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Quando il voto di coscienza viene da un click

Azzollini

Ecco, cari lettori, lo scambio epistolare intercorso nei giorni scorsi tra me ed il Sen. Pietro Ichino a proposito del voto in Senato per il Sen.Antonio Azzollini, che ha preso e mosse dalla sua lettera al Corriere del 31 luglio e dal mio articolo del 1° agosto 189 lettori coscienziosi 

Alle mie domande, Ichino replica dapprima ponendomi a sua volta delle domande, a cui puntualmente rispondo, poi, finalmente, elenca le sue ragioni chiedendomi il consenso di pubblicare sul suo sito il nostro carteggio. Cosa che avviene, con vistose aggiunte posteriori, a me mai pervenute, al punto 3 della sua seconda risposta e col suggello di un suo commento finale che non fa parte dello scambio.

Chi avrà la bontà di leggere fino in fondo avrà molti nuovi elementi di riflessione e, finale a sorpresa, scoprirà(nessuno ne aveva dato prima la notizia)che per votare in scienza e coscienza ai senatori è bastato un click.

Dobbiamo essere grati, sbandierano Ichino e Ceccanti, a quei centottantanove senatori che non hanno soltanto salvato dagli arresti, si badi bene, domiciliari, il collega Azzollini, ma hanno anche vigorosamente e informatamente (avendo, of corse, TUTTI letto le 560 pagine di carte) tutelato l’insindacabilità dei comportamenti e delle dichiarazioni parlamentari da quegli impiccioni travalicatori della Procura di Trani. Galvanizzati da questo nobile episodio, si sostiene, anche da parte di Renzi, che il Senato non sarà mai più un “passacarte”, neppure quando dovrà discutere la riforma di se stesso.  Hic Palazzo Madama hic salta.

Ed ora ecco a voi lo scambio

Mio primo messaggio lunedì 3 agosto 2015 11.49
oggetto: qualche osservazioni sui voti a favore di Azzollini:
incidentalmente, non era in questione nessun arresto e collocamento in carcere (dove già stanno dieci persone “comuni” non parlamentari), ma la richiesta della Procura della Repubblica di Trani riguardava l’autorizzazione agli arresti domiciliari del vostro collega Azzollini.
Sarò lieto di sapere quando lei, Sen. Ichino, e, naturalmente, anche Manconi, Tonini e gli altri 186 avete letto le carte. Immagino, poi, che non farete i passacarte neppure della brutta legge di riforma del Senato.

In allegato  189 lettori coscienziosi
Grazie dell’attenzione.
Gianfranco Pasquino

Risposta di Pietro Ichino 
Caro Pasquino,
tre domande:
– perché, in questo scritto, neppure una parola sul merito della questione giudiziale specifica, del contenuto delle accuse rivolte all’imputato, dei requisiti per la misura cautelare restrittiva della libertà?
– perché, se il regolamento del Senato prevede un voto in Aula non vincolato dal voto in Giunta per le Autorizzazioni, è considerato come un’anomalia il voto divergente sul caso del senatore Azzollini?
– in che cosa dovrebbe consistere il controllo del Parlamento previsto dalla Costituzione, se la sentenza del Tribunale della Libertà bastasse sempre a evitare qualsiasi lesione del principio dell’indipendenza reciproca tra potere legislativo e potere giudiziario?
Grazie delle risposte, se ci saranno.
Pietro Ichino

Mio secondo messaggio 4 agosto 2015 11:44
Come può pensare, caro Ichino, che le risposte non ci siano? Eccole:
1. Nessuna parola sul merito perché, personalmente, non ho letto le carte, quelle della Procura di Trani, contrariamente a voi che le avete lette e studiate. Sarò lieto se lei mi dirà quando le ha avute fra le mani quelle carte e quanto tempo le è stato necessario per leggerle. Questa è una risposta che non ho avuto da lei.
2. Non considero affatto un’anomalia l’aula che ribalta il voto della Commissione. Anzi, mi auguro che avvenga anche sul testo di modifica del Senato. Anomalo è che i commissari di un partito che hanno letto le carte vengano sconfessati dai senatori dello stesso partito che non hanno letto le carte. Più che “anomalo” politicamente e, se posso, eticamente, molto grave.
3. Se la inventa lei, sulla scia del piccolo cattivo maestro Ceccanti, l’idea che potere legislativo e potere giudiziario debbano essere separati. Interagiscano alla grande, sempre. Si figuri che cinque giudici costituzionali sono addirittura eletti dal Parlamento. Il controllo Parlamento/Magistratura è reciproco. Il Senato non doveva rispondere alla domanda se Azzollini è colpevole, ma se la Procura aveva ragione di ritenere che a piede libero inquinerebbe le prove. La Procura non ne chiedeva l’arresto, ma la “neutralizzazione” ai domiciliari. Dove cavolo sta il fumus pesercutionis?
Grazie dell’attenzione alle mie risposte, Non pretendo repliche e neppure mi dispiaccio della sua suscettibilità
Gianfranco Pasquino

