indipendenti (ah, dite che non ce ne sono?), invece di sprecare tempo nel fare totonomi, metterebbero il meglio delle loro energie sia a individuare i problemi, anche gravi, del fatto, del mal fatto e del non fatto, sia soprattutto a suggerire, con l’avallo della scienza e delle comparazioni fondate, alternative praticabili. Quegli uomini e donne al governo, nazionale e delle regioni, e quegli uomini e donne all’opposizione saranno chiamati ad assumersi le loro specifiche responsabilità alla scadenza elettorale. Meglio se avendo cooperato per alleviare, ridurre, far passare la “nuttata”, la pandemia e il dolore degli italiani. Tutto il resto non serve a niente; anzi, peggiora quello che è già molto brutto di suo.
Pubblicato il 15 aprile 2020 su formiche.net
Che cosa voleva dire Draghi all’Europa
Tutt’altro che incline a spettacolizzare le sue scelte di gestione economica e meno che mai la sua persona, Mario Draghi ha scritto un articolo molto importante pubblicato dal “Financial Times” qualche giorno fa. Tristemente, nel dibattito pubblico, l’articolo di Draghi ha finora ricevuto molta meno attenzione di quella che merita. Cercherò di spiegare perché formulando alcune ipotesi e traendo quelle che ritengo essere conseguenze ineludibili. Per cominciare, sottolineo che il “Financial Times” è, insieme al “Wall Street Journal”, il più importante quotidiano economico del mondo, e che, in generale, la sua visione dell’economia e dell’Unione Europea è sempre stata piuttosto distante da quella di Draghi e dalle modalità con le quali ha agito come Presidente della Banca Centrale Europea. La decisione di pubblicare è, probabilmente, stata dettata dalla straordinarietà della crisi prodotta dal coronavirus e dalla convinzione condivisa del senso di urgenza e drammaticità della situazione (da fare conoscere anche al Primo Ministro della Gran Bretagna). Tutto l’articolo di Draghi, argomenta punto per punto, politiche che gli Stati-membri dell’Unione Europea dovrebbero attuare molto rapidamente e che gli organismi dell’Unione Europea dovrebbero accompagnare e sostenere senza esitazioni. La risposta indirettamente pervenuta dalla riunione telematica del Consiglio dei capi di governo è stata assolutamente deludente. Benissimo ha fatto Giuseppe Conte a non firmare il documento conclusivo e a imporre un altro incontro fra due settimane. Sostanzialmente, Draghi propone quasi un rovesciamento delle politiche economiche neo-liberali finora seguite dall’Unione in buona misura poiché imposte dalla Germania, con la sua ideologia dominante dell’Ordoliberalismus, ma, questo punto è molto importante, condivisa da non pochi altri Stati-membri dell’Europa centro-settentrionale fra i quali si distingue per durezza e malposta intransigenza l’Olanda. C’è una componente quasi religiosa nel chiedere che chi fra gli Stati del Sud si trova in difficoltà paghi sulla sua pelle il prezzo dell’indisciplina, dei “peccati”, non solo economici, che li hanno condotti a chiedere sostegno. In maniera soffice e elegante, non meno laicamente “religiosa”, Draghi fa notare in avvio del suo articolo che in situazioni di tragedie umane abbiamo un dovere di solidarietà reciproche. Poi,affonda uno degli elementi chiave dell’Ordoliberalismus (inserito nel Patto di Stabilità e Crescita), cioè il tabù del debito pubblico il cui incremento deve essere accettato. Cito: “Livelli di debito pubblico molto più elevati diventeranno una caratteristica permanente delle nostre economie e saranno accompagnati dalla cancellazione del debito privato”. La ineluttabilità che il debito pubblico aumenti è strettamente collegata ai compiti che gli Stati debbono svolgere a cominciare dal “fornire un reddito di base a coloro che perdono il lavoro” e a “incanalare la liquidità verso le imprese in difficoltà”. Ancora più esplicitamente, dovranno essere “i governi ad assorbire una grande parte della perdita di reddito … se si vogliono proteggere posti di lavoro e capacità”. Infine, Draghi chiede “un cambiamento di mentalità” affinché, “in quanto europei” ci si sostenga “a vicenda nel perseguimento di ciò che è evidentemente una causa comune” (corsivo mio). Sostanzialmente, l’ex-Presidente della Banca Centrale Europea sta, da un lato, spingendo quella Banca in una direzione fortemente interventista, in larga misura, sembrerebbe, condivisa dalla Presidente Christine Lagarde, dall’altro, qui forzo un po’, fa rivivere il keynesismo, impossibile in un solo Stato, come politica economica e sociale europea, dell’Unione. Invece di “tirarlo per la giacchetta”, operazione alla quale non obietto, per chiamarlo a salvare la patria Italia, con modalità tutte da definire, sarebbe preferibile che le autorità politiche italiane mirino ad ottenere un consenso ampio fra gli Stati-membri dell’UE proprio sulle politiche delineate da Draghi.
