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Il caso Bologna: solo Renzi costringe il Pd a fare vere primarie per il sindaco @DomaniGiornale

La notizia è che, dopo circa sei mesi di acrimoniose discussioni, l’audacissimo Partito Democratico di Bologna organizzerà le primarie per la scelta della candidatura a sindaco di Bologna. L’altra importante notizia è che saranno primarie competitive con un esito non predeterminato. Le precedenti primarie bolognesi, 1999, 2009 e 2011, erano state ampiamente controllate (la tentazione di scrivere “manipolate” mi rimane) dal gruppo dirigente. Anche questa volta, ha cominciato il sindaco Merola, non rieleggibile dopo due mandati senza troppa gloria, a battezzare come successore il suo assessore alla Cultura Matteo Lepore. Poi, candidatosi anche l’assessore alla Sicurezza, Alberto Aitini, invece di prenderne atto e prepararsi alle primarie, il gruppo dirigente del PD ha traccheggiato all’insegna della ricerca di una candidatura unitaria, un modo per fare sapere a Aitini che doveva ritirarsi. La situazione si è sbloccata rumorosamente quando, incoraggiata da Matteo Renzi, ha fatto irruzione la candidatura di Isabella Conti, esponente di Italia Viva (ma, prima, PD), rieletta sindaco di San Lazzaro con quella che chi non conosce la Bulgaria post-1989, continua a chiamare “maggioranza bulgara”: 80 per cento dei voti. Inevitabilmente, molto contrariati, gli esponenti del vertice (mi veniva la parola “cupola”) del PD hanno preso atto e annunciato che si terranno primarie di coalizione il 13 oppure il 20 giugno.

Fin dall’inizio lo svolgimento di elezioni primarie doveva essere considerato l’esito naturale, previsto nello Statuto del partito (art. 24 Elezioni primarie per la cariche monocratiche istituzionali). Con buona pace di Beppe Provenzano, vicesegretario del PD nazionale, non sbaglia affatto “chi dice che le primarie sono l’identità del Pd”. Al contrario sono un elemento costitutivo della, pur pallida, identità del partito. Bologna ci dice, però, che questa pratica, a determinate condizioni, sicuramente democratica, cozza frontalmente con le preferenze di chi continua a preferire le cooptazioni e altre oscure attività.

Ovviamente, le primarie, tutte le primarie in tutti i luoghi nei quali si svolgono (il PD ne ha fatte più di mille) sono anche un confronto/scontro fra persone le quali, nel caso di Bologna e in quasi tutti gli altri, hanno una biografia politica e professionale che le rende più o meno qualificate per aspirare ad una carica importante. I due assessori vantano per l’appunto la loro esperienza di governo della città, ma Isabella Conti può molto facilmente replicare con il buongoverno che ha garantito come sindaca di San Lazzaro, comune con più di 30 mila abitanti. L’ostacolo che le hanno subito frapposto è quello di essere “una renziana”, ma se le primarie di Bologna hanno da essere primarie di coalizione quest’ostacolo non ha da essere. Anzi, il PD dovrebbe rallegrarsi che fondamentalmente Italia Viva abbia deciso di fare parte della coalizione di centro-sinistra. Nel regolamento, il più garantista possibile per tutt’e tre i concorrenti, dovrà essere limpidamente statuito che i perdenti si impegnano a sostenere la vincente.    Proprio il regolamento potrebbe essere il prossimo punctum dolens: quante iniziative, quanti confronti, in quali spazio, con quali impegni di risorse sono tutti elementi che debbono essere sanciti per non dare vantaggi e non procurare svantaggi a nessuno. Le esperienze passate non sono del tutto rassicuranti con pezzi di partito che non solo si adoperarono palesemente a favore di uno specifico candidato, ma premettero sulla CGIL, sulle cooperative, su altre associazioni vicine per conseguire l’esito voluto. Divenuta famosa anche per avere resistito con successo alle mire poco ecologiche (sic) delle cooperative costruzioni, Isabella Conti sa di partire in salita nel mondo (che qualche commentatore bolognese ha infelicemente definito “di mezzo”) del PD. Proprio per questo la campagna elettorale bolognese si annuncia molto interessante. Le primarie servono anche a mobilitare gli elettori e i simpatizzanti, a comunicare politica e politiche, ad allargare la sfera del consenso. A Bologna, forse, potranno fare circolare un po’ d’aria nuova in un partito che troppo spesso risulta essere una struttura cementata e appesantita dal troppo potere che ha (talvolta neppure sapendolo esercitare).