Risposta di Ichino
1) Le ho avute la settimana prima del voto e le ho studiate nel week-end; ma questo che importanza ha?
2) Non solo io, ma anche diversi altri senatori Pd che hanno studiato attentamente gli atti (Tonini, Russo, Maran, Lanzillotta, e altri) hanno fatto circolare nel Gruppo il frutto di questo studio; del resto, i dati essenziali potevano trarsi anche soltanto dalle relazioni di maggioranza e di minoranza della Giunta per le Autorizzazioni, che erano sui banchi di tutti i senatori.
3) Abbiamo ritenuto che non ci fosse alcun rischio di inquinamento delle prove, poiché i fatti risalgono a oltre due anni fa; l’amministrazione della Congregazione è commissariata; e il GIP stesso riconosce esplicitamente che il commissario non è persona gradita ad Azzollini.
Ma – a parte tutto questo – perché tanta acrimonia?
p.i.
p.s. Possiamo passare al “tu”, visto che siamo anche colleghi?
p.p.s. Mi consenti di pubblicare questo nostro scambio sul mio sito? Se sì, con la tua firma per esteso o solo le iniziali?

Mio terzo messaggio
[No, non siamo colleghi. Non potrei mai minimamente immaginarmi Senatore renziano (sic). Non hai bisogno di replicare a questa affermazione].Certamente, puoi pubblicare lo scambio, com’è, con la mia firma per esteso, of course, ma non “scambiare” la legittima ricerca della realtà dei fatti con l’acrimonia. Comunque, i miei sospetti, sulla non lettura delle carte (che è tutt’altra cosa dalla lettura delle relazioni e VOI avete sostenuto di avere letto LE CARTE) da parte dei Centottantanove senatori (meno, tu ne menzioni quattro) possono essere facilmente fugati dai dati, domanda alla quale non hai risposto: quando hai letto e quante pagine? Per gli altri fa testo, se ne dispongono e lo rendono disponibile, il registro della Commissione per le Immunità Parlamentari che dovrebbe contenere i nomi di coloro che hanno preso a prestito, fotocopiato o altro le, ho letto, 560 pagine della richiesta della Procura di Trani. Sono sicuro che anche tu ritieni che la trasparenza è un valore politico e civile di tutto rispetto.
Gianfranco Pasquino

Lo scambio privato di fatto finisce qui, ma il Sen Ichino, pubblicandolo sul suo sito ha ritenuto di chiuderlo con un ultimo commento senza contraddittorio in cui informa che l’intero fascicolo relativo al procedimento contro il senatore Azzollini è fin dall’inizio on line sul sito del Senato e chiunque può accedervi con un click . Inoltre si dice preoccupato del fatto che io sia scandalizzato perché il Senato ha disatteso l’indicazione della Giunta per le Autorizzazioni. Quando si dice la “narrazione”…

 

 

189 lettori coscienziosi

La terza Repubblica

Centottantanove senatori hanno rialzato la testa dalle sudate e faticose carte trasmesse dalla Procura della Repubblica di Trani e in un sussulto d’orgoglio hanno detto: “no, non siamo passacarte”. E’ augurabile che continuino a dirlo e a comportarsi di conseguenza quando, per esempio, toccherà loro guardare le brutte carte della riforma proprio del “loro” Senato. Mentre il suo vice-segretario, la abitualmente zelantissima Debora Serracchiani, si scusa con gli elettori del PD, il segretario Renzi, poco noto per tenere in conto e apprezzare i problemi di coscienza, plaude ai magnifici centottantanove, fra i quali, però, qualcuno è ancora più magnifico. Luigi Manconi affida il suo garantismo allo Huffington Post; Giorgio Tonini imperversa in televisione e sui social; Pietro Ichino motiva in un articolo sul Corriere (ma sono in ansiosa attesa della sua newsletter del lunedì). Tutt’e tre sostengono di avere letto le carte, vale a dire le 560 pagine inviate alla Commissione del Senato per le Immunità Parlamentari. Tutt’e tre dicono sostanzialmente le stesse cose, già anticipate da un loro costituzionalista di riferimento che si sta da tempo posizionando per la Corte.