Pubblicato il 31 marzo 2020 su il Fatto Quotidiano
Draghi: cambio di passo per affrontare virus e crisi economica @Zeta_Luiss
L’allarme dell’ex presidente della BCE. Gianfranco Pasquino: “è molto preoccupato”
Intervista raccolta da Elisabetta Amato e Chiara Sgreccia
«È necessario un cambio di mentalità per affrontare questa crisi, come lo sarebbe in tempo di guerra» ha scritto Mario Draghi, ex presidente della Banca Centrale Europea, sul Financial Times. «Le azioni intraprese dai governi per evitare che i nostri sistemi sanitari vengano travolti sono coraggiose e necessarie. Devono essere supportati. Ma queste azioni comportano anche un costo economico enorme e inevitabile».
Aumentare il debito pubblico e permettere agli stati di spendere quanto è necessario per fronteggiare la pandemia è la risposta – secondo l’ex presidente BCE – per impedire alla recessione economica attuale di trasformarsi in una crisi profonda. Ma non basta: occorre fornire liquidità alle imprese e, oltre a dare incentivi a chi perde il lavoro, deve essere mobilitato il sistema finanziario affinché le aziende non perdano la loro capacità produttiva e non siano costrette a licenziare i dipendenti. Le imprese possono superare questo momento di recessione facendo debito che poi lo stato dovrà assorbire. «Il punto non è se ma come lo stato potrà farlo» scrive Draghi.
Le banche hanno un ruolo chiave in questo sistema, offrendo velocemente fondi a costo zero alle società disposte a salvare posti di lavoro. Diventano uno strumento della politica pubblica per sanare il sistema produttivo e per questo i costi a loro carico dovranno essere sostenuti dallo stato. Inoltre le imprese dovranno essere ripagate delle perdite che stanno subendo in quanto le loro capacità di investimento, una volta fuori dalla crisi, saranno fondamentali. Per questo è necessario accrescere il debito pubblico, pena «una distruzione permanente della capacità produttiva e quindi della base fiscale che sarebbe molto più dannosa per l’economia e infine per il credito pubblico».
La velocità ha un ruolo fondamentale. Non si tratta di una crisi ciclica ma di un vero e proprio shock di cui nessuno di coloro che pagano le spese ha colpa. La velocità con cui si deteriorano i bilanci privati deve essere affrontata con uguale velocità nel mobilitare i bilanci pubblici, le banche ed il sostegno europeo «Il costo dell’esitazione può essere irreversibile».
«Io e Mario Draghi ci conosciamo abbastanza bene e questo mi dice qualcosa di importante sull’articolo che ha pubblicato: è evidentemente molto preoccupato»: così il professor emerito di Scienza Politica, Gianfranco Pasquino, ha commentato le parole dell’ex presidente della Banca Centrale Europea. L’amicizia nata a Cambridge nel 1974, quando Mario Draghi svolgeva il suo dottorato all’MIT con Franco Modigliani, ha permesso al professor Pasquino di vedere al di là dei tecnicismi. Ha riconosciuto il tono calmo e chiaro, che contraddistingue da sempre l’ex presidente, ma con una nota di tensione: «è l’articolo di una persona che sa che stanno succedendo cose importanti e che l’Europa, l’istituzione che lui ha guidato con la Banca Centrale Europea per otto anni, non sta facendo quello che dovrebbe fare. Preoccupazione che non deriva dal suo protagonismo, che non ha mai avuto e non lo ha neanche adesso».