Pubblicato il 23 aprile 2021 su Domani

Che fine hanno fatto le primarie nel Pd? Domande sul caso Bologna @DomaniGiornale

Il Partito di Bologna ha una lunga, interessante, ingloriosa storia di primarie fatte (e non fatte) per la scelta della candidatura a sindaco della città. L’inizio della saga riguardò i Democratici di Sinistra che, a fronte di profonde divisioni interne con il (quasi)prescelto che rifiutò di “sottoporsi” alle “primarie”, furono costretti a farle in fretta e furia in una piovosissima giornata del marzo 1999. Poi le elezioni furono vinte da Giorgio Guazzaloca, molto più che un candidato civico, un bolognese con una apprezzabile storia personale di lavoro e di impegno. Cinque anni di (mancate) riflessioni non bastarono ai DS per trovare una candidatura indigena cosicché nel 2004 dirigenti, iscritti e i simpatizzanti della borghesia rossa furono entusiasti di accogliere il superparacadutato Sergio Cofferati reduce dalla grande manifestazione contro Berlusconi. Niente primarie per il segretario della CGIL, ma una bella processione nei quartieri di Bologna, città che non conosceva minimamente, ad accogliere suggerimenti, incoraggiamenti, applausi (molti) e critiche (quasi nessuna). Tutt’altro che favorevole, arrivai nel mio quartiere alle 21,10, presi la scheda per iscrivermi a parlare. Alle 22.45 non avendo ancora avuto la parola, mi informai. Avevano “perso” la mia scheda. “Gentilmente”, mi diedero subito la parola, la riunione chiudeva alle 23. Peccato che il tempo di accettazione delle schede con l’approvazione (o no) fosse stato fissato alle 22 e che moltissimi dei presenti avessero già votato.

Nel 2008, all’ultimo momento. Cofferati annunciò che non intendeva fare il secondo mandato. A quel punto il Partito Democratico decise che si potevano/dovevano fare le primarie. Naturalmente, il gruppo dirigente aveva il suo candidato. Provai a candidarmi, ma mi si impedì di avere accesso al registro degli iscritti un certo numero di loro firme essendo necessarie per accreditarsi come candidato. Appoggiato da Bersani e da Prodi e da gran parte del PD (in seguito anche dal cardinale di Bologna), la candidatura di Flavio Delbono non fu mai a rischio. Andò a vincere risicatamente al ballottaggio contro l’imprenditore Alfredo Cazzola. Poco più di sei mesi dopo fu costretto a dimettersi per uso troppo disinvolto, truffaldino (due patteggiamenti) del denaro pubblico (era stato Assessore al Bilancio della Regione Emilia-Romagna). Si dimise anche il segretario della Federazione, Andrea De Maria, debitamente parcheggiato a Roma.