In attesa che qualche giornalista investigativo (“ci sarà pure un uomo o una donna di tal fatta a Roma?”) vada a verificare se, come, quando e per quanto tempo, Manconi, Tonini e Ichino (più il loro costituzionalista) hanno preso a prestito quella corposa relazione, è lecito chiedere se anche gli altri centottantasei senatori sono stati altrettanto solerti e studiosi. E’ lecito anche dubitarne. Qualcuno, però, come il Presidente della Commissione Stefano e presumibilmente tutti i commissari del Partito Democratico, quelle carte le avevano pur lette e si erano fatti un’opinione chiaramente opposta a quella successiva dei centottantanove. Sì, il collega Azzollini (NCD) doveva, come richiesto dalla Procura di Trani, essere messo agli arresti domiciliari, cioè a casa sua, non in un affollato, maleodorante, sporco carcere dove, peraltro già si trovano gli altri coinvolti nella stessa brutta faccenda. A piede libero, l’Azzollini potrebbe inquinare le prove, attivare reti di relazioni personali, sfruttare tutto il potere politico che i colleghi gli hanno riconosciuto per il passato e per il presente.

I centottantanove senatori hanno anche sconfessato platealmente l’operato della Commissione per le Immunità, più precisamente la maggioranza dei senatori del Partito Democratico ha detto alto e forte che i loro colleghi non hanno saputo leggere le carte e le hanno interpretate in maniera sbagliata. Ce n’è quanto basta per, da un lato, chiedere le dimissioni agli incompetenti, dall’altro, attendersi che siano i presunti incompetenti a dare, nobilmente, ma iratamente, le dimissioni. La prossima volta, comunque, ovvero alla prossima richiesta di arresto, quegli “incompetenti” verranno preliminarmente sostituiti, il precedente essendo già stato creato nella Commissione affari costituzionali. E’ stata scritta da questo orgoglioso Senato non passacarte (dunque, assolutamente da preservare, o no?) una bella pagina sulla libertà di coscienza. Sperabilmente, non soltanto quando in gioco è il salvataggio di un esponente della casta. Sperabilmente, non l’ultima pagina.

Pubblicato il 1 agosto 2015 su TerzRepubblica.it

Regole e istituzioni non sono opinioni

Di inesattezze e di manipolazioni i renziani hanno riempito il dibattito pubblico

Mio commento alla newsletter n. 337 del 16.03.2015 del Sen. Pietro Ichino

Caro Sen. Ichino,
che peccato che Giorgio Tonini da lei, Sen. Ichino, citato con tanto entusiasmo non sappia:

1) che metà dei deputati del Bundestag sono eletti con sistema maggioritario in collegi uninominali (dove le personalità contano, eccome);

2) che il Bundestag non è eletto con nessun premio di maggioranza (come sarà la Camera dei Deputati: qui lo squilibrio);

3) che il Bundesrat ha 69 (sessantanove) rappresentanti nominati dalle maggioranze che hanno vinto in ciascun Land. Non ci sono sindaci. Non ci sono rappresentanti (Senatori) nominati dal Presidente della Germania.

Posso permettermi di aggiungere che di inesattezze e di manipolazioni i renziani hanno riempito il dibattito pubblico?

Posso anche cedere al mio, peraltro mai molto sviluppato, narcisismo e rimandare lei, Sen. Ichino, e il suo collega Sen. Tonini alla lettura del mio libro appena pubblicato: Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate (Egea-Unibocconi, 2015)? In materia istituzionale, non ci sono soltanto opinioni. Esistono solide conoscenze comparate!
Grazie dell’attenzione.
Gianfranco Pasquino.