Secondo Gianfranco Pasquino, Mario Draghi scrivendo quell’articolo si è mantenuto coerente con l’insegnamento di Modigliani e con il suo lavoro di presidente. Proseguendo nel commentare le parole del suo compagno di pallone ai tempi della sua fellowship a Harvard afferma: «È un articolo keynesiano: nei momenti di crisi i governi devono investire in opere pubbliche, che producano reddito e che salvaguardino al massimo le fasce della popolazione. Questo è importante perché cerca di evitare che dalla recessione si passi alla depressione e crea anche una possibilità di rilancio da quella che sarà una crisi economica molto lunga».
Nell’Europa tanto amata da Mario Draghi, c’è posto, però, per un’azione comune? Secondo il professor emerito di Scienza Politica ci dovrebbe essere per poter uscire da questa situazione, aiutando così anche il nostro paese: «L’Italia da sola non ce la può fare ha assoluto bisogno di un aiuto europeo. Gli europei più intelligenti, più lungimiranti, sanno che aiutare l’Italia significa aiutare l’Europa e i loro paesi. Se si aiuta l’Italia si avrà un rimbalzo positivo anche sugli altri paesi». Gianfranco Pasquino ha, infine, provato a immaginare un futuro politico italiano post coronavirus: «Non so come ne uscirà la politica dell’Italia. Il presidente del Consiglio ha dimostrato di avere delle capacità e possiamo dire di essere stati fortunati, perché altri l’avrebbero giocata in maniera più politica. Conte la sta giocando in maniera di rappresentanza nazionale, come colui che deve guidare un governo e cerca di evitare lo scontro politico». E gli italiani cambieranno? «Non so se questo ci farà capire che siamo tutti sulla stessa barca, perché vedo che ci sono tantissime persone che sono state multate: non si rendono conto che la loro licenza incide sulle vite degli altri. Mi auguro che i disciplinati diventino quasi la totalità degli italiani. Se alla fine di questo ci renderemo conto che osservare le leggi, non solo ci rende dei bravi cittadini, ma permette anche di far vivere bene gli altri, allora sarà un grande successo. Se, però, mi chiede se ci scommetto le dico di no».
Pubblicato il 27 marzo 2020 su zetaluiss.it
Dacci oggi, ma anche domani, il nostro Commissario
La nomina del Commissario europeo che spetta all’Italia deve essere fatta dal governo. Sarà il capo del governo italiano a comunicare il nome del prescelto/a alla Presidente della Commissione. Dunque, soltanto nei vaneggiamenti della Lega qualcuno potrà sostenere che il commissario deve essere uno, sicuramente non una poiché la Lega è un partito/movimento maschilista senza nessun cedimento, della Lega. Incidentalmente, mi sfuggono del tutto le conoscenze e i meriti europeisti di Giancarlo Giorgetti, del Presidente della Regione Veneto Luca Zaia e del Ministro della Funzione pubblica Giulia Bongiorno, i cui nomi pure sono circolati, molto meglio, invece, Letizia Moratti. Non so se vale la pena complimentarsi con Giorgetti per essersi chiamato fuori da un compito per il quale non aveva/ha nessuna preparazione manifesta. Ad ogni buon conto, si sappia che il Commissario nominato dal governo italiano non avrà come obiettivo costitutivo quello di rappresentare l’Italia nella Commissione e nell’Unione poiché tutti Commissari assumono l’impegno di dimenticarsi degli interessi nazionali e di operare per fare funzionare al meglio l’Unione Europea, al limite anche per cambiarla naturalmente nella direzione di un’Unione più stretta, più coesa, più solida. Ciascuno e tutti questi aggettivi sono, in via di principio, respinti dalla Lega. Nella misura in cui è, dovrei forse scrivere “riesce a essere”, sovranista, la Lega mira a rendere l’Unione più lasca, meno coesa, più dipendente dagli Stati-membri, esattamente il contrario di quello che, curando il fascicolo di “Paradoxa” del Luglio/settembre 2015, intitolato, Europa. Ne abbiamo abbastanza?, argomentò Roberto Castaldi.