   Per la prima volta nella sua storia, quella che era stata la vetrina del comunismo italiano fu commissariata (2010-2011). Ancora in difficoltà il PD intrattenne persino l’idea di candidare la Commissaria Annamaria Cancellieri (poi ministro degli Interni nel governo Monti e della Giustizia nel governo Letta). Messo da parte colui, Maurizio Cevenini, che era il più popolare degli esponenti del Partito, le primarie del 2011 consegnarono la vittoria a Virginio Merola che ha portato a compimento senza biasimo né gloria il suo secondo mandato. Non si è lasciato scappare l’occasione di influenzare la scelta del suo successore candidando alcuni suoi assessori, ma anche manifestando la sua preferenza per uno di loro. Dunque, logicamente: primarie fra i candidabili. Invece, per il momento, proprio no. Il segretario locale annuncia che bisogna cercare e soprattutto trovare un candidato “unitario”. Insieme agli assessori, la neo-eletta europarlamentare Gualmini si dichiara “disponibile”, deludendo, immagini, i 78 mila elettori che le diedero la preferenza. Sullo sfondo si staglia la figura del più potente parlamentare bolognese Andrea De Maria che nega asserendo, però, a ragione, che non vuole nessuna discriminazione nei suoi confronti, come quella comminatagli delle Sardine. Qualcuno ricorda che bisognerebbe allargare il “campo”, nessuno si tira indietro. Il sindaco bolla tutto questo, al quale lui ha dato il suo contributo e altri ne preannuncia, come “un dibattito inconcludente”.

   Le primarie per le cariche elettive stanno nello Statuto del PD. Se ne sono fatte in tutta Italia ben più di mille. Spesso cito Arturo Parisi, secondo i giornalisti il “teorico delle primarie”. Chi vuole candidarsi, sostenne Parisi, alzi la mano. Poi, naturalmente, raccolga un certo numero di firme a suo sostegno, quante e come sono richieste dal regolamento dei partiti locali. Naturalmente, se il PD allarga effettivamente il campo, a Bologna ci sono almeno due potenziali candidati centristi di valore. Allora, però, nelle primarie non dovrà esserci il candidato ufficiale “del partito”, ma tutti coloro che, PD o no, senza ostacoli, avranno raccolto le firme. Gli assessori disponibili a candidarsi non dovranno essere dissuasi, come il segretario locale ha già lasciato trapelare, poiché di loro si terrà conto “nella formazione della prossima giunta”. La saga non è finita. Neanche la commiserazione, qualche volta irritazione, per un partito che cerca costantemente di svicolare dalle regole che pure si è dato può cessare. Ė possibile che, alla fine, l’esito sia positivo in termini di selezione della candidatura, ma neanche in questo caso dovremmo accettare la massima che “il fine giustifica i mezzi”. Non è così che si migliora la politica né a Bologna né altrove.

Pubblicato il 20 novembre 2020 su Domani

Un déjà vu la piccola storia infinita della scelta del candidata/o PD a sindaco a Bologna

Non la chiamerò telenovela. Dovrei definirla “la già vista”, questo piccola, non edificante e non finita storia della scelta del candidata/o PD a sindaco a Bologna. Non si faranno le primarie del partito/nel partito, ma, si fa dire alla mitica asfittica base che vuole “il candidato unico”. Poi, eventuali “primarie di coalizione” che, se ci fosse il “candidato unico” del PD, sarebbero un trucco ai danni dei potenziali alleati.