Art. 18 Date i numeri

E’ sbagliato definire le, pure fortissime, differenze di opinioni, fra Matteo Renzi, la sinistra del Partito Democratico e i sindacati (in verità, la CGIL più di CISL e UIL), scontro di ideologie. Nel tentativo di Renzi di riformare l’art. 18, all’interno di un più ampio e ambizioso Jobs Act, si trova anche, qualcuno direbbe soprattutto, la voglia di dimostrare che la sinistra del Partito Democratico non ha proposte e che i sindacati sono organizzazioni conservatrici e burocratiche. Dal canto loro, la sinistra del PD è alla ricerca di una base sociale nel mondo del lavoro per rafforzarsi e i sindacati vogliono dimostrare che senza il loro consenso, possibile frutto di una effettiva rappresentanza dei lavoratori, non è possibile fare riforme. Il capo del governo ha fatto pungentemente notare alla sinistra PD che anche i suoi esponenti avevano cercato, senza riuscirci, di riformare l’art.18 e ha accusato i sindacati di difendere i lavoratori che una volta si chiamavano “garantiti” tralasciando i precari e non occupandosi dei senza lavoro. Non di ideologie, quindi, si tratta, ma di potere politico e sociale che, incidentalmente, era la posta in gioco anche nello scontro epico fra i sindacati inglesi e il Primo ministro Margaret Thatcher. Per la storia, la Signora Thatcher vinse e cambiò, solo in parte in meglio, il suo paese.

A giudicare dalle affermazioni di Renzi e dalle reazioni dei suoi oppositori, sembra che nessuno padroneggi appieno il contenuto del Jobs Act per il quale il governo ha chiesto una legge delega al Parlamento. Proprio la natura dello strumento, sul quale il Parlamento interverrà sicuramente in maniera incisiva, nonostante gli eccessivi richiami dei vicesegretari di Renzi alla disciplina di partito,suggerisce che, al momento, è meglio evitare giudizi definitivi. Un punto, però, merita di
essere segnalato poiché riguarda le modalità con le quali si dovrebbero formulare, difendere e attuare le riforme in special modo nel settore socio-economico. Qualche volta, non sempre, le opinioni sono rispettabili, ma in materie delicate e complesse che coinvolgono milioni di persone, sarebbe di gran lunga preferibile che le opinioni si fondassero sui dati, sui numeri, su qualcosa di solido e, al limite, di inoppugnabile. Curiosamente, il solito maxiemendamento del governo (poiché i governi italiani fanno sempre le cose in grande) chiede al Parlamento, cito, di autorizzarlo a “individuare e analizzare tutte le forme contrattuali esistenti, ai fini di poterne valutare l’effettiva coerenza con il tessuto occupazionale e con il contesto produttivo nazionale e internazionale [che presumo implichi un sano confronto comparato con le esperienze europee di maggior successo], anche in funzione di eventuali interventi di semplificazione delle medesime tipologie contrattuali”.

Il citato comma della legge delega confessa candidamente che il governo e il Ministero del Lavoro non dispongono ancora didati certi. Oltre alle “forme e alle tipologie contrattuali”, sembrerebbe opportuno che il governo avesse o acquisisse i dati concernenti il numero di lavoratori attualmente protetti dall’art. 18 e offrisse alla riflessione anche un altro dato a mio parere decisivo. Dall’entrata in vigore dello Statuto dei Lavoratori, quanti sono stati i casi di lavoratori licenziati senza giusta causa e poi reintegrati dai magistrati nel loro posto di lavoro ed effettivamente rientrati? A loro volta, senza fare inutili e deboli barricate, i sindacati potrebbero chiedere ai loro ampi e potenti uffici studi (in quello della CGIL, curiosamente, ha lavorato molto tempo fa anche il sen. Pietro Ichino, il meglio attrezzato dei riformatori) di mettere a disposizione del governo, del Parlamento, dell’opinione pubblica i dati che rivelino che la protezione garantita dall’art. 18 è cruciale per i lavoratori che un posto ce l’hanno e non dannosa per coloro che un posto lo cercano. Se governo, sinistra del PD e sindacati “dessero i numeri” la riforma della quale il mercato del lavoro ha assolutamente bisogno nascerebbe più solida e sarebbe più facile da attuare.

Pubblicato AGL 23 settembre 2014

Parole e opere di Matteo Renzi. I voti di Gianfranco Pasquino

formiche

Intervista raccolta da Francesco De Palo per Formiche.net 1 settembre 2014

Promesse, riforme, dossier europei e modus operandi: i voti a Matteo Renzi premier stilati dal prof. Gianfranco Pasquino, politologo ed editorialista.