La brutta discussione in corso fra i due alleati al governo, sia sull’avere votato o no per la Presidente Ursula von der Leyen sia sulla scelta del Commissario/a italiano/a, è rivelatrice della straordinaria ignoranza di entrambi in materia europea. Ancora non hanno capito, anche perché non è mai stata una loro priorità, che in Europa la “moneta” più forte si chiama “credibilità”. Che, per gli europei, la credibilità si misura sulle parole e sulle azioni, quindi, anche sui voti espressi, sulla coerenza fra impegni presi e adempimenti. Su questo terreno, mai il più importante nella politica italiana, anche per responsabilità degli elettori che non lo usano per premiare e punire i loro rappresentanti e governanti (né potrebbero farlo poiché non si interessano di politica, non si informano sulla politica, meno che mai quella europea, e partecipano poco alla politica, nel migliore dei casi limitandosi a votare e, infine, poiché la Legge elettorale Rosato non li favorisce), gli italiani in Europa sono considerati molto carenti. Naturalmente, esistono eccezioni individuali, come Antonio Tajani e David Sassoli, che vengono adeguatamente premiate. Stessa osservazione vale per Mario Draghi la cui prestigiosa carriera è legata alla sua personale credibilità e enorme competenza.
Come potrà la Presidente della Commissione Europea e come faranno gli europarlamentari che terranno udienze per valutare il tasso di europeismo e il livello di competenza, non solo nel settore specifico di ciascun nominato/a alla carica di Commissario, ad avere un atteggiamento conciliante e comprensivo nei confronti di chi ha ripetutamente bollato la Commissione poiché composta da “burocrati” e “tecnocrati”? Naturalmente, i tecnocrati sono fumo negli occhi dei populisti/sovranisti e i burocrati non possono essere i beniamini della democrazia diretta e della piattaforma Rousseau. Però, il punto è che, da tempo, la Commissione è il luogo dove si trovano uomini e donne che hanno una biografia politica di tutto rispetto, hanno vinto le elezioni nei loro rispettivi paesi, hanno governato, sono stati ministri, hanno acquisito e esercitato competenze. Non è prevedibile quale coniglio uscirà dal cappello del prestigiatore Conte, che qualcosa in materia dovrebbe pur dirla, ma di cui ugualmente non sono note le conoscenze in materia di Europa e di Unione. Dirò subito che condivido per filo e per segno quanto ha intelligentemente scritto Riccardo Perissich, Italia/UE: un commissario e un portafoglio, ma per chi e per che cosa fare (Newsletter dell’Istituto Affari Internazionali, 23 luglio 2019).
So che un governo che vuole contare in Europa avrebbe qualche chance in più se sapesse scegliere come commissario/a non un guastatore a digiuno dell’Unione Europea, della sua storia, dei trattati, degli obiettivi, ma una persona competente, conosciuta, europeista, che sappia indicare soluzioni ai problemi europei tali da avere riflessi positivi anche sulle politiche italiane. È tempo di vacanze per gli europei e per molti italiani, ma l’Unione Europea continuerà a funzionare e, forse, anche a migliorare il suo rendimento, spesso già superiore a quello di alcuni governi nazionali, se i Commissari saranno all’altezza. Auguri.
Pubblicato il 25 luglio 2019 su PARADOXAforum
Europa ostile? No, Italia poco credibile
La Commissione Europea è nemica dell’Italia, come diversamente sostengono, Di Maio e Salvini? La Commissione Europea privilegia qualche paese forte, ad esempio, Germania e Francia, consentendo loro quel che nega all’Italia? La Commissione Europea è fatta di burocratici e tecnocrati privi di legittimità democratica, come disse anche Matteo Renzi quando fu Presidente del Consiglio? La risposta, chiara e inequivocabile, a ciascuna delle domande è “no”. La Commissione è composta non da burocrati e tecnocrati, ma da uomini e donne che hanno avuto una carriera politica in ciascuno degli Stati-membri e che hanno anche ricoperto cariche istituzionali importanti, persino, di capi dei rispettivi governi. Non eletti, ma nominati dai governi dei rispettivi paesi, che sono espressione di elezioni libere e competitive, i Commissari godono di legittimità democratica ancorché indiretta. Infine, sono entrati in carica superando un vero e proprio esame ad opera dei parlamentari europei che ne hanno valutato sia la competenza per il settore al quale sono stati designati (per esempio, il tanto temuto e avversato Pierre Moscovici, Commissario all’Economia, è stato ministro socialista delle Finanze; Dombrovskis, Commissario alla stabilità finanziaria è stato Primo ministro della Lettonia) sia la loro propensione ad agire a favore dell’unificazione politica dell’Europa. Quando