Le litanie senza direzione #PDBologna

Hanno fatto una furibonda campagna condita da insinuazioni e insulti più che da indicazioni delle attività che il segretario Critelli non aveva fatto o fatto male e che lo sfidante Rizzo Nervo prometteva di fare meglio. Hanno consentito a Merola, che dovrebbe fare il sindaco, di cercare di influenzare la scelta probabilmente per avere meno controllo sulle sue inadempienze di quel che Critelli, in maniera peraltro poco incisiva, ha cercato legittimamente di esercitare. Merola ha perso e con lui ha perso anche Paruolo che, sostenendo un terzo candidato, sperava di diventare decisivo nell’eventuale voto in assemblea. Finita la litania del “dobbiamo parlare alla gente” (infatti, i bolognese non si sono entusiasmati), è subito cominciata la litania, già sentita, del “dobbiamo unire il partito”. Qualcuno ha aggiunto, fra i perdenti, che avevano intrattenuto grandi speranze, “dobbiamo unire i renziani”: davvero un obiettivo ambizioso e entusiasmante da partito post-ideologico, pragmatico, che si occupa di cose concrete (o, forse, no). La litania più convincente e meno frusta sarebbe “dobbiamo fare funzionare e cambiare il partito”. Opportunamente, Rizzo Nervo ha dichiarato che accetta di fare il capo della minoranza, non il capo dell’opposizione. Non è chiaro che cosa Critelli e Rizzo Nervo abbiano imparato del partito che c’è durante la campagna elettorale. Si sono scambiati commenti e accuse non proprio carine sul ruolo e sui rapporti con alcune associazioni, ad esempio, le Coop troppo accoglienti nel fare girare le porte. Hanno detto che il partito dovrebbe aprirsi di più alla società, che è un’altra frase slogan, ma nulla di tutto questo s’è visto. Non mi pare che Critelli stia andando in questa direzione. Eppure, poiché Bologna è ricca di associazionismo, qualche passo verso un coinvolgimento non subalterno di chi rappresenta qualcosa e di chi ha competenze che nessun partito può trovare al suo interno sarebbe utile anche se accompagnato da inevitabili conflitti. I renziani locali se, come troppi di loro, s’ispirano al partito nazionale che a Renzi non è mai parso degno di interesse, non hanno nulla da offrire a questo dibattito. Critelli ne dovrebbe sapere un po’ di più, ma nella campagna elettorale non ha fatto trapelare proposte mobilitanti, cambiamenti significativi, prospettive nuove per un’organizzazione da tempo stagnante. Insomma, risolto il problema di chi guiderà per i prossimi anni il PD della Federazione di Bologna piacerebbe sapere in quale direzione e verso quali obiettivi. Un piccolo test sarà quello della designazione delle candidature alle imminenti elezioni parlamentari. C’è molto altro.

Pubblicato il 28 ottobre 2017

I movimenti e l’ombelico del PD

La buona politica mira a rappresentare le preferenze, gli interessi, anche gli ideali dei cittadini. In democrazia i cittadini si associano, proprio come voleva Tocqueville, qualche volta, in Italia raramente, per risolvere loro stessi i problemi oppure, spesso giustamente, protestano contro i politici che non sanno/non vogliono/ non riescono a risolvere problemi. Quando le associazioni sono tante, viva il pluralismo!, diventa indispensabile che i politici si confrontino con loro, persino per trarre informazioni utili costruendo consenso intorno alla decisione.

Una volta il grande corpo del PCI era anche il luogo di sintesi del pluralismo, ammansiva fin troppo le tensioni, teneva basso il livello di conflitto rappresentando tutto il possibile, e un pochino di più. Poi è cominciata lentamente una deriva autoreferenziale e, invece di tenere aperti i canali di comunicazione con la società, i successori del PCI hanno preferito guardarsi con compiacimento l’ombelico. È quello che sostanzialmente stanno facendo anche i candidati alla segreteria del partito locale. Quegli ombelichi non sono attraenti, ma soprattutto distolgono lo sguardo dalle richieste e dalle sfide dei movimenti per la qualità dell’aria e per alcune scelte ambientali. Adesso, questi variegati movimenti, spesso criticabili per la loro tendenza alla semplificazione e alla cura esclusiva del loro giardinetto, hanno deciso di coalizzarsi (le coalizioni di cui una volta il PCI era maestro) per sfidare il governo locale, che certamente non è un falco decisionista. , e potrebbero offrire alternative sia alla prossima disfida per il sindaco sia per le elezioni politiche nazionali che sono quasi dietro l’angolo.