Matteo Renzi: un uomo solo al comando, così come osservato da queste colonne dal prof. Lippolis, è così?

Certamente è solo ma non sarà l’ultimo. Gioco-forza deve avere un circolo di consiglieri ristretti. Per il resto si priva del rapporto di altre persone che spesse volte potrebbero sostenerlo maggiormente in scelte e decisioni. Il motivo? Immagino per una visione partitica alterata, visti e considerati i risultati abnormi ottenuti dal Pd alle europee che nessuno sa se potranno essere replicare alle politiche.

Aveva promesso una riforma al mese. Troppo ottimismo?

La riforma del Senato non è ancora completata, ha sì mandato la Mogherini in Europa sperando che difenda l’italianità, ma dovrà dimostrare sul campo di essere un buon ministro degli esteri europeo.

Dalla riforma della giustizia civile alla velocizzazione delle opere pubbliche, passando per Tap e dossier energia: sembra una tabella di marcia di un governo di centrodestra?

Certamente si tratta di questioni nazionali. La riforma della giustizia deve essere fatta per tutti noi: modificando la giustizia civile si crea un vantaggio in particolare anche per gli investitori stranieri. Non dimentichiamo che siamo un Paese che, da tempo, non fa le cose che dovrebbe fare come il gasdotto Tap che è essenziale.

Gli 80 euro come una mera esca elettorale e la mancata riforma del mercato del lavoro: due errori blu (come osservato da Stefano Cingolani su Formiche.net) che Bruxelles potrebbe imputare a Renzi?

Il primo probabilmente no. Gli 80 euro potevano essere tranquillamente concessi, anche se è evidente che non hanno funzionato così come osservano gli economisti più avveduti: contano moltissimo le aspettative. Circa il mercato del lavoro credo che l’errore sia non parlarne esattamente, non presentare un progetto articolato e chiaro. Bisognerebbe dire che un mercato del lavoro più flessibile avvantaggerebbe molto di più coloro chi è senza occupazione.

Non c’è la volontà di andare fino in fondo?

Da questo punto di vista Renzi dovrebbe smetterla di fare la tipica melina e piuttosto prendere a paradigma le proposte di chi se ne intende, come Pietro Ichino, per riformare il mercato del lavoro.

Lo “Sblocca Italia” prevede l’abrogazione della competenza concorrente nel campo energetico: una buona notizia per le industrie estrattive?

Probabilmente sì, ma rientrano in quelle tecniche comunicative di cui abbiamo detto. Per cui bisogna attendere che il tutto arrivi al vaglio del Parlamento.

L’Italia è in recessione: basteranno le promesse dei mille giorni per raddrizzare la barra?

Il Paese ha bisogno di un rilancio, quindi intendo crescita e sviluppo. Contrariamente sarebbe un fallimento. Vorrei ricordare a tutti che la promessa di Renzi era di fare una riforma al mese e fino ad oggi non ne abbiamo vista neanche una compiuta. Ecco perché, da questo momento in poi, mi aspetto che ne siano portate a termine quattro o cinque, basilari, per caratterizzare il governo e, a maggior ragione, un governo di centrosinistra.

Il discorso di Mario Draghi al vertice di Jackson Hole, con la polemica della telefonata con la cancelliera Merkel, che segnale è?

Aspettarsi che la Bce risolva i problemi di cento Paesi mi sembra eccessivo. Dopo di che, credo sia giusto riporre molte aspettative in Draghi, in quanto uomo di grande competenza e capacità. E’ la ragione per cui va posta molta attenzione quando Draghi segnala dei problemi, così come fatto a Jackson Hole, che dovranno poi essere assorbiti da Berlino. In generale tendiamo a pensare che la Cancelliera Merkel rappresenti la faccia e le istanze di una molteplicità di Stati come quelli nord europei (Svezia e Finlandia), ma questa volta penso che abbia esagerato in quanto sembra pensi solo agli interessi tedeschi piuttosto che rilanciare l’economia continentale. Ricordiamo che anche la Germania presenta numeri non incoraggianti sulla crescita, quindi quel contatto telefonico fra Draghi e la Merkel credo sia un complimento per il nostro governatore.

twitter@FDepalo

Vi spiego perché il Pd di Renzi non può essere il Partito della nazione. Parla Gianfranco Pasquino

formiche

Intervista raccolta da Edoardo Petto per Formiche.net 30 luglio 2014

Spiazzante e dirompente. Matteo Renzi non conosce ostacoli nell’attingere per le proprie iniziative dal patrimonio culturale progressista o liberal-conservatore. Grazie al suo modo di agire spregiudicato e post-ideologico, il premier è riuscito a neutralizzare la propaganda e le argomentazioni degli avversari di destra e di sinistra.