Moscovici dichiara che l’Italia ha un governo euroscettico e xenofobo, non parla a vanvera, come replica Salvini, ma offre una sua valutazione, non dell’Italia, ma di quanto Di Maio e Salvini dicono, si ripromettono, fanno. La domanda è, semmai, perché Moscovici si espone in modo così plateale. Certo, né lui né altri Commissari farebbero affermazioni simili per Francia e Germania perché, visibilmente, nessuno dei due paesi ha governi e governanti euroscettici che praticano politiche informate dalla xenofobia. Quanto al presunto trattamento di favore, qualche volte ricevuto da Germania e Francia, ma, va subito aggiunto, non dalla Grecia, non dal Portogallo, non dalla Spagna, nel primo caso, la Commissione agì con il consenso degli altri Stati-membri. Quanto alla Francia, i suoi “fondamentali” economici appaiono molto migliori di quelli italiani e, giustificano un trattamento basato sull’alta probabilità che i francesi rientreranno presto nei criteri e nelle regole che debbono rispettare. Qui sta il punto centrale che spiega gli atteggiamenti e le affermazioni della Commissione riguardo all’Italia. La premessa è già stata stigmatizzata poco tempo fa dal Presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi. In Italia, i ministri e i capi dei partiti al governo parlano troppo, mandano messaggi contrastanti, le loro parole rivelano incertezze economiche preoccupanti e irritanti per i mercati, gli investitori, i Commissari preposti a fare valere le regole. Disattendendo gli impegni presi nel passato, su debito pubblico e deficit, gli italiani hanno perso parecchio della loro credibilità. E i Commissari europei non possono non dirlo forte e chiaro.
Pubblicato AGL il 5 ottobre 2018
Italiani, eccolo il Governo che vi state meritando
Quando conteremo i voti scopriremo che il 40 per cento di voi che avete votato hanno scelto l’usato sicuro (sicuro di cosa: delle bugie, delle inadempienze, della crescita del debito pubblico?) e l’ex-rottamatore (rottamatore di idee, di competenze, di culture politiche, mai dei suoi imbarazzanti collaboratori). Scopriremo anche che il 25/30 per cento di voi hanno delegato, colpevolmente, la scelta dei nuovi parlamentari a chi è andato votare. Pur comprendendo la loro insoddisfazione, irritazione, delusione per la politica com’è praticata in Italia, quegli astensionisti cronici o occasionali debbono essere severamente rimproverati. Hanno comunque perso il diritto di continuare nella critica, spesso qualunquistica, a politica e politici. Sono anche loro con il non-voto responsabili di quello che va male in Italia. Insomma, in un sistema politico nessuno può chiamarsi fuori, fare l’anima bella e dire che è colpa degli altri -meno che mai, naturalmente, che è colpa dell’Europa alla quale, anzi, dobbiamo riconoscere il diritto di criticarci e di auspicare, come ha fatto, persino troppo timidamente, Jean-Claude Juncker, “un governo operativo”. Ha ragione. Anche molti di noi vorremmo un governo, non solo operativo, ma fatto di persone decenti, in grado di dare rappresentanza alle preferenze dei cittadini e persino ai loro interessi (una scuola davvero buona, un mercato del lavoro flessibile e accogliente, una politica dell’immigrazione con filtri e controlli, la sicurezza nella legge), in grado di governare non a colpi di arroganza e di “teatro”, ma con una visione orientata dalla consapevolezza che, fuori dall’Unione Europea, l’Italia non andrebbe da nessuna parte tranne che a fondo nel Mediterraneo.
Rosi dalle loro differenze interne sia la coalizione di centro-destra sia il PD e i suoi alleati cespugli non offrono granché come stabilità e progettualità. Né si può pensare ad un governo pentastellato con Di Maio (insieme a Grillo e Casaleggio) costretto a dedicare tutto il suo tempo a verificare gli scontrini delle spese e delle restituzioni e a comminare espulsioni a destra e a manca, ma anche al centro. Insomma, la palla passa al Presidente della Repubblica Mattarella che, felpato almeno quanto Paolo Gentiloni, il Presidente del Consiglio che, seppur necessariamente dimissionario, rimarrà in carica (proprio come Angela Merkel) fino alla formazione del prossimo governo, s’inventerà una soluzione politica secondo il dettato costituzionale: “Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio” (che, dunque, lo scrivo per chi ancora non lo sa, non è “eletto dal popolo”). No, non è vero che il paese reale starà meglio senza governo. No, non è vero che governare gli italiani è impossibile. Non è neanche inutile. È doveroso. Senza governo si ha soltanto galleggiamento, mentre è opportuno che qualcuno sia al timone. La barca non va mai avanti da sola, finisce per girare su se stessa.