Senza esibirsi in spericolate previsioni, è, però, fin d’ora possibile rilevare: primo, che una o più risposte alle domande movimentiste debbono essere date; secondo, che se i movimenti si coalizzano possono diventare uno sfidante importante. Le risposte che vanno date non sono affatto di pura e semplice accettazione, ma di interlocuzione e di spiegazione. Decisioni prese su alternative rese comprensibili a tutti avranno migliori e maggiori probabilità di essere attuate. Quanto agli agguerriti partecipanti ai movimenti, in elezioni nazionali potranno forse influenzare poco la scelta degli eletti (colpa delle liste protervamente bloccate), mentre in un’elezione locale, in prima persona oppure spostandosi su una o altra lista, potrebbero avere un effetto molto significativo. Finita la buriana dell’elezione del segretario provinciale del PD sentiremo dall’eletto parole (di sinistra) convincenti per i cittadini e per parte almeno dei movimentisti?

Pubblicato il 13 ottobre 2017

Meglio competere senza paura

Paura? Paura della democrazia, della competizione, della contendibilità? Davvero a Bologna bisognerebbe/bisognerà fare un Congresso “unitario” per “eleggere” il segretario del partito locale? Naturalmente, non sarebbe più un’elezione, ma una designazione ad opera di qualche notabile, tipo Merola, tipo De Maria, non so se riesco a scrivere Paruolo, “notabile” pure lui? Quanto a “unitario”, vuole dire che si mettono d’accordo, ma non intorno ad un caminetto che, se lo viene a sapere, Renzi sbraiterà contro la vecchia politica, la Prima Repubblica, la ditta. Non è stagione di caminetti, meglio un camper di craxiana memoria, oppure, buttiamola sull’istituzionale: nell’ufficio del sindaco, giungeranno a un accordo. Ma non ci avevano detto, anche non pochi renziani che adesso appoggiano Rizzo Nervo, che uno dei pregi del Partito Democratico è che le sue cariche sarebbero diventate tutte contendibili? Poi, è vero che persino un veltronian-renziano, che sta cercando di tornare nella pista parlamentare, è stato fatto fuori dalle parlamentari manipolate del dicembre 2012, ma almeno una parvenza di contendibilità dovrà pure rimanere. Invece, no. Di politica alla Festa dell’Unità non si parla. Non far sapere ai visitatori e ai militanti che, anche se in cucina, parecchio ne sanno, quali torti ha Critelli, il segretario in carica, e quali ragioni ha Rizzo Nervo, l’assessore sfidante, è diventato un dogma. Per fortuna, si fa per dire, tertium datur: il molto manovriero consigliere regionale Paruolo ha candidato Licciardello la cui presenza aumenterebbe il tasso di competitività e di contendibilità. O forse no, come ha fatto sottilmente filtrare il “Corriere di Bologna” che, non nato ieri, adombra la possibilità che, in assenza della maggioranza assoluta degli iscritti per uno dei contendenti, la decisione debba essere presa nel Congresso, “pericolosamente” non più unitario, divisorio? Allora, lì i paruolani decideranno su chi convergere dopo, oh, sì, avere pensosamente e accuratamente valutato i programmi, le proposte, le prospettive di Critelli e di Rizzo Nervo. Diversità su quel che bisognerebbe fare nei rapporti con le cooperative e con le partecipate sembra non ve ne siano. Non è una grande scoperta che il PD dovrebbe sostenere e pungolare i suoi eletti nei vari comuni. Dunque, risollevo il mio interrogativo di fondo: che la manita o poco più di aspiranti al parlamento dentro il PD di Bologna si stia posizionando e raggruppi le sue scarne truppe a sostegno di chi fra Critelli e Rizzo Nervo offre più garanzie di carriera? No, non datemi subito la risposta. Lasciate la suspense mentre torniamo tutti a leggere sui dizionari che cosa significa “democratico e contendibile”.
Pubblicato il 15 settembre 2017