La centralità di un “Renzi pigliatutto” potrebbe trasformare il PD in un “partito della nazione” capace di prosciugare il bacino di consensi di un centro-destra lacerato? E quali sono i rischi di tale scenario? Formiche.net lo ha chiesto al politologo Gianfranco Pasquino.

Matteo Renzi vuole creare un grande “partito della nazione” perno dell’assetto politico-istituzionale?

Faccio fatica a utilizzare il termine “partito della nazione”, un’invenzione giornalistica italiana. Altrove o in altri contesti temporali si parla di “partito del popolo” per indicare grandi forze politiche interclassiste come la Democrazia cristiana in Italia e la CDU in Germania.

Il premier vuole ricostituire una DC in forme rinnovate?

Se la sua aspirazione è questa, ritengo sia fuori tempo massimo di oltre vent’anni. Altro ragionamento vale se per “partito della nazione” si intende una formazione vasta capace di conquistare spazio in buona parte nella sinistra e in una parte del centro. La sua prospettiva originaria forse era differente. Ma all’indomani del voto europeo lo scenario politico è mutato. E il leader del PD si è adeguato. Vi è tuttavia una divergenza rispetto all’epoca della Democrazia cristiana.

Quale?

La DC utilizzava con saggezza ed elasticità il consenso e l’appoggio dei piccoli partiti laici. Allo stesso modo Renzi dovrebbe capire che forse in Sinistra e Libertà vi sono buone idee, che il Movimento Cinque Stelle è anche portatore di proposte significative, e che Scelta Civica può offrire più di quanto ha dato finora.

Con il PD di Renzi l’Italia rischia di riprodurre la “democrazia bloccata” della prima Repubblica?

Non posso dirlo ora. Lo scenario è legato a una lunga stagione di vittorie elettorali e di governo da parte dello stesso partito. Ma il premier finora ha prevalso soltanto in un voto europeo. Vedremo se e con quale percentuale – peraltro falsata dal premio di maggioranza – riuscirà a farlo nelle prossime tornate politiche.

Giocando di sponda tra destra e sinistra, Renzi potrebbe annacquare le riforme strutturali come sta accadendo nel terreno istituzionale?

Per il percorso di revisione costituzionale e della legge elettorale suggerisco di attendere il termine della “ballata estiva”. Rilevo come il nuovo Senato e il meccanismo di voto giunto all’esame di Palazzo Madama rappresentino una soluzione pasticciata, lontana dalla versione originaria concordata nel Patto del Nazareno. Accordo che sembra essere stato siglato su un pezzo di carta neanche firmato.

E per gli interventi di tipo economico-sociale?

Sinceramente non li ho visti. E faccio fatica a pensare a iniziative in tempi brevi, visto che il Presidente del Consiglio dedica il suo tempo ad altri temi. Vi è un problema di tempo e di intelligenza politica. Tengo a precisare però che la riforma del lavoro dovrebbe essere realizzata tenendo a mente le indicazioni argomentate e persuasive di Pietro Ichino. Una miscela sapiente di proposte liberali e di visione di sinistra orientata alla ricerca del lavoro dignitoso nell’equità.

Cosa devono fare le forze di centro-destra per rilanciare il loro protagonismo e rendere aperta la competizione politico-elettorale?

Nelle democrazie occidentali il governo è tanto migliore quanto più credibilmente viene sfidato da un’opposizione ricca di proposte. Nel nostro paese l’opposizione di centro-destra è profondamente divisa. Una parte sta al governo, mentre la componente maggioritaria è “posseduta” da un imprenditore vecchio nell’età e nelle idee. L’unico marchingegno per risorgere è che Silvio Berlusconi dica “Basta, adesso arrangiatevi voi”.

Elezioni primarie di coalizione potrebbero essere il punto di partenza?

Forse. La legittimazione popolare del capo del centro-destra tramite una competizione aperta rappresenterebbe lo strumento migliore per ricomporre le sue “sparse membra”