Dovremo attenderci un “governo del Presidente”? e di quale Presidente? Del Presidente della Repubblica? Non sembra questa la propensione di Mattarella che, invece, cercherà la persona (non necessariamente un uomo) che sappia costruire e tenere insieme una coalizione in grado di durare e di governare, anche viceversa: governare e durare. I numeri (dei seggi in Parlamento) contano, ma bisogna avere anche i “numeri”politici, quelli che solo l’esperienza e la competenza garantiscono. Sarà il Presidente della Corte Costituzionale, come in nessuna, ma proprio nessuna democrazia parlamentare, è mai avvenuto? Oppure tornerà fra di noi, il figliol prodigo Mario Draghi, Presidente della Banca Centrale Europea, le cui competenze politiche sono ignote ai più, a tutti? Credo che se ne guarderebbe bene. Avremo bisogno del neo-Presidente del Parlamento Europeo, Antonio Taiani, facendo la classica figuraccia italiana: preferire una carica nel proprio paese a un ruolo importante nelle istituzioni europee? Sono convinto che, alla fine, Mattarella ci consegnerà un governo politico dopo avere escluso i più divisivi degli ambiziosissimi leader in campo e avere esercitato la sua fantasia e, mi auguro, anche la sua moral suasion. Sarà, comunque, un governo che noi italiani, certo con responsabilità differenziate, ci siamo meritato. Purtroppo, anche con la pessima legge elettorale firmata dal piddino Rosato, non adeguatamente contrastata dai grandi opinionisti dei grandi quotidiani e dai conduttori/trici dei meno grandi talk show, il Parlamento lo abbiamo eletto noi e, seppure indirettamente, è sui nostri voti che si costruirà un governo.
Pubblicato il 1 marzo 2018 su ITALIANItaliani
#Matteodattiunamossa Ho immaginato le mail tra #Renzi e #Draghi
Caro Draghi,
smettila di provocarmi. Le riforme io le annuncio, mica debbo anche farle. Dammi tempo e sgancia più denaro. Attento: altrimenti ti sommergo di tweet, quelli beffardi.
Tuo Matteo
Caro Renzi,
guardi che io, a Firenze ho anche insegnato. Vi conosco voi sbruffoncelli. Smetta di twittare. Ricominci a studiare, magari anche un po’ d’economia. Mica puo’ pensare che il suo sciagurato governo verra’ salvato da me.
Mario Draghi
Presidente della BCE
(non tanto) Caro Draghi,
‘n son mica un bischero io. Non mi prendere in giro. Ho bisogno di qualche successino soprattutto nel rilanciare l’economia altrimenti Padoan si incavola e il Presidente Napolitano mi chiama un’altra volta al Colle e mi fa la solita lunga ramanzina, come se sapesse tutto lui (ma cosa vuole? Gli ho anche regalato cinque senatori da nominare nella prossima camera delle regioni et al.). Guarda, Draghi, che non ti difenderò dalla Merkel. Non penserai davvero che, se non ti dai una regolata, sarai tu il candidato a succedere al Presidente Napo? tua sorella!
Caro dott. Renzi,
l’ultima cosa che vorrei fare, dopo la Presidenza della BCE, e’ diventare Presidente di una Repubblichetta del Mediterraneo. Ultimo avvertimento. Faccia la riforma della scuola e, subito, del mercato del lavoro (insomma, chieda ad Ichino). Poi ne riparliamo. Infine, si ricordi che qui a Francoforte e a Bruxelles i suoi annunci lasciano il tempo, brutto, che trovano. Non rispondero’ a nessuno dei suoi tweet. Leggo dati e libri, io, continuo ad imparare. Lo stesso non posso dire di lei che mi pare abbia sprecato quasi del tutto i suoi primi sei mesi in carica. Leggo anche i sondaggi. Vedo che cala tutto: la sua popolarità e la fiducia nel suo governo.