Se fa irruzione il non dibattito

No, alla Festa dell’Unità di Bologna non si può discutere di chi sarà il prossimo segretario del Partito democratico a Bologna. Qui, avrebbero dovuto annunciare, non si fa politica. Giusto, anche perché è difficile trovare qualcosa che somigli alla politica in gran parte del dibattito in corso sulla leadership locale. A volte sembra che l’argomento più forte contro Francesco Critelli, l’attuale segretario, sia il suo non essere renziano: colpa, ovviamente, gravissima. Non sappiamo, in verità, se il non-renzianesimo abbia pesato, come e quanto, sul suo governo del partito locale e sui risultati ottenuti. Non è interessante neanche sapere se il suo sfidante ufficiale, Luca Rizzo Nervo (che ricordo un tempo delboniano sfegatato) abbia una precisa idea di quale partito bolognese vorrebbe costruire. Non importa poiché nel non-dibattito ha fatto irruzione la richiesta che sia Renzi in prima persona a intervenire. Il segretario nazionale dovrebbe imporre ai renziani locali, alcuni addirittura più renziani di lui, di ricompattarsi dietro un unico candidato. Altro che i cento fiori maoisti che dovrebbero sbocciare poiché producono idee. A Bologna il fiore dovrebbe essere uno solo scelto dal capo della fazione nazionale maggioritaria per omologarlo al vertice. A questo si ridurrebbe il famoso Partito di Bologna, un tempo oggetto di (fin troppo e non del tutto giustificato) vanto? Così il Pd tornerebbe a parlare con la gente?

Magari qualcuno vorrebbe sapere se Critelli è responsabile di non avere fatto funzionare adeguatamente la struttura; di non aver dedicato abbastanza attenzione e tempo al reclutamento e al coinvolgimento degli iscritti; di essersi dimostrato incapace di elaborazione politica. Qualcun altro potrebbe volere sapere in quali occasioni, quante volte, in quale modo, Luca Rizzo Nervo abbia espresso nelle sedi di partito, oppure in pubblico, le sue critiche all’operato e alle omissioni di Critelli. C’è chi pensa che siamo solo alla prima tappa d’un percorso privo di contenuto politico, nel quale è inutile, dannoso, persino controproducente parlare di quale tipo di partito dovrebbe essere/diventare il Pd di Bologna. D’altronde, nella campagna per la sua rielezione, Renzi ha dedicato pochissime parole al partito che vorrebbe. Non gli interessa. Quella che conta è la seconda tappa: la scelta delle candidature al parlamento. Disperso in una legge elettorale bocciata dalla Corte Costituzionale il premio di maggioranza, i posti per il Pd saranno comunque meno che nel 2013. Ecco, allora la carica dei renziani. Critelli non garantisce nessuno di loro. Neppure Humphrey Bogart riuscirebbe a convincermi che questa “è la politica, bellezza”.

Pubblicato il 1° settembre 2017

Le opposizioni lancino la sfida

Corriere di Bologna

La situazione del centro-destra bolognese è, non da oggi, ma addirittura dall’altro ieri, imbarazzante. Anzi, è doppiamente imbarazzante. Da un lato, infatti, gli esponenti locali dimostrano assolutamente sudditanza alle (non)scelte nazionali. Dall’altro, nessun candidato/a ha finora dichiarato alto e forte che lui/lei c’è e vuole rimanere fino in fondo. A Bologna, poi, non si combatte nessuna battaglia campale per ridefinire i rapporti di forza fra leghisti, fratelli e sorelle d’Italia, berlusconiani di stretta, ma declinante, osservanza. Qui c’è poco da vincere, ma, paradossalmente, anche pochissimo da perdere. Aspettative bassissime per candidature non scintillanti presentate ad un elettorato già rassegnato. Al primo turno quell’elettorato di centro-destra che in città è sempre esistito (per fortuna del sistema politico) sceglierà nel piccolo menù. Al secondo si disperderà sia nell’astensione sia in un possibile voto di protesta contro il pur non granitico Partito Democratico convergendo sul, al momento non entusiasmante, candidato delle Cinque Stelle.