Auguri #Matteodattiunamossa
Pubblicato 6 settembre 2014
Parole e opere di Matteo Renzi. I voti di Gianfranco Pasquino
Intervista raccolta da Francesco De Palo per Formiche.net 1 settembre 2014
Promesse, riforme, dossier europei e modus operandi: i voti a Matteo Renzi premier stilati dal prof. Gianfranco Pasquino, politologo ed editorialista.
Certamente è solo ma non sarà l’ultimo. Gioco-forza deve avere un circolo di consiglieri ristretti. Per il resto si priva del rapporto di altre persone che spesse volte potrebbero sostenerlo maggiormente in scelte e decisioni. Il motivo? Immagino per una visione partitica alterata, visti e considerati i risultati abnormi ottenuti dal Pd alle europee che nessuno sa se potranno essere replicare alle politiche.
Aveva promesso una riforma al mese. Troppo ottimismo?
La riforma del Senato non è ancora completata, ha sì mandato la Mogherini in Europa sperando che difenda l’italianità, ma dovrà dimostrare sul campo di essere un buon ministro degli esteri europeo.
Dalla riforma della giustizia civile alla velocizzazione delle opere pubbliche, passando per Tap e dossier energia: sembra una tabella di marcia di un governo di centrodestra?
Certamente si tratta di questioni nazionali. La riforma della giustizia deve essere fatta per tutti noi: modificando la giustizia civile si crea un vantaggio in particolare anche per gli investitori stranieri. Non dimentichiamo che siamo un Paese che, da tempo, non fa le cose che dovrebbe fare come il gasdotto Tap che è essenziale.
Il primo probabilmente no. Gli 80 euro potevano essere tranquillamente concessi, anche se è evidente che non hanno funzionato così come osservano gli economisti più avveduti: contano moltissimo le aspettative. Circa il mercato del lavoro credo che l’errore sia non parlarne esattamente, non presentare un progetto articolato e chiaro. Bisognerebbe dire che un mercato del lavoro più flessibile avvantaggerebbe molto di più coloro chi è senza occupazione.
Non c’è la volontà di andare fino in fondo?
Da questo punto di vista Renzi dovrebbe smetterla di fare la tipica melina e piuttosto prendere a paradigma le proposte di chi se ne intende, come Pietro Ichino, per riformare il mercato del lavoro.
Probabilmente sì, ma rientrano in quelle tecniche comunicative di cui abbiamo detto. Per cui bisogna attendere che il tutto arrivi al vaglio del Parlamento.
L’Italia è in recessione: basteranno le promesse dei mille giorni per raddrizzare la barra?
Il Paese ha bisogno di un rilancio, quindi intendo crescita e sviluppo. Contrariamente sarebbe un fallimento. Vorrei ricordare a tutti che la promessa di Renzi era di fare una riforma al mese e fino ad oggi non ne abbiamo vista neanche una compiuta. Ecco perché, da questo momento in poi, mi aspetto che ne siano portate a termine quattro o cinque, basilari, per caratterizzare il governo e, a maggior ragione, un governo di centrosinistra.
Aspettarsi che la Bce risolva i problemi di cento Paesi mi sembra eccessivo. Dopo di che, credo sia giusto riporre molte aspettative in Draghi, in quanto uomo di grande competenza e capacità. E’ la ragione per cui va posta molta attenzione quando Draghi segnala dei problemi, così come fatto a Jackson Hole, che dovranno poi essere assorbiti da Berlino. In generale tendiamo a pensare che la Cancelliera Merkel rappresenti la faccia e le istanze di una molteplicità di Stati come quelli nord europei (Svezia e Finlandia), ma questa volta penso che abbia esagerato in quanto sembra pensi solo agli interessi tedeschi piuttosto che rilanciare l’economia continentale. Ricordiamo che anche la Germania presenta numeri non incoraggianti sulla crescita, quindi quel contatto telefonico fra Draghi e la Merkel credo sia un complimento per il nostro governatore.
twitter@FDepalo
E ora Renzi onori le promesse
I voti non cadono dal cielo. Soprattutto quando sono tanti, come quelli conquistati dal Partito Democratico di Renzi, hanno motivazioni diverse. Per lo più si basano su cose fatte e cose promesse. Le cose fatte che Renzi ha potuto presentare all’elettorato italiano non erano molte, ma significative. In particolare, ha contato la restituzione in busta paga per i redditi da lavoro bassi di 80 Euro al mese almeno fino alla fine del 2014. Anche il tetto agli stipendi dei manager di Stato è stato valutato positivamente dagli elettori così come la battaglia iniziata per cambiare la legge elettorale, per ridimensionare il Senato, per abolire le province. L’elettorato non si è interrogato sulla qualità, che rimane molto dubbia di queste riforme, ma ha apprezzato la volontà di farle. Anche se, in generale, la campagna elettorale non ha dato grande spazio alle tematiche precipuamente europee, non soltanto gli italiani hanno riflettuto sul voto che dovevano dare, ma hanno evidentemente valutato positivamente la campagna del PD e del suo segretario sul territorio nazionale che esprimeva una visione europeista superiore a quella degli altri concorrenti (compresa la protesta, priva di una seria proposta, urlata da Grillo).
Molti voti significa da adesso in poi anche accresciute responsabilità per Renzi, Presidente del Consiglio. Dovrà, anzitutto, portare a livello europeo, come capo del più ampio gruppo singolo di parlamentari nel Partito Socialista Europeo, le sue proposte, non di allentamento del rigore di bilancio, ma di lancio di progetti di crescita. Nessuno morirà se saremo più austeri, ma coloro che hanno poche risorse e che non trovano lavoro continueranno a stare male. L’agenda di Renzi, nel semestre europeo di cui sarà Presidente a partire dal 1 luglio, deve mirare a fare “cambiare verso” anche alle politiche dell’Unione Europea. Questa è una priorità per sfruttare i timidi segnali di crescita intravisti dall’abitualmente molto cauto Mario Draghi, Governatore della Banca Centrale Europea. Nuove politiche europee incroceranno quello che in Italia si chiama Jobs Act, ovvero una regolamentazione più flessibile delle politiche del lavoro, delle assunzioni e degli eventuali licenziamenti. Soltanto con più lavoro, in varie forme, per tutti, sarà possibile che l’Italia riprenda a crescere (è ferma da quasi dieci anni) e abbia altre risorse da dedicare a investimenti in istruzione e sviluppo che stabilizzino la crescita, riducano la disoccupazione e ridimensionino il precariato.
Il PD di Renzi ha strappato voti, molti dei quali dei giovani, al Movimento Cinque Stelle. La risposta sul piano del lavoro è la migliore per mantenere e consolidare quell’elettorato. La terza cosa da fare riguarda, anche perché fin troppo spesso Renzi ha detto con toni di ricatto e ultimativi di “metterci la faccia”, l’assetto istituzionale. Sulla diagnosi non c’è oramai quasi più nulla da discutere: sia la legge elettorale sia l’assetto istituzionale sono bizantini e vanno anche drasticamente semplificati. Sulle proposte, invece, rimane molto da lavorare e non soltanto in maniera opportunistica, vale a dire cambiando qualcosa perché il sistema dei partiti del dopo elezioni europee appare piuttosto diverso da quello di pochi giorni fa (ma i numeri in parlamento rimangono invariati). Soltanto la Democrazia cristiana in Italia è riuscita a ottenere percentuali di voto intorno al 40 per cento, ma il consenso al PD di Renzi non è di stampo democristiano. Certamente, l’elettorato del Partito Democratico è interclassista, un elettorato di popolo e certamente desidera una guida di governo stabile e sicura. Altrettanto certamente, questo elettorato vuole le riforme, quelle mancate dal centro-destra, quelle promesse da Renzi. Stabilizzato e legittimato da una prova elettorale nazionale il suo governo, il Presidente del Consiglio non deve sentire nessuna urgenza. La fretta è una pessima consigliera di cui il Presidente del Consiglio può felicemente fare a meno. Ha il consenso politico e il tempo necessario per progettare cambiamenti di lunga durata. Anche se la politica italiana ha spesso aspetti di grande volubilità, è possibile affermare che il futuro del governo di Renzi è nelle sue mani.
Pubblicato AGL 28 maggio 2014