Improvvisamente, Merola si è reso conto, difficile dire quanto strumentalmente, che un’opposizione attrezzata e propositiva, anche critica e severa, offre un contributo tutt’altro che disprezzabile al buon funzionamento del sistema politico, in questo case del governo locale. I miei studenti, uno dei quali sta nella segreteria del PD cittadino, applaudono convintamente quello che è uno dei cardini della democrazia competitiva. I più smaliziati e i meno faziosi di quegli studenti ridacchiano pensando che Merola non debba preoccuparsi troppo dell’assenza di un’opposizione esterna. Avrà, comunque, e dovrebbe già averlo imparato, il suo da fare con l’opposizione interna. Alcuni di coloro che saranno eletti in Consiglio comunale non hanno grande fiducia nelle sue capacità di leadership. Gli assessori cercheranno di ritagliarsi spazi di azione politica autonoma e di posizionarsi per cariche prossime venture. Altri acquisiranno visibilità soltanto con il dissenso più o meno pubblicizzato. Tutto vero, ma al tempo stesso queste opposizioncine interne al PD sono del tutto inadeguate a dare rappresentanza alle sciolte membra dell’elettorato di centro-destra e a convogliare domande degne di considerazione.

Occasionalmente, in citta’ qualcuno si interroga sulla qualità del governo locale, che non è pessima, ma mediocre. Merola non dovrebbe cercare di scaricare preventivamente sull’evanescente centro-destra le sue inadempienze a futura memoria. A sua volta, il centro-destra potrebbe, senza compiacere Merola, almeno sfidare lui e la sua cerchia di probabili governanti dei prossimi anni su alcune chiare proposte/priorità. Si sta facendo tardino.

Pubblicato il 31 marzo 2016

Astensionismo incubo ipocrita

Corriere di Bologna

Almeno per qualche settimana i vertici del Partito Democratico di Bologna (quelli delle altre città che vanno al voto, no?) affermeranno, pensosi e preoccupati, che l’astensione è il nemico da battere. E’ un’affermazione che contiene parecchie dosi d’ipocrisia. Dovrebbero esserne più convinti i dirigenti del centro-destra poiché, un po’ dappertutto, sono proprio i potenziali elettori dei loro candidati e delle loro liste che manifestano grande propensione all’astensione. Di Berlusconi si possono, e qualche volta si debbono, dire molte cose, ma, nel passato, le sue campagne elettorali erano trascinanti e i suoi effetti, sul contenimento e sulla riduzione dell’astensionismo, notevoli. Da quel che sappiamo delle elezioni politiche del febbraio 2013, il ruolo di riduttore della percentuale di astenuti è stato efficacemente svolto dal Movimento 5 Stelle. Invece di restarsene a casa, insoddisfatti e ingrugnati, molti elettori preferirono andare a scaricare il loro malcontento nelle urne votando il Movimento che prometteva sfracelli contro il sistema. Questo effetto nelle elezioni regionali del novembre 2014 in Emilia-Romagna non s’è visto. Le candidature a cinque stelle non erano granché. La loro campagna elettorale non è stata memorabile, e dire che sui balordi rimborsi un po’ di leva la si poteva fare. Forse, c’è stato un “rimbalzo” dello scontento anche nei loro confronti: un anno e mezzo di parlamento caratterizzato più da conflitti, tensioni e espulsioni che da realizzazioni concerete. Almeno finora, non sembra che né il candidato sindaco Bugani né il Movimento siano in grado di lanciare una sfida credibile e di trovare slogan entusiasmanti e parole d’ordine mobilitanti. Tuttavia, proprio perché l’altissimo tasso di astensione delle regionali è stato sicuramente prodotto da grande parte di un elettorato potenzialmente di sinistra, disgustato dai comportamenti scandalosi del gruppo consigliare del Partito democratico, è a quegli elettori in Bologna che bisogna guardare. Ad oggi il PD non ha fatto proprio nulla per andarli a cercare e per riconquistarli al voto. Le differenziazioni interne al partito non giovano alla causa del voto. Il candidato sindaco non ha mostrato nessuna capacità di accendere gli animi. Le perplessità ripetutamente manifestate nei suoi confronti da quasi tutti dirigenti non gli hanno certamente dato la carica. Invece di fare una vera attività promozionale nelle sedi di partito e in città, il PD ha deciso di affidare la sua comunicazione politica a una ditta (no, non alla “ditta”) di specialisti. Però, chi vuole ridimensionare l’astensione, in particolare in una regione e in una città dotate di senso civico e inclinazione alla partecipazione, dovrebbe cominciare una difficile opera di ricostruzione, non effimera, della politica. I dirigenti dei partiti locali rivelano una certa miopia e di non sapere neanche dove guardare.
Pubblicato il 9 marzo 2016

Governare le divisioni

Corriere di Bologna

Ottantacinquesimo su 101 nella classifica dei sindaci e con un grado di popolarità inferiore al 50 per cento, Merola si è fatto un lusinghiero bilancio del suo mandato proclamando, titola il “Corriere di Bologna”, “Città divisa ma io non mollo”. Meglio sarebbe che il bilancio di mandato lo stilasse qualche istituto indipendente, magari universitario, dal momento che nell’Alma Mater le competenze economiche, sociologiche, politologiche, ingegneristiche ci sono tutte. Comunque, per fortuna, ci ha subito pensato Olivio Romanini a evidenziare le cose non fatte e gli obiettivi mancati. Tante e importanti. Vedremo se nel programma, scritto, c’è da augurarsi, non come un’interminabile lista della spesa, Merola e il suo partito riusciranno a dare un’idea della città che vogliono costruire nel prossimo quinquennio. Dai concorrenti finora non è arrivata nessuna sfida programmatica ed è un peccato poiché quando mancano le idee delle opposizioni anche le idee dei potenziali (ri)governanti rischiano di non avere smalto.
Non so se porteranno voti, le liste che stanno proliferando a sostegno di Merola, tutte, non troppo sorprendentemente, sponsorizzate dal PD. Sono, però, piuttosto sicuro che da quelle liste non verrà neanche un’idea originale e innovativa, nessun colpo d’ala. Intravedo, anzi, nel tentativo del PD di pescare un po’ al centro e un po’ a sinistra sia la rinuncia all’operazione che chiamerò, per analogia con quanto i renziani perseguono a livello nazionale, “Partito della Città”, sia i germi di futuri conflitti e “divisioni” in Giunta e in Consiglio comunale. Merola si duole che la città sia divisa su occupazioni e immigrazione (a me pare anche sull’ordine pubblico). La risposta che non molla non è né rassicurante né promettente. Avrebbe, piuttosto, dovuto affermare alto e forte, “ma io governo”, impegnandosi a governare le tensioni e le contraddizioni, che sorgono sempre, inevitabilmente, quando si prendono decisioni importanti. Incidentalmente, il Passante Nord: “sì, no, altro” continua a essere una delle decisioni in lista d’attesa.
L’Agenzia pubblicitaria Proforma, a un costo non modico, imposterà la campagna di comunicazione del sindaco, che, evidentemente, sa di avere molto bisogno di una comunicazione decente. Tuttavia, quello che conta davvero è che il candidato alla rielezione impari che qualsiasi divisione esista in città può essere superata soltanto governandola, vale a dire, decidendo la soluzione, spiegandone i vantaggi e giustificandone gli, ineludibili, inconvenienti. I conflitti sono il sale della democrazia. Il loro governo è compito degli eletti che guardano avanti. La popolarità duratura è la conseguenza di decisioni che hanno prodotto, Dozza insegna, e produrranno frutti nel futuro.

Pubblicato il 19 febbraio 2016